Ottobre 2005 Archives

Biopolitica in Foucault e Agamben

il 30.10.05 00:00

Trovate sul sito di Methodos - Savoirs et textes un bel testo di Katia Genel sulla nozione di ’biopovoir’ in Foucault e Agamben. E’ un testo di ricostruzione delle nozioni di biopotere e biopolitica in rapporto alla nozione di sovranità giuridica. E’ in francese, ma vale la pena leggerlo per una prima ’messa in quadro’ di molte nozioni mal utilizzate e dilaganti in molti ambiti - da quello filosofico a quello politico. Posto qui solo l’abstract.

Résumé

Foucault repère une transformation du pouvoir lorsque la vie entre dans ses préoccupations à partir du XVIIIe siècle. Il appelle « bio-pouvoir » les techniques spécifiques du pouvoir s’exerçant sur les corps individuels et les populations, hétérogènes aux mécanismes juridico-politiques du pouvoir souverain. Agamben, dans Homo sacer, reprend l’hypothèse foucaldienne et la fait fonctionner précisément sur le terrain délaissé par Foucault, celui de la souveraineté. La souveraineté ne porte pas à ses yeux sur des sujets de droits, mais de manière cachée sur une « vie nue », ex-ceptée par le pouvoir qui l’expose à sa violence et à sa décision souveraine. On peut alors interroger le déplacement de l’hypothèse foucaldienne opéré par Agamben et les rapports problématiques entre pouvoir souverain et bio-pouvoir, afin d’évaluer la pertinence et la fécondité de la notion de bio-pouvoir.

"Per Nicola Badaloni" di Remo Bodei

il 28.10.05 00:00

L’introduzione di Remo Bodei a "Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano", volume che raccoglie saggi di filosofia moderna scritti da Nicola Badaloni in più anni, dal 1958 al 2000, pubblicato per ETS di Pisa.


1. Schopenhauer diceva che si scrive sempre un solo libro, perché ogni individuo continua a riflettere attorno a un pensiero dominante ed ossessivo. Forse è così, ma questo pensiero è sempre articolato e sfumato, visto da angolature differenti, formulato e riformulato in forme sempre nuove. Gli uomini migliori sono quelli che — fedeli a questo pensiero, a se stessi e al proprio tempo, ma capaci di apprendere, senza opportunismi, la lezione della storia — si sforzano di capire, di legare le idee ai condizionamenti storici. Nicola Badaloni è uno di questi. Nella sua vasta opera, che copre un arco di oltre mezzo secolo (cinquantotto anni, per l’esattezza, perché il suo primo articolo compare nel 1946, quando aveva appena ventidue anni), l’unico suo libro si articola in tre grandi capitoli (relativi alle opere di storia locale e di taglio civile, alla filosofia italiana, al marxismo), strettamente intrecciati e frutto di un lavoro che si diversifica mantenendo la coerenza.

Negri-Hardt: La produzione biopolitica

il 27.10.05 00:00

Da ’Impero’, un estratto.

Abbiamo potuto comprendere da un punto di vista giuridico alcuni elementi della genesi ideale dell’Impero, ma sarebbe difficile se non impossibile, restando all’interno di questa prospettiva, comprendere come la "macchina" imperiale è effettivamente messa in opera. Le teorie e i sistemi giuridici rinviano costantemente ad altra cosa che a se stesse. Attraverso l’evoluzione e l’esercizio del diritto, esse indicano le condizioni materiali che definiscono il loro progetto sulla realtà sociale. La nostra analisi deve dunque scendere a livello del concreto ed esplorare qui la trasformazione materiale del paradigma del potere. Dobbiamo scoprire i mezzi e le forze di produzione della realtà sociale, tanto quanto le soggettività che lo animano.

Mario Tronti: L'enigma democratico

il 26.10.05 00:00

L’enigma democratico
La democrazia reale non è il potere dei più ma il potere di tutti, in cui, nell’omologazione di pensieri, sentimenti, gusti e comportamenti, la singolarità è concessa nel privato ma non nel pubblico. Un’anticipazione del saggio contenuto nel volume collettaneo «Guerra e democrazia» per manifestolibri
MARIO TRONTI

Credo sia proprio venuto il momento di passare a una critica della democrazia. Questi momenti arrivano sempre, arrivano quando le condizioni oggettive del tema s’incontrano con le disposizioni soggettive di chi lo guarda, lo analizza. È maturato su questo terreno un percorso di pensiero, che mi pare arrivi oggi a cogliere la crisi di tutto un apparato pratico-concettuale. Perché quando diciamo democrazia diciamo questo: istituzione più teoria; costituzione e dottrina. E qui, su questi termini, si instaura un intreccio molto forte, un nodo anzi. Un nodo che non lega soltanto strutture politico-sociali e tradizioni forti di pensiero - quelle della democrazia sono sempre tradizioni di pensiero forti, anche se la deriva della pratica di democrazia indica oggi un terreno debole; ma si stringe anche all’interno delle une e delle altre, delle strutture pratiche e delle tradizioni di pensiero. Perché si stringono nella democrazia, nella sua storia, una pratica di dominio e nello stesso tempo un progetto di liberazione, che si presentano sempre insieme, compresenti. In alcuni periodi - periodi di crisi, di stato d’eccezione - queste due dimensioni configgono, in altri - come in questo di oggi che è uno stato fondamentalmente di normalità - si integrano. E queste due dimensioni, pratica di dominio e progetto di liberazione, non sono due facce, sono una faccia sola, bifronte, della democrazia. Una volta, appunto, si vede di più l’una, una volta si vede di più l’altra, a seconda di come il rapporto di forza tra l’alto e il basso della società s’instaura, si dimensiona, si costituisce. Credo che a questo punto il rapporto di forza sia talmente squilibrato da una parte - dalla parte avversa a noi - che non si vede più che una sola fronte. Questo è il motivo per cui la democrazia non è più il meglio del peggio, è l’unica cosa che c’è.

Gilles Deleuze - "La Società del controllo "

il 24.10.05 00:00

La Società del controllo di Gilles Deleuze - Da «l’autre journal», n. 1, maggio 1990, ora in Gilles Deleuze, Pourparlers (1972-1990), Minuit, Paris 1990, pp. 240-247.
Traduzione di Giuseppe Caccia

I. Storia
Foucault ha collocato le società disciplinari tra il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo; giungono al loro apogeo all’inizio del Ventesimo. Procedono all’organizzazione di grandi ambienti di reclusione. L’individuo non cessa di passare da un ambiente chiuso all’altro, ciascuno dotato di proprie leggi: dapprima la famiglia, poi la scuola («non sei più in famiglia»), poi la caserma («non sei più a scuola»), poi la fabbrica, ogni tanto l’ospedale, eventualmente la prigione che è l’ambiente di reclusione per eccellenza. È il carcere che serve da modello analogico: la protagonista di Europe 51 può esclamare quando vede degli operai «ho creduto di vedere dei condannati...». Foucault ha analizzato molto bene il progetto ideale dell’ambiente di reclusione, particolarmente visibile nella fabbrica: concentrare; suddividere nello spazio; ordinare nel tempo; comporre nello spazio-tempo una forza produttiva il cui risultato deve essere superiore alla somma delle forze elementari.

Derrida su Blanchot

il 23.10.05 00:00

UN TEMOIN DE TOUJOURS di Jacques Derrida
Ce texte est la version intégrale de l’allocution prononcée par Jacques Derrida, lors de l’incinération de Maurice Blanchot, lundi 24 février 2003.


Depuis quelques jours et quelques nuits, je me demande en vain d’où me viendrait encore la force ici, maintenant, d’élever la voix. Je voudrais croire, j’espère pouvoir imaginer encore que je la reçois, cette force qui autrement me manquerait, de Maurice Blanchot lui-même.

Comment ne pas trembler au moment de prononcer ici même, à cet instant, ce nom, Maurice Blanchot?

Il nous reste à penser sans fin, à tendre l’oreille pour entendre ce qui continue et ne cessera plus de résonner à travers son nom, dans votre nom, je n’ose pas dire dans “ton nom”, me souvenant encore de ce que Maurice Blanchot lui-même a pensé et publiquement déclaré de telle exception absolue, de ce privilège insigne que l’amitié confère, à savoir celui d’un tutoiement qu’il dit avoir été la chance unique de son amitié de toujours avec Emmanuel Levinas.

Antonio Negri, "Fine Secolo. Un'interpretazione del Novecento."

il 23.10.05 00:00

PREFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE
(dal sito della ManifestoLibri)

"Quando, dopo la prima edizione inglese, pubblicai la traduzione di Politics of Subversion (d’ora in poi PoS), con il titolo Fine secolo. Un manifesto per l’operaio sociale in italiano, l’autore della recensione su Il Manifesto la titolò «figure sociali senza nome, verso il conflitto». Eravamo all’inizio dell’89, ed Il Manifesto («giornale comunista», perché così suona il suo sottotitolo e perché effettivamente è un foglio strettamente legato ai movimenti della sinistra comunista) non osava ancora parlare della trasformazione della composizione della classe operaia che nei precedenti vent’anni, dopo il ’68, si era ormai compiuta – ma non si poteva ancora dire, non si potevano offendere le orecchie dei vecchi militanti con questa nuova verità, anche da parte di chi (come il recensore del Manifesto) ne era completamente convinto. L’operaio sociale era un figlio di nessuno e se ne disconosceva il nome. L’ignoranza e l’opportunismo etico e politico, il dogmatismo teorico, la superficialità analitica, il corporativismo sindacale negavano, assieme alla realtà, anche la possibilità di analizzare il presente. Di identificarlo nella tendenza irresistibile verso la formazione dell’operaio sociale, e cioè la trasformazione della composizione operaia, il superamento della fase dell’operaio massa, la formazione progressiva di una forza lavoro socializzata, sempre più immateriale e cooperativa: mi guadagnai per questa intuizione un odio e un disprezzo da parte dei dirigenti opportunisti e dogmatici dei partiti comunisti che permisero poi ai giudici borghesi di rifilarmi una decina di anni di galera. L’odio dei burocrati socialisti nei confronti di chi studia, lavora, agita le masse, si muove nelle moltitudini, è sempre capace di servirsi del potere per distruggere la verità.

Balibar - seconda parte

il 16.10.05 00:00

" Souveraineté du peuple " : le saut périlleux

Nous sommes maintenant en mesure de formuler, même de façon encore abstraite et partielle, une hypothèse qui permettrait à la fois d’interpréter la perpétuation de la souveraineté par delà ses formes classiques, et d’identifier quelques-unes des raisons de sa crise. La souveraineté se heurte à deux obstacles, dont chacun pourrait provoquer sa disparition (et ce n’est certainement pas un hasard si dans la période de transition à la seconde modernité, celle des " révolutions bourgeoises " au sens de Marx, différentes alternatives à la souveraineté se font jour, relevant du cosmopolitisme et de l’internationalisme). Le premier réside dans la résistance de la culture religieuse à l’hégémonie de l’Etat, mais aussi dans l’autonomisation progressive de la " société économique " par rapport aux frontières politiques des Etats, autrement dit dans l’affirmation de la société civile par opposition à la société politique (alors que ces deux termes avaient été d’abord interchangeables). Le second réside dans le bouleversement des notions mêmes de loi, de citoyenneté, de représentation et d’autorité, qu’implique le transfert du pouvoir suprême d’une personne monarchique à la collectivité (" masse ", " multitude ") du peuple, dont la personnalité est à la fois beaucoup plus concrète (par la puissance des effets de son intervention historique) et beaucoup plus abstraite (par l’impossibilité de lui donner un seul nom ou un seul visage, sauf de façon allégorique).

Dal sito della rivista Imageuro, un importante ariticolo di Balibar sulla sovranità in rappporto alla nozione di teologia politica in Schmitt.

Etienne Balibar "Prolégomènes à la souveraineté : la Frontière, l’Etat, le Peuple"(2000)

Il est devenu courant d’associer les incertitudes de la construction européenne, dans le contexte d’une phase nouvelle de la mondialisation, avec l’idée d’une crise de la souveraineté. Le plus souvent, cependant, cette formulation est prise dans un sens restrictif parce qu’on identifie a priori la notion de souveraineté avec sa forme nationale, et que du même coup on suggère une équivalence entre crise de la souveraineté et développement d’espaces politiques supra-nationaux, trans-nationaux ou post-nationaux. Or cette restriction a, me semble-t-il, un triple inconvénient.
Prenant la forme d’une opposition binaire, elle occulte le fait que les alternatives à la souveraineté qui travaillent, en particulier, la situation européenne actuelle, ne se réduisent pas à un seul type. Pour fixer les idées, on peut en évoquer au moins trois : la subsidiarité, le fédéralisme et l’empire (terme proposé par Hardt et Negri1). Manifestement ces alternatives ne sont pas, quant à leurs origines, " du même âge ". L’idée de subsidiarité renvoie à des institutions pré-modernes, contemporaines de la féodalité, des franchises médiévales et des hiérarchies de compétences impériales ou ecclésiastiques2. Le fédéralisme dans ses différentes conceptions (Saint-Pierre, Kant, Proudhon, Coudenhove-Kalergi...) constitue une sorte d’envers des souverainetés nationales modernes, qui surgit au premier plan dans les phases de mutation ou de crise qu’elles ont connues au cours des quatre derniers siècles3. Enfin l’empire, ou le nouvel ordre politique, économique et communicationnel issu de la décolonisation, de la fin du conflit entre les " camps " de la guerre froide et de la révolution informatique, même s’il recherche toujours ses institutions au travers de conflits à l’issue hasardeuse, n’en représente pas moins une innovation post-moderne. Que ces alternatives soient d’âge différent ne prescrit pas leur avenir, et ne les empêche pas d’influer les unes sur les autres, mais il est évident que le privilège accordé à telle ou telle forme induit, en retour, des points de vue différents sur la nature et la capacité historique de l’Etat-nation " souverain ". La confusion des discussions actuelles sur la post-nationalité en fournit l’illustration éloquente.

Michele Nicoletti - "Teologia politica" e filosofia politica

il 16.10.05 00:00

Un intervento di Nicoletti - pubblicato nel sito della SIFP- che chiarisce metodologicamente alcune distinzioni cruciali per la categoria di ’teologia-politica’. L’intervento è sottoposto a licenza Creative Commons.

Michele Nicoletti - "Teologia politica" e filosofia politica

Nelle riflessioni che seguono vorrei tentare una messa a fuoco, dal punto di vista della filosofia politica, del concetto di ‘teologia politica’ a partire dall’uso che di tale concetto è stato fatto e attraverso una sua collocazione sul più ampio orizzonte dei concetti legati al rapporto tra religione e politica.

Le mie osservazioni sono influenzate dal dibattito sulla ‘teologia politica’ che i contributi di Carl Schmitt hanno avviato nel corso del ‘900, ma esse tentano di tenere conto degli sviluppi più recenti del dibattito su religione e politica. Penso al dibattito che si è sviluppato negli Stati Uniti d’America sul rapporto tra liberalismo, democrazia e religione e allo stesso mutato atteggiamento di uno studioso come John Rawls su questo tema[1]. Ma non meno rilevanti al riguardo sono le profonde e stimolanti riflessioni di Jürgen Habermas dal titolo hegeliano Fede e sapere in occasione del conferimento del Premio per la pace del «Börsenverein des deutschen Buchhandels»[2].

Un importante ritrovamento benjaminiano

il 15.10.05 00:00

Grazie a Silja, posto questa notizia, pubblicata nella NZZ dell’otto ottobre, giornale che, a profitto dei miei amici che non vedono l’ora di ’prendermi per il culo’, non ho cercato per tutta l’Austria. Come nostro ’zio’.
Lo trovo, semplicemente, sotto casa.
Aspettiamoci, dunque, la nuova ’opera completa’ benjaminiana, questa volta curata dai giornalisti.

8. Oktober 2005, Neue Zürcher Zeitung
Die Krise der Intelligenz als Krise des Buches Gefunden: Texte Walter Benjamins in einem Moskauer Archiv

*Noch immer tauchen in Archiven in West und vor allem in Ost Zeugnisse der vor der Hitlerdiktatur geflohenen europäischen Intelligenz auf. Zu berichten
ist von einem Fund in Moskau, der Aufzeichnungen und Entwürfe Walter Benjamins birgt, des Kritikers und Philosophen, der sich 1940 auf der Flucht
vor den Nazis das Leben nahm.*

Von Reinhard Müller und Erdmut Wizisla

Als Walter Benjamin 1929 seinen Aufsatz «Der Sürrealismus» in der «Literarischen Welt» publizierte, kündigte er im Untertitel eine Perspektive an, die in den Jahren danach einen unheimlichen Beiklang bekommen sollte: «Die letzte Momentaufnahme der europäischen Intelligenz». Benjamin gehörte zu den Denkern von wahrhaft europäischer Gesinnung, die den Nationalsozialisten zum Opfer fielen. Mit einem Gespür für wissenssoziologische Problemstellungen hat er den Prozess der Zerstörung
intellektueller Potenziale früh erkannt und beschrieben. Ein bedeutender Archivfund in Moskau zeigt den Kritiker und Schriftsteller jetzt beim Analysieren der Folgen dieses geistigen Notstands.

Posto questa intervista pubblicata diverso tempo fa su Repubblica.

Intervista a Giorgio Agamben: San Paolo: Una lettera alla modernità
di Antonio Gnoli

In che cosa consiste il fascino, o meglio ancora l’attrazione, che Paolo di Tarso ha esercitato sul pensiero del Novecento? Solo negli ultimi tempi sono apparsi vari libri dedicati al suo pensiero. Alain Badiou ha dedicato un saggio sui rapporti di Paolo con l’universalismo (edito da Cronopio, pagg. 171, lire 25.000), E. P. Sanders(edizioni il Melangolo, pagg. 140, lire 22.000) ne ha ricostruito la vita (di cui a dire il vero si sa pochissimo, non ci è nota la sua data di nascita, era un contemporaneo di Gesù e la sua morte avvenuta a Roma è collocata tra il 62 e il 64) e la missione che egli compie verso i non credenti; Joseph A. Fitzmyer ci ha consegnato uno sterminato commento alla Lettera ai Romani, il testo più denso e drammatico di Paolo ( Piemme, pagg. 928, lire 120.000). Testo, qualcuno ricorderà, apparso recentemente in una nuova proposta editoriale da Einaudi, con una prefazione di Sebastiano Vassalli che produsse molte polemiche, anche in seno alla casa editrice e di cui allora Repubblica diede ampio conto. Nel novero delle cose importanti uscite va naturalmente ricordato il seminario che Jacob Taubes tenne sul suo pensiero (Adelphi, La teologia politica di San Paolo, pagg. 240, lire 48.000).

Ad arricchire questa fiorente letteratura attorno ai testi paolini uscirà a giorni il nuovo libro di Giorgio Agamben Il tempo che resta, (Bollati Boringhieri, pagg. 177, lire 35.000), un vertiginoso commento alla Lettera ai Romani che muta in profondità l’immagine di Paolo, così come la tradizione - soprattutto cattolica - ce lo ha consegnato.

a Jakob Taubes, sepolto all’Israelitischen Friedhof di Zurigo

La nozione di ’teologia politica verticale’ è una nozione filosofica non ancora precisamente definita. Mentre il termine ’teologia politica’ è comunemente usato, oltre ad avere una storia precisa e ricostruita, quello di ’teologia politica verticale’ è stato usato per la prima volta, a mia conoscenza, da Jan Assmann, egittologo, allievo ’trasversale’ di Jakob Taubes.
La definizione di ’teologia politica verticale’ non diverge da quella di teologia politica. Ma non converge nemmeno.
Essa costituisce una ’differenziazione’. Tenterò, in questo intervento, di esplicitare le convergenze e le divergenze tra questi due concetti di assoluta, urgente attualità.

La misura di convergenze e divergenze punta a rendere chiaro come, ai miei occhi, il problema del ’comune’ sia, insieme, la premessa e l’uscita dalle aporie teoriche che entrambi i concetti portano con sè.
Nell’accezione moderna più rigorosa, la definizione di ’teologia politica’ è stata data da Carl Schmitt nel suo ’Categorie del politico’, dove scrive:

"Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati’. Non solo in base al loro sviluppo storico [...], ma anche nella loro struttura sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione sociologica di questi concetti. Lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. Solo con la consapevolezza di questa situazione di analogia si può comprendere lo sviluppo subito dalle idee della filosofia dello Stato negli ultimi secoli" (trad. it. pag. 61)