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04.06.07

"Senza se e senza ma": una lettera

[atemkristall - 04.06.07]

"Adesso non si può più scherzare. Occorre indire Referendum sulla Dal Molin e sulla TAV entro luglio.
Il Prc deve porre la pregiudiziale al governo. Niente referendum? si esce.

Non ho cultura di governo?
Se pensate così, per me va bene, non ho cultura di governo.
Sono fazioso? sì, molto.
Stiamo perdendo l'anima. Ho lasciato alle ortiche il marxismoleninismopensierodimaotsetung, ma mai e poi mai lascerò la verità. Mai e poi mai smetterò di avere cura di me testimoniando verità e nutrendomi di verità.

Qualcuno di voi la verità non l'ha mai detta. Qualcuno che mi diede del fuori di testa, quando avanzai il dubbio.
Per lui tutto il mio disprezzo e la mia pena. Del resto se non fosse dove è ora, farebbe il piazzista porta a porta.
Voglio essere chiaro: se il nodo Dal Molin-TAV non viene sciolto con un grande atto di democrazia diretta, entro la redazione e la presentazione del Documento programmatico e finanziario, io lascio il partito.


Saluti di verità"

scritto da millepiani il 16:20 | TrackBack

Tag: rifondazione comunista (in millepiani: 1)

07.05.07

Sarkozy e l'Italia

Il risultato elettorale delle presidenziali francesi porta cinque elementi chiarificatori per lo scenario politico italiano:

1- La destra populista non è più un'anomalia italiana ma un elemento ripetibile nelle politiche delle grandi nazioni europee;
2- È il centro che deve scegliere con chi allearsi, e non la sinistra. Dove la sinistra rincorre un centro spaccato tra l'area politica di destra e quella dei suoi oppositori, o tra l'indirizzo dei suoi leaders e la tendenza dei suoi elettori, essa acuisce la sua debolezza di fronte alle politiche populiste;
3- In questo senso, l'idea di un partito democratico è destinata all'implosione e alla perdita progressiva di consenso: all'intero del bipolarismo - come quello insito nel sistema elettorale presidenziale a doppio turno francese - l'elettorato di centro sceglie, in questa fase, candidati chiaramente schierati e che possono rivendicare una coerenza e una chiarezza di percorso politico che mancano alla classe politica del futuro partito democratico;
4- Si apre una fase in cui le politiche nazionali si rinserrano, si chiudono nella sfera istituzionalizzata della rappresentanza, rifiutando il confronto con la società in tumultuosa trasformazione e densa di disagio sociale. Si protrebbe dire: a muso duro di fronte la società. È una separazione che si accentuerà progressivamente e chiaramente evidente in alcune scelte politiche tutte italiane degli esponenti del futuro PD;
5- la crisi del PSF - alla terza sconfitta presidenziale consecutiva - mette in crisi il modello di un socialismo all'acqua di rose, senza propulsione realmente riformatrice, che segue, per non dire insegue, le politiche centriste. Questa crisi dovrebbe far riflettere molto.

Lo spazio che si apre, in Italia innanzitutto, per colmare questo distanza tra politica e dinamica di trasformazione sociale dovrebbe essere occupato da un gesto politico 'federale' tra i soggetti dell'area della sinistra. Senza che questo gesto resti una pura tautologia dei gruppi dirigenti. Sul come colmarlo, sarebbe salutare una vera e propria resa dei conti politico-culturale tra questi soggetti, e tra i loro gruppi dirigenti e il loro elettorato.

scritto da millepiani il 08:54 | Comments (1)

Tag: elezioni Francia (in millepiani: 1) · Sarkozy (in millepiani: 1)

05.05.07

Dossier Gramsci: a 70 anni dalla morte

Sul rizoma di Millepiani 2.0, trovate una raccolta degli articoli pubblicati per il settantesimo anniversario della morte di Gramsci. I links fanno in ogni caso quasi tutti riferimento alle pagine della sezione filosofica di Millepiani.

scritto da millepiani il 19:16 | Comments (0)

Tag: Gramsci (in millepiani: 1)

19.03.07

Da Millepiani 1.0 a Millepiani 2.0: dai 'paraggi'

Da oggi, la homepage di millepiani.net accoglie la nuova struttura a rizomi (o voci, o nodi) di cui si è discusso da due mesi a questa parte.
Il blog, inteso in senso classico, continuerà a vivere e a poter essere letto e utilizzato per pubblicare interventi, a questo indirizzo www.millepiani.net/millepiani1.0/.

L'archivio di tutti gli interventi manterà lo stesso indirizzo. Questo significa che tutti i links, tutte le ricerche via google o altro motore di ricerca, continueranno a 'puntare' alle stesse pagine, senza necessità di modificare alcunchè.
Parte di questo archivio verrà progressivamente spostato all'interno della struttura di Millepiani 2.0. Questo, in parte, con l'ausilio degli autori.

Per essere chiari: si è scelto questo passaggio per diversi motivi.
Il primo: una consunzione acclarata della struttura 'blog', che, per eccesso di pratica, ha esaurito le sue potenzialità.
Il secondo: millepiani.net, solo già per la scelta del nome, aveva scelto di muoversi su una scrittura su più piani, seguendo, precisamente, la pratica di scrittura e di pensiero che Gilles Deleuze e Felix Guattari avevano praticato in 'Mille Plateaux'.
Di fronte la consunzione del 'modello blog', si è sentita la necessità di ristrutturare la modalità di lettura, come, innanzitutto, la modalità di scrittura in rete.
In ultimo, la tendenza del Web 2.0 va verso una forte compartecipazione nella definizione dei contenuti fruibili via rete. Seguendo una scelta che ha segnato millepiani.net, qui non interessano i contenuti quali che siiano. Si vorrebbe interpretare in una maniera precisa la possibilità di determinare i contenuti, di definirne le modalità, solo all'interno di un preciso progetto.

Il progetto è quello di 'riscrivere' una sorta di 'vocabolario'.
Mentre, sino a qualche anno fa, la tassonomia (classificazione) che regge un vocabolario era determinata dalla sua progressione alfabetica, e solo da quella, negli ultimi anni l'idea stessa di 'tassonomia' ha subito uno stravolgimento assoluto.
Le relazioni tra le parole, i concetti, le scritture, le esperienza sonore o di 'visione', non sono più solo di carattere gerarchico, ordinate esternamente, ma sono esposte a re-invii interni e autodeterminati.
Grazie alla flessibilità che la rete offre, e alla possibilità di costruzione di mappe politiche, concettuali, di visioni, alfabetiche, di memoria o d'invenzione, il territorio del 'vocabolario' non è più solo definito dall'ordine alfabetico delle parole, o dalla progressione storica dello sviluppo dei concetti; la mappa non è più il territorio, in un senso talmente operativo, creativo, che le parole di Gregory Bateson assumono oggi non solo valore profetico, ma soprattutto uno strumento operativo che si incrocio perfettamente con la struttura rizomatica deleuziana-guattariana.
Se 'la mappa non è il territorio', ogni territorio esplorato individualmente diventa un rizoma di accesso e di sviluppo delle esperienze. Altrui. Innanzitutto delle scritture.

Nello stesso tempo, poichè in millepiani.net, non si è mai scelta l'indistinzione assoluta, o il mercato delle idee a buon mercato, la 'questione della memoria' e del suo 'transito politico' assume, in millepiani 2.0, il tono fondamentale.

È un lavoro totalmente in divenire, che non da subito, ma nel suo sviluppo, potrà dare il meglio di sè. Diciamo un anno, un anno e mezzo.
Dove il blog ha anche vissuto della sua proiezione nel presente, della sua vita nel presente, qui si sta scegliendo un altro percorso: si sceglie di scrivere in pubblico, anche dal presente, per legare la forma del presente (visivo, sonoro, d'immagine e di scrittura) a quella della memoria (visiva, sonora, d'immagine e di scrittura).

I 'paraggi', quei luoghi che non assumono immediatamente centralità nella mappatura di una città, di un territorio definito - fosse anche il territorio della memoria - vengono qui interpretati come luoghi d'accesso prìncipi per una ricostruzione della memoria dei luoghi, compresi quelli della rete.
Non avendo un centro, la scrittura su millepiani 2.0 muove dai paraggi, forse anche dai margini della memoria di ognuno. Le 'vicinanze', appunto: i paraggi, i 'fuori mano', le de-localizzazioni, puntano a costuire un'altra mappatura, non più solo ordinata per tempo cronologico, non più solo ordinata per memoria 'ufficiale', non più solo ordinata per scelta politica vincente od urgenza, non solo più ordinata per centralità geografica o alfabetica, cronologica.

La possibilità di legare ogni voce scritta alla sua derivazione, come alla sua maternità, o alla sua fratellanza, come anche alla sua amicizia (tutte cose che sono finalmente possibili a livello tecnico), tutto questo punta precisamente, insieme, alla decostruzione di un ordine patrilineare della scrittura (un ordine, cioè, di derivazione diretta: io scrivo questo, tu lo commenti, poi tu scrivi un'altra cosa e io la linko, così mi rifaccio a quello che hai scritto tu e a quello che ho sccritto io, etc., etc.).

Non troppo vorrebbe essere millepiani 2.0. Il giusto che conosciamo già.

scritto da millepiani il 13:14 | Comments (1)

Tag: millepiani (in millepiani: 5)

01.03.07

Per intenderci: ancora Turigliatto (o dell'ipocrisia)

ll senatore del PRC Turigliatto, è stato 'allontanato' dal partito.

Come si è fatto per centinaia di anni con i 'lebbrosi', si allontanano gli estranei, non li si esclude, apertis verbis, dal luogo dove si è.
Li si 'allontana', li si 'estranea', solo perchè si sa che interrogano il luogo dove si è; perchè chiamare le cose per nome, chiamare l'espulsione con il nome che ha, significa assumersi la responsabilità di dirsi altri, mentre allontanare significa mantenere vivo quel limbo dove da molti anni tutta la politica bertinottiana si è sviluppata.
Quel luogo dove tutta la sinistra moderata ha creduto di potersi 'nominare', senza dirsi, senza dirsi per l'innovazione, legittima o meno, che l'accompagna.
Compagni, dite che siete diversi da come eravate, ditevi diversi, finalmente.
Ditevi veri, finalmente, non abbiate paura di dirlo.Ne guadagneremo noi e voi, che non avete coraggio e forza per nominarvi altri, mentre lo siete, per dirvi oltre, perchè così vi siete costruiti così. Per separarci, così noi e voi potremo fare meglio e più di come riusciamo a fare 'insieme' senza esserlo, estranei senza nominarci diversi, 'lebbrosi' uno per l'altro, senza paura e senza conseguenze.

Perchè, è Foucault che ce lo insegna, lo statuto della normalità non si fonda sull'espulsione e l'oblio di chi è diverso, ma si fonda, precisamente, sul mantenere questo statuto come estraneo senza espellerlo. Espellerlo da ciò che si è.
La ragione ha bisogno, sempre, di guardarsi allo specchio senza riconoscersi, e senza rompere lo specchio.
Un gruppo dirigente di ipocriti, che non ha il coraggio di chiamare l'espulsione con il suo nome, con l'assenso silenzioso dei suoi iscritti, compie questa operazione, all'interno di un partito che ha il coraggio, ancora, di chiamarsi 'rifondazione' comunista.

Non solo noi lo mandiamo a memoria e ce ne ricorderemo, ma terremo a mente tutti quelli che, pur avendo letto Foucault, si sono addormentati nella loro domenica dell'intelligenza, balbettando le solite formule, le solite banalità della settimana santa di una politica senza memoria.

Espelleteci tutti dal vostro orizzonte, se riuscite a farlo.

scritto da millepiani il 18:30 | Comments (0)

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'Allontanare' i lebbrosi - per concludere, l'ipocrisia delle definizioni

14:05 Turigliatto allontanato dal partito
Franco Turigliatto è stato allontanato da Rifondazione comunista. Il senatore dissenziente, ritenuto tra i responsabili della crisi del governo Prodi, è stato allontanato per decisione del Collegio nazionale di garanzia del Prc con 14 voti a favore e 6 contrari, su 25 componenti il collegio con una maggioranza richesta di almeno 13 voti favorevoli.

14:37 Turigliatto "dispiaciuto" per l'allontanamento
"Mi hanno appena comunicato che il collegio di garanzia mi ha 'allontanato' dal partito". Decisione della quale sono "dispiaciuto" ha detto il senatore Franco Turigliatto. Il collegio Nazionale di garanzia ha votato con 14 voti favorevoli e 6 contrari. Nello statuto del partito non si parla di espulsione ma di "allontanamento" che nel caso del 'dissidente' sarà di due anni, il massimo previsto. Mi hanno espluso - dice Turigliatto appena saputa la notizia - ma non so neanche se tra due anni ci sarà ancora Rifondazione"

14:41 Cannavò si autosospende da Prc
Dopo l'allontanamento del senatore dissenziente Franco Turigliatto, Salvatore Cannavò, leader di Sinistra critica, la componente trotzkista di Rifondazione comunista, annuncia la propria autosospensione dal partito.

scritto da millepiani il 15:49 | Comments (0)

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28.02.07

Niente da dire

Su Hitler non mi viene nulla da dire, così Karl Kraus apre "La notte di Valpurga".
Figurarsi su Turigliatto.
Ci sono questi signori che si sono fatti nominare da una segreteria di partito per l'elezione al Senato. Hanno accettato e sono stati eletti senza essere stati votati da nemmeno un singolo cittadino. Hanno fatto finta di non sapere che nel mondo e in Italia c'erano, ci sono e ci saranno dei problemi. Hanno fatto finta di nulla.

Per esempio ci sono le guerre, più o meno "legittime" (rectius: "legittimate") da questa o da quella parte in oriente.
Bene, questi signori che fanno le anime belle e che per mantenere il candore del proprio animo rivoluzionario sono disposti a far cadere il governo votato da molti milioni di persone che non sapevano nemmeno della loro esistenza, di una esistenza confinata dentro una lista scritta in una stanza fumosa di una segreteria tanto più sordida quanto più piccola, quanto più ristretta nella sua "ragione sociale", questi signori non rappresentano nemmeno se stessi.
Il loro animo è sensibilissimo, ma non al punto da rifiutare di entrare in un parlamento nel quale ci si devono assumere delle responsabilità.
Io non ho una linea politica da difendere.
Difendo il mio olfatto e, come mi è già capitato di dire, non tollero più la puzza che si leva dai pannolini della cosiddetta sinistra radicale quando le viene il mal di pancia.
Pubblicità: Bimixin.

scritto da renzo il 08:02 | Comments (0)

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27.02.07

Senza se e senza ma: Turigliatto e il PRC

Alle Compagne e ai Compagni che hanno condiviso con gioia, e rabbia, ma in ogni caso con passione durevole la comunità politica denominata Partito della Rifondazione Comunista negli ultimi quindici anni.

Ritengo che la vicenda 'Turigliatto' rappresenti per noi una gravissima crisi e non qualcosa che si possa aggiustare censurando, espellendo o decapitando Turigliatto.
Mi rendo conto che è bene in questo dibattito entrare mostrando le carte. Ritengo che Turigliatto e Rossi abbiano fatto malissimo a votare no, e che la destra italiana rappresenta sempre il MALE ASSOLUTO.

Esplicitata la mia premessa, affinchè mi si risponda sul nocciolo delle questioni e non si pesti l'acqua nel mortaio con 'i nostri elettori incazzati che ci mandano fax', vi domando: dal 2001 al 2004 cosa significava per voi “No alla guerra senza se o senza ma?” Voi, voi che siete stati a Genova e a Firenze.(io non ci sono stato ma sono stato a Sigonella con ventimila persone...), nel 2001 e in quelle strade, se vi chiedevano se avreste votato per una mozione che conferma la presenza militare dell'Italia in afganistan e nei fatti la rende disponibile all'operazione di primavera annunciata da Bush, cosa avreste risposto?
Dite la verità, per favore. Non abbiamo più tante certezze rispetto a trentanni fa, ma c'è rimasto l'obbligo di dire la verità.
Turigliatto non lo condivido, non posso condividerlo, ma Turigliatto ha detto la verità a se stesso e a noi tutti. Lui ha condiviso Genova, ha condiviso il 'no alla guerra senza se e senza ma' in tutta la radicalità di questa posizione, e coerentemente con se stesso ha fatto quello che ha ritenuto giusto fare.
Ed ha pensato che fosse giusto anche perchè il nostro partito con l'ultimo congresso si era proclamato partito plurale.
Il problema allora non è Turigliatto. Il problema è che 'il no alla guerra senza se e senza ma' non è più nell'identità del nostro partito. No alla guerra senza se e senza ma, presupponeva un partito diverso, e con quell'idea di partito abbiamo fatto politica in questi anni.
E Gennaro Migliore , che avrebbe votato sì, ed avrebbe fatto bene, ma che sento molto lontano da me, in quanto esponente modesto di ceto politico, pensava veramente a un partito diverso
Ricordate cari compagni che Migliore ci rassicurò sul fatto che anche se non ponevamo paletti sulla guerra, comunque eravamo nel dna contro la guerra, e che mai avremmo votato alcuna guerra?
Lo scorso congresso ha partorito un topolino metafisico. Solo il Movimento ci salverà...
Ma questo governo sulla Tav, sui rigassificatori, sull'afganistan... prima dei 12 punti aveva già proclamato la sua 'impermeabilità' ai movimenti
Siamo in trappola, una di quelle trappole che strappa le carni, e ci lascia morire dissanguati.
Non ci salverà la testa di Turigliatto.

Tonino Cafeo, [nostro compagno da infinito tempo, non può rispondere solo ricordando le cose] che possiamo fare con questo governo e cosa patiremmo con Berlusconi. Lo so, e se fossi stato Turigliatto avrei votato sì. Caro Tonino, Emilio non ha espresso una bizzarra simpatia per Turigliatto. Emilio ha mostrato il baratro dove stiamo camminando. Anche io lo vedo. Cerca di vederlo pure tu prima di caderci dentro.

p.s..: Potevi evitare di citare Ingrao a proposito di dissenso... lo sappiamo cosa fece lui con i dissidenti del Manifesto.

Carmelo Picciotto

scritto da Atemkristall il 17:01 | Comments (0)

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In solidarietà con Franco Turigliatto

Ho aderito all'appello di solidarietà con Franco Turigliatto lanciato da Sinistra Critica.

"Pur non condividendo in nessuna maniera la politica che l'area di Bandiera Rossa prima e di Sinistra critica oggi ha condotto in questi anni dentro Rifondazione, aderisco pienamente all'appello contro l'espulsione di Franco Turigliatto dal PRC.

In essa riemergono tutti gli elementi di stalinismo, rigetto del dissenso, appello alla disciplina di partito, primato della politica sulle scelte di coscienza, che hanno segnato le pagine più scure della storia del movimento operaio. Il gruppo dirigente del PRC ha mostrato così, in maniera definitiva e senza più nessuna prova d'appello, la vacuità delle sue dichiarazioni di principio su una rifondazione della politica. Una sinistra nuova nasce, davvero, dalla capacità di non trasformare chi dissente in un nemico, dall'intelligenza delle ragioni di chi disobbedisce, dalla forza di convivivere, dentro un partito davvero democratico, con la diversità. Se Franco Turigliatto è un dissidente, un disobbediente, un nemico e un diverso, e voi lo espellete proprio per questo, per quello che è, per quello che sceglie, per quello che fa, io sono con lui. Sbatteteci fuori tutti."

scritto da millepiani il 12:03 | Comments (0)

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23.02.07

Voci - 2

"Nel momento in cui, per la seconda volta, si tiene a Belgrado la conferenza Est-Ovest, noi vogliamo attirare l'attenzione sui gravi avvenimenti che si svolgono attualmente in Italia e più particolarmente sulla repressione che si sta abbattendo sui militanti operai e sui dissidenti intellettuali in lotta contro il compromesso storico. In queste condizioni che vuol dire oggi, in Italia, "compromesso storico"? Il "socialismo dal volto umano" ha, negli ultimi mesi, svelato il suo vero aspetto: da un lato sviluppo di un sistema di controllo repressivo su una classe operaia e un proletariato giovanile che rifiutano di pagare il prezzo della crisi, dall'altro, progetto di spartizione dello Stato con la DC (banche ed esercito alla DC; polizia, controllo sociale e territoriale al PCI) per mezzo di un reale partito "unico".

E' contro questo stato di fatto che si sono ribellati in questi ultimi mesi i giovani proletari e i dissidenti intellettuali. Come si è arrivati a questa situazione? Cosa è successo esattamente? Dal mese di febbraio l'Italia è scossa dalla rivolta di giovani proletari, dei disoccupati e degli studenti, dei dimenticati dal compromesso storico e dal gioco istituzionale. Alla politica dell'austerità e dei scarifici essi hanno risposto con l'occupazione delle Università, le manifestazioni di massa, la lotta contro il lavoro nero, gli scioperi selvaggi, il sabotaggio e l'assenteismo nelle fabbriche, usando tutta la feroce ironia e la creatività di quelli che, esclusi dal potere, non hanno più niente da perdere: "Sacrifici! Sacrifici!", "Lama, frustaci!", "I ladri democristiani sono innocenti, siamo noi i veri delinquenti!", "Più chiese, meno case!". La risposta della polizia della DC e del PCI è stata senza ombra di ambiguità: divieto di ogni manifestazione a Roma, stato di assedio permanente a Bologna con autoblindo per le strade, colpi d'arma da fuoco sulla folla. E' contro questa provocazione permanente che il movimento ha dovuto difendersi. A coloro che li accusano di essere finanziati dalla CIA e dal KGB gli esclusi dal compromesso storico rispondono: "il nostro complotto è la nostra intelligenza, il vostro è quello che serve ad utilizzare il nostro movimento di rivolta per avviare l'escalation del terrore". Bisogna ricordare che:

- trecento militanti, tra i quali numerosi operai, sono attualmente in carcere in Italia;
- i loro difensori sono sistematicamente perseguitati: arresto degli avvocati Cappelli, Senese, Spazzali e di altri nove militanti del Soccorso Rosso, forme di repressione queste che si ispirano ai metodi utilizzati in Germania;
- criminalizzazione dei professori e degli studenti dell'Istituto di Scienze Politiche di Padova di cui dodici sono stati accusati di "associazione sovversiva": Guido Bianchini, Luciano Ferrari Bravo, Antonio Negri, ecc.;
- perquisizioni nelle case editrici: Area, Erba Voglio, Bertani, con l'arresto di quest' ultimo editore. Fatto senza precedenti: la raccolta delle prove viene tratta da un libro sul movimento di Bologna. Perquisizione delle abitazioni degli scrittori Nanni Balestrini ed Elvio Facchinelli. Arresto di Angelo Pasquini redattore della rivista letteraria ZUT;
- chiusura dell'emittente Radio Alice di Bologna e sequestro del materiale, arresto di dodici redattori di Radio Alice;
- campagna di stampa tendente a identificare la lotta del movimento e le sue espressioni culturali come un complotto; incitare lo Stato ad organizzare una vera e propria "caccia alle streghe".

I sottoscritti esigono la liberazione immediata di tutti i militanti arrestati, la fine della persecuzione e della campagna di diffamazione contro il movimento e la sua attività culturale, proclamando la loro solidarietà con tutti i dissidenti attualmente sotto inchiesta.

J.P. Sartre, M Foucault, F. Guattari, G. Deleuze, R. Barthes, F. Vahl, P. Sollers, D. Roche, P. Gavi, M.A. Macciocchi, C. Guillerme e altri.

5 luglio 1977

scritto da millepiani il 16:43 | Comments (0)

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Fantasia


lettere
"La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà".
Lettere di Roma, Primavera 1977

Venerdì 23 febbraio 2007, Roma, 16:03
"Il compagno Franco Turigliatto ha causato un vulnus non rimarginabile. C'è un'estraneità, una incompatibilità con la comunità politica di Rifondazione comunista". La direzione del Prc ha approvato, con un voto e contrario e due astenuti, l'ordine del giorno che deferisce al Collegio nazionale di garanzia il senatore che "si è assunto la pesante responsabilità di non partecipare al voto" a Palazzo Madama sulla politica estera, determinando la crisi del governo Prodi e "una gravissima lesione dell'immagine del partito", con la conseguente "pesante campagna che ha messo in discussione la serietà delle decisioni del partito e la sua capacità di essere conseguente agli impegni presi". La sanzione richiesta è quella dell'allontanamento dal partito.
La Direzione Prc approva.

scritto da millepiani il 16:30 | Comments (0)

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Le miserie di una colonia e la fine del socialismo bertinottiano: uno sguardo da sinistra

Quando, più di cinque anni fa, scoppiò la guerra in Afghanistan, la sinistra si rese riconoscibile nella sua opposizione. Era l’epoca delle bandiere arcobaleno appese alle finestre, delle marce della pace che univano tutta la base di una sinistra che si voleva e tentava di pensarsi “nuova”. Superficiale, senza riferimenti “forti”, senza poderosi “metaracconti” le si è rimproverato. Tanto “allegra” e “infantile” da essere quasi inutile, si è pensato: sabbia nel vento. Pietro Ingrao, nella sua “nonnità”, pose a questa sinistra la questione nel novembre 2002, al Forum sociale europeo di Firenze. Non era la persona più indicata a farlo, ma lo fece: che ne è del “potere” per voi? Anni dopo Ingrao entrò, come al suo solito in ritardo, in Rifondazione, aderendo al progetto della Sinistra Europea.

Al di là del giudizio storico che se ne vorrà dare, nuova, ad ogni modo, quella “cosa” lo era. Era “di sinistra” ed era una “forza”. Una forza che aveva subito due colpi: la tremenda repressione di Genova e poi, a secco, gli attentati di New York e le sue “conseguenze”. In fondo, per chi vorrà scrivere tra qualche decennio, la storia, raccapricciante, di questo inizio secolo, sarà tutto sommato facile individuare in una “Grande Paura” e nella lotta contro questa “Grande Paura” i leitmotiven delle forze che si sono mosse nel campo politico di questi anni. La “sinistra” dei “movimenti”, dei “Forum Sociali”, questa sinistra balbettante e sconfitta d’inizio secolo, è riconoscibile in fondo da questa matrice: la lotta contro una “Grande paura”. A quanti proveranno a fare, e a parlare di, politica di “sinistra” nei prossimi anni – ad un livello “alto”, se sarà mai un giorno di nuovo possibile – possiamo, di questi anni appena trascorsi, consegnare solo il racconto di questa lotta. E il transito della speranza di una pratica democratica.
Ma prima che tutto ciò possa continuare a essere davvero rilevante, occorrerà passare tra le forze caudine del “ridicolo politico”: a meno di non restare, rispettosamente per noi, in silenzio.

Nella votazione del senato che ha segnato la caduta del governo Prodi sono in questione diverse rese dei conti: la prima, quella tra “riformisti” e “radicali”, si sarebbe probabilmente stemperata, se la maggioranza di centrosinistra fosse stata più ampia, nel giro di qualche anno, oppure sarebbe venuta alla luce in altri campi che non la “politica estera”. Probabilmente. Ma neanche la storia di questa buffa replica dell’italietta giolittiana è possibile farla con i se: caso ha voluto che la “destra” – nel cui ambito a mia memoria mai si è posta la “questione democratica” se non in modo ipocrita e interessato – facesse all’ultimo momento quella “porcata” di legge elettorale che, se non è riuscita a farla tornare al governo, quantomeno è riuscita, in una sola notte, a guastare la festa della “sinistra”. Complice quell’intelligenza, antodemocratica ma profonda, delle cose italiane che occorre riconoscere, al di là di tutto, a Silvio Berlusconi.

Una resa dei conti teorica e politica, inoltre, tutta interna alla “sinistra”, con cui si sperava di poter fare i conti a partire da posizioni di forza. La questione, adesso, è tutta interna al campo “radicale” o, per fugare possibili confusioni, al campo di Rifondazione. Chi l’ha vista nascere, chi l’ha creata e chi l’ha solo votata, convintamente, per opportunità o per rigetto. E’ la crisi di quello sbocco che l’evidenza di una impossibile “rifondazione del comunismo” aveva trovato nel socialismo parlamentare bertinottiano.

È difficile per chi ha fatto della lotta contro la guerra e il neoimperialismo poliziesco degli ultimi anni la ragione del proprio fare politica votare a favore di una mozione di governo, del proprio governo, che nelle linee generali tutto sommato prosegue questa politica. E’ difficile, avendo sulle spalle un intero vocabolario, e un’intera tradizione, che a questa politica si oppongono. Come si è detto “senza se e senza ma”. Ma se questa è la posta in gioco rivendicata dai senatori comunisti Turigliatto e Rossi per spiegare il mancato sostegno al governo sull’Afghanistan – ricordiamolo, la loro astensione è solo uno dei motivi della bocciatura – bisogna allora almeno interrogarci sullo statuto che la “rappresentanza” ha avuto e avrà d’ora in poi a sinistra.

Perché se è vero che i due avevano tutto il diritto e tutto il dovere di rispondere ad un mandato da loro interpretato secondo una rigida logica categorico-consiglista, d’altra parte tale mandato era stato reso operativo solo dal loro inserimento nelle liste di partiti, Rifondazione e il PdCi, che avevano stretto in quanto “comunità” di partito – il comunicato del segretario Giordano è inequivocabile a questo proposito – un’alleanza di governo con altre forze. Partiti che, nel loro insieme, possiedono un mandato di “rappresentanza” ben più ampio di quello rivendicato dai due singoli parlamentari. Il carattere peculiare del loro “mandato” è contestato alla radice dalla loro preventiva accettazione di un’altra logica di rappresentanza. Detto altrimenti, e rovesciando la frittata: la (grave) responsabilità di Rifondazione, e del suo gruppo dirigente, in questo episodio, decisivo, della sua storia dopo la nascita e la scissione del ’98, sta nell’aver transitato all’interno di una certa logica di rappresentanza, un’altra logica. Entrambe democratiche, entrambe appartenenti alla tradizione del comunismo e della “sinistra” del ‘900, ma del tutto incompatibili tra loro nella forma di democrazia parlamentare creatasi oggi in Italia e alla cui guida Rifondazione – tutta Rifondazione – ha deciso di porsi.
Una incompatibilità tra due logiche della rappresentanza che investe naturalmente il cuore delle forme democratiche occidentali di questo inizio secolo ma che, è evidente, si pone oggi in modo radicale solo a sinistra, lì dove evidentemente le due istanze di “rappresentanza” si fronteggiano irriducibilmente negli stessi soggetti.

In che modo l’istituto parlamentare, anche di “maggioranza governativa” può rappresentare forze sociali la cui autonomia risulta irriducibile al “mandato” di “governo”? Un passo oltre: tra le due istanze di rappresentanza, quella di partito, di “coalizione” da un lato e quella “ad personam”, “categorica”, soggettiva, dall’altro, quale delle due la “sinistra” privilegierà da questo momento in poi? La questione, vecchia, è tutt’altro che datata, mi sembra, visto che nella sua voragine si trova ad affondare impietosamente lo stesso equilibrio – per qualcuno un puro “gioco di prestigio” – tentato dal socialismo bertinottiano.
D’altra parte, figure che hanno negli ultimi venti anni rappresentato, anche a costo di muoversi contro le logiche della “rappresentanza parlamentare”, una strenua opposizione contro una certa politica “di continuità” garantita dal conservatismo “governativo” di qualunque parte (la logica dell’Alleanza Atlantica rientrava, almeno fino a qualche anno fa, all’interno di questo “continuismo”) hanno deciso di sottostare ieri al vincolo partitico-parlamentare (non è il caso di Grassi, per intenderci, la cui logica di “contrasto ma nella fedeltà al partito” ci è sempre apparsa alquanto fumosa e interna a un gioco delle parti, ma certamente di una Menapace, di un Bulgarelli, e persino di un Russo Spena).
Ora, se a nostro avviso una visione matura dell’evento parlamentare in corso non avrebbe consentito altro che una votazione come quella espressa dalla “comunità di partito” di Rifondazione, proprio in virtù della preventiva accettazione della logica entro cui quell’evento era maturato – in questo senso Turigliatto e Rossi non possono che essere definiti altrimenti che come due imbecilli politici – d’altra parte il modo in cui esso ha portato alla conclusione che sappiamo mette radicalmente in discussione la logica in cui la politica di Rifondazione si è mossa in questi ultimi anni (precisamente: a partire dalla sconfitta al referemdum sull’estensione dell’articolo 18). Gli eventi che seguiranno la caduta del governo Prodi costringeranno il gruppo dirigente di Rifondazione a fare i conti con alcune delle questioni sulle quali si è nel passato sorvolato troppo facilmente. Le spinte, interne ed esterne, saranno tali da costringere il partito ad un atteggiamento di attendismo vincolato che non siamo così certi l’attuale gruppo dirigente sappia interpretare.
In questo contesto, l’espulsione, in ritardo, del puro e duro Turigliatto, bandiera rossa in mano, vuol dire davvero poco. Un po’ come gettare nell’immondizia la buccia su cui si è scivolati, senza pensare alle ossa rotte.

Ora, sapevamo tutti che quanto è accaduto ieri al senato non avrebbe tardato molto. Che un paio di voti di maggioranza, tutto sommato, non dessero alcuna prospettiva di lungo termine, lo si era detto subito. Il governo si è scontrato con la propria debolezza, connaturata sin dalla sua nascita. Certo è che però questa fine, brusca e inaspettata per come è avvenuta, lascia difficili margini alla ricomposizione del precario equilibrio precedente e consegna il Paese, e la sinistra di questo Paese, a una fase “resocontista” che, nelle peggiori previsioni, non pensavamo così vicina.

La posizione di Rifondazione appare improvvisamente svuotata di senso. Tutto quello che può fare in questo momento, e che infatti si premura a fare, è evitare un ritorno alle urne che oltre a riconsegnare prevedibilmente il Paese alle destre, si trasformerebbe in una débacle del partito, marchiato dai centristi dal “peccato” di non aver saputo fare rispettare il vincolo di coalizione, oltre che nel seppellimento, senza se e senza ma, del progetto bertinottiano dei “movimenti al governo”. Ma rimanere al governo per Rifondazione significherà a questo punto rimanere inchiodata ad un sostegno ora più che mai incondizionato a politiche, sia estere sia, prevedibilmente, interne, sempre più spostate verso destra, soprattutto nel caso di uno spostamento verso l’UdC – o verso quel Lombardo che in Sicilia appoggia Totò Cuffaro - dell’asse governativo. Il vicolo è cieco.
Sarebbe una nemesi storica, se in fondo non stessimo parlando d’altro che di un circo. Il partito che ha fatto della sfida della “democrazia partecipata” il proprio punto d’onore nella partecipazione al governo – e addirittura nell’insediamento alla presidenza di una delle sue camere (ripensiamo al discorso di insediamento di Bertinotti) – sarebbe proprio quello che più si opporrebbe ad un ritorno all’evento più partecipativo della democrazia: il voto. E lo farebbe poi in nome di una ricomposizione “democratica” di una maggioranza, di una qualsiasi, all’interno del Palazzo, delle istituzioni, nel segno del peggiore laissez-faire democristiano.

Certo, tutto questo è ridicolo. O così appare. In realtà, nella votazione del Senato troppi sono stati gli imprevisti, le repentine accelerazioni, i cambiamenti notturni di casacca, per non pensare che lo spazio per qualche giochetto, in fondo, può anche esserci stato. Non siamo partigiani delle dietrologie, beninteso: diciamo piuttosto che debolezza, imbecillità e gioco politico si sono ben combinati, ieri, in una certa direzione. D’Alema ha certo pressato per inchiodare alla sua politica estera tutta la maggioranza: nell’alternativa tra il tentativo di forzare la mano, in un senso o nell’altro, si gioca anche l’opposizione, connaturata al personaggio, tra la sua responsabilità e la sua irresponsabilità. Tra la sua cattiva e la sua buonafede. Dai suoi ottantotto anni Andreotti, come probabilmente il trotskjsta e il suo compagno, ha riferito di non aver pansato che il governo sarebbe caduto. Tutto il potere alla fantasia o, anche qui, calcolo politico? E l’arrivo improvviso di Pininfarina, scortato da Fassino e poi prigioniero nei banchi di Forza Italia? E la febbre di Scalfaro? Irresponsabilità o calcolo politico? L’uno e l’altro, probabilmente: protagonista, e questa volta nel vero senso del termine, una politica che più geriatrica di così davvero non potrebbe essere.
L’unica prospettiva per vedere il paesaggio un po’ meno ridicolo di quanto in realtà non sia è guardare a chi oggi sorride della caduta di un governo che, così come è stato immaginato durante la frenetica redazione del “programmone” non sarà mai più possibile: l’amministrazione Usa, Confindustria, il Vaticano, i sostenitori del Grande Centro come unica forma di governo possibile per questa misera colonia parlamentare.

Perché nell’assurda combinazioni di fattori che hanno portato alla caduta del governo Prodi e, da questo momento in poi, alla recita a soggetto di una sinistra parlamentare prigioniera di se stessa, si ha davvero la conferma di quanto l’Italia oggi sia colonia. Di quanto sia in fondo imprigionata innanzitutto dal proprio stesso “pensiero coloniale” che rende inevitabilmente ristretti i margini riformatori di un suo qualunque governo parlamentare da piccola potenza regionale europea.
“Tu si ‘na colonia, ‘o vvuò capì, una colonia...” faceva dire De Crescenzo al suo Bellavista. Un cane al guinzaglio. Se si decide di sfruttare la rappresentanza parlamentare per accedere al governo di un simile Paese, e per modificare “dal di dentro” le condizioni del suo reale assoggettamento (e possiamo pure condividerla questa posizione, foucaultianamente, non dimenticando però che negli anni ’60 simile è stata sostanzialmente quella del Partito socialista di Pietro Nenni) occorre avere ben in mente quali sono gli spazi di movimento. E che, se si vogliono mutare attraverso l’intervento parlamentare, occorre saperlo fare, con grande intelligenza e comprensione del campo di forze in cui ci si muove.

E’ quanto, ipocritamente oltre che stupidamente, i due parlamentari eletti Turigliatto e Rossi, replicando in forma di farsa “testimoniale” una pratica, che era di un intero partito, “di lotta e di governo”, non hanno voluto o potuto capire. Ne hanno approfittato quanti volevano chiudere questo breve tentativo “entrista” delle forze di sinistra.
Rifondazione, o quel che ne resta, i suoi attuali parlamentari innanzitutto, la pagheranno cara. I ristretti margini entro cui saranno costretti a muoversi, comunque vadano le cose, porterà ad una sua, forse già prevista dal presidente della Camera, implosione. Certamente ad una resa dei conti ultimativa delle sue interne contraddizioni.
Il progetto equilibrista dell’ultimo tentativo, novecentesco, di una “rifondazione” del comunismo si conclude insomma così, impietosamente e dolorosamente.

Prendiamo atto che sulle sue macerie si apre da oggi una nuova storia, a sinistra.

scritto da gianfranco il 05:47 | Comments (4)

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Ars nova


Al genio musicale di Guillaume de Machaut (1330-1377)
"Le accuse sono in sostanza le stesse che i conservatori d’ogni epoca hanno sempre rivolto ai movimenti originali dell’arte: esagerazione, complicazione frenetica, mancanza di natururalezza, partito preso di originalità e via dicendo. [...] Come si vede, nulla v’è di nuovo sotto le stelle, e gli artisti che oggi si vedono attaccati in nome della tradizione, possono confortarsi pensando che artisti di seicento anni or sono subivano la stessa sorte, e questo non ha loro impedito di diventare, più che classici, dei preistorici pezzi da museo."
da Massimo Mila, Breve storia della musica, a proposito del passaggio dall’ars antiqua all’ars nova durante il XIV secolo.
scritto da millepiani il 00:00 | Comments (0)

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05.02.07

Dove cadono le macerie dell'11 settembre del calcio italiano - di mcsilvan

Da Senza Soste - Periodico livornese di (contro)informazione, posto un lunghissimo intervento di mcsilvan, che offre un approccio del tutto opposto a quello di Gianfranco, e su cui, secondo me, bisognerebbe molto riflettere. (consiglio, per chi può, di stamparlo).

Chiunque ricordi i più recenti fatti riguardanti gli episodi di turbativa dell'ordine pubblico provenienti dal mondo del calcio dagli incidenti di Avellino del 2003, provocati dalla reazione alla morte di un giovane napoletano, non può non rimanere impressionato da alcuni caratteri di guerriglia urbana presenti in questi fenomeni. Aggressioni di massa alle forze dell'ordine, blocchi stradali, ferroviari, navali, c0rtei notturni con incidenti programmati e questo per parlare solamente degli episodi di rilievo che da Avellino a Catania, passando per Firenze o Genova o Messina, sono circolati impetuosamente sui circuiti delle notizie.

E si tratta di episodi che non hanno riguardato solamente l'area dello stadio, come a Catania ed Avellino, ma si sono diffusi esportando disordini su diversi canali del territorio urbano. Questo fenomeno, legato sia a dinamiche conflittuali tra gruppi, quando esplode allo stadio, che, negli altri casi, alla necessità di far valere il peso simbolico della tifoseria in vicende amministrative e disciplinari della squadra, ha caratteri permanenti. Nel senso che ha fasi culminanti, spettacolari e visibili il cui ritorno nel cono d'ombra prefigura una riemersione: magari con nuovi attori, organizzati diversamente o attorno ad un simbolico nuovo o con altre pratiche ma sempre con la caratteristica della convergenza tra gruppi che trovano un momento fusionale nella rottura dell'ordine pubblico. Se si guarda con occhio storiografico a queste vicende si vede, a partire dal ritrovamento di una bomba allo stadio di Verona nel '77 e alla morte di Vincenzo Paparelli nel '79, che fasi culminanti e coni d'ombra hanno di fatto costituito questa trentennale continuità nella produzione di continui momenti di rottura, anche spettacolare, delle dinamiche di ordine pubblico.

E' un qualcosa al quale si può applicare grosso modo lo schema lotte/ristrutturazione/ lotte che la storiografia operaista applicava sul proprio oggetto di studio: a un periodo di rottura delle dinamiche dell'ordine pubblico corrisponde uno di ristrutturazione sociale e normativa che sfocia in un nuovo periodo di rottura. In questo senso finchè lo schema tiene, e fino ad adesso ha tenuto, possiamo parlare di un fenomeno permanente.
Non si deve però avere un'idea del fenomeno come quella di uno sciame che cresce, nonostante le ristrutturazioni, magari fino al collasso di un mondo come avviene per il pulviscolo di alieni in Ghost of Mars di Carpenter. Rispetto alla lunga storia di incidenti legati al mondo del calcio dell'epoca industriale la rottura dell'ordine pubblico nelle nostre società post-industriali del continente avviene su un terreno urbanisticamente contenuto, perimetrato ed in episodi quantitativamente più ridotti nel numero di persone coinvolte e nella tipologia di gravità degli episodi. Con la differenza che la spettacolarizzazione del gesto della rottura dell'ordine pubblico tramite la pluralità di piani mediali pone questi episodi non tanto al centro dell'immaginario delle tifoserie ma di quello del cervello sociale.
Queste affermazioni potranno risuonare strane a chi si trova investito da sequenze di piani immagine riguardanti gli scontri come quelli di Catania, montate con un commento ansiogeno o partecipativo del lutto di chi è rimasto vittima degli incidenti: l'impressione che se ne ricava è che la "violenza" sia dappertutto. Ma tra le modalità di diffusione degli incidenti provocati da tifoserie nell'epoca industriale e quelle del post-industriale la differenza è enorme: nel primo caso sul piano urbanistico veniva investito fisicamente il territorio anche nella sua interezza e in una parte significativa della sua popolazione, nel secondo ad essere investiti sono, anche in caso di incidenti al di fuori dello stadio, settori "specializzati" di popolazione e operatori professionali dell'ordine pubblico, in canali in qualche modo dedicati a queste pratiche in un territorio perimetrato, compartimentato dalle varie funzioni d'uso sociale o da pratiche di controllo. Il rimando ai circuiti delle immagini nel momento degli incidenti è sia l'altra grande differenza rispetto all'epoca industriale che l'aspetto profondamente delegittimatorio del sistema sociale attraverso il quale circolano queste immagini. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale gli incidenti tra tifoserie dell'epoca industriale che potevano investire, agli albori del '900, intere città ma non l'immaginario di una nazione. Oggi investono, oltre allo stadio, zone "dedicate" del tessuto urbano ma, grazie alla produzione di immagini su una molteplicità di canali ad impatto capillare, finiscono per circolare dritto nel cervello sociale. E questo avviene nel momento in cui la produzione di simbolico a causa questi eventi è quanto mai delegittimante per una società di controllo: là dove il consenso lo si ottiene tramite le politiche securitarie, la diffusione spettacolare dell'impotenza degli operatori dell'ordine pubblico diviene un problema che riguarda la stessa messa in crisi della legittimazione della forza dello stato che altri non è che la fonte in ultima istanza del giuridico e del politico.
Ecco quindi che gruppi di ultras impolitici, o di gruppi politicizzati in modo ideologicamente minoritario rispetto al corpo della società, finiscono per produrre eventi che mettono in discussione la legittimazione stessa degli apparati amministrativi e istituzionali proprio perché oggi questa si dà prevalentemente in quanto capacità di erogazione di "sicurezza" e non di diritti o di servizi sociali.
In questo contesto gli gli stadi, in quanto zone di produzione di grandi eventi nelle quali convergono quote significative di popolazione, sono zone di massimo controllo e di diffusa elusione del controllo, zone dove si cerca di esercitare le tecnologie della pacificazione e dove si pratica un livello di scontro. E non deve neanche deve stupire il fatto che l'ottica del potere, che oggi si concretizza nelle tecnologie televisive sia a circuito chiuso (per l'esercizio di pratiche di polizia) che in chiaro o criptato (per la riproduzione delle pratiche mediali di legittimazione) si focalizzi su dettagli microfisici o insignificanti. Quando sulle prime pagine dei giornali e nelle edizioni dei tg finiscono per essere rappresentate come un pericolo anche isolate scritte sui muri, e provenienti da città medio-piccole, riguardanti le vicende di Catania significa che l'ottica del potere si fa microfisica ben oltre la mera necessità del controllo: perché quando un potere non è più in grado di erogare diritti e servizi ma solo "sicurezza" non resta che l'ossessione della vigilanza ben oltre il suo concreto significato.
Stiamo parlando quindi di un contesto dove convergono anche convulsamente le necessità di rappresentazione degli incidenti sui circuiti mediali, gli effetti della messa in discussione simbolica della forza legittimante dello stato, e le esigenze di espansione dell'ottica del potere fino all'inutilmente microfisico. Sono tutti fenomeni che egualmente appartengono alle dinamiche di comportamento dei poteri amministrativi e statuali, quando non dello stato come soggetto politico, di fronte alle dinamiche di rottura dell'ordine pubblico negli stadi o grazie alle tifoserie. L'ansia da parte dello stato nell'erogazione, quasi sempre solo simbolica, di "sicurezza" fa parte sia delle risposte istituzionali a questi fenomeni che dei tentativi di sostituzione di una politica dei diritti e dei servizi di fatto inerogabile in una società neoliberista.
Viene inoltre da dire che se qualcuno in queste dinamiche da stadio di rottura dell'ordine pubblico, vi cerca le banlieue italiane le trova. Le trova sicuramente sul piano della morfologia sociale, ogni periferia è la spina dorsale di una curva in una città italiana, e su un piano della capacità di attrarre nelle proprie pratiche ampi strati "centristi" della società cosa che alla banlieue francese non riesce più di tanto in quanto perimetrata fisicamente nella struttura delle città. Quello che diversifica le dinamiche da stadio italiane dalla banlieue francese è l'armamentario culturale: innestato nella società dei consumi o spoliticizzato, o politicizzato prevalentemente dentro un vuoto simbolico di destra, quello italiano e pienamente immerso nelle dinamiche della autoproduzione delle culture musicali quello francese. In questo modo la stessa contrapposizione italiana tra periferie e istituzioni, che si gioca negli scontri sul piano concreto come su quello simbolico, non ha la forza di farsi riconoscere né la qualità necessaria per essere ancora effettivamente riconosciuta come tale. Per quando si giochi concretamente la contrapposizione con la polizia, che è ben più di una "banda" sul territorio rappresentando simbolicamente lo stato, per quanto sia evidente l'uso della cultura dello spettacolo, nel caso italiano il calcio in quello francese la musica, come veicolo di un confronto che va oltre lo spettacolo nello specifico italiano i significati di questa contrapposizione con l'autorità non hanno ancora raggiunto quello possibile di "una generazione di esclusi contro il potere" come in Francia.
E questo avviene prima di tutto perché il livello di autoproduzione della cultura calcistica italiana, condizionata dai grandi stili di consumo, non è ancora paragonabile in termini di qualità, che genera intensità di comportamenti e riconoscimento dall'esterno, con la scena musicale francese.
Ma ci sono anche altri due fenomeni che spiegano lo specifico culturale delle curve e introducono al rischio che queste vicende della rottura dell'ordine pubblico da stadio rimangano entro dinamiche esclusivamente repressive con una profonda ricaduta sull'intera società. Questi due fenomeni sono la pluridecennale spoliticizzazione e riduzione ad enclave di consumo delle periferie italiane, quelle complessive non solo quelle da stadio, e il netto spostamento della sinistra italiana verso il linguaggio, i temi culturali e politici dei ceti medi e medio-alti "civilizzati". Le profonde mutazioni del politico in Italia, proprio a partire dall'avvento della società post-industriale, hanno talmente allontanato la sinistra, di tutti i generi, dalle periferie che se questa decidesse di penetrarci di nuovo avrebbe di fronte a sé un lavoro politico di mappatura, di acquisizione dei linguaggi, di metabolizzazione dei comportamenti che non potrebbe dare frutti che nel prossimo trentennio. In questo modo pur producendo fenomeni di scontro che riguardano la sfera politica, sul piano della delegittimazione simbolica dello stato, le periferie non solo non sono neanche in grado di capire effettivamente cosa stiano facendo mentre la sinistra, di ogni genere, temendo di perdere contatto con i ceti medi e medio-alti impauriti dal comportamento delle periferie si mantiene ben lontana dal delegittimare le pratiche securitarie.
Insomma, in vicende come quella di Catania si riflette la deriva delle periferie italiane: impoverite economicamente e cognitivamente, lontane da un linguaggio collettivo, anche nello scontro simbolico con lo stato che avviene su terreni generati dallo spettacolo, abbandonate dalla stessa sinistra che ha altri livelli strategici di rappresentanza, l'opinione pubblica come sostituzione del radicamento sociale in epoca mediale, si ritrovano avvolte da dinamiche sempre più securitarie e tecnologiche nel silenzio e nella mancanza di concettualizzazione di questo problema da parte delle sinistre. Il problema sta tutto nel fatto che la società di controllo, il disciplinamento e la privazione tecnologica delle libertà complessive sul piano universale della norma, alimenta la propria presa sull'intera morfologia sociale proprio a partire da scontri simbolici, e mediatici, come quelli aperti a Catania. E che quindi la sinistra non è attualmente in grado, proprio perché segue le evoluzioni di una opinione pubblica impaurita dall'ossessione dalla "sicurezza" prodotta da un piano mediale che oltretutto non governa, di produrre efficaci anticorpi e zone di resistenza all'evoluzione della società di controllo.
Eppure se la vicenda del poliziotto ucciso a Catania è una sorta di 11 settembre del calcio italiano, di un crollo improvviso di un'architettura dell'organizzazione dello spettacolo e del rapporto sociale, la tifoseria del Catania rappresenta è una sorta di Al-Qaeda. Non tanto in una qualche fantascientifica idea di sfida allo stato intrapresa da qualche tifoseria. Ma in quello che vuole la tifoseria catanese in un rapporto contrattuale e di cooperazione con istituzioni e ceti politici del suo territorio. Insomma la tifoseria catanese sarebbe, in questo senso, una sorta di Al-Qaeda sfuggita di mano agli stessi referenti politici ed istituzionali che comunque o l'anno coltivata o ne hanno riconosciuta la presenza. Lontana dall'idea dell'essere una scheggia impazzita del mondo giovanile aliena dal territorio e dal rapporto con partiti ed istituzioni la tifoseria catanese, e su questo facciamo fede a numerose fonti empiriche anche di tipo scientifico, sarebbe piuttosto un elemento regolatore dei rapporti di potere in quella città e sul territorio sfuggito nel giorno del derby allo stesso ambiente di regolazione.
Allo stesso tempo non è da sottovalutare il clima politico, e l'idea che il ceto politico ha della società in questo contesto. Le affermazioni del presidente del consiglio sul "paese impazzito", in quanto refrattario alla ristrutturazione finanziaria, non possono non trovare uno sbocco sul piano delle politiche sociali. E lo sbocco lo trovano nella animalizzazione di alcuni settori di società, praticata nella rappresentazione mediale, alla quale corrisponde l'erogazione di pratiche e di normative d'emergenza.
E si tratta di politiche di emergenza che quanto più provengono da settori amministrativi e politici in crisi, la federcalcio commissariata e il governo sul filo del consenso, tanto più cercano di mostrarsi radicali come strumento di risoluzione della crisi delle istituzioni che le promuovono.
Al momento i tentativi di promozione di politiche di emergenza, che finiscono per valere sul piano normativo e delle politiche concrete su tutta la società, si appoggiano molto sul mito inglese. Sull'idea cioè che una profonda ristrutturazione urbanistica degli stadi e un pacchetto di leggi d'emergenza finisca per stroncare il fenomeno. A parte il rischio per la vita di tutti di una impetuosa crescita delle tecnologie e delle normative di controllo, il caso inglese è differente dall'attuale italiano. Le tifoserie britanniche hanno subito un processo di adattamento di pratiche nate durante l'epoca industriale poi scontratesi con i processi di ristrutturazione securitaria dell'Inghilterra post-industriale della Thatcher. L'Italia, anche per la differente organizzazione interna delle forze securitarie, sembra essere un caso differente molto di più di quanto la retorica sul caso inglese faccia pensare.

In una situazione come questa, ove si chieda che fare, la risposta non può che essere: neutralizzare le funzioni del controllo ovunque ci si trovi e cooperare per questo scopo e lavorare per intrecciare quel tessuto di anticorpi al controllo fatto di intreccio tra culture "alte" sul piano critico e culture underground. Si tratta di produrre dal piano linguistico a quello politico, ogni dispositivo simbolico che non permetta di funzionare ai dispositivi di potere e, soprattutto, alle loro evoluzioni tecnologiche. Chi sa guardare oltre l'apparenza dei fenomeni, senza cedere alle retoriche del dolore e a quelle dei barbari alle porte può intraprendere questa strada. Ne va delle garanzie reali alle nostre libertà collettive.

mcs

scritto da millepiani il 23:01 | Comments (2)

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22.01.07

Lia di Haramlik, Magdi Allam del Corriere: 7 domande

Poichè personalmente mi sono speso nello stigmatizzare il comportamento del giornalista del Corriere e ho espresso solidarietà a Lia di Haramlik, vorrei sintetizzare qui i punti focali che credo interessino tutti noi, indipendentemente dal merito della vicenda, che a questo punto non riguardano solo Lia di Haramlik, il suo ex-marito e l'uso che Magdi Allam ha fatto della vicenda, ma anche, ad esempio, Dacia Valent, che ha dato della situazione una versione radicalmente diversa da quella di Lia (anche se prima, nulla dicendo - forse, dal suo punto di vista, per amor di patria - la sua posizione era diversa).
Per quanto mi riguarda, le domande che mi sono posto sono state queste:

1) è stata divulgata una mail privata senza l'autorizzazione del mittente e del destinatario?
2) è autorizzata dalla legge italiana e dal codice deontologico la divulgazione a queste condizioni di un carteggio privato?
3) corrisponde ad interesse pubblico questa divulgazione?
4) ammesso che questo interesse pubblico fosse attestato dalla questione 'poligamia', attiene alla questione 'poligamia' il contenuto del carteggio pubblico divulgato?
5) rientra nei compiti dei giornalisti l'utilizzazione di carteggi privati per articoli che rientrano più nella sfera dell'editorialismo che in quella del giornalismo?
6) è corretta, costi quel che costi, l'utilizzazione di qualsiasi materiale - a spregio di qualsiasi garanzia che lo 'stato di diritto' garantisce ai privati cittadini - per ribadire le proprie convinzioni ideologiche, morali, giuridiche o altro, da parte di giornalisti che dovrebbero informare invece che in-formare l'opinione pubblica?
7) l'utilizzazione che ha fatto Magdi Allam della mail in questione, è intesa a informare l'opinione pubblica del problema 'poligamia' o funzionale ad un attacco diretto contro una parte precisa delle comunità islamiche italiane e a dare di essa una certa, precisa immagine? cioè: si tratta di giornalismo o di politica?

In questo senso, e solo in questo senso, questa vicenda tocca l'interesse generale di tutti noi, me per primo in quanto giornalista.
Quale sia stato il percorso attraverso cui si è giunti alla pubblicazione di questa mail, se ci siano stati tentativi di pubblicizzare il nome del leader dell'UCOII prima che Allam lo schiaffasse in prima pagina del Corriere, se i comportamenti dei soggetti in questione siano stati scorretti nel privato e in cerca di riconoscimento in pubblico, quali siano le forme e i rapporti precedenti e successivi tra i soggetti coinvolti, insomma: tutto quello che sta venendo fuori, tirato per i capelli, sputato e sputtanato in pubblico, sussurrato per telefono o che ne so io, ecco, tutto questo non sposta di una virgola le questioni che questa vicenda ha posto e che ho cercato di sintetizzare in 7 domande.

Dove l'intreccio tra il privato e il pubblico si fa torbido e dubbioso, dove i rapporti personali e amicali si ribaltano, nel giro di qualche giorno, in feroci attacchi, ripudi - questi sì - e disconoscimenti, dove alla messa in questione di un problema di diritti si sostituisce una resa dei conti senza misura e maniera, dove al sospetto si risponde con l'accusa, dove, insomma, più difficile sembra ricostruire il vero - forse impossibile -, mi sembrava opportuno, almeno per me, riportare le questioni al nocciolo che, più che i pochi, interessano i molti, noi tutti.
Non so se questo serva, ma su queste 7 domande (queste sono le mie, ce ne saranno altre certamente) e sulla forza di porle e sulla forza di rispondere passa la grande differenza tra una 'questione privata' messa in pubblico su un blog e su un giornale - e che resta di assoluta ed esclusiva pertinenza degli interessati - e le domande pubbliche che tutti noi possiamo e dobbiamo farci, per ciò che ci riguarda collettivamente.

Technorati : Corriere, Haramlik, Islam, Lia, Magdi Allam, deontologia, divorzio, giornalismo, poligamia

scritto da millepiani il 22:26 | Comments (2)

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22.12.06

P.G.W.

Silenzio.

E, poi, parola pubblica.

scritto da millepiani il 04:41 | Comments (0)

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16.12.06

La democrazia senza corpo e senza testa: sullo statuto contemporaneo della decapitazione. un finale

Per quanto riguarda la "decapitazione", non avendo più testa nè corpo, non saprei cosa aggiungere se non quello scritto qui.

scritto da millepiani il 00:29 | Comments (0)

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15.12.06

Aurelio Mancuso, Segretario nazionale Arcigay, abbandona i DS: la lettera

Caro Fassino,

con questa mia, per quanto ciò possa valere, ti informo che non rinnoverò la tessera ai Democratici di Sinistra.

E’ una decisione sofferta, assunta dopo 25 anni ininterrotti di iscrizione al più grande partito della sinistra italiana.

Le tue dichiarazioni sulle adozioni alle persone omosessuali, sono l’ultima offesa, di una lunga serie di atti formali, che non mi permettono più di essere iscritto ad un partito, che individua nel nostro vissuto un tema da cui rifuggire, mentre tutti i giorni le gerarchie cattoliche, i teo dem, la destra non perdono occasioni per alimentare un clima di odio e discriminazione, che è pagato direttamente, anche attraverso violenze fisiche e verbali, da milioni di cittadini e cittadine gay e lesbiche.

Proprio nel giorno in cui scopriamo, che il relatore della Finanziaria in Senato, è riuscito a cancellare dalla dicitura del nuovo Osservatorio contro le violenze "l’orientamento sessuale", il segretario dei DS si scaglia contro la genitorialità omosessuale, argomento fino ad oggi utilizzato dalla destra.

Come militante della sinistra italiana, ti esprimo la mia profonda delusione e la presa d’atto, che la classe dirigente dei DS non può comprendere cosa avviene concretamente nella società, perché non conosce, non approfondisce i temi, tratta questioni delicate con superficialità.

Infatti, se tu fossi stato più accorto ed informato, avresti saputo che esistono nel nostro paese diverse centinaia di migliaia di genitori omosessuali, e da tempo sono presenti anche famiglie omogenitoriali, soprattutto formate da due donne. Dal tenore delle tue dichiarazioni ("i bimbi non possono crescere con due persone dello stesso sesso") si evince che la prossima frontiera sarà quella di predisporre una legge che tolga alle madri lesbiche la potestà dei propri figli, per affidarli alle amorevoli cure di famiglie eterosessuali, possibilmente sposate in chiesa!

Se lo sguardo si volge fuori dallo spazio nazionale, il baratro tra le politiche messe in campo dai partiti del socialismo europeo e le posizioni tue e di altri leader dei DS è per ora non colmabile: prendete la parola per marcare lontananze, per evocare recinti etici, per mettere in guardia rispetto ai processi reali della società moderna. Per questo stai zitto quando i nostri fratelli e sorelle sono violentati, picchiati, derisi. Per questo pensi che il tema del riconoscimento della dignità lgbt sia una concessione "difficile" e, non la logica concretizzazione dei valori della sinistra. Rassicuri tutti i giorni la gerarchia cattolica perché entrambi condividete l’idea che esista un primato morale da rispettare, che invece la sinistra ha combattuto e che grazie ai movimenti delle donne, dei diritti civili, ha dovuto lasciare il passo all’autodeterminazione delle persone, alle libertà democratiche.

Naturalmente nei Democratici di Sinistra, si impegnano donne e uomini, che quotidianamente sono al nostro fianco, che negli anni hanno dimostrato concretamente la propria vicinanza, ma tu hai deciso di non rappresentarli e di scegliere il campo del confessionalismo progressista.

Avevo riposto, dopo Pesaro, molta fiducia nei tuoi confronti, conoscevo la tua serietà e determinazione. Negli ultimi tempi, forse a causa del fatto che il progetto del Partito Democratico prevede un mutamento genetico della sinistra riformista di cui sei il massimo rappresentante, le tue promesse sui Pacs, sulle norme anti discriminatorie, sul riconoscimento della cittadinanza gay e lesbica, sulla salvaguardia della laicità, si sono perse e con loro la fiducia di tanti e tante di noi.

E’ bene, quindi, segnare una marcata distanza tra il mio impegno personale dentro il movimento lgbt e un partito che sembra aver smarrito il senso dell’umanità e del socialismo democratico.

Aurelio Mancuso

(Segretario nazionale Arcigay)


Milano 15 dicembre 2006

scritto da millepiani il 16:59 | Comments (0)

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11.11.06

Era molto tempo....: la fiaccola dell'an-archia

Che ci sia la necessità di una rilettura dell'an-archia, nelle sue punte più radicali e più vere, è una necessità che si pone di fronte lo statuto della comunità e dell'individuo faccia alla dinamica della globalizzazione.
Per dirla semplicemente, e di fretta, l'an-archia è l'unica esperienza internazionalista e individualista che 'pensa', insieme, comunità e individualità, è l'unica esperienza che, in tutte le maniere, si è opposta alla declinazione terzinternazinalista del movimento comunista, dicendosi altra, ed è l'unica esperienza, filosoficamente e politicamente parlando, che ha, nei testi della sua tradizione, da un lato la forza di opporsi ad una deriva individuale, e, dall'altra, ad una deriva comunitaria. Tutta la tradizione politica e testuale dell'an-archia mostra questa duplice forza.
Da circa 15 anni lavoro a questo 'fuoco politico'. Nessuno degli 'an-archici', storicamente detti e storicamente identificabili, osserva questa potenza che si smarca, da un lato, dal crollo del comunismo, e, dall'altro, da una falsa rivendicazione dell'individialismo, senza rivendicare una 'terza via'.
L'an-archia, pur io non essendo an-archico, è l'unico dispositivo teorico-politico che sia uscito intatto, a sinistra, sia dalla crisi dal comunismo terzinternazionalista, dalla sua crisi e dal suo spappolamento, come dall'imposizione liberale del paradigma individuale.
L'an-archia le pensa entrambe: essa pensa la fuoriuscita dallo Stato 'padre e madre' del novecento, le sue declinazioni comuniste, e, insieme, è, politicamente, l'unica esperienza che mette in primo piano la forza del gesto - oggi direi 'teorico' - individuale. Oggi, davvero, lo chiamerei 'politico'.
Rileggere i classici dell'an-archia, oggi, offre la possibilità di pensare 'Stato' ed 'individuo' nell'epoca della globalizzazione; quello che i classici del pensiero comunista non sanno pensare, salvo, forse, Gramsci.
Poichè tenere insieme lo svuotamento della potenza dello Stato - quello svuotamento proprio della globalizzazione - e la forza che l'an-archia mette sul gesto individuale, apre uno spazio enorme di riflessione che nessuno dei teorici e dei politici del '900 comunista ha, davvero, visto.
Politicamente - esaurita l'indicazione, l'incidenza politica di quasi tutti i classici della terza internazionale - il cuore del processo politico che abbiamo davanti pone il problema dell'incrocio tra bio-grafia individuale ed esperienze collettive.
Come pensarlo?
La flessione socialdemocratica di questa inclinazione - quell'inclinazione che crede di moderare i conflitti attraverso un incrocio gestibile tra difesa dei diritti individuali, necessità internazionali d'incidenza e ristrutturazione del bilancio dello Stato, oltre che di flebile difesa dello stato sociale - oggi, questo incrocio, non funziona più: questa flessione - questa ipocrisia - è più nuda del re nudo. Perchè? L'impotenza della socialdemocrazia del novecento si è mostrata nel suo schiacciamento - dopo la crisi e la fine delle esperienze statuali comuniste - sulla logica contabilizzante dei grandi istituti internazionali del capitale.
Nominiamo: i socialisti non hanno fatto i socialisti - rispetto la tradizione che il novecento aveva fatto finto di assegnarli. Già per quanto riguardava la prima guerra mondiale, la potenza dell'analisi socialista non era riuscita - internazionalmente - a stabilire una posizione unitaria.
Ancor di più oggi: la tradizione socialista di incidenza sulle condizioni dei lavoratori è svuotata. Non esiste, oggi, un partito socialista, in nessuna parte del mondo, che possa confrontarsi con le condizioni di internazionalizzazione, globalizzazione, finanziarizzazione delle forme di produzione e delle forme di astrazione della finanza internazionale. Il 'socialismo' esiste, se esiste, come difesa di diritti garantiti dei lavoratori dell'Occidente; e, dunque, il socialismo è morto.
Perchè, se il socialismo, oggi, ancora esiste, pensa e difende le condizioni di lavoro dei lavoratori dell'occidente; e non pensa le condizioni generali del 'lavoro'.
Che banalità....
Mentre il socialismo, nel suo sforzo massimo dopo la caduta del muro di Berlino, pensa l'Occidente, l'an-archia, per suo statuto teorico e storico, per quello che hanno scritto i suoi teorici, e per quello che, oggi, politicamente, è uno spettro di analisi, costituisce, almeno ai miei occhi, l'unico, vero fronte possibile di riflessione.
Si tratta, nello stesso tempo, di un fronte di riflessione che traversa lo statuto degli 'stati nazionali' e, insieme, lo statuto, il dispositivo dell'economia internazionale. Essa offre - sfido! - tali e tanti strumenti di analisi non usurati da, pietosamente e pazientamente, andare a rileggere.....

Portare a compimento la tradizione e l'eredità del novecento teorico e storico domanda scelte forti e lucidità. Domanda la forza di spazzare via ciò che non serve, non serve più - il comunismo -, ciò che fa finta di servire - il socialismo nella declinazione post-berlinese -, il liberalismo come ideologia che vince.
Si sceglie.

La filosofia politica non è la serva del tempo, nè della storia.
Ogni filosofia politica che pensa il tempo che avviene, sceglie.
Non è l'an-archia la filosofia del tempo che viene. A volte essa ddi vuole dire 'insubordinata'.
Dopo 15 anni di lavoro, mi permetto di dire che, se un transito lo si deve pensare, questo è il transito che io penso.

Io lo statuto del politico lo so pensare da qui.
Ditemi voi da dove lo pensate, se ci riuscite altrimenti.

scritto da millepiani il 16:45 | Comments (1)

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06.10.06

Partito democratico e Sinistra europea: un'analisi (2) - le belle speranze

In maniera violenta, bisogna - a colpi d'ascia - mortificare le belle speranze che risiedono nella sinistra non riformista italiana. Non solo il bacino elettorale del PCDI si esaurirà nell'arco di un decennio, ma la stessa sopravvivenza di Rifondazione è legata ad una trasformazione del suo costitutivo 'senso d'esistere'. Rifondazione ha rappresentato il bacino di recupero dei fuoriusciti dal PDS. In questa parabola, all'interno del PRC si sono consumate scissioni, avvicendamenti,avvicinamenti ed entrismi di sapore terz'internazionalista.

Questa parabola è conclusa. Non solo la feccia politica, che viveva in termini parassitari all'interno delle sue strutture, ma le stesse identità conflittuali più serie, non hanno più una prospettiva politica seria e praticabile. Parlo dei 200 trotckijsti di 'bandiera rossa' - adesso 'Sinistra critica' - e del gruppo dell'Ernesto. Il resto non mi interessa. Queste due componenti, che hanno scelto di farsi eleggere e rappresentare in parlamento dalla maggioranza bertinottiana, e che sono serviti da stampalle nei vari passaggi congressuali, sono completamente svuotate. Il 'bertinottismo', che hanno appoggiato secondo la logica del 'pendolo del centrismo berlingueriano', le ha esaurite, come le ha esaurite la violenta lezione della realtà. Li sfido a dimostrami una prospettiva politica praticabile.

E dunque: nei prossimi due-tre anni assisteremo ad una fuoriuscita dei gruppi più organizzati - la Quarta Internazionale - e ad una silenziosa morte per riassorbimento dei soggetti, importanti ma senza strategia, come l'Ernesto. Quando mi si ricordano le percentuali congressuali delle correnti che compongono Rifondazione, non posso fare a meno di ricordare come in questi ultimi 12 anni, tutti i gruppi, abbiano scelto, a turno, e secondo la strategia bertinottiana, di appoggiare la maggioranza, o distansiarsene, senza creare una sola prospttiva politica autonoma.
Compagni, è tardi.

Al contrario, questo esito apre uno scenario di grande conflittualità all'interno del gruppo bertinottiano, e proprio per l'incosistenza politica dei gruppi di minoranza. La prospettiva della 'Sinistra europea' - quella del progressivo abbandono della nominazione 'comunista' - inciderà non poco nel processo di formazione del partito democratico e nelle scelte del 'corrrentino' DS.

"Scusa, ma il terzo escluso quale sarebbe?"

scritto da millepiani il 19:36 | Comments (0)

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Partito democratico e Sinistra europea: un'analisi

A partire da un post di Insolitacommedia.

Mi si chiede, ultimamente con ancora maggiore insistenza, da che parte sto. Esistono due scenari altrettando probabili, più un 'terzo escluso'. In politica, schierasi indipendentemente dagli scenari, non solo non serve, ma significa non 'fare politica'. Rincorrere gli esiti degli scenari - come tutta la pseudo minoranza di Rifondazione fa da più di dieci anni - è segno di miopia strategica, per non dire cecità. In politica, nominare gli scenari possibili equivale a porre le basi per scelte radicali. Tutto il resto, dalle mie parti, quelle degli infedeli, si chiama 'tatticismo'; e tra i moderati ce ne sono di più bravi di noi. E di molto. Vorrei andare per ordine. E con una premessa: io vengo dalla 'scuola' del PCI. Queste cose 'noi' le imparavamo quando avevamo 15 anni - per chi cominciava, come me, a fare politica a quell'età. Questo non escludeva che, poi, si scegliesse la via del tatticismo. Ma nemmeno quella via poteva dirsi scevra dall'analisi degli scenari. Anzi. Ho ascoltato e letto miriabolanti analisi strategiche fatte dai più importanti padri del 'migliorismo' di targa PCI. Lo scarto che ci consentiva di smarcarci da loro - visto che io non ero ascrivibile a quell'area - era esattamente 'il terzo escluso'.

Primo scenario: costituzione del partito democratico nell'arco di un triennio, consolidamento di un'area di dissenso interna ai DS, lancio della Sinistra europea, rafforzamento di un'area alla sinistra del partito democratico, processo ricostitutivo di un'area radical-riformista non più comunista, alleata ma in competizione con il partito democratico rispetto il bacino elettorale costituito dalla militanza di base dei ds. Scenario semplice, ma non corrispondente alla complessità secolare della politica italica.

Secondo scenario: difficoltà e poi fallimento della costituzione del partito democratico come processo di unificazione di Margherita e DS, processo di coagulo dell'area della Margherita con quella dell'UDC, ricostituzione di un'area centrista di peso elettorale equivalente o superiore a quella dei DS, conseguente difficoltà dello sviluppo del progetto della Sinistra Europea, spostamento al centro dell'asse del centro-sinistra, accordo elettorale che escluda le ali estreme e nominalmente comuniste del centro-sinistra.
Per quanto mi riguarda, il secondo scenario, pur nelle sue asprezze superficiali, è il più realistico. Poichè il Partito Democratico è un processo di fusione di elites politiche, esso non può non essere garantito da una leadership. Romano Prodi non può garantire più questa leadership, sper età e soprattutto dopo 'l'operazione Telecom': non è più affidabile per nessuno dei due contraenti il patto costitutivo del Partito Democratico, oltre ad aver dilapidato il patrimonio delle 'primarie' che, qui lo dico e qui lo nego, non si ripeteranno più a livello nazionale. Infatti, nessuno dei leaders del sinistro-centrismo italico si esporrebbe ad una vera e propria consultazione, se non con le garanzie con cui le ha affrontate Prodi. La probabile riforma della riforma elettorale, vedremo, non farà che rafforzare questo processo di coagulo al centro, mantenendo intatte tutte le opzioni di 'doppio forno' - a livello centrale e a livello locale - della costituenda area di centro. Le aporie di un ipotetico ingresso di 'questo' partito democratico nel gruppo parlamentare europeo socialista sono la lama d'analisi. Vorrei ricordare che NON esiste a livello europeo un tale modello di formazione politica. E che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, allo stato delle cose della politica europea, è una prospettiva del tutto impraticabile, proprio perchè essa si struttura intorno ad una diarchia di governo che riunisce le forze moderate e le forze della sinistra nel governo di un paese (Germania, Austria, e, vedrete, altri paesi) TENENDO DISTINTE le forze di questa diarchia, che tendono a 'tagliare' le ali estreme (non sto qui ad analizzare la 'matrice' europea di questo processo; cito solo l'abitudine di alternare il presidente della commissione con il presidente del parlamento di Strasbourg, che sono, in reciproca coabitazione, di sinistra e di centro, a turno).

Da che parte sto? La convergenza diarchica su un ipotetico 'centro di governo' è il risultato dell'avanzamento di forze di ben altra radicalità e che erodono lo spazio della mediazione politica (anche qui in Svizzera ci sono esempi...). L'esempio austriaco è paradigmatico, come quello tedesco, tutto nuovo coinvolgendo anche la paura dell'avanzamento della PDS.
Tutta la discussione sulla costituzione di un ipotetico partito democratico, come quella sugli spazi che si aprirebbero in Italia per l'apertura di un processo di costituzione di un'area radical-riformista sconta un difetto originario: entrambi i processi coinvolgono elites politiche - come quella costituita da Pietro Folena, a cavallo tra DS e PRC.

Qual è il 'terzo escluso'?
(segue)
Qui la seconda parte.



Technorati : DS, partito democratico

scritto da millepiani il 15:20 | Comments (0)

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02.10.06

È tempo: dal bordo del comunismo italiano

Ho cominciato a fare politica quando avevo quindici anni. Sono tra coloro i quali/le quali vengono, da giovanissimi/e, dall'esperienza del PCI.
Me ne faccio fregio.
Ho imparato a leggere, dall'inizio, gli incroci che costituiscono la politica, che ne fanno carne e sostanza prima e dopo ogni dichiarazione. Ho imparato a leggere la politica come la cartina tornasole non solo del tempo presente; ho imparato a leggere la politica come quella giuntura che lega a sè il passato e il futuro, radicandosi nella memoria, credendo di poter progettare il futuro, che ci attiene e ci riguarda, proprio oggi, prorpio ora. Se mi è capitato di vivere un'epoca dove nè la memoria nè il progetto del futuro attengono alla politica, non per questo io ho smesso di pensarla, di pensare la politica, come l'unico luogo dove la riflessione, la comprensione distaccata, l'analisi fredda, ritrova la sua incandescenza, l'incrocio con le biografie, la sua forza, la sua potenza in-comune. Basterebbe solo volgere, per un istante, lo sguardo a ciò che accade altrove dalla nostra 'Europa', questo gelido mostro che occupa la nostra vita e che ci offusca non solo lo sguardo, ma soprattutto la memoria e lo sguardo del futuro.

Quando ho cominciato a fare politica nel maggiore partito comunista dell'occidente, non mi sono mai sentito comunista come mi avevano raccontato sarebbe necessario essere. Io appartengo a quell'ultima generazione che potrebbe raccontare, insieme, sia i riti di un partito comunista che comunista non era più, sia le difficoltà di dirselo, di riconoscerlo e nominarlo.
Appartengo a quell'ultima generazione di 'comunisti' che, prima di diventare maggiorenni, hanno saputo di non essere più comunisti. E lo sapevano già.
Lo hanno saputo per 'decisione e congresso'. Lo sapevano già, perchè il partito a cui si erano iscritti, ben prima, non solo non era più comunista da molto tempo - se mai questa parola sia mai stata una parola politica giocabile in Occidente -, ma soprattutto perchè le torsioni e le declinazioni della società italiana, durante gli anni settanta, avevano indicato una molto maggiore e radicale torsione, un moto più inusitato ed imprevisto, un' 'uscita' dal 'comunismo' del PCI di quello che l'oggi, il nostro, può raccontare.
L'Italia, ancor più che tutti gli altri paesi occidentali, non solo ha a che fare con questa forma di 'comunisti senza comunismo', esperienza che ha segnato, profondamente, la sua storia, ma, ancor di più, ha a che fare con il portato, il ricordo, le scorie, di questa 'chiusura senza fine'.
Le forme, la fenomenologia, la presenza, le rivendicazioni che ancora incidono e inquietano, nella politica, la marcia trionfale di un riformismo senza spina dorsale, affondano la loro radice in questa 'chiusura senza fine', nella 'forma', nel 'modo' attraverso cui, 'per decisione e congresso doppio', in due anni, si è preteso di concludere - si diceva 'trasformare', 'rilanciare' - un'esperienza politica imponente. Senza prevederne le conseguenze, le persistenti presenze, la presenza spettrale che è sfuggita a qualsiasi revisione, rilettura, riscrittura.
Sino a quando questa 'partita' non verrà chiusa, tutti gli spettri, con il loro carico, con il loro corpo - il corpo della memoria -, si ripresenteranno, richiamando, in tutti coloro i quali hanno conosciuto quell'esperienza, le donne e gli uomini che hanno declinato quelle parole, non solo la memoria da cui vengono, ma anche la lacerazione di un 'tradimento senza politica': il riformismo che ci sta attorno.
Sino a quando questa 'partita con gli spettri del comunismo italiano' non verrà regolata, mai potrà esistere una sinistra riformista in Italia, e sempre debole sarà la sua forza, la sua reale capacità d'incidenza politica. E sempre forte sarà la forza di ricatto dei piccoli gruppi, dei grandi parassiti, di una estrema sinistra che, di estremo, non ha che il suo sinistro rantolo.

È tempo: dal bordo del comunismo italiano, dalla sua fine, non solo è tempo di relegare al ruolo di 'parassiti della memoria' chi vive politicamente in questo intervello, di riportarlo alla sua reale consistenza politica, ma, ancor di più, è tempo di riattraversare la tensione - incompiuta e contraddittoria - che ha innervato non solo il 'comunismo italiano', ma anche chi gli si è opposto nel tempo, chi gli si è adeguato, chi ha contribuito a liquidarlo senza pensiero e senza politica, chi, di nuovo, e diversamente, si è fatto fregio e sfida non solo di ripensarlo, ma di chiuderlo. Di abbatterlo.
La fretta è stata, ancora una volta di fronte la storia, cattiva consigliera.

scritto da millepiani il 00:28 | Comments (0)

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29.09.06

"Di Telecom me ne sbatto"

Un'analisi cristallina, forte e totalmente condivisibile di Insolita commedia sull'affaire Telecom. Condivido dalla prima all'ultima sillaba.

scritto da millepiani il 11:59 | Comments (1)

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26.09.06

Napolitano sulla tomba di Nagy

nagy.jpgda 'Repubblica on-line' - up-load foto e articolo (segue commento)

A Budapest l'omaggio ai martiri della rivoluzione antisovietica del 1956, repressa nel sangue dall'Armata Rossa. Il presidente italiano ammise di avere sbagliato all'epoca dei fatti ad approvare l'intervento sovietico definendo la protesta popolare "controrivoluzionaria".

BUDAPEST- ll primo atto della visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Budapest per il cinquantesimo anniversario dalla rivolta, è stato l'omaggio commosso e solenne ai martiri della rivoluzione antisovietica del 1956, repressa nel sangue dall'Armata Rossa.
Il capo dello Stato ha deposto una corona di fiori al monumento ai martiri e un mazzo di fiori sulla tomba di Imre Nagy, il primo ministro ungherese che nel 1956 fu deposto, imprigionato, impiccato due anni dopo e le cui spoglie fino agli anni '80 erano poste in una tomba anonima, che non poteva essere visitata.nenni.jpg

nap.jpg[...] Il gesto significativo del presidente ha, così, portato a compimento il processo di autocritica sui "fatti del 1956". Il processo ebbe inizio oltre vent'anni fa, quando Giorgio Napolitano ammise che Antonio Giolitti aveva avuto ragione nel criticare l'intervento sovietico in Ungheria. In un messaggio di un mese fa a Taburrano il capo dello Stato ha, inoltre, affermato che "Pietro Nenni aveva ragione" sui fatti di allora.
Il leader socialista era stato duramente attaccato nel 1956, insieme a Giolitti, quando Napolitano, giovane funzionario del Pci, si era schierato a sostegno delle tesi di Palmiro Togliatti, favorevole all'intervento deciso da Krusciov. In quei mesi del 1956, all'ottavo congresso del Pci fu proprio di Antonio Giolitti l'unico discorso di dissenso a Togliatti. togliatti.jpgNapolitano ha ricordato con sincero rimorso di aver, in quell'occasione, preso la parola duramente contro di lui, sviluppando le tesi di Togliatti e ha affermato di conservare un ricordo tormentato di lom-gio.jpgquell'episodio, che lo ha condotto negli anni Ottanta a chiedere pubblicamente scusa a Giolitti.
Appena eletto presidente della Repubblica, è, infatti, andato a trovare il vecchio Giolitti, ormai noventenne, per rinnovargli la sua amicizia. E con lo stesso sentimento ha deciso di recarsi a Budapest nel cinquantesimo anno dalla rivolta, la cui ricorrenza cade il mese prossimo, per portare il suo omaggio alla tomba di Nagy.
(da sinistra in alto a destra in basso: Napolitano funzionario del PCI, Pietro Nenni, Riccardo Lombardi (a destra) insieme ad Antonio Giolitti, Palmiro Togliatti: tanto per capirci e vedere in faccia di chi si parla)

Technorati : Nagy, Napolitano, Ungheria

scritto da millepiani il 14:29 | Comments (5)

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23.09.06

'Voler morire' - la lettera del Presidente

La premessa è di dominio pubblico. La lettera di risposta per nulla di prassi.

"Caro Welby,
ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva l'appello che lei ha voluto pubblicamente rivolgermi. Ne sono stato toccato e colpito come persona e come Presidente.
Lei ha mostrato piena comprensione della natura e dei limiti del ruolo che il Parlamento mi ha chiamato ad assolvere, secondo il dettato e lo spirito della nostra Costituzione.
Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono. E quindi raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un'occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi, di particolare complessità sul piano etico, che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più.
Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perché il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l'elusione di ogni responsabile chiarimento.
Con sentimenti di rinnovata partecipazione,
Giorgio Napolitano"

scritto da millepiani il 18:37 | Comments (0)

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21.09.06

"Terra, terra!"

Non è che noi, in questo gran casino teologico-politico dopo Ratisbona, ci siamo dimenticati di seguire la politica. O quello che accade al Senato. Al contrario.
Nè abbiamo dimenticato di segnare in 'agenda' le dichiarazioni di 'Mussil' sul 'bordello' universitario (testuale cito).
Non ci siamo dimenticati di nulla. Nè nulla abbiamo perso.
Siamo qua. E, come noi, tanti.

Se qualcuno mi dice, anche, di aver letto il piano di passaggio alla 'Cassa depositi e prestiti' dello scorporo tim/telecom, giuro, lo sposo.
Io non l'ho letto, ma saprei scriverlo.

Come tutti i seri economisti che, invece di pensare le nazionalizzazioni e le privatizzazioni, pensano l'economia nel suo statuto filosofico, oggi, adesso, me ne vorrei 'sparire'.

È troppo tempo che penso a Federico Caffè.

scritto da millepiani il 00:55 | Comments (0)

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20.09.06

Lettere dai bar del 'Vaticano'


Ho scritto una lettera all'autore di questo 'corsivo' sul discorso di Ratisbona. Ma non sono riuscito a prenderlo sul serio e la lettera mi è venuta male. Stamane, dopo la lettura della mia, un 'esperto' di cose vaticane ha fatto conto di riscrivermela. E gli è venuta bene. Non so se la inoltrerà, penso di no; e proprio per questo la pubblico qui.

"Gentile professore,
Personalmente non frequento i bar. Faccia comunque conto che io sia un uomo da bar, magari con la voce impastata da troppe birre messina, se preferisce. Il discorso di Ratisbona è una "lectio magistralis", dunque. Le pongo una domanda: il Papa è infallibile anche quando pronuncia una "lectio", oppure in quel caso è, eventualmente, "fallibile"? Se il Papa afferma che piove quando splende il sole, è fallibile o no?
Diamo comunque per scontato che io e la schiera degli uomini da bar abbiamo frainteso o non inteso affatto quanto il Papa desiderava affermare a Ratisbona. Benissimo. Però, e credo che lei lo sappia bene, un testo è leggibile sia nel suo insieme sia come una serie di affermazioni. I "cola", avrebbe detto un retore dell'antichità. Lettura riduzionista o lettura olistica? Attorno a cosa ruota la tesi dell'elleno-cristianesimo: sulla minaccia di Maometto o su una sua autonoma visione e capacità di essere "presso tutti" (etimologicamente, cattolica, cioè), e proprio in forza di quel rilievo, assai più pertinente alla tesi, del ricorso alla ragione? Osservo solo di sfuggita che, oggi, fondare quel tipo di distinzione filosofico teologica, proprio a partire da una affermazione degna del controverso scontro di civiltà, vuol dire dargli (involontariamente?) fiato. Perchè non fondarla soltanto sul punto dottrinale, e quindi sulla peraltro richiamata differenza e distanza di dio nelle due religioni? Era tanto difficile? Se posso esprimere il mio parere, quindi, la "lectio magistralis" presenta una vistosa anomalia: per sostenere la tesi che si prefiggeva di dimostrare non era affatto necessario ricorrere alla famigerata citazione dell'Imperatore Manuele II°. Non aver considerato (o, peggio, averlo fatto ed averne ignorato le possibili conseguenze) che nell'economia complessiva del testo i passi di un fantomatico dialogo di molti secoli fa, avrebbero potuto scatenare la (ovviamente strumentale, esasperata e permalosa) reazione di grandissima parte del mondo islamico, vuol dire commettere un errore (???) di comunicazione molto molto grave. Dilettantesco, direi. Per carità, non è di certo mio compito dire come la Santa Sede debba scrivere i propri discorsi: la libertà di parola vale anche per il Papa. Resta il fatto che lo scivolone è evidentissimo. Ma se di ciò non si trattasse, se il contenuto intero della "lectio magistralis" fosse stato soppesato in tutte le sue sfumature ed i possibili effetti, allora sarebbe non un semplice erroe di comunicazione, ma una gravissima responsabilità, della quale la Santa Sede porterebbe il peso per sempre."
scritto da millepiani il 15:10 | Comments (0)

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17.09.06

Con urgente attenzione e necessità: il discorso di Ratisbona [3]: il passaggio "incriminato"

Lo pubblico, adesso, in italiano. Anche in tedesco era abbastanza chiaro. Ma attendevo la traduzione ufficiale. Che è questa:

"[...]Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le – come si diceva – tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento – Nuovo Testamento – Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione; vorrei toccare solo un argomento – piuttosto marginale nella struttura dell’intero dialogo – che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio (parola in greco: dialéxis – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihad, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco che ci stupisce, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione [parola in greco: sun logo], è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…[...]
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria".

A questo punto, la questione dell'Islam non viene più toccata in tutto il resto dell'intervento. Ma ne vengono affrontate - ed in maniera non meno arrischiata - molte altre, forse ancor più 'gravi' ed importanti come ho già detto nel primo dei post pubblicati. (ovviamente, e con ancor pi?u necessità, rinvio alla lettura integrale del testo dell'intervento del Pontefice). All'integralità del testo riserverò, come a questo passaggio, i prossimi interventi. Aggiungo, e questo per 'prevenire', che il discorso è molto complesso e difficile, anche nella traduzione italiana, che semplifica qualche passaggio, e impone una pazienza minuziosa - oltre che una conoscenza precisa dei processi analizzati, molto profonda ed a cavallo tra teologia e filosofia.

scritto da millepiani il 23:00 | Comments (0)

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Con urgente attenzione e necessità: il discorso di Ratisbona [2]

Ad onor del vero e per completezza dell'informazione - come si dice ipocritamente-, adesso il discorso di Ratisbona lo si può leggere in totalità anche qui, ed in italico. E, ovviamente, non è finita qui.

scritto da millepiani il 22:49 | Comments (0)

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16.09.06

Con urgente attenzione e necessità: il discorso di Ratisbona [1]

Con urgente attenzione e necessità abbiamo letto - in lingua pronunciata - il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI. E con ancora più attenzione, e preoccupazione, abbiamo letto e riletto le reazioni a queste parole, le reazioni a quel discorso, che rimarrà, ne siamo certi, un punto di non ritorno. Reazioni tanto prevedibili, quanto intense e forti erano le prime parole. Ancora, di nuovo, fede e ragione, nelle parole del Pontefice, sono i fari di un insistente perseverare nella liquidazione sia dell'autonomia della ragione, come della fermezza nel ribadire il necessario suo incrocio con la fede.

Non spetta a noi difendere l'ovvietà della separazione, noi che della esausta ragione del moderno potremmo farne, come ne facciamo, decostruzione come metodo. Nè spetta a noi ricordare che, prima dell'attuale pontefice, ci sono circa quattro secoli di riflessione filosofica ed eventi storici nel moderno che mostrano per lo meno la difficoltà di una 'ragione aperta' che, con garbo, ma violenza teorica ed errore, proprio appena dopo Ratisbona, qualche ora dopo, veniva subito rilanciata, senza gesto di pensiero, o garbo d'attesa, e con essa le tesi 'filosofiche' del Sommo Pontefice. Diciamo, con pazienza, ma fermezza, che ci dispiace ricordare che sia Giordano Bruno che Galileo Galilei, di questa 'ragione aperta', ne avrebbero fatto piacevolmente a meno. Il primo bruciato vivo, come molti altri e altre, il secondo costretto alla ritrattazione e all'abiura. Certo, sappiamo che allora si trattava solo della fede, mentre oggi della 'ragione aperta'. Aperta alla fede, ovviamente, e alla sua guida. Ma, appunto per questo, di fronte questo massacrarsi nella rincorsa a cancellare alcune evidenze storiche assolute, pur nella consapevolezza dell'implicazione reciproca di fede e ragione, che, davvero, non ci sfugge per nulla, vorremmo ricordare poche cose, ma ferme, chiare ed inequivocabili. Che poi, magari, sottovoce, ci sembrano e nominiamo del tutto 'banali'. Ma tant'è. La Chiesa deve fare la Chiesa e lo Stato deve fare lo Stato. Diciamolo chiaro: mentre gli idolatri dello Stato, i comunisti, stanno elaborando il loro lutto, la Chiesa ha difficoltà a confrontarsi con un processo di mondializzazione di un'intensità inaudita. Terminata l'incidenza sostanziale e mediatica del Pontefice dello scorso secolo, identificare la ragione occidentale come la logica attraverso cui governare il processo di globalizzazione è di una tale banalità ed inefficacia da non credere. Fede e ragione: forse, una volta. Tanto molteplici sono le 'ragioni', le 'fedi' e le 'logiche' da spingere questo Papa, che è teologo anziano, in tutti i sensi, a risottolineare la forza della ragione occidentale, esaurita la spinta del moderno emancipato. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Mai, in ventisette anni di pontificato, Giovanni Paolo II era riuscito a raccogliere una tale convergenza di critiche, come quelle successive al discorso di Ratisbona. Quel Pontefice costituiva, agli occhi di chi sia transitato nel 'cavallo' del secolo, la voce della memoria, la presenza della storia; fisicamente la impersonificava. La tragedia della ragione, nella sua figura, era talmente evidente, fisica, da imporre, precisamente, l'interrogazione sulla sua autonomia, sulla sua verità. Anche di fronte la fede. Al contrario, cosa rappresenta il 'discorso di Ratisbona'? Una tale inutile, violenta, manifesta, volontaria ed incomprensibile esposizione di potenza del 'pensiero' occidentale, da non riuscire, nemmeno mediaticamente, a controllarne le conseguenze. Non ci interessa, in questa sede, sottolineare questa cecità - anche alla 'luce' della lettura del discorso di Ratisbona - e la sua convergenza con quella ragione che vorrebbe 'abbattere', che viene inchiodata come responsabile dei mali. È lo spettro che si guarda allo specchio. Ovviamente, non ci interessa come e quanto l'attacco alla logica della scienza, all'autonomia della ricerca, la rivendicazione di una scienza, guidata dalla fede, che, grazie a questa guida, potrebbe "dominare le minacce", ribalti quattro secoli di sforzo di autonomizzazione della filosofia e della ricerca scientifica. Ma no, non è questo. Non è questo.
La crucialità del 'discorso di Ratisbona' la si comincia a vedere in questi giorni.

[segue]

scritto da millepiani il 03:16 | Comments (1)

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24.08.06

Bach

L'arte della fuga. Incompiuta.

fuga.jpg

scritto da millepiani il 14:19 | Comments (0)

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23.08.06

Genova, di nuovo, senza volerlo

Lo ripeto, e lo ripeterò: nessuno che scrive in questo blog ha avuto la forza e la voglia di riprendere in mano la questione di Genova.
A nessun livello.
Da settembre, il lavoro sui video si concluderà.
Si concluderà con la 'messa in rete' di un lunghissimo video sui 'fatti' di Genova.
Quello che, per questione tecniche o per questioni altre, non 'si è voluto vedere'.
Su 'Millepiani'.

Genova vive sulla nostra carne.


"L'ex carabiniere:"A Genova ho protetto i colleghi e sono stato riformato. Voglio tornare nell'Arma"
E la madre di Carlo: "Smetta di piangere miseria. Chiediamo la riapetura delle indagini"
G8, Placanica chiederà i danni ai Giuliani
Heidi Giuliani: "Basta bugie, chiediamo verità'

GENOVA - Mario Placanica, l'ex carabiniere accusato e poi prosciolto per la morte di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova, intende chiedere un risarcimento alla famiglia del ragazzo ucciso a Piazza Alimonda: vuole i danni per il suo mancato reintegro nell'Arma e per non aver più trovato un impiego.

Ferma e immediata la replica di Heidi Giuliani, madre di Carlo: "Placanica dovrebbe smettere di dire bugie e decidersi finalmente a dire una parola di verità su quanto è accaduto in piazza Alimonda". E ribadisce: "Non continui a piangere miseria dopo le raccolte di denaro che ci sono state, perché se non glieli hanno mangiati tutti gli avvocati, di soldi dovrebbe averne molti".

Placanica, che durante gli scontri del 2001 a Genova era carabiniere di leva, è stato congedato la primavera scorsa dall'Arma perché considerato "permanentemente non idoneo al servizio militare in modod assoluto". In precedenza aveva inoltrato una richiesta di reintegro motivata con "l'infermità permanente residuata in conseguenza delle lesioni e dei traumi da lui riportati a causa della violentissima aggressione" del 20 luglio 2001. L'Arma dei carabinieri gli ha, però, presentato la notifica che metteva fine alla sua carriera. Ora, assistito dai suoi legali, ha deciso di chiedere i danni. E ha trovato il sostegno dell'onorevole Filippo Ascierto, responsabile della sicurezza di Alleanza Nazionale: "E' lui la parte lesa perché ha subito un grosso trauma ed ha perso il lavoro. Mi sembra che sia troppo chiedergli dei soldi".


Heidi Giuliani risponde, chiarendo che nessuno ha chiesto soldi all'ex carabiniere. La lettera raccomandata del giugno scorso, inoltrata a Placanica dal legale della famiglia Giuliani, l'avvocato Gilberto Pagani, era, infatti, inviata "a fini cautelativi per interrompere i termini di prescrizione". Il 20 luglio di quest'anno, a cinque anni dalla morte di Carlo Giuliani, la causa era a rischio di prescrizione. La stessa lettera era stata, allora, inviata anche a Filippo Cavataio, autista del Defender sul quale si trovava l'ex carabiniere, nonché al ministero della Difesa e alla Presidenza del Consiglio. "La speranza della famiglia Giuliani - aveva sottolineato allora il legale milanese - è che ci sia una riapertura delle indagini. Se ciò non avverrà valuteremo se promuovere l'azione civile".

L'interesse dei Giuliani e del movimento che chiede la verità su quanto accaduto al G8 di Genova, sottolinea Heidi Giuliani, è "un processo che attribuisca le corrette responsabilità e che risponda ai molti dubbi che nutriamo". E prosegue: "Ci interessa una commissione di inchiesta che attribuisca le responsabilità, non solo per quanto avvenuto in piazza Alimonda, ma in tutte le giornate del G8 e ci interessa avere la risposta del tribunale di Strasburgo che attendiamo fiduciosi".

Placanica, però, non vuole rinunciare al suo desiderio di tornare a lavorare nell'Arma. E commenta così la tragica giornata del 20 luglio 2001: "Sono stato coinvolto in quel fatto, ma quel giorno mi sono comportato da carabiniere e ho protetto i miei colleghi, il Defender e l'Arma. La conseguenza è che sono stato riformato". E non risparamia critiche al libro della madre del ragazzo ucciso, dichiarando di considerare "bugie" molte delle cose dette.
(23 agosto 2006)"

scritto da millepiani il 21:46 | Comments (0)

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21.08.06

Indulto

Riporto da Wittgenstein del 2 Agosto.

"Da anni l'"Unità" ha affidato a Marco Travaglio l'interpretazione e il commento dei fatti che attengono alla giustizia. E prima ancora i Ds affidarono a un Di Pietro la bandiera dell'onestà pubblica candidandolo nel collegio del Mugello.
Ricordo gli anni in cui nel Pci se c'era qualcuno che chiedeva le manette e prometteva carcere a destra e a manca, Giancarlo Pajetta, che il carcere l'aveva fatto veramente, reagiva sempre con asprezza e quasi con dolore. Oggi un indulto per chi sta in carcere è stato bollato come inciucio vergognoso".
Emanuele Macaluso, ieri sul Riformista

scritto da millepiani il 13:26 | Comments (0)

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Dialogo sul 'male' minore: l'occupazione della 'Pantera' a Pisa (1990) [1]

Tornando a Basel, ho incontrato, in maniera assurda e quasi premeditata, in treno, un amico con cui avevo parlato alla vigilia dello spostamento dell'Assemblea d'Ateneo dall'occupazione pisana del cortile della 'Sapienza' al 'Palazzo dei Congressi'.
Quella che 'Il Manifesto' ha dichiarato: 'l'occupazione della Normale'. Con la sua 'solita, imbecille, volontaria imprecisione politica'. Soprattutto a Pisa, fidandosi dei suoi 'soliti, imbecilli, vecchi, volontari ed imprecisi' amici di gioventù.
Per la prima volta, dopo il 1968, il cortile della 'Sapienza', cioè: il cortile della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Pisa, era stato 'occupato', nel gennaio del 1990, da un'assemblea d'Ateneo di più di cinquemila persone, da più di cinquemila persone.
Chi tiene nelle mani i 'dagherrotipi' di quella giornata - io ne tengo in mano le stampe - sa di che parlo.
Anche chi c'era sa di che parlo.
Mi ero reso conto, prima d'incontrarlo, che le 'vigilie' sono i momenti che, paradossalmente, ti ricordi meglio degli eventi.
Questa trascrizione, abbozzata - prorpio mentre io ricordo perfettamente tutti i momenti - è - davvero - il tentativo di ricordare quella vigilia - vigilia che si era svolta tra il cortile di Giurisprudenza e il Palazzo dei Congressi: tra le 12.15 e le 16.30.
E che, per un caso su un milione, in un'ora, prima che andasse dove andava, ho cercato di fargli ricordare, di ricordare.
Viaggiare in treno.

p.s.: 'per interposta persona':

"- E poi, che rimane? Me lo racconti davvero? Mi racconti davvero quello che è successo?
- Ma te lo racconto sempre, ogni volta. Me lo sono chiesto da subito quello che era successo, che stava succedendo, e poi, ad ogni scelta, ogni volta, te lo giuro, te lo giuro... me lo sono chiesto sempre...l'ho portato con me...
- Le hai volute cancellare tu le tue tracce...
- Non erano le mie. Ma che potevo fare allora? Io mi dovevo salvare, dovevo mettere un punto di non ritorno..
- Ma se tu 'dici' di ricordare, tu dici di ricordare sempre tutto....come vuoi dimenticarli, come pensi di farlo se sono stati loro a farti come sei?
- ...mi dovevo salvare...
- ...e poi sei scappato...
- non sono...non sono scappato, io non sono scappato. Io li ho visti gli stessi. Io lo sapevo prima...io li ho visti gli stessi prima, quando loro erano forti..come me, che ero giovane....mi dovevo salvare...Io sono anche tornato. Ma che potevo fare allora....? Io li porto con me....vedere con due occhi significa portare con me due volte la mia sconfitta e due volte avere la forza di pensare altro...
- ma se lo dici sempre: non sai come fare...
- questo io lo so fare"

[segue]

scritto da millepiani il 12:33 | Comments (0)

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20.07.06

'Genova 2001-06': Intermezzo 2 - Logica della contestazione

[COMMENTO] Tutto il moderno è attraversato da una fibrillazione interna che mette in questione lo 'statuto politico' che le istituzioni, gli organismi ufficiali, gli organismi internazionali di qualsiasi epoca volevano, hanno anche solo provato a dare al quadro geo-politico. Lo scandalo, la sorpresa, il rifiuto, il disconoscimento, l'insulto e la reazione ad ogni 'nuova' messa in questione di questo ordine, tutto questo fa parte di una piece teatrale che il 'potere' mette in scena ogni volta, sistematicamente, come, sistematicamente, la sua 'libertà di potenza' viene messa in questione.

Si tratta, in fondo, della grande battaglia tra la staticità del potere e la 'potenza' della contestazione. Mentre il primo dispiega tutti gli strumenti che ha a disposizione perchè la sua retina possa focalizzarsi su una scena 'prevedibile' e 'saputa', come se la 'previsione' ed il 'controllo' siano gli unici strumenti per rendere comprensibile ciò che accade, la seconda, invece, vive in un'istante protratto all'infinito, come se il futuro si giocasse 'tutto in un istante', nell'istante, e come se proprio l'istante aprisse, nel presente, le possibilità di cui il tempo è gravido.
In una parola, le possibilità del presente - cioè: la storia - o sono ciò che il tempo ci dà, o sono ciò che il tempo ci sottrae.

In questo senso, la flessione esistenziale, che attanaglia tutti i 'vecchi' contestatori, rientra in questo schema: questo il tempo ci dà, e con questo, adesso, dobbiamo confrontarci. Mentre, dall'altra parte, chi di nuovo rimette in questione questa staticità, non fa che riaprire le infinite possibilità, innanzitutto politiche, che il tempo ha sottratto innanzitutto a se stesso, o che l'esperienza biografica ha esaurito di per se stessa.

In questa logica, una 'terza' posizione diventa, davvero, assolutamente illusoria.
Anche se è assolutamente necessario ribadirla.
Le possibilità del presente sono ciò di cui il futuro ha bisogno. Non esisterebbe nessun 'futuro' pensabile senza che il tempo fosse gravido del suo superamento, e, dunque, della sua contestazione.
La 'logica della contestazione' è inscritta all'interno del tempo inaugurato dai francesi, nel 1789.
Ed insieme, la 'logica del potere' offre uno degli strumenti più potenti che agisce all'interno della politica: dare stasi e presenza al tempo.
La politica - di per se stessa, anch'essa - non esisterebbe senza questa 'stasi e presenza' necessaria.

Genova rappresenta lo scacco di entrambe le logiche.
Quella della 'stasi infinita', quella della contestazione 'senza fine'.
Si tratta di un finale grandioso, tragico ed impensato.




scritto da millepiani il 15:29 | Comments (0)

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17.07.06

Perchè 'Genova', perchè ora, perchè qui

La politica, se ancora esiste una pratica che può essere nominata così - ed essa esiste, ed ha una forza, anche se nascosta, immensa - la politica ha bisogno di ritessere lentamente anche le sue sconfitte. Di nuovo. 'Ritessere' significa riprendere il filo e 'riannodarlo di nuovo', con pazienza.
'Riannodarlo', di nuovo, dal 'luogo' dove si è perso, forse dal 'luogo' da cui 'abbiamo perso il filo'.
In politica si dice: 'da dove abbiamo perso'. Potrei dire, oggi: 'da dove ci siamo spersi'.

Dove 'Genova' ha rappresentato il luogo di massimo conflitto, figlio della politica degli anni novanta, e proprio dove questo luogo, oggi, 'tace', proprio da lì bisogna 'ritessere'. E ripensare.
Proprio dove il 'cuore' della politica è 'flebile', non bisogna scambiare questa 'debolezza', quella di oggi, e questo silenzio, quello di oggi, come un 'silenzio' ed una 'sconfitta'. Proprio dove, oggi, la politica prende, sempre di più, lo 'sbalzo dell'aritimia', dell'impossibile 'previsione' e dell'impossibile realizzazione delle 'promesse' di Genova, proprio dal cuore del cuore di Genova, dal cuore delle sue promesse, e dal cuore della sua sconfitta e del suo silenzio, ritessere e riannodare, di nuovo, quella voce 'soffocata', significa rideclinare una politica 'in-comune'.

'Genova 2001' è il grande tornante, o forse il 'grande, tragico finale' di una certa politica. È la sua 'messa in scena'. In questo senso, ciò che è accaduto a 'Genova' è 'pieno' d'immagini.
A distanza di cinque anni, questa 'scena', queste 'immagini', devono 'essere riviste'.

Perchè, solo rivedendo 'mille volte più una' non solo l'assurda morte di Carlo Giuliani, ma ciò che è accaduto, scandendolo 'secondo dopo secondo', ancora una volta, dopo cinque anni, se ne riesca a trarre, finalmente, il gesto di liberazione che portava, e continua a portare con sè quel 'luogo', quel 'nome', che quelle 'date' portavano con loro. E la sua potenza sia, finalmente, libera di dirsi.

scritto da millepiani il 06:22 | Comments (0)

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16.07.06

Appello su "Genova, 20 luglio 2001-06"

Chiunque abbia, tra i lettori occasionali e i pochi assidui di questo blog, materiale sulle giornate di Genova, può contattarmi alla mail del sito per contribuire alla preparazione dello speciale sul G8 di cinque anni fa.

Technorati : Carlo Giuliani, G8 Genova, caserma Bolzaneto, piazza Alimonda, scuola Diaz, supporto legale G8 Genova, via Tolemaide, zona rossa
Del.icio.us : Carlo Giuliani, G8 Genova, caserma Bolzaneto, piazza Alimonda, scuola Diaz, supporto legale G8 Genova, via Tolemaide, zona rossa

scritto da millepiani il 21:16 | Comments (0)

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Afghanistan: un'analisi 'reale'

Posto dalla lista di Rekombinant, un bell'intervento di MacSilvan.

"La discussione in atto in Italia sul significato da dare al voto sul ddl sul rifinanziamento della missione militare in Afghanistan si dà, come da tradizione delle culture politiche in campo, su un piano morale, su uno legalitario e su uno politicistico. Quando quest'ultimo, immancabilmente rappresentato dal "non vorrete mica fare il gioco di Berlusconi" non riesce a contenere gli altri due la discussione, si sposta sul fatto se siano applicati o meno i principi etici o della legalità internazionale. Nessuna di queste argomentazioni assume visioni strategiche: non a caso l'argomento meno dibattuto è quello su cosa stia accadendo in Afghanistan, quali siano le forze in campo e quali le dinamiche globali.

Questo ci mostra che l'eticismo della sinistra radicale si concretizza con un approccio minimalistico alle questioni strategiche, viste come immutabili, alle quali applicare la logica della "riduzione del danno", secondo la quale anche una sottomissione volontaria alle strategie in atto rappresenta un passo in avanti, una "mediazione".
Per capire quali strategie di resistenza adottare alla guerra per l'egemonia sulle risorse apertasi dopo l'11 settembre, risulta quindi importante ritornare sul campo.
Partiamo quindi da un articolo di David Rudd del Canadian Institute of Strategic Studies che riporta una serie di impressioni di ritorno proprio dall'Afghanistan.

http://www.ciss.ca/Comment_Afghan06.htm

Il Canada è uno dei paesi che compone la forza multinazionale, militare e di costruzione di uno stato filoccidentale, di Enduring Freedom. Il suo è un punto di vista doppiamente interno: all'Afghanistan, come ricercatore sul campo, e alla coalizione. Ebbene, un mese fa Ruud, oltre ad affermare come "poche crisi siano complesse come quella afghana" (e quindi ben più complessa di una decisione politica basata sugli equilibri dell'Unione o sul rispetto dello spirito delle istituzioni internazionali), rileva come gli americani, supportati dalla coalizione, si stiano ritirando dal sud per preparare un'offensiva ai confini del Pakistan. La prima domanda che sorge spontanea è quale riduzione del danno da sinistra ci sia in un rifinanziamento a truppe che fanno, nel migliore dei casi, parte di un logistico a supporto dell'offensiva americana ai confini tra Afghanistan e Pakistan.
Ma del reportage di Ruud emerge un aspetto strutturale niente affatto tranquillizzante rispetto agli obiettivi della "ricostruzione civile", formula a doppio taglio dove convergono gli interessi della occidentalizzazione dell'Afghanistan e quelli delle ONG. Tutti i piani di occidentalizzazione della vita civile afghana si imbattono infatti su due potenti, ed intrecciate, contraddizioni: la prima è che la struttura sociale dei signori della guerra, una volta a contatto con le istituzioni occidentalizzate, tende a determinarne il funzionamento, generando il paradosso per cui le risorse delle istituzioni occidentalizzate nutrono il nemico che gli fa la guerra. La seconda è che la federazione informale di 'narcostati' che forma la struttura materiale dell'Afghanistan, e che nutre lo strato sociale legato ai signori della guerra, è la vera infrastruttura dell'economia sociale dell'area legata alla coltivazione del papavero. E questo fenomeno completa una notevole serie di contraddizioni: l'occidente finanzia l'occidentalizzazione delle istituzioni afghane che a sua volta sostiene i signori della guerra in conflitto con il governo filoamericano e, infine, da una parte prepara i piani di distruzione della coltivazione del papavero, mentre sul piano informale, ne è l'esclusivo consumatore.
Siamo di fronte a strategie militari che poggiano quindi su una base sociale sul terreno perlomeno scivolosa e infida. Questa discussione non appartiene alla sfera politica ma a quella degli istituti di ricerca. Motivo semplice: la politica non è pubblicamente in grado di affrontare questi temi.

E' quindi da menzionale il report, dopo un viaggio sul campo, di Teresita Schaffer del Center for Strategic and International Studies

http://www.csis.org/component/option,com_csis_progj/task,view/id,689/

Qui si riconosce come la strategia occidentale sia quella di integrare intervento militare e umanitario. Una sorta di occidentalizzazione sulla canna del fucile della vita sociale afghana dove ogni intervento "umanitario" è integrato nell'istituzione del PRT che è l'applicazione sul campo di questa integrazione di 'militare' e ONG. E' politicamente censurabile che la discussione sull'Afghanistan, ben impantanata sui principi, quasi al confine della propaganda, si sia presto sganciata dal merito di questi PRT che sono il dispositivo istituzionale e militare dell'intervento occidentale in Afghanistan. Ma, nonostante questo, la logica dei PRT secondo la Schaffer lascia il passo di fronte a ciò che determina davvero la vita sociale afghana: coltivazione e circolazione dei narcoprodotti. Niente affatto curioso che questo tema strategico, per spiegare l'Afghanistan, sia scomparso dal dibattito politico: significa che questa dimensione fenomenica ha una complessità non affrontabile dalle tecnologie politiche in campo.
Infine una notizia più strettamente militare.
In queste ore le truppe americane, alle quali gli italiani sono alleati, hanno lanciato un'offensiva militare in Afghanistan contro i talebani. 10.000 effettivi tra occidentali e truppe lealiste all'occidente.

http://www.globalsecurity.org/military/library/news/2006/07/mil-060715-voa01.htm

Alla vigilia del voto sull'Afghanistan questa notizia importante per capire lo scenario che si sta sviluppando non solo non la
troverete nei Tg, ma nemmeno su L'Unità, su Liberazione o sul Manifesto. Troverete tante discussioni sulle mozioni, l'unico
piano sostenibile dalla sinistra "radicale". Fausto Bertinotti sul Corriere di oggi ha detto che chi non vota la posizione della maggioranza sull'Afghanistan è fuori dalla politica. Con quel che sta avvenendo in Afghanistan c'è da chiedersi quando
e se Fausto Bertinotti tornerà mai nel mondo reale.

mcs"

Technorati : Afghanistan, MacSilvan, Rekombinant

scritto da millepiani il 21:04 | Comments (0)

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E con questo tagliamo la testa al toro (nel senso dell'animale...): Moggiopoli e procedimenti di giustizia sportiva

Avevo già pronosticato la sentenza per lo scandalo 'Moggiopoli'. Direi che non ci sono andato lontano, ma molto vicino, ma vedrete che tutto si aggiusterà in direzione di quello che avevo scritto.
Pubblico però questo post preso da Wittgenstein, che taglia la testa al toro a tutte le sciocchezze proferite dai colleghi giornalisti, dai presidenti inviperiti, dai tifosi annebbiati, da avvocatucci di provincia e da nonne piangenti.
***

Ricevo questa, che risponde alla domanda posta ieri, e soprattutto alla questione che implicava rispetto a fin dove si spinga la responsabilità oggettiva nel diritto calcistico italiano: all'infinito, direi.

"Caro Luca, per rispondere alla tua "ipotesi di lavoro" sull'ipotetico caso Buffon: probabilmente sì.
E, del resto, è quello che accadde qualche anno fa al Modena, penalizzato per responsabilità oggettiva a seguito del tentato illecito posto in essere da un suo tesserato (il calciatore Antonio Marasco) che, come risulta dagli atti, ha, infatti, "concretamente prospettato a Stefano Bettarini, tesserato della società Sampdoria, la possibilità di alterare il risultato della gara Modena-Sampdoria del 25 aprile 2004". Si badi bene: tentato illecito. Come precisato dai giudici, infatti, "Non rileva, ai fini della integrazione dell'illecito sportivo che l'offerta illecita del Marasco non abbia trovato accoglimento presso il Bettarini", in quanto la norma (art. 6 del Codice di Giustizia Sportiva) "non richiede che si sia realizzato uno degli eventi vietati, essendo sufficiente la messa in pericolo della regolarità della competizione sportiva".

Questo risponde al fatto che, nel caso di scuola da te ipotizzato, Buffon non abbia subito alcun gol.
Per rispondere poi più specificamente alla tua domanda, in questi casi pagano le società: come ricordato sempre dal lodo del caso Modena, infatti, affermata la sussistenza dell'illecito sportivo, "sussiste, di conseguenza, ai sensi dell'art. 9 comma 1 in relazione all'art. 6 commi 1 e 4 c.g.s., la responsabilità oggettiva del Modena, quale società di appartenenza del tesserato". A tal proposito, "il Collegio ritiene che a nulla valga allegare la presunta estraneità della s.p.a F.C. Modena al compimento dell'illecito" perché l'art. 9 suddetto "introduce, nell'ambito dell'ordinamento sportivo, un'ipotesi di responsabilità oggettiva delle società per gli illeciti sportivi commessi dai propri tesserati. Si tratta di una previsione che, seppur criticata da più parti, trova una giustificazione nell'ottica della particolare autonomia dell'ordinamento sportivo e delle sue finalità". La responsabilità oggettiva della società, dunque, presuppone che sia stato tentato un illecito sportivo da un proprio tesserato e, in tali casi, "alla società non è consentito di provare che all'illecito la medesima non abbia partecipato e lo abbia addirittura ignorato".
p.s. questo il diritto. Poi, di fatto, questa è anche la ragione per cui i giuristi come me inorridiscono ogni volta che si trovano a dover commentare una sentenza di diritto sportivo. Che è un diritto ordalico, primitivo, senza certezza della pena e senza strumenti adeguati di difesa: gli stessi giudici mostrano indirettamente di non condividere le norme che applicano, ricordando però nel lodo che "spetterà eventualmente al legislatore federale, in una prospettiva de jure condendo, introdurre forme di esonero della responsabilità per quei soggetti che adottino ex ante modelli di organizzazione e di funzionamento idonei a prevenire la commissione di illeciti".
Quindi, invece che sbattere i piedini, i condannati di questi giorni si rassegnino: ciò che è sbagliato non sono le sentenze, ma le norme. Cosa dovrebbero dire i tifosi del Genoa condannati per aver (forse) comprato una partita in cui nessuno degli attori in gioco (non solo i giocatori, ma anche l'arbitro, i guardalinee, il quarto uomo, il/i designatori) è stato non dico condannato, ma neppure deferito? Eppure lo scorso anno non ho visto interrogazioni parlamentari, ipotesi di amnistia e l'indignarsi a cui assistiamo oggi. Neppure (diversamente da quanto accade oggi) su autorevoli blog (potenza del tifo?).
Un pensiero particolare, poi, va ai tifosi della Juve e del Milan che, in anni brutti del calcio italiano (in cui tra fallimenti, fideiussioni false, passaporti taroccati, bilanci gonfiati e classifiche fatte, con scadenza quasi annuale, dai giudici ordinari) facevano spallucce crogiolandosi nelle loro vittorie: da anni in tanti hanno ipotizzato di riscrivere le regole (anche del processo sportivo) del sistema calcio ma i loro dirigenti, al contrario, continuavano a fare orecchie da mercante godendosi i soldi e i trionfi.
Il giorno della conquista del 29 scudetto la curva Scirea espose uno striscione: "il fine giustifica i mezzi". Non potevano trovare definizione più azzeccata del processo sportivo e del sistema calcio. Lo hanno voluto e mantenuto: adesso se lo godono fino in fondo in tutte le sue aberrazioni giuridiche.
Saluti, V."

scritto da millepiani il 20:28 | Comments (0)

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14.07.06

Israele, Libano, una voce non sospetta: David Grossman

da Repubblica di oggi

"Israele ha lanciato una controffensiva, e ha il pieno diritto di farlo. Il violento attacco di Hezbollah contro decine di pacifici villaggi e paesi israeliani è ingiustificabile.
Nessuna nazione al mondo potrebbe tacere e abbandonare i propri cittadini al loro destino dopo aver subito l'attacco di uno Stato vicino, sferrato peraltro senza alcuna provocazione da parte sua.
Sei anni fa Israele si è ritirato dalle zone occupate in Libano nel 1982, rientrando nei propri confini internazionali. L'Onu ha accolto con favore quel ritiro, ratificando la fine dell'occupazione e riconoscendo che il contenzioso sui confini tra Israele e Libano era risolto. Ma subito dopo il ritiro il movimento Hezbollah ha cominciato a violare ripetutamente la risoluzione dell'Onu occupando posizioni prossime alla linea di frontiera, contestando la legittimità del confine in una piccola zona (quella delle cosiddette Fattorie Shaba) e accrescendo la propria forza militare con l'aiuto di Siria e Iran.

Per anni il governo libanese ha fatto di tutto per sottrarsi a uno scontro frontale con Hezbollah che nel frattempo costruiva nel sud del Libano una rete di postazioni fortificate e depositi di armi e munizioni, fra cui missili in grado di penetrare in profondità nel territorio israeliano. Israele, intenzionato a non mettere a ferro e fuoco il confine, si è sforzato di evitare scontri con i militanti di Hezbollah e come risultato si è creata una situazione insostenibile in cui in Libano, Stato sovrano, un'organizzazione definita dall'Onu «terroristica» agisce indisturbata lanciando di quando in quando attacchi contro Israele.
L'aggressione di tre giorni fa rende ancora più evidente il fatto che il governo libanese e l'Autorità palestinese mantengono un atteggiamento problematico ed equivoco nei confronti di Israele.
Entrambi agiscono in maniera contraddittoria: da un lato, in ambito politico, seguono canali diplomatici e mostrano moderazione, dall'altro proclamano di possedere completa libertà di azione e fanno uso dell'arma del terrorismo per colpire civili e invocare apertamente, con retorica razzista, l'annientamento dello stato di Israele. Tale ambivalenza è, fra le altre cose, una della difficoltà che impediscono a Israele di raggiungere un accordo stabile con questi suoi vicini. E anche il motivo principale per cui la stragrande maggioranza degli israeliani - tra cui anche molti sostenitori della pace - negli ultimi anni ha perso fiducia nelle intenzioni dei rappresentanti più moderati degli Stati arabi.
Oggi Israele ha sferrato una controffensiva in Libano perché questo Stato è il padrone di casa di Hezbollah ed è dal suo territorio che partono i razzi Katiusha diretti a colpire le città e i villaggi israeliani. Membri di Hezbollah siedono nel Parlamento libanese e partecipano alle decisioni politiche di questo Stato. I danni che Israele infligge alle infrastrutture libanesi sono ingenti e non si può che provare rammarico e angoscia per i residenti di Beirut, di Sidone e di Tripoli costretti a pagare il prezzo degli errori e dell'impotenza del loro governo. Anche in un momento come questo Israele deve fare di tutto per non colpire innocenti. C'è forse però qualche cittadino libanese che non capisce che i guerriglieri di Hezbollah hanno cinicamente creato una situazione nella quale Israele non ha altra scelta che reagire con la forza a una provocazione tanto sfacciata?
L'intenzione dello Stato ebraico non è solo rispondere all'aggressione di Hezbollah ma creare una nuova realtà lungo la frontiera con il Libano, allontanando i guerriglieri di questo movimento che attentano ripetutamente alla sicurezza dei suoi cittadini e dell'intera regione.
Tale obiettivo è logico e giustificato, per quanto la possibilità che possa essere raggiunto sia minima e i pericoli siano grandi.
Negli ultimi decenni Israele si è ripetutamente impantanato in campagne militari in Libano senza mai riuscire a raggiungere gli obiettivi che si era posto. Come è noto anche i precedenti tentativi di «modellare» una realtà araba conforme agli interessi di Israele sono falliti (e oggi anche il presidente Bush può direttamente testimoniare della dubbiosa efficacia di tali tentativi). Una seconda complicazione deriva dal fatto che Israele è costretto ad aprire un secondo fronte di combattimenti nel nord del Paese, parallelamente a quello cruento - e molto più problematico da un punto di vista morale - già esistente nella striscia di Gaza.
Il sanguinoso attacco di Hezbollah rischia di far precipitare il Medio Oriente in una situazione disperata, i cui contraccolpi potrebbero scuotere i regimi moderati e anti-fondamentalisti di Giordania, Egitto e Arabia Saudita, nazioni preoccupate della piega presa dagli eventi non meno di Israele e degli elementi moderati del governo libanese e dell'Autorità Palestinese. D'altro canto, però, l'attuale scoppio di violenza potrebbe anche portare i Paesi coinvolti nel conflitto mediorientale a ricordare che questo conflitto racchiude un tremendo potenziale di distruzione e che essi si trovano in una trappola da cui l'uso della forza e la violenza non li aiuterà a uscire. Forse questa comprensione, che forse ora si risveglierà con nuova forza e asprezza, li costringerà finalmente a sedersi al tavolo delle trattative e a porre fine, mediante un negoziato, ai problemi e alle divergenze.
In Israele, e anche nella vivace e occidentalizzata Beirut, molti già volevano credere di non essere ormai più parte del conflitto mediorientale. Disperati dalle tendenze sanguinose, integraliste e distruttive presenti nella regione, si erano costruiti una sorta di bolla fatta di comodità, di piaceri e di fuga dalla realtà. In Israele molti sono riusciti a rimuovere efficacemente dalla propria coscienza persino il sanguinoso conflitto con i palestinesi della striscia di Gaza, i missili Qassam che cadevano nel sud del Paese e la sofferenza della popolazione palestinese in seguito alle rappresaglie israeliane. I recenti eventi lungo la frontiera libanese hanno dato a noi tutti una scossa, portando i combattimenti sulla soglia delle nostre case e rammentandoci di quali materiali è fatta la vita in questa regione"

Technorati : David Grossman, Israele, Libano

scritto da millepiani il 19:55 | Comments (0)

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13.07.06

I luoghi della politica: Genova, luglio 2001: ricordare - 1-

Non mancano che pochi giorni al lustro, di 'passo', dei 'fatti di Genova', luglio 2001. Come ha scritto Amnesty International già allora, si tratta della più grande sospensione dei diritti civili dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in uno dei qualsiasi paesi dell' 'occidente democratico'. Si tratta, oggi lo possiamo dire, del primo grande laboratorio di sospensione dei diritti democratici e dei diritti umani, sacrificati sull'altare della sicurezza. Ricordando, insieme, che stiamo parlando di un evento accaduto prima della 'crisi securitaria' dell'11 settembre.
In questo senso, affrontando le questioni che la 'memoria' pone, 'millepiani.net' offrirà uno speciale, di scritture, testimonianze, voci e riprese video, che cerchi di essere all'altezza della sfida che la memoria lancia alla scrittura.
E che questo 'evento inscritto nella memoria' impone.


Più che di 'scritture', si tratterà di raccogliere, offrire, ricostruire testimonianze. Si tratta, ovviamente, di un lavoro di raccolta di 'fonti alternative', in rete, di 'ricostruzioni non ufficiali', di 'testimonianze' dirette e indirette.
Si tratta, nello stesso tempo, di entrare - a gamba tesa - in ciò che è avvenuto dopo, in ciò che ha coinvolto i protagonisti di questo evento, sia dal lato dei 'traditori' delle istituzioni, come da quello dei 'contestatori' delle istituzioni.
Anche a livello 'giudiziario'.
Si tratta, insieme, di ricostruire gli eventi e di declinarli all'interno - come all'esterno - del paradigma 'politico-giudiziario' che si è aperto dopo i fatti di luglio a Genova.
Esistono dei 'dispositivi' che dicono, più di altri, la pratica della democrazia.
Se essa esiste, ed è sopravvissuta 'alla messa in questione storico-politica comunista nel '900', alla sua messa in questione radicale, e se essa ha vinto questa battaglia, la democrazia dovrebbe vivere di 'forza sua', e 'mostrare la sua forza'.
E, anche, dovrebbe scartarne le trappole: ricostruire la 'verità' giudiziaria, non significa tessere o credere al valore e al suo impatto politico. Cioè: la sua memoria, ciò che ne resta giudiziariamente, non è tutto quello che è davvero.
Non è detto che la 'verità fattuale' abbia il suo valore 'politico'. Ma, certo, non esiste una politica senza conoscenza dei 'fatti'. E non esiste 'democrazia' senza condanna dei suoi stupri.
Non esiste 'democrazia' senza 'memoria' e 'condivisione'.
E i fatti, gli eventi, vengono prima della 'politica'. Proprio perchè la innervano, la traversano e la superano, silenziosamente.

Ciò che è accaduto a Genova, cinque anni fa, è lo stupro della democrazia. Adesso sappiamo che non ne era che il primo.

In questo senso, 'millepiani.net' metterà a disposizione tutto il materiale raccolto in rete in questi anni- materiale di parte -. Fotografie, filmati, interventi, inchieste alternative. Dove non saranno direttamente consultabili sul sito di 'millepiani.net' (per questione di 'diritti' o altro), verrà fornito il link o la fonte per consultarlo direttamente.
E poichè non saranno mai commentati questi materiali - anche perchè si commentano da sè -, non è possibile che dedicarli a chi, in silenzio, o gridando, in questi anni ha fatto vivere - in ogni luogo - Carlo Giuliani: sua madre e suo padre.


scritto da millepiani il 15:38 | Comments (0)

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07.07.06

La nostra Italia/2

Da Repubblica di oggi

Il documento contraffatto fornito dal funzionario Pompa al vicedirettore Farina e finito su Libero
Quella patacca del Sismi per infangare Prodi
Da un falso l'accusa di aver dato l'ok alla Cia
di GIUSEPPE D'AVANZO

In questa storia del sequestro illegale di Abu Omar, di azioni storte del Sismi, di dossier abusivi, di disinformazione, della sprovvedutezza del suo direttore (quel benedetto uomo non sa mai nulla di quanto accade fuori e dentro casa sua), il governo si muove - nelle prime ore - come un estraneo in una stanza buia. Si agita. Cerca, a braccia protese, un muro a cui appoggiarsi. Lo trova. Non se ne fida. Cerca un'altra posizione. Senza farla tanto lunga, pare di poter dire che Romano Prodi, all'annuncio della bufera che soffia sulla nostra intelligence, non trovi subito il passo giusto. Non immagina dove si trova, con chi si trova e perché.

Appare incerto sul da farsi. Le sortite del governo ne pagano il prezzo. Ieri, Palazzo Chigi ha "ribadito la propria fiducia nelle lealtà istituzionale delle strutture preposte alla garanzia della sicurezza nazionale".
Il nuovo giorno registra una correzione di rotta. Il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, sembra avere un ragionevole dubbio: "Mi pare difficile che operazioni di questo genere che vedono coinvolti esponenti di primo piano e servizi siano avvenute totalmente nella inconsapevolezza dell'autorità politica nel suo complesso". Il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ammette che un problema "intelligence", "indubitabilmente", esiste. Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, riconosce che "i fatti e il tema sollevato sono di assoluto rilievo e richiedono la massima attenzione". Non è un'inversione di rotta, ma un aggiustamento. C'è chi, nel governo, sostiene che la manovra di correzione si deve soltanto a una maggiore conoscenza delle circostanze e delle fonti di prova raccolte dalla magistratura. Che all'atto di responsabile, "doverosa", fiducia istituzionale di ieri segue la maggiore attenzione ai fatti di una storia che nel sequestro illegale del cittadino egiziano trova soltanto uno dei suoi capitoli. Il più serio, forse, perché interpella la sovranità nazionale, la trasparenza dei rapporti con l'alleato americano, i diritti umani. Ma non è il solo, non è il più inquietante.

C'è un altro capitolo che interroga la qualità della nostra democrazia e chiede di comprendere meglio la funzione, le responsabilità, il programma dell'"ufficio riservato" del Sismi di via Nazionale 230. Undici stanze all'attico. Cinque computer. Una babele di file, dossier, faldoni, appunti sparsi. Schede su magistrati, politici, giornalisti. Per esempio, analisi sul "confronto politico" nell'Associazione nazionale magistrati nel primo anno del governo Berlusconi, con una minuziosa biografia di Edmondo Bruti Liberati, poi presidente del sindacato delle toghe.

L'"ufficio riservato" ha un solo inquilino, Pio Pompa. Vive quasi come un segregato, un "clandestino" nell'appartamento di proprietà dell'intelligence, ma ha un ruolo nevralgico. Pompa è il funzionario del Sismi addetto alla disinformazione, alla diffamazione, alla raccolta di informazioni "sporche". Tiene i contatti con una rosa di giornalisti disponibili ad ascoltare le sue "favole" o la sua "scienza". Di tanto in tanto, chiede loro un piccolo favore; un'indiscrezione redazionale; un'analisi addomesticata; una soffiata su che cosa questo o quello dice o fa o vuole fare, magari qualche notizia manipolata nelle cronache, e che il titolo sia bello in grosso, meglio se in prima pagina.
Con altri, ha rapporti "strutturali" e organici, come con Renato Farina, vicedirettore di Libero, nome in codice "Betulla", ingaggiato e retribuito dal Sismi (nell'attico di via Nazionale sono state sequestrate ricevute di pagamento). In questo caso, Pio Pompa chiede con decisione, ordina con cortesia qualche maligno "servizietto". Invita "Betulla" ad andare dai pubblici ministeri, a capire se hanno in mano prove importanti contro gli uomini dell'intelligence. Gli chiede di suggerire ai magistrati, vantando la "dritta" di una presunta "fonte riservata", di muoversi intorno alla Digos di Milano: potrebbero essere stati loro, i poliziotti, i complici della Cia, anzi sono stati certamente loro in combutta con un sostituto procuratore.

"Betulla" obbedisce. Chiede un incontro ai magistrati. Fa il suo lavoro grigio. Poi relaziona: "Secondo me, quelli non hanno nulla in mano". Ora, disposta l'operazione, incassata l'informazione, a chi riferisce Pio Pompa? E' l'unico, l'esclusivo rapporto gerarchico dell'uomo di via Nazionale ad aprire un nuovo fronte: Pompa riferisce soltanto a Nicolò Pollari. Si sentono ogni giorno, più volte al giorno. Il direttore del Sismi è a conoscenza del lavoro della "Fonte Betulla". Ne conosce l'identità. Il prezzo dell'ingaggio. Gli obiettivi, le tattiche, gli interlocutori e i "nemici".

Un nemico di Pio Pompa e di "Fonte Betulla" è Romano Prodi. Giugno di quest'anno. L'uomo di via Nazionale chiede al giornalista di scrivere una cronaca contro il presidente del Consiglio, di afferrare il nome di Prodi e di cacciarlo nella faccenda delle extraordinary rendition come il solo responsabile politico della svendita della sovranità nazionale. "Ti mando un documento, poi ti dico come fare..." dice Pompa a "Betulla". L'articolo è pubblicato venerdì 9 giugno. Pagina 13. Titolo: "Sorpresa, dietro le missioni Cia il visto Prodi". Sommario: "Rivelazione. Gli spostamenti dei servizi americani per catturare terroristi nel Vecchio Continente non sono state avallate da Berlusconi, come sostiene il Consiglio d'Europa, ma dalla commissione guidata dal Professore".
Incipit. "Abbiamo uno scoop...". Ultimo paragrafo. "Siamo allo scoop. La legislazione americana (...) prevede che la Cia operi all'estero anche senza avvertire i Paesi coinvolti, pur ammettendo che (...) si violi la sovranità nazionale. Dunque la Cia ha legalmente operato in Italia dal punto di vista americano. Non ha ottenuto nessun consenso dal Sismi e dal governo (Berlusconi), quando chiese collaborazione nel novembre del 2001. Ma quello che è stato bocciato dall'Italia è stato con un ghirigoro linguistico accettato dalla Commissione europea di Romano Prodi. Ad Atene si incontrarono esponenti del Dipartimento di stato e della Commissione europea. Risultato: la "New Transatlantic Agenda". (...) Di quelle operazioni di sequestro e trasferimento, più che a Berlusconi bisognerebbe chiedere conto alla Commissione Europea".

L'operazione e il metodo di lavoro sono espliciti. Il "creatore di favole" di via Nazionale estrae un documento dal suo archivio. Ne manipola il significato, addirittura la traduzione. Ordina al giornalista ingaggiato di deviare l'attenzione della pubblica opinione e del ceto politico dalle responsabilità del governo Berlusconi e del Sismi alle decisioni di Romano Prodi e agli accordi della commissione europea. "Fonte Betulla" esegue. Il "creatore di favole" appare soddisfatto del suo lavoro mentre conversa con il suo (unico) Capo.

Quel che emerge dall'ufficio riservato di via Nazionale, dalle manovre di Pio Pompa, dall'esclusivo rapporto gerarchico con Nicolò Pollari non ha nulla a che fare con la sicurezza nazionale, con la lotta al terrorismo, con il fango delle "operazioni coperte" che "necessariamente", come stancamente si ripete, incrosta le scarpe delle "barbe finte". Il lavoro del "creatore di favole" e del suo unico padrone ha a che fare con la sicurezza dei cittadini e la lealtà istituzionale come il diavolo con l'acqua santa. L'intelligence non c'entra nulla. Molto c'entra la privata lotta per il potere di un'organizzazione separata e autoreferenziale, capace di mosse abusive, diffamazione, minacce. Liberare il campo da questa tentazione, da questi ricatti è il problema che il governo è chiamato presto a risolvere.

(7 luglio 2006)

Technorati : Abu Omar, Carlo Bonini, Cia, Giuseppe D'Avanzo, Libero, Pio Pompa, Pollari, Renato Farina, Repubblica, Sismi, giornalisti, servizi segreti
Del.icio.us : Abu Omar, Carlo Bonini, Cia, Giuseppe D'Avanzo, Libero, Pio Pompa, Pollari, Renato Farina, Repubblica, Sismi, giornalisti, servizi segreti

scritto da millepiani il 09:41 | Comments (0)

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La nostra Italia

da Repubblica di oggi

Un attico di undici stanze nel cuore di Roma: qui Pio Pompa lavorava in stretto contatto con il direttore del Sismi
Tutte le telefonate a Pollari dal covo della disinformazione.
In via Nazionale dossier, ricevute e file sul Nigergate

di CARLO BONINI
ROMA - Raccontano Pio Pompa come un tipo solitario, metodico. Abruzzese dell'Aquila, cinquantacinque anni, magro, piccolo di statura, una calvizie pronunciata e occhiali da miope. Chi lo pedinava lo osservava puntuale, ogni mattina alle 6.30, uscire da solo per andare a comprarsi i giornali in edicola. Chi lo intercettava su uno dei suoi quattro telefoni, un cellulare e tre fissi, lo ascoltava parlare quotidianamente, con cadenze orarie, con un solo uomo a Forte Braschi: Nicolò Pollari.

Nell'aprile del 2004, era stato il Direttore a volerlo al Sismi, trasformando il suo contratto di consulente in un'assunzione definitiva nei ranghi del Servizio. Pollari aveva scelto Pompa, "analista" in proprio e professore a contratto dell'università di Teramo.

E per Pompa il Sismi era diventato soltanto Pollari. Certo, gli capitava di prendere ordini anche da Marco Mancini, il potente e temuto direttore della prima divisione. Ma da quando, a metà maggio, era caduto in disgrazia, il suo interlocutore era nuovamente solo e soltanto il Direttore. A lui, nel primo pomeriggio del 23 maggio, riferisce che Renato Farina, vicedirettore del quotidiano "Libero", nome in codice "Betulla", ha preso la strada del palazzo di giustizia di Milano per mettere in scena l'intervista posticcia con i procuratori Pomarici e Spataro che serve a misurare lo stato di avanzamento dell'inchiesta sul sequestro di Abu Omar e i suoi approdi. A lui riferisce, la sera stessa, che l'operazione è andata in porto e che "Betulla" ne darà conto con una nota il mattino successivo. Da Pollari ottiene le indicazioni sulla lista di giornalisti da incontrare in ufficio o al ristorante per una colazione durante la quale rifilare le veline cucinate dal Servizio. Siano innocue analisi geo-strategiche o informazioni manipolate attraverso cui avviare campagne di intossicazione, disinformazione o influenza sulle maggiori testate giornalistiche del Paese.

Pio Pompa vive accampato nelle undici stanze al sesto piano di via Nazionale 230, un appartamento di proprietà del Sismi. Quattro computer perennemente accesi su "siti internet" di interesse, armadi in plastica da quattro soldi, una sola segretaria tuttofare.

Trascorre giornate ammuffite nelle carte. Carte, carte ovunque. Ritagli di giornale, stampate, annotazioni manoscritte, note di servizio, contabilità. Martedì, gli uomini della Digos impiegano quindici ore per mettere mano in quel marasma e infilare in decine di scatoloni il "materiale di interesse". Dicono ci vorranno settimane per venirne a capo, per separare il ciarpame da ciò che conta. Ma qualcosa salta subito all'occhio.
Cominciamo da due ricevute di pagamento. La prima da 2.500 euro, la seconda da 5.000. Nella firma in calce ai due foglietti, una sigla leggibile: "Betulla". Quando si muove, il vicedirettore di "Libero" non lo fa gratis. Anche per questo, le richieste che arrivano dal Direttore attraverso Pompa sono perentorie. Anche per questo le informazioni che "Betulla" gira a via Nazionale sono tempestive, sollecite. L'ultima, un paio di settimane fa. Spataro lascia Milano diretto a New York, per un convegno organizzato dalla New York University. Per "Betulla", che nulla in realtà sa, né di essere intercettato, né che le richieste di arresto per Mancini e Pignero sono all'attenzione del gip, è il segnale che l'inchiesta "è ferma". "Betulla" riferisce, Pompa annota, Pollari viene informato.

Il metodo è sempre lo stesso. E sempre ne rimane traccia scritta. Dopo la pagliacciata del 23 maggio a palazzo di Giustizia con Pomarici e Spataro (registrata da microfoni nascosti nell'ufficio dei due procuratori), il cui incipit provoca tra l'altro l'irrefrenabile ilarità dei due magistrati ("Il Sismi c'entra con Abu Omar?", chiede "Betulla" tanto per girare intorno alla questione), Pompa chiede e ottiene una relazione scritta su quanto ci si è detti in quell'incontro. "Betulla" redige la sua "nota" e promette che altrettanto farà "il suo uomo" che alla finta intervista ha preso parte, il redattore di "Libero" Claudio Antonelli. Il 24 maggio, i due pezzi di carta sono in via Nazionale. Il 5 luglio, la Digos li scova nella montagna di carte che attufa l'appartamento.
C'è davvero di tutto lì dentro. Durante la perquisizione, salta fuori un dossier personale su Edmondo Bruti Liberati, già segretario dell'Associazione nazionale magistrati, oggi procuratore aggiunto di Milano. Ma si inciampa anche in un dossier datato 2001 che mette insieme notizie sugli orientamenti e le possibili mosse della magistratura associata alla vigilia dell'insediamento del nuovo governo Berlusconi.

In una cartellina, sono conservate quattro lettere anonime di cui, tra marzo e aprile scorso, sono state inondate le redazioni di tutti i principali quotidiani italiani. Robaccia che mette insieme piccole calunnie e altrettanto piccole verità, che dovevano soltanto servire a portare lontano l'attenzione dei cronisti che seguivano l'affare Abu Omar dal fuoco dell'inchiesta e, magari, contribuire a intossicarla.

In un armadio, fa capolino uno scatolone con il "dossier Nigergate". Per oltre un anno, i comunicati di palazzo Chigi hanno accusato "Repubblica" che quella storia "è falsa" ed è spia di chi sa quale ossessione, di chi sa quali fantomatici mandanti. Lo scatolone dimostra che è il Sismi a vivere come un'ossessione quell'affare in cui è impicciato mani e piedi e da cui non sa come tirarsi fuori. Anche quello, un "lavoro" commissionato dal Direttore. Come la campagna di aggressione a "Repubblica" che Pompa, su suo incarico, conduce e sorveglia attraverso i giornali "amici": dal "Giornale" all'Unità, da "Libero" al "Riformista", a "Panorama".

Tutta farina della fabbrica della disinformazione di via Nazionale 230. Come la manipolazione infedele che, ai primi di giugno, deve pubblicamente accreditare il falso secondo cui all'origine degli accordi che hanno reso possibili le "consegne straordinarie" e dunque il sequestro Abu Omar c'è un accordo Europa-Stati Uniti siglato quando a presiedere la Commissione era Romano Prodi.

Chi in queste ore lavora all'inventario di questa monumentale opera di dossieraggio, sui singoli come su argomenti politicamente sensibili, insiste che "ci vorrà del tempo". Confida il proprio stupore e segnala che quel che è stato afferrato è solo il bandolo di una matassa di cui non sarà semplice separare tutti i fili. Era da via Nazionale 230 che venivano intercettate le comunicazioni telefoniche di Giuseppe D'Avanzo? E come e con quali strumenti tecnici? Sicuramente è in via Nazionale che, il 12 maggio, Pompa raccoglie l'informazione che i due giornalisti di Repubblica "stanno all'hotel Diana di Milano e stanno a fà la spola con Spataro". Ed è sicuramente quel giorno che la foga di comunicare quell'informazione lo tradisce. Si attacca al telefono per girare l'informazione a Marco Mancini e in quel momento, per la prima volta, gli uomini della Digos in ascolto apprendono dell'esistenza di questo misterioso "Pio".

La sera stessa, i suoi telefoni sono sotto controllo. Per la Procura di Milano, la fabbrica della disinformazione e del controllo illegale di Via Nazionale 230 cessa di essere un segreto. Pompa si trascina dietro "Betulla" e con lui Antonelli e tutti coloro che a lui si sono avvicinati nel tempo. Almeno a partire dall'aprile 2004, quando era diventato l'uomo di Pollari. Giorni magnifici in cui l'ex professore a contratto avvicinava i giornalisti prescelti dal "Capo" annunciato dalla telefonata di un funzionario del Ministero della Difesa. I pm di Milano hanno identificato l'officiante e non è escluso che presto possano rivolgergli la più semplice delle domande. Per ordine di chi faceva quelle telefonate convocando, a palazzo Baracchini, i giornalisti?

Certo, avrebbe potuto e potrebbe spiegarlo lo stesso Pompa. Mercoledì, durante la perquisizione, si era detto pronto "a chiarire tutto". Ieri mattina, giorno del suo interrogatorio, ha cambiato idea. "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere", ha detto al pm Spataro.

Technorati : Abu Omar, Carlo Bonini, Cia, Giuseppe D'Avanzo, Libero, Pio Pompa, Pollari, Renato Farina, Repubblica, Sismi, giornalisti, servizi segreti
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scritto da millepiani il 09:37 | Comments (0)

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04.07.06

Taxi-driver: un'analisi

Un bel pezzo di Guido Viale sulla liberalizzazione delle licenze dei taxi e sulla loro lobby. Da Repubblica di oggi.

La riforma Bersani e le lobby
di GUIDO VIALE

I TASSISTI, come le farmacie, sono percettori di rendite oligopolistiche grazie alle barriere frapposte all'ingresso di nuovi competitors. In Italia i taxi sono pochi: a Barcellona, modello per tutti i sindaci italiani, i taxi per abitante sono sei volte quelli di Milano. Di qui il prezzo spropositato a cui vengono scambiate le licenze: fino a 200mila euro in città come Roma, Milano o Firenze; una compravendita peraltro illegale, mai registrata ai prezzi effettivi. Il costo di ingresso nel settore viene recuperato con le tariffe. Per il recupero (pay-back) dell'investimento si parla di cinque-dieci anni. 200mila euro recuperati in dieci anni sono un balzello annuo di ventimila euro, quasi cento euro al giorno, cioè da cinque a dieci euro su ogni corsa, che vanno ad aggiungersi alla remunerazione del tassista, al canone associativo e al costo di assicurazione, manutenzione, carburante e rinnovo periodico del mezzo.


In altre città italiane queste stime vanno ridotte di un terzo o della metà. Il balzello, comunque, grava soprattutto sui costi delle imprese: oggi può permettersi il taxi quasi solo chi è rimborsato da una ditta o da un ente.

Una volta recuperato il costo della licenza - nel caso che non sia stata ereditata - i tassisti guadagnano molto: per lo meno rispetto agli addetti a mansioni simili. Quanto, esattamente, non si sa; perché non sono tenuti a rilasciare ricevute (quelle che danno al passeggero non hanno alcun riscontro fiscale): le ha abolite, pochi mesi dopo la loro introduzione, il primo governo Berlusconi. A fronte di questi guadagni, il lavoro dei tassisti è stressante e gli orari sono lunghi: dieci e a volte anche sedici ore al giorno. Non è detto - anzi, non accade quasi mai - che durante il turno siano sempre in moto: stanno fermi, in attesa dei clienti, anche per metà della giornata.

La cessione della licenza rappresenta una sorta di buonuscita, in assenza di tutele previdenziali più adeguate: è un "fai-da-te" eretto a sistema di governo; sulla sua perpetuazione si reggono lobby, clientele e "pacchetti" di voti che stanno all'origine della frammentazione della categoria in associazioni e cooperative che invece di collaborare per rendere efficiente il servizio, si combattono per difendere le prerogative di chi le governa. Basti pensare che nelle principali città italiane, nonostante i molti tentativi esperiti, non si è riusciti nemmeno a istituire un numero unico per le chiamate: cosa che evidentemente pesa sia sulla qualità del servizio (tempi di attesa) che sul suo costo (l'attesa spesso la paga il cliente).

Non parliamo delle innovazioni rese possibili dalle tecnologie dell'informazione e delle telecomunicazioni (Itc): nove anni fa l'allora ministro dell'ambiente Ronchi, nel quadro di un decreto sulla mobilità sostenibile, aveva istituito - sulla carta - una nuova modalità di trasporto a domanda, chiamandola impropriamente "taxi collettivo" e assegnandone incautamente la gestione alle aziende di trasporto pubblico locale (Tpl). Le quali, sostenute dai contributi regionali, avrebbero potuto fare una concorrenza sleale ai tassisti. Per reazione un compatto sciopero aveva offerto a Berlusconi l'occasione di un bagno di folla tra i tassisti romani. Il provvedimento era stato subito revocato e reso non operativo.

Le misure sui taxi del sacrosanto decreto-legge del governo Prodi, se non sarà accompagnata da interventi che affrontino tempestivamente la questione nel suo insieme - e purtroppo la questione non è stata nemmeno sfiorata nel lungo processo di elaborazione programmatica dell'Unione - rischia di sortire effetti analoghi. Vale la pena evidenziare rischi e opportunità a cui si espone la decisione del governo:

1. Senza misure di accompagnamento, il decreto è una mera spoliazione di lavoratori che hanno investito molte risorse nell'acquisto della licenza; o che contano su di essa per una tranquilla uscita dal lavoro;

2. Una compensazione monetaria non è praticabile. Le licenze in Italia sono circa quarantamila. A un costo cautelativo di 100mila euro ciascuna, fanno 4 miliardi di euro. Chi li può sborsare di questi tempi? Il Governo? Le Regioni? I Comuni? Nessuno dei tre;

3. Uno scontro frontale con i tassisti alla lunga è pericoloso: innanzitutto perché svolgono un servizio pubblico essenziale; poi, perché possono adottare forme di lotta estreme, come il blocco del traffico, emulando i camionisti che avevano preparato il terreno al rovesciamento violento di Allende. Sarebbe però gravissimo se il governo facesse marcia indietro;

4. È sbagliato però pensare di affidare progressivamente il servizio a imprese gestite con criteri capitalistici e forme di lavoro subordinato o in appalto come accade negli Stati Uniti. Per capire a quali eccessi di sfruttamento, parassitismo, inefficienza, e anche di conflitto sociale, esso possa portare, consiglio la lettura di Taxi! - Driver in rivolta a New York di Biju Mathew, Feltrinelli. Qualità ed efficienza del servizio sono garantite meglio da una compagine di lavoratori indipendenti;

5. Non ci si può aspettare che dalle attuali organizzazioni dei tassisti vengano proposte diverse dalla difesa dello status quo. Non sono venute finora e non c'è motivo perché le cose cambino improvvisamente. Dovrà farsene carico qualcun altro.

Che fare, allora? Alcune considerazioni di buon senso possono contribuire a imboccare una strada vantaggiosa per tutti:

1. La palla passa alle Regioni e ai Comuni che dovranno assegnare le nuove licenze. Dovranno graduarle nel tempo, in modo da permettere a chi la ha acquistata un recupero almeno parziale del suo valore;

2. Occorre introdurre subito la ricevuta fiscale stampata in automatico dal tassametro. È un altro duro colpo per i tassisti! Ma giacché il governo non se li è certo ingraziati con l'attuale decreto, tanto vale completare l'opera e porre le basi di un effettivo rinnovamento del servizio. Così potrà anche monitorare i guadagni effettivi dei tassisti e graduare la liberalizzazione del servizio sulla loro capacità di recuperare almeno una parte del valore perso;

3. Per ridurne l'opposizione bisogna offrire ai tassisti delle chance: per esempio la possibilità di alternarsi su più turni sullo stesso mezzo; la reintroduzione del trasporto dei disabili finanziato dai servizi sociali; la concessione ai titolari di licenze già in essere di nuove licenze per i coadiuvanti familiari e delle licenze, con facoltà di recesso, per i servizi innovativi: quelli basati sulla condivisione del veicolo tra una pluralità di utenti;

4. Occorre soprattutto predisporre normative e agevolazioni per l'acquisizione delle tecnologie necessarie all'innovazione: tassametri a ripartizione di tariffa; display che segnalino la destinazione del veicolo, per consentire la raccolta di nuovi passeggeri lungo il percorso; display e corsie differenziate in base alla destinazione in tutti i grandi poli di attrazione (aeroporti, stazioni, stadi, ospedali, centri commerciali, quartieri dei divertimenti); interconnessioni, software e terminali per servizi su chiamata estemporanea per passeggeri con percorsi e orari compatibili. E poi, servizi a chiamata sostitutivi del trasporto di linea in zone periferiche e orari di morbida; promozione e agevolazione di convenzioni con utenti collettivi: imprese, enti, categorie.

scritto da millepiani il 11:07 | Comments (0)

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30.06.06

Io, mammete e tu

sartre-che.jpg

scritto da millepiani il 15:04 | Comments (0)

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21.06.06

Sono ubriaco, mi metto alla guida

Non ho mai amato la macchina, la voiture, quello scatolo parallelepipedico di metallo, più o meno resistente o più o meno veloce secondo la marca, che viaggia su quattro ruote, che non fa vedere il cielo, e che ci conduce per le strade, le autostrade, che già all'epoca del Terzo Reich erano diventate gli esempi della 'ristrutturazione paesaggistica e simbolica' del novecento.
Quando sono stato in Germania dell'Est, ne ho viste di plastica, come a Praga, come in Ungheria. 'Correvano' a novanta all'ora, sforzandole: una 'velocità' bellissima, che mi sembra assolutamente unica per godere del piacere della guida e del piacere del guardare cosa stia 'attorno'.
Sono stato in macchina con chi, 'correndo a novanta all'ora', ha scelto di vedere, dalla 'macchina', quello che c'era intorno, spiegandomi quale 'poesia' ci potesse essere nel vedere, nell'inseguire l'alba che sorgeva, andando verso oriente.
Sono stato in macchina con chi, inutilmente, ha raggiunto i 190 all'ora dopo una serata di festa, solo perchè era sicurA, certA di avere il perfetto controllo della voiture.
Ho chiesto, gentilmente, e poi molto meno gentilmente, fino ad imporlo, di farmi scendere. E sono sceso, in mezzo alla campagna. Come sa qualcuno dei miei amici.

Non ho mai conosciuto un solo pilota d'aereo, piccolo o grande, e ne ho conosciuti, che si sia messo alla guida di un Cessna o di Boeing come se guidasse senza che ci fosse 'intorno' qualcun altro che lui stesso; non ho conosciuto un solo 'conduttore' di parapendio o di 'oggetto volante' che non sapesse che il 'controllo assoluto' di quello che si fa è la condizione preliminare per 'volare' - che non è, e non sarà mai, 'andare in una scatoletta metallica con quattro ruote'; non ho mai ascoltato nessuno degli amici e delle amiche di mia sorella, che si immergono nel fondo del mare, credere, anche solo per un momento, di potere essere 'padroni' di sè quando non lo si è, quando si è ubriachi e si rischia la propria vita e, soprattutto, quella altrui.
Mai una volta, frequentando a Venezia chi guidava 'navi', 'barche', 'piroscafi', o, semplicemente, un 'topino', io ho sentito dire o visto fare quello che ho visto fare a chi guida una 'voiture'.
E anche se tutti coloro i quali io ho nominato hanno fatto, anche solo una volta, quello che io sto nominando, nessuno di loro, mai, si è sognato, ha creduto di essere solo in 'autostrada', di 'controllare tutto', di 'gestire tutto', come ho visto fare, dire e dichiarare, più di una volta, con una faccia degna di un criminale, a chi guida la propria 'voiture'.

Per questo io sono perfettamente d'accordo con la proposta di inasprimento delle pene proposto dal governo spagnolo per chi non rispetta queste 'regole minime', e sono d'accordo perchè non ci sia nè indulto nè clemenza per chi si mette alla guida di una 'voiture' qualsiasi - incapace di essere responsabile della vita altrui.


scritto da millepiani il 15:23 | Comments (0)

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18.02.06

'In filosofia' - Bengasi e la teologia politica: come un intervallo

a Gianfranco

Vorrei essere, nello stesso tempo, molto netto e molto preciso. Lo farò, insieme, per dichiarazioni di principio e spiegazioni. Le dichiarazioni di principio e le spiegazioni implicano, per essere comprensibili, una chiarezza dello scenario e delle scelte. Non sono in grado, per la mia posizione, di poter incidere sulle scelte 'politiche', ma, poichè io sono un intellettuale che prima degli studi ha praticato quotidianamente la politica, non solo non ho paura di dire 'il da farsi' - la paura che porta alla 'sfumatura' -, ma, ancor di più, mi ritengo responsabile di vedere quello che 'accadrà', o potrebbe accadere. E, ancor più, mi ritengo più responsabile degli altri ogni qualvolta io 'parlo' di politica. Poichè ogni qualvolta io 'parlo' di politica, io parlo del 'futuro', distinguendomi, con forza, dallo statuto delle 'parole' politiche che sento pronunziare intorno a me.
Ed è una posizione che prendo, davvero, di fronte 'l'oggi' della 'politica'.

Non solo io rivendico questo statuto, ma, ancor più, io me ne faccio forza, sapendo che esistono momenti in cui la 'falsa moderazione della falsa modestia, del silenzio' è più 'colpevole' dell'immodestia e del 'dichiararsi'.
Serva come 'prefazione' alle cose che scrivo.


1) Chiunque e ovunque, dopo Voltaire, ha 'diritto' di 'insultare' il proprio 'dio'. Di sbeffeggiarlo. La bestemmia e il dileggio di 'dio', logicamente, attengono ai credenti. Nessuno, tra i non credenti di nessuna religione, può 'infamare' un 'dio' che non è suo. In questo, i 'non-credenti' hanno una 'responsabilità' grande; ed ancor più i 'credenti' parlando del 'dio d'altrui'. La bestemmia e la recriminazione attengono alla 'fede': in Occidente, esse sono inscritte nella fede stessa. Lo stesso 'disconoscimento' di 'dio' attiene alla statuto stesso dell'Evangelo. Pietro è colui che 'disconosce' il suo 'dio'.
Uno studio 'serio' sullo 'statuto della bestemmia' farebbe emergere come il 'dileggio', la 'distanza', il 'disconoscimento' dell'esistenza di 'dio' attengono all'esperienza tipica dell'Occidente, precedente a Voltaire stesso. Non solo la 'bestemmia', come insulto al 'dio' a cui si crede, ma ancor più il suo 'disconoscimento', la 'maledizione' lanciata contro la sua assenza, si installa esattamente nel 'cuore' della fede cristiana. (L'assenza di 'dio', nel cristianesimo, si misura di fronte la morte dell' 'infante', nel suo statuto stesso rispetto tutta la 'storia della salvezza', posizione che duemila anni di teologia non hanno saputo 'sistematizzare'.)

2) Esistono, in Occidente, 'epoche' in cui 'l'assenza di dio' - non io la chiamo così - è stata 'patente'. Sono passati solo sessant'anni dai 'campi'. Abbiamo, oggi, ancora oggi, un'esperienza della 'patente assenza di 'dio'' di fronte la storia. Il cristianesimo è questo: è la responsabilità di fronte la storia della 'storia della salvezza' inscritta nell'Evangelo. Esistono pagine di riflessione 'verticale' su questa 'assenza' che non spetta a me commentare. Ma che non posso fare a meno di ricordare quando si parla di 'un dio' qualsiasi'. Ecco: della 'morte senza giustificazione'. Sergio Quinzio ha scritto pagine memorabili su quest'assenza, questa sofferenza e questa domanda. Tutta la 'riflessione teologica' precedente i 'campi', salvo pochi e poche, non può assumere questa 'assenza di dio', non ci riesce. E dunque, per questo, noi siamo 'nani', proprio perchè la 'miseria' della nostra domanda e della nostra risposta, di fronte 'gli infanti' gasati e inceneriti in ogni campo nazista, è di una tale miseria e povertà, così come tale è la miseria di ogni teologia morale, anzi: di ogni 'filosofia morale', da portarmi, da 'ri-portarmi' alla domanda che, dopo Voltaire, si ripresenta: 'dio', la 'politica'.

3) Questa 'patente' 'assenza di dio' attiene all'esperienza 'cristiana'. Essa non tocca - anche se sì, ma qui non è il caso di pensare anche questo - lo statuto del 'dio ebraico' dell'Antico Testamento. Questa esperienza non tocca lo statuto della terza religione monoteista, l'Islam. In questa esperienza si installa un intervallo che la terza religione monoteista non ha vissuto. In questo 'intervallo', in questa differenza la misura e la percezione dell'insulto a 'dio', la 'bestemmia', il suo 'disconoscimento', 'ci' separa.
Sarebbe ovvio rivendicare, oggi, una certa integralità di una fede cristiana che ritorna. Questo ritorno si installa, per colmarlo, esattamente in questo 'spazio', in questa 'assenza'. La secolarizzazione - che è il processo di ricollocazione della presenza di 'dio' all'interno di una società, quella occidentale -, mentre ha risolto la sua 'laicizzazione', non ha risolto le implicazioni 'politiche' nè della sua presenza nè della sua assenza. Tutta la riflessione sulla 'secoloarizzazione' si muove su questa dorsale ambigua: mentre da un lato essa si muove per voler regolare e sistematizzare la presenza di 'dio' in società de-cristianizzate, dall'altro lato non riesce a risolvere la persistenza del rinvio a 'dio' presente nelle società occidentali, pur nella sua assenza. E' la discussione tra Schmitt e Blumenberg. Si tratta di una discussione eminentemente 'politica', ove 'politica' deve leggersi come quella che nasce - come nel Platone della 'Repubblica' - come contemporanea alla 'teologia'. I due termini non sono, mai, separabili.

4) la definizione di 'teologia-politica' che emerge dalla rilettura di questo dibattito da parte di Jakob Taubes, al contrario, ne declina, esattamente, i contorni e le conseguenze. Opterò, qui, per una declinazione 'strabica'. La riproposizione di un 'tutto pieno' di 'dio', come viene 'rilanciato' dai 'credenti islamici', non fa che colpire questa aritmia profonda del 'dio' delle Tavole e dell'Evangelo. E, in qualche maniera, ne coglie gli elementi di debolezza. Mentre l'incardinamento della presenza di 'dio' nelle politiche occidentali - come ha fatto il presidente degli USA negli ultimi 6 anni - è un'incardinamento delle politiche all'interno di un 'ombrello' teologico 'vuoto', la voce dell'Islam rimanda ad una pienezza della presenza di 'dio' dentro 'le politiche' che travalica le stesse politiche statuali, e reinvia ad una 'politica teocratica' che, se in 'Occidente' non è più possibile, grazie alla 'bestemmia', a Voltaire, a questa 'assenza', nell'Islam trova il suo 'completamento' nella rivendicazione di una 'politica' all'altezza della 'presenza di dio'.
Questa politica è il 'fantasma' che l' 'Occidente' ha risvegliato, senza avere la forza nemmeno di un conflitto 'teologio-politico' classico: una 'guerra di religione'.

5) la nozione di 'guerra di religione', che sempre più si accentuerà giornalisticamente come 'categoria ermeneutica' nei prossimi anni, espone la nudità dell' 'Occidente' di fronte questa 'sfida'. Questa categoria verrà declinata, come già lo è già, come 'sfida di civiltà', 'guerra di civiltà', 'scontro di culture'. Queste definizioni mostrano la paura che alberga nell'inconscio dell' 'Occidente', come lo chiama Emanuele Severino. L' 'Occidente' ha paura di chiamare questa 'sfida' 'guerra di religione', poichè l' 'Occidente' ha paura di nominare la 'religione' come una causa di 'guerra'. La 'guerra di religione' è una categoria che, grazie a Voltaire, gli è divenuta 'estranea'. Ma, nello stesso tempo, tutto il dispositivo culturale 'occidentale' non ha pensato la persistenza dell'incrocio tra 'dio' e 'politica'. Quello che gli intellettuali 'liberali', forse gli stessi 'filosofi politici', nella loro generalità, quello che non vogliono capire è che esiste una radicale differenza tra 'religione' e 'teologia'. Mentre la 'religione' attiene allo statuto fondamentale della politica 'moderna', la teologia attiene allo stesso statuto delle definizione di 'politica' (Platone). Esse nascono 'insieme'. Ogni processo di 'laicizzazione' attiene alla 'religione' ma non alla teologia. 'Laicizzare' la teologia è impossibile. Ma la 'teologia' è assolutamente consustanziale alla politica 'occidentale'.

6) Dove si colloca questa 'sfida'? Essa si colloca esattamente in quell'incrocio, cruciale, che esiste tra 'teologia' e 'politica'. Essa si colloca, perfettamente, in quella sfera, su quel piano, che Taubes, e sulla sua linea Assmann, chiamano 'teologia-politica'. Da intendere come nozione che rende ragione - Kant - della persistenza della 'pienezza' di 'dio' sul piano 'politico'.
Essa richiama, in maniera cogente, l'inconsistenza del richiamo alla 'laicizzazione' della politica, così come rende evidente la persistenza di un 'tutto pieno' da opporre alla 'sincope' religiosa che attiene alla 'laicizzazione della religione', che è la caratteristica dell' 'Occidente'.

7) Questa 'sfida', che certo è 'gonfiata' dai poteri 'politici' teocratici di un Islam assediato dalla 'potenza' militare degli USA, e affonda le sue radici in una condizione di 'disperazione' di alcuni 'popoli', che prima che islamici, sono arabi, questa 'sfida' non è, in nessuna maniera, una sfida alla 'laicità' dell'Occidente. Al contrario, essa se ne fa forte, si fa forte di questa 'patente mancanza', che è la nostra forza. Diciamolo: la 'storia' delle vignette è, precisamente, in termini teologico-politici, la 'differenza tra un 'tutto pieno', una 'coincidenza' tra la tota-presenza di 'dio' e il nostro 'disincanto'.
E solo la nozione di 'bestemmia', la sua 'intelligenza', il suo 'scarto', rende giustizia di questa 'differenza'.

8) Decostruire comunità è l'unica pratica 'politica'.

9) Citando Foucault, un certo Foucault, io mi assumo quella responsabilità che, sola, mi attiene. Lo faccio, ormai, da anni. Citando Jakob Taubes, i suoi colloqui sulla teocrazia, la ridefinizione del concetto di 'teologia-politica', citandolo da anni, io mi sono assunto la responsabilità che mi attiene rispetto quello che 'vedo'.
Decidendo, volontariamente, di tenere un seminario su Foucault, dalla definizione di 'biopolitica' sino alla declinazione della 'cura di sè come pratica riflessa della libertà', quello che mi sono sforzato di fare è cercare di capire, in prima persona, come innanzitutto Kant e la sua 'Pace perpetua' possano essere riletti alla luce del nuovo scenario 'biopolitico'. Cercando di rileggere, di nuovo, il 'Che cos`è l'Illumismo' di Kant proprio alla luce di queste categorie.
Insistendo, in ogni luogo, su questi due concetti, 'biopolitica'/'teologia politica', non ho fatto altro che metterli in rapporto. Ma non basta. Non basta certo ancora.

10) se io facessi oggi politica, come l'ho fatta per pochi anni, ma intensi, io andrei in ogni luogo 'religioso' per ripetere, insistere, ribadire, imporre la differenza, evidente ai miei occhi, tra la religione e la politica. E parlerei di teologia. E parlerei, in ogni luogo, della teologia e della politica. Parlerei di 'dio'. Io che 'non credo'.
Perchè, poichè io ho studiato filosofia, io 'non posso non pensare dio'. Proprio 'facendo politica'.
Io non ho smesso di fare politica.

(à suivre lo sviluppo della tesi 8)

scritto da millepiani il 18:25 | Comments (0)

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Bertinotti, Cossiga e la farsa 'ferrandiana'

Non ho mai avuto particolare 'trasporto' per Cossiga. Lo ritengo uno dei maggiori responsabili della tragedia degli anni '70. Ma come sanno in molti, lo ritengo uno degli ultimi 'artisti' della politica in circolazione: nel senso migliore o deleterio del termine. Ne fa fede questa lettera, che posto grazie alla segnalazione di Atemkristall, sulla vicenda 'Nassirya, Ferrando, Bertinotti'.

"(ANSA) - ROMA, 17 feb - Il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha scritto una lettera aperta a Fausto Bertinotti, spedita al quotidiano Liberazione ma non pubblicata nella quale invita il segretario del Prc, a rivedere le scelte fatte sulla questione Ferrando e Caruso.

' Molto mi ha meravigliato che tu, uomo forte e coerente, ti sia piegato al diktat di Romano Prodi ed abbia escluso dalle tue liste e dai tuoi candidati nella lista autonoma del Senato i tuoi compagni Ferrando e Caruso' scrive il presidente emerito della Repubblica.

Cossiga ammette che Marco Ferrando abbia fatto delle dichiarazioni in modo imprudente 'data la posizione inequivoca mantenuta sull'argomento da Romano Prodi, dai Ds e da La Margherita e la sua aspirazione ad essere candidato nelle liste del centro-sinistra' sulla 'resistenza irakena' ma conclude cosi' la lettera al segretario del Prc: 'Sinceramente, caro Fausto, non ti comprendo. Hai ceduto su i 'pacs', hai ceduto sul ritiro immediato di tutte le unita' militari impiegate all'estero, hai ceduto sulla Tav: vuoi cedere ora anche sulla candidatura di un tuo militante e di un leader di quei movimenti di cui vuoi che Rifondazione Comunista sia il referente politico? Ripensaci, caro Fausto, ripensaci'.

'Sono stato contrario -spiega Cossiga- all'intervento militare unilaterale per iniziativa anglo-americana nell'Irak, perche' inutile e pericoloso, senza un 'progetto' ed un 'orizzonte' politico ed anche con scarsa preparazione militare, psicologica e morale delle truppe; e non certo perche' il Consiglio di Sicurezza non era d'accordo, dato che non essendo il Consiglio di Sicurezza d'accordo, ho plaudito al duro intervento militare guidato da Clinton e da D'Alema contro la Jugoslavia volto ad impedire il genocidio delle locali popolazioni di etnia albanese da parte dei serbi'.

Inoltre, ricorda l'ex Capo dello Stato, 'sono stato contro il pasticciato invio d'unita' militari italiane in Iraq, perche' non certo male addestrate, ma senza adeguato equipaggiamento ed armamento e senza un mandato chiaro, e prive di 'regole d'ingaggio' che ne tutelassero le capacita' difensive e se necessario offensive, con l'ipocrita copertura con il nome di 'operazioni di pace', di vere e proprie operazioni di peaceenforcing e di peacekeping, operazioni 'per la pace', ma non certo 'di pace'.

'Ma poi, quello che era stata una invasione pura e semplice -secondo Cossiga- si e' trasformata in forza delle successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e la instaurazione di un governo iracheno, cui e' stato restituito il pieno esercizio della sovranita', in operazioni di peaceenforcing e di peacekeping condotte insieme alle ricostituite forze irachene militari e di polizia E cosi', gli attacchi alle unita' militari italiane non erano piu' attacchi delle 'resistenza', ma attacchi puramente e semplicemente 'terroristici''.

'Ma questa interpretazione giuridico-internazionale della situazione non e' stata mai accolta dalle forze de L'Unione - sostiene l'ex Picconatore - nei quali cortei gia' era risuonato il grido di 'Dieci, cento, mille Nassyria!'. La stessa giustizia italiana, anche con la recente sentenza della Corte d'Appello d'Assise di Milano considera 'resistenti' e non 'terroristi' gli irakeni che usano le armi contro le forze della Coalizione, italiani compresi'.

'E questa interpretazione e' stata da tempo fatta propria dal ministro della Difesa e dal Capo di stato maggiore della Difesa, le mie proteste contro il cui comportamento hanno portato prima alla mia degradazione da capitano di fregata (CP) delle riserva assoluta a comune di 2.a classe e poi alla mia radiazione da appuntato d'onore dell'Arma dei Carabinieri! E perche' mai, caro Bertinotti, tu lo vuoi allora escludere dalle liste dei candidati? Lo vuoi escludere perche' sostenitore di una tesi fatta propria dai giudici italiani e perfino dal ministro della Difesa Martino e dal Capo di stato maggiore della Difesa ammiraglio Di Paola'? Non c'e' solo Ferrando, aggiunge Cossiga: 'Vi e' poi il caso Caruso che Romano Prodi, i Ds e la Margherita ti intimano di non candidare. E perche'? Perche' per contestare le manifestazioni 'global' ha usato e guidato atti di violenza 'a bassa intensita'? E per decenni, quando i sindacati non si erano ancora convertiti al 'neo-corporativismo socialdemocratico scandinavo', alias alla 'concertazione', non usavano negli scioperi la forza, e non sempre? 'a bassa intensita''? E poi: 'E che forse uno dei Ds, odierno vostro 'censore', non ha dichiarato che prima di diventare presidente del Consiglio dei ministri aveva fatto uso nelle manifestazioni politiche di bombe 'molotov''? aggiunge Cossiga con trasparente riferimento a Massimo D'Alema.(ANSA).

CP 17-FEB-06 17:14 NNNN

scritto da millepiani il 13:37 | Comments (0)

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14.02.06

Oltre il 'moderno', oltre la 'Germania': sorridendo di Angela Merkel

Devo esporre una dissidenza radicale dalle righe scritte da Mario nel post che mi precede. Lo faccio soprattutto anche per la necessità di intervenire su temi che bisognerebbe trattare con molta più 'attenzione e giudizio' rispetto il post di Mario.
In qualche maniera, come mi si è detto, si tratta di ritornare ad una 'normalità della scrittura' che faccio fatica, lo confesso, a recuperare. Almeno in questo luogo.
Lo faccio per amore di 'condivisione'. Ma lo faccio a 'gran fatica', sia per mie condizioni preliminari di scrittura che per argomento.


La prospettiva di Mario, per parziale che sia e dichiaratamente - l'ottica tedesca -, non coglie nè il nodo centrale della trasformazione geopolitica che ha segnato l'intervento statunitense in Iraq nè la 'forza mediatica' che pretenderebbe di decostruire.

1) Mario scrive: "Che cosa ha detto, tuttavia, la signora Merkel al presidente degli Stati Uniti Bush? Inarcando la schiena della terza potenza industriale del mondo, ha dichiarato che "Guantanamo non deve durare a lungo". Il che significa pensarla esattamente come l'amministrazione americana, la quale giustifica Guantanamo con lo stato di eccezione, il quale, per definizione, non dura in eterno, ma solo finché il governo che lo ha decretato non ritiene cessata l'emergenza che lo ha fatto."
Scrive "[...] stato d'eccezione, il quale, per definizione, non dura in eterno [...]": scrivere questa frase significa non avere nemmeno intuito la permanenza dello stato d'eccezione come condizione fisiologica della politica mondiale. Significa, seguendo tutti gli ultimi lavori di Agamben, non aver compreso che lo 'stato d'eccezione' non è NULLEMENT uno 'status' transitorio, ma bensì la condizione d'esistenza della 'potenza politica mondiale preminente' - economicamente e militarmente - di fronte cui bisogna pensare. In questo senso, tutta la critica alla politica estera tedesca - che sia Merkel o la SPD - è completamente 'fuori di sesto', si attacca alla 'briciola' mentre altri infornano ben altre argomentazioni. Di ben altro 'peso' e 'conseguenze'.

2) ancor più assurdo, questo davvero 'fuori di sesto', nel senso peggiore, è il richiamo al fatto che chiunque a livello politico, in Germania, possa/debba 'sviluppare' una politica di rivendicazione del rispetto dei diritti umani a partire dal fatto - cruciale, ma non in questo contesto - di 'aver sterminato sei milioni di ebrei'. I tedeschi.
Lo dico molto semplicemente: trovo la tesi molto 'volgare' intellettualmente e di nessun valore politico. Non mi inoltro in una dimostrazione delle conseguenze logiche che questa tesi implica (ce ne sarebbero 'gravissime).
Mi fermo su una considerazione di M. Lapalisse: è esattamente la nozione di 'diritti umani' da rimettere radicalmente in causa esattamente a partire dal fatto che lo 'stato d'emergenza' è la 'condizione costitutiva della politica mondiale', oggi. Questa 'costanza dell'eccezione' si inaugura con Tien an Men e 'vede luce', a livello di politica internazionale, di storia diplomatica, di eventi che determinano lo statuto della politica, anzi: del 'politico', con le guerre nella penisola balcanica. La vogliamo chiamare ex-Jugoslavia? Fate. La cosa mi è indifferente. Le conseguenze, per me, non sono indifferenti.

3) sono 'entrato in politica' sulla questione israelo-palestinese. Non ho mai scritto una solo sillaba su questa questione; non lo farò ora. Quando deciderò di farlo, non lo farò su un blog. Monaco lo lascerei a Spielberg. Ma una cosa vorrei dirla, di nuovo la stessa: la fondazione dell'ONU coincide, politicamente anche se non precisamente cronologicamente, con la nascita dello Stato d'Israele. Contemporaneamente alla 'definizione' del concetto di 'diritti umani'. Senza un 'ripensamento all'altezza dei tempi' di quella 'definizione', non c'è nessuna possibilità di pensare due popoli in due stati. Questa è una semplice ipocrisia, ed un'impotenza teorica innanzitutto: ci sono, ancora Lapalisse, uno Stato, due popoli, tre religioni. Tre religioni. Ed il fulcro sta lì: tre religioni. Dalle mie parti, ma su questo so di essere solo, si chiama 'teologia politica'. Ma questa è un'altra questione che, appunto, non affronto qui e nemmeno altrove.

4) Il 'moderno' si è concluso con Foucault. La lettura degli eventi 'politici', giudicati come 'politici', attiene a questo statuto che la politica aveva assunto nel XIX e nel XX (prego, leggere Rossana Rossanda, 'La ragazza del secolo scorso'). E non si è concluso con il Foucault dell' 'Archeologia' o della 'Clinica', e nemmeno quello delle 'Prigioni'. E, meno che mai, con quello della 'Microfisica del potere', testo 'inesistente', ad usum 'dentisti', degli amanti italiani, e solo italiani, dell'analisi del 'potere', quello con la P grande. Il 'moderno politico' si è concluso con il grande tornante foucaultiano sulla 'biopolitica', che non ha NULLA A CHE VEDERE con le stronzate che si scrivono e si leggono in circolazione, 'Mimesis' compresa, e che, per 'forza di forza', ha scavalcato la stessa 'Storia della sessualità'.
Questo tornante, che fa fatica ad imporsi, ma che sarà sempre di più il paradigma del 'politico' av-venire, si incunea dentro la ridefinizione di 'soggetto', 'persona', 'diritto', 'potere/poteri', 'relazione/i', 'maschile/femminile/trans", 'comunità', 'relazione/i', 'cura di sè', '(la/le) libertà' (!) e ne ritraccia, a partire da tutti i saggi che Gallimard/Feltrinelli stanno pubblicando, la nuova configurazione.

Si, lo so: non c'è un Taubes che li fa tradurre per Surkamp, e che li ricolloca all'interno dell'orizzonte teologico-politico.
Ma si sente, si sente che non c'è. Habermas, davvero, si sente ancora nelle tue parole, Mario.

Update: trovate qui la risposta di Mario M.


scritto da millepiani il 20:20 | Comments (0)

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23.01.06

Senza parole ma gridando

Insieme.

scritto da millepiani il 00:14 | Comments (0)

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22.01.06

La sinistra, il denaro, Georges Bataille

Ancora una volta, insolitacommedia mette a fuoco una questione cruciale. E, ancora una volta, non siamo d'accordo.
Il punto focale è il 'denaro' e la 'sinistra'. E, in grande parte, insolitacommedia dice bene, scrive cose condivisibili. Tranne che per l'oggetto stesso del suo post (pubblicato, tra l'altro, su roquentin, che si limita a definirlo 'post arguto', senza interrogare, come spesso fa, le questioni profonde che insolitacommedia fa balenare).

Tutta l'analisi di insolitacommedia, pur essendo condivisibile, si fonda su assunti errati.

Ancor più se essa viene utilizzata per spiegare il rapporto tra la 'sinistra' e il 'denaro'. Insolitacommedia scrive:

"L'incontro è drammatico, come deve essere. Se il denaro non è un universale, allora significa che il denaro è plurale e gli attori del dramma sono, pertanto, positivi o negativi. Nell'epoca del denaro transustanziato nelle autostrade informatiche, relegato a valore fluttuante e ad essenza spirituale, per contro, ribadire il concetto "borghese" del denaro significa dire che il denaro ha perso la sua natura di misura del valore delle cose, per assumerne uno che lo fa diventare universale perché pervasivo e sacro."

Tutt'al contrario: proprio perchè il denaro è universale, il denaro è plurale, e gli attori del dramma, dell'incontro tra la 'sinistra' e il 'denaro', non possono non diluirsi nella forza universale del denaro che non è e non è mai stato 'misura delle cose' (rinvio, per questo, a 'La nozione di dispendio' e alla 'Parte maledetta' di Bataille).
Mentre tutta esatta è la questione che pone insolitacommedia, tutta sbagliata è l'analisi e sono le conclusioni.
La nozione di 'dispendio', che Bataille voleva salvaguardare, è l'esatto contrario del 'pervasivo e sacro' che insolitacommedia attribuisce al 'denaro borghese'.

In questo senso, la pubblicazione dell'articolo 'La nozione di dispendio', nel 1933, nella rivista dei trotskijsti parigini, con tanto di 'righe ad inizio articolo' in cui ci si distanzia dai contenuti pubblicati, costituiscono la dimostrazione eclatante dell'incomprensione - a sinistra - della perdita di valore sacrale del denaro.
In fondo, quello che Bataille voleva dire era molto semplice: mentre il 'denaro' è la borghesia, a sinistra della sinistra è possibile ancora pensare un altro valore di 'sacro' che attiene alla 'rivoluzione'.
Quanto questo fosse 'giusto' non è l'argomento di questo post.
Quanto il denaro abbia svolto, precisamente, una funzione di de-sacralizzazione non solo della ricchezza, ma della 'prorpietà' stessa, ecco, questo lo dimostra Bataille e lo vogliono ricordare questi pochi righi.
La 'sinistra', davvero, continua a rimanere, immota, a guardare la forza 'pervasiva e sacra' del denaro.

scritto da millepiani il 19:00 | Comments (1)

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15.01.06

"Acquisition finance": Consorte e gli altri 2-


Ancora dalla lista di Rekombinant, un altro intervento di Sbancor, come sempre lucido, spietato, chiaro.
Il primo lo trovate qui.

Subject: [RK] Guerra bancaria europea in Terra italiana.
Date: Sat, 14 Jan 2006 11:27:23 +0100

Leggo sul Corsera del 12 gennaio, pag 2 articolo di Marco Galluzzo: "...Ad aprile si parlò di un contrastro fra monte dei Paschi e DS per la destinazione della quotadi azioni della BNL posseduta dalla banca toscana. A giugno la banca decise di vendere il suo pacchetto, anche per non essere costretta a prendere posizione nella disputa fra spagnoli e cooperative: fu la Deutsche Bank ad aggiudicarsi i diritti sulle azioni. La stessa banca che ha come riferimento in Italia il banchiere Vincenzo De Bustis, molto stimato da D"Alema. La stessa banca che ha un accordo con Unipol per laScalata BNL".

Vero, ma parziale.
Avrei aggiunto la stessa banca che finanziò Riccucci attraverso la filialedi Londra per la scalata proprio al "Corsera" (RCS), con un"operazione disolita riservata agli "hedge funds", cioè presentando soldi che vanno impiegati per l"acquisto di azioni, che vengono poi messe a garanzia: se le
azioni crescono il credito può essere praticamente rinniovato, e quindi consentire la continuazione della scalata. Se scendono il debitore perde,
ma non sempre paga. La banca ha comunque le azioni in mano e può continuare il gioco con altri soggetti. In pratica si possono muovere miliardi di Euro
con questo sistema.

Ora De Bustis sarà amico di D"Alema, (e lo è fin dai tempi della Banca del Salento, sarà amico di Prodi, (e lo è, fin da quando Prodi dirigeva
Nomisma) ma non è in grado di muovere la filiale di Londra della Deutsche Bank: La più grande banca tedesca.

Quindi?

Quindi la Deutsche aveva deciso di combattere in Italia la guerra bancaria su tre Fronti: BNL, Antonveneta e Corsera.. Appoggiando contemporaneamente
Riccucci, Consorte e Fiorani, nonchè Fazio. Era una strana guerra: la Deutsche forniva le "munizioni" , cioè i soldi, ma a combattere e a "pagare" erano, come al solito "i mercenari italiani": vera armata Brancaleone che annoverava DS, Integralisti Cattolici, Leghisti e chissa chi altro....

E dall"altra parte chi c"era?: Impeccabili e spietati come la fucileria di Wellington era schierata l"armata Anglofona, che, come nelle guerre napoleoniche faceva combattere spagnoli e olandesi, oltre ad altri "mercenari italiani". E aveva pronto un nuovo Governatore, come sempre in questi casi, targato Goldman-Sachs. Il "salotto buono" era con gli anglo olandesi e tuonava dalle colonne del "Sole-24 Ore" mietendo vittime nella confusa carica avversaria.

Chissà quando Fassino e D"Alema si sono accorti in che guerra erano finita?
Secondo me solo quando hanno sentito la fucileria tirare su di loro da breve distanza. Si sà, i DS sono inguaribilmente provinciali e confondono una rissa da osteria a Siena con le guerre vere. Quelle che lasciano morti e feriti sul terreno. Triste l"Epilogo: da paladini della giustiza e della morale, salgono schizzati di fango sulle carrozze che devono portarli - se ci riescono - fuori dalla mischia. I profeti del "neo-liberismo" integralista, gli autori delle privatizzazioni (Telecom su tutte) gli amici
di Clinton costretti a fuggire insieme ai vecchi banditi del consociativismo italiano, alla Fiorani, gnutti e Riccucci, per intenderci...

Berlusconi interviene per finire i moribondi e depredare i caduti sul campo di battaglia, ruolo che ben gli si addice: lo sciacallo.

Bertinotti non capisce, ma è normale.

Rutelli e Casini ne guadagnano (Ne guadagna sopratutto il suocero di Casini,cioè Caltagirone).

Per chi combatteva Riccucci? Mistero.

Al prossimo scontro dunque! C"è già chi è pronto a organizzare una nuova coalizione Franco-Russo-Tedesca. Ma questa è un"altra storia

La Waterloo della finanza italiana è tutta qui.

scritto da millepiani il 14:55 | Comments (0)

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"Acquisition finance": Consorte e gli altri 2-


Ancora dalla lista di Rekombinant, un altro intervento di Sbancor, come sempre lucido, spietato, chiaro.
Il primo lo trovate qui.

Subject: [RK] Guerra bancaria europea in Terra italiana.
Date: Sat, 14 Jan 2006 11:27:23 +0100

Leggo sul Corsera del 12 gennaio, pag 2 articolo di Marco Galluzzo: "...Ad aprile si parlò di un contrastro fra monte dei Paschi e DS per la destinazione della quotadi azioni della BNL posseduta dalla banca toscana. A giugno la banca decise di vendere il suo pacchetto, anche per non essere costretta a prendere posizione nella disputa fra spagnoli e cooperative: fu la Deutsche Bank ad aggiudicarsi i diritti sulle azioni. La stessa banca che ha come riferimento in Italia il banchiere Vincenzo De Bustis, molto stimato da D"Alema. La stessa banca che ha un accordo con Unipol per laScalata BNL".

Vero, ma parziale.
Avrei aggiunto la stessa banca che finanziò Riccucci attraverso la filialedi Londra per la scalata proprio al "Corsera" (RCS), con un"operazione disolita riservata agli "hedge funds", cioè presentando soldi che vanno impiegati per l"acquisto di azioni, che vengono poi messe a garanzia: se le
azioni crescono il credito può essere praticamente rinniovato, e quindi consentire la continuazione della scalata. Se scendono il debitore perde,
ma non sempre paga. La banca ha comunque le azioni in mano e può continuare il gioco con altri soggetti. In pratica si possono muovere miliardi di Euro
con questo sistema.

Ora De Bustis sarà amico di D"Alema, (e lo è fin dai tempi della Banca del Salento, sarà amico di Prodi, (e lo è, fin da quando Prodi dirigeva
Nomisma) ma non è in grado di muovere la filiale di Londra della Deutsche Bank: La più grande banca tedesca.

Quindi?

Quindi la Deutsche aveva deciso di combattere in Italia la guerra bancaria su tre Fronti: BNL, Antonveneta e Corsera.. Appoggiando contemporaneamente
Riccucci, Consorte e Fiorani, nonchè Fazio. Era una strana guerra: la Deutsche forniva le "munizioni" , cioè i soldi, ma a combattere e a "pagare" erano, come al solito "i mercenari italiani": vera armata Brancaleone che annoverava DS, Integralisti Cattolici, Leghisti e chissa chi altro....

E dall"altra parte chi c"era?: Impeccabili e spietati come la fucileria di Wellington era schierata l"armata Anglofona, che, come nelle guerre napoleoniche faceva combattere spagnoli e olandesi, oltre ad altri "mercenari italiani". E aveva pronto un nuovo Governatore, come sempre in questi casi, targato Goldman-Sachs. Il "salotto buono" era con gli anglo olandesi e tuonava dalle colonne del "Sole-24 Ore" mietendo vittime nella confusa carica avversaria.

Chissà quando Fassino e D"Alema si sono accorti in che guerra erano finita?
Secondo me solo quando hanno sentito la fucileria tirare su di loro da breve distanza. Si sà, i DS sono inguaribilmente provinciali e confondono una rissa da osteria a Siena con le guerre vere. Quelle che lasciano morti e feriti sul terreno. Triste l"Epilogo: da paladini della giustiza e della morale, salgono schizzati di fango sulle carrozze che devono portarli - se ci riescono - fuori dalla mischia. I profeti del "neo-liberismo" integralista, gli autori delle privatizzazioni (Telecom su tutte) gli amici
di Clinton costretti a fuggire insieme ai vecchi banditi del consociativismo italiano, alla Fiorani, gnutti e Riccucci, per intenderci...

Berlusconi interviene per finire i moribondi e depredare i caduti sul campo di battaglia, ruolo che ben gli si addice: lo sciacallo.

Bertinotti non capisce, ma è normale.

Rutelli e Casini ne guadagnano (Ne guadagna sopratutto il suocero di Casini,cioè Caltagirone).

Per chi combatteva Riccucci? Mistero.

Al prossimo scontro dunque! C"è già chi è pronto a organizzare una nuova coalizione Franco-Russo-Tedesca. Ma questa è un"altra storia

La Waterloo della finanza italiana è tutta qui.

scritto da millepiani il 14:55 | Comments (0)

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12.01.06

"Acquisition finance": Consorte e gli altri

Già citato da Lipperini per un intervento più "interrogativo", posto una lucida analisi, forse quella più disincantata, scritta da Sbancor per Rekombinant.
L"oggetto è la "finanza italiota" e le sue prassi.
Di destra, di sinistra, di centro, come diceva il miglior Gaber: quando è merda è merda, non ha bisogno di specificazioni.
Buona lettura.

Dalla lista di Rekombinant,
Subject: Re: [RK] si tratta solo di hegeliani convertiti al liberismo?
Date: Mon, 9 Jan 2006 14:17:25 +0100

1) La finanza sporca non esiste. Quella che ha fatto Consorte è la stessa operazione di "acquisition finance" fatta prima da Colanino e poi da Tronchetti Provera su Telecom. Consorte l"ha fatta male: non solo ha strapagato le quote BNL in mano agli immobiliaristi, finanziando così Caltagirone e la campagna elettorale di Casini, ma ha coinvolto i DS nell"operazione. Ai dati attuali sembra vi sia una prima operazione Caltagirone-Coppola-Riccucci-Statuto su BNL, rilevata "in toto" da Consorte per Unipol. Ciò permette il "rifinanziamento" di alcuni degli immobiliaristi su Antonveneta, e quindi il rapporto Consorte-Fiorani- Gnutti. Ma intanto Riccucci "scalava" RCS (Corriere della Sera), finanziato dalla filiale di Londra della Deutsche Bank. Chi è il capo di Deutsche Bank Italia (?) continuo a non fare il nome che spiega il tutto, perchè il tutto mi diverte!

2) Nel far ciò si sono usati capitali e conti di ogni tipo, e qualcuno si è costruito il "tesoretto" in Svizzera. Normale. Alcuni di quei capitali erano "sporchi. Normale.

3) La "questione morale" non sono nè il "tesoretto" di Consorte, nè i capitali usati. La questione morale è : destra e sinistra uniti nella spasmodica ricerca di poltrone, banche e profitti. Chi perde in immagine è la sinistra, anche se in fondo scopo non ultimo dell"operazione era togliere la Lega dagli impicci di CreditEuroNord!
Tant"è. This is economy!
Alternative, all"interno dello schema di gioco attuale non ve ne sono: bisognerebbe cambiare le regole dell""acquisition finance", ma quello si fa a Londra o, meglio, in Lussemburgo.

4) E allora radicalizziamo: l"unica finanza possibile, in alternativa è quella "etica". Non le cazzate italiane. Ma nel mondo ci sono esempi funzionanti.

5) La finanziarizzazione è l"economia del "Capitalismo finanziario" già ampiamente descritto da Sweezy-Baran, oltre che da Christian. La forma più alta (spiritualmente) di finanza è quella pensata da Schumpeter: "creazione di potere di acquisto per l"imprenditore innovatore".
Ma ne negli anni "90, ne adesso tantomeno, siamo di fronte a un caso del genere: qui si finanziano "prenditori" (non imprenditori) che hanno come obbiettivo la "perdita". Tutto il contrario quindi del povero Schumpeter!

6) Non si tratta di sanzionare l'immoralità di Fassino, D'Alema o Consorte. Si tratta di rilevarne la "stupidità"! Che è cosa diversa, e in politica assai più pericolosa.

7) il dibattito sulla violenza lo trovo uno dei punti più bassi dello sproloquio a sinistra. De minima non curant!

8) Cosa voglia fare Rifondazione è un problema di archeologia politica. Materia di cui non mi occupo.

9) Cosa debba fare il movimento invece lo so. Inanzitutto ricucire le due fratture, a destra e a sinistra.
- La frattura col movimento che si poneva il problema del fare: dal commercio equo e solidale, alle ONG, alle banche etiche, fino (ahimè) ai cattolici.
- La frattura a sinistra, che ha lasciato centinaia di compagni "da soli" a fronteggiare la repressione. A partire dai processi di Genova in poi. Non so se è possibile. So che senza questo punto non esisterà più un movimento, ma solo "fazioni". Fra queste ognuno "sceglierà il suo Dio", frase di Ezra Pound, che propriamente di sinistra non era.

10) Lo spazio che c'è, per rispondere alla tua domanda, è esattamente quello che c'è fra la "vita e la sopravvivenza "(Debord). Può essere immensamente grande o immensamente piccolo. Non risponde comunque alle leggi di Newton, nè alla geometria euclidea.

Per ora, è tutto quello che so.

ciao e a presto

Sbancor

scritto da millepiani il 14:37 | Comments (1)

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"Acquisition finance": Consorte e gli altri

Già citato da Lipperini per un intervento più "interrogativo", posto una lucida analisi, forse quella più disincantata, scritta da Sbancor per Rekombinant.
L"oggetto è la "finanza italiota" e le sue prassi.
Di destra, di sinistra, di centro, come diceva il miglior Gaber: quando è merda è merda, non ha bisogno di specificazioni.
Buona lettura.

Dalla lista di Rekombinant,
Subject: Re: [RK] si tratta solo di hegeliani convertiti al liberismo?
Date: Mon, 9 Jan 2006 14:17:25 +0100

1) La finanza sporca non esiste. Quella che ha fatto Consorte è la stessa operazione di "acquisition finance" fatta prima da Colanino e poi da Tronchetti Provera su Telecom. Consorte l"ha fatta male: non solo ha strapagato le quote BNL in mano agli immobiliaristi, finanziando così Caltagirone e la campagna elettorale di Casini, ma ha coinvolto i DS nell"operazione. Ai dati attuali sembra vi sia una prima operazione Caltagirone-Coppola-Riccucci-Statuto su BNL, rilevata "in toto" da Consorte per Unipol. Ciò permette il "rifinanziamento" di alcuni degli immobiliaristi su Antonveneta, e quindi il rapporto Consorte-Fiorani- Gnutti. Ma intanto Riccucci "scalava" RCS (Corriere della Sera), finanziato dalla filiale di Londra della Deutsche Bank. Chi è il capo di Deutsche Bank Italia (?) continuo a non fare il nome che spiega il tutto, perchè il tutto mi diverte!

2) Nel far ciò si sono usati capitali e conti di ogni tipo, e qualcuno si è costruito il "tesoretto" in Svizzera. Normale. Alcuni di quei capitali erano "sporchi. Normale.

3) La "questione morale" non sono nè il "tesoretto" di Consorte, nè i capitali usati. La questione morale è : destra e sinistra uniti nella spasmodica ricerca di poltrone, banche e profitti. Chi perde in immagine è la sinistra, anche se in fondo scopo non ultimo dell"operazione era togliere la Lega dagli impicci di CreditEuroNord!
Tant"è. This is economy!
Alternative, all"interno dello schema di gioco attuale non ve ne sono: bisognerebbe cambiare le regole dell""acquisition finance", ma quello si fa a Londra o, meglio, in Lussemburgo.

4) E allora radicalizziamo: l"unica finanza possibile, in alternativa è quella "etica". Non le cazzate italiane. Ma nel mondo ci sono esempi funzionanti.

5) La finanziarizzazione è l"economia del "Capitalismo finanziario" già ampiamente descritto da Sweezy-Baran, oltre che da Christian. La forma più alta (spiritualmente) di finanza è quella pensata da Schumpeter: "creazione di potere di acquisto per l"imprenditore innovatore".
Ma ne negli anni "90, ne adesso tantomeno, siamo di fronte a un caso del genere: qui si finanziano "prenditori" (non imprenditori) che hanno come obbiettivo la "perdita". Tutto il contrario quindi del povero Schumpeter!

6) Non si tratta di sanzionare l'immoralità di Fassino, D'Alema o Consorte. Si tratta di rilevarne la "stupidità"! Che è cosa diversa, e in politica assai più pericolosa.

7) il dibattito sulla violenza lo trovo uno dei punti più bassi dello sproloquio a sinistra. De minima non curant!

8) Cosa voglia fare Rifondazione è un problema di archeologia politica. Materia di cui non mi occupo.

9) Cosa debba fare il movimento invece lo so. Inanzitutto ricucire le due fratture, a destra e a sinistra.
- La frattura col movimento che si poneva il problema del fare: dal commercio equo e solidale, alle ONG, alle banche etiche, fino (ahimè) ai cattolici.
- La frattura a sinistra, che ha lasciato centinaia di compagni "da soli" a fronteggiare la repressione. A partire dai processi di Genova in poi. Non so se è possibile. So che senza questo punto non esisterà più un movimento, ma solo "fazioni". Fra queste ognuno "sceglierà il suo Dio", frase di Ezra Pound, che propriamente di sinistra non era.

10) Lo spazio che c'è, per rispondere alla tua domanda, è esattamente quello che c'è fra la "vita e la sopravvivenza "(Debord). Può essere immensamente grande o immensamente piccolo. Non risponde comunque alle leggi di Newton, nè alla geometria euclidea.

Per ora, è tutto quello che so.

ciao e a presto

Sbancor

scritto da millepiani il 14:37 | Comments (1)

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07.01.06

Perchè, prima di stare con i 'DS', ci penserei due volte. La 'solitacommedia' degli equivoci

Insolitacommedia articola, con ragione, alcune argomentazioni che, senza troppa difficoltà, possiamo trovare sull'Unità degli ultimi giorni: UNIPOL non sono i DS, la Margherita ha i suoi referenti finanziari - e ce li ha - e a quelli dovrebbe guardare, il nostro Presidente del Consiglio - e i suoi 'ripetitori' - farebbero bene a 'guardare' lo specchio di casa e tacere.

È la solita sinistra piagnona. E paurosa. Impaurita. La solita sinistra di 'rimbalzo', di 'sponda', quella che piagnucola quando la si trova con le dita nella marmellata e non sa fare un'analisi di 'sistema'. Quella che dice, come Insolitacommedia: beh, e perchè gli altri non guardano le rogne che hanno, sono peggio della sinistra moderata che 'voteremo', difendiamo la sinistra che viene 'attaccata' dalla stampa di sistema o dai propri concorrenti interni. Un dramma. O, forse, il solito 'feuilleton'. Una commedia, la 'solitacommedia'.

Tecnicamente, cioè: finanziariamente, Unipol ha tentato un'acquisizione comparabile a quella della BPL. In questo senso, ha operato un drenaggio di 'titoli' precedente al lancio dell'OPA (Offerta Pubblica d'acquisto) su BNL.(Ed infatti, l'accusa è quella di 'Associazione a delinquere' - qualcuno continua a leggere il Manuale di Diritto Penale?-).
In un qualsiasi paese dal capitalismo ferreo, questa operazione sarebbe stata sanzionata 'durissimamente' (come negli USA).
Come ha 'solo pensato' di poterlo fare?
Insolitacommedia crede di poter distinguere la 'politica' dalla 'finanza', appigliandosi alle intercettazini di 'pochissimo' conto che non farebbero che dimostrare che 'il' problema è, precisamente, quello di una mancanza di 'concorrenza' radicale nel nostro paese.
Non si tratta, ovviamente, di questo, ma di ben altro: in Italia lo scandalo 'vero' non è la mancanza di concorrenza - anche - ma l'intreccio, fondamentale e radicale dalla fine degli anni settanta, fra la rappresentanza politica e i poteri economici.
Su questo piatto, i piedi che ci ballano sono ben pochi, o forse nessuno.
UNIPOL ha pensato di poterlo fare poichè si è 'pensata' parte integrante di questo sistema. Si è 'pensata' come 'attrice tra attori', in un modo che potesse CHIARAMENTE BYPASSARE il governo della 'politica' e il suo 'necessario primato' sulla 'finanza'. Compresa la 'finanza rossa'.
In questo senso, e in termini definitivi dai tempi della BNL di Nerio Nesi, la 'sinistra moderata e riformista' ha abdicato a questo 'primato', cioè alla 'necessità' di governare senza dirigere la 'potenza' della finanza, ha abdicato al suo essere 'altro'.
L'alterità NON È, come non è mai stata in tutti i tempi in cui l'Occidente ha pensato la 'politica', una separazione tra la 'politica' e 'l'argent', i 'soldi', ma, forse più radicalmente, la pretesa della 'politica' di potere essere 'indipendente' 'con-tenendola', 'mettendo misura'.
La 'misura' non solo è colma, ma è stata varcata.
Per dirla provocatoriamente, potrei dire: datemi dei soldi, so cosa farne (tutta la tradizione rivoluzionaria del XIX); non direi mai: datemi dei soldi, fate quel che vi pare.
E men che meno: non voglio soldi, non voglio saperne nulla, fate il cazzo che vi pare.

Mentre UNIPOL si è pensata 'parte integrante' del sistema finanziario italiano in via di ristrutturazione, i DS hanno pensato: 'fate'.
Perchè, da 15 anni questa parte la politica della sinistra moderata si è ridotta a questo: al 'pensare localmente' per 'vivere localmente'.

L'alterità di cui parlava Berlinguer, che non amo e non ha amato mai, non è era questo.
Era questa 'pretesa con hybris' che la politica voleva mantenere, quella del 'governo' del fatto economico.
Dove essa è fallita, si è installata l'ignavia, l'assenza, la fantasmaticità dei suoi 'non-eredi'.
Certo che no, no, fino a prova contraria i DS non sono stati finanziati illecitamente nè da UNIPOL nè dalle Coop rosse: acqua calda, la scoperta dell'acqua calda.
Ma Insolitacommedia avrebbe fatto bene a leggere le dichiarazioni di Bruno Trentin sulla 'pratica finanziaria e contrattuale adusa alle coop di ogni regione. Anch'esse pubblicate sull'Unità di qualche giorno fa.

Sono stato qualche giorno in Sicilia, parlando con mio padre, come sempre, di politica. Un 'socialista della sinistra' che ha avuto la forza di abbracciare il 'progetto' della 'cosa', del PDS. Con mia grande gioia e 'orgoglio'. Io che 'ero comunista'.
Progetto a cui io, sin dall'inizio, mi ero opposto.
Ha avuto questa forza e poi la forza di lasciarlo, rifiutarlo.
Continua a rivolgermi i rimproveri più aspri. Come se io fossi stato lui e lui me. Come se io avessi deciso di 'liquidare' questa diversità e lui l'avesse difesa.

Entrambi, anche se lui non me lo riconosce mentre io sì, abbiamo abbracciato la 'politica' proprio a partire da questa forza e da questa 'hybris', che poi è il 'senso della politica'. Questo 'senso' non è, e per me non sarà mai, la separazione, ma il 'governo in comune' non solo della cosa pubblica, ma della 'forza del denaro' che sta fuori la politica. E la 'vuole'.
Entrambi sappiamo, anche se non ce lo diciamo, di 'odiare' questa 'forza', quella del 'denaro che vuole la politica', o di lei ha 'scelto' di fottersene, entrambi abbiamo 'perso', almeno sino ad oggi, questa battaglia.

Se l'ho 'vista' prima, ho solo cercato di evitare la 'solita commedia degli equivoci'.
Ma siamo solo 'all'inizio'.


p.s. Proprio mentre mi viene in mente, en passant, che'quell'altra sinistra', quella che io voto, su tutto questo, a quasi nessun livello, non sa nemmeno l'abecedario.

scritto da millepiani il 15:00 | Comments (2)

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24.12.05

Un pensiero messo a nudo

L'esposizione, o 'un pensiero messo a nudo', è un'esperienza. Non serve, in nessun caso, ribadirne l'inutilità. Essa ne è compagna.
A breve ne è compagna.

Il 'pensiero messo a nudo', oder: Georges Bataille, non 'serve'. Appunto.
Mettere a nudo 'l'esperienza del pensiero' arriva prima che Jean-Luc Nancy. Perchè se è 'corpo', o 'toccare', come hanno detto, 'l'esperienza del pensiero', di questo 'pensiero che si tocca' - nel senso soggettivo e oggettivo - essa si dà 'altra'.
Costituisce un 'tornante' della 'filosofia' dell'Occidente.

L'esposizione, o 'il pensiero che si sveste come una "fille se derobe" ', questa esperienza porta un nome.
Prima del nome 'Jean-Luc Nancy'. Questo nome è Georges Bataille.
Che, prima del 'toccare', ciò che attiene al mio 'maestro', prima del 'toccare', fa 'questione' dell'esporsi.
E del 'ritrarsi'.
E fa questione, esattamente, dell'impurità.

L'esposizione - cioè: l'impurità - è, per Bataille, 'la' questione.
E fa specie che non si capisca o si scambi per 'decoro'.

Un 'pensiero messo a nudo' - cioè: quest'esperienza - perché 'altrimenti' non si dà - è il 'luogo', per me, della filosofia.
L'esposizione, e questa 'nudità', e, dopo, questo 'toccare', è un'esperienza certamente 'oscena'.
Nel senso, esatto e filologico, dell'esposizione.
Non si darebbe alcun 'toccare' senza questa 'esposizione' di questo 'corpus' che è, nella maniera più esatta e gnostica, il 'corpo della filosofia'.
E siamo già al di là.

Ma è, in fondo, dell'impurità che volevo dire. E di Bataille.
Dove il 'mio maestro' ha fatto, finalmente, spazio e ha 'decostruito' il luogo 'nudo' di questa 'esposizione', mai, mai una volta gli si è posta, davvero, 'la questione'.

Dove Blanchot diceva della 'morte', noi la chiamiamo 'la politica'.

scritto da millepiani il 03:01 | Comments (1)

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18.12.05

Amnistia: una marcia

Ne abbiamo scritto su questo weblog diverse volte. Non posso che condividere lo spirito e l'azione di questa marcia, e, seguendo in questo azioneparallela, aggiungere, ed è la prima volta che questo weblog lo fa, il banner qui a sinistra che ricorda l'urgenza di un'intervento e la necessità di un'azione, e l'adesione ad un 'appello', un 'appello silenzioso', che viene dalle 'carceri'.

AMNISTIA PER NATALE 2005
RADICALI ITALIANI - NESSUNO TOCCHI CAINO - IL DETENUTO IGNOTO

"Il tema dell’amnistia è certo tra i più scomodi e difficili; non è un caso che in Italia l’ultimo provvedimento di questo genere risalga a 15 anni fa. Sono passati 5 anni dall’anno del Giubileo, quando un ampio “Cartello sociale” promosse la campagna per l’amnistia, l’indulto e un “piano Marshall” per le carceri e per il reinserimento sociale, vera e unica premessa per contrastare la recidiva e garantire maggior sicurezza ai cittadini.

Sono passati 3 anni da quando il Parlamento tutto applaudì ripetutamente e calorosamente Giovanni Paolo II mentre invocava una riduzione delle pene.

Ora, a partire dalle sollecitazioni di Marco Pannella, si torna a parlarne e noi sosteniamo l’iniziativa "AMNISTIA PER NATALE 2005" da lui proposta, volta a ottenere con la massima urgenza un provvedimento di amnistia-indulto, un atto di buon governo ormai necessario e, dati alla mano, assolutamente improcrastinabile.

In assenza di risposte, in questi anni, il problema da grave si è fatto gravissimo, tanto che a denunciare l’insopportabilità della situazione, e spesso a chiedere l’amnistia e l’indulto, sono ormai non solo i detenuti e le associazioni ma tutti gli operatori, la polizia penitenziaria, i medici e gli infermieri, gli educatori e gli assistenti sociali, i direttori, gli avvocati, i magistrati.

Sollevare il problema dell’amnistia comporta silenzi imbarazzati o considerazioni di inopportunità da parte di quasi tutte le forze politiche e comprensibili obiezioni da parte dei tecnici e della stessa opinione pubblica. Amnistiare alcuni reati e condonare una parte delle pene già comminate attraverso l’indulto, infatti, è sempre una forma di rinuncia, di lesione del diritto dei cittadini e delle vittime dei reati a vedere riconosciute e risarcite le proprie ragioni.

I NUMERI CHE MOTIVANO L’AMNISTIA

Ma non tutto ciò che è giusto in astratto lo risulta anche in concreto. Ci pare debba essere conosciuto e riconosciuto un dato di fatto: l’attuale sistema delle pene e dei luoghi preposti alla loro esecuzione non risarcisce nessuno ma costituisce invece una gigantesca farsa, una drammatica messa in scena, una simbolica e ridondante punizione che serve a nascondere il vuoto della giustizia.
Come definire diversamente il fatto che – per limitarsi solo agli ultimi 5 anni, dal 2000 al 2004 – ben 865.073 persone hanno beneficiato della prescrizione dei reati per i quali erano state inquisite?
A fronte, vanno invece valutate le cifre della detenzione: 60.000 persone sono in carcere (un record nella storia della Repubblica), altre 50.000 sono in misura alternativa alla detenzione, ulteriori 70-80.000, già condannate a pene inferiori ai 3 anni (4 nei casi di tossicodipendenza), sono in attesa delle decisioni del giudice circa la possibilità di scontare la condanna in misura alternativa: totale 180-190.000 persone, che significa una crescita esponenziale di 6 volte nel breve volgere di 15 anni. Crescono le carcerazioni ma crescono ancora di più le prescrizioni: da 66.556 nel 1996 a 94.181 nel 2000 a 221.880 nel 2004.

Non è dunque vero che aumentando le carcerazioni si riducono i reati: è vero esattamente il contrario.

Questi opposti numeri, queste linee che crescono all’infinito e in parallelo senza mai incrociarsi, indicano le due facce incomunicanti dell’amministrazione della giustizia: da una parte, l’amnistia strisciante, crescente e nascosta delle prescrizioni e quella di classe ora introdotta dalla approvazione definitiva della legge “Cirielli”; dall’altra parte, il popolo e le cifre dell’esclusione sociale, dei senza avvocati e senza difesa, degli immigrati e dei tossicodipendenti, iperpenalizzati e verso i quali si scarica per intero e inesorabilmente la mano pesante della macchina della giustizia.
Una macchina cieca e ingolfata, stante la mole dei processi pendenti: 8.942.932, di cui 5.580.000 penali. Tra la data del delitto e quella della sentenza la durata media è di 35 mesi per il primo grado del processo e di 65 mesi per il grado di appello.
Ma se molti sono i reati che vengono prescritti (1.066.069 dal 2000 al 2004), assai di più sono quelli neppure perseguiti: nel 2003 le persone denunciate sono state 536.287 e i delitti denunciati per i quali è iniziata l’azione penale sono stati 2.890.629 (erano 2.842.224 nell’anno precedente), ma nell’80,8% (2.334.883) l’autore del reato era ignoto.

CENTRALITÀ DELLA LEGALITÀ

Coloro che finiscono in carcere sono insomma una piccolissima parte degli autori di reato. Il problema della sicurezza e della legalità è questione che riguarda la società libera, ben più che il carcere, ed è lì che va affrontata. Evidenziando altresì quanto le vittime del reato abbiano interessi non dissimili da quelli delle vittime di un sistema della giustizia forte coi deboli e debole con i forti: una giustizia che sia efficace ed efficiente e soprattutto equa è necessità comune, e comunemente dovremmo essere capaci di porla.

Va poi considerato quanto il carcere stesso sia illegale, luogo e sistema dove le leggi spesso sono non applicate, come ad esempio lo stesso Regolamento penitenziario, varato nel 2000 e rimasto in buona parte lettera morta.O come, viceversa, siano leggi sbagliate e inique a indurre criminalità: basti osservare come sia risibile il numero degli immigrati regolari in carcere, mentre è crescente quello degli immigrati privi di permesso di soggiorno. L’impossibilità di ingresso legale produce illegalità e reati, mentre chi ha possibilità di regolarizzazione dimostra di essere del tutto esente da pratiche illegali e criminali.

LA CRISI DELLA GIUSTIZIA PONE UN’EMERGENZA SOCIALE

Sono questi i numeri che trasformano la questione dell’amnistia e indulto da semplice provvedimento umanitario e razionalizzante in una risposta necessaria a quella che è divenuta una vera e propria EMERGENZA SOCIALE. Una questione che, direttamente o indirettamente, riguarda la vita e le condizioni di milioni di cittadini e di famiglie italiane.È questo enorme “tappo” che va rimosso, se si vogliono per davvero costruire le condizioni di una nuova giustizia, di una nuova garanzia per tutti i cittadini di vedere tutelati i propri diritti e interessi.

Non c’è altro modo per farlo se non quello di un provvedimento di amnistia.
Così come non c’è altro strumento per affrontare i guasti strutturali del sistema penitenziario che quello dell’indulto, di un provvedimento che consenta di riportare il numero delle presenze a quello delle capienze, vale a dire di ridurre di almeno 15.000 il numero degli attuali detenuti. Perchè chi in carcere dovrà restare possa vivere con dignità la propria detenzione e chi in carcere continuerà a lavorarci, agenti di polizia penitenziaria in testa, non sia condannato a farlo nel degrado e nell’abbandono.

Questi due intrecciati provvedimenti legislativi sono la precondizione, la porta stretta nella quale occorre passare se si vuole riformare la giustizia, a partire dal codice penale e dall’ordinamento penitenziario, ridando cioè concretezza e senso, e soprattutto equità, all’amministrazione della giustizia nel nostro Paese. Si tratta di strumenti emergenziali, che non risolvono i problemi strutturali ma consentono di meglio affrontarli.
Per questo, nonostante tutte le difficoltà e l’impopolarità (spesso presunta, sempre fondata sulla non conoscenza dei termini e dei numeri della questione da parte dell’opinione pubblica, regolarmente usata come schermo e scudo dalle forze politiche per declinare responsabilità e decisioni che a esse competono), ci sembra necessario e doveroso farci carico di rinnovare la proposta dell’amnistia e dell’indulto e di sollecitare le forze politiche tutte a un atto di responsabilità, di coraggio e di lungimiranza.

L’amnistia e l’indulto non sono contradditori con un’attenzione ai temi della sicurezza. È questo carcere che produce recidiva, commissione di nuovi reati. Lo dicono i dati e le ricerche: se la percentuale della recidiva è del 75% nei casi di detenuti che scontano per intero la condanna in carcere, si abbassa drasticamente al 27% nel caso di tossicodipendenti condannati che scontano la condanna o una parte di essa in affidamento ai servizi sociali e al 12% nel caso di non tossicodipendenti affidati ai servizi sociali.
Investire sul recupero e sulla prevenzione è la vera politica per la sicurezza, una politica meno costosa socialmente, umanamente ed economicamente: tenere una persona in carcere, peraltro nelle attuali condizioni miserevoli, costa 63.875 euro l`anno, naturalmente in gran parte per la struttura, mentre per il vitto di ogni recluso si spendono mediamente soli 1,58 euro al giorno. Tenere un tossicodipendente in carcere (e sono almeno 18.000) costa il quadruplo che assisterlo in una comunità o affidarlo a un servizio pubblico. E lo stesso vale per tutte le altre “vite a perdere” che sono lì concentrate, immigrati, malati, emarginati.
LE DIFFICOLTÀ E LE NECESSITÀ

Nonostante tutto razionalmente deponga per la necessità e anzi per l’impellenza di una tale provvedimento, non ci nascondiamo le difficoltà – e non le dobbiamo nascondere ai detenuti, al cui senso di responsabilità egualmente ci appelliamo, perché partecipino a questa campagna in modo nonviolento e perché rifuggano dagli opposti rischi dell’illusione e della rassegnazione.
Per essere condiviso e varato (poiché è indispensabile il voto positivo di 2/3 del Parlamento) tale provvedimento va sgravato da strumentalizzazioni, da polemiche pretestuose e sterili, da logiche di scambio.
L’iniziativa AMNISTIA PER NATALE 2005, che sosteniamo – siamo persone assai diverse quanto a collocazioni politiche e riferimenti culturali, il che ci pare significativo -, esprime innanzitutto l’urgenza ma anche la forza chiarificatrice che possono avere le idee e le passioni quando riescono a intrecciarsi con la società e a scuotere la capacità di ascolto della politica. Noi questo ci aspettiamo: che venga data risposta all’emergenza sociale, che le forze politiche si pronuncino subito, senza ambiguità o rimandi. A coloro che sostengono che tale misura potrà essere presa nella prossima legislatura noi diciamo che l’amnistia è premessa delle riforme e non conseguenza, e in ogni caso invitiamo a un dibattito franco e aperto, a impegni pubblici e trasparenti.

Anche per questo pensiamo necessario organizzare per il 25 dicembre a Roma una grande Marcia di Natale per l'Amnistia, la Giustizia, la Libertà alla quale ci auguriamo possa partecipare anche Adriano Sofri, non solo “in spirito” come prima del suo malore aveva preannunciato, ma anche “in corpo”, forte e libero di camminare.
Una marcia per sostenere questa proposta e questo percorso e per rendere visibile il disagio degli operatori della giustizia e di quelli del carcere, dei detenuti e delle loro famiglie, delle organizzazioni sociali e del volontariato chiamati a supplire al vuoto di politiche e di luoghi capaci di coesione sociale, dei cittadini tutti che non ottengono giustizia e delle fasce sociali più deboli che non vedono egualmente garantiti i loro diritti."

RADICALI ITALIANI - NESSUNO TOCCHI CAINO - IL DETENUTO IGNOTO

scritto da millepiani il 21:36 | Comments (0)

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13.12.05

Messina, la morte e la politica

A Messina moriranno quasi tutti quelli a cui voglio bene.
Così mi si dice.
E se potessi dire della 'mia' morte, non saprei dove morire se non dove sono nato.
Ed è questo il nodo, quello fondamentale, che lega la politica al suo futuro.
Quello che porta dentro la politica, quello che non viene espresso, quel luogo dove si pensa quello che si è.
E si è solo 'in-comune'.

Messina è una città di 'morte', anche se mi ha dato la vita.
Lo voglio dire, con forza, con distanza e lucidità, proprio stanotte, o stamane, secondo già il diverso 'orologio' che io e la città dove sono nato abbiamo imparato a misurare e a rispettare nella nostra differenza.

Messina è una città dove la 'morte' si è installata e dove, chi vive, vive combattendo contro questa 'morte'. Che l'assedia.
Questo 'assedio', forse difficile da cogliere per chi non è davvero 'messinese', o non lo è mai stato, ed anche per chi vive radicalmente la città, ha minato, definitivamente, quelle radici, le radici marine, della città dove sono nato.

Si crede, sempre, che le radici possano crescere solo sulla 'terra', su un luogo 'stabile', affondando la loro forza nella terra forte, nel luogo del 'riconoscimento', nel luogo della 'forza'.
Nella città dove sono nato, le radici sono 'sempre state radici marine', aperte all'irruzione, senza luogo stabile. Messina non ha mai avuto un entroterra dove 'nascondersi', 'difendersi', dirsi 'sua'. A differenza delle altre due città più grandi della Sicilia - Palermo e Catania - Messina ha vissuto il suo 'porto' come il luogo della sua 'nascita' e della sua 'morte', il suo 'mare' come il suo solo 'elemento' d'esistenza, la sua sabbia e le sue spiagge come l'abbraccio immediato, diretto, o difeso, ma certamente cruciale, della sua 'esistenza.

Se il suo 'porto', che 'abbraccia' chi giunge in 'terra di Sicilia', è stato per millenni il luogo dove - storicamente - la mia terra si è offerta agli occhi di chi giungeva in un'isola, questo stesso porto, la sua falce, il suo abbraccio, è stato martoriato, vilipeso, reso inutile e fatto tacere dalla storia e dalla natura. Dai poteri e dal 'potere', dal potere degli uomini e della 'violenza' della natura.

La città dove sono nato porta con sè, nella sua memoria e nella sua identità, ottantamila morti.
Non è facile 'solo pensare' una tragedia così grande, quella del 'terremoto' del 1908.
La mia città è morta lì. E tanto forte e intensa era la sua vita, e tanto forte è stata questa cesura.
E nessuno e niente, sino ad ora, è riuscito a farla diventare - non tanto com'era prima - ma 'nessuno' è riuscito a farla diventare 'diversa'. Diversa dalla 'sua' morte.
'Diversa'. 'Diversa' dalla sua morte.
Ripensando il suo 'mare' e il suo 'porto'.

No, io non credo che un 'sindaco' che continui a mantenere le sue 'azioni' nell'azienda di traghetti che più ha mortificato in quaranta anni di vita messinese la vita della città, possa far diventare la mia città quella che era.
O possa, semplicemente, reinventarla.

No, io non credo che chi, figlio di figli, senza disconoscere i padri, potrà fare diventare la mia città diversa, proprio perchè suo padre, suo nonno, ed anche oltre, sono nati dentro la 'morte' della mia città, sono nati nella 'morte' di quel porto che era la mia città, facendolo diventare, fuori dai suoi 'confini naturali', un 'semplice approdo di macchine e tir' che attraversano la mia città: nel suo cuore. Non avendo mai, una sola volta, riconosciuto il 'diamante' segreto della mia città, ma avendolo sempre barattato, politicamente, economicamente.
Per i propri interessi.

Questo il silenzio del 'nuovo' sindaco: il 'silenzio' di un uomo dai mille interessi, o solo da un interesse: la sua carriera.

In questo, Messina, si è sempre fatta laboratorio. E si è sempre 'proposta' come laboratorio.
Della devastazione.

La grande tradizione repubblicana, antifascista, massonica intesa in senso anti-mussoliniano, la tradizione socialista e comunista - alla Lo Sardo e alla Colonna di Cesarò - è stata spazzata via, come, nei poveri ultimi trent'anni, infime figure di una sinistra messinese, prima comunista o socialista e, dopo, affarista e personalista, ha svenduto, ad ogni passaggio, questo 'diamante', il 'cuore' della città dove sono nato.
Il suo 'mare'.

Di nuovo, questa ipocrisia profonda che abita Messina è di fronte i nostri occhi.
E, però, di nuovo, ancora di nuovo, anche da soli, diciamo, dico che questa, di nuovo, è un'altra morte.
E mi sbaglierò. E lo spero.

Sono nato in una città che porta in grembo la 'morte'. E che, con la 'morte', quella 'vera', dialoga ad ogni istante.
La 'morte', la 'cesura' di una 'storia'.

Una volta, un 'socialista' cominciava un 'giornale', che durò appena due numeri, scrivendo su Messina e il suo 'porto', il suo 'mare'.
Gino Prudente 'aveva visto' questo mare e, a distanza di tanti anni, certamente non è possibile vedere 'diverso'. Ma solo 'meglio'.
Appunto: "La Città". E il suo mare.

E se, in tutta la mia vita, l'unica cosa che ho tentato di fare è stata quella di riunire fili diversi, voci separate, di pensare dove trovare il 'luogo' in cui questo 'cristallo di bellezza' che ho imparato ad amare a Messina potesse essere reale altrove, poichè questo ho fatto nel poco tempo in cui mi è riusciuto di fare 'politica', se questo provo a fare ancora 'altrimenti', non posso che sperare che, oltre questa morte che l'attanaglia, Messina possa dirsi, semplicemente, come le altre città.
Una città. Guardando il 'suo' mare.

scritto da millepiani il 09:56 | Comments (0)

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Dopo i risultati. Il centrosinistra vince a Messina

Francantonio Genovese, trentasette anni, messinese, figlio e nipote di uomini politici democristiani, è il nuovo sindaco di Messina, l'orrendo posto in cui io sono nato, eletto al ballottaggio con otto punti in più dell'avversario dopo aver ottenuto a sua volta più di dieci punti percentuali rispetto alla coalizione che lo appoggiava, un' unione di colori che andava dal bianco impolverato dell'Udeur al rosso stinto di Rifondazione.

Franzantonio, così chiamato per il suo legame con la famiglia Franza, proprietaria monopolista dei traghetti privati che attraversano lo Stretto riversando ogni venti minuti migliaia di tonnellate di Tir, di traffico e di scarichi appestanti (il cancro è 'il' male della mia città: più che quello di cui si muore, ormai quello 'di cui ci si aspetta' di morire) ha insomma, politicamente parlando, un eccellente 'pedigree', oltre che un consiglio comunale contro.

Una settimana fa chiacchieravo con un vecchio politicante ben 'ammanigliato', a cui ponevo il problema dei consiglieri in più nelle mani del centrodestra: 'nni cattamu, Ggianfranco!' è stata la sua risposta. Ce li compriamo, cioè.
Due ore fa mio padre mi descriveva la scena presentatasi ai suoi occhi questo pomeriggio a piazza dellUnione Europea (che per i messinesi esiste solo, è sempre esistita e immagino sempre esisterà col nome di 'piazzamunicipio'), appena giunti i dati definitivi. Premetto solo che mio padre, 'uomo d'ordine' della piccola borghesia cattolica messinese, pensionato, e intelligente più di quanto si sia egli stesso sempre imposto di pensare, dopo aver votato in vita sua credo tutto il votabile dello schieramento politico italiano, 'ma MAI per la Diccì', per la prima volta, per la prima volta in vita sua non ha 'potuto' votare. Ecco, mio padre mi descriveva questa scena: 'una grande gioia, comunque, i futuri assessori in braccio a compagni e amici... ma più di tutto....'. ' Cosa, pà?'. 'Certo non so veramente come farà a governare così... un consiglio di destra... ma più di tutto...' . 'Cosa, pà?'. 'Tutte quelle bandiere rosse.... '.
Ora, possibile che mio padre, come si dice, abbia visto rosso. Troppo. Più di quanto ce n'era e di quanto ce ne possa mai essere a Messina... almeno sulle bandiere. Detto ciò, è possibile, conoscendo Messina, che non si sia sbagliato. Sinistra Giovanile, Piddicci-i e Rifondazione hanno a Messina probabilmente più bandiere che votanti. Forse sono anche gli unici ad avere bandiere (ve lo immaginate Turi Leonardi con la bandana di Forza Italia??? Aaaargh!!).
E allora, per un pomeriggio, 'piazzamunicipio' è stata rossa, mettiamola così.

La prima considerazione (che senso abbia?) la salto e passo avanti. Capisco la gioia politica, il consenso nel senso più alto. Veramente.
Ma davanti a Prodi e Fassino che si grattano la pancia pensando di farsi un boccone della Sicilia, pensando alla prossima primavera solo perché Francantonio Genovese ha vinto il ballottaggio decidendo di stare a sinistra anziché a destra, un messinese, un 'buddace di sinistra' può solo ridere. E sorridere, con quella condiscendenza sgamata ma gentile dei picciotti, davanti alle dichiarazioni della futura presidentessa Rita Borsellino. Sghignazzare con la bava alla bocca, infine, per il piagnisteo del Berlusca: ma sono crollati i votanti del centrodestra rispetto a due settimane fa... (grazie al cazzo: c'era un candidato ogni settanta elettori, ma lui questo non lo sa e comunque siamo felici dei suoi cinque minuti di luna storta...).
Un buddace di sinistra in un'occasione come questa, tuttavia, o porta le sue quattro bandiere al Municipio insieme al Cafeo. O sta a casa e controlla ogni mezz'ora lo spoglio leggendo Thomas Bernhard. O fa il finto tonto girando per gli scaffali della Hobelix. Oppure, mai da meno di quattrocento chilometri di distanza - anche solo mentali - tenta di guardare, di leggere il 'dato' politico.
E il dato è che Messina, la città, la sua gente, non si è spostata di un millimetro. L'involuzione messianica in cui vive ogni giorno da diversi anni sapendo che nessuno dei suoi cittadini vedrà mai il Messia il quale forse sotto sotto - il sospetto c'è ed è lancinante: chi vuol farsi un viaggio serio a Messina assista a quattro-cinque dei suoi funerali, cattolici - non esiste neppure, questa involuzione non si arresta con questo voto. Pochi, pochissimi messinesi che continuano a vivere il ritmo della città possono comprenderla come la comprende anche il meno intelligente tra quanti l'hanno fuggita. Pochissimi: sulla dita di una mano, e ho l'arroganza di pensare di conoscere Messina molto, molto bene. Pochissimi e pochissime: tanto che quando ritorno anch'io faccio una fatica immensa per tenermi saldo, anche solo per continuare a 'leggere' le mie quattro cose.

Il dato, previsto da chi vive 'fuori' e, semplicemente, indifferente (come può esserlo durante un attacco di depressione acuta o di isteria) per chi vive 'dentro', è questo: solo un evento esterno, o un'imposizione, una microrottura della legalità quotidiana, può rompere. Scheggiare appena o irrompere in modo devastante. Si capisce di cosa parlo?

Tra quanti a 'piazzamunicipio' hanno portato la loro bandiera rossa c'è poca gente 'capace', in grado di fare l'unica politica che può fare chi oggi si trova al governo di una città come quella, inaspettatamente e con una bandiera in mano. Dopo i cheese! alla Gazzetta del Sud e all'Rtp (un dibbattito, mi manca un dibbattito con quel finissimo 'collega' che è Orazio Costa...), chi fa politica a Messina si trova a fare i conti con compiti del tutto extra-ordinari: immani.
Si tratta di grattare, grattare, grattare... E all'opposizione sarebbe stato più semplice, è ovvio.
Al governo si tratterà di imporre una, per adesso la chiamo così, politica delle microrotture.
Si tratta di rompere i coglioni, naturalmente, ogni volta che si può, ma facendolo con strategia, lucidamente. Ma si tratta di fare anche qualcosa di più: organizzando tutto l'organizzabile, imponendo lo sguardo pubblico su tutto ciò che è stato nascosto... Aprendo carte, pensando ispezioni, organizzando e finanziando associazioni... Tutto, tutto, sapendo di fare un lavoro infame, da cani, a rischio anche - e non scherzo - senza riconoscimenti, senza pause. Con una visibilità minima: aprendo tutti, tutti gli spazi possibili. Inserendo iniziative, proposte, anche con pochi euro. Non importa: andando qua, là, essendo consapevoli di fare quello che nessuno mai ha fatto. E forse nessuno farà mai 'dopo'. Microrottura dopo microrottura.
Penso a Nino Urso, naturalmente, ai giovani, a tutti i miei dannatissimi coetanei dell'orrendo posto in cui sono nato. Ai pochissimi e alle pochissime. L'unica politica possibile a Messina: microrotture.
Penso a 'Comizi d'amore' di Pasolini. Andare a chiedere in tutta Italia, con la propria faccia e un microfono, a contadini e contadine, casalinghe, operai, studentesse, borghesi al mare, paesani della Sicilia, della Calabria e del centro Nord, nell'Italia dei primi anni '60, che cos'è il sesso, se bisogna farlo oppure no e se è meglio prima o dopo sposati e cosa si pensa degli omosessuali....
I messinesi sanno bene quanto Pasolini avrebbe 'rotto' a Messina. E come lo avrebbe fatto: con la sua 'faccia', la sua 'forza'.

Penso la mia Messina, l'orrendo posto in cui sono nato, con tutto l'amore che ho per la 'politica' e per chi intende praticarla. Sapendo quale sia la posta in gioco, oggi, nell' 'infinitesimo' di ogni 'politica': a Messina.
Lucidamente, ma auguri.

scritto da gianfranco il 02:53 | Comments (0)

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07.12.05

"Con enorme emozione": La Val di Susa è la nostra valle

Del silenzio di chi scrive in rete - a parte qualche rarissima eccezione - su quanto sta accadendo in Val di Susa tornerò. Per intanto, posto questa scrittura che viene dalla mia città, 'vedendo' fisicamente 'chi' l'ha scritta e 'come' è stata scritta.
Lo faccio 'con enorme emozione'. E con 'enorme rabbia'.

"Mentre si assiste all'ennesima aggressione da parte della polizia nei confronti di chi lotta per difendere i propri territori ed il proprio futuro, d'altro canto si ascolta levarsi il coro di quanti, pur condividendo l'obiettivo generale, cioè quello delle grandi opere, criticano il governo perché non è riuscito a costruire "consenso" intorno a tali progetti. Ecco come sinistra e destra differiscono di fatto oggi in italia sulla questione delle grandi opere e della tutela del territorio. Non è assolutamente in discussione il fatto in sè, ma meramente la modalità "partecipativa" da opporre a quella coercitiva operata dal governo sin qui. Timidamente vorremmo dire ad entrambi che noi abbiamo altri progetti per le nostre terre e, scusate se è poco, SIAMO GLI ABITANTI.
Non abbiamo alcuna voglia di vedere disintegrati i nostri luoghi e con essi il nostro futuro per cedere al ricatto del "progresso" che esige dei sacrifici. Basta. Che si tratti di veloci corse di merci da un magazzino ad un altro o di mere manovre speculative per le lobbies del cemento noi ricordiamo, una volta di più se ce ne fosse bisogno, che Sicilia o Val di Susa, Abruzzo o Val d'Aosta, Toscana o Campania NON SONO COLONIE e su quello che i nostri governanti chiamano sviluppo abbiamo qualche perplessità.
Oggi lottiamo e lotteremo per tutelare insieme ai nostri territori un'idea altra di mondo nel quale non le merci ma le persone possano circolare liberamente, nel quale l'ambiente sia tutelato e valorizzato, non distrutto ed annichilito, dove le risorse siano distribuite in maniera equa e non siano arraffate da pochi a scapito dei più a cui rimane solo la devastazione ed il deserto.
Per questo lottiamo e per questo continueremo ad essere nelle valli piemontesi, sullo stretto di Messina, ai piedi del Gran Sasso ed in tutte gli altri posti dove sarà necessario.
Per questo, pur da oltre mille chilometri di distanza,
con enorme emozione,
diciamo nostra la lotta che migliaia di donne e uomini con determinazione conducono in Piemonte, perché è la stessa che conduciamo noi in riva allo stretto, si chiama RESISTENZA.

Solidarietà a tutt*
Laboratorio contro il ponte - MESSINA"

scritto da millepiani il 14:38 | Comments (0)

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06.12.05

La notte bianca dell'Università italiana: per l'autogoverno studentesco del sapere e delle esistenze [2]

Dal flyer informativo pisano per la 'Notte bianca' del 6 dicembre, posto questo testo, su cui ritornerò. Lo si può leggere in originale a questo indirizzo.

"Il 6 dicembre è una notte d'inverno, una notte per stare svegli, dove non ci saranno sonni da fare, ma sogni da vivere.
Una notte per i viandanti dell'Università, per scrivere una storia fatta di nuove passioni, di facoltà dove gli orologi vanno in pezzi ed esiste solo il nostro tempo. Non ci saranno zone rosse, ma l'imbarazzo della scelta sugli spazi da aprire ai desideri.
Così sarà la notte di chiunque voglia portare la propria esperienza per arricchirla e condividerla, senza brevetti e copyright. Iniziare un sogno che non finisca e che si materializzi, oltre ogni riforma, in una nuova Università fatta da chi la vive.

Non più lucidi, lavagne e baroni che impongono freddamente, in modo distaccato, le loro nozioni con ritmo frenetico, le loro nozioni con ritmo frenetico, devastante per le nostre vite...
Ma una lenta immersione nella musica, fre tele di pittori che si sostituiscono a nere lavagne, tra frammenti di tempo e di emozioni fissate su carta fotografica, tra sculture, cortometraggi, marjiuana, teatro e poesia. Liberare con irriverenti chilloout le aule piene di tensione.
Si dice che il superamento della didattica frontale sia la jam session culturale e che il credito sia sostituito dallo studiare con lentezza...
Questo accadrà nella stessa notte in molti atenei d'Italia, dove studentesse e studenti compiranno un passaggio di riappropriazione dei propri percorsi formativi e delle loro vite. Una notte di eretici, erotici, erranti.
E nei confini annullatai di una notte clandestina imbiancata in una nuvola di fumo...
...sogni, storie e saperi incominciano ad incontrarsi..."

[seguono aggiornamenti]

scritto da millepiani il 17:49 | Comments (0)

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La notte bianca dell'Università italiana: per l'autogoverno studentesco del sapere e delle esistenze

"Un famoso romanzo di Italo Calvino ci racconta di una storia che inizia e finisce senza finire. Una storia fatta di tante storie lasciate in sospeso, piene di possibilità ancora tutte da scrivere.
I movimenti, quando sono cose vere, non usano mai il punto, ma sempre i puntini di sospensione. Vanno e vengono come le onde del mare e il mare non è mai calmo, è sempre inquieto. Il problema del potere è quello di introdurre lo ’stato solido’, il punto a capo, la diga laddove le onde muovono e si rimuovono.
Le storie dell’università e dei suoi conflitti, sono storie sempre cariche di altre possibilità e le possibilità le decidono gli studenti in carne ed ossa, i loro desideri, le loro passioni.
Il 6 dicembre è una notte d’inverno, una notte per stare svegli, una notte per i viandanti dell’università, tra un lavoretto precario, l’assenza di futuro e la catena di montaggio della frequenza obbligatoria. Una notte per scrivere questa o quella storia fatta di nuove passioni, di un’università dove gli orologi vanno in pezzi e c’è solo il tempo di vita ricco degli studenti.
Una notte liberata dove sperimentare saperi, conoscenze, contro-cultura, espressione artistica non convenzionale, socialità, gioco, pratiche collettive della felicità, della sensualità, del desiderio.

Il 6 dicembre tutte le università in rivoltà, in mobilitazione permanente, saranno occupate.

Occupate per una ’notte bianca’ del conflitto. C’è una sorta di neronismo del mercato che con una certa diffusione riguarda le grandi città europee (da Parigi, Roma, Milano, Napoli). Lo slogan è: "divertitevi e consumate cultura, consumate divertimento, consumate intrattenimento, consumate socialità!!!".
Noi sapiamo che la cultura e l’arte è sempre una relazione e mai un consumo. Una relazione fatta di sovversione del senso comune, di intemperanza, di passioni del conflitto.
Noi sappiamo che la cultura è un bene comune, è un’esperienza di autogestione, di produzione collettiva.
La loro notte bianca è notte di lavoro precario e di consumo della cultura. La nostra veglia sarà arte dell’autogestione, riappropriazione del tempo e dello spazio (che sono cosa nostra - L’UNIVERSITA’ E’ NOSTRA!), produzione culturale indipendente, zona liberata per i precari, contro la precarietà! Il 6 dicembre poi, il governo autoritario e iper-liberista si vedrà a Palermo per decidere di droghe e di proibizionismo.
Il 6 dicembre sarà una notte dell’accerchiamento anti-proibzionista. Nuvole di fumo sugli atenei liberati assedieranno i governanti e il loro isolamento palermitano.

In una notte d’inverno ci troveremo a viaggiare nelle nostre università liberate che non hanno governi amici perchè l’unico governo possibile dell’università è l’autogoverno..."

[commento e aggiornamento a seguire]

scritto da millepiani il 17:20 | Comments (0)

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24.11.05

Jean Baudrillard sulla rivolta francese: "Nique ta mère!"

da 'Liberation', via georgiamada e Znet.it.

Occorreva che bruciassero, in una sola notte, 1500 vetture, poi, in ordine decrescente, 900, 500, 200, fino ad avvicinarsi alla "normalità" quotidiana, affinché ci si rendesse conto del fatto che ogni notte in media novanta vetture vengono bruciate nella nostra dolce Francia. Una sorta di fiamma perpetua, come quella dell'Arco di Trionfo, che brucia in omaggio al Migrante Ignoto. Oggigiorno finalmente riconosciuto, al tempo di una revisione lacerante, ma in trompe-l'oeil.

Una cosa è sicura, che l'eccezione francese, che era cominciata con Chernobyl, è finita. La nostra frontiera è stata violata dalla nuvola radioattiva ed il "modello francese" affonda sotto i nostri occhi. Ma, rassicuriamoci, non è il solo modello francese ad affondare, è il modello occidentale tutto intero che si disintegra, non solo sotto i colpi di una violenza esterna (quella del terrorismo o degli Africani che prendono d'assalto i reticolati di Melilla), ma pure di una interna.

La prima conclusione, che annulla tutte le omelie ed i discorsi attuali, è che una società essa stessa in via di disintegrazione non ha alcuna chance di poter integrare i suoi immigrati, poiché questi sono al tempo stesso il risultato e il rivelatore selvaggio di questa disintegrazione. La realtà crudele è che se gli immigrati sono virtualmente fuori gioco, noi siamo profondamente diseredati e in crisi d'identità. L'immigrazione ed i suoi problemi non sono che il sintomo della dissociazione della nostra società alle prese con se stessa. O ancora: la questione sociale dell'immigrazione non è che una illustrazione più evidente, più grossolana dell'esilio degli Europei nella loro stessa società (Hélé Béji). La verità inaccettabile è questa: siamo noi stessi che non integriamo più i nostri propri valori e, di colpo, non riconoscendolo, non possiamo fare altro che rifilarli agli altri, volenti o nolenti.

Non siamo più in condizione di proporre sia quel che sia in termini di integrazione - integrazione rispetto a cosa? - siamo il triste esempio di una integrazione "riuscita", quella di un modo di vita del tutto banalizzato, tecnico e confortevole, sul quale ci premuriamo di non interrogarci. Quindi, parlare d'integrazione in nome di una definizione perduta della Francia è semplicemente, per i Francesi, sognare disperatamente la loro propria integrazione.

E non si farà un passo avanti finché non si avrà preso coscienza che è la nostra società che, per il suo processo stesso di socializzazione, secerne ogni giorno questa discriminazione inesorabile di cui gli immigrati sono le vittime designate, ma non le sole. È il prezzo di uno scambio ineguale di "democrazia". Questa società deve affrontare una prova ben più terribile che delle forze avverse: la prova della sua stessa assenza, della sua perdita di realtà, in maniera da non avere nessun'altra definizione oltre quella dei corpi stranieri che infestano le sue periferie, di coloro che ha espulso e che, ora, la espellono da se stessa; ma la cui interpellanza violenta rivela allo stesso tempo ciò che è in disfacimento al suo interno e risveglia una sorta di presa di coscienza. Se riuscisse ad integrarli, cesserebbe definitivamente di esistere ai suoi propri occhi.

Ma, ancora una volta, questa discriminazione alla francese non è che il micromodello di una frattura mondiale che continua, precisamente sotto il segno della mondializzazione, a mettere faccia a faccia due universi inconciliabili. E la stessa analisi che facciamo della nostra situazione può riverberarsi al livello globale. E cioè che il terrorismo internazionale non è altro che il sintomo della dissociazione della potenza mondiale alle prese con se stessa. Quanto alla ricerca di una soluzione, l'errore è lo stesso ai diversi livelli, che sia quello delle nostre banlieues o dei paesi islamici: è l'illusione totale di risolvere la questione elevando il resto del mondo al livello di vita occidentale. Ora, la frattura è molto più profonda, e anche se tutte le potenze occidentali riunite lo volessero davvero (ma abbiamo tutte le ragioni di dubitarne), non potrebbero più ridurla. È il meccanismo stesso della loro sopravvivenza e della loro superiorità che glielo impedisce - meccanismo che, attraverso tutti i pii discorsi sui valori universali non fa che rafforzare questa potenza, e rafforzare la minaccia di una coalizione di forze antagoniste che la distruggeranno o sognano di distruggerla.

Fortunatamente, o sfortunatamente, non abbiamo più l'iniziativa, non abbiamo più, come l'abbiamo avuta per secoli, il controllo degli avvenimenti e su di noi pende la minaccia di una successione di ritorni di fiamma imprevedibili. Retrospettivamente si può deplorare questo fallimento del mondo occidentale, ma "Dio sorride di coloro che vede denunciare i mali di cui sono causa".

Questo ritorno di fiamma delle banlieues è perciò direttamente legato ad una situazione mondiale; ma lo è anche - ciò di cui stranamente non si discute mai - ad un episodio recente della nostra storia, accuratamente occultato sinora, e cioè il no al referendum. Perché il no di coloro che l'hanno votato senza sapere bene perché, semplicemente perché non volevano giocare a quel gioco al quale erano stati così spesso costretti, perché anch'essi rifiutavano d'essere integrati d'ufficio a quel sì meraviglioso ad un'Europa "chiavi in mano"; quel no era piuttosto l'espressione degli esclusi dal sistema della rappresentanza, degli esiliati dalla rappresentazione. La stessa incoscienza, la stessa irresponsabilità, in questo atto di sabotaggio dell'Europa, dei giovani immigrati che bruciano i loro stessi quartieri, le loro stesse scuole, come i neri di Watts e Detroit negli anni 60.

Una buona parte della popolazione si vede così, culturalmente e politicamente, come immigrata nel suo stesso paese, che non può neppure offrirgli una definizione della sua stessa appartenenza nazionale. Tutti dis-affiliati, secondo il termine di Robert Castel. Ora, dalla dis-affiliazione alla sfida, non corre molto. Tutti questi esclusi, questi dis-affiliati, che siano di una banlieue, africani o francesi "di stirpe", fanno della loro dis-affiliazione una sfida, e passano all'azione da un momento all'altro. È l'unica loro maniera, offensiva, di non essere più umiliati, né lasciati da parte, e neppure assistiti. Perché non sono sicuro - e questo è un altro aspetto del problema, mascherato da una sociologia politica "di casa nostra", quella dell'inserimento, dell'impiego, della sicurezza - non sono sicuro che abbiano, come noi ci aspettiamo, tanta voglia di essere reintegrati né presi a carico. Senza dubbio considerano in fondo il nostro modo di vivere con la stessa condiscendenza, o la stessa indifferenza, con cui noi consideriamo la loro miseria. Non sono sicuro che la loro reazione ad una attenzione troppo ben calcolata non sia istintivamente la stessa che all'esclusione e alla repressione.

La cultura occidentale non si regge che sul desiderio del resto del mondo di accedervi. Quando appare il minimo segno di rifiuto, la minima riduzione del desiderio, non solo perde la propria superiorità ma perde tutta la propria seduzione ai suoi stessi occhi. Ora, è precisamente tutto ciò che ha da offrire di "meglio", le automobili, le scuole, i centri commerciali, che vengono incendiati e saccheggiati. Le scuole materne! Proprio ciò attraverso cui li si vorrebbe integrare, svezzarli! "Fuck your mother" è in fondo il loro slogan, e più si tenterà di farlo, più vi si ribelleranno. Faremmo meglio a rivedere la nostra psicologia umanitaria.

Nulla impedirà ai nostri politici ed ai nostri intellettuali illuminati di considerare questi eventi come incidenti di percorso sulla via della riconciliazione democratica di tutte le culture - al contrario, tutto porta a considerare che queste sono le fasi successive di una rivolta che non è affatto vicina a concludersi.
["J'aurais bien aimé une conclusion un peu plus joyeuse, mais laquelle ?" frase conclusiva che manca in entrambe le traduzioni e che può essere verificata anche su questo sito, essendo per il momento Liberation in sciopero e il suo sito non accessibile]

scritto da millepiani il 13:04 | Comments (5)

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23.11.05

Balibar e la rivolta in Francia: "Casse-cou, la Republique!"

Da Il manifesto di ieri.

di Roberto Ciccarelli
A tre settimane dall’inizio delle rivolte nelle banlieue Etienne Balibar è indignato, ma anche inquieto. Con la psicoanalista Fethi Benslama, la giurista Monique Chemillier-Gendreau, il filosofo Bertrand Ogilvie e l’antropologo Emmanuel Terray, ha sottoscritto un appello che ha individuato «nella disoccupazione di massa, nello smantellamento dei servizi pubblici, nella segregazione urbana e nella discriminazione professionale, nella stigmatizzazione religiosa e culturale oltre che nel razzismo e nella brutalità poliziesca quotidiana» le principali cause delle rivolte. «L’appello è intitolato Casse-cou, la Republique! - ha spiegato Balibar in una pausa del convegno Spinoza: Individuo e moltitudine tenutosi a Bologna lo scorso fine settimana - lo abbiamo scritto il giorno dopo l’approvazione dello stato d’emergenza ed è stato diffuso nell’ultima settimana su Internet e pubblicato il 16 novembre su L’Humanité». Oggi Balibar rilancia la sua analisi sul regime di apartheid che dalle frontiere esterne alla Ue si è installato nel cuore delle metropoli e denuncia il razzismo istituzionale che ha provocato le rivolte. Durante l’intervista esprime la sua perplessità sul tentativo compiuto da alcuni esponenti del partito comunista francese e della sinistra anti-globalizzazione che hanno cercato «nei primi giorni di strumentalizzare le rivolte presentandole come la dimostrazione delle loro posizioni contro la costituzione europea e per il no al referendum del 29 maggio scorso.

Questa rivolta - continua il filosofo francese - in realtà rivela il blocco totale del sistema politico francese. Non esiste alcuna prospettiva di rinnovamento sia per la maggioranza al potere che per l’opposizione». Una rivolta di cui molti governi, e non solo l’ultimo diretto da Dominique de Villepin, «portano una grave responsabilità». Ma la rivolta contro i ghetti non è una specialità francese, è una condizione diffusa anche nei Paesi Bassi e in Inghilterra. «Quelle in Francia mi sembrano però peculiari - risponde Balibar - perché sono legate alla sua storia coloniale che è ancora oggi onnipresente nel paesaggio urbano, anche se è stata rimossa violentemente dal sistema politico e dalla maggioranza della società che vive totalmente separata dalle banlieue».

E poi il governo. «Ciò che trovo inquietante nel suo comportamento è che si è impegnato nella repressione senza riflettere attentamente sui rischi dei conflitti sociali e le minacce aggravate alla sicurezza della popolazione che una simile scelta comporta», osserva Balibar. La reintroduzione della doppia pena, l’espulsione amministrativa degli stranieri, cioè dei residenti che possono essere «isolati» dagli altri cittadini in base alla loro identità annunciate dal ministro degli interni Nicolas Sarkozy, per Balibar «è indice della separazione tra i cittadini nazionali e gli stranieri, ma anche tra gli stessi cittadini francesi alcuni dei quali vengono stigmatizzati come immigrati, o come non francesi, pur avendo a tutti gli effetti la cittadinanza. Reprimere dei gruppi isolati dal resto della popolazione è una politica che non solo non rispetta i diritti umani, ma accentua al massimo le inquietudini della popolazione, moltiplica gli aspetti securitari e produce una polarizzazione ideologica in seno alla società francese che vede negli immigrati, nei giovani o negli stranieri dei capri espiatori».

Il prolungamento della legge d’urgenza per altri tre mesi è la creazione di uno stato di eccezione nelle città?

Questo è l’aspetto più inquietante, anche per i suoi risvolti simbolici, della reazione del governo. Quella applicata è una legislazione di guerra. E’ l’arma assoluta e reattiva che serve a spezzare le resistenze contro un nuovo ordine neo-coloniale, come già avvenne nella guerra d’Algeria. Questa legge non autorizza solo il coprifuoco, ma crea anche delle zone securitarie, autorizza le perquisizioni di giorno e di notte, le sanzioni penali sbrigative. Tutto questo non ha fatto altro che dare fuoco alle polveri a una rivolta che covava da anni e che, con ogni probabilità, continuerà ancora a lungo. La violenza ha toccato tutti gli abitanti delle banlieue, francesi e non. Questo è inevitabile perché chi subisce la violenza giorno dopo giorno, e per anni, poi colpisce senza operare alcuna distinzione di origine o di ceto sociale.

Lei ha denunciato più volte l’apartheid europeo contro i migranti. Si può dire che oggi, in Francia come anche in altri paesi europei, è venuto alla luce anche un nuovo apartheid, quello interno alle metropoli?

Assolutamente sì. Non ci si può accontentare di dire che la risposta del governo è inadeguata. E’ difficile evitare di credere che, al di là dei contrasti interni tra chi preme per una soluzione securitaria e chi per una di tipo paternalistico, il governo abbia voluto tracciare una specie di frontiera interna nella società che assume una configurazione sociale, etnica e razzista. L’applicazione di questa legge tende a isolare dal corpo della società francese una certa tipologia di persone e a differenziare le banlieue dal resto del territorio nazionale. In un certo senso tutto questo non è nuovo. Anzi è solo uno dei momenti di un processo di emergenza progressiva di forme di segregazione in tutta Europa che è iniziato da tempo.

In cosa consiste questo processo?

E’ un fenomeno tendenziale, molto articolato, che si va intensificando. Non lo considero ancora un dato acquisito, ma credo che quella in atto sia una trasformazione dello spazio europeo sul lato esterno e su quello interno. E’ un processo che ha come risultato la costruzione di un apartheid, cioè la moltiplicazione, o meglio, il raddoppiamento dei confini, quelli esterni dell’Unione Europea, e quelli interni nelle città. Questo processo ha spesso delle tragiche conseguenze come abbiamo visto nell’ultimo naufragio a largo di Ragusa di venerdì scorso, oppure in quello che accade a Ceuta o a Melilla in Spagna. Sono tutti effetti che fanno parte della politica protezionistica dello spazio sociale europeo che da un lato rafforza il muro che separa l’Europa dal Mediterraneo e dall’altro costruisce zone di controllo e di concentrazione dei migranti nell’Africa del Nord. Quello che accade nelle banlieue è una specie di effetto simmetrico, correlativo, di questo processo. E’ il risultato di una «meticizzazione» dei conflitti sociali che si accompagna alla militarizzazione delle frontiere europee. Il rischio che si corre è che i tentativi di sfruttare politicamente questi episodi accelerino il processo in atto fino al punto che un giorno sarà impossibile fermarlo.

A suo parere in che modo l’opinione pubblica francese e internazionale hanno interpretato le rivolte?

In Francia, il tentativo di classificare i ribelli con categorie di tipo religioso come il «fondamentalista islamico» è fallito immediatamente. Dall’altra parte c’è chi segue la linea bonapartista di Sarkozy, che cerca di controllare questa popolazione accusando una sua parte di comunitarismo e dall’altra strumentalizzando i normali strumenti dell’espressione della vita democratica ricorrendo alla mediazione dei rappresentanti delle varie comunità. Altri hanno evidenziato il fallimento del modello repubblicano di integrazione e quello di rappresentanza politica a livello parlamentare e municipale. Questa linea è stata raccolta dalla stampa inglese e americana che ha interpretato questo fallimento come la fine dell’egualitarismo sociale che impone l’introduzione del riconoscimento delle appartenenze comunitarie in Francia. Non so se questo sia vero o falso, bisogna discuterne, ma credo che questi argomenti spostino l’attenzione dalle vere ragioni delle rivolte delle banlieue, che per me sono neo-coloniali.

Perché?

Nelle banlieue si concentrano la seconda e la terza generazione degli immigrati di origine nordafricana e africana che sono ipersensibili rispetto alle forme violente di stigmatizzazione che si esprimono nel controllo poliziesco quotidiano e combinano la discriminazione di classe con quella razzista di tipo neo-coloniale. Da parte loro, queste persone non hanno alcuna intenzione di rivendicare una «separatezza» culturale dalla società francese, non chiedono assolutamente la chiusura delle loro comunità contro la repubblica. Al contrario si appropriano del suo linguaggio e della sua ideologia per chiedere l’uguaglianza. Per questo le loro rivendicazioni non sono di tipo comunitario ma di tipo universalista.

Chiedono quindi una cittadinanza?

Proprio così, e non dico questo per rafforzare le tesi che ho sostenuto negli ultimi anni, ma perché esistono degli aspetti culturali e sociali della cittadinanza che sono inseparabili dalla cittadinanza intesa in senso moderno. In questo senso si può dire che le forme del repubblicanesimo borghese che sono tipiche in Francia hanno raggiunto il loro limite da tempo. La cittadinanza che la maggioranza della popolazione delle banlieue rivendica non è solo di tipo multiculturale, e nemmeno solo transnazionale, ma è una cittadinanza multi-livello che deve esprimersi a partire dal livello locale, poi su quello nazionale e anche su quello transnazionale. In questo senso è chiaro che oggi è in atto una rivendicazione di quello che definisco il droit de cité, cioè di quel processo di costruzione dal basso della cittadinanza. Ci sono anche altri aspetti della cittadinanza che non si possono ignorare, anche alla luce degli ultimi fatti. La cittadinanza si pone infatti all’incrocio con tradizioni istituzionali diverse: quella repubblicana dello stato che presuppone l’esistenza di un ordine pubblico e di un interesse comune e quella rivendicativa che punta sul progresso incessante della democrazia nella società. Oggi che quest’ultima tradizione è quasi del tutto esaurita visto che una parte della borghesia non ne ha più bisogno, rischiamo di mettere a morte una serie di diritti e di tradizioni acquisite in Europa.

Le rivolte possono allora essere considerate l’espressione di una lotta più generale contro l’apartheid metropolitano?

Personalmente evito di idealizzare una rivolta di tipo anarchico che incendia scuole, palazzi pubblici, e si scontra con la polizia. Sono convinto che questa sia una reazione che deriva da una serie di ragioni sociali, ma non la si può fare passare come il sintomo di una rivolta politica, antimperialista o anticapitalista. I giovani incendiari non rappresentano un’avanguardia, ma il momento rivelatore di una situazione nella quale milioni di persone vivono. Per questo non credo si possa parlare di un movimento, ma di una rivendicazione. E’ invece molto importante dire che queste persone non sono affatto una parte isolata dalla popolazione che vive in banlieue. Anzi, mi sembra che esprimano lo stesso disagio in cui vive la grande maggioranza. In Europa c’è una lunga storia di rivolte contro i ghetti. Ciò che di nuovo c’è oggi è che quella attuale è la prima generazione che vive la contraddizione flagrante tra l’universalismo della cittadinanza che sancisce l’eguaglianza delle opportunità in cui sono cresciuti i suoi genitori immigrati, e la sordida realtà del razzismo istituzionale.

Quali allora le prospettive?

C’è la parola d’ordine di Gramsci, quella sul pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, che mi spinge a pensare che in questa situazione astenersi sarebbe certamente peggiore che agire anche sbagliando. Spero che la maggioranza dei francesi si risvegli da questo incubo neo-coloniale. Bisogna assolutamente resistere al tentativo di criminalizzazione e di etnicizzazione compiuto dal governo che servono alla creazione del nemico di cui il sistema ha bisogno e possono essere usati contro l’eventuale politicizzazione della rivolta. Penso che oggi il problema principale sia, da una parte, quello di un rilancio della coscienza e della mobilitazione nelle banlieue per dare un’espressione politica a chi è sempre stato marginalizzato dal sistema politico. Dall’altra parte, i rappresentanti locali dei partiti di sinistra, insieme al tessuto delle associazioni, dei servizi municipali potrebbero avere un ruolo importante nel rilancio della controffensiva democratica. Questo rilancio della democrazia locale potrebbe avere una rilevanza nazionale in un paese fortemente centralista come la Francia. E’ solo un’ipotesi, certo, ma se oggi un’iniziativa democratica non parte dal livello centrale, allora bisogna farlo dalle banlieue.

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scritto da millepiani il 17:00 | Comments (0)

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15.11.05

Jacques Derrida

Io mi domando, come mi ha detto Silja, cosa avrebbe scritto Derrida di quello che accade in Francia.
E mi manca.

Upload: trovate qui gli articoli dello speciale dedicato da Le Monde a Derrida appena dopo la sua morte.

scritto da millepiani il 19:39 | Comments (0)

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la provincia francese

......la "rivolta": pensa che l'ho "scoperto" leggendo il Manifesto su internet!!! e mi sono stupita che nessuno dei miei "amici" francesi avesse detto niente (ma conta anche che non ho la tv)...
poi ne ho parlato un po' con delle amiche un sera a casa loro, per quanto riguarda l'integrazione ecc, e Marie mi ha anche fatto notare che effettivamente lei non ha amiche di colore e che "c'est deguelasse" perché pur non essendo né razzista né di "destra" vede che anche al livello più "semplice" questa integrazione non c'è...
ma in generale qui gli studenti non sono molto "politicizzati", nel senso che io, pur non appartenendo a nessun 'partito' e non avendo mai 'fatto politica' in senso stretto all'università, ho sempre sentito comunque che la "politica" nel senso LARGO emerge a tutti i livelli, soprattutto nei discorsi, nelle serate tra amici, tutto ha un sottofondo di 'politico'. qui invece no. ma forse perché non sono ancora abbastanza in confidenza (anche se io in realtà mi 'lancio'in commenti di 'parte'...), o forse è la provincia...

scritto da a francisa il 14:28 | Comments (0)

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14.11.05

"Ma per la Rivoluzione c’è tempo": un'intervista a Toni Negri sulle rivolte delle banlieues francesi

da "La Stampa" - senza commento.

”Ma quali bande! L'esplosione delle banlieues non è una jacquerie estemporanea. E anche se lo fosse, lo sarebbe in un contesto sociale radicalmente mutato, i cui tratti di fondo sono la crisi del fordismo, e l'assenza di risposta politica - non solo in Francia - a questa crisi. Per questo per me resta una rivolta; ma potrei anche dire insurrezione, se intendiamo il termine in un'accezione tenue”. E’ ovvio cosa manca per parlare di insurrezione autentica, “manca una coscienza politica degli obiettivi, quello che Marx chiamava il “per sé”. Questo movimento vuole qualcosa, ma non sa ancora cosa vuole”. Toni Negri, il cattivo maestro dell'Autonomia, l'uomo che nel '79 fu arrestato per “insurrezione armata contro lo stato italiano” (condannato a trent'anni, la pena fu ridotta a tredici), è tornato. Di nuovo al centro del dibattito, dopo che il New York Times ha dedicato un paginone al suo Impero, scritto con Michael Hardt, e dopo che le Nouvel Observateur l'ha inserito tra i venti grandi filosofi del secolo, Negri è reduce da Mar del Plata, Argentina, dove ha seguito la protesta anti-Bush. Ora è seduto nel salone della sua nuova casa veneziana, libri alle pareti, moltissime riviste anglosassoni, le ultime copie di Le Monde appoggiate su un tavolino.

Molta della stampa internazionale ha provato a leggere l’esplosione delle banlieues vedendoci il fallimento del modello di integrazione francese. E' una spiegazione che la convince?

”Per niente. E perchè, forse il modello anglosassone non ha fallito ugualmente? Guardi l'America di New Orleans, o l'Inghilterra del 7 luglio, con i terroristi che nascono inglesi nel senso più profondo del termine, inglesi vestiti come loro, ragazzi che prima di farsi bomba vanno al pub e si ubriacano di birre... Il punto non è il fallimento dei due modelli multiculturali”.

Ora dirà: c'entra l'organizzazione del lavoro.

”Gli elementi nascosti dietro le banlieues in fiamme sono almeno tre. Quello che è in crisi è il modello industriale fordista, che prevedeva l'occupazione permanente, e uno schema di crescita indefinito, sostenuto dallo stato. Poi questa crisi s'è coniugata con i processi di mondializzazione economica. A questo si saldano politiche neoliberali di blocco della spesa pubblica, che producono una crisi degli interventi di welfare. Altro che l’integrazione, qui il problema è la totale assenza di risposta politica alla crisi del fordismo. Questa mancata risposta è legata alla crisi della rappresentanza democratica”.

Però scusi, perchè le periferie sono in ebollizione solo in Francia, e in Italia no? Le dinamiche postfordiste sono le stesse anche noi.

”In parte perchè siamo una società socialmente meno avanzata. E poi perchè, per paradosso, questi fermenti da noi si sono in parte esauriti. Gli anni settanta hanno scaricato un potenziale di lotte sociali; o meglio, l'Italia, o la Germania, hanno allungato dieci anni il sessantotto. Ma così ne hanno anche diluito gli effetti. Però attenti: movimenti di protesta da noi ci sono già. La Val di Susa, i movimenti per la casa nelle città, le battaglie dei migranti contro i cpt...”.

Prodi dice che presto esploderanno anche le periferie italiane. Dunque per metà è d'accordo con lui?

” Mah, Prodi per un verso esagera, e dubito che sappia davvero qualcosa delle periferie. Quanto a Fini, beh, per lui il fatto che non ci sia un'esplosione vuol dire che non c'è il problema... Berlusconi non sa cosa dire. E poi come fa a parlare di immigrazione, stretto com'è tra Calderoli e le furbizie dei democristiani alla Pisanu?”.

E i francesi? Nel 1990 Mitterrand si chiedeva “cosa può aspettarsi un giovane in un casermone laido, sotto un cielo grigio, con la società che distoglie lo sguardo?”. Eppure il degrado è continuato, inarrestabile. Il socialismo francese buone intenzioni e cattiva coscienza?

”Guardi, io penso siano personaggi diversissimi; ma sia Mitterrand che Chirac, un repubblicano e un monarchico, avevano capito benissimo cosa sarebbe successo. E come loro, le èlites francesi, soprattutto il grande apporto conoscitivo che la sociologia dà all'amministrazione francese, avevano perfettamente in testa le dinamiche esplosive che maturavano nelle banlieues: ma cosa potevano fare? Sono stati aggrediti loro stessi da questa ondata neoliberale, che esaspera i conflitti e le rivolte, e ha impedito loro qualsiasi possibilità di dirigere la trasformazione”.

Perdoni, significa che i politici sono scusati in anticipo. Se è sempre colpa della dinamica neoliberale...

”Certo che no. Dico solo che le rivolte sono espressione dell'incapacità del neoliberismo di farsi politica statale. Non parlo solo di dirigismo, ma della capacità dello stato di esercitare governance, cioè mettersi in contatto permanente coi movimenti. Una capacità che il fordismo, con tutti i suoi mali, aveva”.

Sarkozy ha chiamato “racaille”, feccia, i giovani delle periferie. Oltre agli scenari, c’è poi la politique politicienne, no?

”Sarkozy è stato imprudente e imperdonabile. Ma non è la prima volta che un politico in Francia chiama racaille i giovani di banlieue: gliel'hanno detto mille volte. Solo che adesso la gente è esplosa. C'è un evento”.

Fa un po' effetto però che in quella che lei chiama “rivolta” si brucino le Renault dei lavoratori, e non le Porsche Cayenne degli spacciatori. Che rivolta è?

”Il fatto è che gli spacciatori le macchine ce le hanno in garage! Conosco bene alcune scuole di Epinay sur Seine. E’ l'unica banlieue in cui c'è stata solo una decina di macchine bruciate ma non un'esplosione come quella di Clichy. E sa perchè? Perchè forse a Epinay regge l'equilibrio basato sui mullah e sui signori della droga. Anche in Italia, dove c'è la mafia spesso non c'è rivolta”.

Ciò non toglie che si bruciano macchine di gente inerme, e si picchiano persino handicappati. Non proprio il nostro immaginario di lotta sociale, no?

”Dinanzi a queste spinte epocali cosa sono un pugno di macchine bruciate? E poi hanno bruciato le macchine perchè la gente non è scesa in strada a difenderle. Mi creda, la gente, in quei quartieri, non è così contraria a quei ragazzi”.

Molti sono intimiditi. Un pensionato di 61 anni è stato ucciso proprio perchè difendeva quelle macchine. Parlare di “insorti” non significa dar loro una legittimità che non hanno?

”Non sono cinico. Nè machiavellico. Ho per chiunque viene ucciso tutta la compassione umana e il dolore. Ma non mi turberei davanti al fatto che in un incendio di queste proporzioni ci sono solo due morti. E allora cosa ne facciamo dei due elettrificati? E quanti ragazzi feriti ci sono? E quanti di questi ragazzi sono morti in altre occasioni di demenza razzista?”.

Non negherà che chi colpisce cittadini inermi dà buone ragioni a chi inclina a una visione solo repressiva del problema.

”Non c'è dubbio che Sarkozy abbia provocato, anche se non si aspettava la reazione che c'è stata. Per di più, prima e dopo, ha ripetuto un atteggiamento ipocrita, proponendo misure di discriminazione positiva: aiutiamo i negri buoni e reprimiamo i negri cattivi”.

C'è chi l'ha accusato di calcoli politici in vista delle presidenziali.

”Sarkozy ha un problema: evitare che la destra possa togliere un grande spazio politico alla candidatura gollista. Sia Le Pen che De Villiers, quest'ultimo un po' più manovrabile dai gollisti, possono erodere molti consensi. E invece Sarkozy pensava a un'egemonia sull'intera destra. Oggi quel progetto mi pare in crisi”.

De Villepin invece ha promesso aiuti economici.

”De Villepin e, probabilmente, Chirac, hanno assistito inizialmente guardinghi; poi hanno reagito da par loro, da un lato promettendo ordine, dall'altro cercando di recuperare il recuperabile di quelle periferie. Ma alla fine potrebbe anche spuntare una terza candidatura gollista”.

Anche la sinistra, onestamente, arranca.

”Benissimo, per quanto riguarda la sinistra ufficiale. Ma la sinistra ufficiale è oggi minoritaria, in Francia. Maggioritaria è piuttosto la sinistra che ha detto no alla Costituzione europea: è una sinistra sovranista, repubblicana in maniera esasperata, che non ha nulla da dire rispetto alle banlieue”.

E gli intellettuali parigini? Non è che si siano sentiti molto.

”Ma quando mai si sono fatti vivi, durante tutti gli ultimi grandi avvenimenti sociali interni? Stanno studiando dove si rigira la vela del potere”.

La “rivolta” si può indirizzare a sbocchi positivi?

”La logica del primo ministro non va molto oltre la carità, mentre qui occorrerebbe una vera apertura di processi di partecipazione, che sono cose serie - altro che le primarie italiane, oh che belle, dove tutti votano e tutti sono inclusi! - La partecipazione è messa in discussione dei rapporti di potere, scuole che funzionano, casse di risparmio che abbassano i tassi di interesse...”.

Anche lei dice che per parlare di “insurrezione” autentica qui manca il fine politico. Dove sono le richieste di questi giovani?

”Il problema è che sanno cosa non vogliono, non cosa vogliono. E’ un gran casino. Il mio amico Patrick Braouezec, l'ex sindaco ora presidente della Regione della Saint Denis, l'altro giorno ha detto che qui ci vuole una nuova intesa di Grenelle, l'accordo sindacati-governo fatto nel '68, con Pompidou al governo per bloccare il sessantotto. Ma allora gli operai chiedevano aumento del salario, revisione della struttura gerarchica, apertura a forme di welfare. I ragazzi di banlieue possono solo cercare una via di fuga. Non le sembra che un diritto alla fuga sia diventato un diritto umano? Certo, la stagione di Seattle è finita. Ma la fine del ciclo altermondialista ha fatto nascere un ciclo di lotte che si è completamente giovato dei movimenti precedenti. In Francia come in Argentina”.

Le donne islamo-francesi sulle barricate parigine non ci sono, ha notato? Ha ragione Olivier Roy, non ci sono perchè sono più brave dei maschi, si integrano di più, dunque hanno meno rabbia? Oppure perchè i fratelli e i mariti le tengono segregate?

”Io sarei cauto. Lei dice che non ci sono? Mah. Sono stato da poco a Teheran e ho visto come le donne giocano lâhijab in chiave sempre più rivoluzionaria, abbassandolo un centimetro di più ogni ora. Eppure non si vede. E a Parigi magari non sono state fotografate ma cosa crede, che questi giovani che bruciano auto non facciano l'amore? Che dietro ognuno di loro non ci sia una donna? Il vero film per capire la banlieue non è L'odio di Kassovitz, metallico, freddo. Il vero film è L'esquive, La schivata. Una professoressa cerca di far recitare a una classe arabo-maghrebina un testo di Marivaux. All'inizio tutti si applicano. Poi qualcosa si rompe. E proprio le vicende erotiche e affettive che si instaurano tra i ragazzi produrranno la rivolta. Alla fine la classe si rifiuta di recitare il Gioco del caso e dell'amore, che è la commedia della borghesia bianca. Allo stesso modo, anche le ragazze islamo-francesi della banlieue usciranno profondamente modificate, e partecipi di questa rivolta”.

Negri, lei crede ancora nell'uso della violenza politica come soluzione ai problemi della crisi postindustriale nelle società occidentali?

”Con Michael (Hardt, ndr.) abbiamo cercato di immaginare un esodo da questa società in crisi. Nell'esodo, come Mosè aveva Aronne, bisogna avere delle retroguardie, che usino anche le armi, ma per difendersi. La resistenza è questo, perchè la realtà è fatta così, il mondo è fatto così; e la Moltitudine opera in questo mondo, a caccia di quella via di fuga che nelle banlieues stanno cercando, senza ancora averla trovata”.

scritto da millepiani il 18:08 | Comments (1)

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09.11.05

In forza della politica che verrà: come un grido

a proposito della 'rivolta' francese

Non c'è, certo, nè progetto nè parola, ma 'grido'. Un 'grido' senza 'visione'. Dove il 'progetto' - la politica - manca, di più chi 'vede' la politica è chiamato ad articolare, a descrivere, a raccontare il 'grido'.
Dove c'è un 'grido' c'è una rivolta. Un rifiuto. Uno scandalo.
La 'nostra' sovranità è dire questo 'grido'.
Farlo diventare 'parola'.

Nel pianto, nel rifiuto, nel silenzio, nella forza di una 'rivolta', nella sua assenza, nella sua violenza, un grido chiama la politica, la chiama a 'ripresentarsi', la chiama a quello che deve essere e che è. La chiama a pensare quello che il 'mondo' dovrebbe essere e non è.
Questa non si chiama 'utopia'. Ma 'eterotopia'. L'altro mondo che ci portiamo con noi e che non riusciamo a dire.
'Come un grido'. 'Come una forza, una violenza'. ''Come un'amore impossibile'. ''Come una voce soffocata'.

Dobbiamo dare parola a chi non ne ha, dobbiamo riuscire a fargli trovare la 'sua' parola.
Dobbiamo ricostruire, noi, tutto l'alfabeto. Con chi grida.
Dobbiamo, dobbiamo dare, regalare, donare, le sillabe della politica. Dobbiamo reinventarle. Dobbiamo costruirle con chi 'grida'.

Dove il 'grido' si fa 'forza', 'presenza unica', lì c'è un'assenza, la nostra assenza e il nostro silenzio.
Dobbiamo impedire che questa assenza sia occupata dalla violenza dello 'Stato'. Questo spazio è lo spazio della politica che viene. Non quello della 'polizia', della repressione.
Dobbiamo, di nuovo, con pazienza e forza, 'occupare' questo spazio, lo dobbiamo fare nostro, lo dobbiamo, di nuovo, ridire, sillaba dopo sillaba, grido dopo grido, silenzio dopo silenzio. Dobbiamo, come un dovere che si dedica al proprio amore, questo grido lo dobbiamo sentire dentro le nostre orecchie e farlo nostro.
Dobbiamo farla nostra questa 'rivolta'. E 'viverla', 'pensarla', proprio dove non la capiamo.

Perchè, in fondo, questo 'grido' e questa 'rivolta' è il 'grido e la 'rivolta' contro questo presente. Senza che lo si sappia, davvero, articolare.
Perchè un 'grido' non è niente altro che un 'grido'.
Ogni 'luogo altro' comincia da questo 'grido'.
E la politica, la sua forza, è, nelle parole che sa dire, la forza di questo grido che la traversa.
Tutto il resto è il presente.

scritto da millepiani il 22:37 | Comments (0)

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La Francia vista dal suo 'cuore repubblicano'

Ho vissuto a Strasbourg per nove mesi. Ho vissuto in una di quelle 'eguali opportunità' che la 'Repubblica francese' dà ai suoi figli e a chi la riconosce, come me. Ho vissuto per nove mesi in una stanza di undici metri quadri. Il mio loculo 'repubblicano' sporgeva su un corridoio dove si affacciavano altri 45 loculi di eguale dimensione.

Otto erano i 'cessi' e sei le docce. E la cucina aveva quattro piastre per cucinare. Quattro piastre per 45 'figli' della 'Repubblica'. Otto cessi per 45 figli e figlie della 'Repubblica'. Sei docce per 45 figli e figlie della Repubblica.
Nel mio 'corridoio' tutto il basso mediterraneo contava la sua forza: algerini, libanesi, tunisini, siciliani come me, siriani, turchi.
Nel mio corridoio vigeva la regola che prima gli algerini dovevano fare la doccia. E poi i libanesi. E poi gli altri, con me come eccezione, che potevo fare a qualsiasi ora quello che volevo, essendo 'figlio' unico della 'repubblica' più 'repubblicana', quella siciliana, 'repubblica' che, in tutto il mondo, è 'rispettata' per la sua forza e il suo 'silenzio'.
Cucinare - cioè vivere - sottostava alle stesse regole, se non che, in fondo, ognuno di noi cucinava nelle sue camere, di nascosto, o mangiava a mensa, infischiandosene altamente dell'avviso repubblicano che avrebbe preteso di impedire la cucina nel proprio 'loculo repubblicano'.
In 11 metri quadrati, per nove mesi consecutivi, ho studiato Marx.

Andando a mangiare e bere a Neuburg o Kronemburg, quando potevo, e di nascosto dai miei amici italiani.
Che, adesso professori o manager, non potranno che ricordare perfettamente quello di cui parlo.

Non una volta i miei maestri mi hanno chiesto di vedere dove io abitavo. Non una volta la curiosità è stata più forte del 'pudore repubblicano'.

Quando, per caso, mi sono trovato a 'conoscere la 'sezione' di Strasbourg dell'ENA, la scuola nazionale d'amministrazione, quella che tutti i politici repubblicani di destra o di sinistra hanno frequentato, quando, per caso, ho visto l'altro lato della 'Repubblica', ecco, io mi sarei ribellato. Il disgusto che ho provato nel sentire quello che 'usciva' dalla bocca degli enardi che mi avevano accolto come 'allievo di J.-L. N.', quel disgusto io non lo dimenticherò mai più.

E poichè io studio filosofia, a me è permesso e possibile sentire la feccia che ho sentito uscire dalla bocca degli enardi e, insieme, amare la merda di Neuburg e di Kronemburg. Dove, di nascosto dai miei amici italiani, continuavo a tornare. Anche di notte, anche quando loro dormivano, anche quando, come da dieci anni a questa parte, si bruciavano le macchine.

Io non dico che, essendo per un attimo come loro, come lo sono stato per nove mesi, farei quello che accade.
Ma non posso impedirmi di pensare che lo capisco.

Io, straniero, che andavo a bere e mangiare con chi le macchine le bruciava già prima.

Se, adesso, la Repubblica degli '11metri-quadri' fa della sua forza una separazione chiara, non posso, in fondo, che esserne felice.
Finalmente si mostra quello che è.
E comincia a mostrarsi quello che sarà.

scritto da millepiani il 03:43 | Comments (2)

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08.11.05

La Francia brucia

La "Loi n°55-385 du 3 avril 1955", quella dell'applicazione in Algeria dell' ètat d'urgence', dello 'stato d'eccezione', è la legge che il governo della 'Repubblica francese' ha scelto per affrontare la sua crisi 'mortale'. I nomi che hanno richiamato, ripreso e riapplicato questa legge sono noti. Non li ripeto. Essi saranno ricordati dopo. Oggi, questo oggi è più importante.

La 'Repubblica', la parola più pronunziata da quando lo 'Stato francese' non sa che dire di fronte alla 'rivolta' che è la rivolta del 'suo' cuore, nel suo cuore, la 'Repubblica' si difende, come ha sempre fatto, con gli strumenti 'eccezionali', quelli che appartengono al 'potere', con quelli che fanno della sua 'verticalità, della distinzione e della 'violenza' la sua unica 'arma'.

Non solo noi rigettiamo questi strumenti, ma, ancor più violentemente, noi li disconosciamo come strumenti di una cosiddetta 'Repubblica' che, come 'popolo', non ci appartiene. La 'Repubblica francese' non ci appartiene più, non appartiene più, a questo punto, alla nostra forza e alla nostra 'tradizione'. La 'Repubblica Francese', quella della dichiarazione dei diritti umani, dell'eguaglianza, della fraternità. La 'repubblica Francese', e i suoi 'valori', non appartengono più alla 'nuova' tradizione, alla nuova forza del popolo, alla forza del 'nuovo popolo'.

Non solo gli intellettuali francesi sono, nella loro stragrande maggioranza, instupiditi e ipnotizzati dal termine 'Repubblica', ma, ancor di più, essi non sanno nemmeno ripensare quella verticalità del potere politico che è, non è niente altro che, una teologia politica verticale propria della 'Repubblica': la religione repubblicana.
La 'religione repubblicana' oggi mostra la sua violenza, la sua debolezza, e, anche, la sua forza d'integrazione.

Non solo noi rigettiamo la 'violenza repubblicana', non solo noi facciamo della sua 'debolezza' la nostra 'forza', ma, ancor di più, noi rifiutiamo ogni integrazione, ogni 'comune', rifiutiamo ogni gesto 'violento' di una 'Repubblica' che sta diventando la 'Repubblica della violenza contro il suo popolo', rifiutiamo ogni 'gesto in comune'. La nostra 'Repubblica', davvero, non è la 'Repubblica francese', per come, oggi, si dà, per come viene detta e declinata.

Cosa rimane della 'Repubblica' dove la 'Repubblica' non fa niente altro che applicare la legge dell'eccezione e dell'urgenza per difendere la sua 'esistenza' dal suo 'popolo'?
Dai figli di quel 'popolo' che la Quarta repubblica francese ha torturato, massacrato, oppresso in Algeria e altrove. Cosa rimane?

Se lo 'stato d'eccezione' è, oggi, la legge permanente della politica, questo 'stato d'eccezione' che la politica francese ha scelto come 'luogo' è, oggi, la sua più grande vergogna e il suo più grande tradimento. Il suo più grande errore.

Dove, in questi anni, la Francia aveva espresso, di nuovo, quella forza e quella messa in questione del 'potere come violenza', dove la Francia aveva provato ad indicare 'un'altra via', dove la Francia aveva 'creduto' di essere quello che non era, oggi, con chiarezza, la Francia, per responsabilità della sua classe politica, quella di destra e quella di sinistra, quella dell'ENA, la stessa dove ci si volga, diventa la mano 'violenta' della 'Repubblica'.

Dove sono i suoi intellettuali, quelli che facevano della 'Repubblica' il senso di un universalismo laico e compiuto?
Dove sono i 'suoi' filosofi, i filosofi 'repubblicani'? I filosofi che non vedono come, precisamente, il concetto di 'teologia politica verticale' attiene oggi, forse più che prima, più alla 'Repubblica' che ad ogni 'teocrazia'? Dove sono, in quale città d'Europa sono, quell'Europa che proprio la Francia ha rifiutato e rigettato come 'estranea' al suo presente?

La 'violenza' repubblicana, il silenzio degli intellettuali francesi, la loro 'laica' certezza, la loro 'laica religione', la loro 'religione repubblicana' si scontra, oggi, con questa verticalizzazione del potere repubblicano, con questo 'coprifuoco' dei loro pensieri, con questo 'presente' della violenza sin dentro il cuore dello statuto della 'Repubblica' e dei suoi abracadabranti ripetitori.

Nella notte, dove starete? nelle vostre case, nella vostra fede laica? Dove vi nasconderete per non vedere il 'dio' repubblicano che fulminerà chi violerà l'interdetto della legge, dello 'stato d'eccezione'?

La Francia applica il coprifuoco imposto all'Algeria.
Sappiamo com'è finita la 'Battaglia d'Algeri'.

scritto da millepiani il 14:41 | Comments (2)

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07.11.05

In rivolta

A proposito della 'firma' finale al 'Manifesto sull'autoriforma dell'Università', dove si scrive 'gli Atenei in rivolta', riposto un testo scritto nel maggio scorso. Come un inizio. Sull'Università, e pensando ad 'altre rivolte'.

***

a Silja

Uno scrittore - non lo sono e di questi tempi in troppi, penso, si autotitillano con la definizione - uno scrittore 'tradisce' il proprio nome. In un senso forse alto, incomprensibile o dimenticato di questi tempi.

Vorrei ricordare qui quello che Maurice Blanchot scriveva sull'anonimato della scrittura e sulla necessità, per chi scrive, della sua/propria cancellazione. Vorrei ricordarmi, più che ricordare, le pagine de La scrittura del disastro, dove, davvero e sino in fondo, non tanto il termine 'scrittore', quanto la 'pratica' della scrittura viene sottoposta, direi 'esposta', ad uno svuotamento radicale di quella 'pienezza', di quella 'autorialità' a tutto tondo che funziona più per la NZZ o 'La Repubblica' che per un testo che si dice di 'letteratura'.

Ciò che però Blanchot aveva sempre di fronte gli occhi era che questa necessaria 'cancellazione', l'urgenza che l'autore tradisca il proprio nome, la necessità 'tutta politica' che non possa mai essere identificato a tutto tondo con la scrittura, e soprattutto la scrittura con l'autore, ciò che aveva davanti agli occhi era, appunto, il primato della scrittura, la sua forza, l'urgenza sovversiva che risuona in ogni scrittura che possa essere degna di questo nome.
Mai, in nessun modo, Blanchot confonde questo 'spossessarsi' dell'autore, questo 'tradire' il proprio nome - nel senso che ho appena accennato - con la mancanza di responsabilità, con il silenzio, con la fuga. In nessun momento questa scrittura che Maurice Blanchot indica e pratica, in nessun momento essa scende a patti con il potere, con qualsiasi potere - editoriale, dell'industria culturale, della forza del nome, del nick, di quella autoriale, giornalistica, accademica, di quartiere, di cortile, di clan, di link, di famiglia allargata, di sangue, di razza, d'origine, destinazione, d'elezione, di potere della scrittura stessa.
Scrivere nell'anonimato - cioè: 'tradire il proprio nome', perchè questa è l'unica possibile definizione dell'anonimato della scrittura, è sempre, per lui, la più radicale contestazione del potere.

Lo testimoniano i testi del 'Comitato d'azione studenti-scrittori', che si riuniva nella biblioteca di filosofia alla Sorbonne nel maggio '68 e a cui Blanchot partecipa sin dalla sua fondazione.


La notte tra il 10 e l'11 maggio del '68, la 'notte delle barricate' al Quartiere Latino, come nei giorni precedenti e nei giorni successivi, Maurice Blanchot vive nelle strade, come tutti. Il 14 maggio cominciano gli scioperi spontanei e le occupazioni delle fabbriche. 10 milioni di francesi scioperano contro De Gaulle e la repressione. I primi giorni di giugno Blanchot è, insieme a Marguerite Duras, alla Renault di Flins, dove gli studenti fiancheggiano gli operai contro l'intervento della polizia.
Il 20 maggio si era costituito il 'Comitato', a cui partecipavano Antelme, Duras, Bellefroid, Leiris, Mascolo, Nadeau, Roschefort, Roy, Sarraute, Schuster, per dire i 'nomi' conosciuti, le 'firme', i 'responsabili del loro nome', (salvo errori - cioè salvo una coincidenza di più riunioni tra scrittori e studenti - una ricostruzione la si può ritrovare in 'A conti i fatti' di Simone de Beauvoir, pag 412-13. De Beauvoir non cita mai Maurice Blanchot, ma solo Duras e Georges Lapassade, con cui ho avuto il piacere di ubriacarmi a Venezia...senza sapere, davvero, chi fosse...Il testo è comunque da leggere per il 'caga-sotto' della de Beauvoir di fronte una contestazione quasi 'annunziata'....).
Nelle riunioni successive, nè Sartre nè de Beauvoir sono mai stati più presenti. Alla loro vista, cito de Beauvoir, la Duras sbotta dicendo: "Ne abbiamo piene le scatole dei divi".

Il punto focale è che oggi, anche in italiano, possiamo leggere i testi del 'Comitato'.
Vorrei citarne solo uno, cruciale per la questione dei 'nomi' e delle scritture, della responsabilità e dell'anonimato. Lo si può leggere a pagina 108 de Nostra compagna clandestina, (edito da Cronopio, e da cui prendo molte delle informazioni che qui riunisco), un testo senza titolo, ma che inizia con 'Oggi...':

Oggi, come durante la guerra dal 1940 al 1944, il rifiuto di collaborare con tutte le istituzioni culturali del potere gollista deve imporsi come una decisione assoluta a ogni scrittore, a ogni artista di opposizione.
La cultura è il luogo in cui il potere trova sempre dei complici.
Con la cultura recupera e sottomette ogni libera parola.
Lottare contro questa complicità della cultura; mostrare che nella cultura c'è un rapporto di possesso tramite il senso e un uso delle forze repressive che funziona indipendentemente dal gioco sociale.

In una lettera inviata a Christian Limousin, Blanchot aggiunge riguardo i testi pubblicati in "'Comité. Numero 1. Bollettino pubblicato dal Comitato d'azione studenti-scrittori al servizio del movimento (ottobre 1968)":

"Anche se li ho scritti, non posso riconoscere me stesso come autore dei testi che Lei mi segnala, testi che mi sono molto prossimi, di cui mi considero responsabile [...]. Tutto ciò che posso affermare è che ho partecipato alla redazione di Comité, tra gli oscuri e come
senza nome. Spetta a voi lettori decidere e dire, ad esempio, in rottura con il principio dell'anonimato: "questi testi avrebbero potuto essere scritti da M.B., ma siamo noi che li attribuiamo a lui per decisione della nostra lettura".(p. 99-100)

Questo testo che non ha titolo e che comincia con la parola 'Oggi', a differenza dei volantini e delle dichiarazioni precedentemente redatti dal 'Comitato', come la nota aggiunge, non è stato scritto in comune.

Era anonimo.

Nostra compagna in-comune, nostra compagna ribellione...

scritto da millepiani il 19:07 | Comments (0)

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Manifesto per l'autoriforma dell'Università

Ricevo da Gianfranco e posto, in attesa di commentare, il "Manifesto per l'autoriforma dell'università", approvato ieri a Roma.

***

Dopo le settimane di mobilitazioni, occupazioni, blocchi della didattica, cortei e la grande manifestazione del 25 ottobre che ha assediato il parlamento, noi, studenti e studentesse, precari e precarie dell’università e della conoscenza, ci siamo incontrati per discutere sulle prospettive del movimento.
L’inaccettabile approvazione del Ddl non ha intaccato la nostra determinazione a voler proseguire la mobilitazione. Fin da subito la protesta è esplosa a partire dal nostro disagio, investendo l’assetto complessivo dell’università e della formazione.

All’origine di tale disagio vi sono i processi di precarizzazione e di riforma, il cui centro focale è rappresentato dal 3+2 e dal meccanismo dei crediti, introdotto dal centro-sinistra e peggiorato dal centro-destra.
Per noi essere contro il Ddl vuol dire essere contro il processo di riforma che interessato l’università italiana negli ultimi anni. Le occupazioni e le mobilitazioni sono state, da subito, laboratori di sperimentazione di nuove e molteplici pratiche di conflitto e di scardinamento dell’università attuale e nello stesso tempo di immediata costruzione di un’altra università. A partire da qui abbiamo iniziato a scrivere con i nostri conflitti l’autoriforma dell’università.

Questo manifesto vuole raccogliere le pratiche e idifferenti contenuti che sono patrimonio comune delle mobilitazioni e rilanciarne la generalizzazione.

1 - Ci siamo ripresi i nostri tempi e i nostri spazi, attraverso blocchi della didattica, scioperi della frequenza, occupazioni delle facoltà, autogestione di aule. Perché i nostri tempi di vita e di formazione sono radicalmente incompatibili con la gabbia dei ritmi che ci stanno imponendo. Il tempo dell’università deve adattarsi al nostro, ne pretendiamo dunque un altro: vogliamo una radical diminuzione dei ritmi di studio e rifiutiamo l’obbligatorietà della frequenza.Vogliamo studiare con lentezza.

2 - Ci stiamo riappropriando di ciò che ci viene tolto. Pratiche diffuse di autoriduzione del pasto in mensa, del costo dei trasporti, dei servizi culturali,degli affitti, occupazione degli enti per il diritto allo studio, diffusione libera dei saperi ostaggio di brevetti e copyright. Nel mercato della formazione, vogliono destinarci a un presente e a un futuro di precarietà. Reclamiamo reddito, servizi e casa, gratuità dell’accesso all’università e alla formazione, rimozione di tutti i blocchi e gli sbarramenti al percorso universitario, abolizione della proprietà intellettuale, moltiplicazione delle borse di studio e dei posti alloggio sganciati da logiche meritocratiche, in opposizione radicale all’attuale Dpcm sul diritto allo studio. E’ necessario incentivare i finanziamenti pubblici destinati all’Università e alla Ricerca. Non è pensabile una finanziaria che sottrae fondi all’intero mondo della cultura per destinarli alla guerra.
Vogliamo studiare tutte e tutti.

3 - Abbiamo iniziato a costruire un’altra didattica. Incontri, discussioni, convegni, seminari autogestiti, feste, riappropriazione di spazi di socialità e di relazione continuamente negati dalla riforma. La nostra formazione passa innanzitutto attraverso questi momenti. La produzione di saperi e relazioni è per sua stessa natura “anti-economica", non misurabile in unità di tempo e in crediti formativi. Il sapere vivo non è riducibile a merce. È un processo collettivo e cooperativo radicalmente alternativo ai linguaggi e alla logica dell’università-azienda, individualista e competitiva. La parcellizzazione, frammentazione e dequalificazione dei saperi non produce altro che precarizzazione e controllo.Affermiamo l’autogestione e l’autogoverno della didattica e della ricerca, lo scardinamento del sistema dei crediti attraverso pratiche diverse: tanto l'inflazione dei crediti, ossia il riconoscimento di tutte le attività formative e di ricerca autogestite; quanto l’irruzione del sapere critico nei programmi didattici.
Vogliamo costruire tutto il nostro sapere.

NON ABBIAMO ALTRE RIFORME DA ATTENDERE O GOVERNI DA
ASPETTARE:

IL NOSTRO TEMPO E’ QUI E CONTINUA ADESSO


gli atenei in rivolta,
assemblea nazionale degli studenti universitari, dei
ricercatori precari, degli studenti medi

Presenti più di 400 tra studentesse
e studenti, ricercatrici e ricercatori provenienti da
tutta Italia (Trieste, Trento, Venezia, Padova,
Bologna, Pisa, Siena, Torino, Milano, Perugia, Napoli,
Bari, Catania oltre chiaramente ai 3 atenei romani)

Roma 06.11.05

scritto da millepiani il 16:35 | Comments (0)

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Jacques Le Goff sulla Francia delle banlieu in rivolta

Da Repubblica di oggi.

"Più che ai moti studenteschi del Sessantotto, la violenza dei ragazzi di banlieue mi fa pensare alla rivolta dei Ciompi che vide opporsi nella Firenze del Trecento i lavoratori tessili alla borghesia cittadina", dice Jacques Le Goff, grande medievalista, raffinato scrittore ed esperto conoscitore della storia d'Italia. "Mi vengono in mente anche le sommosse dei chartists, durante i primi movimenti operai nell'Inghilterra appena industrializzata". La conversazione di Le Goff spazia da jacqueries a sanguinosissime repressioni, da insurrezioni a teste mozzate. Poi però il celebre studioso comincia a sparare a zero sullo stato francese e sulle colpe del suo massimo rappresentante, il presidente Jacques Chirac, che definisce una "nullità politica". [...]

scritto da millepiani il 10:33 | Comments (0)

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03.11.05

Resurrezione: una fine come un'impasse' [4 -e finale]

Trovate qui il post.

scritto da millepiani il 23:59 | Comments (0)

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Parigi brucia

Parigi e le sue 'continentali' periferie si rivoltano. Mentre qui tutto tace.
Sta accadendo un 'evento' più che memorabile: contro lo stato 'nazionale' e contro la sua declinazione 'europeistico-funzionaria', Parigi si ribella e le sue periferie, in notturna, brulicano di quello che Marx avrebbe chiamato il 'proletariato rivoluzionario' e che, oggi, è invece la colonna vertebrale dell'esclusione.
Ecco quello che la 'Repubblica francese' e il suo spirito risponde con le parole del suo ministro: " Le droit représente aussi la protection des plus faibles. Sa négation n'est pas acceptable sur le territoire de la République.".
Quello che sta accadendo nel 'territorio della Repubblica' è, invece, quello che accadrebbe, e accadrà, se solo si pensi che la sovranità, oggi, non ha confini.
Parigi brucia nelle sue periferie, nella rivolta contro la 'polizia' e il controllo del territorio da parte di uno Stato che 'non esiste' nei termini per cui, oggi, lo stato o è uno 'stato di polizia che controlla il suo territorio repubblicano' o non è. Ed infatti non è.
Come hanno scritto: "in cambio del riconoscimento della sovranità dello stato non si possono erogare materialmente diritti di cittadinanza e non resta che la presenza militare della governamentalità".
Esattamente Foucault.

'Casseurs' lo siamo tutti se poniamo mente non solo alla crisi dello 'Stato sociale senza società', ma sopratutto all'idea, falsa, che la società sia riassumibile nella 'società civile' di liberale memoria e vocabolario..
Quello che sta accadendo a Parigi, nelle sue periferie, è, ripeto, più che memorabile, anzi, direi: quello che accade a Parigi, oggi, ora, ogni notte, è l'irruzione prima delle nuove 'lotte' e della nuova 'rivolta', come il XX non le ha viste e non le sa riconoscere, come non sa riconoscerle la 'sua politica'.

Questo è il livello della rivoluzione che verrà. E della 'rivolta' che comincia a dirsi e ad imporsi.
Chi non lo vede o non lo 'sa dire', torni da dove viene, torni nel suo secolo, torni nel XX.

scritto da millepiani il 20:09 | Comments (3)

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Resurrezione: un ritorno [3]

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scritto da millepiani il 18:21 | Comments (0)

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Resurrezione: un ritorno [2]

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scritto da millepiani il 15:26 | Comments (0)

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Resurrezione: un ritorno [1]

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scritto da millepiani il 14:11 | Comments (0)

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30.10.05

La 'quarta' ondata: in forza del movimento universitario [1]

Come ogni volta, bisogna ricominciare, di nuovo, dall'inizio. E con memoria.
Questa volta, come le altre volte, la forza che 'viene' dal rifiuto della definizione dello statuto dell'università si traduce, e diventa, la forza ed il rifiuto di un sistema di valutazione della 'nostra' vita, del nostro 'stile di vita', della nostra forza e irrudicibilità.

Ancora, e di nuovo, la posta in gioco è enormemente più grande e più amplia di quella che un ministro - come un altro - mette in pubblico e 'in politica'.
E questa volta, come ancor di più che le 'altre' volte, la forza e la violenza dell'irruzione di questa 'messa in questione' tocca, nella maniera più incerta e nascosta, lo stesso statuto degli 'studi' e del futuro che attende chi, oggi, attraversa l'università.

Non solo bisogna dire, chiaramente, che il 68 è finito - ed è morto solo guardando la parabola esistenziale di chi l'ha sostenuto e condiviso-, ed il 77 è esaurito. Non solo bisogna ricordare che il 90 appartiene alle memorie dei propri amici, ma, di più, bisognerebbe rivendicare lo statuto 'cosmopolita' della condizione studentesca. Quella che era mancata al '68, al '77 e al '90.
Quella che oggi è propria di 'ogni università'.

Seppellire e costruire: in qualche maniera queste, per me, sarebbero le parole d'ordine, quelle politiche, quelle forti, con cui riutilizzare, di nuovo, la leva universitaria per imporre le proprie priorità.

La condizione universitaria costituisce, oggi, uno dei luoghi di leva per trasformare e stravolgere la 'precarietà' che, ci si dice, sia il nostro destino. Al contrario: la nostra precarietà, questa frantumazione sistematica, regolare, politicamente indistinta e condivisa, che accompagna me, ma anche chi, oggi, inizia il suo 'percorso' universitario, questo termine e questo orizzonte, costituisce, oggi più che prima e come mai, la nostra forza.

Precari noi siamo perchè grande, più grande che mai, è il nostro multi-versum e la nostra pluri-versitas. Perchè noi, già oggi, sperimentiamo la differenza delle strutture e dei luoghi come passione e amore per la nostra formazione. Precari siamo - e in questo senso vogliamo rimanere - dell'esistenza 'nello stesso luogo' che vuole imporci questa riforma universitaria.

Questa 'quarta ondata' che comincia a travolgere e mettere in questione lo 'statuto universitario mondiale della ricerca' non richiama nessuna memoria. Di questa memoria, in qualche maniera, se ne fa forte. E, per questo, sarà incompresa.

Almeno subito. Per come tutti cominceranno a capirla.

Ma, come in forza del movimento universitario che viene e per quello che ne so, non solo questa 'messa in questione' non si interessa della memoria - e non se ne deve interessare più di tanto, ma, ancor di più, esso costituisce la prima svolta sostanziale, forse ancora inespressa, ma che verrà, del nostro statuto, dello 'statuto univerisitario mondiale' della ricerca.
Proprio perchè, in tutti i sensi, è il primo movimento universitario mondiale di messa in discussione dello statuto mondiale della ricerca, che tutti, senza eccezione alcuna, continuiamo a vivere senza coscienza, o mettendola da parte, tra parentesi.

La sua dimensione 'mondiale' verrà, si 'dirà' anche criticamente. E, certo, sarà molto più forte, almeno a livello universitario, di quello che è stata la 'prima ondata'. E farà 'rivolta'.
Dove si riuscisse a focalizzare, da subito, che non la precarietà, ma la dimensione mondiale della ricerca - e dunque la sua 'libertà - è la cifra del processo che traversa, silenziosamente, l'università, ove si riconoscesse questo, fuori dalla 'politica', lì si troverebbe la chiave di fuoriuscita dalla dimensione universitaria contemporanea.
E si riuscirebbe a pensare, fino in fondo, la posta in gioco di oggi.

Dove la politica domanda la sua 'pena', la sua 'forza', esiste sempre un'altra forza, che non si oppone, ma che va di 'passo'. Va di 'passo' con la politica.

Diventando 'vecchi', quello che si perde non è la forza della 'rivolta' di quando si era giovani. Questo è sbagliato, è errato. E' 'semplice'.
Diventando 'vecchi', quello che si perde è 'l'altra logica', quella che si affianca alla logica che, sin da giovani, abbiamo imparato a conoscere bene.
La 'logica' della 'politica', quella che si costruisce.
Perchè questa è la politica.
Diventando 'vecchi', è la forza di 'vedere' quello che c'è oltre 'noi' che si perde. Oltre quello che noi sappiamo decifrare.

Se la politica, sempre, è l'arte e la capacità di pensare dove il futuro comincia a presentarsi, l'università è il luogo dove 'tutti' misurano questa irruzione.
L'irruzione del 'futuro'.

In forza del movimento universitario. Di oggi, di ora.
Di nuovo, in rivolta.

scritto da millepiani il 18:21 | Comments (0)

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26.10.05

Una forza che comincia


"Il nostro tempo è qui e comincia adesso".
Su sfondo nero, scritto in giallo, questo è lo striscione che ha aperto la manifestazione romana che si è svolta ieri contro la riforma dell'università.
Certo: una 'piccola stella rossa', e per ricordare. Ma, e soprattutto:

"Il nostro tempo è qui".
Mi si dica, oggi, una frase più radicalmente 'filosofica'.
"E comincia adesso".
Mi si dica, oggi, una frase più radicalmente 'politica'.

Sì: il nostro tempo è qui e comincia adesso. Qui, adesso.

scritto da millepiani il 21:38 | Comments (0)

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15.10.05

Di una flebile forza 'nascosta': sul futuro dell'università e sul suo 'statuto studentesco cosmopolita'

a Carmelo, Cecilia e, soprattutto, a Sophia

Non c'è nè luogo nè confine. O distanza, misura, memoria che possa 'fare quadrato', oggi, intorno ad un'idea, che è solo e semplicemente una 'pratica', di una 'sinistra' a lavoro 'dentro' l'università.
Non c'è, di questo, purtroppo, nè memoria nè politica.
Oggi, possiamo dirne tutto ed il suo contrario.
E, insieme, possiamo, e dovremmo, richiamarne la forza, la costanza, la parola ed anche il silenzio. Anche l'assenza.
______________________________________

Se continua ad essere 'un luogo', l'università è l'irruzione, la destabilizzazione, la messa in questione e la messa in gioco dei nostri saperi. Cioè: la politica nuova che irrompe.
So, lo sappiamo tutti, che non solo non gioca più questo ruolo nè questa forza, che non sa dire della politica e subisce, e patisce, sempre, la violenza della politica.
Ma, insieme e nello stesso tempo, essa è sempre, come sempre sarà, quel luogo dove, prima che altrove, la forza della 'politica che viene' si mostra, il luogo dove è possibile misurarla e pensarla.

Esiste, dagli anni sessanta, una certa 'paura' dell'università.
E della sua forza. Che forse, oggi più che mai, si rinchiude, si isola, si legge come un 'transito', un 'passaggio', una 'condizione flebile ed esposta' ad un futuro che porta, certo, anche fuori da essa.
Lo 'statuto universitario mondiale' della ricerca, nella sua forza e nella sua debolezza, mina non solo i passaggi più semplici, ma lo stesso statuto della ricerca e la condizione studentesca.
Anche questo 'statuto', quello studentesco, si è esposto a questa 'sfida' e l'ha persa. Lo ha fatto proprio all'inizio degli anni novanta. E poi non ha saputo più farlo. Non lo ha saputo più farlo 'radicalmente'.

Quello che però sarebbe importante dire è che lo 'statuto studentesco' non coincide con quello 'universitario mondiale'.
Mentre il secondo dispone la ricerca secondo le necessità 'interne' all'ambito accademico, il primo 'forza e apre' lo statuto universitario alla politica avvenire che gli attiene.
Mentre il secondo dispone, ancora, di soldi, potere, forza e decisione, il primo manifesta, anche nel suo silenzio, la forza della 'trasformazione', la 'certezza' del rifiuto, l'impossibile della contestazione e la 'chance' del futuro.

Esiste, dunque, una differenza radicale tra lo 'statuto universitario mondiale della ricerca' e lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università'.

Mentre il primo, è un 'codice', una 'regola', o va alla ricerca di una regola la più possibile omogenea, lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università' esprime, in ogni luogo e in ogni dove, la sua manifestazione, la forza della differenza e la necessità della distinzione come transito per il riconoscimento.
Come la forza e il potere dello 'statuto universitario mondiale della ricerca' è quello del 'riconoscimento reciproco' nel luogo universitario, la forza e il potere costituente dello 'statuto studentesco cosmopolita dell'università' è quello del 'riconoscimento' fuori dal luogo univeristario, grazie al luogo universitario.
Se è vero che 'ci si incontra all'università', è vero, ancor di più, che le linee d'amicizia, d'amore e d'incontro si sviluppano 'a cavallo' dell'esperienza universitaria.
Ossia, e per essere più chiari: l'imbattibile forza dello 'studente universitario' sta nel suo 'trascinare sistematicamente' fuori dall'università la sua 'ricerca', le sue 'amicizie', i suoi 'amori'.

In questo senso, lo spazio che apre lo 'statuto cosmopolita' dello studente universitario oggi incarna, radicalmente, quello della mondializzazione e confuta, altrattanto radicalmente, quello della 'mondializzazione della ricerca'.
Mentre essa si sfinisce nella ricerca di 'un' luogo, lo 'statuto cosmopolita' dello studente universitario apre molteplici luoghi, in ogni luogo, fisiologicamente.
Non serve qui portare ad esempio nè l'Erasmus, nè i tentativi di cotutela di tesi, nè prima nè dopo la riforma.

Quando parlo di uno 'statuto studentesco cosmopolita dell'università', mi riferisco precisamente alla condizione, senza scarto e senza resto, di chi ha attraversato l'esperienza di 'studiare altrove'.
Questa condizione, lo ripeto: senza scarto e senza resto, non nomina 'semplicemente' un altro 'luogo fisico': essa nomina una 'condizione'.
Ed una forza vissuta anche da chi 'ha studiato sempre nello stesso luogo'.

Essa nomina il rifiuto del 'riconoscimento come filiazione'; essa nomina il rifiuto della 'ricerca come appendice'; essa nomina 'l'intaglio sovversivo nella discendenza e nel riconoscimento'; essa nomina, anche e soprattutto, la ribellione e il rigetto, il tradimento, lo sputo, la fuga e la memoria.
Questa condizione, lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università', nomina, in fondo, la libertà come mai era giunta alla sua evidenza. In ambito universitario.

Di questa 'libertà', questo 'statuto' è responsabile. Oggi più che mai.
Ma, ancor di più, di questa 'ribellione'.

A questo 'vostro' essere 'cosmopoliti', noi tutti siamo 'accanto'.
Di questa 'responsabilità', come del 'silenzio', noi 'chiederemo conto'.
Di questa forza, che è la nostra, quella che noi avevamo sognato, in questa 'libertà', in questa 'ribellione', noi siamo compagni.

Noi 'vi' siamo 'compagni'. Lo saremo.

scritto da millepiani il 04:33 | Comments (0)

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12.10.05

Muore ignominiosamente la 'vostra' Repubblica

a Silja, e ai miei amici

Ho, in questo momento, una grande pena per il mio paese.
Non semplicemente una rabbia politica, una difficoltà di comprensione, una impossibilità di lettura.

Ho solo una grande pena per un 'paese'- ed ogni 'paese' è un popolo, nella forza che sa esprimere, liberamente, senza essere, solo, 'popolo' di quel paese - una grande pena per un'paese' che non sa, e che non vuole reagire perchè non sa reagire.

Alla 'violenza' a cui esso stesso ha deciso di sottostare, senza sapere reagire, senza che nessuno invochi la sua reazione. La sappia 'invocare' e 'costruire'. Politicamente.
Senza che 'nessuno' richiami, avendola 'costruita' prima, dove bisognava costruirla, la forza e la rabbia nascosta di questo paese che, senza vergogna, si dice il mio.

Questa 'pena politica', non è, in fondo, che la 'rabbia' di una sistematica 'mortificazione' a cui tutti noi siamo stati sottoposti.
A cui, tutti, ancora oggi, veniamo sottoposti.

Una pena per una generazione che aveva creduto di 'poter fare da sola', senza di noi, nella sua sistematica, indistruttibile impossibilità nel 'raccontare', e tradurre in politica comune, con me, con noi, quello che aveva creduto essere la sua 'forza', la sua differenza; e che ha pensato che questa infima forza, che oggi si mette in scena, nella più volgare delle rappresentazioni di impotenza, questa infima, inutile forza che, in fondo, non ci ha insegnato niente 'in politica', e che si mette in scena, ancora, nei loro giornali, nel 'loro' parlamento e nei loro ruoli, questa 'inutile' forza che, ogni giorno, attraversano, come generazione, così come la 'borghesia', su cui loro sputavano, gli ha 'inalato' sin dentro le ossa, questa loro infima forza, oggi, potesse dire quello che non sanno più dire, lo potesse dire in parlamento, offrire l'ultima scena, l'ultima rappresentazione.
Come se.

Oggi, senza che nessuno lo dica, muore ignominiosamente la Repubblica.

Quella Repubblica per cui, senza nemmeno 'dirlo', avevano combattutto i loro 'padri'. E le loro 'madri'.
Su cui, loro, avevano ancora sputato.
Certo, a questo punto, ignominiosamente muore la 'loro' repubblica.

Alla distanza, una grande pena. Una grande pena politica.

Oggi, senza che nessuno lo dica, senza che nessuno di loro lo dica gridando come hanno gridato, oggi muore ignominiosamente la Repubblica.

Nella maniera più ignominiosa e penosa.
Come meritano e meritiamo.

E se oggi muore la 'loro' Repubblica, che loro non hanno saputo difendere, nemmeno come parte della loro 'vita', nemmeno per evitarle questa 'pena',
comincia oggi, finalmente, la nostra.

scritto da millepiani il 22:26 | Comments (0)

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08.10.05

"Non più cittadini, ma solo nuda vita": su CPT e lo 'scoop' dell'Espresso su Lampedusa - un'intervista a Giorgio Agamben

Riposto un'intervista a Giorgio Agamben, che ho già pubblicato nel maggio 2004 su questo sito, sul problema dei campi. Lo faccio 'dialogando' con lo scoop dell'Espresso, su cui tornerò (la fonte è Sottovoce).


"Un'intervista al filosofo Giorgio Agamben sui "centri di permanenza temporanea" nei campi dei senza nome
"Le zone di attesa per gli immigrati sono spazi d'eccezione dove sono sospesi i diritti legati alla cittadinanza"

di Beppe Caccia

Abbiamo incontrato Giorgio Agamben dopo aver visto, a Trieste, che cosa siano queste realta' che con un eufemismo vengono definite "Centri di permanenza temporanea".
Lo scenario del Centro di Trieste e paradigmatico: e' collocato all'interno del Porto Vecchio, in una zona franca, area extra-doganale, peraltro semi abbandonata.
Li' sono reclusi all'interno di un ulteriore recinto di filo spinato, barriere, cancelli, in condizioni inaccettabili anche dal punto di vista materiale, piu' di trenta immigrati sorpresi senza permesso di soggiorno.
Il numero di per se' e' piccolo, ci sono altri centri simili in quelle zone dove maggiore e' l'afflusso dei cosiddetti clandestini.

scritto da millepiani il 13:13 | Comments (0)

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20.09.05

'More uxorio': contro l'ingerenza della 'Chiesa Cattolica', nella persona del Cardinale Ruini, nella vita dello Stato italiano - Una lettera

Sua Eminenza Card. Ruini,

ho appena letto la sua ultima dichiarazione sulle coppie di fatto e la famiglia: "La nostra Costituzione nell'articolo 29 intende con univoca precisione la famiglia come 'società' naturale fondata sul matrimonio e ne riconosce i diritti. Per conseguenza la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne l'esigenza di una parificazione di trattamento".

Mi viene in mente che io e la mia generazione, come un gran numero di giovani, viviamo 'more uxorio', sia uomini con donne, sia uomini con uomini, sia donne con donne. More uxorio, prendiamo la comunione, noi credenti, non la prendiamo, noi non credenti, more uxorio ci confessiamo, ci ricordiamo di essere stati battezzati, comunicati e cresimati, chi lo è stato, e, more uxorio, se lo ricorda anche chi non lo è stato e non lo vuole. More uxorio, ogni mese, ogni settimana, ogni giorno l'ascoltiamo parlare, Lei che invece sembra non viva 'more uxorio', perchè non ne ha la possibilità - nè positiva nè negativa - l'ascoltiamo dire, consigliare, decidere, pretendere di decidere per noi che, more uxorio, dovremmo seguire la Sua 'pastorale' e i Suoi 'consigli'. Per meglio dire: le Sue Leggi, quelle che Lei chiama 'naturali'.


Non solo Lei non ha, costituzionalmente, come prelato, il diritto di intervenire, in nessuna maniera, sulla vita politica e parlamentare del paese che indegnamente mi ritiene suo cittadino. Ma Lei, in linea di principio e sempre come prelato in posizione di prominenza, dovrebbe occuparsi di quello che una volta i liberali chiamavano 'Chiesa' e che invece oggi, voltagabbana come sono, chiamano 'valori occidentali'. Come fa il Presidente del Senato.

More uxorio, come tutta la mia generazione, noi abitiamo le sue chiese e le strade che lei attraversa; more uxorio noi vivamo quotidianamente la distanza della 'sua Chiesa' dai 'nostri' costumi, la distanza delle sue parole dalla nostra esistenza quotidiana; more uxorio noi viviamo la nostra sessualità e i nostri amori come Lei non vorrebbe, ma come noi facciamo.
Ed è per questo che nelle Sue parole risuona la paura, nelle Sue parole risuona l'impotenza, risuona la follia di poter ancora governare i comportamenti e i desideri, le pratiche e le leggi, richiamandosi alla 'natura' che le leggi dovrebbero incarnare. Nelle sue parole risuona quella fedeltà e quello 'sposalizio' alla tradizione di chiusura, di giudizio, di condanna e di scominica che ha oscurato e rabbuiato la quasi totalità della storia della Chiesa. In questo, certo, Lei non vive 'more uxorio', ma è ancora lo 'sposo' dell'Inquisizione, che valutava, giudicava, interveniva, scomunicava, richiamava all'ordine tutti coloro che vivevano 'more uxorio'.

Noi tutti, Lo sappia, viviamo 'more uxorio' - in tutti i sensi e le possibilità in cui questa definizione possa farLe provare ribrezzo - e Le Sue parole non ci fanno sussultare per nulla. Noi che della Sua Chiesa e delle Sue parole non sappiamo che farcene, mentre rileggiamo, ogni giorno, quelle del Vangelo.
Mentre invece, quello che più ci fa sussultare è il silenzio della sua Chiesa, nella definizione più 'tecnica' del termine, e cioè: il silenzio di tutti i credenti che, pur vivendo 'more uxorio' - in tutti i sensi in cui si può declinare questa definizione - tacciono di fronte la violenza che la 'loro' Chiesa produce e 'dedica' innanzitutto verso i suoi 'fedeli'.
Questo ci fa sussultare, e non certo la sua 'paura', la 'paura' che anima le fibbre profonde dei suoi interventi: la paura di un pastore che perde le sue 'pecore'. E le perde non perchè le sue 'pecore' lo abbandonino, ma perchè le sue 'pecore' vivono 'more uxorio' con il loro 'pastore', nella Chiesa stessa.

La Sua paura, la paura che anima le 'Sue' parole, è figlia di questo 'abitare more uxorio' la Chiesa da parte dei credenti, è figlia di questo 'modus' che si insunua sin dentro il cuore stesso della Chiesa.
Quella Chiesa che Lei pretende, vuole, impone 'governare'.
E' falso e sciocco credere che Lei voglia decidere per la 'società italiana'. Lei sa, come tutta l' "Ecclesia" accorta e vigile, che la società italiana, dopo gli anni settanta, sceglie. Come ha fatto per i referendum sulla procreazione assistita. E come farebbe, lo ricordi, di fronte un referendum sull'interruzione di gravidanza.
Ciò che però la anima, che anima le Sue parole, è una paura più profonda: è la paura che le 'pratiche' che attreaversano ormai la società, anche italiana, trovino luogo nella 'sua' Chiesa.
Perchè ciò che a Lei più importa non è lo 'sposalizio' tra il Cristo e la sua Chiesa, ma quello tra l' 'Ecclesia' e il clero che Lei rappresenta.
Ecco perchè le Sue parole: Lei ha paura, come lo chiamava Paolo, del 'come se'. Lei ha paura che l' 'Ecclesia' scelga il suo 'come se', 'come se fosse davvero sposata con il suo clero'.
Ecco perchè, più che le Sue parole, ciò che ci fa più paura è il silenzio di questa 'Ecclesia', il silenzio dei credenti, il 'come se fosse tutto come sempre'.
Dopo la nostra generazione, dopo la mia generazione, quella dei trentenni, nulla è più come prima. E se i diritti e le libertà fanno fatica ad affermarsi, almeno in Italia, è proprio per questo 'come se fosse' che nemmeno noi riusciamo bene ad 'intepretare', nella 'giusta' luce.
In questo senso, la mia genrezione può essere definita, in senso generale, la generazione del 'more uxorio' nel suo senso più generale e vasto. E non basterà la voce di uno dei tanti cardinali di Santa Romana Chiesa per modificare 'l'antropologia sociale' di una generazione.
Continui Cardinale Ruini nella Sua 'pastorale della paura' e della 'politica'. Sappiamo distinguere la nostra dalla Sua.

Lei certamente farà ritardare l'istituzione del PACS grazie all'aiuto di chi, dai radicali alla Margherita, ha attraversato tutti i lidi della politica italiana - e questo, più che 'more uxorio', bisognerebbe chiamarlo diversamente.
Lei ritarderà, semplicemente ritarderà l'approvazione del PACS, con l'aiuto di chi si è battuto per l'approvazione della legge sull'interruzione di gravidanza.
Vede: anche Lei, senza accorgersene, vive 'more uxorio' con qualcuno.
Ma noi glielo perdoniamo. Lo perdoniamo ad entrambi.
Cosa vuole che sia qualche anno di fronte l'eternità?

Buon lavoro Sua Eminenza, sarà dura, mi creda.

scritto da millepiani il 04:02 | Comments (0)

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03.08.05

Elogio breve della politica a venire

La vendetta è una delle fonti forti e prime della politica.
La politica che verrà, saprà dire, o forse nascondere, le infamie che il '900 ci ha portato in dono.

La politica che verrà, e a cui non parteciperò, pur amandola immensamente già da ora, saprà dire,
nel silenzio, della memoria e dell'indignazione, della verità e della menzogna.
Tutte chiamandole per nome.

La politica che ci sarà, sarà una pratica, come lo è sempre stata, ma lo dichiarerà,
con la forza che le attiene, già da subito.
Essa si distinguerà dalla politica del 'mio' novecento proprio per questo rifiuto e
per questa lontananza dalla 'rabbia' che ci occupa.

Toccherà, con mano, i nostri nomi. Come si toccano i nomi,
con pietà.

La politica che tra noi è già, sarà ancor più tra noi, e dentro di noi.
E farà del nostro corpo la sua frontiera.
Essa porrà, finalmente, la questione dell' 'assemblea sovrana'. E della libertà.

Anche se io non conosco questa politica che ci sarà, so già che essa sarà migliore di quella che vivo io.
Perchè, tra me e il mondo, non c'è politica che tenga.
Non c'è potere che tenga.
C'è solo 'dominio'.

Noi lavoriamo perchè questo dominio termini prima dell'arrivo di questa politica.

scritto da millepiani il 02:45 | Comments (0)

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12.07.05

Contro gli economisti

Senza riempire le terz'ultime pagine dei settimanali, ci riempite di previsioni, di certezze senza basi, di astronomie senza pianeti.
Come prima si diceva 'Hai letto l'oroscopo?', si dice oggi 'Hai letto l'ultimo DPEF?'.
Non è la filosofia il regno dell'indefinito. Noi ci occupiamo d'ontologia.
Dunque d'economia geometricamente definita. Noi ci occupiamo della perfezione e dei suoi traditori.
Siete voi gli agenti dell' "oroscopo che si crede scienza', siete voi i nuovi teologi, ogni volta che rilasciate una dichiarazione, che ruttate una previsione, prima della nuova congiuntura, della nuova 'fase' economica.
Marx vi trattava come i 'buffoni di corte'.
Tali eravate, tali siete rimasti.

scritto da millepiani il 14:55 | Comments (0)

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05.07.05

Europa, Costituzione, esodo: il futuro di un'Europa senza radici

"[...] Il movimento globale ha suscitato un'enorme energia, ma non ha saputo investirla nella vita quotidiana, nei rapporti di lavoro, negli spazi urbani. Quell'energia è rimasta in una sfera puramente dimostrativa. Ma quell'energia non è dispersa. Essa rimarrà in uno stato di sospensione dolorosa, negli anni a venire. Ma non potrà disperdersi, perché la resistenza etica e la creazione sono nella natura stessa del lavoro cognitivo. Nessun trionfalismo moltitudinario ci viene in aiuto, a questo punto. E' inutile ripetere il mantra della moltitudine per consolarsi della disfatta di ogni solidarietà sociale.Occorre coltivare la cura di sé come risorsa intima ed inattaccabile, come impeccabilità dell'ironia che non si piega all'inevitabile. E al tempo stesso coltivare l'autonomia dell'intelligenza, la sua creatività progettuale che l'assolutismo del capitale punta a cancellare.

Nel corso del ventesimo secolo la politica, arte della volontà libera e consapevole, arte della ragione che persegue scopi universalmente umani, ha tentato di rendersi indipendente dal dominio cieco di interessi economici particolari, ma questi hanno finito per incarnarsi in forma di automatismi psichici finanziari e tecnologici.
La politica ha inoltre tentato di renderci indipendenti dall'appartenenza etnica, religiosa, tribale, familiare. La ragione ha tentato di rendersi indipendente dall'interesse e dal sangue. Non ce l'ha fatta, è bene riconoscerlo. Per questo l'esperimento moderno è concluso, o forse sospeso. Comunque fallito, al momento. Più tardi si vedrà.
A nulla servono più le affermazioni di intenti o le dimostrazioni di protesta.

Abbiamo protestato molto, tra il 30 novembre 1999 a Seattle e il 15 febbraio del 2003 in tutte le città del mondo. Ma la protesta è efficace quando di fronte ai dimostranti c'è un potere democratico, che ha bisogno del consenso ed è aperto alla discussione, allo scambio. Oggi il potere non è basato sul consenso ma sulla violenza militare e la colonizzazione mediatica. Dunque é inutile a questo punto protestare, dimostrare, partecipare.
E' opportuno scomparire, lasciare del tutto deserto il territorio metropolitano spazio spettrale di una rappresentazione mortuaria. E' opportuno avviare un processo di autorganizzazione dei processi di produzione del sapere, e lavorare meticolosamente a costruire la prossima insurrezione del lavoro contro il capitale che sarà l'insurrezione dell'intelligenza sensibile in allontanamento dalla fabbrica globale dell'infelicità."

scritto da millepiani il 00:57 | Comments (0)

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16.06.05

Infine. Se lo volete, o: sul referundum

"Infine. Se lo volete, se vi fa piacere e vi fa godere, mettete i vostri nastrini e scrivete i vostri posts sul referendum. E poi i contro-posts. E parliamo, insieme, degli intellettuali: di rete, di fogna, d'accademia o di cortile. Scrivete sui giornali 'riformisti' o sui 'manifesti'. Sui varii 'Vanity', sui 'Punti-informatici-informativi' che ci ritroviamo tutti sotto casa. Scriviamo sui nicks, le riformulazioni, le riseghe mentali, le restaurazioni, i referendum, la letteratura in rete, le lordure, i tradimenti, le invidie e le cosucce, le radio on-line e il file-sharing.
Ma se qualcuno parla di Vibo Valenzia o di Messina, per quanto riguarda il referendum, venga, venghino lor signori: la vacanza è assicurata.
Venghino lor signori a fare campagna elettorale per l'embrione. Al Sud.
Venghino lor signori: ci sarò anch'io, che abito fuori, a strafogare la vostra faccia nella merda. La differenza tra i luoghi mediati della rete, tra i nostri blogs, e la carne viva della societàitaliana la si vede al sud, la si tocca, faccia a faccia, nello s-profondo sud.
Venghino lor signori, e pontifichino da lì. Si connettino con le loro schede wireless.
Noi vi aspettiamo. Come sempre ospitali.
Come diceva Girolamo Li Causi, una vangata di merda non la si nega a nessuno."

Per spiegare, aggiungo qualche riga.

Non ho firmato, volontariamente, per i 5 referendum. Ho fatto un viaggio di 2000 kilometri per votare i 4 quesiti. Non ho, per scelta, messo nessun nastrino sul mio blog e scritto nessun post per incitare, invogliare, convincere al voto chi già lo era e che, con parola disgustosa, la si chiama blogsfera. Semplicemente, mi è sembrato che chi avrebbe deciso le sorti di questa consultazione stava fuori da questa porzione di mondo. E non mi sembrava il caso di attaccarmi al petto la spilletta del compagno Majakovskij parlando ai futuristi d'ogni risma. Sfondando una porta aperta.
Era evidente, visti dall'esterno -il luogo dove vivo-, come fossimo minoritari.
Vorrei, in 4 punti, sintetizzare un solo concetto.

1) 15 anni di spappolamento della politica spappolamento che è passato attraverso anche il referendum sul maggioritario, avrebbero dovuto consigliare saggezza. Quando, per una lunga fase storica, si svuota l'incidenza della democrazia diretta, la si riduce a vezzo inutile, la si derubrica a 'spezie di condimento' delle logiche politiche; quando la logica stessa del discorso politico diventa astratta e tattica, di fase, Bertinotti compreso, quando si pratica radicalmente l'esperienza dei movimenti come elemento ESTERNO alle logiche di partecipazione istituzionale, come si può pretendere un risultato diverso?

2) Il referendum è un istituto di partecipazione democratica diretta che si muove su due piani. Il primo è quello di una società che esprime pratiche politiche forti, certe, che produce aggregati di valore che possono vidimare, abrogare o riformulare le scelte della politica istituzionale (è il caso dei referendum sullaborto e sul divorzio che, ricordo, respinsero un tentativo di ABROGAZIONE di due leggi approvate in parlamento). Questo primo piano, in questi ultimi quindici anni, non solo è stato svuotato, ma non ha più radici. Questo modello si radicava sull'idea che la politica potesse accogliere le istanze sociali, e che la società potesse conoscere le incertezze della politica, scioglierle, deciderle. Si radicava sull'idea che dove la politica incedeva incerta, la società decideva. Èil modello degli anni 70. Il secondo modello è quello dei referendum degli anni 90. In particolare, quello sulla modifica del proporzionale. Lì la piramide si rovescia: la politica decide di governare la società civile, come la si comincia a chiamare da tempo, e le impone il tornante decisivo. A dispetto di quanto allora potesse sembrare, è il frutto maturo del craxismo degli anni ottanta. È da lì che l'istituto referendario è totalmente nudo nella sua nullità.

3) Bisogna scegliere. I referendum sono uno strumento che non è possibile pompare, appoggiare, se, nello stesso tempo, si pratica una politica altra, esterna alla rappresentanza istituzionale. I movimenti che si sono sviluppati dalla fine degli anni 90 non riconoscono più alla politica nessuna capacità nè di rappresentanza, nè di riforma, nè di autoriforma. Essi costruiscono, provano a costruire istituti ALTRI di rappresentanza che si collocano 'a lato-a margine-oltre' quelli che la politica gli riconosce, quelli che i referendum gli offrono. Per questo, volontariamente, non ho firmato per i 5 referendum. Non riconosco più nessuna possilità di riforma e/o di incidenza sulla politica di rappresentanza (il perchè ad unaltra volta). L'ho fatto forzando la mia vocazione, ma con la lucidità: quella della disperazione.

4) Si tratta, in fondo, di spostare il baricentro oltre ogni politica di fase. Domenica pomeriggio, con un amico, camminando in macchina, ci siamo fermati ad ogni passante. Chiedevo, sporgendomi dal finestrino, chiedevo semplicemente: "Lei ha votato per il referendum?". Nessuno mi ha sputato in faccia il suo no. Erano semplicemente sconvolti dal fatto che qualcuno glielo potesse chiedere. Ho votato a Messina, nella mia città, dove ha votato, se dico bene, il 15% degli elettori e dove Rifondazione prende tra lo 0, 9 e l' 1,2. Eppure, su quaranta volte che ho fatto questa domanda, mai una volta mi è stato risposto : No. Ho visto solo facce stranite, incredule. Qualcuno gli domandava qualcosa. Faccia a faccia.

"Infine. Se lo volete, se vi fa piacere e vi fa godere, mettete i vostri nastrini e scrivete i vostri posts sul referendum. E poi i contro-posts. E parliamo, insieme, degli intellettuali: di rete, di fogna, d'accademia o di cortile. Scrivete sui giornali 'riformisti' o sui 'manifesti'. Sui varii 'Vanity', sui 'Punti-informatici-informativi' che ci ritroviamo tutti sotto casa. Scriviamo sui nicks, le riformulazioni, le riseghe mentali, le restaurazioni, i referendum, la letteratura in rete, le lipperature, le lordure, i tradimenti, le invidie e le cosucce, le radio on-line e il file-sharing.
Ma se qualcuno parla di Vibo Valenzia o di Messina, per quanto riguarda il referendum, venga, venghino lor signori: la vacanza è assicurata.
Venghino lor signori a fare campagna elettorale per l'embrione. Al Sud.
Venghino lor signori: ci sarò anch'io, che abito fuori, a strafogare la vostra faccia nella merda. La differenza tra i luoghi mediati della rete, tra i nostri blogs, e la carne viva della societàitaliana la si vede al sud, la si tocca, faccia a faccia, nello s-profondo sud.
Venghino lor signori, e pontifichino da lì. Si connettino con le loro schede wireless.
Noi vi aspettiamo. Come sempre ospitali.
Come diceva Girolamo Li Causi, una vangata di merda non la si nega a nessuno."

scritto da millepiani il 13:31 | Comments (0)

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31.05.05

Nessun compromesso: chiamateci per nome, con qualsiasi nome

Nessun compromesso: chiamateci per nome, con qualsiasi nome

Abbiamo scritto chiaramente in questo blog, senza essere gruppo ed ognuno come sa, quello che pensiamo sulla responsabilità, sulla scrittura e la parola pubblica.
Lo abbiamo fatto, davvero, con la più grande urgenza rispetto la responsabilità pubblica di ogni scrittura, compresa quella in rete.
Sempre come ognuno di noi, individualmente, ha saputo farlo.
Lo si è fatto ognuno come sa fare, e separatamente. Cioè: sentendo ognuno, individualmente, questa urgenza di un'assunzione di responsabilità di fronte un'accusa: il nick è una fuga, lo strumento per scrivere senza 'firmare', il giardino degli infanti che si divertono a rompere i giocattolini senza mettere granelli di sabbia nella 'machina editorial-macchinica' dove saremmo stritolati.

Vorrei dirlo sussurrando. Ma vorrei dirlo, davvero, chiaramente, ma sussurrando: i congiurati non hanno nome, ma solo nomi di battaglia e sussurrano.

Vorrei dire, sussurrando, che è uno scandalo che non si comprenda la forza della scrittura che si è espressa e si esprime con il suo nome di battaglia, vorrei dire che questa scrittura non ha, oggi, una misura possibile, nè in ambito giornalistico nè in ambito accademico.
Al contrario, la sua timidezza permette a molti di ironizzare su questa forza.

Vorrei anche dire che questa forza non ha nessun equivalente nel mondo - infame - dell'editoria: filosofica, letteraria, gironalistica, radio-televisiva, di rete.

Questo nome di battaglia non è la fuga dalla responsabilità di rifiuto del potere, ma l'assunzione radicale di una responsailità.

In qualsiasi momento, ove si voglia, lo si può verificare.
Lo si può verificare chiamandoci per 'nome', per 'nick'.

Per me: in qualsiasi momento, quando uno qualsiasi/una qualsiasi mi chiami a dire TUTTI I NOMI, nome e cognome, dei BARONI che hanno devastato le facoltà di filosofia in Italia negli ultimi 25 anni, io sono pronto a prendere un treno qualsiasi, senza alcun 'rimborso spese', per spiegare, raccontare ed imputare le responsabilità.
Io sono pronto a rivendicare i miei tre mesi di occupazione dell'Università di Pisa, nel 1990.
Sono pronto a spiegare, a dimostrare come avevamo ragione. Come avevamo ragione noi. Come quell'occupazione, allora, aveva capito quello che i vostri 'nomi', dichiarati, scritti sulle copertine dei vostri libri, erano la vostra ipocrisia.
Di fronte questi nomi, fisicamente di fronte loro, chiamatemi per nome: 'millepiani'.

Io scrivo con il mio 'nick' di battaglia.
Io l'ho scelto.

E, insieme, io mi firmo con il mio nome.

Qual è il problema?

Non c'è nessuna restaurazione.

C'è la forza di chi si firma e si espone, con qualsiasi nome, ED È PRONTO A PRENDERE PAROLA, di fronte chiunque.

Chiamateci per nome. Chiamateci con qualsiasi nome.
Scegliete 'voi'.

Noi saremo lì.
A ricordarvi che i 'bambini' siete voi.

scritto da millepiani il 19:37 | Comments (0)

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21.05.05

Aministia: pensare oltre Sofri

Atemkristall interviene di nuovo sulla questione dell'amnistia.
Prego d'ora in poi di guardare chi scrive. Non sono più solo sul blog, e ne sono contento.

"Su Sofri devo essere molto duro, e non per prevenzione verso la persona.
Sofri ha avuto ben otto giudizi quando molti, troppi detenuti spesso ne hanno uno.
Sofri è un condannato e per questo non può lamentare un difetto di garanzie nei suoi confronti.
La questione 'Sofri' è da intendere solo così: Sofri deve subire la punizione
carceraria?
Se devo leggere i codici rispondo: indubbiamente sì. Se invece devo considerare
la presunta funzione rieducativa del carcere rispondo allora no, e chiedo con te che deve essere liberato. Perchè la 'rieducazione' , nozione sicuramente più avanzata della nozione di 'retribuzione' , ma tuttavia nozione inquietante, non compete Sofri.
Ma lo puoi dire, lo possiamo dire, perchè a Sofri è garantita un'esposizione
mediatica dai suoi amici (compreso te) che non è garantita a decine di migliaia
di uomini e donne?
Che ne è del detenuto ignoto di cui nessuno parla? la cui unica colpa è di non aver ammazzato per motivi ideali, ma per motivi biechi, e tuttavia ha maturato nel suo foro interiore una reale autocritica del suo gesto?
Chi chiede la liberazione per lui?
Apprezzo Sofri quando racconta le storie di vita carceraria. Apprezzo il suo rifiuto di chiedere la grazia.
Ma l'apprezzerei di più se legasse la sua grazia a un'amnistia generale."

scritto da Atemkristall il 01:37 | Comments (0)

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20.05.05

Amnistia: Adriano Sofri

Vorrei ricordare che Adriano Sofri continua a rimanere in carcere. A Pisa.
E che, in nessuna maniera, lo scandalo della sua carcerazione è venuto meno.
Il paese in cui sono nato, solo per caso, è un paese di codardi, di code di paglia e di vigliacchi.
È un paese che non ha memoria, e quando ce l'ha, la mette da parte, a lato, molto presto.
Per quieto vivere.
Mi indigna, mi fa vomitare essere nato in questo paese.
Mi risulta intollerabile condividere l'oblio.

La solitudine della memoria non porta a nulla se non a se stessa.
Ma è la radice di ogni 'giustizia'.

scritto da millepiani il 20:48 | Comments (0)

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14.05.05

Il crimine fuori dal paradigma della sorveglianza e della punizione

Comincia, da questa settimana, la collaborazione a questo blog di 'atemkristall'. Dal fondo buio, dai cunicoli, dalle porte delle carceri che si aprono e si richiudono, dai codici e fuori dai codici, atemkristall ci offrirà uno sguardo all'interno dell'universo della sorveglianza e della punizione, ma anche da quello del diritto e della sua finzione. I commenti saranno aperti. Innanzitutto per me.

"Se parli di amnistia, tuttavia parli di qualcosa a cui io penso ogni giorno, quando apro un fascicolo, il codice ed entro in aula.

La mia amnistia è la conclusione necessaria e imprescindibile alla critica delle tecniche della sorveglianza e della punizione, secondo la lezione imprescindibile, per entrambi, di Foucault.

Io chiedo amnistia per tutte e per tutti. Per chi partecipo' alla guerra
civile degli anni 70, per i tangentari, per gli spacciatori, per gli stupratori.

Io conosco il carcere e so, perchè lo conosco, che non serve.

Occorre ripensare il crimine fuori dal paradigma della sorveglianza."

scritto da Atemkristall il 17:21 | Comments (0)

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06.05.05

Sulla violenza

a Carmelo P.

"Ogni violenza è, come mezzo, potere che pone o che conserva il diritto. Se non pretende a nessuno di questi due attributi, rinuncia da sé ad ogni validità. Ma ne consegue che ogni violenza come mezzo partecipa, anche nel caso più favorevole, alla problematicità del diritto in generale. E anche se il significato di questa problematicità non si lascia ancora individuare con certezza, il diritto appare tuttavia, dopo quanto si è detto, in una luce morale così equivoca, che si affaccia spontaneamente la domanda se per comporre interessi umani in contrasto non vi siano altri mezzi che violenti. Essa ci obbliga anzitutto a constatare che un regolamento di conflitti privo affatto di violenza non può mai sfociare in un contratto giuridico. Poichè questo, per quanto sia stato concluso pacificamente dai contraenti, con duce sempre, in ultima istanza, a una possibile violenza".
Walter Benjamin, "Per la critica della violenza"

In tutti i casi, sia in quello in cui si volesse 'levare' il contratto, sia in quello in cui lo si volesse far rispettare, il ricorso alla violenza è inscindibile dalla 'firma' del contratto.
La stessa origine del contratto è, inevitabilmente, condizionata dalla violenza che istituisce il potere che lo deve far rispettare.
Ove la violenza, il potere che garantisce il rispetto del contratto non 'portasse con sé' questa violenza, la 'signature' del contratto stesso non avrebbe "forza-di-legge".
Ove la 'forza costituente', che vuole inaugurare un nuovo contratto, non portasse con sé la violenza della nuova istutuzione, dell'istituire il nuovo contratto, essa non potrebbe, in fondo, che abdicare, lasciare il passo alla violenza che difende il potere, alla legge che difende se stessa.
Eppure...eppure....

scritto da millepiani il 14:57 | Comments (0)

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03.05.05

Amnistia (2)

"Quelli che di volta in volta dominano
sono però gli eredi di tutti coloro che
hanno vinto sempre."
W. Benjamin, VII tesi

Lo dico molto semplicemente, sussurrando: domandare oggi l'amnistia per i reati politici degli anni '70 non è un gesto legato al presente. E', molto di più, un gesto che vuole 'salvare' il passato. C'è un frase, nelle tanto citate Tesi benjaminiane che dice più di qualsiasi 'appello': "La tradizione degli oppressi ci insegna che lo 'stato d'eccezione' in cui viviamo è la regola. Allora ci starà davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d'eccezione." (è l'inizio dell'VIII Tesi).
In fondo, per quanto possa sembrare assurdo, lo stato d'eccezione pensa e salva 'solo' il passato.

"Chiunque abbia riportato sinora vittoria
partecipa al corteo trionfale dei dominatori di turno."
W. Benjamin, VII tesi

scritto da millepiani il 20:01 | Comments (0)

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02.05.05

Amnistia

Ciò che è accaduto negli anni settanta, a fronte di nomi che ritornano come gl'incubi, merita una nuova riflessione, legata all'aministia. Il fatto che un ingegnere che fa come mestiere il ministro della giustizia si permetta di parlare d'amnistia citando Izzo è semplicemente vomitevole.


Se scrivo di Izzo lo faccio con una forza, una convinzione: dobbiamo chiudere questa stagione,
la dobbiamo chiudere con un'amnistia che sappia distinguere tra la politica
e la ferocia criminale, tra la violenza dell'epoca e la violenza senza limite.

Noi, tutti, senza parte alcuna, anche senza parlare dalla nostra 'parte politica',
dobbiamo avere la forza di regolare, oggi, i conti con il nostro passato.

Vorrei dire che tutti quanti dovremmo lanciare un appello per chiedere,
con più forza, con grande forza, l'amnistia per i reati politici degli anni '70.

Oggi, ancor più che prima, proprio quando sappiamo che la violenza si può
confondere con la certezza della trasformazione, con la violenza della ripetizione,
proprio quando tutto si mostra in-umano, nel suo senso estremo, impossibile da accettare,
noi dobbiamo pensare altro.

Dobbiamo, nello stesso tempo, riconoscere l'inumano, i suo nomi, come la forza del rifiuto.

E fare, davvero, altro.
Dobbiamo pensare e fare risuonare la differenza. La nostra capacità di distinguere.
Lì, esattamente dove il male si ripete, è la nostra 'ragione' a dover dare spiegazioni.
A dover 'dire'. A 'saper' dire.
Proprio nel cuore del male assoluto, senza giustificazione, dove anche la ragione tace,
lì è lo scandalo della forza dell'esistenza.

Lo scacco ed il rilancio.

Dove, nel più grande buio, la ragione umana, singolarmente, non sa dire, non sa dare,
noi dobbiamo sapere dire in-comune, dobbiamo saper fare della politica 'una politica'.
Dunque: una forza. Una forza in-comune.

Vorrei dire, con grande forza, che tutti coloro i quali sanno scrivere e scrivono
i loro appelli, quelle stesse e quegli stessi che io ho criticato, per quanto mi riguarda,
su questo fronte, sono chiamati a sapersi dire, giocare, a sapere forzare dove la politica pare cieca,
dove la politica sembra muta, dove la parola può 'fare'.

Vorrei dire che, per quanto mi riguarda, da adesso, poichè il male si è ripetuto,
dire di un'amnistia risponde, oggi più che prima, ad un gesto di giustizia.
E di distinzione.

Proprio adesso, proprio ora, senza paura noi 'pretendiamo' l'amnistia.

scritto da millepiani il 03:43 | Comments (0)

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16.04.05

Leonardo Boff e Giovanni Paolo II

Riposto l'articolo di Leonardo Boff, tradotto da Mario Marino, che ringrazio enormemente e che ha aggiunto, su mia richiesta, qualche riga di commento.
Come sempre, la forza di ogni traduzione è la forza del pensiero.

"Ho ritradotto il testo per amore della lingua e per rispetto dell'autore: non pretendo di aver fatto un lavoro perfetto, mi sono sforzato di fare un lavoro onesto.
Questo mio piccolo lavoro è dedicato a E. M., con ricordo di gratitudine.

Ora il testo torna a parlare da sé, e perciò è superfluo che io aggiunga altro: solo due righe, come mi è stato chiesto, a margine.
Trovo che il pregio più grande di questo intervento, rispetto al momento in cui è stato concepito, sia stato di aver opposto alla falsificante drammatizzazione mediale dei giorni della morte e degli onori funebri di piazza e di chiesa una reale drammatizzazione storica della vita della Chiesa e di questo pontificato.

Ciò è sacrosanto e bisogna ulteriormente rifletterci sopra. Ritengo altresì che si è fatto a torto un gran parlare delle miracolose virtù di Karol Wojtyla circa la capacità di usare i media senza farsene usare: una pia illusione, dacché proprio i suoi ultimi giorni, compresi quelli dopo la sua morte, hanno evidenziato una volta per tutte la gravità dell'effetto secolarizzante dell'esposizione mediale.
Questo, e non la presunta irripetibilità del 'grande comunicatore', è una pesante eredità. Giovanni Paolo II non è stato un 'evento' in senso religioso, ma un progetto politico-ecclesiale: egli stesso ha sfacciatamente tolto dalle clausole di elezione del Papa la nomina per ispirazione dello Spirito Santo.

La trasformazione del Papa in 'evento' mediale, in spettacolo, costituisce, infine, un altro aspetto della de-storicizzazione e relativizzazione del credere religioso: come in ogni spettacolo, esso dura il tempo che dura, dopo di che ognuno può comportarsi come gli pare. Lo chiamerei: 'il problema dello spettatore'.

Non avrei, infine, scritto che fu la CIA a passargli informazioni sulle attività e le intenzioni dei teologi della Liberazione: non credo che, nella gestione dei propri affari interni, la Chiesa di Roma, specie in America Latina, si sia lasciata fuorviare o anche solo avesse bisogno dei servizi segreti americani. Se è stato vero che ha ricevuto informazioni, non è avvenuto in regime di ingenuità, non è la sola cosa vera che si può pensare di questo rapporto, e non credo sia stato né decisivo né rilevante: lo credo e lo penso perché ritengo che anche dall'esclusione di questo Deus ex machina riparta una meditazione sulla problematica della democrazia della Chiesa cattolica."
Mario Marino

Giovanni Paolo II, il grande restauratore
di Leonardo Boff

Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato lungo e complesso. Gli renderemo giustizia solo se lo consideriamo in un'ampia cornice di temi che da molto tempo preoccupano la Chiesa.

Qual è la caratteristica fondamentale di questo Papato? La restaurazione e il ritorno alla grande disciplina. Giovanni Paolo II si è caratterizzato non per la riforma, ma per la controriforma. Rappresentò il tentativo di contenere un processo di modernizzazione che irruppe nella Chiesa a partire dagli anni sessanta e che stava interessando tutto il cristianesimo. In questo modo, ritardò la resa dei conti che la Chiesa sta facendo in relazione a due gravi problemi che la martirizzano da quattro secoli.

Il primo è legato al sorgere di altre chiese come conseguenza della Riforma Protestante del XVI secolo, che fratturò l'unità della Chiesa cattolico-romana e la obbligò a tollerare altre chiese, che essa interpretava come scismatiche ed eretiche.

La seconda grande questione deriva dalla modernità dei Lumi, con il sorgere della ragione, della tecnoscienza, delle libertà civili e della democrazia. Questa nuova cultura metteva sotto scacco la rivelazione di cui la Chiesa si sente portatrice esclusiva, e denunciava la forma in cui la Chiesa si organizza istituzionalmente: come una monarchia spirituale assolutista in contraddizione con la democrazia e la validità dei diritti umani.

In relazione alle chiese evangeliche, la strategia del Vaticano puntava alla riconversione, al fine di restaurare l'antica unità ecclesiastica sotto l'autorità del papa.

Verso la società moderna, la relazione era di critica e condanna del suo progetto emancipatorio e secolarizzatore, con la mira di ricreare l'unità culturale sotto l'egida dei valori morali cristiani.

Le due strategie fallirono. Le altre chiese crebbero e si affermarono in tutti i continenti. La società moderna, con le sue libertà, la sua scienza e la sua tecnica si convertì nel paradigma per il mondo intero. La Chiesa cattolica si vide trasformata in un bastione di conservatorismo religioso e di autoritarismo politico.

Fu opera del buon senso e dell'audacia di un Papa, Giovanni XXIII, la convocazione di un Concilio Ecumenico per affrontare coraggiosamente quelle due questioni irrisolte.

Effettivamente, il Concilio Vaticano II (1962-65) assunse a emblema non più l'anatema ma la comprensione, non più la condanna ma il dialogo. In rapporto alle altre chiese, inaugurò il dialogo ecumenico, che presuppone l'accettazione dell'esistenza di altre chiese. Rispetto al mondo moderno, si prefisse una riconciliazione con le sfere del lavoro, della scienza, della tecnica, delle libertà e della tolleranza religiosa.

Mancava però ancora una terza resa dei conti: con i poveri, che sono la grande maggioranza dell'umanità. Fu merito della Chiesa latino-americana ricordare che non esiste solo un mondo moderno sviluppato, ma anche un sottomondo sottosviluppato, il quale suscita una domanda scomoda: come annunciare Dio come Padre in un mondo di miserabili? Ha senso annunciare Dio come Padre solo se siamo capaci di togliere i poveri dalla miseria, se convertiamo questa realtà da cattiva in buona.

E' precisamente ciò che fecero i settori più dinamici in America Latina, animati da alcuni profeti come Helder Camara. La consegna era l'opzione per i poveri e contro la povertà.

Il cambio di rotta incoraggiò molti cristiani a entrare nei movimenti sociali di liberazione e addirittura in fronti armati, mentre numerosi vescovi e cardinali assunsero un ruolo di spicco nella lotta alle dittature militari e nella difesa dei diritti umani, intesi principalmente come diritti dei poveri.

Giovanni Paolo II fu eletto Papa quando era in corso questo processo. Il suo Pontificato andò fin dall'inizio controcorrente rispetto a queste tendenze che erano dominanti. Sicuramente furono determinanti nella sua presa di posizione la sua origine polacca e i circoli della Curia Romana, messi ai margini ma non portati alla disfatta dal Concilio Vaticano II. A Roma, il nuovo Papa si incontrò con la burocrazia vaticana, conservatrice per sua natura, che la pensava alla sua stessa maniera. Si stabilì così un blocco storico poderoso Papa-Curia, con l'obiettivo di imporre la restaurazione dell'identità e della antica disciplina.

Le caratteristiche personali di Giovanni Paolo II riuscirono a realizzare nella maniera migliore questo progetto, grazie alla sua figura carismatica, alla sua innegabile capacità di irradiazione, alla sua abilità nella drammatizzazione mediatica.

Per realizzare il suo disegno di restaurazione, si dotò di strumenti adeguati. Riscrisse il diritto canonico così da inquadrare tutta la vita della Chiesa, fece pubblicare il Catechismo Universale della Chiesa Cattolica e con esso ufficializzò il pensiero unico all'interno della Chiesa. Tolse potere decisionale al Sinodo dei Vescovi, sottomettendolo totalmente al potere papale, così come limitò il potere delle conferenze continentali dei vescovi, delle conferenze episcopali nazionali, delle conferenze di religiosi ai livelli nazionale e internazionale, mise ai margini il potere di partecipazione decisionale dei delegati e negò piena cittadinanza ecclesiale alle donne, relegate a funzioni secondarie, sempre distanti dall'altare e dal pulpito.

Insieme con il suo principale consigliere, il cardinale Joseph Ratzinger, il Papa professava una visione agostiniana della storia, per la quale ciò che conta realmente è solo ciò che passa attraverso la mediazione della Chiesa, portatrice di salvezza sovrannaturale. Secondo questa visione, ciò che passa per la mediazione degli uomini e della storia non raggiunge le altezze divine ed è insufficiente dinanzi a Dio.

Quest'atteggiamento lo indusse a una fondamentale incomprensione della teologia latinoamericana della liberazione. Questa afferma che la liberazione deve essere opera dei poveri stessi. La Chiesa è solo un'alleata che rafforza e legittima la lotta dei poveri. Per il cardinale Ratzinger, questa liberazione è meramente umana e carente di rilevanza soprannaturale.

E' necessario porre in risalto che il Papa ebbe una visione limitata e semplicistica di questo tipo di teologia, che interpretò con la logica dei suoi detrattori e, oggi lo sappiamo, a partire dalle informazioni che la CIA gli forniva, in particolare sull'influenza dei teologi della liberazione in Centro-America. La interpretò come un cavallo di Troia del marxismo, che egli si sentiva obbligato a denunciare in ragione dell'esperienza acquisita sul comunismo nella sua natia Polonia. Si convinse che il pericolo in America Latina era il marxismo, quando il vero pericolo è sempre stato il capitalismo selvaggio e colonialista, con le sue élite antipopolari e retrograde.

In Giovanni Paolo II prevalse la missione religiosa della Chiesa, e non la sua missione sociale. Se avesse detto: «appoggeremo i poveri e impegneremo la Chiesa nelle riforme in nome del Vangelo e della tradizione profetica», altro sarebbe stato il destino politico dell'America Latina.

Al contrario, organizzò la restaurazione conservatrice in tutto il continente: rimosse i vescovi profeti e designò vescovi distanti dalla vita del popolo, chiuse istituzioni teologiche e sanzionò i loro docenti.

Ci fu una grande contraddizione tra gli atteggiamenti del Papa e i suoi insegnamenti. Verso l'esterno, si presentava come un paladino del dialogo, delle libertà, della tolleranza, della pace e dell'ecumenismo; chiese perdono in varie occasioni per gli errori e le condanne ecclesiastiche del passato; si riunì con guide di altre religioni per pregare, uniti, per la pace mondiale. Ma dentro la Chiesa mutilò il diritto di espressione, proibì il dialogo e produsse una teologia dai forti toni fondamentalisti.

Il progetto politico-ecclesiastico assunto dal Papa non risolse i problemi che si erano posti con la Riforma, con la modernità e con la povertà. Piuttosto, li aggravò, ritardando una vera resa dei conti.

I limiti del suo stile di governo della Chiesa non impedirono che Giovanni Paolo II raggiungesse la santità personale in un grado eminente. Così fu, nella cornice di una religione 'all'antica' con grande devozione per i santi e specialmente per Nostra Signora, per le reliquie e i luoghi di pellegrinaggio. Fu uomo di preghiera profonda. A volte, nel pregare, trasfigurava e impallidiva, altre volte gemeva e versava lacrime. Una volta lo sorpresero nella sua cappella privata, steso a forma di croce sul pavimento, come in estasi, a somiglianza degli illuminati spagnoli del XVI secolo.

A chi spetta l'ultima parola? Alla storia e a Dio. Noi potremo solo accedere alla storia, che ci dirà quale fu il suo reale significato per il cristianesimo e per il mondo in questa fase di mutamento di paradigmi e di passaggio del millennio.

scritto da millepiani il 15:32 | Comments (0)

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14.04.05

FGCI -1-

Il segratario della mia FGCI, quella di fine anni ottanta, ha lasciato i DS per iscriversi al gruppo misto della Camera. Come Ingrao, è in forte ritardo. L'avessero fatto, entrambi, come l'ha fatto Vendola 15 anni fa, tutto, oggi, a sinistra, sarebbe stato molto diverso.

Ne prendo atto.
E' un altro segnale di smottamenti vari, per interesse personale o segno politico, che dice qualcosa.

Questo apre una discussione tra chi in Rifondazione non c'è, e non ha voluto condividere la prima parte di questo percorso.

Le cose si mettono in questi termini: se Pietro Folena dialoga con Rifondazione, o Rifondazione ha un'identità talmente indistinta da catturarlo - non lo escludo -, o la questione che si apre è che si inaugura uno spazio a sinistra su cui ragionare.

Anch'io ci devo pensare.

(segue)

scritto da millepiani il 12:54 | Comments (0)

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10.04.05

Giovanni Paolo II, il Grande Restauratore

Posto, da www.carmillaonline.com, un'analisi del papato di Giovanni Paolo II, scritta da Leonardo Boff, uno dei più importanti esponenti della teologia della liberazione.

(Non conosco bene lo spagnolo, ma ritengo che questa traduzione non renda merito, in nessun senso, all'intervento di Boff. La ritengo una traduzione, in tutti i sensi, inaffidabile. Oserei dire: intollerabile. La pubblico, nell'immediatezza e nell'urgenza di una riflessione sul 'luogo della Chiesa', riservandomi, personalmente e quanto prima, di darne un'altra versione - chi legge lo spagnolo, può leggere il testo in lingua originale a questa pagina: http://www.lajiribilla.cu/2005/n204_04/204_60.html).

ADDENDA: Mario mi segnala che la traduzione, oltre ad essere inaffidabile e intollerabile, è anche sbagliata in punti decisivi. Seguendo il suo consiglio, la cancello, mantenendo il link al testo originale, sperando di fornirne, al più presto, una traduzione all'altezza del testo).

Giovanni Paolo II, il Grande Restauratore
di Leonardo Boff

[...] traduzione advenienda

scritto da millepiani il 05:29 | Comments (0)

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Muoia lo Stato laico e tutti i filistei

Nel nostro paese non esiste, non è mai esistita e non esisterà mai nemmeno l'idea di uno Stato laico. Ciò a cui abbiamo assistito non è, in nessuna maniera, il funerale dello Stato laico. Anche solo l'idea di 'Stato laico' è semplicemente estranea all'identità italiana. Chi rivendica, anche in negativo, questa idea, ritiene l'Italia un paese civile. Lo possa essere. Ma non lo è.
L'Italia è, per essenza e definizione, a partire dall'inizio di questo secolo, il paese in cui la politica e la teologia sanno parlare la stessa lingua. E la parlano.
Io non penso che l'Italia, rispetto eventi di questa portata, possa mai esprimere qualcosa che, storicamente, non le appartiene nell'identità più profonda.

(E, d'altronde, su queste illusioni delle più belle anime, inviterei a rileggere Marx giovane)

Il problema è un altro.

La forza di coagulo che, in questo mortificio, la Chiesa è riuscita a esprimere, come transiterà 'nel tempo della vita reale'?
Credo che, da oggi in poi, questa forza avrà la più grande difficoltà a rendersi luogo, a rendersi 'potenza nel tempo'. Il XX secolo è finito.
Si apre, qui, in un tempo lungo, una battaglia di lunga durata.

Più che del funerale dell'ultimo Papa del secolo passato, mi occuperei, mi si scusi la battuta quasi ovvia, dell'altro-dal-papa del secolo che stenta ancora a venire.

scritto da millepiani il 05:00 | Comments (0)

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05.04.05

La Chiesa dei Conclavi

Essendomi stato chiesto, da un'autorità senza contestazioni possibili, di evitare la pubblicazione dell'elenco cronologico dei rapporti tra questo papato e la dissidenza, evitarla prima del suo funerale, faccio tutto questo con grande piacere. Ritiro, per qualche giorno, l'elenco dell'agenzia stampa ADISTA. Che ripubblicherò non appena, davvero, questo papato sarà consegnato alla storia. Lo ripubblicherò come documento storico. Come l'avevo già pubblicato.
Salvo apprendere che, per parlare di un papato terminato, bisogna attendere il papa nuovo.
Così da poter parlare, per ogni autorità, dal luogo di una nuova autorità.
E per ogni dissidenza, dal luogo, esterno, di un'altra esclusione.

Il luogo della sede vacante è il luogo in cui si può, finalmente, parlare della dottrina ma con forza, nella fede e, insieme, nella libertà.

Si chiama: tempo della sospensione. Della sede vacante.

È 'un conclave'.

La Chiesa, la fede, dovrebbe essere sempre 'come un conclave'.

scritto da millepiani il 18:17 | Comments (0)

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02.04.05

I gesti imprevedibili di Karol il restauratore

Posto questo testo di Claudio Magris, pubblicato oggi sul 'Corriere della Sera'. Mi sembra la migliore, laica analisi di un papato storicamente cruciale.

Un Papa, ha scritto Stefano Jacomuzzi nelle «Storie dell'ultimo giorno», non muore mai solo. È circondato da alti dignitari e anonimi servitori della Chiesa, è seguito da innumerevoli telecamere; anche l'ultimo dettaglio della sua fragilità terrena, il difficile respiro o il sudore, è sotto gli occhi di tutto il mondo. Forse un Papa non è mai veramente Papa come nel suo agonizzare e morire, quando subisce «il grande soffrire e la soggezione del male, inevitabili come il respiro», scriveva Alberto Cavallari tempo fa, in un'occasione in cui si temeva per la vita di Giovanni Paolo II.
Se il Papa è il vicario di Cristo, di Dio che si è spogliato di ogni potenza e si è calato nell'estremo della debolezza e dell'angoscia umana-sino a invocare per un istante, nel Getsemani, che non si compia la Passione-il momento in cui un Papa rappresenta Cristo con maggior verità è il momento in cui anch'egli è più assoggettato a questa debolezza. Pure per un Papa, dunque, il trapasso è il momento più universale, quello in cui ogni uomo incarna tutti gli uomini e muore nel suo segreto, nella sua capacità o incapacità di affrontare la morte, di farne il compimento e non solo la brusca e casuale interruzione della vita.
Anche un Papa, morendo, cade in quell'abisso imperscrutabile in cui si mescolano il niente e l'assoluto: anche a lui non resta che ripetere - come chiunque altro e senza capirne di più - le due invocazioni apparentemente contraddittorie di Cristo sulla Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» e «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito».

L'attenzione spettacolare peraltro si addice a Giovanni Paolo II; egli è stato una singolare simbiosi di tradizionalismo vecchio stampo, senso sacrale della vita e istintiva familiarità con la società mediatica più secolarizzata, con i suoi strumenti e i suoi riti, che egli ha usato e padroneggiato sapientemente e, talora, con spregiudicata disinvoltura. Allo stesso modo univa una dimensione fortemente provinciale, con i suoi robusti pregi e i suoi angusti limiti, a una visione mondiale dei grandi processi storici e politici. Una sua indubbia virtù, sottolineata dal cardinal Achille Silvestrini, è stata il coraggio; quel coraggio che nasce dalla consapevole decisione di porre la propria persona al servizio di valori che la trascendono e dunque libera dalle miserie e dalle ansie personali.
Coraggio significa pure saper scegliere e dunque rinunciare, assumere posizioni nette e quindi care ad alcuni e invise ad altri, sacrificare quell'urbanità spesso vile che ci induce spesso - in nome della complessità e dell'ambiguità della vita - a voler essere d'accordo con tutti e graditi a tutti, a dire sì a una cosa e al suo contrario. Tale ruvidezza può talora risultare poco simpatica e Giovanni Paolo II non ha compiuto alcuno sforzo per accattivarsi le simpatie di chi lo trovava indigesto. Questo è un merito incontestabile, specie in un'epoca in cui ognuno cerca di piacere a tutti come un presentatore di quiz e il sorriso «cheese» viene scambiato per bontà, che invece è la capacità di riconoscere il male, di mostrargli i denti e di colpirlo.
Del resto è tale gagliarda ruvidezza che lo rendeva spesso irresistibilmente e bruscamente simpatico, come un compagno di gite in montagna. La sua fermezza nel ribadire l'ortodossia cattolica è stata essenziale per la Chiesa ed è meritoria, perché definire contenuti e confini di una fede - e di qualsiasi pensiero - permette di aderirvi o di non aderirvi a ragion veduta, anche se alla nostra pigrizia facilmente piace una concezione del mondo così vaga da poterla contemporaneamente accettare e rifiutare a seconda dei casi e dunque un cattolicesimo optional da supermarket, in cui ognuno possa prendere quello che gli pare.
Certamente il Papa, per la sua formazione culturale fortemente condizionata dalla sua storia, era - specie all'inizio - succube di una sensibilità anche grezzamente conservatrice che poteva confondere la verità di fede al di sopra del tempo con costumi e mentalità storicamente condizionate, come rivelano certe sue goffe e penose uscite sulle donne. Talvolta sembrava scambiare, con una teologia inadeguata, questioni di carattere disciplinare e quindi suscettibili nel tempo di soluzioni diverse - come il celibato ecclesiastico o il sacerdozio femminile- con verità sovratemporali della fede.
Ma, anche a questo punto di vista, ha saputo percorrere un grande cammino, superando certi suoi stessi atteggiamenti retrivi, celebrando la dignità femminile, chiedendo coraggiosamente perdono per le colpe della Chiesa e denunciandone le responsabilità nell'antisemitismo, bollando ingiustizie sociali, aprendosi al dialogo ecumenico e iniziando perfino un nuovo discorso su una possibile funzione diversa del primato del Papa. Il Pontefice restauratore ha anche profondamente innovato la Chiesa con un'opera di apertura culminata nella radicale, dettagliata richiesta di perdono non solo per le colpe dei singoli pur altissimi membri della Chiesa, ma per gravi colpe ed errori di quest'ultima stessa quale istituzione.
Questo gesto non è stato adeguatamente valutato nella sua grandezza, ed è stato ingenerosamente considerato insufficiente da chi, sino a quel momento, non si sognava nemmeno di chiederlo. È un gesto di forza che non ha messo in discussione neppure una virgola dell'ortodossia e ha anzi riaffermato la funzione guida della Chiesa; un Pontefice più debole e incerto non avrebbe potuto osarlo senza timore di scatenare un processo di dissoluzione. Deciso a colpire ciò che egli riteneva un errore, Giovanni Paolo II è stato talvolta privo di carità verso alcuni ecclesiastici che temeva potessero non allinearsi al suo progetto, come-ma è solo un esempio-verso il padre Arrupe, il Generale dell'Ordine dei Gesuiti.
Non poteva non condannare certi aspetti teorici della teologia della liberazione, ma avrebbe potuto e dovuto essere più vicino a tanti sacerdoti che, in situazioni disperate fra i dannati della terra, hanno testimoniato il Vangelo e l'amore e salvato l'anima della Chiesa e che egli ha lasciato soli, forse in nome di grette preoccupazioni politiche che facilmente inducono ad aridità di cuore. All'inizio ha avuto talora due pesi e due misure nel correggere le deviazioni «progressiste» o «reazionarie». Per essere buono, anche un Papa, che si definisce servo dei servi di Dio, ha bisogno della sua grazia.
Risoluto ed efficace nel combattere il comunismo. Giovanni Paolo II ha assistito a una progressiva scristianizzazione del mondo, di cui il capitalismo - una delle forze più rivoluzionarie e sradicanti della storia - è oggettivamente lo strumento, con la sua travolgente trasformazione della terra, della civiltà tradizionale e dei suoi valori. Per la prima volta dopo venti secoli, il Cristianesimo potrebbe essere assorbito e dissolto, volatilizzato, eliminato come le macerie da una ruspa. Questa consapevolezza ha gettato un'ombra di drammaticità dolente, quasi un senso d'impotenza, sul pontificato pur energico e trionfale di Giovanni Paolo II e ha dettato iniziative politiche contraddittorie, colpi a destra e a sinistra, apertura a Castro e appoggio a Tudjman, un anticapitalismo sferzante ma vago e dunque retorico, mosse infelici come l'iniziale simpatia verso la disgregazione della Jugoslavia presto foriera di tanto sangue e magnanime difese dell'umanità, mobilitazioni quasi demagogiche e sofferte testimonianze di altissimi valori che hanno aiutato credenti e non credenti a resistere agli idoli, ingerenze politiche indebite e regressioni a un invadente clericalismo per altri versi a lui estraneo, beatificazioni all'ingrosso e spettacolarità devozionali - come a Fatima-simili a karaoke, buone a riempire per qualche giorno le piazze ma non le chiese nella realtà quotidiana.
La dura condanna della guerra in Irak è nata non da generico pacifismo- che sarebbe peraltro contraddetto da altri casi in cui egli non ha decisamente bollato l'uso della forza- bensì da una drammatica consapevolezza della crisi mondiale e delle sue imprevedibili conseguenze, consapevolezza così irresponsabilmente assente in tanti leader politici. Nei suoi gesti capaci di spiazzare le attese c'era una vera grandezza. È difficile dire in che situazione egli lasci la Chiesa, forse oggi più debole di quanto si creda, dinanzi alle selvagge trasformazioni del mondo. Per il suo successore sarà assai arduo sia continuare sia mutare la sua linea. Alla fine della sua vita il Papa, sempre più logorato dalla malattia ma incorreggibile nella sua affascinante forza e voglia di vivere, sembrava a volte un prigioniero, dai gesti pesanti e meccanici, quasi obbedienti a fila tenute da altri.
Ma nel viso irrigidito e spento si accendeva il guizzo di uno sguardo ribelle e malizioso, quasi una strizzatina d'occhi ai veri amici, l'indomita volontà di giocare qualche tiro imprevedibile che rimetteva a soqquadro la sua immagine consolidata; forse anche il desiderio di scappare una volta di più dalla Curia Romana e andare in giro per il mondo.

Claudio Magris

02 aprile 2005

scritto da millepiani il 22:49 | Comments (0)

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09.03.05

lettera ad un compagno della minoranza, o: sul congresso di Rifondazione

Carissimo C.,

scusami per l'assenza, ma prima di scriverti avevo necessità di leggere e capire. Non mi è facile, dal luogo in cui sono, comprendere fino in fondo molte delle cose che in questi anni sono accadute all'interno del partito che voto dalla sua fondazione e che tu, con la pazienza che mi insegni, mi hai raccontato da sempre. Non avevo alcuna voglia di scriverti cose sciocche o superficiali e nemmeno far qualche battutaccia di rito. Il passaggio che Rifondazione ha superato è di una radicalità tale da meritare qualcosa di più anche da parte mia.

La vicenda di rifondazione è ad una svolta. La divisione del documento politico conclusivo del congresso la dice lunga sulla questione. Dividere in due parti - quella strategico-politica (la linea politica) e quella operativa (gli appuntamenti, gli impegni - uso i termini di 'liberazione') è, paradossalmente, la vittoria più netta della linea bertinotti. e non è un caso che questa proposta sia venuta da Malabarba-Cannavò, dell'ala trotskjista. Ti dirò poi il perchè.
La vicenda di Rifondazione è ad una svolta perchè l'esito di questo congresso manifesta, in maniera definitiva, l'approdo sostanziale del bertinottismo più vero: il radicamento nelle tendenze di movimento con la pretesa di 'saperli tradurre' politicamente all'interno di un tentativo di condizionamento delle politiche riformiste della sinistra moderata. Una volta, per i socialisti, la si chiamava la 'politica del doppio forno'. Non si tratta di sottolineare una mancanza di 'visione strategica' in questo approdo sostanziale del bertinottismo. A dicembre, quando il 'tuo' compagno Forgione, dopo il mio intervento, ha abbassato i toni, blandendomi, era esattamente su questo che non voleva scoprirsi. Ma non è questo, purtroppo, il punto cruciale. Il punto cruciale è QUALE RUOLO LE MINORANZE GIOCANO in questo approdo.

La forza del bertinottismo migliore è aver compreso perfettamente lo 'status' tattico delle minoranze all'interno del partito. E la LORO IMPOSSIBILITÀ STRUTTURALE di disegnare un loro status STRATEGICO ESTERNO a rifondazione. In questo senso, l'accusa di 'leaderismo' a Bertinotti è una sciocchezza nella misura in cui nessuno dei leader delle minoranze, in questi anni, ha avuto la forza di costruirsi una capacità di incidenza 'tota-politica' esterna a rifondazione nel quadro dello statuto mediatico-politico che vige e governa il dibattito italico. Certo, è possibile dire che altri hanno costruito, in altri luoghi che non sono 'mediatico-politici', 'referenze'. Ma proprio questo calza perfettamente nella 'visione-tota-tattica' di Bertinotti: una feroce capacità di utilizzazione delle 'specificità' di ciascuna area della minoranza, riassumendo poi nella sua, secondo le necessità contingenti, i 'risultati' delle 'attività', dell'incidenza e del radicamento - locale o globale - che queste aree hanno prodotto (parlo di bandiera rossa per i movimenti e di quella grassiana per alcune federazioni e aree specifiche. sui ferrandiani non mi viene in mente nulla da dire. dei bertinottidi di risulta - i ripetitori, a gradi differenti - per intenderci: i beati beoni della linea o i furbetti apparatchik di carriera- non me ne occupavo nel PCI, figuriamoci in Rifondazione).
Vista dall'esterno, la proposta di dividere il documento politico in due parti è, insieme, il tentativo, da parte di una certa minoranza, di accreditarsi come 'funzione agente', radicata, del partito e, dall'altro, il miglior regalo che si potesse fare a Bertinotti.
Mi rendo perfettamente conto delle necessità politiche maggiori. Ma non basta firmare un documento di critica alle modifiche statutarie insieme alle altre componenti di minoranza, minacciare dimissioni, impedire l'elezione della direzione, se non si coglie, fino in fondo, come la richiesta di seperazione e divisione tra linea politica e operativo programma politico è L'ESSENZA STESSA DEL BERTINOTTISMO. E' ciò che gli ha consentito di determinare, oggi, questa accelerazione interna, a suon di maggioranza e di funzionariato strizzato come un limone per recuperare quanto più consenso politico possibile nelle federazioni. è l'essenza profonda del bertinottismo migliore poichè in essa viene alla luce, senza più infingimenti alcuni, il senso profondo di anni di segreteria Bertinotti: la costruzione di una maggioranza-lego, da rideterminare secondo le necessità, che sapesse, da un lato, dialogare con i movimenti che, volutamente, sceglievano di stare fuori rifondazione, e, dall'altro, il rafforzamento di una struttura organizzativa territoriale che garantisse, dopo la scissione-Cossutta, una permanenza organizzativa del partito a livello locale. Da un lato come dall'altro, l'operazione di radicalismo e strutturazione compiuta dalla maggioranza bertinottiana ha funzionato. Ed ha funzionato proprio grazie alla perfetta consapevolezza di Bertinotti dell'impossibilità di un qualsivoglia sbocco alternativo delle minoranze che stanno in rifondazione. Con una sapiente 'tattico-strategia', la politica del gruppo dirigente bertinottiano ha saputo mixare queste necessità di sopravvivenza del partito a cui appartieni.
Lo sbocco fisiologico, in vista dell'ingresso di rifondazione nella maggioranza di governo possibile, non poteva che essere la riforma statutaria e, come un regalo inaspettato, la divisione di compiti interna al partito stesso.

Diciamo così: la capacità di sindacalizzazione della vita del partito che il miglior bertinottismo ha prodotto, esprime finalmente, in questo passaggio, la sua struttura interna più profonda. E arriva a colonizzare e condizionare, in maniera evidente, le stesse componenti di minoranza. Ed in più: con le modifiche statutarie, le contro-parti sono messe in posizione di dis-equilibrio. Della serie: se fino adesso abbiamo contrattato su tutto, adesso si contratta su quello che vogliamo noi. E se non ci state, decidiamo noi. In fondo, era l'essenza profonda del discorso di Forgione a Messina. Quello che, insieme e da posizioni opposte, ci ha scandalizzato.

Non sto qui a dirti e analizzare l'approdo finale di questa tattico-strategia. Lo conosci meglio di me.

Solo un'ultima cosa vorrei dirti. Tu sai, da molto tempo, come io sia convinto profondamente della inutilità di QUESTA forma-partito. Anche di quella che Rifondazione ha assunto negli anni della segreteria Bertinotti. Lo sai proprio perchè, su questo, ancora una volta, ed ancor più paradossalmente, da posizioni diametralmente opposte, noi due siamo stati d'accordo a rifiutare questo ibrido di leninismo post-moderno e post-moderna leggerezza organizzativa.

Anche in questo passaggio, quello del congresso, il mostro concresce su sè.
Non saprei dirti se, davvero, questo termine, 'comunismo', continui ad avere una 'forza propulsiva' politica, tanto per citare. Te lo dico dalla Russia, dove sto. Tanto per intenderci.
So che non era per questo che, all'interno del PCI, abbiamo fatto una battaglia durissima all'epoca dei due congressi - due millenni fa. Non era per avere, insieme, due ibridi. Il primo: un partito riformista che dei riformisti ha solo la mancanza di strutturale visione riformatrice. Il secondo: un partito comunista che ad ogni congresso rifonda il suo comunismo.

è passato molto tempo da questa battaglia. Ma una certa chiarezza, almeno a me, è rimasta su un punto. Ciò che definitivamente è saltato è la capacità di traduzione politica delle spinte di movimento - una volta le chiamavamo 'spinte delle lotte sociali' -.

Tu sei per la creazione ed organizzazione di queste 'spinte', io per il loro sprigionarsi 'autonomo'. Mettiamola così.
Entrambi, però, mostri non ne vogliamo. E, mentre siamo consapevoli della terra di nessuno che sta sotto i nostri piedi, lasciamo ad altri la pretesa di occupare questa terra che nessuno dei due riconosce come propria.
In questa terra, che come sai io chiamo il nostro 'in-comune', sulla scorta del mio unico 'maestro', si fa politica.
Tutto il resto è per me, come credo anche per te, vanità.
Vanità politica.
ti abbraccio
Emilio

scritto da millepiani il 12:18 | Comments (0)

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20.02.05

Giuliana Sgrena, o: sul presente delle scritture

Ricevo da Gianfranco e pubblico. Senza autorizzazione...

"Interrogarsi politicamente, cioè interrogarsi, significa oggi guardare il volto dei singoli. Interrogarsi intorno ad un evento significa scandagliare la zona d'ombra posta dietro l'esempio, dietro il caso, scrutare questa zona d'ombra in cui la circostanza, in qualche modo, fuoriesce, spacca i propri margini. Cioè, il proprio presente. Il rischio, qui, il rischio proprio di questo tempo politico, è che questa necessità di frattura radicale del presente che l'evento consegna alla lettura, si costituisca come assunzione entro la nebulosa di un presente senz presente. Davanti alla frattura del presente, l'unico scampo, l'unica via di fuga sembra essere quella di una rappresentazione, di una ripetizione ad libitum del luogo di frattura. E, mi sembra, un'intensificazione, prodottasi in questi ultimi anni, della struttura propria dell'attesa nel tempo messianico. La ripetizione della frattura temporale. E' questo ciò con cui le scritture devono oggi lottare. E' quanto è in gioco. Ogni discorso di carattere politico, ogni discorso sul potere, non può, adesso, eludere questo punto cruciale. Una parola si usa a sproposito: salvare, ma non ne abbiamo altre, per dire questa cosa: Giuliana Sgrena deve essere trattenuta, riafferrata al di qua del tempo escatologico. Mandare al diavolo chi si proclama moderatamente ottimista non serve più, non è abbastanza. E' sul presente, sul presente che attraversiamo, che occorre rovesciare le nostre scritture, il nostro sguardo. Il rapimento di Giuliana deve essere guardato: assumerlo nella ripetizione significa accelerare i tempi della morte, includere, nascosta, la volontà di questa accelerazione. Ho visto la sua testa piegarsi. E' questa immagine quella più sconvolgente. Non ho sentito la sua voce. E' la testa piegata l'immagine più sconvolgente. E' davanti a questa immagine che occorre interrogarsi. Perché è qui che si insinua lo scarto, pericoloso, tra l'immagine del prigioniero, dei rapiti e delle rapite in questi mesi in Iraq, e l'immagine di quel prigioniero: qui è lo scarto della violenza, è qui che si inserisce il doppiopetto della ragion politica. Qui, dove la vita si fa figura di vita. Dove la vita viene rappresentata, viene messa in scena. Bisogna abbattere il caso: non ci sono casi. Il rapimento di Giuliana Sgrena sfugge, mette in crisi il sistema dei casi. La rapita Giuliana Sgrena può essere proprio il luogo in cui scardinare il vomitevole dispositivo, in azione da alcuni mesi, del rapito in Iraq da terroristi. E' il luogo in cui l'evento accade alla luce del nome, del biografico. E' quell'individuo, è Giuliana Sgrena, la giornalista resistente, ad essere prigioniera. Gli avvoltoi di bassa quota che sghignazzano tra i denti bisogna prenderli a colpi di carcasse, farli ammutolire, ingozzare con il loro stesso cibo. Davanti al riso, allo sputo sulla singolarità di Giuliana, occorre rovesciare proprio questa singolarità: esporla. Non vi è che singolarità. Non vi è che singolarità dell'immagine, singolarità del vivente, singolarità della voce, dell'appello. Del dolore. Della morte. L'appello, la voce di Giuliana, cade, sì, cade, con l'accento del presente. E' questo l'accento che occorre serbare. Della voce di Giuliana non bisogna guardare il suo precipitare 'nel presente', o il suo precipitare 'il presente', ma la sua attinenza 'con il presente'. La sua vita è legata a filo doppio 'al presente', 'all'essere presente'. Il suo appello spacca questo presente, ne è crisi, in quanto lo mostra, lo rivela nella sua nudità, nella sua precarietà. Lo strappa al suo 'farsi storia': lo presenta, appunto. In quanto vita. Non vi può essere scrittura, scrittura politica, che abbia accento diverso. Il presente di Giuliana è questo, il nostro, il 'presente che possiamo'. La sua voce fa, sta facendo, le nostre scritture. Le espone, disperatamente, il più lucidamente possibile, sull'orlo del suo presente."

scritto da millepiani il 15:12 | Comments (0)

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17.02.05

Falluja

Con forza e convinzione, ripubblico quello che avevo scritto per il rapimento dei tre italiani - spie o pacifisti non mi importa.

La volgare ed inumana retorica risposta della politica italiana, di quasi tutta la politica italiana, all'inumano gioco d'ostaggi da parte della resistenza iraquena, non ci sconvolge piu' di tanto. Rientra in quel cono d'ombra che la politica italiana, la cultura liberale e di sinistra in tutto il suo complesso, continua a conservare dai tempi del rapimento di Aldo Moro. Perché non l'ha mai pensato, mai fino in fondo. E' la stessa cecità, la stessa freddezza di morte che conosciamo. Innanzitutto dello Stato, innanzitutto lo Stato. Ma quale Stato? Quello dell'unità nazionale, del silenzio. Nessuna trattativa. La morale è questa. Ma questa morale è vecchia. Leggiamo, leggete le lettere di Moro. Lo Stato, per noi, i democratici, rappresenta molto di meno di ogni cittadino, di ogni cittadina, presi singolarmente. Lo Stato non è né l'addizione dei suoi cittadini/e, è è un'entità superiore da difendere. Lo Stato, qualsiasi Stato, non ha bisogno di difese è di memoriali, è di simboliche, tanto meno sacrificali. C'è. E' tutto. Quando lo Stato chiede il 'sacrificio' dei suoi cittadini, diventa Stato totalitario. Sacrificale. Noi siamo contro ogni sacrificio per qualsiasi Stato. Siamo per ogni trattativa. Che serva a salvare una vita, sia solo una, a dispetto dell'esistenza di qualsiasi Stato. E' questa la nostra non-violenza. E' la lotta, questa si', senza quartiere, senza luogo, contro il sacrificio, contro ogni violenza di Stato. La nostra non violenza è riconoscere il valore nazionale della lotta di tutti gli iraqueni contro l'occupazionale coloniale occidentale. E' riconoscere in questa lotta il riflesso delle grandi lotte di liberazione nazionali degli ultimi due secoli. E' sapere che queste lotte, cosi' come le occupazioni, trovano radice e forza nelle occupazioni coloniali e nelle lotte di liberazioni nazionali di ogni tempo. E' lavorare per scardinare l'infausto legame - che si sta progressivamente rafforzando - tra queste lotte e il terrorismo. E' costruire e dire che l'Occidente non ha una faccia, un volto, solo un tempo, una sola politica. La volgare ed inumana retorica risposta della politica italiana alla questione degli inumani rapimenti è la messa in scena, falsa, della forza dell'Occidente. E' la messa in scena di una forza che l'Occidente ha già ma che vuole dimostrare militarmente, retoricamente. Che vuole far diventare, vuol rappresentare come sacrificio. Non tratto, non trattiamo - ma poi trattano, se vogliono trattano sempre - . Ma noi non abbiamo bisogno di nessuna messa in scena, di nessun sacrificio. E la forza dell'Occidente non si mette in scena: fa vivere. Se c'è, e c'è, differenza tra la politica democratica occidentale e le altre culture politiche, questa differenza si gioca tutta nel giocare tutta la sua potenza nella salvezza 'di vite'. Che siano occidentali o di ogni altro luogo. Di ogni altro paese, luogo Stato. E' per questo che chiediamo, innanzitutto, che sempre, dai tempi di Aldo Moro, che quando ci sia in gioco una vita, qualsiasi Stato sia sempre disposto, senza false dichiarazioni retoriche, a trattare per la salvezza di quella vita. Lo diciamo da laici, senza nessun carico di fede. Lo diciamo perché questa sia, se mai ci sia, la forza dell'Occidente: fuoriuscire dal sacrificio. E' questa la nostra non-violenza, la nostra lotta contro ogni morte, contro la morte, contro ogni terrorismo. Di Stato. Di ogni Stato, di ogni nazione, di ogni fede. E' questa, anche, la nostra lotta contro ogni guerra.

scritto da millepiani il 12:00 | Comments (0)

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Per Giuliana Sgrena

Riposto tre righe di Pier Paolo Pasolini. In questo momento le sento molto mie. Dopo, quando quest'ondata di ipocrisia, pietismo e falsità terminerà, si riprenderà parola.

"Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi, alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento con il sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, violenze e di menzogne crollerà."

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10.02.05

Le vostre foibe

Vorrei dirlo 'sine ira', vorrei dirlo. Questo strepitio di sciacalli sui morti delle foibe, questo vomitare della sinistra ex comunista sulla storia condivisa, sulla memoria condivisa, questo continuo, pressante, insistente delirio mediatico sugli infoibati, francamente, lo dico senza ira?, mi fa vomitare. Mi farebbe vomitare, se non fossi già in altri luoghi, sulle più alte cariche dello Stato, sui rappresentanti di partito della ex sinistra comunista che, stalinisticamente, hanno taciuto, mi farebbe vomitare, senza ritegno, sui picchiatori fascisti che, dall'alto della loro infame storia di topi di fogna, dopo una buona rilavata, sono diventati ministri, e si permettono di diventare 'giudici' di una storia di cui loro, per primi, sono colpevoli. Mi farebbe vomitare, se non fossi già in altri luoghi, l'ipocrisia di chi, urlando prima 'viva il duce', poi va a mettersi la kippà, senza ritegno, gridando poi: 'addosso ai titini, ai comunisti, ai bolscevichi'. Essendo figlio della X Mas. E del peggiore fascismo. Ma io la storia la vivo. Mi fa vomitare, questo mi fa invece davvero vomitare, anche se sono in un altro luogo, il commissario europeo ai diritti e alle libertà, ex collaboratore diciottenne del 'Manifesto', uno che porta il nome di 'Frattini'. Che dichiara che, al pari della svastica, l'Europa, per essere libera, deve mettere al bando falce-e-martello. Fatti salvi - e ben scordati - i milioni di morti SOVIETICO-BOLSCEVICHI che, ancora oggi, con pietà materna, tutti i russi, sempre, onorano, ancora oggi. Ancora oggi. Venga a dirlo in Russia, venga a dire in Russia che quei milioni di morti erano prigionieri di un'idiologia. E che quello per cui sono morti, per cui hanno difeso Mosca e Stalingrado e LIBERATO Berlino, non era qualcosa per cui bisognava combattere. La verità è che questi lillipuziani, di fronte la gigantesca storia che li schiaccia, balbettano volgarità, vomitano spot, producono 'fiction', creano giorni del ricordo, della memoria, della passione, morte e resurrezione dei padri che non hanno avuto. E che devono inventarsi. Le vostre foibe sono queste: quelle dove la storia diventa peto politico, stumento per riscattare la vostra storia, per inventarvi, riscattarvi, farvi, finalmente, sentire importanti. Finalmente riuscite a dire qualcosa. Le vostre foibe sono i cadaveri su cui ballate come sciacalli per speculare. A differenza vostra, i morti delle foibe, io che avevo 18 anni alla caduta del muro, li consco. Sono, da sempre, i miei fratelli. I fratelli, il fratello di Pier Paolo Pasolini: quello che avete infoibato (vi ricordate?). Mio fratello, i miei fratelli. L'identità di un paese, fuori da ogni ira, non è la memoria condivisa. L'Italia non è un paese da 'memoria condivisa'. L'Italia è un paese che ha, da sempre, memoria divisa. E' un paese dalle memorie diverse. E' per questo che non vomito. Proprio perchè abito quest'altro luogo. Le mie foibe non sono le vostre. Come voi le festeggiate, io le piango.

scritto da millepiani il 14:53 | Comments (0)

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19.01.05

Niki Vendola

E così ha vinto Vendola. Una vittoria anche "contro la nomenklatura dei partiti", come in molti l'hanno letta. È così?

"Senta, io ho grande simpatia per Nichi. Lo conosco da 30 anni, da quando guidavo la Fgci. Ma la sua vittoria è l'esatto contrario della sconfitta della nomenklatura. Perché Vendola, sia pure con tutta la sua forte carica di originalità e di passione, è un uomo della politica e dei partiti. Molto di più di Boccia [...]
Le primarie sono tutt'altra cosa rispetto alle politiche. Per vincere le primarie a Vendola sono bastati 41 mila voti. Per vincere le regionali ne deve prendere 1 milione 200. Non stiamo parlando di tanti voti in più. Stiamo parlando di un'altra dimensione politica. E lo dico io, che in Puglia ho preso 262 mila preferenze: è una regione complessa, dove vi è stata una maggioranza prima democristiana, poi di centrodestra. Sarebbe un errore esiziale credere che la fotografia politica della regione stia tutta in quei 41 mila voti che hanno fatto vincere Vendola".

Ed è la verità. Anche se a dirla è Massimo D'Alema.
(da Repubblica di oggi)

scritto da millepiani il 10:47 | Comments (0)

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09.12.04

Rivoluzione, ancora

Quando, grazie al movimento delle forze che tendono alla rottura, la rivoluzione si manifesta come possibile, di una possibilità non astratta, bensì storicamente e concretamente determinata, allora in questi istanti la rivoluzione ha avuto luogo. La sola modalità di presenza della rivoluzione é la sua possibilità reale. Allora c'è sospensione, incertezza. In questa sospensione la società si disfa da parte a parte. La legge crolla. La trasgressione si compie: per un istante è l'innocenza; la storia interrotta" (Maurice Blanchot). Oggi, l'unica possibilità reale di rivoluzione è la scrittura, la sua forza, la sua rabbia, la sua purezza.

scritto da millepiani il 21:38 | Comments (0)

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28.11.04

premi -2-; Luzi e Gasparri

ROMA - In Parlamento meglio un presentatore di quiz tv piuttosto che un poeta. Ne è convinto il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri che a sostegno della sua tesi cita il giudizio dello showman Fiorello. "Mi vergogno che sia nominata senatore a vita una persona di questo tipo che offende il nostro mondo", ha detto l'esponente di An riferendosi al poeta Mario Luzi, recentemente insignito della carica dal Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. "Una volta - ha aggiunto Gasparri - Fiorello disse che avrebbe voluto Mike Bongiorno senatore a vita. Ecco era meglio Mike Bongiorno". A scatenare il disprezzo del ministro per il grande letterato toscano (che ha appena compiuto 90 anni) un'intervista concessa al mensile Micromega nella quale, tra le altre cose Luzi sostiene che "i fascisti di An hanno le idee confuse''. L'attacco di Gasparri ha fatto scattare l'immediata solidarietà dell'opposizione. Per il comunista italiano Gianfranco Pagliarulo è "inaudito che un ministro se la prenda con una personalità limpida, indiscussa, come quella del neo senatore a vita Mario Luzi". "Credo - aggiunge Pagliarulo - che il massimo garante della democrazia, il presidente della Repubblica, non possa più esimersi dal chiedere un chiarimento immediato a Silvio Berlusconi". Luzi, dal canto suo, nel replicare a Gasparri non ne fa una questione di cultura, quanto di politica. "Meglio Mike Bongiorno di me senatore a vita? Forse - ha commentato - perché sarebbe più conciliante con le posizioni della destra". "Non mi meraviglio - ha detto Luzi - che, pur senza offendere per nulla Mike Bongiorno che ha svolto e svolge egregiamente il suo lavoro, il ministro Gasparri probabilmente lo trovi più conveniente nella carica di senatore a vita che mi è stata conferita".

scritto da millepiani il 16:27 | Comments (1)

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27.11.04

Premi

A capo. Non so che siano. Poi dopo ci ragiono. Nella maniera più violenta, direi: "Buongiorno, ben arrivato." C'è chi li accetta e chi li rifiuta. Nè Babsi nè Roquentin li accettano. E citano pure Sartre. Una frase, mi pare, serva. "Quando sei premiato - o vogliono-, il problema è tuo, della tua scrittura".

scritto da millepiani il 21:10 | Comments (0)

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26.11.04

Berty

Non importa dove. Tra gente che si liscia il 'pelo', figlie e padri che si tengono per mano, Fendi che fetono e fetori che pullulano, il compagno Berty ride senza guardare le cravatte sue. Ridere non è peccato; ridere come un imbucato è da imbecilli; ridere fotografato come un imbucato è da cazzoni. Come diceva qualcuno quand'era giovine: "Dio è morto, Marx pure, e io non mi sento troppo bene...".

scritto da millepiani il 01:23 | Comments (0)

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15.11.04

Falluja

Personalmente, è da marzo scorso che ho ingaggiato una battaglia all'ultimo sillaba contro questa guerra. Ne misuro, finalmente, tutta l'impotenza. Tra il silenzio di tanti, la flebile risposta dei pochi, qualche accesso di partecipazione, subito sopito dalle necessità accademiche, il nascondersi mio e quello di chi mi stava accanto, abbiamo pianto di Bagdhad, fatto 'letteratura' su Nassiriya, scritto sullo scandalo di Guantanamo. In poche parole, ci siamo pianti addosso, fatti l'anima bella. Almeno noi siamo salvi. Nessuno di noi che, un giorno, anche solo per sfida, l'abbia smessa questa maschera e abbia cominciato a fare, rifare 'politica'. E non dal lato 'onnipotente'; semplicemente da quello della potenza costituente. Per quanto mi riguarda, Falluja è un punto di non ritorno. Ribadisco di contestare a tutta una generazione intera - la mia - una codardia di fondo incommensurabile. Degna dela fine che abbiamo fatto: il silenzio o il privato. La realizzazione - nemeno sfolgorante, direi meglio: mendicante - di noi stessi. Non sono molte le scelte che ci vengono offerte al punto in cui siamo. Cercherò, passo a passo, nei prossimi giorni, di tratteggiarne i 'tipi'.

scritto da millepiani il 14:23 | Comments (0)

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Il nome 'Arafat'

scritto da millepiani il 11:54 | Comments (0)

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11.11.04

Europa

Venezia-Istanbul
di Franco Battiato

Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul, stessi palazzi addosso al mare, rossi tramonti che si perdono nel nulla. D' Annunzio montò a cavallo con fanatismo futurista, quanta passione per gli aeroplani e per le bande legionarie, che scherzi gioca all'uomo la Natura. Mi dia un pacchetto di Camel senza filtro e una minerva, e una cronaca alla radio dice che una punta attacca, verticalizzando l'area di rigore... ragazzi non giocate troppo spesso accanto agli ospedali. Socrate parlava spesso delle gioie dell'Amore e nel petto degli alunni si affacciava quasi il cuore, tanto che gli offrivano anche il corpo: fuochi di ferragosto. E gli anni dell'adolescenza pieni di battesimi e comunioni in sacrestia: Ave Maria. Un tempo si giocava con gli amici a carte e per le feste si indossavano cravatte per questioni estetiche e sociali; le donne si sceglievano un marito per corrispondenza... L'Etica è una vittima incosciente della Storia: ieri ho visto due uomini che si tenevano abbracciati in un cinemino di periferia... e penso a come cambia in fretta la Morale: un tempo si uccidevano i cristiani e poi questi ultimi con la scusa delle streghe ammazzavano i pagani. Ave Maria. E perché il sol dell'avvenire splenda ancora sulla terra facciamo un po' di largo con un'altra guerra.

scritto da millepiani il 00:26 | Comments (0)

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08.11.04

Hitler e la controfigura del bene

Quando hanno deciso di trombare alle primarie l'unico candidato degno di questo nome nelle e.a. (ho detto che non mi viene in mente nulla...non le nomino nemmeno), ho pensato ad una frase che una volta mi hanno detto. Abitavo in un palazzo dove non viveva quasi nessun bambino; per uscire si dovevano mobilitare seriamente, lavoravano anche di pomeriggio (ho imparato proprio così a rimanere per giorni barricato in una stanza). Avevo capito che 'se facevo il buono' per due giorni, il terzo chiedevo e il quarto si mobilitavano. C'ho marciato per un pezzo con questa strategia. Poi, un giorno, senza che lei lo sappia ancora oggi - la amo così tanto, da non doverla nemmeno più interrogare -, mia nonna se ne 'esce' con una freddura incosciente delle sue - folgorandomi con una frase, come le accade quasi sempre: "Emiliuccio, basta che fai il buono quando serve. Tanto ti vogliamo bene". E' da allora che ho capito la flebile ma decisiva differenza tra il male, il bene e il farsi voler bene.

scritto da millepiani il 17:59 | Comments (0)

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06.11.04

Bush, Kerry e le elezioni americane

Come scriveva su Hitler uno dei miei pochi maestri, sulle elezioni americane non mi viene in mente nulla da dire.

scritto da millepiani il 17:21 | Comments (0)

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03.11.04

Hamburger, patatine e macchine perforanti

Nell'orgia informativa una sola cosa è evidente: noi degli americani non ci capiamo un cazzo, ma nemmeno gli americani. Non è che una famiglia del profondo Middle legga il 'Manifesto' e voti Bush contro la campagna denigratoria internazionale. E' che c'è differenza tra i nostri e i loro hamburger. Le loro e nostre patatine. E soprattutto che, mentre negli USA le macchine perforano le schede elettorali, qui da noi ad essere perforati sono i cervelli degli elettori. Con i dentini di Fede, Liguori e Mauriziuccio Bellapietra.

scritto da millepiani il 09:18 | Comments (0)

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21.10.04

E' caduto Fidel Castro...

scritto da millepiani il 08:43 | Comments (0)

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16.08.04

La libertà e i diritti umani

Scrivono: "La libertà va di pari passo con i diritti umani".
La libertà è un'ontologia.
I diritti un contratto.
L'umano è una nozione. Storicamente determinata. E radicalmente in trasformazione.
Tra i tre termini non esiste nessuna relazione immediata data.
Quando si trova una relazione, questa relazione o è spiegata o è ideologica.
È questa ideologia, quella della relazione tra libertà e diritti umani, che, oggi, deve essere rimessa in questione. Nella sua 'evidenza' falsa.
Non 'da sinistra'. ma dal centro della verità.

scritto da millepiani il 17:49 | Comments (0)

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14.08.04

Adriano Sofri

scritto da millepiani il 18:44 | Comments (0)

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Fidel Castro Ruiz

scritto da millepiani il 02:27 | Comments (0)

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13.08.04

Lupi di Liboni e carta straccia

Nessuno potrà convincerci, o, meglio, obbligarci a condannare. Lupo: lo hanno detto così. I braccati non sanno distinguere più la vita dalla morte. Liboni ha ceduto alla morte. La sua, ma soprattutto l'altrui.

Nè la polizia di stato, nè l'arma dei carabinieri possono gioire della fine di un senza futuro. Ma piangono la fine di chi aveva un futuro. Come noi: l'appuntato dei carabinieri Alessandro Giorgioni.

Il resto è sempre la stessa merda. Merda di stampa, merda giornalistica. Gli orinali dei commenti sono sempre molto larghi.
I direttori in vacanza, la caccia dell'estate è finita con qualche migliaio di copie in più. E questa volta nemmeno senza tette al vento. Il 'lupo' non aveva tana, dormiva tra i barboni e si rasava. Forse voleva cambiar vita. Forse no. I giornalisti, le giornaliste, invece, la loro vita non la cambiano proprio. Fanno come in mare: più nuotano nella merda, più fanno i Majorca. Giù, fino in fondo, fino in fondo...

scritto da millepiani il 21:26 | Comments (0)

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10.08.04

Courbert, Sirchia e la 194

scritto da millepiani il 23:38 | Comments (0)

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03.07.04

Addio, Fidel

"[...] Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.

Addio Fidel, oggi è l'atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.

Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d'America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il Che Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo."


Guccini, 'Canzone per il Che'

scritto da millepiani il 23:58 | Comments (0)

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Tremonti: il primo della classe

A volte, anche il primo della classe si assenta.
Va a fare la pipì.
E non torna più.

scritto da millepiani il 23:16 | Comments (0)

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01.07.04

Cadaveri

Cesare Battisti, secondo la magistratura francese, dovrebbe essere estradato. Cadavere tra cadaveri della storia, lo si rigetta, ci rigetta in un passato che non esiste più per nessuno. Il gelido cuore dello Stato, nella sua coazione a vendicare, ferma ancora la vita. La divora. Non finirà mai. Non finirà. In verità, sino a quando nessuno di noi riuscirà a dire la verità di quegl'anni, tutto continuerà ad accadere come allora. Come allora, da una parte e dall'altra, si continuerà, impunemente, ad uccidere Aldo Moro.

scritto da millepiani il 00:29 | Comments (0)

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28.06.04

Un punto, solo una piccola differenza

C'è solo un punto, una lieve differenza che ci separa dagli anni sessanta. Che sono ormai infinitamente lontani. C'è solo un punto, un passaggio, lieve, intangibile. Non misurabile. Nelle sue conseguenze. Noi, tutti noi, oggi, parliamo e sappiamo analizzare, perfettamente, i luoghi, i modi, i tempi dello sfruttamento, sappiamo descrivere, scrivere, dirne, parlarne. Sappiamo farne 'storia'. Nessuno di noi, nemmeno per un attimo, sa fare, sa fare sentire, vive, sa far vivere, fino in fondo, il sentimento della rivoluzione. Questo sentimento è semplice: è la certezza che ogni popolo può liberarsi da se stesso. Ed è la lotta che ne segue. Porta un nome: Ernesto 'Che' Guevara.

scritto da millepiani il 02:49 | Comments (0)

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27.06.04

Ombretta Colli Gaber (scik) in campagna

Nessun fatto personale. Come sempre. Ma....alla signora Ombretta Colli Gaberscik (vedova Gaber e presidente della provincia di Milano per 5 anni) auguriamo una vecchiaia in campagna. Contenta dei suoi cinque anni di buon governo, di un sms d'invito al voto e di nessun mms di scelta, è riuscita a perdere la presidenza della provincia milanese. E' tempo di pensioni. Anche per lei. In ogni caso, noi la ricordiamo così, come è a sinistra. O forse come lo era....

scritto da millepiani il 23:27 | Comments (0)

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25.06.04

Ombretta Colli, gli sms e le sporche imitazioni

Ombretta Colli sente il fiato dietro il collo, forse forse perde anche le elezioni della provincia di Milano. Ombretta Colli, che una volta, a sinistra - nel senso politico e delle fotografie che vedete-, si dilettava a cantare, oggi si diletta, a destra - nel senso politico e delle fotografie che vedete - a fare politica. Guarda che guarda non si sa mai, anche lei spedisce sms di invito al voto ai milanesi, al suo voto, quello per lei. E se avesse deciso di mandare un mms, in quale delle due si sarebbe trovata più simpatica, quella di sinistra o quella di destra? Come cantava qualcuno.."Io, se fossi Dio..." la manderei in campagna, dove non sto io.

scritto da millepiani il 19:25 | Comments (0)

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11.06.04

Berlinguer


Sono passati vent'anni. Noi ti ricordiamo così. Ciao Enrico.

scritto da millepiani il 21:55 | Comments (0)

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Figgicciotti inveterati

Su Macchianera si è scatenata la corsa alle dichiarazioni di voto. Non male di questi tempi, dove ognuno si rinchiude nelle proprie personali latrine elettorali o nei salottini telvisivi. L'ultimo in ordine di tempo è stato Zoro. Da buon ex figgicciotto fa dichiarazione di voto per Nicola Zingaretti, amico dei bei tempi andati, candidato quercesco oggi ed ex dirigente prima della FGCI romana e poi della Sinistra Giovanile nazionale. Anch'io sono stato figgicciotto e mi ricordo del congresso di Pesaro, quello del cambio del nome, per intenderci. Solo che io, a Pesaro, non ci volli andare come delegato, proprio per non emulare un bel niente di quello che facevano i grandi, tanto l'esito del congresso era deciso a tavolino. Ha ragione Zoro quando dice che vorrebbe vedere facce nuove a sinistra. Quelli dei dirigenti FGCI e poi della Sinistra Giovanile. "Nuovi di fuori e vecchi di dentro".

scritto da millepiani il 18:27 | Comments (0)

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Spiegateci - Sugli ostaggi italiani

Sugli ostaggi e la loro liberazione ho scritto, il 21 aprile, questo articolo. Che non ho pubblicato. Sono stato criticato per aver scritto prima degli eventi. Lo posto qui oggi. Giudicate voi.

Gli eroi, i vostri eroi, i poveri rapiti senza arte nè parte, per cui tutti noi abbiamo speso una parola, sono stati liberati. I vostri eroi, che ovviamente erano in gita premio in Iraq, forse pagata - senza farlo sapere a nessuno - da uno qualsiasi dei servizi segreti occidentali a svolgere ruolo di testimonianza e maritirio per la pace e la libertà, ovviamente con tanto di mitragliatori, computer e telefonini satellitari, sono tornati a casa. L'Italia non ha ceduto al
ricatto. La forza, la fermezza ha pagato. Perchè ripetere, ad esempio, come fanno o i comunisti o i cattolici di un dio minore, che il ministro degli esteri iraniano è stato ricevuto a Roma come un ambasciatore di pace dal nostro presidente del Consiglio? Perchè renderci ridicoli ricordando che lo stesso ministro era già venuto in febbraio a Roma - ricevuto solo dal ministro italiano suo omologo, di cui non ricordo il nome - e perchè pensare che certo non è di prassi, per un ministro degli esteri di un qualsiasi paese, far due viaggi in
due mesi nello stesso paese straniero? Perchè chiederci - insieme, nello stesso tempo- come mai l'Iran sia diventato improvvisamente paese da accogliere, con gli onori del caso, a Palazzo Chigi, mentre rimane, almeno ufficialmente, per gli USA, uno degli 'stati canaglia'? Perchè ricordare che Berlusconi ha promesso, per il prossimo anno, un viaggio in questo meraviglioso paese? Perchè scrivere tutto questo pubblicamente e rammentare che gli Stati Uniti, negli ultimi 20 giorni proprio sull'Iran stanno scommettendo come fattore regolatore sciita
della regione? Sarà mica la politica estera italiana condizionata dalle scelte degli USA? Roba da comunisti e frati minoriti...pacifisti....Mica la Curia romana dice mai queste sciocchezze, queste infamità. Mai dice cosa vuol dire, politicamente, un appello del Papa per la liberazione degli ostaggi italiani....nulla dice; solo la santa parola papale convince, cosi' credono molti pii
fedeli, i cattivi muslim a liberare gli ostaggi innocenti e testimoni di pace..e tanto basta alle belle coscienze..una parola papale....Perchè ripetere quello che ha detto Barbara Contini, governatore della provincia meridionale irachena di Dhi Qar, italiana, e cioè che l'Italia ha pagato un riscatto per la liberazione dei tre ostaggi? Perchè far credere che l'Italia e il suo governo, il Vaticano e la sua Curia, la Croce Rossa Italiana - con i suoi aiuti negli ultimi giorni 'dedicati' proprio alla popolazione della città dove si crede siano stati nascosti gli ostaggi - perchè far credere che tutti, senza distinzione di sorta, per interesse politico o umanitario, per calcolo volgare o vera vocazione umanitaria, tutti, senza alcuna
distinzione, hanno trattato dopo il primo morto?? Perchè dire tutto questo? Perchè? Perchè? Perchè la volgarità di ogni poltica senza principi, le cecità di fede, le dichiarazioni di potenza dei vassalli italiani della potenza americana siano spazzate via. Perchè la farsa di questi 'pseudo mercenari' venga finalmente chiarita e ci venga detto che cosa ci facevano questi 'poveri martiri ed eroi di pace' in un posto dove dovrebbero starci i sottoposti di Martino. Anzi, nemmeno loro. Dovrebbero starci gli iraqueni. Spiegateci, adesso, come, grazie
anche ai nostri consigli, riuscite pure a trattare. Spiegateci come avete trattato e cosa avete dato in cambio di questa liberazione. Lo dovete a noi che abbiamo sempre sostenuto la trattativa. Ve lo ricorderemo la prossima volta come e cosa avete promesso. Cosi', forse, riuscirete ad evitare quel morto che, oggi, come molte altre centinaia di morti occidentali e decine di migliaia di morti iraqueni, pesa sulla vostra coscienza di politici senza principi. Pesa sulla vostra coscienza di ipocriti. Pesa sulle vostre menzogne. Di cui, già domani, vi libererete. Sia delle menzogne che dei morti. Per ricominciare a dire che non trattate. E di nascosto dire, promettere e fare. Nemmeno i vostri, ma i comodi degli altri. E
salvare qualche vita, sotto elezioni. Intendiamoci, vite occiden