Sul rizoma di Millepiani 2.0, trovate una raccolta degli articoli pubblicati per il settantesimo anniversario della morte di Gramsci. I links fanno in ogni caso quasi tutti riferimento alle pagine della sezione filosofica di Millepiani.
Uno splendido articolo tratto da Repubblica di oggi.
Così i servizi di Praga spiavano Milan Kundera
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI
PRAGA - "Il soggetto si è allacciato una scarpa. Sinistra". Primo giugno 1974: una giornata di Milan Kundera. Autori: gli agenti segreti dell'Stb, i servizi speciali cecoslovacchi, pateticamente travestiti da compagni bulgari in gita a Praga. Foto rubate e strafalcioni grammaticali, tredici errori in sette righe di rapporto.
Dettagli grotteschi, se non rivelassero l'oppressivo volto paranoico del regime comunista. "Non possiamo dire se il soggetto si trovava all'interno del palazzo perché quando siamo riusciti a parcheggiare lui era già uscito". L'ottusità come arma del terrore. "Siccome il soggetto ha una macchina piccola, sorpassa il camion della spazzatura. Invece la grande Volga grigia degli organi, si incastra". Un mondo diviso tra "soggetto" e "organi", persone "a capo scoperto" e uomini "con il cappello": da una parte i cittadini, dall'altra le spie.
E' il ritratto mostruoso della "normalizzazione" seguita alla Primavera di Praga, quello che trapela dagli archivi segreti della polizia. Pubblici da un anno grazie al progetto "Passato aperto" del ministero degli Interni, ma ancora pressoché inaccessibili, migliaia di dossier vomitano sui cechi il veleno che ha distrutto le loro vite fino alla "Rivoluzione di velluto" del 1989. Nei resoconti e nelle immagini, inediti, la spietata conferma delle leggende esorcizzate in barzellette. Di uno scrittore come Kundera, fuggito a Parigi nel 1975, non basta demolire il pensiero. La nomenclatura del partito deve sapere innanzitutto che "ha ordinato un etto di insalata russa", che "non ha trovato posto nell'Osteria del Convento", che "alle 10.25 ha esclamato ciao Jurgen", o che la moglie acquista due salsicce "dal macellaio sulla Myslikova". "L'aneddoto storico - dice Jiri Pelan, ex dissidente, capo del dipartimento di letteratura dell'Università Carlo IV di Praga - trasfigurato in metafora esistenziale e infine in ideologica giustificazione".
Non è un caso che la "giornata di Milan Kundera" entri oggi nelle case dei suoi connazionali. E' il trentesimo anniversario di "Charta 77", il movimento di intellettuali che, perseguitati dopo l'invasione sovietica del 1968, non rinunciarono a chiedere il rispetto dei diritti umani all'interno del Patto di Varsavia.
Kundera, nei documenti segreti ritrovati, è un simbolo. Ma i protagonisti sono Havel, Werich, Pelikan, Kohout, Galuska, la cinquantina di artisti dissidenti che terrorizza il regime solo alzando una "Pilsner".
Festeggiano insieme il Natale, come il 24 dicembre 1974, sono un gruppo. "Compivano gesti autentici - dice il politologo Vaclav Belohradsky - dunque sospetti perché incontrollabili dalle autorità". Nessuno si stupisce. Ma l'anno dei pedinamenti venuti ora alla luce, è speciale. Kundera ha appena terminato La vita è altrove. E' disoccupato, è stato espulso dal partito, ritirate le sue opere. Gli amori ridicoli e Lo scherzo, in cui racconta del comunista a cui il partito distrugge la vita per niente, sono ridotti a samizdat clandestini.
I servizi segreti sanno che si prepara ad emigrare in Occidente. Da Mosca giungono irritati segnali di allarme. "Il Cremlino capiva che il dissenso cecoslovacco - dice Pavel Zacek, nuovo responsabile degli archivi di Stato - era più pericoloso di quello polacco, o ungherese. Dubcek era di nuovo in carcere. E' probabile che qualche ufficiale avesse l'ordine di recuperare Kundera e Havel, magari di corromperli. I controlli diventarono asfissianti". Negli scantinati dell'ex Stb, montagne di scatoloni ancora da catalogare. Da quelli aperti emerge però distintamente l'inaccettabilità politica di una vita normale. Il "rapporto numero 23" dell'agente Blazek descrive ad esempio la visita di Kundera al drammaturgo Jan Werich, sull'isola di Kampa, sotto Mala Strana. Il nome in codice dello scrittore è "Elitar I".
Orari, abbigliamento, incontri, percorsi, menù delle taverne, sensi unici, la poca merce acquistabile nei negozi. Più che denunce confidenziali, uno straordinario spaccato della realtà impietosa all'epoca del socialismo reale. "Ore 13.04: il soggetto entra nell'enoteca Viola. Ma il vino è finito. Il soggetto esce sorridente, a braccetto con la moglie". "La polizia - spiega lo storico Dan Hruby - era ignorante, ma non stupida. Negli interrogatori, citare dettagli insignificanti serviva a destare il terrore".
Kundera, convocato in commissariato il 12 agosto del 1974, si sente porre una sola domanda dall'agente Platenik: "Perché alle 9.27 del primo giugno ha scartato una caramella alla ciliegia sotto il terzo castagno del secondo cortile interno del Clementinum?". Il messaggio è di drammatica violenza. "Da quel momento la tua vita - dice Jan Keller, sociologo dell'università di Brno - era finita. Nemmeno un gesto, un desiderio intimo, ti sarebbero più appartenuti. Tutto era oscenamente pubblico: l'occhio vicino e penetrante della morte ti avrebbe tenuto in ostaggio". Come nel rapporto segreto sul Natale da Werich, nome in codice "Linea II".
Gli agenti Sebela e Spurny sono appostati sotto il palazzo Lichtenstein, di fronte alla casa del regista. Sei ore sotto la neve per fotografare "la faccia e il profilo dei soggetti che partecipano al folklore praghese". Uno scandalo, da riprendere "azionando il flash da sotto la pelliccia marrone". Notazioni noiose, lette oggi. Ma è l'ultimo Natale di Kundera a Praga. I messaggi stropicciati dei servizi segreti annotano che sua moglie, Vera Hrabankova, brinda rivelando "calze grige, rotte sul calcagno". Una sentenza cifrata. "Significa che sono annientati - spiega il professor Pelan - che non possono più restare dove sono nati".
Immagini e relazioni celano molto più di attimi ordinari rubati al dissenso. Fissano espressioni stanche e sorrisi umiliati, lo sguardo in allarme di chi si sente braccato.
"Sapevano di essere pedinati e spiati anche in bagno - dice lo storico Peter Vlac - . La condanna della dittatura, dopo gli omicidi degli anni Cinquanta, consisteva nella semplice comunicazione di tale controllo. Traditi da vicini e famigliari, si veniva isolati".
E' il destino di Kundera, frantumato nei personaggi ridicoli e tragici dei suoi romanzi. Il partito, davanti all'ex poeta comunista che da ragazzo glorificava i tempi nuovi degli operai e delle fabbriche, sbanda. La censura inorridisce, scorrendo le pagine nuove che parlano di amore, di sesso, di uomini e di donne, di sentimenti e dell'esistenza insensata perché irripetibile. Nel 1974 basta la frase sgangherata dell'agente Bocek ("Il soggetto andrebbe uscito con Jirka", nome in codice del professore ceco-americano George Gibian), per farlo definire "persona non gradita". Nel 1978 è sufficiente la stesura in francese di Il libro del riso e dell'oblìo per togliergli la cittadinanza cecoslovacca.
Trent'anni dopo, a Praga, ci si chiede però se la maledizione sia davvero finita. E Kundera diventa un caso. Anche dopo la caduta del Muro, non ha più fatto ritorno in patria. Gli ultimi romanzi, per sua volontà, non sono tradotti in ceco. Versioni-pirata circolano su Internet, di nuovo clandestine. Adorato dal popolo, "Elitar I" rimane un estraneo per le élite, malsopportato dai letterati.
Il Paese resta prigioniero dei dossier usati per distruggere vite e carriere. Il collaborazionismo della Chiesa, il tradimento di miti come il cantautore Jaromir Nohawica, il mesto sgocciolìo di nomi creduti bandiere del dissenso, ora annegati nell'oceano dei venduti, confonde vittime e carnefici. Tutti colpevoli, si chiedono i giornali, dunque collettivamente innocenti? Eroe è chi denunciò con l'esilio, morendo di nostalgia, o chi testimoniò con la resistenza, consumandosi in prigione?
Dagli archivi comunisti emergono pistole, o richieste di perdono?
I sotterranei delle spie oggi segnalano Kundera tra gli oppositori che avrebbero dato vita a "Charta 77": ricordano però che lui "ha scelto di andarsene prima, per mietere la riconoscenza dell'Occidente". Le ultime due foto lo ritraggono in una strizzata giacchetta nera, lisi pantaloni a zampa, in un verduraio vuoto di Praga; e tre mesi dopo in elegante doppiopetto blu in una "gastronomia di Montparnasse che scoppia di caprini, ostriche e champagne". "Onore a chi paga la speranza con l'addio", risponde l'autore de L'insostenibile leggerezza dell'essere. Ma per i cechi, dice lo scrittore Michal Viwegh, "è l'estrema beffa, questa sì kunderiana, orchestrata da chi a Praga ritiene di aver scontato la pena. Il mostro, dopo la plastica facciale, rialza la testa: e brandisce i fidati artigli del passato che ritorna ad aspettarci".
Tag: Cecoslovacchia (in millepiani: 1) · Kundera (in millepiani: 1) · servizi segreti (in millepiani: 1)
Negli archivi di famiglia viene conservata una fotografia di Piazzale Loreto.
È una fotografia, in presa diretta, che viene dalla 'collezione' di mio nonno Emilio.
Ci sono 'due corpi' che pendono da due corde, in secondo piano, quasi fossero lo sfondo della fotografia. Due corpi a testa in giù.
Ed un 'militare' con un moschetto in spalla. In primo piano.
Un 'militare', un qualcuno vestito da militare con un moschetto in mano che aveva meno dell'età che ho io mentre scrivo queste righe, ha i capelli neri tirati indietro, le sopracciglia nere rotonde, delle labbra regolari, una fronte alta, e guarda solo la camera, senza nessun gesto di piacere o soddisfazione. È un giovane, molto giovane, snello, con i baffi sottili, che guarda la macchina fotografica e nulla più; come potesse essere in qualunque posto altrove, mentre invece è lì, che 'fa la guardia' a due morti, come se si riuscisse a freddare, d'improvviso, il tempo, ad assassinarlo, a fermarlo, ad immobilizzarlo in un immagine: un giovane italiano, con il moschetto, che fa la guardia al corpo di 'due morti'. E guarda l'obiettivo della 'camera'.
Che guarda la 'camera'?
A mio nonno, nel tempo della 'guerra', era morto un altro fratello - anzi: a sua madre era morto un altro figlio, in guerra -, mentre lui aveva avuto il suo primo figlio - mio padre - in Jugoslavia, dove era funzionario civile dell'Arsenale. E dove era riuscito a salvarsi dalla 'furia' dei partigiani comunisti, solo perchè i partigiani jugoslavi comunisti, la notte prima, lo avevano avvertito, in fretta e furia, di alzare il culo, lui, sua moglie e il suo infante e cambiare aria. Il racconto della notte della fuga che mio nonno mi ha fatto, è stato molto semplice: "Sono venute le donne di alcuni amici nostri jugoslavi, che noi avevamo aiutato, e hanno detto a tua nonna e a me che dovevamo andare via subito, immediatamente. Hanno detto che avrebbero ammazzato tutti i fascisti. E che noi dovevamo scappare subito. Noi non eravamo fascisti, ma erano gli italiani che erano fascisti. Noi eravamo italiani, eravamo fascisti. Io fascista mai sono stato. E quindi sono scappato con Irene e tuo padre".
Bene, mio nonno ha riportato a Messina, con una pausa a Perugia, sua moglie e suo figlio. Dalla Jugoslavia li ha riportati a Messina - via terra -. Era l'inizio dell'autunno del 1943. E poi è risalito, inspiegabilmente, verso nord, sparendo la bellezza di 18 mesi.
Nessuno sa dove sia stato.
Io sì.
Quando mio padre mi ha portato le fotocopie della tesi di suo zio, di Luigi 'Gino' Raimondi, oltre al suo libretto universitario e alla sua pagella del 'Maurolico', e che avevo in mano prima di andare a chiedere all'unica, diretta 'sopravvissuta' di quel tempo, quando mio padre mi ha portato la sua tesi, io ho capito perchè, come mi aveva detto mio nonno, gli operai avevano portato a spalla, festeggiandolo, suo fratello. Lungamente mio nonno mi aveva parlato di suo fratello.
Fino a quando lui non morì senza che nessuno abbia avuto la forza di dirmi che era morto chi portava il mio nome, seppelendolo senza la mia presenza, mio nonno non solo mi aveva parlato di suo fratello, nel silenzio più assurdo che c'è fra un nonno e suo nipote, ma, di più, mi aveva sempre chiesto, alla sua maniera, di me e della politica. Senza dire mai nulla o giudicare.
Era come se avesse accesso ad un'altra dimensione dal presente, come se il presente lui riuscisse a leggere a partire da un luogo assolutamente inespugnabile.
Quando mio padre mi ha portato le fotocopie di una vita finita, e di cui sapevo, la prima voglia, o forza, che ho avuto è stata quella di renderla comune con l'unica sopravvissuta.
***
Bisognerebbe interrogare i sopravvissuti con più 'gentilezza' di quella che posso avere io.
Solo che a me avevano già detto.
***
Tra il '22 e il '24-'25 Luigi 'Gino' Raimondi aveva scelto di scrivere contro il fascismo. La 'Sera' era diventata la testata di opposizione al fascismo a Messina. Questo significava tre e quattro volte l'irruzione della polizia in tipografia, e che quello che faceva era condiviso da pochi, sempre di meno. La morte che è sopraggiunta, forse liberatrice per molti, per molte, non aveva fatto niente d'altro che segnare, con una linea definitiva, l'alterità al suo tempo, senza che lui lo volesse.
La morte è strana: a volte, da un lato, segna una distanza e un'alterità definitiva, conosciuta e irreversibile rispetto il tempo che si abita, dall'altro è una tragedia per quelli che vivono semplicemente, senza urgenze, il tempo che attraversano.
Tutta l'urgenza e tutta la necessità della parola pubblica che ha abitato Luigi 'Gino' Raimondi è passata in una maniera strana e traversa. A me.
"In vista della soluzione della Questione Romana, la Santa Sede acconsenti' in Italia allo scioglimento del Partito Popolare Italiano, dispose l'esilio di Don Luigi Sturzo, e approvo' la soppressione del regime delle liberta', ritenendo fosse sommamente utile poter incassare lo scioglimento della Massoneria. Nella Germania Nazista, la Santa Sede per poter concludere, dopo quelli con numerosi Laender, un concordato generale con il Governo del Reich, ordino' ai cattolici attraverso i vescovi tedeschi e per istruzioni trasmesse dal Nunzio Apostolico a Berlino Mons. Eugenio Pacelli, di sciogliere il glorioso partito del Centro Cattolici che pur aveva difeso la liberta' e la stessa Chiesa contro il Kulturkampf , esiliando a Roma il suo presidente Mons. Haas. E durante la Seconda Guerra Mondiale, per timore che aperte denunzie potessero causare persecuzioni alla Chiesa Cattolica, la Santa Sede e la maggioranza dei vescovi tedeschi, luminose eccezioni i grandi vescovi Von Galen, oggi proclamato Beato, e Von Preysing, tacquero' sulla persecuzione in atto contro ebrei, rom e disabili, nonostante lo straziante appello al Papa di Suor Teresa Benedetta della Croce, ebrea della Slesia, monaca di clausura, al secolo Edith Stein, poi uccisa ad Auschwietz-Birken dagli aguzzini nazisti e poi, perche' Dio e' grande e non paga il sabato! infine proclamata Santa da Papa Giovanni Paolo II, la cui vocazione si deve forse alla morte di un suo amico sacerdote e parroco, fucilato dalla SS germaniche o francesi o olandesi, non so bene, perche' scoperto a dare rifugio a ebrei nella sua canonica. E il Papa la proclamo' Santa chiamandola con frasi da brivido: 'Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, ebrea, cristiana, tedesca, filosofa, monaca carmelitana, martire e santa!'".
Firmato: Francesco Cossiga.
Sul Corriere della Sera di oggi.



p.s. io lo so che sono passati undici anni da quel giorno. Per me sono sempre dieci. Anche quando erano uno o due, o tre, erano dieci. La prima cosa che ho scritto in pubblico è stata sul puzzo di morte, di bruciato, che c'era a Venezia il giorno dopo. Erano già passati dieci anni.
In fondo, ogni volta che ascolto uno straccio di musica, non mi dimentico di essere stato lì, quando abbiamo sentito il suono del teatro che cadeva 'dentro di sè'.
È l'unico suono che ricordo distintamente, perfettamente, in qualsiasi luogo.
Mentre mio padre si era limitato alla ricostruzione dell'albero genealogico della mia famiglia sino agli inizi del '900, io avevo un 'tesoro' nelle mani. Sapevo tutto di tutti, senza sapere nulla. Si trattava, indiscutibilmente, della linea 'maschile', quella che determina il cognome che portiamo. Ero in una posizione stranissima: mentre per la linea maschile avevo fatto tutte le possibili ricerche d'archivio, la linea femminile della mia famiglia mi sfuggiva poichè essa variava e si spostava dal lato della Sicilia del sud, Pachino e Scicli, ma di quella linea sapevo quasi tutto. Sulla linea femminile di una possibile riscostruzione familiare le discussioni sono infinite. Mettiamola così: dovevo interrogare i viventi, ricordando i conosciuti, anzi: 'le' conosciute.
Ricordo ancora, perfettamente, l'ultima volta che ho visto la zia, l'ultima sopravvissuta della famiglia di mio padre - del mio cognome - quando le ho fatto vedere la line diretta di ricostruzione. Era la sorella di mio nonno. E mi ricordo il suo totale disinteresse rispetto il passato che non conosceva - che faceva finta di non ricordare. Mi ricordo anche la sua resistenza di fronte le mie domande che toccavano i suoi fratelli, in particolare uno.
Non sono una persona piacevole in generale nella discussione - attacco-, lo sono ancora di meno quando so cosa chiedo e vedo che non mi si risponde, non si risponde alle domande precise che faccio e le cui risposte so che l'interlocutore, l'interlocutrice, sa e che non mi vuole dire.
Diciamo che la discussione con la mia bis-zia ha oscillato tra un'amabile rispetto per la sua anzianità e un'irritazione profonda, la sua e la mia.
La cosa fondamentale che le sfuggiva era che suo fratello - mio nonno - prima di morire, io da solo davanti a lui, io che portavo il suo nome e il suo cognome, mi aveva già detto tutto. Ed io sapevo già tutto, salvo la sua versione, la versione della zia di mio padre, la mia bis-zia, che pretendeva di detenere tutti i segreti della famiglia, sottovalutando l'amore e la confidenza tra un nonno e suo nipote, che si chiamavano entrambi con lo stesso nome e cognome, presi, da soli, in una stanza, in una cucina, a parlare. Sottovalutando tutto, ed eludendo.
Ora: io ho parlato con due bis-nonne, due bis-zie, due nonni e due nonne, oltre a tutte le nonne e a tutti i nonni, alle bis-zie dei miei cugini. E direi, semplicemente, che una certa abitudine a rapportarmi con le memorie degli anziani l'ho maturata. Abitudine, in questo caso, significa che di fronte le menzogne dei vecchi - ne dicono molte - sono abbastanza preparato nel decostuirle.
Che cosa voleva nascondere la mia bis-zia?
Voleva nascondere che suo fratello, dopo avere avuto una figlia con sua moglie, l'aveva lasciata.
E che stava con 'altre'. Mio nonno mi ha raccontato, senza che io glielo chiedessi, tutta questa storia. (comincio forse ora a capire perchè).
Luigi 'Gino' Raimondi è stato uno dei più importanti giornalisti a Messina all'inizio degli anni venti. Redattore Capo (cioè 'direttore') de la 'Sera', ha scritto tra il '22 e il '24 tra gli articoli più feroci e chiari rispetto il fascismo montante. Amico di Colonna di Cesarò, è morto per una lesione all'aorta, patologia molto conosciuta tra i tipografi, essendo legata all'aspirazione continuativa del piombo che veniva fuso per 'battere' il menabò che serviva per stampare i giornali.
Sono il nipote più vecchio, una sorta di occhio che ha vagato per anni nel cuore della famiglia, accumulando, incosapevole io e chi si esponeva al mio occhio, immagini e figure, parole e qualche fuga inutile, inconsapevole io dei paraggi della memoria della mia famiglia e loro, soprattuto, quasi tutti morti, di quello che stavano facendo.
Mi si rimprovera spesso, a bocca aperta e increeduli, di ricordare cose assurde, assolute ed inutili. Non me ne fregio, nè mi fa piacere, lo dico una volta per tutte: il gioco era avere un'esatta memoria fonica delle parole pronunciate. Averne una assoluta capacita ricostruttiva, ricordare esattamente quando, dove e come si siano dette 'alcune' cose non è la migliore maniera di vivere. Di vivere insieme agli altri, alle altre. La memoria impone fatica.
La prima volta che ho letto Natalia Ginzburg ho avuto un rigetto profondo della sua scrittura, che mi ha impedito di leggerla per circa quindici anni. Chi, per abitudine o condanna, ha cominciato a leggere da giovanissimo, da giovanissima, ha maturato questa sindrome di rifiuto assoluto per le scritture che parlano di lui stesso.
Non si può leggere niente e nessuno che scriva di quello che tu sei e che sai. È una certa, sana abitudine a rifiutare quello che conosci, amando quello che non conosci, che non sei. Non si può leggere niente e nessuno che scriva di quello che tu sei e che sai, salvo non sia tu.
La prima volta che ho capito che il 'registro familiare' fa 'letteratura', il primo sentimento è stato quello di odio e di rifiuto. Non solo, mi dicevo, io ne posso parlare nella 'memoria', ma ne posso parlare, davvero, con la memoria dei documenti.
In questo senso, sono uno dei più grandi specialisti dell'amore per gli archivi biografici (potrei citare decine di autori che ho letto, e potrei parlare, come mi hanno insegnato, anche di quelli che non conosco).
Avevo sperato, quando ero giovane - è una battuta che sa di sapore antico, ma io la colloco: quando avevo ventieunanno - avevo sperato, e mi ero speso perchè la mia parola fosse quella 'familiare'. Direi che, tecnicamente, sono uno dei maggiori conoscitori italiani dei criteri di definizione araldica delle famiglie. Per quelli messinesi senza nessun dubbio.
Direi così, salvo smentite: sono uno degli ultimi ad avere consultato di persona gli archivi messinesi depositati all'Archivio di Stato che era in via XXIV Maggio. Mettiamola così: ho consultato i registi precedenti al terremoto, quelli originali, quelli sino al 1770.
Non solo quelli che attenevano alla mia famiglia, ma tutti (essendo i registri non legati a nessuna affermazione sociale e a nessuna esclusione sociale successiva, ma, allora, consultabili da chiunque, me compreso).
Nello stesso tempo, sono stato uno degli ultimi a consultare, direttamente, personalmente, gli archivi conservati negli scantinati del Comune di Messina. Ho aperto, a 21 anni (oggi ne ho 35), i grandi registri - riscritti a mano - che ricostruivano le linee di sviluppo delle famiglie messinesi. Io sono sceso, mentre voi facevate il vostro percorso politico, a rileggere, pagina dopo pagina, quegli archivi. Io li conosco, per com'erano organizzati quando voi pensavate al vostro presente.
Voi non c'eravate.
Per fare cosa? Per fare cosa ho fatto due cose che nessuno di coloro i quali vogliono rilanciare i 100 dal terremoto avevano fatto prima?
(per essere chiari: voi non sapete nè dove sono i registri che ricostruiscono quello che è successo dopo il 1908, nè sapete, tecnicamente, dove siano i registri, prima napoleonici e poi istituzionali, attraverso cui ricostruire anche solo la storia della vostra famiglia - voi non li avete mai visti, io sì).
Per fare cosa? La memoria si ama, come l'identità, prima di ogni anniversario. E si ama follelmente.
***
Voi potete fare tutti gli incontri possibili tra gli storici e l'amminastrazione. Voi potrete fare ancora tutti gli incontri possibili tra l'amministrazione e i 'filosofi'.
Voi potrete fare tutto quello che non avete fatto prima, per mancanza, assenza, stanchezza, disinteresse, perchè la politica vive dei suoi tempi.
L'unica cosa che non potrete fare è quella di farmi dimenticare la prima volta che ho avuto fra le mani uno dei registri del governo napoleonico.
O quando, da solo, sono entrato nel 'mio' Teatro Vittorio Emanuele.
Infatti, in fondo, io non cercavo, e non ho mai cercato, da dove veniva la mia famiglia.
Io volevo, con tutte le mie forze, riuscire ad amare la città dove sono nato.
Senza di voi.
407 anni fa moriva bruciato dalla Chiesa cattolica Giordano Bruno. Come hanno scritto gli studenti del Liceo classico "Manno" di Alghero nella necrologia pubblicata oggi su Repubblica, "vero filosofo, profeta dell'infinito, martire della libertà di pensiero".
"Sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e poi, il mattino dopo, recarsi come niente fosse al proprio lavoro ad Auschwitz".
G. Steiner
Technorati : Ryszard Kapuscinski, giornalismo
Noi non abbiamo niente a che fare con il Cile.
La mia generazione, e la mia età, non avrebbe nulla da domandare al Cile, ad Allende, al golpe di Pinochet.
Noi siamo altro, stiamo costruendo, con fatica, difficoltà, ma con lucidità, quello che ci attiene, quello che attiene al nostro tempo, rivendicando dove sta il silenzio, la parola e la forza che ci riguarda, dove sta la diversità di fronte il suo presente, dove il silenzio domina, e l'afasia, la necessità, e la capacità di dire altro.
Noi stiamo altrove.
Noi portiamo con noi la memoria delle immagini.
Il Cile, per noi, è la testa spappolata di Salvador Allende; vederlo uscire dalla Moneda con il mitra in mano.
Noi non abbiamo paura di questa memoria, quella delle immagini, dove più forte si mostra, in maniera intensa, l'intreccio tra la memoria e la storia, tra ciò che ricordiamo e ciò che le immagini ricordano. Noi non abbiamo paura delle immagini della storia, dei corpi, della nostra flessione e della nostra debolezza, del nostro amore, di fronte questa storia e questo racconto.
Noi, oggi, non cantiamo nessuna canzone.
Noi non abbiamo bisogno della memoria delle canzoni perchè ci si ricordi della storia; noi stiamo tra il ricordo ed il perdono.
Noi stiamo in quella flebile terra che sa e sa distinguere la condanna e il rifiuto del Cile di Pinochet dal Cile di oggi.
Noi stiamo, e stiamo costruendo, questa terra di nessuno, quella in cui la violenza di una dittatura lascia il posto, finalmente, lo spazio per il tempo del Cile di oggi.
E mentre il ricordo ci 'ritorna', il perdono ci viene difficile. Anche a noi, europei.
Perdono e ricordo, insieme, sono il nostro luogo: il nostro 'Cile'.
In nessun senso la memoria della storia e di ciò che è accaduto è 'un perdono'. Noi sappiamo distinguere 'memoria e storia, ricordo e perdono'.
Il Cile vive, finalmente, da sè.
In tutti i sensi, quello della memoria della storia e quello del ricordo dei fatti dell'Estadio National del Chile, in tutti i sensi, i fatti del Chile non ci toccano, noi che non li conosciamo.
Ma, poichè noi siamo italiani, ed abbiamo imparato ad amare il Cile ed i cileni, da prima di esser nati, ed abbiamo imparato a pensare il Cile ed i cileni come uno dei luoghi politici decisivi, noi non ricordiamo e non festeggiamo Pinochet e la sua morte.
Ma, finalmente, la libertà dei cileni, che hanno memoria e sanno ricostruire la storia della dittatura che li ha segnati, che perdonano nell'oblio della storia, e ricorderanno, per sempre, la loro forza, quella che gli ha permesso di essere, oggi, come sono, finalmente, questo sì, noi festeggiamo.
E tanto forte è questa festa, tanto forte l'attenzione, lpamore, per il Cile e i cileni che ci stanno intorno.
Noi, alcuni di noi, davvero, non hanno smesso di essere in Cile, in quello stadio, nè dimenticano.
L'11 settembre 1973 Victor Jara fu arrestato dai militari fascisti di Pinochet e imprigionato nel famigerato Estadio Nacional de Chile (detto semplicemente "Estadio Chile").
Vi rimase per sedici giorni, durante i quali, con mezzi di fortuna, continuò a comporre canzoni e poesie.
Quattro giorni dopo, gli furono prima spezzate le mani in mezzo alle grida di scherno dei militari ("Su, cantaci una canzoncina ora!"), poi gli furono tagliate. Fu poi ucciso.
Gli fu trovata in tasca questa canzone.
Somos cinco mil aquí
en esta pequeña parte la ciudad.
Somos cinco mil.
¿Cuántos somos en total
en las ciudades y en todo el país?
Sólo aquí,
diez mil manos que siembran
y hacen andar las fábricas.
Cuánta humanidad
con hambre, frío, pánico, dolor,
presión moral, terror y locura.
Seis de los nuestros se perdieron
en el espacio de las estrellas.
Uno muerto, un golpeado como jamás creí
se podría golpear a un ser humano.
Los otros cuatro quisieron quitarse
todos los temores,
uno saltando al vacío,
otro golpeándose la cabeza contra un muro
pero todos con la mirada fija en la muerte.
¡Qué espanto produce el rostro del fascismo!
Llevan a cabo sus planes con precisión artera
sin importarles nada.
La sangre para ellos son medallas.
La matanza es un acto de heroísmo.
¿Es este el mundo que creaste, Dios mío?
¿Para esto tus siete días de asombro y de trabajo?
En estas cuatro murallas sólo existe un número
que no progresa.
Que lentamente querrá más la muerte.
Pero de pronto me golpea la consciencia
y veo esta marea sin latido
y veo el pulso de las máquinas
y los militares mostrando su rostro de matrona
llena de dulzura.
¿Y México, Cuba y el mundo?
¡Qué griten esta ignominia!
Somos diez mil manos
menos que no producen.
¿Cuántos somos en toda la patria?
La sangre del compañero Presidente
golpea más fuerte que bombas y metrallas.
Así golpeará nuestro puño nuevamente.
Canto, qué mal me sabes
cuando tengo que cantar espanto.
Espanto como el que vivo
como el que muero, espanto.
De verme entre tantos y tantos
momentos de infinito
en que el silencio y el grito
son las metas de este canto.
Lo que veo nunca vi.
Lo que he sentido y lo que siento
harán brotar el momento...
Due anni fa, e più. Vale.
La penso ancor di più così.
***
(tra parentesi il testo originale, in maiuscolo la 'revisione' - da leggere stampata, da ascoltare con le altre 'parole', con le revisioni)
(Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.)
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
CERTO una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una VECCHIA ESPERIENZA.
(Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.)
Non elogiate il SILENZIO
che è sempre più NOSTRO
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia deL FUTURO.
Giro giro tondo cambia il mondo.
(Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.)
Non insegnate ai bambini
non RIPETETE BATTAGLIE PASSATE
non gli riempite il futuro
di vecchiE PAROLE
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla Vostra SCONFITTA.
(Non esaltate il talento che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro, alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno
di un'antica speranza.)
Non esaltate il talento CHE ABBIAMO ORMAI spento
non li avviate al bel GESTO, al TIMORE, AL SILENZIO
ma se proprio SAPETE
raccontategli LA FORZA
di un'antica speranza.
(Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore, il resto è niente.)
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi LA FINE e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore, il resto è IL NOSTRO niente.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Le parole incrociate
[Roversi-Dalla]
Pensando a quello che accade in 'Italia', una parte della 'patria' che non ho; a Renzo, che mi ha fatto conoscere questo 'testo'.
["Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende."]
Chi era Bava il beccaio? Bombardava Milano;
correva il Novantotto, oggi è un anno lontano.
I cavalli alla Scala, gli alpini in piazza Dom.
Attenzione:
cavalleria piemontese, gli alpini di Val di Non.
Chi era Humbert le Roi? Comandava da Roma;
folgore della guerra, con al vento la chioma.
La fanteria stava a Mantova, i bersaglieri sul Po.
Attenzione:
fanteria calabrese, i bersaglieri di Rho.
E chi era Nicotera, ministro dell'interno?
Sole di sette croci e fuoco dell'inferno.
All'Opera il Barbiere, cannoni a Margellina.
Attenzione:
spari capestri e mazze da sera a la mattina.
Di pietra non è l'uomo
l'uomo non è un limone
e se non è di pietra
non è carne per un cannone.
Cavallo di re
la figlia di un re
l'ombra di un re
e la voglia di un re.
Soltanto chi è re
può contrastare un re.
Il gioco dei potenti
è di cambiare se vogliono
anche la corsa dei venti.
E i limoni a Palermo? Pendevano dai rami,
coprendo d'ombra il sangue di poveri cristiani.
Chi era Pinna? Un questore, a Garibaldi amico.
Attenzione:
fucilazioni in massa, dentro al castello antico.
E la tassa sul grano? Tutta l'Emilia rossa
s'incendia di furore, brucia nella sommossa.
Stato d'assedio, spari, la truppa bivacca.
Attenzione:
lento scorreva il fiume da Cremona a Ferrara.
Che nome aveva l'acqua trasformata in pantano?
Macello a sangue caldo di popolo italiano.
Un'intera brigata decimata sul posto.
Attenzione:
i soldati legati agli alberi, agli alberi del bosco.
L'uomo non è di pietra
l'uomo non è un limone
poichè non è di pietra
neppure è carne da cannone.
Quando la vecchia
carne voleva
il macellaio
fu presto impiccato;
e un re da cavallo
è anche sbalzato
e in mezzo al salnitro
precipitato,
come al tempo
del grande furore
quando il vecchio imperatore
a morte condannava
chi faceva l'amore.
Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.
a Silja
Non amo Parigi. Come se fosse, tra le amicizie, la più cocente delusione.
Penso di conoscerla bene.
Parigi la si conosce, però, nella persistenza sia dell'odio che dell'amore.
L'amicizia non le attiene.
Mentre l'amicizia domanda un tempo dilatato, esposto, Parigi domanda una presenza marcante, incessante. Senza scarti.
Traversare le vie di Parigi, per chi la lascia, per chi sa di lasciarla per sempre, toglie la parola.
Ho abitato due mesi a Parigi, accompagnato, mano nella mano, da parigini. Ed in campagna.
E di notte. Solo per me.
Il giorno dopo il mio compleanno, qualche anno fa, ho assistito, per caso, alla chiusua della sede storica della 'Biblioteca Nazionale'.
Sì, quella che Benjamin ha descritto così bene, quella dove lavorava Georges Bataille.
E non saprei cosa aggiungere alle parole di Sebald sulla nuova 'BNF'.
Non amo, per nulla, vagare per le strade di Parigi, se non in periferia.
Odio la sua 'Metro' e la sua 'RER', che mi sembrano la provincia dell'umanità di fronte Mosca; mi fa vomitare attraversare i 'passages' che conosciamo per 'iscritto'.
Il 'College de France' non lo conosco, conosco i cimiteri, per gesto turistico, le Università quasi tutte, per professione.
Potrei fare una mappa delle 'boites', dei locali notturni, di ogni livello. Quelli d'allora: senza vita.
Quando ho abitato al 20esimo, per un mese, ho capito da dovevo guardare Parigi.
L'amicizia con le città non si misura attraverso la loro bellezza.
Sono tornato a Parigi: era bello l'hotel dove stavo. Era mia quella stanza, ed anche 'Parigi'.
"Ero con te, amore mio".
Qualche giorno fa ci pensavo; oggi, per caso, l'ho trovato.
Bottone verde, prego!
e:- Hai voluto lasciare il 'segno'
g: - sei il solito cretino
e-: lo sai che ti ascolto da prima che tu morissi
g:- dovresti sapere che chi 'registra' non muore, prima di dire queste sciocchezze...
e:- al contrario: dovresti sapere perfettamente che ogni registrazione ti uccide
g:- a volte mi domando come tu continui ad ascoltare 'musica classica'. Ma come, se tu stesso hai continuato a ripetermi che la registrazione, ben interpretata, era l'unica salvezza della musica che chiamiamo 'classica'?
e:- io parlavo di Nono, e tu lo sai bene...io parlavo della libertà che i suoi ultimi spartiti davano all'esecutore come all'ascoltatore..
g: - siete sempre gli stessi...
e: - continui a spostare la discussione: mi devi spiegare la differenza che c'è tra la versione del '55 e quella dell''81.
g:- e il premio, il premio quale sarebbe...??
e: - il premio sarebbe che sapremmo cosa portarci dietro
g: - sarebbe come chiedermi di scegliere...
e: - sarebbe come dire, finalmente, perchè prima acceleravi i 'tempi' e, poi, hai deciso di lasciare il segno, di fermarti...
g- : lo vedi, lo vedi come continui a vederlo dentro l'orecchio dell'ascoltatore di musica classica..?
e-: e cioè?
g:- mentre voi continuate a raccogliere le versioni registrate di quello che tutti gli esecutori hanno registrato, gli esecutori come me si prendono gioco della vostra pazzia..
e: -se io raccolgo, lo faccio per conservare la memoria di quello che hai attraversato anche tu...e comunque....sai perfettamente che le tue due registrazioni, in particolare la seconda, non sono state niente altro che il tentativo di dimostrare che tu te ne fottevi delle regole...lo sai bene di averlo fatto apposta...
g: -tu non raccogli per conservare, tu raccogli per dire di conservare una memoria che io ho cercato di devastare. Ti ricordi quando avevo cercato di farti leggere quel testo sul nipote di quel filosofo, e che parlava anche di me...? no, scusami, era il 'Soccombente'...
e: -mi ricordo di averlo regalato..
g-: tu credi che quel testo potesse essere scritto senza la mia collaborazione...?
e: -ma certamente sì, tanto che tu morirai ben prima della sua pubblicazione.....
g: -mentre voi continuate a raccogliere tutte le registrazioni possibili, io avevo letto quel testo...e quel testo sapeva parlare della musica..lo avevo letto prima di decidere di eseguire le 'Goldberg' nella maniera che mi ha reso definitivamente famoso...anche io lo avevo in testa..quel testo maledetto..
e-: Bernhard, volutamente, non ti aveva voluto chiamare...lo sai bene che aveva studiato musica prima di cominciare a scrivere...
g: -Lo sai che, poi, alla fine, ci siamo incontrati...?
e: - ???
g:- non personalmente. ho pensato a lui prima di decidere l'incisione della versione dell'81. Mentre tutti credono che la mia versione dell'81 delle 'Variazioni' sia precedente alla scrittura di Bernhard, come è vero, è stato solo grazie alla continua lettura che io facevo dei suoi testi, ed in particolare di quel testo che non era stato ancora scritto, che ho potuto pensare quel rallentamento...
e: - tu lo sai quello che si scrive su quel testo?
g: -eh! ho smesso di occuparmi di critica...
e: -si dice che tu fossi il rappresentante della 'perfezione'...e che tu avessi contribuito alla devestazione del narratore. Se non ci credi, ti leggo: "Del resto tutti i tre personaggi del romanzo hanno accettato la scommessa romantica sull'arte: la sua esigenza di assolutezza si rivela distruttiva per tutti i tre. Glenn Gould appare vittima di un bisogno di perfezione quasi disumana mentre sia Wertheimer che il narratore appaiono transfughi decaduti di una borghesia che porta in se stessa i germi della sua disgregazione.". Non saresti un borghese che per delitto di perfezione...saresti al riparo dalla disgregazione...
g: -io ho rallentato l'esecuzioni delle vostre 'Variazioni' per 'avanzare', prima di morire, la mia morte. Il resto si chiama critica. Dovresti saperlo bene anche tu: ho lavorato per anni alla devastazione dell'idea romantica dell'arte, con la sola arma che avevo: farla vivere. Più questa idea continuava ad essere diffusa fra tutti gli ascoltatori occasionali di musica classica, più tutti i miei gesti potevano continuare a devastare l'arte dell'ascolto, le sue tecniche, la sua persistenza...
e: - non so se faccio male a ricordarti che lavori per il nemico...
g: - fai male. Perchè noi non abbiamo più nemico. Se ti dico che io ho pensato le 'mie' 'Variazioni', quelle del 1981, avendo letto un libro che sarebbe uscito qualche anno dopo, quel 'Soccombente' che non avrebbe potuto parlare che di me, lo dico per ricordarti che, ad un certo livello, l'esecuzione della musica classica comincia a 'pensare' quello che sta fuori di lei...
e: - appunto, Nono...
g: -eh no!, certamente me. Mentre il tuo caro veneziano ha continuato a preservare, sino alla fine, quella finta aura che abbraccia la musica classica, io l'ho devastata consapevolemente con quella registrazione. Mentra tu continuavi a credere nella 'riforma', io, l'ascolto, lo rivoluzionavo, facendo di un'interpretazione, il canone di ogni possibile ascolto personale...
e: - non crederai di aver fatto un servizio alla buona musica....!!??
g: - Pensi che lavorassi per questo?
e: - Penso che hai lavorato male.
g: - Sei tu che pensi male, pensi storto, e non hai capito quello che sta accadendo. Tu continui a pensare ad un 'ascolto corretto', mentre io ti ho dimostrato che un'esecuzione scorretta può diventare l'eccezione che distrugge, definitivamente, la regola.
e: -Tu sai, come me, che la versione del '55 non ha comparazioni.
g: -Tu sai, come me, che voi credete di poter continuare a vivere in questo mondo. In quello dei distinguo, delle differenze...
e: - Noi!, Noi! Noi chi??!!! Noi che ci ricordiamo che tu le avevi eseguite 25 anni prima? Noi chi? Chi, no chi? Che conserviamo le due registrazioni, che...
g: - Voi che continuate a credere che quel mondo continui a vivere...che volete tenerlo in vita, che non fate niente altro che tenere in vita un corpo morto, ad infierire, a non farlo morire per sempre, definitivamente, che non ci riuscite. Mi chiedi chi, chi siete 'voi'? Ma non lo vedi quanto siete diventati una setta di necrofili? Non riuscite più a leggere su una partitura le note che vengono eseguite, sareste pronti a scannarvi per dimostrare l'eccelenza di quattro semicrome ben eseguite dai vostri beniamini...
e: -...tra i beniamini ci rientri anche tu, e lo sai...
g: - Sai cos'ho pensato, terminata l'incisione del''81? Ho pensato di poter morire, ho pensato che morire dopo avere lasciato la traccia definitiva ed eterna dell'imperfezione voluta, avrei potuto non suonare quasi più niente. E non per perfezione di 'morte'. Ho pensato di poter morire proprio per la perfetta dimostrazione della forza dell'imperfezione..
e: - Sai perfettamente che hai continuato a registrare, e che non le vogliono tirare fuori queste registrazioni, anche se circolano..
g: - Ne viene meno qualcosa?
e: - No. Te ne do atto. Nella tua prospettiva non cambia nulla: hai deciso di mostrare la merda che c'era in noi, ed è venuta fuori.
g: - E quale sarebbe?
e: -quella che ci ha impedito di dichiarare quella registrazione 'inascoltabile'...oltre che sciocca, pretenziosa, scocciante e lenta...
g: -era quello che volevo voi diceste...
e: -l'abbiamo dichiarata, invece, un 'caso'..
g: -...casi vostri..non l'avete saputa gestire, lo sapevo già...
e:-...non ti pare di prendere 'posa'?
g: - 'prendere posa', 'prendere posa'? io lo so che tu dichiari, sistematicamente, di avere un ascolto 'necrofilo'..
e: - ..questo non ti riguarda...
g: - vorrei che tu sapessi che, eseguendo la registrazione del 1981, in quella chiesa, io pensavo allo 'zio', al libro che avrebbe scritto...ero io il 'soccombente'..
e: - tu lo sai che io non posso più ascoltare quella registrazione...
g: -quale? quella del '55 immagino..
e: -vaffanculo...
_____________________________________
Il testo forza alcune notizie biografiche e professionali sia di Glenn Gould che di Thomas Bernhard.
In nessun caso - questo dialogo vuole metter in bocca ai due cose che pensano, hanno pensato, hanno scritto o eseguito. Nè in nessun caso - qualsiasi frase può essere attribuibile, o direttamente o indirettamente, all'uno o all'altro. Si tratta, come si dice, del frutto della fantasia dell'autore. Tanto forte è la loro incidenza sulla cultura letteraria e musicale contemporanea, che i loro nomi diventano, volente o nolente, figure con cui dialogare.
Cento anni dal terremoto non è un anniversario. Nessuna amministrazione festeggia la distruzione della città che governa. La forza che attraversa Messina, quella forza nata dopo il terremoto, non ha bisogno di nessun festeggiamento. Esiste: è presente nella sensibilità che i messinesi, in tutto il mondo, hanno per la terra che 'trema'. Messina, quella di oggi, nasce da questa forza e da quella ricostruzione, quella che ancora viviamo. E non c'è nessun bisogno di ricordare tutti gli studi che ritessono e ricostruiscono l'altra identità di Messina, quella che ci attiene, che ci attraversa.
Troppo spesso si dimentica che l'esistenza di Messina, precisamente dopo il terremoto, è un gesto di sfida. Dire: "Ricostruiamo la città dov'era' è stata, senza discussione alcuna, la più grande sfida possibile. Di fronte la tragedia, di fronte la distruzione del terremoto e la devastazione del mare, ricostruire nello stesso luogo, volerlo, farlo, costituisce la risposta, la forza con cui la 'comunità' messinese ha cercato di far fronte ad una tragedia molto più grande di lei. Lo sappiamo: non si trattava di una scelta, ma di una necessità. Lo sappiamo, tutti noi lo sappiamo: la spina dorsale 'sociale' della città si è completamente trasformata. Che la nervatura fondamentale della città, della nuova città, si sia costruita intorno all'irruzione di flussi socialmente 'estranei' all'identità della Messina dell'800 - quelli che, innanzitutto dalla provincia, l'hanno 'occupata' -, è il segreto di Pulcinella. Che la ricostruzione abbia risposto più agli interessi dei piccoli ingegneri, rappresentanti delle grandi aziende edilizie e dei trusts nazionali, più che a quelli di alcuni grandi architetti, rappresentanti, certo, anche loro, di altre grandi aziende edilizie, questo è sotto gli occhi di tutti, oggi. Ma che Messina, fisicamente, non sia stata cancellata, o forse sia stata ridisegnata, non ci pare così ovvio. Di fronte un evento che rientra in quella 'storia naturale della distruzione', che punta a cancellare più la presenza che la memoria, o forse punta a cancellare la presenza grazie alla cancellazione della memoria, Messina costituisce quella memoria sistematica di insubordinazione di fronte una storia di tragedie e distruzioni che ha attraversato l'Europa intera. Ci viene talmente ovvio ricordare il terremoto di Lisbona (1755) - e la riflessione che ha implicato -, che tanto abbiamo rossore a dover ricordare a molti - soprattutto colleghi giornalisti - che l'evento che ha stravolto Messina è stato di una tale ampiezza e risonanza mondiale, da essere inciso, a lettere di terrore, acqua, sangue e lacrime, in tutta la memorialistica mondiale dell'epoca. Ma, si sa, noi giornalisti abbiamo più ricordo della 'nera' e, a volte, della cronaca giudiziaria che 'ci' riguarda, che memoria degli eventi storici che non ci sono passati sotto il naso e su cui non abbiamo fatto il nostro corsivo. Cento anni dal terremoto no, certo, nessuno li festeggia con i botti (e sarebbe grave). Ma che sia un momento cruciale, anche solo per riflettere sulla città, ci pare di un'ovvietà imbecille e chiara. La forza violenta del 'potere' - della natura e della politica - che ha ridisegnato Messina, che l'ha attraversata, segnata, incisa, forse anche condannata negli anni passati, nasce lì. Non c'è una ri-nascita possibile, ri-nascita non significa nulla, ma c'è la tensione della memoria che fa vivere le città che attraversa. Tanto forte è questa tensione della memoria, e tanto forte è la ricostruzione di una memoria condivisa, quanto più forte è la 'qualità' di questa memoria, che diventa condivisa, quanto più forte è la forza di una città - cioè: di chi la abita e di chi la ama - e che l'attraversa e la cambia. Tale importanza diamo a questo 'anniversario' e tanto cruciale ci sembra 'pensare Messina' a cento anni dalla sua 'distruzione', non solo per 'lei' e per 'noi' messinesi, ma in quel senso generale che abbiamo tentato di abbozzare, che siamo convinti della necessità di una passione della memoria, di un'intelligenza dell'organizzazione, che attraversi Messina e i messinesi. A questa sfida, e solo a questa, ci pare l'Amministrazione debba rispondere.
In molti, molte, si sporgono su queste poche righe, scritte da molto tempo e in questo luogo, per leggere.
In molti/e, quello che qui viene pubblicato, lo interpretano come un pensiero statico, come fosse la 'finestra' per 'leggere', capire, 'seguire' quello che coloro che scrivono possono pensare. O essere.
Tanto rimane intenso scrivere 'in-comune' - e pubblico -, così tanto rimane unico, tante volte senza esposizione, declinato in pubblico senza volerlo, o di nascosto, o invischiato nelle memorie da cui prende vita, o nelle visite inaspettate e cercate, nei saluti o negli abbandoni, tutto quello che noi scriviamo per noi e per quei pochi che ci amano, senza cercare 'luogo'.
Continuiamo a vivere, oltre la nostra scrittura. E prima. E tanto 'pubblica' è la nostra confessione, la nostra scrittura, tanto questa scrittura difende, ferocemente, il tempo che le attiene, il tempo dov'è nata, le sue amicizie - nascondendo i tradimenti -, le sue distanze, le sue afasie, le povertà e gli splendori.
Scrivere per sè, se buca il ricordo, non ha memoria. Scrivere 'in-comune' è una memoria appassionata che si spegne lentamente, di cui si vuole conservare una carezza, cioè: una traccia senza segno. E cioè: scrivere 'in-comune' fa forza. Non si scrive 'in-comune' perchè si scrive con altri/e. Si scrive 'in-comune' perchè si scrive per inviare una lettera ad ognuno/a che legge le righe che abbiamo scritto. Sono tutte inviate, tranne quelle d'amore. Che inviamo, direttamente, a chi amiamo.
Scrivere in questo luogo, per il senso che abbiamo dato alla nostra scrittura, e per il senso politico che ogni scrittura pubblica assume anche involontariamente, scrivere in questo luogo, senza che la lettura possa cambiare quello che si scrive, scrivere in questo luogo è talmente un gesto di esposizione che, ogni tanto, me ne domando il senso.
Non avrei mai immaginato che quello che scrivo/scriviamo qui, in pubblico, fosse, alla fine, letto come una confessione in pubblico.
Di questa confessione, sarebbe l'ora, bisognerebbe farne una politica, nel tempo in cui si dà. Ma è presto.
Di solito, se qualcuno si denudava, il pubblico era 'pagante'.
Dove tutto era svanito attorno, ho sempre cercato di spedire 'una' lettera.
La memoria della morte [b- e fine]
a Carlo Giuliani
Non si ha memoria della morte.
Si può avere ricordo del morire, altrui.
Si assiste alla morte altrui.
Si è, talvolta, testimoni.
Essere testimoni della morte significa, sempre, distinguere la morte che attraversa il nostro tempo, lo interrompe, dal tempo della morte, che non ha rispetto del tempo che ci attiene.
Tra la morte, il tempo e la dichiarazione, la parola che io uso - la mia scrittura, quella che io attraverso -, non c'è nè pace, nè forza. Nessuna possibilità d'amicizia.
Tanto la morte occupa e incide, attraversa il nostro tempo, tanto ne siamo terrorizzati ed evitiamo di nominare e descrivere ciò che accade a partire dalla sua irruzione. E tanto la scrittura che io attraverso vive grazie alle sue 'forme', alla sua forza, alla capacità di stare, tanto io lavoro per 'altro', lavoro per l'irruzione di altro.
La memoria della morte, a differenza del ricordo di chi muore, parla di altro.
Mentre il ricordo di quello che è accaduto a Genova rimane incandescente, la memoria che traversa il ricordo che mi occupa, vive senza dichiarazioni e senza parola. Vive solo, da solo.
Tanto più diventa lontano, tanto più parla dell'interruzione del tempo, di come ricordo, memoria e memoria in-comune si distinguono.
Dove, se, se posso, posso scrivere della memoria, posso farlo grazie a Carlo Giuliani.
Qui la prima parte.
La memoria della 'morte' [a]
La memoria che traversa la morte assume tutte le forme possibili del ricordo privato - in tutti i sensi in cui questo termine può essere declinato. Di fronte il 'morto', il ricordo la fa da padrone, e sia la tessitura della memoria collettiva, come quella 'in-comune', vengono letteralmente spazzate via.
La morte, il silenzio del 'morto', spinge a 'ricordare' ciò che già si sa: si attraversa una regione piena, satura di ricordi, che si cerca di incrociare, con-dividere con i ricordi altrui. Di fronte il corpo del 'morto', doppia è la reazione: si ritesse la tela del ricordo individuale, si riallaccia il filo del ricordo con-diviso.
E tanto intensi sono i ricordi che non è possibile con-dividere con altri, perchè tutti 'privati', tanto ogni ricordo 'personale', 'privato', diventa un anello della catena dei ricordi individuali che, di fronte la morte di qualcuno che abbiamo amato o conosciuto, aspirano a diventare tessitura del ricordo comune inespropriabile.
Il cortocircuito radicale che esiste tra ricordo, memoria e memoria in-comune non è mai più violento come di fronte la morte.
Poichè è precisamente il 'tempo' che viene a mancare.
In maniera indiscutibile, la morte interrompe il flusso del tempo, che niente altro è che una ritessitura del ricordo con-diviso: noi non potremmo vivere senza il ricordo che 'altrui' ci dona. Incontrare per strada qualcuno che ci conosce, ci 'riconosce' e ci 'saluta', evita la morte. Ce la evita. Appunto:"Salute!"
La morte interrompe questo flusso reciproco di riconoscimento, interrompe il tempo. Che noi saturiamo di ricordi; lo facciamo per impedirci di sostenere il peso dell'assenza, dell'interruzione del tempo.
Esiste una differenza radicale tra il ricordo di chi muore e la memoria della morte.
Mentre il ricordo occupa quello spazio lasciato vuoto dall'interruzione del tempo, e prova ad occuparlo con la ritessitura di ricordi con-divisi e che cercano o il silenzio dell'autenticità, dell'unicità, o il riconoscimento altrui, la memoria della morte si installa nel luogo dell'interuzione del tempo.
Non cerca di superarlo.
Avere memoria non significa colmare lo spazio 'pieno'del ricordo, del ricordo 'privato', sottratto all'assenza, ma ritessere, nel luogo dell'assenza, nel vuoto, nella mancanza, la tensione che attraversa il tempo, che lo rende vivo, lo rende 'in-comune' .
Avere memoria di chi muore non è solo averne ricordo.
Avere memoria di chi muore - e con la sua morte interrompe il tempo - è rendere comune le sue passioni, dividerle, con-dividerle.
In niente ciò serve a ricordare chi muore; in tutto, chi muore, in questo, ritorna ogni giorno, senza ricordo, nell'intervallo del tempo, senza occuparlo o carezzarlo.
Accarezzare chi è morto sta nel tempo della sospensione, in quel tempo/tempio intermedio dove il corpo senza parola è più importante del futuro. Tra il tempo che si dà e il tempo che si toglie.
Tanto più si ama l'irruzione del tempo - la sua verità, e la sua interruzione-, tanto più si avrà tutto il tempo che serve...
[segue]
"Non buttiamoci in modo voyeuristico sul caso di Natascha, la ragazza austriaca rapita a dieci anni e liberatasi a 18 dalla sua prigionia. Cerchiamo invece di capire dalle sue dichiarazioni ciò che la sua storia drammatica può rivelare a ciascuno di noi in ordine a quel che si muove nei meandri segreti e sconosciuti della nostra psiche. Il suo corpo oggi pesa 42 chili quanto il giorno del suo rapimento a dieci anni. E siccome il corpo è il più significativo tra gli indicatori psichici, al di là della possibile malnutrizione, dobbiamo pensare che il suo corpo ha registrato l'avvenuta sospensione della vita in quella stanza di due metri per tre dove Natascha ha passato il suo tempo leggendo.
Ascoltandola traspare tutta la cultura accumulata.
L'intervistatore della tv austriaca, Worm, ha dichiarato: "Sembrava di parlare con una laureata dalla volontà invincibile". Quindi con una ragazza non mentalmente degradata dalla prigionia, ma educata dalla lettura, che le ha dato eloquio, metafore, connessioni logiche ed educazione del cuore. Primo insegnamento: la cultura educa anche in situazioni parossistiche ed estreme, e la volontà si forma non tanto nell'abbondanza e nella gratificazione, quanto nella privazione e nella determinazione sostenuta dal progetto (nel suo caso la conquista della libertà).
Del suo rapitore che si è suicidato parla con rispetto: "Nessuno si deve togliere la vita". Non lo accusa: "Perché non è qui per potersi difendere". Afferma che: "faceva parte della sua vita quotidiana, negli ultimi anni cucinava per lui e spesso con lui guardava la televisione la sera". A proposito di questo rapporto in molti hanno parlato di "sindrome di Stoccolma" con riferimento all'ostaggio che si innamora del suo rapitore.
Niente di più falso. Se avete esperienza di bambini maltrattati e chiedete loro un giudizio sui loro genitori, immancabilmente questi vi risponderanno che i loro genitori sono buoni. Perché se così non fosse e se il bambino così non pensasse, si vedrebbe preclusa ogni possibilità di vita.
E allora le forze della vita, anche nelle più terribili condizioni, dipingono un quadro accogliente al di là di ogni dato di realtà, per poter continuare a vivere.
Ne deriva un secondo insegnamento: Natascha a dieci anni si è comportata come i bambini maltrattati. Ha negato la terribile realtà dipingendosela come accettabile, per poter sopravvivere. Anche i deliri, con cui gli psichiatri definiscono la negazione della realtà, in certe circostanze sono indispensabili per continuare a vivere.
L'intervista si è svolta nell'Ospedale Generale di Vienna dove la ragazza, mai visitata da medici durante la sua prigionia, è sottoposta a controlli per problemi di cuore. Non sappiamo se a seguito della denutrizione o come effetto dello stress da liberazione. Ma in senso metaforico il cuore di Natascha sembra sappia far risuonare tutte le corde del sentimento invece di quelle del ri-sentimento.
Sentimento di rispetto per il suo rapitore, sentimento di attesa serena per l'incontro con i suoi genitori, sentimento di speranza e di aiuto per tutte le giovani vittime del crimine a cui Natascha destina tutti i ricavi per la vendita all'estero dei diritti dell'intervista (rilasciata gratuitamente alla televisione austriaca).
Di qui il terzo e ultimo insegnamento: se in tutte le ingiustizie, anche le più terribili che ci possono capitare nella vita, occupiamo il nostro cuore con il sentimento e non col risentimento, allora il nostro cuore davvero ci aiuta a vivere, perché il sentimento è una forza potente, mentre il risentimento risucchia la forza e rattrappisce l'anima.
Se evitiamo la curiosità morbosa e il voyeurismo, Natascha, proprio col dramma della sua adolescenza negata, oggi ci ha raccontato una storia bellissima da cui possiamo solo imparare come si fa, nonostante tutto, a vivere."
Questo testo è stato scritto il 28 agosto 2006.
Poi cancellato.
Adesso ripubblicato, con più ragione. E, forse, con qualche attenuazione di troppo. (ho solo tolto, ma non è finita qui).
La porcilaia giornalistica sguazza, senza limite, in un evento che dovrebbe essere trattato con una grande 'passione', 'attenzione', 'silenzio', pena e grazia, come i miei colleghi non sanno fare e nessuno gli ha insegnato.
Esiste, tra noi, una donna, una bambina, che ha vissuto, e per anni, segregata, rapita. Nel silenzio della sua 'vita rapita', ha vissuto. Come, non sappiamo, ma 'vogliamo', 'desideriamo', sapere: certo. Come, non sappiamo. Ed è 'lei' che deve dirci, decidere.
La 'porcilaia giornalistica internazionale' sta vivendo una stagione unica.
Esiste, ho letto, addirittura, un 'diario'. Che si sta 'facendo a pugni' per pubblicare.
E mi si potrebbe dire: "Perchè?" Perchè voi, certo non io, andate a 'scrofare' dove la parola si toglie, si nega, e voi volete 'esporla'. E mi si potrebbe dire: "Non è la prima volta". Direi: sia maggiore il peso della vostra nullità, volgarità. Sia maggiore, questa volta, la volta dove la vostra volgarità sia più chiara, evidente, senza scusanti.
La 'porcilaia' giornalistica italiana, mimando quella internazionale, vuole dir quello che una ragazza/donna, dopo quasi dieci anni di rapimento, non sa dire. E cerca.
Maledetti, siate tre volte maledetti-.
Speranza e tradimento: oggetti.
Una radicalizzazione rigorosa del ricordo, ed una più corretta interrogazione della memoria, nella differenza che qui si vuole mostrare tra memoria collettiva e memoria in-comune, si espone, necessariamente, alla messa in questione che la politica ha dovuto attraversare. Non solo essa è legata, nel novecento, inevitabilemente, al ricordo che accompagna ogni esistenza, ma, ancor di più, la politica manifesta la differenza che esiste tra la memoria degli eventi vissuti collettivamente, e quelli che, in-comune, diventano il 'luogo' che sto tentando di descrivere.
Sia la speranza che il tradimento sono inscritti nella memoria della politica che ha attraversato il secolo dove sono nato. Mentre la speranza attiene, in una forma che non posso descrivere ora, non avendone il tempo, alla forma della memoria in-comune, il tradimento incide, invece, su una memoria di lungo periodo molto difficile da decostruire.
Nella memoria politica, in particolare quella che coinvolge e tocca una speranza collettiva, il ricordo si trasforma in uno strumento di lettura comune che, personalmente, non sarebbe possibile attraversare. Lo scivolo possibile è, impressionantemente, più diretto. Il ricordo di un oggetto legato alla propria vita, nel momento in cui l'orizzonte politico stesso di quella vita è venuto meno, diventa una passerella radicale e senza speranza per 'tenere fermo' il percorso esistenziale attraversato. Lo si è potuto vedere in un film come Good-bye Lenin, lo si vede, sistematicamente, nel momento in cui ritornano 'oggetti'/'ricordi' che, pur rientrando all'interno di un quadro ideologico asfissiante, non fanno che rinviare ad un ricordo ormai completamente individuale che costituisce l'unico elemento di continuità esistenziale a cui ci si attacca per vivere. E che, almeno in quel film, genialmente, si continua a 'voler' riproporre come collettivi. Mentre, invece, semplicemente, sono 'comuni'.
Nel salto politico che ha vissuto tutta la parte est del continente geografico 'Europa', questi 'oggetti', singolari, minuti, marginali, ritornano come a ricostrire una trama di un'esistenza interrotta che sta al di sotto della politica, dell'esperienza collettiva di una 'dittatura', intesa come mancanza di libertà, ma che re-invia, in più/inoltre, ad un'esperienza in-comune, che, insieme, tutti possono rivendicare, senza sia necessario farlo dichiaratamente.
Le schegge di questa esperienza in-comune attraversano, ancora, il nostro tempo.
Li chiamerei i 'segni' del tempo, di un tempo che manifesta il cortocircuito profondo tra ricordo, memoria collettiva e memoria in-comune, e le cui distinzioni non riusciamo ancora a chiarire, a distinguere nemmeno tra noi, in noi stessi.
Mentre il ricordo si appiglia 'ad ogni cosa' per rivendicare la sua presenza e il suo soffocamento, la memoria collettiva a volte gli si fa 'compare'.
[segue]
Qui la prima parte
Abbiamo dunque, da un lato, il ricordo, che accompagna l'esistenza di ognuno di noi (nessuno di noi dichiara, in ragione, di non avere ricordi). Dall'altro, la memoria, con cui io 'me la sono presa'.
Più 'paurosa' è la memoria del ricordo. Soprattutto nella 'scelta' che essa compie. Ma mai è talmente 'paurosa' come quando ricorda con precisione unanime e senza alternativa.
Mentre il ricordo vaga senza direzione, come in un sogno ad occhi aperti, senza vertigine, come in sentiero di campagna, la memoria ha una precisione fulminante, anche quando 'sceglie', distingue e separa, come in un sentiero di montagna. Innanzitutto la propria memoria da quella altrui.
La memoria più 'intollerabile' è quella della morte di un figlio, di una figlia.
La mia famiglia è stata segnata, sia dal lato maschile come da quello femminile, da questa memoria. E da entrambe le parti, il lato maschile ha elaborato in solitudine - da solo - questa memoria, almeno nelle sue forme 'comuni', manifeste. L'intollerabilità di questa memoria prendeva una doppia direzione, almeno nelle parole che io ho ascoltato. Da un lato, una ricostruzione lineare, tutta maschile, come se al tempo fosse riconosciuta questa 'possibilità', questa 'eventualità'. Dall'altro, un ricordo tutto 'privato' che atteneva alla 'dimensione femminile', la dimensione del ricordo, che potesse essere meglio collocata, proprio perchè ricordo, come una memoria 'conservata' e da 'conservare'.
Mi sembra inutile specificare che quello che scrivo non comporta, in nessuna maniera, nessun giudizio, ma mette in gioco la mia memoria.
L'intollerabilità di questa memoria familiare è sempre stata attutita, pubblicamente, dal richiamo, anche dichiarato, all'intestimoniabilità ("Ti posso raccontare...", "Ma che vuoi sapere...?", "Cosa posso dire...?"). Si tratta, dunque, di una intestimoniabilità che si incrocia profondamente con una intestimoniabilità di cui il secolo dove sono nato è pieno. Mi sembra, davvero mi sembra, non sia un caso.
L'intollerabilità della morte di un figlio, di una figlia, si incrocia con quella impossibilità di testimonianza che occupa le pagine più vertiginose della testimonianza nel novecento che, insieme, e in solitudine, Primo Levi, Giorgio Agamben, Sebald hanno tentato di attraversare.
E mentre io ho davanti agli occhi la differenza, nello stesso tempo, proprio pensando all'incrocio tra ricordo, memoria e tempo, non posso fare a meno di pensare che esista una più tenera intimità tra gli 'intollerabili', e che questa tenera intimità, attraversata in-comune, mostri la verità che ci attiene, nel secolo dove siamo nati, e che, forse, può cominciarsi a dire.
[segue]
Qui la quarta parte
a mia nipote Maristella
La differenza tra memoria collettiva e memoria in-comune, per quanto possa sembrare pregrina, affonda le sue motivazioni in un'immensa letteratura che ha attraversato il novecento e di cui, in fondo, il novecento porterà la stigmate per sempre. Ed ha obiettivi plurimi che andrò mostrando strada facendo. Il problema che il novecento ci offre, ci offre nella sua sporgenza, nella sua fine precedente alla sua conclusione, è: "come ricordare?".
Questa domanda, che attraversa i picchi più assoluti della letteratura del novecento, dovrebbe cominciare ad essere posta correttamente. Ne faccio un esempio, per quel che mi riguarda, esemplare.
Come un introibo. Messina, la mia città, ha vissuto un evento che, senza dubbio, può essere definito 'irraccontabile': è stata distrutta totalmente dal terremoto del 1908. Qualunque resoconto, pubblico o privato, che abbia provato a raccontare il 'mentre accadeva' e il 'dopo accaduto', qualunque 'racconto' concorda su una impossibilità. Tutti concordano e cominciano con una frase: non è possibile descrivere ciò che è accaduto, cò che 'ho visto': il racconto sarebbe al di sotto dell'accaduto, non renderebbe 'ragione' di ciò che abbiamo 'vissuto', 'vissuto'.
Ma nessuno si esime e rifiuta di 'raccontare', 'ricordare', proprio per lo statuto di 'testimonianza' insito nell' 'aver vissuto'. Leggevo, ancora oggi, per caso, il resoconto della presenza di uno dei medici più importanti dell'inizio secolo. Stesso dispositivo.
Direi: esiste un'intimità di rapporto tra 'testimonianza' e 'ricordo' che supera la barriera stessa dell'irraccontabile, facendo leva su qualcos'altro, che non attiene nè allo statuto della testimonianza, nè a quello del ricordo.
Ancora un introibo. Essere interrogati dalla polizia come 'testimoni' di un evento è un'esperienza che non auguro a nessuno. Normalmente, nessuna delle domande che viene posta coglie la memoria che si ha di un evento. Si ha la sensazione, durante anche una semplice deposizione testimoniale, di uno sfasamento assoluto, di un 'fuori di sesto' totale, tra la memoria e l'interrogazione dell'evento. Le domande non sono mal poste: semplicemente, non centrano il cuore di ciò che si è visto. E più si procede, più si avanza nelle narrazione, più le domande sono totalmente inconcludenti dal lato del testimone, non colgono l'evento, l'accaduto, come si collocassero, davvero, in una regione 'senza comune', che il testimone vive come intollerabile per l'amputazione e l'incomprensione della proprio esperienza. Il testimone vorrebbe e cerca di raccontare ciò che chi non ha vissuto l'evento non ritiene decisivo. Il 'testimone' non solo non si rifiuta di testimoniare, ma vorrebbe la completa, totale e assoluta trasparenza delle sue parole, vorrebbe quasi portare all'interno della scena del ricordo chi lo ascolta. La sua testimonianza, nella quasi totalità dei casi, è però giudicata incerta, imprecisa, il più delle volte frutto di ua 'ricostruzione personale' dell'accaduto. Gli avvocati conoscono bene questo dispositivo, così come i magistrati e le forze di polizia.
Il ricordo non coincide nè con la testimonianza nè con la memoria. E la differenza tra memoria collettiva e memoria in-comune cerca di affrontare questo dispositivo di sfalsamento. Vedremo come, in particolare per gli eventi pubblici e collettivi.
Molti anni fa, mentre ero intento a ricostruire la linea maschile del mio cognome, ho avuto la necessità di chiedere alla 'matriarca' della linea maschile della mia famiglia alcune cose che riguardavano la 'mia-sua' famiglia. Uscendo da casa sua, dopo il colloquio, e avendo alle spalle anche la memoria di primo nipote, ne sono stato quasi svuotato.
Non solo non riuscivo a ricollocare le sue parole all'interno del dispositivo di ricordo che suo fratello, nonchè mio nonno, mi aveva 'offerto'. Non riuscivo a comprendere, tecnicamente, la precisione di alcuni ricordi e le sfumature, per non dire le reticenze, di molti suoi silenzi.
Mentre da un lato lei testimoniava, dall'altro ricordava.
E mentre, da un lato, la testimonianza era più precisa e veritiera, dall'altro il suo ricordo era altrettanto preciso, ma non solo meno veritiero, soprattutto inconcludente, inutile, inutilizzabile. Vagava tra il 'non ricordo' e il 'è complicato'.
Si trattava, in fondo, di eventi che io già conoscevo - non avrei avuto, altrimenti, la possibilità di porle quelle domande.
Pausa. Per molti anni, quando rientravo a Messina, sino a che non è morto, andavo a trovare mio nonno, che portava il mio nome. Ci andavo di mattina presto, verso le 9.30-10. Per quattro anni, ogni volta che andavo, si svolgevano dei colloqui 'assoluti' tra me e lui - senza testimoni -. Infatti, tra un nipote e suo nonno, che si chiama come lui, si dicono delle cose che a tutti gli altri non si direbbero mai. Quindi, io sapevo già tutto. Tutto e di tutti.
Il trapasso tra ricordo, memoria collettiva e memoria in-comune avviene in forme che dovrebbero 'fare' saggi di filosofia. E la testimonianza è tra i dispositivi che più si intersecano con queste tre forme. E per questo, è possibile nominarla come la forma più complessa di eredità del novecento.
Proprio per questo, uno dei banchi di prova maggiore è l'analisi tra la testimonianza del 'musulmano' che Giorgio Agamben descrive in Quel che resta di Auschwitz e il problema dell'impossibilità della testimonianza che Sebald descrive in Storia naturale della distruzione.
Purtroppo, non sono arrivato a raccontarlo a 'Emilio'.
I pochi lettori e chi scrive su questo blog, diversi amici, tutti maschi, penso abbiano seguito la progressione d'impegno che la 'questione di Genova' ha significato per me e per il blog. Due sono stati i riferimenti 'esterni' al blog.
Innanzitutto Kinobit, in secondo luogo l'intervento di Ivan in Vibrisse.
Non c'è stato nessun intervento interno al blog che abbia ripreso lo sforzo di ricostruzione su 'Genova'.
Nè di ricostruzione, nè di ripresa, nè a livello testimoniale, nè a livello di intervento politico e di scrittura.
Lo chiamerei così: un dato di fatto, evidente, documentabile, patente.
Non uno ha messo le mani sulla tastiera per scrivere anche solo un rigo di contestazione, di appoggio, di aiuto. Per non dire che tutti gli appelli e le buone proposizioni per recuperare materiale sono, pressocchè, cadute nel vuoto, fatto salvo il recupero del cd prodotto a Pisa e che Gianfranco ha ripreso, senza fare un minimo di scheda di presentazione che sforasse le telefonate, e si proponesse come 'testo' sul blog. Salvo volermelo mandare per ftp.
Per non dire che pressocchè nessuno tra quelli che scrivono in questo blog ha visionato un solo video, dico 'uno solo', o per difficoltà tecniche, o per scelta volontaria.
Figuriamoci scrivere anche solo due righe.
Ne prendo atto e ne traggo, però, alcune conseguenze di carattere politico. E pubbliche. Visto che il 'privato' diventa ancora peggiore.
Innanzitutto: chi scrive su 'millepiani', almeno pubblicamente, non ritiene di dovere intervenire su Genova a distanza di cinque anni.
È un dato di fatto.
Ci sono state, privatamente, dichiarazioni d'intenti che non si sono tradotte nemmeno in una sola sillaba pubblica. La politica è una sfera pubblica. Come la scrittura su un blog. Il resto conta molto difficilmente. E molto poco.
Ne deduco, e lo faccio da filosofo [cioè a dire: la deduzione so cosa sia], che la cosa è distante dalla sensibilità di chi scrive in questo blog.
Secondo, per quanto mi riguarda: interrompo per il momento la ricostruzione video di 'Genova 2001', anche se lo riprenderò quanto prima - credo a settembre. Me ne riservo, inoltre, non solo un'altra utilizzazione, ma anche un'altra 'potenza'.
Mario, da Jena, ha, come sempre, perfettamente capito la logica interna che muoveva la mia operazione. Non posso che ringraziarlo perchè, ancora una volta, parlando con lui, capisco meglio quello che faccio io. Ma anche lui non ha scritto un solo rigo pubblico su Genova. E non è un rimprovero. È una constatazione.
A distanza di cinque anni, nessuno di coloro i quali scrivono su questo blog, ha scritto un solo rigo e una sola sillaba per pensare 'Genova'.
Terzo: la ricostruzione 'video' degli eventi di 'Genova 2001' può essere interpretata come una ricostruzione 'storico-filologica'. Ma, al contrario, essa costituisce il tentativo di dimostrare, in maniera documentaria, che quello che è accaduto a Genova, per ricostruire, definitivamente, e proiettando nel futuro questa urgenza, che quel 'dispositivo di comando e di intervento' che ha guidato l'azione delle forze dell'ordine manifesta la pulsione interna del 'potere' [nel senso di Elias Canetti]-. Quello che non si capisce, o si fa finta di dimenticare, è che più gli anni passano, più difficile diventa la ricostruzione della catena di comando, operativa ed effettiva, che ha determinato quelle tre giornate e anche altre.
E, dunque, dopo, diventa assolutamente impossibile ricostruire la logica che la innerva.
La 'ricostruzione video', in questo senso, e costruita secondo il metodo dichiarato in 'Memoria e metodo', è la verifica, contestabile sia nel metodo che passo dopo passo, ma 'certa e dichiarata', della conseguenza della 'catena di comando' che innerva e struttura l'identità del potere [sempre nell'accezione di Elias Canetti].
Mai, in nessun caso, questa operazione di 'decostruizione' è stata pensata da me come una 'semplice memoria', una rivendicazione 'facile'. Al contrario, come ho scritto più volte, ricostruire 'attimo dopo attimo', significa decostruire, in 'video-vitro', il dispositivo d'azione del potere. A me non interessa nessuna apologia. Lavoro su altri fronti, che sono certo meno facili.
In ultimo: sotto questo aspetto, sono assolutamente convinto di una 'incapacità' strutturale di ogni operazione individuale. Per questo, E SOLO PER QUESTO, mi sono permesso di fare questa operazione 'in pubblico'. Confidando, almeno, nella capacità di 'intervento' di chi su 'millepiani' ci scrive.
In questo senso, devo dire che mi sono sbagliato, e che, invece, avrei dovuto pensare diversamente quello che sto facendo.
E questo, appunto, per un dato di fatto. Tangibile oggi.
Dato di fatto che traversa le generazioni e le sensibilità che scrivono su 'millepiani'.
La memoria, la critica, la sovversione, le sconfitte e i silenzi, le fatiche, traversano, silenziosamente e nascoste, le esistenze. A volte più evidenti. In alcuni passaggi. A volte silenziose, nascoste e taciute.
Girare pagina significa seppellire i silenzi, tutti i silenzi.
I nostri 'dottor Sonne', proprio per averli conosciuti, li lasciamo a casa. E scriviamo quello che ci dicono. Sempre, per quanto possiamo, 'in-comune'.
[COMMENTO]
A S., e ai suoi giocattoli
La memoria è una scelta condivisa, che decide e separa, ma rende comune quello che si è vissuto da soli o insieme. La memoria non è un movimento che vive di vita propria, nè un gesto che può vivere isolatamente. Anche se può, la memoria cerca la sua conferma, la sua condivisione.
Chi 'ricorda', ricorda insieme, in-comune, oppure ricorda con rabbia. Da solo, nell'incomprensione.
Tutto il novecento ha offerto grandi esempi di memoria 'rabbiosa', 'feroce' per la sua solitudine. E, nello stesso tempo, il novecento ha offerto i più grandi esempi di memoria vissuta in comune, costruiti pezzo dopo pezzo: si chiama 'memoria collettiva' (Marcel Proust)
Questo silenzio quasi assordante - di fronte 'Genova' - non fa che confermare la necessità della ferocia della memoria. Quella che 'ricorda tutto', i nomi, i fatti, gli eventi, gli 'oggetti', che ricostruisce, che tiene a mente chi tace e chi sceglie di nascondersi, chi 'non ha tempo', chi ha perso il 'suo tempo', chi ha mancato il 'suo momento' e chi l'ha vissuto 'una volta', e 'due volte' non gli interessa più, chi si distrae e per un attimo non ricorda.
La memoria gioca sporco, scambiando le carte tra quello che 'ci' accade e 'quello che accade'. E che si ricorderà.
Fanno male 'quelli che credono di avere vissuto in comune', a credersi, loro e la loro memoria, la memoria che rimane, senza oggetti e senza immagini.
E, insieme, fa male chi crede che la memoria sia 'a corrente alternata', che si possa, per un attimo, dimenticare, mettere da parte.
La forza della memoria, ferocemente, cancella quello che non abbiamo saputo costruire e ricordare 'in-comune', sempre, e, insieme, silenziosamente, sorride tutte le volte che, per caso e per scelta, quello a cui 'teniamo' muore.
Genova, per noi, è la memoria che hanno gettato via.
Genova, per noi, vive, di nuovo, proprio per questo.
h 15.00-15.30 (work-in-progress)
Gli arresti e i pestaggi tra la prima carca dei CC e la seconda della PS.
Sempre da 'Le strade di Genova' il momento del testa a testa dopo la ricomposizione del corteo e i primi arresti e pestaggi.
Nel secondo video, tratto da 'Bella Ciao', la scena del cortiletto interno in Via Tolemaide - citata da quasi tutti i video, ma qui particolarmente forte per le immagini prese sia dall'esterno che dall'interno del cortile.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
h 15.00-15.30
La prima carica dei CC presa sia dall'alto che dal basso.
Il primo video, tratto da 'Le strade di Genova', la ricostruzione della carica con una presa di camera dall'alto che riprende la carica, la tenuta e il successivo sfondamento della testuggine, sino alla sua ricomposizione.
Nel secondo, tratto da 'Bella Ciao', la carica è seguita dal basso, dalla svolta in corso Torino, all'ingresso in via Tolemaide, sino allo sfondamento della 'testuggine'.
Il terzo video, tratto da 'Genova Red Zone', riprende la carica dal basso, con immaggini anche dall'interno del corteo dei Disobbedienti.
Nel quarto video si vede perfettamente il momento dello sfondamento della 'testuggine' preso da un'inquadratura molto laterle ma, per questo, molto efficace. Successivamente sono documentati i primi arresti e pestaggi successivi alla ricomposizione della testa del corteo. Le immagini sono tratte da 'I diritti negati', video prodotto dal Legal team, per testimoniare, attraverso le immagini, tutte le violazioni del Codice Penale di cui si sono rese responsabili le Forze dell'ordine; lo potetescaricare interamente da qui.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
h 15.00-15.30
In questa serie di filmati, la ricostruzione delle fasi appena precedenti il contatto e la prima carica dei CC contro la testa del corteo dei Disobbedienti. È un lavoro svolto dal Gruppo Legale del GSF attraverso materiali video, le registrazioni delle comunicazioni via radio tra la centrale opeativa e le forze di PS presenti in strada, e tutto il materiale, comprese le deposizioni, che è stato presentato in sede di dibattimento. Il video può essere interamente scaricato dal sito di 'Arcoiris TV', dove trovate molto altro materiale.
Nel primo video la ricostruzione dello spostamento del plotone di CC prima del contatto con la testa del corteo.
Nel secondo le varie deposizioni che spiegano, dalla parte dei CC, i motivi della carica.
Le immagini sono talmente evidenti che non aggiungo nessun commento se non che non si vede nessun atteggiamento aggressivo, nessun lancio di oggetti o di molotov che giustifica l'intervento diretto dei CC.
I files sono abbastanza grandi - è necessario avere un po' di pazienza in più per la loro visione.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
h 11.00-15.00 circa
Da 'Bella Ciao', invece, un lungo brano sulle istruzioni di organizzazione per il corteo, le dichiarazioni di Casarini, gli appelli ripetuti al non utilizzo di armi offensive, la partenza intorno alle 13.30 da Corso Europa e : primo video e secondo.
Ancora immagini della preparazione allo stadio e della partenza, tratte da 'Bella Ciao' nel terzo video, con appelli ripetuti al non utilizzo di armi d'offesa, Caruso ed altri che danno indicazioni per l'organizzazione del corteo.
La formazione della 'testuggine' e la sua modalità di spostamento nel quarto video tratto da 'Genova Red Zone'
Infine, sempre grazie alla ricostruzione precisa de 'Le strade di Genova', nel quinto video il primo contatto tra la testa del corteo e i CC all'incrocio tra Corso Torino e Via Tolemaide (sono le 15 circa).
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
h 11.00-15.00 circa
Le immagini della preparazione e della partenza del corteo dei disubbidienti.
Il primo video, tratto da 'Le strade di Genova', ci offre le coordinate del percorso del corteo dei Disobbedienti.
Il secondo, tratto da 'Genova per noi', alcune immagini dello stadio Carlini, punto di raccolta dei disobbedienti, con in sottofondo Luca Casarini che, al megafono, dà un esempio del linguaggio tipico di questa parte importante dei no-global di Genova.
Nel terzo, ancora immagini dal Carlini tratte da 'Solo limoni', con un chiaro appello al non utilizzo di strumenti di offesa, lanciato al megafono già all'interno dello stadio.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
Il primo video è preso da 'Genova città aperta' e, se non mi sbaglio (rivedendo il secondo video - 2.38/2.43), vede la carica della polizia dal lato di chi fugge: intervenuta in Piazza Manin, la PS rincorre gli ultimi componenti dei BB. Ma ormai non è più così semplice distinguere nè separare. Ammesso che lo si voglia.
Il secondo video è tratto da 'Genova per noi', opera di un gruppo di registi che era nelle strade della città ligure nei giorni del G8, in collaborazione con il Genoa social forum che può essere interamente scaricato da qui, e testimonia sia il posizionamento del plotone di polizia che insegue i BB, le prime scaramucce, la testomianza di una pacifista che insieme ad altri si era interposta fra i due gruppi, e la reazione dei pacifisti di Piazza Manin al passaggio dei BB.
L'ultimo video, tratto da 'Solo limoni', rinvia al terzo video - quello delle cariche indiscriminate anche ai medici - riprendendo l'inizio e lo sviluppo della carica da altra angolazione.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
h 13.30-15 circa
Come abbiamo visto in questo video, mentre il primo troncone dei BB 'attacca' le carceri di Marassi, il secondo troncone si dirige verso Piazza Manin, a Nord della zona rossa. È la piazza tematica dell'area cattolica e più pacifista del movimento (Rete Lilliput, Lega Ambiente, Commercio equo e solidale). La polizia, ritornando sui suoi passi, raggiunge Piazza Manin.
Probabilmente sotto pressione per questo spostamento, diciamo così, interviene, in maniera inesplicabile e senza alcun discrimine, sui gruppi cattolici e non violenti.
Il primo video riprende il plotone di polizia che, dopo aver inseguito il troncone dei BB che si dirigeva a Piazza Manin, opera l'intervento (questo almeno secondo i redattori di 'Le strade di Genova' da cui è tratto).
Il secondo video è tratto da 'Genova Red Zone' e mostra non solo il tipo di intervento, ma anche la reazione di assoluta spaesatezza dei militanti pacifisti.
Il terzo e il quarto sono, invece, scorporati da 'Genova senza risposte', e testimoniano sia dell'indiscriminatezza dell'intervento - picchiato a freddo anche un medico - come della reazione incredula dopo l'attacco della polizia.
Impressionante, e di impatto emotivo non misurabile, è la 'prova di difesa pacifista' all'inizio del secondo video, e la sua 'verifica' sul campo, proprio nel finale dello stesso video.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
Tra le 13 e le 15 di venerdì, il 'Blocco nero' continua ad operare liberamente in città. I filmati che presento qui e che seguono gli spostamenti del BB all'interno di Genova, offrono sia uno spaccato della strategia sia della libertà con cui il Blocco si è mosso ed è stato lasciato fare proprio prima l'inizio del corteo dei Disobbedienti.
Il primo e il terzo video sono presi da 'Le strade di Genova', che, come abbiamo detto, offre una mappa puntualissima e molto documentata degli spostamenti del blocco e non solo. Il primo, ricostruisce il percorso del BB dalle 13,30 circa in poi, percorso che ha una sua logica stabilita a tavolino e che non viene minimamente contrastato dalla forze dell'ordine. Il terzo video, invece, offre una ricostruzione dello pseudo assalto alle carceri di Marassi e dell'assurda ed illogica ritirata dei carabinieri posti a difesa del carcere.
ll secondo, invece, è preso da 'Bella Ciao', video prodotto da Indymedia, e che è, insieme a 'Le strade di Genova', la vera, grande fonte di tutte le ricostruzioni possibili dei giorni del G8. Sono entrambi dei lavori eccellenti - con differenze anche notevoli fra loro -, ma che offrono l'unica, precisa, puntuale e lucida ricostruzione di ciò che è accaduto. 'Bella Ciao' può essere interamente scaricato da qui.
Integra il primo video da un'altra prospettiva di camera, ma, come si vedrà, moltissime sono le immagini in comune.
Il quarto video è sempre tagliato da 'Bella ciao' ed offre, da un'altra angolatura, la 'presa' del carcere di Marassi.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
È centrale ricostruire i movimenti del Black Bloc, che si incrocia e traversa tutti gli altri spezzoni del corteo. Fondamentale, in più, ricostruire il ruolo dello 'spezzone nero' nella 'dispersione' del presidio dei Cobas a Piazza Da Novi, Cobas che sono stati travolti dall'intervento dei CC.
Tra i video, inoltre, c'è una bellissima e chiarissima definizione di cosa sia B&B, di come si muova, da dove venga e come 'ragioni' politicamente.
Il primo video è 'tagliato' da 'Genova Red Zone', la cui fonte abbiamo già visto. Le interviste chiariscono, dall'interno, cosa sia B&B. Una bella testimonianza di 'verità' per comprendere, innanzitutto, la differenza tra i 'presidi' politici a Genova e la 'mobilità' del Blocco Nero.
ll secondo video, tratto da 'Le strade di Genova', di G. Ferrario - immagini girate da un centinaio di operatori professionali e non e che sono state rimontate e commentate con grande intelligenza - ricostruisce i primi movimenti del Blocco Nero a Genova. Il valore generale di questo video è fondamentale. Soprattutto per la ricostruzione delle giornate di venerdì e sabato. È, tra tutti quelli che ho visionato, il più essenziale a livello di commento e il più efficace come ricostruzione. È, nella sua essenzialità ed efficacia, un 'video-politico'. Lo si può scaricare nella sua versione integrale a questo indirizzo.
Il terzo video, sempre rispetto i movimenti del Blocco nero, è tratto da 'Genova senza risposte', che abbiamo già citato.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
Il corteo dei 'Pink' e la 'provocazione' alla zona rossa.
Il primo video è tratto da 'Genova - IndyMedia', video di ricostruzione dei fatti di Genova, prodotto da Italy-IndyMedia, che può essere interamente scaricato da qui.
Il secondo video è tratto da 'Genova Città Aperta' e può essere scaricato interamente da qui.
Il terzo video è tratto da 'Genova Red Zone', e può essere interamente scaricato da qui.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
La 'divisione' di Genova in zone, la costruzione delle 'barriere', la posizione dei manifestanti.
Il primo e il secondo video sono tratti da 'Genova Red Zone', video in inglese, che può essere scaricato interamente da qui. Fanno vedere, un po', come sono state costruite le 'barriere' che hanno diviso Genova in zone.
Il terzo video è invece tratto da 'Genova senza risposte', che può essere interamente scaricato da qui, e chiarisce molto efficacemente la collocazione in città sia dei diversi gruppi politici che il senso delle piazze tematiche che venerdì 20 servivano come punto di incontro 'politico' e di differenziazione interna al movimento.
È assolutamente fondamentale tenere presente questa collocazione per seguire successivamente quello che accade.
(0) Piazzale Kennedy: sede del GSF (a sud della zona rossa)
(1) Piazza di Carignano: Attac/Rifondazione/Pink
(2) Piazza Da Novi: Cobas
(3) Stadio Carlini: Disobbedienti (a Est della zona rossa)
(4) Piazza Manin: Lilliput, Commercio equo e solidale, Lega Ambiente (a Nord della zona rossa)
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
Credo sia opportuno, da ora in poi, dividere le testimonianzie video per 'segmenti di memoria'. Questo significa che la giornata non sarà 'attraversata' come blocco unico, ma per segmenti che potrebbero essere orari, di luogo, di sguardo.
I posts sarannno molteplici e si incardineranno nel doppio regime della 'scansione cronologia' e in quella 'tematica'.
Da questo momento, tutto il blocco di posts 'Genova 2001-06' deve essere letto senza ordine di pubblicazione, ma come fosse 'in aggiornamento continuo e sincronico'. Il suo ordine non seguirà quello cronologico di scrittura sul blog, ma quello interno alla giornata. L'aggiornamento dei video non seguirà nessun ordine, ma solo i 'segmenti di memoria' e le 'connessioni' che chi scrive attraverserà.
20 Luglio - Cronologia
Venerdì all'ora di pranzo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riceve i leader a Palazzo Ducale. Negli stessi minuti iniziano in città gli incidenti. A provocarli sono i black block, le Tute nere, che si muovono ai margini del movimento pacifista con l'unico obbiettivo di creare disordini. Non sono moltissimi, ma riescono nell'intento: dal primo Bancomat mandato in frantumi, Genova non sarà più la stessa.
Dentro la cittadella blindata i grandi parlano di economia e lotta all'Aids, fuori è il caos. Le tute bianche e i militanti del Gsf marciano verso la zona rossa (in quattro riusciranno anche ad entrare) lungo le strade devastate dal passaggio degli anarchici. La tensione è alta, la situazione ormai fuori controllo. La polizia carica con durezza, si scontra anche con le tute bianche, che accuseranno di aver subito una vera e propria imboscata. In periferia i black bloc sfasciano tutto quello che trovano, assaltano anche il carcere di Marassi. Poco prima delle 18, alle 17.57, le agenzie battono la notizia: "C'è un ragazzo morto in piazza Alimonda". La notizia è confermata: in terra resta Carlo Giuliani 23 anni di Roma ma residente a Genova, figlio di un ex sindacalista Cgil (ma l'identificazione arriva solo in tarda serata). A colpirlo a morte un carabiniere di vent'anni, assediato dentro una jeep assieme ad altri militari.
Update [dal sito 'Piazza Carlo Giuliani']: Il vicepresidente del Consiglio, on. Gianfranco Fini, con altri esponenti di Alleanza Nazionale, tra cui l'on. Ascierto, si trovano nella Caserma dei Carabinieri di San Giuliano dove si trattengono per diverse ore. Le forze dell'ordine vengono dislocate nelle zone dove passeranno i cortei e nelle vicinanze delle piazze tematiche.
Sono stati rimossi i cestini della spazzatura ma molti cassonetti si trovano tuttora lungo i percorsi e nelle piazze dove si raccolgono i manifestanti.
Fin dalla mattina compare il Black block: gruppi di 10, 15, al massimo 20 persone alla volta, molte delle quali dall'accento straniero, si aggirano per la città distruggendo vetrine, incendiando cassonetti, auto, motorini.
Fanno incetta di sassi, spranghe e bastoni.
Diversi privati cittadini, da varie zone della città, denunciano il fatto alle autorità competenti. Un gruppo si concentra in piazza Paolo da Novi, la piazza tematica dei Cobas; inizia a smantellare la pavimentazione e a caricare i cassonetti con pietre.
Alcuni manifestanti tentano di fermarli.
Le forze dell'ordine, che si trovano a breve distanza, no.
Indietreggiano, sparando lacrimogeni. Li inseguono nelle vie adiacenti senza mai fermarli davvero.
(Alcuni filmati, anche del sabato, riprenderanno strani personaggi che prima parlano con le forze dell'ordine e poi si avvicinano ad alcuni Black block. Altri filmati riprendono dei personaggi che, in motorino, prima parlano con i Black block, poi con le forze dell'ordine, e così via).
Il black block passa sotto il tunnel della ferrovia all'altezza di corso Torino dividendosi quindi in due gruppi : uno si dirige verso il Carcere, l'altro sale la scalinata Montaldo verso piazza Manin.
Ore 15. Un filmato riprende alcuni blindati dei Carabinieri nella piazza antistante il Carcere di Marassi e gruppi di agenti a piedi.
Una ventina di Black block si avvicina al carcere lanciando sassi.
I Carabinieri si ritirano.
I Black block rompono alcuni vetri delle finestre del Carcere e incendiano un portone ed una finestra. Poi se ne vanno indisturbati.
Nel frattempo il corteo dei Disobbedienti, "armati" con scudi di plexiglass, imbottiture di polistirolo, gommapiuma e bottiglie di plastica, lasciato lo Stadio Carlini, si avvia lentamente lungo il tragitto autorizzato, incontrando sul suo cammino cassonetti rovesciati e auto bruciate.
A metà di via Tolemaide viene duramente e improvvisamente aggredito dai Carabinieri, sostenuti da 4 blindati. Ricordiamo che i portavoce dei Disobbidienti avevano precedentemente concordato con la Questura il percorso fino a piazza Verdi, (la piazza che si trova di fronte alla stazione Brignole). Ci sarebbero, quindi, ancora circa 500 metri di strada da percorrere. La zona rossa, protetta dalle grate in ferro, è ben più lontana.
L'attacco respinge per alcuni metri i manifestanti che, retrocedendo, si compattano verso corso Gastaldi. Non ci sono vie di fuga: alle spalle 10000 persone premono non comprendendo cosa stia accadendo; da un lato la massicciata della ferrovia, dall'altro file continue di palazzi.
Nel frattempo, i Black block saliti a piazza Manin, dove sono radunati Pax Christi, Mani Tese, Rete Lilliput, ecc., proseguono indisturbati verso piazza Marsala; dietro a loro sopraggiunge la Polizia che spara lacrimogeni e carica i pacifisti con le mani, pitturate di bianco, alzate; vengono picchiate e ferite soprattutto le donne.
Tornando a via Tolemaide, dopo ogni carica al corteo dei Disobbedienti, i blindati e i militari indietreggiano, ritirandosi fino all'angolo con corso Torino.
Alcuni ragazzi del corteo li inseguono, tirando sassi e cercando di rompere i vetri dei blindati.
Una camionetta, dopo aver percorso a velocità sostenuta, su e giù, quel tratto di strada, minacciando di travolgere i manifestanti, si blocca improvvisamente a marcia indietro contro un cassonetto. L'autista fugge lasciando soli i colleghi.
I carabinieri schierati poco più avanti non intervengono in loro aiuto.
I ragazzi assaltano il blindato, visibilmente infuriati, con sassi e spranghe; permettono comunque ai carabinieri che occupano il mezzo di allontanarsi. Quindi lo incendiano.
La Polizia respinge il corteo in via Tolemaide.
Ore 16.30 circa - Carlo Giuliani si unisce al corteo dei Disobbedienti, che già da tempo, bloccato frontalmente, stremato dalle cariche ripetute, intossicato dai lacrimogeni, scottato dagli idranti urticanti, tenta di defluire per le vie laterali e di tornare al Carlini.
Carlo indossa un pantalone della tuta blu, una canottiera bianca e una giacca della tuta grigia legata in vita.
A questo punto le forze dell'ordine, carabinieri e polizia, attaccano nuovamente il fronte del corteo: blindati lanciati a 70Km/h sui ragazzi, idranti urticanti, colpi d'arma da fuoco, lacrimogeni al gas CS, manganelli Tonfa.
I ragazzi rispondono lanciando sassi, lanciando indietro alcuni lacrimogeni, facendo piccole barricate con i bidoni per la raccolta differenziata della carta e della plastica.
Carlo indossa il passamontagna blu.
Sul fianco di via Tolemaide si aprono 2 strade strette, che portano in piazza Alimonda.
Ore 17.15. Un drappello di una ventina di carabinieri appoggiato da 2 defender si posiziona in una di queste due stradine. Partono i lacrimogeni, che vengono lanciati in mezzo al corteo.
I manifestanti reagiscono.
I militari, improvvisamente, cominciano ad indietreggiare, fino a scappare disordinatamente verso via Caffa, attraverso piazza Alimonda.
Un gruppo di manifestanti li inseguono urlando.
I due defender proseguono in retromarcia, superano un primo cassonetto che si trova in mezzo alla strada di fronte alla Chiesa del Rimedio.
Un defender, raggiunto uno slargo, fa manovra e raggiunge i colleghi in via Caffa; l'altro si ferma contro un cassonetto di rifiuti mezzo vuoto che si trova sul lato destro della strada.
Un plotone di polizia, con defender e blindati, è schierato in via Caffa a pochi metri dal defender. Un ingente schieramento di forze di polizia e blindati si trova in piazza Tommaseo, la piazza in cui sfocia via Caffa, lunga 300 metri.
Alcuni manifestanti raggiungono il defender fermo in piazza Alimonda, alcuni di loro tornano indietro verso via Tolemaide, altri cominciano a tirare sassi contro le forze dell'ordine schierate in via Caffa, altri ancora lanciano pietre e tirano colpi con assi di legno al defender.
Una persona raccoglie da terra un estintore, comparso sulla scena in questo momento, e lo lancia da una distanza ravvicinata e nel senso della lunghezza, contro il defender; l'estintore colpisce il lunotto posteriore e cade fermandosi sulla ruota di scorta.
Uno scarpone spunta dal lunotto e lo scalcia facendolo rotolare a terra.
In questo momento attorno al defender ci sono 4 fotografi e 5 manifestanti.
Una pistola spunta dal lunotto posteriore.
Un ragazzo con la felpa grigia vede la pistola, si china e scappa.
Carlo Giuliani, si avvicina, si china a raccogliere l'estintore, si alza in torsione per ritrovarsi quasi di fronte al retro del defender...
... Solleva l'estintore sopra la testa...
Sono le 17.27.
Parte il primo sparo.
Carlo Giuliani cade a terra in avanti, trascinato dall'estintore che sta lanciando, e rotola sul fianco destro verso il defender.
I manifestanti presenti nella piazza scappano precipitosamente mentre parte un secondo colpo di pistola. I fanali della retromarcia del defender sono accesi.
Qualcuno grida "fermi, stop" al Defender che passa due volte sul corpo di Carlo Giuliani, una prima volta in retromarcia sul bacino, la seconda in avanti sulle gambe.
Sono passati 5 secondi dal secondo sparo quando il defender è già in via Caffa, oltre lo schieramento della Polizia.
I giornalisti che si trovano vicino al defender cominciano a fotografare e riprendere Carlo Giuliani a terra, che sta morendo.
Si avvicinano alcuni manifestanti che cercano di fermare lo zampillo di sangue che sgorga a ritmo cardiaco dallo zigomo sinistro di Carlo Giuliani.
A questo punto, le forze di polizia avanzano, sparando lacrimogeni e disperdendo i pochi manifestanti ancora nei pressi.
Le forze di polizia circondano il corpo.
10 minuti dopo, un'infermiera del GSF che cerca di soccorrere Carlo Giuliani sente ancora il suo cuore che batte. Arriva una seconda infermiera.
Le infermiere tolgono il passamontagna a Carlo Giuliani e notano sulla fronte una grossa e profonda ferita che non sanguina, una ferita, dunque, che è stata provocata da un colpo in fronte inferto dopo l'uccisione. Sulla tempia destra di Carlo Giuliani ci sono abrasioni e ferite.
Più di un testimone racconterà di aver visto rappresentanti delle forze dell'ordine che hanno preso a calci in testa Carlo Giuliani prima che arrivassero le infermiere del GSF.]
Questo il bel pezzo pubblicato da Sergio Baratto su 'Primo Amore'.
Così sgombro di retorica e così vero.
"Cinque anni.
È stato detto che eravamo faine della condiscendenza, nuovi mafiosi in tuta nera, padri disgraziati, psicologie fragili, utili idioti. Che eravamo ignoranti, velleitari, che avevamo poche e sbagliate idee, che se i nostri intenti si fossero tradotti in fatti, per il terzo mondo sarebbe stata la rovina; che eravamo antioccidentali, antimodernisti, fiancheggiatori morali del terrorismo, brodo di coltura della sovversione, figli e nipotini plagiabili dei cattivi maestri. Che, in definitiva, eravamo stupidi, manovrabili, pericolosi e delinquenti.
Eppure, di quelle giornate, io mi ricordo tutt'altro. Il bruciore del gas CS sulla pelle, gli occhi gonfi, la gola chiusa. Il sibilo dei candelotti, la fuga scomposta. Un'ambulanza dai vetri spaccati e un uomo con il sangue sulla faccia.
Mi ricordo le espressioni sconce di quegli otto omuncoli, impettiti davanti alle telecamere nei loro completi scuri. Mi ricordo di aver pensato che, con tutto quel caldo, i loro piedi dovevano per forza imputridire dentro quelle scarpette eleganti da statisti di vaglia.
Mi ricordo il sorriso cattivo di un ufficiale di polizia in borghese mentre gli sfilavo davanti impaurito, con le mani in alto.
Mi ricordo le braccia sottili di un ragazzo di fronte a una pistola.
Non lo conoscevo, ma era come un fratello.
*
Un anno dopo sono tornato. C'erano iniziative sparse qua e là per il centro e su tutto aleggiava lo stesso caldo cocente dell'anno prima. Alle 17,27 piazza Alimonda si è fermata. Io c'ero arrivato da una stradina laterale, all'ultimo momento, convinto per sbadataggine che mancasse ancora qualche minuto. Avevo appena comprato e intaccato un enorme pezzo di focaccia. Ho deglutito in fretta e ho interrotto la masticazione. La gente riempiva la piazza, tutti in piedi e in silenzio. Poi, quando i sessanta secondi simbolici sono terminati, si è levato un coro: "Carlo è vivo e lotta insieme a noi". Io mi sono irritato, ricordo di aver pensato tra me e me "No, non è vero, è morto: se fosse vivo non saremmo qua a gridare slogan del cazzo, se lottasse in mezzo a noi pochi conoscerebbero il suo nome e la sua faccia…". La stupidità consolatoria di queste frasi menzognere è però irresistibile. Anche a me è successo di sorridere, leggendo a sorpresa su qualche muro, nei luoghi e nei momenti più inaspettati, "Carlo vive".
*
Ma che cosa aveva da ridere, in definitiva, il miliziano in borghese, mentre gli sfilavo davanti, impaurito e con le mani in alto? Se la stava godendo? Me lo domando perché, dal suo punto d'osservazione, la scena si presentava così: un gruppo di qualche centinaio di persone con le mani alzate, tutte rigorosamente zitte perché c'era da cagarsi letteralmente nei calzoni, sfilava per il centro in direzione della stazione ferroviaria tra due ali di poliziotti in tenuta antisommossa, preceduto e seguito a mo' di scorta da due blindati e altri agenti. Il che non mi sembra tanto umiliante o disonorevole, quanto piuttosto paurosamente vicino alla caricatura tragica di ben altre scene di cattura e deportazione. Non è che voglia fare paragoni assurdi: sono solo i pensieri incontrollabili che mi è capitato di fare allora.
Io mi trovavo all'estremità destra del gruppo e con la coda dell'occhio potevo vedere le facce degli ufficiali in mezzo alla loro truppa corazzata. È stato allora che, per una frazione di secondo, ho intersecato lo sguardo del tizio. Età apparente quaranta, calvizie, colorito olivastro. Aveva una ricetrasmittente incollata alla guancia e stava ascoltando o biascicando qualcosa. E intanto sorrideva.
Mi è parso che quel sorriso contenesse tante cose: odio, disprezzo, soddisfazione. Forse, nella sua semplicità, il termine "cattivo" riassume bene tutto.
Perché la cattiveria non esclude il resto. Non esclude affatto che, una volta smesso di ridere, l'ufficiale sia tornato a casa dai due figli piccoli, uno alle medie uno alle elementari, e li abbia guardati con tenerezza, sorridendo con una piega completamente diversa delle labbra.
*
Ricordo che una sera ero a cena dai miei. La televisione era accesa sul telegiornale. A un certo punto viene mandato in onda un servizio sul Forum Sociale di Porto Alegre. Doveva essere il 2002. Zittisco i genitori e mi metto in ascolto. Intervistano un capelluto leader italiano del movimento. Dice una cosa del genere: "Ci sono state delle discussioni perché i delegati di certi paesi insistevano per inserire nella dichiarazione di condanna della guerra anche una condanna del terrorismo…". Io penso "Be', perdio, vorrà pur dire qualcosa! Se sentono il problema come un'urgenza, bisognerebbe ascoltarli e sentire seriamente cos'hanno da…". Il chiomato sindacalista assume un'espressione disgustata e conclude più o meno così: "…Ci siamo opposti, visto che a noi la questione non interessa minimamente".
A una manifestazione contro la guerra in Iraq organizzata nel mio quartiere ho incontrato un mio coinquilino. Uno di quei vecchietti che si incrociano sul portone, di cui non si conosce il nome e che non si sa mai se salutare o no. Ci siamo presentati, stupiti e compiaciuti di trovarci entrambi lì. Ci siamo detti, con un misto d'orgoglio e di sconforto, che del nostro condominio eravamo gli unici. Abbiamo sfilato insieme, chiacchierando delle nostre vite. Ho scoperto che era un ex operaio in pensione, comunista da sempre. Chi l'avrebbe mai detto, con quell'aspetto mite e dimesso? A un certo punto, mentre sfilavamo in mezzo a un nutrito gruppo di poliziotti, gli ho raccontato di quello che avevo visto e vissuto durante il G8. Lui annuiva. Dopo un po' mi ha guardato e con aria un po' perplessa mi ha detto di essere rimasto stupito dalla furia distruttiva dei manifestanti così come aveva potuto vedere alla tele.
*
"Gli anni passano," dico al telefono, "La gente pian piano si dimentica, la rabbia si smorza, ci si scorda tutto…"
"Quale gente? Quella che c'era? Non credo. Più facile che abbia semplicemente smesso di parlarne, questo sì è inevitabile, se vuoi è anche normale, l'importante è capire quanto sia ancora aperta o già rimarginata la ferita sotto la benda…"
"Eppure secondo me molti hanno finito per perdonare. Per perdonare quasi tutto. Molti alla fine si sono detti 'Amen, è andata così, gli sbirri cattivi e tutto il resto, ma adesso c'è l'emergenza berlusca, bisogna buttare giù il berlusca'… Ti ricordi i DS che vigliacchi, il giorno che è stato ammazzato Carlo Giuliani, quando hanno fiutato l'aria e hanno detto 'Noi ci si sfila, ciao ciao e buona fortuna per domani'? Adesso siamo tutti qui a sperare che 'ste merde vincano su quell'altra merda più grossa…"
"Parla per te. E comunque secondo me la questione è così: chi c'era, bisogna vedere cosa si porta ancora dentro, di quell'esperienza, sotto la cenere."
"Sarà, che ti devo dire? Io comunque resto convinto che si sia voluto e cercato di cancellare lo scandalo di Genova dalla coscienza collettiva. Non dico tanto dal governo o dai media - che tanto dopo un mese seppelliscono ogni cosa. Dico dalle persone stesse, dalla sinistra, per colpa della campagna elettorale permanente, per l'obbligo autoimposto di non spaventare i moderati… 'Non sia mai che la sciura Brambilla pensi che difendiamo i teppisti… Anche se personalmente so che non erano tutti teppisti, devo partire dal presupposto che per la sciura Brambilla lo fossero, e tarare di conseguenza la mia rispettabilità ai suoi occhi…'"
"…E quelli che c'erano, quelli che hanno preso le mazzate, il cosiddetto movimento dei movimenti?"
"Mah, quelli che hanno preso le mazzate ci sono ancora - tu ci sei ancora, io ci sono ancora… Ne stiamo parlando ancora, in questo preciso istante… È solo che ci siamo fatti fregare dalla pigrizia. Noi ci siamo ancora. È il movimento, che è morto."
"Be', io continuo a sperare che un giorno di questi risorga."
(Se una colpa dev'esserci imputata, dico che non abbiamo avuto la forza, la capacità, il coraggio di crescere, di perfezionarci e perfezionare la lotta. Abbiamo dato vita a una rappresentazione deprimente delle nostre caricature. Portiamo sulle spalle una responsabilità enorme, col nostro fallimento collettivo.
Ma chi può dire cosa ci riserva il futuro? Personalmente, ho sempre detestato i certificati di morte.)
*
Cinque anni. Sono stati pubblicati libri, inchieste, controinchieste. I processi agli agenti e ai manifestanti violenti procedono, nella più totale indifferenza dei media ma procedono, segno questo - ti dicono - che l'Italia resta un paese democratico. Che cinque anni fa ha avuto la febbre, ma poi gli anticorpi hanno fatto il loro dovere.
Sono successe un mucchio di tragedie: attentati, guerre globali, bancarotte di intere nazioni, crimini contro l'umanità, catastrofi ambientali. Nessuno di questi disastri è da imputare a noi "giovani geneticamente modificati, ingannati e degradati" (Paolo Guzzanti). Non sono state le nostre idee irresponsabili e controproducenti, il nostro "fardello tribale antico", misto di comunismo e pauperismo religioso (Fiamma Nirenstein dixit) a immiserire il mondo.
"Hanno usato la piazza contro la civiltà dell'agorà, vale a dire il luogo del raduno per discutere, per fare trattazioni, per giudicare, il luogo della filosofia, della giustizia e dell'economia e, per noi mediterranei, anche il luogo della conversazione che… è il dato costitutivo della più alta convivenza civile". Scriveva così il Merlo sul Corriere della Sera all'indomani del macello della Diaz. Spiacente, esimio signor volatile, mi duole segnalarLe che negli ultimi cinque anni proprio la sua civiltà dell'agorà ha infilato una serie notevole di puttanate e atti barbarici. Non è colpa nostra. Io personalmente ho fatto di tutto per manifestare pacificamente il mio dissenso. Sono sceso nell'agorà, come dice Lei, nel più puro spirito della civiltà della discussione. Eravamo tre milioni, ma nessuno ci ha dato ascolto. Nel migliore dei casi, ci hanno presi per il culo. Ha presente il tono sprezzante dei politici, dei giornalisti obesi con la barba? Tanto più che le decisioni sono sempre già prese, in altri luoghi e più in alto.
Mi dica Lei dove si trova la civiltà dell'agorà. Da che parte. Chi meglio l'ha incarnata.
Pubblicato da s.baratto il 20-07-06
19 luglio: Giovedì sfila il primo corteo degli anti-global, con la manifestazione dei migranti. La marcia di cinquantamila persone si snoda per Genova senza problemi di ordine pubblico. Il Gsf incassa il successo, ma dal giorno dopo lo scenario e i commenti cambiano bruscamente.
h. 17.30 circa: La manifestazione dei migranti
Il primo video è tratto da 'Genova senza risposte' (di Miceli-Paoli-Lorenzi, produz. L'occhio e la Luna) che può essere interamente scaricato da qui.
Il secondo è tratto da 'Solo limoni' (di Giacomo Verde, Shake Ed., Reset, SeStessi video) e può essere interamente scaricato da qui.
Il terzo è la prosecuzione di "Genova città aperta - I fatti di genova 19-20-21 luglio 2001" (autori: Nina, Niko e Martin - video in lingua inglese) che può essere interamente scaricabile dal sito 'New Global Vision'.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
[COMMENTO] I tre video mostrano, chiaramente, il clima che ha attraversato la manifestazione dei migranti di giovedì pomeriggio, la prima manifestazione organizzata dal GSF. Clima lontanissimo, come si vedrà, dalle forme che 'dovranno prendere' le manifestazioni del giorno dopo.
E vorrei dire: non ci sono dubbi che il montaggio e le 'prese di camera' e di audio facciano la loro parte. Ma anche, mi viene in mente, ricordandomi un Vertov d'annata, che niente nega alla realtà di negare l'altra realtà a cui si oppone e che vuole contestare; niente glielo nega, salvo il fatto di non esistere.
La violenza, giovedì 19 luglio 2001, non 'abitava' a Genova.
A meno che 'far vedere le mutande' non sia una provocazione...
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
Mercoledì 18 luglio. Sera. E poi 'tardi', cioè: Giovedì 19 mattina, quando il giorno non è nato.
"Grande concerto di Manu Chao in Piazzale Kennedy: oltre 20 mila persone.
Carlo Giuliani partecipa al concerto."
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
(la 'biografia' di Carlo Giuliani dà il concerto come '19 luglio': è una data evidentemente errata: il concerto è nella notte tra il 18 e il 19: tra mercoledì e giovedì, esattamente la notte prima del corteo dei 'migranti'). È il 18 luglio 2001, sera. Esterno notte.
Questo qualche 'frammento video' del concerto.
[COMMENTO] È 'rubato' da 'Genova senza risposte' (di Miceli-Paoli-Lorenzi, produz. L'occhio e la Luna) che può essere interamente scaricato da qui.
Si tratta di nemmeno 54 secondi, tra l'altro anche 'edulcorati'. A mia conoscenza - certamente assolutamente parziale - l'unica testimonianza 'pubblica' di questo concerto. Certamente, l'unica 'testimonianza' che è passata nei 'video' sia ufficiali, che di 'contro-inchiesta' (come ho detto dall'inizio: salvo smentita e correzione).
Delle quasi centinaia di ore che ho visto per scrivere queste righe, è il minuto dove più 'capisco'. E mi riconosco. E mi ritrovo accanto a 'molti'.
Il 'resto', lo sapevo già.
h 6.20: la perquisizione allo 'Stadio Carlini', punto d'incontro dei 'disobbedienti'. (da 'Sherwood Genova - video sherwood su fatti genova, che potete scaricare interamente qui.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
Cominciamo con qualche 'immagine dei giorni appena prima le manifestazioni. Sono i giorni della costruzione delle difese della zona rossa e in cui a Genova si respira un clima di paura.
Il primo video è tratto da "Genova citta' aperta - I fatti di genova 19-20-21 luglio 2001" e può essere interamente scaricabile dal sito 'New Global Vision'.
Il secondo invece è tratto da 'Solo limoni' (di Giacomo Verde, Shake Ed., Reset, Sestessi video) e può essere interamente scaricato da qui.
(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)
Una breve cronologia.
18 luglio
L'anti G8 inizia nel modo migliore mercoledì notte con il concerto di Manu Chao: sono in ventimila a ballare e saltare con l'ex leader della Mano Negra.
19 luglio
Giovedì sfila il primo corteo degli anti-global con la manifestazione dei migranti. La marcia di cinquantamila persone si snoda per Genova senza problemi di ordine pubblico. Il Gsf incassa il successo, ma dal giorno dopo lo scenario e i commenti cambiano bruscamente.
20 luglio
Venerdì all'ora di pranzo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riceve i leader a Palazzo Ducale. Negli stessi minuti iniziano in città gli incidenti. A provocarli sono i black block, le Tute nere, che si muovono ai margini del movimento pacifista con l'unico obbiettivo di creare disordini. Non sono moltissimi, ma riescono nell'intento: dal primo Bancomat mandato in frantumi, Genova non sarà più la stessa.
Dentro la cittadella blidanta i grandi parlano di economia e lotta all'Aids, fuori è il caos. Le tute bianche e i militanti del Gsf marciano verso la zona rossa (in quattro riusciranno anche ad entrare) lungo le strade devastate dal passaggio degli anarchici. La tensione è alta, la situazione ormai fuori controllo. La polizia carica con durezza, si scontra anche con le tute bianche, che accuseranno di aver subito una vera e propria imboscata. In periferia i black bloc sfasciano tutto quello che trovano, assaltano anche il carcere di Marassi. Poco prima delle 18, alle 17.57, le agenzie battono la notizia: "C'è un ragazzo morto in piazza Alimonda". La notizia è confermata: in terra resta Carlo Giuliani 23 anni di Roma ma residente a Genova, figlio di un ex sindacalista Cgil (ma l'identificazione arriva solo in tarda serata). A colpirlo a morte un carabiniere di vent'anni, assediato dentro una jeep assieme ad altri militari.
Update [dal sito 'Piazza Carlo Giuliani']: Il vicepresidente del Consiglio, on. Gianfranco Fini, con altri esponenti di Alleanza Nazionale, tra cui l'on. Ascierto, si trovano nella Caserma dei Carabinieri di San Giuliano dove si trattengono per diverse ore. Le forze dell'ordine vengono dislocate nelle zone dove passeranno i cortei e nelle vicinanze delle piazze tematiche.
Sono stati rimossi i cestini della spazzatura ma molti cassonetti si trovano tuttora lungo i percorsi e nelle piazze dove si raccolgono i manifestanti.
Fin dalla mattina compare il Black block: gruppi di 10, 15, al massimo 20 persone alla volta, molte delle quali dall'accento straniero, si aggirano per la città distruggendo vetrine, incendiando cassonetti, auto, motorini.
Fanno incetta di sassi, spranghe e bastoni.
Diversi privati cittadini, da varie zone della città, denunciano il fatto alle autorità competenti. Un gruppo si concentra in piazza Paolo da Novi, la piazza tematica dei Cobas; inizia a smantellare la pavimentazione e a caricare i cassonetti con pietre.
Alcuni manifestanti tentano di fermarli.
Le forze dell'ordine, che si trovano a breve distanza, no.
Indietreggiano, sparando lacrimogeni. Li inseguono nelle vie adiacenti senza mai fermarli davvero.
(Alcuni filmati, anche del sabato, riprenderanno strani personaggi che prima parlano con le forze dell'ordine e poi si avvicinano ad alcuni Black block. Altri filmati riprendono dei personaggi che, in motorino, prima parlano con i Black block, poi con le forze dell'ordine, e così via).
Il black block passa sotto il tunnel della ferrovia all'altezza di corso Torino dividendosi quindi in due gruppi : uno si dirige verso il Carcere, l'altro sale la scalinata Montaldo verso piazza Manin.
Ore 15. Un filmato riprende alcuni blindati dei Carabinieri nella piazza antistante il Carcere di Marassi e gruppi di agenti a piedi.
Una ventina di Black block si avvicina al carcere lanciando sassi.
I Carabinieri si ritirano.
I Black block rompono alcuni vetri delle finestre del Carcere e incendiano un portone ed una finestra. Poi se ne vanno indisturbati.
Nel frattempo il corteo dei Disobbedienti, "armati" con scudi di plexiglass, imbottiture di polistirolo, gommapiuma e bottiglie di plastica, lasciato lo Stadio Carlini, si avvia lentamente lungo il tragitto autorizzato, incontrando sul suo cammino cassonetti rovesciati e auto bruciate.
A metà di via Tolemaide viene duramente e improvvisamente aggredito dai Carabinieri, sostenuti da 4 blindati. Ricordiamo che i portavoce dei Disobbidienti avevano precedentemente concordato con la Questura il percorso fino a piazza Verdi, (la piazza che si trova di fronte alla stazione Brignole). Ci sarebbero, quindi, ancora circa 500 metri di strada da percorrere. La zona rossa, protetta dalle grate in ferro, è ben più lontana.
L'attacco respinge per alcuni metri i manifestanti che, retrocedendo, si compattano verso corso Gastaldi. Non ci sono vie di fuga: alle spalle 10000 persone premono non comprendendo cosa stia accadendo; da un lato la massicciata della ferrovia, dall'altro file continue di palazzi.
Nel frattempo, i Black block saliti a piazza Manin, dove sono radunati Pax Christi, Mani Tese, Rete Lilliput, ecc., proseguono indisturbati verso piazza Marsala; dietro a loro sopraggiunge la Polizia che spara lacrimogeni e carica i pacifisti con le mani, pitturate di bianco, alzate; vengono picchiate e ferite soprattutto le donne.
Tornando a via Tolemaide, dopo ogni carica al corteo dei Disobbedienti, i blindati e i militari indietreggiano, ritirandosi fino all'angolo con corso Torino.
Alcuni ragazzi del corteo li inseguono, tirando sassi e cercando di rompere i vetri dei blindati.
Una camionetta, dopo aver percorso a velocità sostenuta, su e giù, quel tratto di strada, minacciando di travolgere i manifestanti, si blocca improvvisamente a marcia indietro contro un cassonetto. L'autista fugge lasciando soli i colleghi.
I carabinieri schierati poco più avanti non intervengono in loro aiuto.
I ragazzi assaltano il blindato, visibilmente infuriati, con sassi e spranghe; permettono comunque ai carabinieri che occupano il mezzo di allontanarsi. Quindi lo incendiano.
La Polizia respinge il corteo in via Tolemaide.
Ore 16.30 circa - Carlo Giuliani si unisce al corteo dei Disobbedienti, che già da tempo, bloccato frontalmente, stremato dalle cariche ripetute, intossicato dai lacrimogeni, scottato dagli idranti urticanti, tenta di defluire per le vie laterali e di tornare al Carlini.
Carlo indossa un pantalone della tuta blu, una canottiera bianca e una giacca della tuta grigia legata in vita.
A questo punto le forze dell'ordine, carabinieri e polizia, attaccano nuovamente il fronte del corteo: blindati lanciati a 70Km/h sui ragazzi, idranti urticanti, colpi d'arma da fuoco, lacrimogeni al gas CS, manganelli Tonfa.
I ragazzi rispondono lanciando sassi, lanciando indietro alcuni lacrimogeni, facendo piccole barricate con i bidoni per la raccolta differenziata della carta e della plastica.
Carlo indossa il passamontagna blu.
Sul fianco di via Tolemaide si aprono 2 strade strette, che portano in piazza Alimonda.
Ore 17.15. Un drappello di una ventina di carabinieri appoggiato da 2 defender si posiziona in una di queste due stradine. Partono i lacrimogeni, che vengono lanciati in mezzo al corteo.
I manifestanti reagiscono.
I militari, improvvisamente, cominciano ad indietreggiare, fino a scappare disordinatamente verso via Caffa, attraverso piazza Alimonda.
Un gruppo di manifestanti li inseguono urlando.
I due defender proseguono in retromarcia, superano un primo cassonetto che si trova in mezzo alla strada di fronte alla Chiesa del Rimedio.
Un defender, raggiunto uno slargo, fa manovra e raggiunge i colleghi in via Caffa; l'altro si ferma contro un cassonetto di rifiuti mezzo vuoto che si trova sul lato destro della strada.
Un plotone di polizia, con defender e blindati, è schierato in via Caffa a pochi metri dal defender. Un ingente schieramento di forze di polizia e blindati si trova in piazza Tommaseo, la piazza in cui sfocia via Caffa, lunga 300 metri.
Alcuni manifestanti raggiungono il defender fermo in piazza Alimonda, alcuni di loro tornano indietro verso via Tolemaide, altri cominciano a tirare sassi contro le forze dell'ordine schierate in via Caffa, altri ancora lanciano pietre e tirano colpi con assi di legno al defender.
Una persona raccoglie da terra un estintore, comparso sulla scena in questo momento, e lo lancia da una distanza ravvicinata e nel senso della lunghezza, contro il defender; l'estintore colpisce il lunotto posteriore e cade fermandosi sulla ruota di scorta.
Uno scarpone spunta dal lunotto e lo scalcia facendolo rotolare a terra.
In questo momento attorno al defender ci sono 4 fotografi e 5 manifestanti.
Una pistola spunta dal lunotto posteriore.
Un ragazzo con la felpa grigia vede la pistola, si china e scappa.
Carlo Giuliani, si avvicina, si china a raccogliere l'estintore, si alza in torsione per ritrovarsi quasi di fronte al retro del defender...
... Solleva l'estintore sopra la testa...
Sono le 17.27.
Parte il primo sparo.
Carlo Giuliani cade a terra in avanti, trascinato dall'estintore che sta lanciando, e rotola sul fianco destro verso il defender.
I manifestanti presenti nella piazza scappano precipitosamente mentre parte un secondo colpo di pistola. I fanali della retromarcia del defender sono accesi.
Qualcuno grida "fermi, stop" al Defender che passa due volte sul corpo di Carlo Giuliani, una prima volta in retromarcia sul bacino, la seconda in avanti sulle gambe.
Sono passati 5 secondi dal secondo sparo quando il defender è già in via Caffa, oltre lo schieramento della Polizia.
I giornalisti che si trovano vicino al defender cominciano a fotografare e riprendere Carlo Giuliani a terra, che sta morendo.
Si avvicinano alcuni manifestanti che cercano di fermare lo zampillo di sangue che sgorga a ritmo cardiaco dallo zigomo sinistro di Carlo Giuliani.
A questo punto, le forze di polizia avanzano, sparando lacrimogeni e disperdendo i pochi manifestanti ancora nei pressi.
Le forze di polizia circondano il corpo.
10 minuti dopo, un'infermiera del GSF che cerca di soccorrere Carlo Giuliani sente ancora il suo cuore che batte. Arriva una seconda infermiera.
Le infermiere tolgono il passamontagna a Carlo Giuliani e notano sulla fronte una grossa e profonda ferita che non sanguina, una ferita, dunque, che è stata provocata da un colpo in fronte inferto dopo l'uccisione. Sulla tempia destra di Carlo Giuliani ci sono abrasioni e ferite.
Più di un testimone racconterà di aver visto rappresentanti delle forze dell'ordine che hanno preso a calci in testa Carlo Giuliani prima che arrivassero le infermiere del GSF.]
21 luglio
Il Gsf decide comunque di scendere in piazza sabato per manifestare in maniera pacifica contro l'oppressione della polizia. L'illusione di un corteo tranquillo dura poco: i black bloc ricompaiono, il servizio d'ordine dei militanti di Rifondazione e dei centri sociali non riesce a isolare i violenti. La manifestazione si trova stretta tra le cariche delle forze dell'ordine e la furia delle tute nere. La guerriglia si estende a tutta la città, il bilancio è pesante: altre centinaia di feriti, altre centinaia di arresti. Il leader dei centri sociali del Nordest, Casarini accusa: "Ci sono infiltrati della polizia nei cortei, abbiamo le prove".
Ma non è finita, nella notte la polizia fa irruzione in due scuole che ospitano il centro stampa del Gsf e un dormitorio dei contestatori. Il blitz porta a 93 fermati e 66 feriti e porta soprattutto uno scambio di accuse violentissimo tra forze dell'ordine e Gsf (dei 93 fermati, 15 sono stati rilasciati subito, per 10 sono stati confermati gli arresti ma sono stati subito scarcerati e per 66 i gip hanno ritenuto che non vi erano neanche i presupposti per procedere al loro arresto; soltanto per uno dei fermati alla ex Diaz è stata notificata l’ordinanza di custodia cautelare in carcere). Vittorio Agnoletto e gli altri parlano di "massacro, di pestaggio indiscriminato, di violenze senza senso e distruzioni". Le forze dell'ordine ribattono che "era una perquisizione per individuare black bloc nascosti nella scuola" e che "un agente è stato colpito da una coltellata". Molti dei fermati sono condotti alla caserma di Bolzaneto, dove si verificano episodi di violenza nei loro confronti da parte di elementi delle forze dell'ordine.
22 luglio
Il vertice ufficiale si chiude alle 12 di domenica con la foto ufficiale: i grandi varano un comunicato finale con il quale si impegnano a lottare contro la povertà e l'inquinamento (anche se sul vertice di Kyoto non c'è accordo), il presidente russo Putin e il suo collega statunitense Bush parlano di scudo spaziale e "fanno passi avanti".
Il premier canadese Jean Chretien annuncia che il prossimo vertice si svolgerà a Kananaskis, un paesino di montagna nella provincia di Alberta. Il G8 finisce con i portavoce del Gsf che ribadiscono le accuse alla polizia e al governo, che replicano con altre contro accuse.
Questo 'lavoro' che metto in rete non sarebbe stato possibile senza:
- l'archivio video di 'New Global Video';
- il grande archivio della 'memoria' e delle contro-inchieste del 'Comitato Piazza Carlo Giuliani';
- l'impegno e il materiale del 'Comitato Verità e Giustizia per Genova';
- l'impegno morale, prima che legale, del 'Supporto Legale' per i fatti di Genova;
- la lucidità, l'intelligenza e il coraggio del 'Gruppo d'inchiesta Pillola Rossa';
- il paziente lavoro del 'Global Project' e di Radio Sherwood e di Indymedia Italy;
- la generosità di tutti i videomakers, professionali e no, che hanno girato e messo a disposizione tutti i materiali video;
- la forza di chi ha voluto testimoniare - con foto, parole, filmati, scritti, e anche silenzi - quello che ha visto, quello che ha sentito, quello che ha sentito raccontare, quello che non è riuscito a raccontare, non ha voluto o non ha potuto raccontare.
Questo che però 'cerco di pensare in-comune', non sarebbe nemmeno esistito senza, e soprattutto grazie, la forza, la presenza e la fermezza, la voglia di pretendere la verità e di pensare e attraversare un'altra 'politica in-comune' delle centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze, donne e uomini che hanno 'partecipato' a Genova 2001. Come tutti quelli e quelle che, in questi cinque anni, si sono spesi e si sono giocate per mantenere incandescente 'Genova 2001'. E che l'hanno fatta diventare 'il nostro tornante'.
Sono loro che restano. Sono loro che hanno segnato il 'tempo', qualunque sia la 'conclusione' giudiziaria. E il 'tempo segnato', rispetto la 'politica', quella quotidiana, ha una tale 'potenza', una tale infinita 'autonomia', e loro, insieme, hanno, in-comune, una tale 'gioventù della forza', da non dovere temere niente e nessuno.
***
Nota tecnica: tutti i video non sono coperti da copyright e sono liberamente scaricabili e utlizzabili a fini non commericiali. Citerò sempre la fonte e gli autori - ove possibile - e darò sempre il link per la visione complessiva del filmato (L'indice generale è nel sito New Global Video, ma ce ne sono altri presi da altre fonti).
Per visionarli, bisogna seguire il link 'Continua a leggere...', e avere installato Windows Media Player.
Direi che sia quasi categorico avere una connessione adsl.
Bisogna inoltre attendere il tempo di caricamento del file, che può variare da 10 a 60 secondi, e poi, quando appare la scritta 'caricamento interrotto', cliccare sulla freccia 'play'.
Se ci fossero problemi, non esitate a contattarmi. I files video possono essere più di uno nello stesso post e saranno aggiornati come uno work in progress, anche tornando a distanza di qualche giorno (verrà segnalato con l'aggiunta di 'upload' nel titolo).
Purtroppo, per la prima volta, devo consigliare l'utilizzo di un Internet Explorer o di un suo 'mimo'. Il carattere 'embedded' dei filmati - cioè volontariamente visionabili solo all'interno della pagina web - è tale che, per abbassare i tempi di attesa, si 'debba' usare 'quel' browser o un suo 'mimo' come Maxthon, che consiglio di installare in ogni caso per velocità, affidabilità e flessibilità, oltre che sicurezza. Con Firefox i tempi si allungano e si rischia qualche crash; con Opera mi risulta impossibile la visione.
Perdonate, ma di più non sono riuscito a fare.
***
Sul 'perchè' di questo 'lavoro', potete leggere questo breve intervento.
Il 'come', per far cosa e per chi, ho cercato di spiegarlo un po' più lungamente.
[COMMENTO] Ho voluto immediatamente - prima di tutto - postare le foto di Carlo Giuliani in Piazza Alimonda, prima della sua morte, per mostrare, senza ombra di dubbio, quanto un evento non sia mai 'quello che appare', anche se esso sia 'immobilizzato' in un'istantanea. 'Istantanee' ne esistono, sempre, per lo meno due. E anche se non ce ne fosse che una, o nessuna, nessuna versione è 'vera' di per se stessa e nessuna si giustifica da sè. Mai, mai. Queste foto sono conosciute, entrambe (non scopro nulla di nuovo, e non scoprirò proprio nulla di nuovo in quello che andrò a scrivere in questi giorni); ma la loro vicinanza dà un senso di 'vertigine'. Innanzitutto perchè entrambe le foto 'fermano la vita un attimo prima della morte' - e questa volta non c'è alcuna 'retorica' in quello che scrivo, ma una 'constatazione di morte'.
Ma, forse, nemmeno questo dà il senso di vertigine reale che queste due foto 'mettono in scena', che mi prende. Non è la prima - e purtroppo non sarà l'ultima - 'foto' che arresta per sempre la vita un attimo prima della sua 'fine'. [le foto scattate, per fare un esempio volontario, ad Ernesto 'Che' Guevara 'morto', tutto dicevano, tranne che la morte - solo la pena della 'visione' di un corpo martoriato: precisamente quello che accadde a Pier Paolo Pasolini. Il 'corpo' di Carlo Giuliani. E proprio nella 'differenza' irriducibile che abita queste 'foto'].
La 'vertigine' si apre perchè ogni foto, di per sè, può essere 'utilizzata' per 'giustificare' ciò che accade.
La prima, certamente, dà un 'senso' molto più vicino al 'reale' che la seconda.
E se essa non ci fosse stata, la seconda sarebbe diventata - come era quasi riuscita ad essere - il 'senso pubblico' di una morte, quando 'senso pubblico' prende il posto, per decenza e falso pudore terminologico, di 'giustificazione'. Ma siamo solo all'inizio.
In questo 'senso', tutto il materiale che io pubblicherò sino al 22 luglio, sarà distinto dai miei commenti.
In questo senso, io pubblicherò, almeno io, solo 'video', tutti quelli che sono riuscito a rintracciare in questi 5 anni.
Ma, a differenza di una sorta di 'piano sequenza ideologico', io assumerò un solo 'video' come guida, lo sezionerò per blocchi, anche di pochi secondi, ne farò una sorta di 'guida giornalistica', e lo farò 'vedere' attraverso questi blocchi d'immagini.
Ovviamente, il video sarà a disposizione nella sua interezza.
Ma il suo 'sezionamento' mi servirà per fare una sorta di 'sinossi giornalistica' con tutti gli altri video che ho raccolto.
Diciamo così: ciò che nel 'video guida' sarà disponibile nel frammento che va dal fotogramma temporale '1.32.48' sino al fotogramma '1.39.59' sarà rimandato, in sinossi, non 'immediatamente coincidente', ma appena successiva, e verificabile, agli altri video dove quella stessa scena appare, magari presa da altra angolazione, con altro commento, in altro contesto.
Questa operazione mi espone, ovviamente, ad una marea di errori e di correzioni. Innanzitutto giornalistiche.
Che io sono, chiaramente, immediatamente pronto ad accogliere, solo alla luce di una 'sinossi dell'evento plurima'. Cioè: solo alla luce di una 'mancanza giornalistica', e mai 'ideologica'.
Non so se riuscirò a terminare questa 'operazione', a cui lavoro da molti mesi, spero di sì; ma ciò che più mi importa è il 'metodo della memoria'. Mentre noi siamo abituati a 'ricordare' in maniera univoca, 'Genova 2001' offre politicamente una 'memoria plurima' che è la sua forza 'politica', e che resta lì, come 'fosse morta'.
Su questo tornerò, in termini di commento e di politica.
***
Luigi 'Gino' Raimondi fu cercato, trovato, minacciato e malmenato più volte dai fascisti quando, capo-redattore della 'Sera', giornale di area socialista a Messina, vicino a Colonna di Cesarò, negli anni venti, si oppose, con tutte le sue forze, all'avanzata fascista, alla censura del Prefetto di turno - ho contato più di sei edizioni sequestrate in una sola nottata per lo stesso numero, alla prevaricazione e all'evento raccontato dagli scribacchini di regime. Gino Raimondi, giornalista e avvocato a 25 anni, alla sua laurea portato 'in trionfo' non certo dai principi del foro, ma dagli operai che lo 'aspettavano fuori' proprio per 'festeggarlo', Gino Raimondi, zio di mio padre, nei suoi articoli, oltra alla passione del giornalismo, ha sempre scritto per 'passione di verità'. Tanto da morirne.
La 'passione della verità' nel giornalismo non significa scoprire verità nascoste, pubblicare segreti taciuti, svelare i segreti più nascosti - forse anche. La 'passione della verità', nel giornalismo, è, forse, molto più semplice: è scrivere quello che gli altri o non sanno o non sanno dire ma pensano o immaginano, che vogliono 'ricordare' leggendo, che avrebbero voglia di dire in pubblico ma non dicono. Proprio quando tutto questo è la verità.
Quello che riuscirò a 'fare', lo dedico
a Gino Raimondi e a suo nipote, mio padre, che mi hanno 'fatto' giornalista;
e a Carlo Giuliani, di cui non ho mai detto o scritto una sola sillaba sino ad oggi.
E che stava dove potevo esserci io.
Technorati : g8 genova
Del.icio.us : g8 genova
Al centro dell'immagine, in jeans blue, canottiera bianca e passamontagna blue, c'è Carlo Giuliani che sta per lanciare l'estintore che ha in mano contro i carabinieri dentro il 'defender'.
Questa foto, a differenza di quella della Reuter (qui sotto), che moltissimi giornali hanno pubblicato e che è diventata la foto 'ufficiale' del 'gesto' precedente la morte di Carlo Giuliani - ma ci ritorneremo -, restituisce la 'corretta prospettiva', cioè: la corretta 'distanza', che c'è tra Carlo Giuliani e i carabinieri. Appena sotto la foto che, da subito, ha 'motivato' la 'legittima difesa'.

Technorati : Carlo Giuliani, genova G8, piazza Alimonda
[à rebours: a G., che non mi fa 'postare' quello che scrive, e che ha vinto il 'suo primo' mondiale]
Io sono cresciuto, come tutti quelli che sono nati negli anni '60 e nei primi '70, nella 'luce calcistica' dell' '82. Per noi, piccoli e/o giovani, l' '82 è la nostra memoria, è l'immagine gioiosa di Dino Zoff, che abbiamo conosciuto anche come allenatore, o dei 'reduci': i vari Tardelli, Rossi, ingrassati e incecchiati da venti anni implacabili. Quelli che abbiamo attraversato, diventando 'grandi' come lo erano loro allora.
Almeno questo vorrei dirlo. Questa 'luce' ha lasciato spazio ad un'altra 'luce calcistica': e sempre io festeggio quando ad una 'luce' se ne sostituisce un'altra. Ieri, almeno noi, noi che abbiamo conosciuto anche le sconfitte delle 'Notti Magiche' della Nannini e l'urlo grande di Totò Schillaci, o il pianto di Baresi a Pasadena, abbiamo festeggiato perchè 'altro' si apre.
Tutti i giovani dell' '82 - e chi era bambino allora - hanno il loro 'nuovo' mondiale. Se oggi, anch'esso, è una 'luce calcistica', saremo ancor più felici quando un'altra 'luce calcistica' - un'altra vittoria - l'adombrerà fra altri venti, trenta o chissà quanti anni.
Ieri sono stato a Berna, in casa, con la mia compagna, proprio come quella notte di 24 anni fa, quando mio padre non era con me e non so come festeggiò il 'mio' mondiale, senza portarmi sulle spalle, senza 'coprirmi' con nessuna bandiera.
È con lui che, di nuovo, non ho 'parlato'. Non so se fosse contento. Forse, a distanza di così tanti anni, abbiamo festeggiato insieme. Di nuovo.
Senza dircelo, ancora una volta.
Come sapendo che, questa 'cosa', questa volta davvero, appartiene ad 'altri', a chi viene 'dopo'. Ma anche con la certezza che, come 24 anni fa, quando una
'luce calcistica' illumina, apre, nel nostro paese, sempre 'altro', 'altro' dal calcio stesso. E altro da come, davvero, eravamo 'appena' 24 anni fa.
Noi, e l'Italia che siamo.
È questo 'altro' che io amo.
Io G. G. sono nato e vivo a Milano
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell'inno nazionale
di cui un po' mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
se arrivo all'impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese
ma nel nostro mondo occidentale
è la periferia.
Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po' sfasciato.
E' anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che è tutto calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c'è un'aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui m'incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
forse è poco saggio
ha le idee confuse
ma se fossi nato in altri luoghi
poteva andarmi peggio.
Mi scusi Presidente
ormai ne ho dette tante
c'è un'altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
lo so che non gioite
se il grido "Italia, Italia"
c'è solo alle partite.
Ma un po' per non morire
o forse un po' per celia
abbiam fatto l'Europa
facciamo anche l'Italia.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo
per fortuna o purtroppo
per fortuna
per fortuna lo sono.
da ''Sentimento del tempo'', del 1933, nella sezione ''La fine di Crono'', che raccoglie poesie scritte fra il 1925 e il 1931.
A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s'inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch'erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell'acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch'era un aninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L'ombra negli occhi s'addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s'erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.
A Piero, che ne avrebbe certamente riso. Dolcemente.
[post molto, molto lungo - per chi vuole]
Sapere della morte di un amico, una morte improvvisa, ti dice di te, di come vivi, di come sei e di come era, e di come, forse, avresti voluto essere o fosse lui, è forte. Ma 'morire', oggi, così, è una 'lacerazione' più profonda perchè ti chiede di pensare su ciò che hai fatto, scritto, richiesto, risposto, domandato, preteso ed abbandonato. In una maniera diversa da come io stesso, a 34 anni, avrei mai immaginato quando ho incontrato Piero - ne avevo 22 e lui quasi la mia età.
Ho 'incontrato' Piero in una spiaggia. Nel senso che lì, per la prima volta, non solo gli ho detto di me. Ma abbiamo 'festeggiato', come dopo molte volte, sempre quando potevamo.
Ho dovuto pensare 'alla' sua 'memoria' in molti sensi, come mai mi era accaduto sino ad ora. Nè per me, nè per altri miei amici.
La 'sua' memoria, per chi conosceva Piero, era doppiamente legata alla musica e alla sua 'tastiera'. Dove in questo termine cerco di condensare il suo stare 'dietro' la tastiera, il suo 'luogo'.
Starci, sempre, con una curiosità che ci aveva aperto 'molto': quasi sempre quello che 'non sapevamo'.
Siamo adesso di fronte un computer che, a noi, dice poco, ma che costituisce molta parte del suo 'essere'.
E la difficoltà non è, 'durante la sua morte', 'tenerlo acceso'; ma molto di più.
E cioè: cosa fare??
Noi sappiamo che lì dentro c'è 'tutta' la sua 'memoria'. La 'sua', in quel 'senso privato' in cui la memoria si declina, che si condivide come le lettere che abbiamo scritto senza scrivere, quelle che abbiamo letto senza rispondere, quelle che abbiamo fatto nostre senza che ci cambiassero la vita, quelle che abbiamo deciso, oggi, inevitabilmente, essere in ritardo, che arrivano a cambiarci la vita ma che noi decidiamo di lasciare 'lì', perchè 'vogliamo' stiano lì e lasciamo cadere.
E noi sappiamo come lì ci siano, oggi molto più di sempre, tutte le note, i files, ciò che è importante e ciò che non lo è - la musica, dei testi, le pagine salvate che erano importanti per lui, le 'note private, scritte a sè - che, prima, facevano parte di una memoria tangibile e verificabile e che, invece, oggi non solo noi siamo pronti a cancellare, ma non potremmo nemmeno 'capire', 'selezionare', scegliere di conservare, per farle diventare parte della 'memoria di Piero', di come era, fosse, e, a questo punto, di come nessuno, in nessuna maniera, potrà mai riuscire a sapere davvero sia stato senza 'sapere come' conservare questi 'gesti d'infinito' che sono i nostri gesti, quelli solo nostri.
Non che la difficoltà, e spesso l'impossibilità, di ricostruire i percorsi nascosti, o semplicemente 'privati', anche solo 'banalmente troncati', sia qualcosa di nuovo.
Quello che di nuovo c'è si apre su due fronti: il primo è quello della 'memoria materiale'; il secondo è della 'scelta' di chi debba' scegliere di conservare. Ammesso che si voglia.
La 'memoria materiale'. Faccio un esempio 'banale'. Per molto tempo ho scritto 'lettere'. Il 'destinatario' delle lettere era, ed è, sempre 'senza nome'. Non c'è, infatti, nessun segno che 'ricordi' le lettere che io ho inviato. Se non la lettera stessa. E, poichè per tanto tempo e ancora ora, una lettera è sempre una 'dedica', la 'dedica' è sempre 'a chi', 'a chi la riceve'. La 'persona' che riceve, ha ricevuto quella lettera, può, in linea teorica, 'per sempre' conservare quella 'dedica'. Non esiste nessuna traccia che 'tracci' la mia dedica, la renda riconoscibile, renda riconoscibile il 'destinatario'.
Il 'dedicatario', la 'dedicataria' è 'padrone/padrona' di una 'memoria che 'ci' attiene, me e lui, me e lei, senza che, in nessun modo, tra me e lui/lei ci sia una 'base materiale', una traccia' che possa ricostruire questa 'dedica'.
Per un certo tempo, ho 'ricopiato', a mano o con altri 'supporti', le lettere che scrivevo.
C'è una parte delle mie lettere che è ricostruita 'didascalicamente' - come 'a domanda-risponde'.
Mentre questa è la felicità dei 'biografi', noi tutti sappiamo come 'alcune lettere' non possano essere in nessuna maniera 'ricopiate', poichè esse portano con loro una violenza e una eccezionalità che non consente questa 'operazione'. Nè quella della ricopiatura, nè quella della copiatura.
Mentre io conservo le 'risposte' a tutte le mie lettere, le risposte e tutte le scritture a me 'dedicate', ed anche i silenzi, io 'so', 'conosco' tutte le lettere che ho inviato, io lo so, lo so con la forza della mia memoria, che esercito ogni giorno, io so non solo la 'risposta precisa', il mio 'silenzio', ma la 'domanda precisa', la 'lettera' senza altro destinatario che me, il suo lasciarla cadere, la distanza e la vicinanza di ogni sillaba, ciò che metteva in gioco, so, soprattutto so, perfettamente, ma solo con gesto di 'memoria', esattamente a quali delle mie 'dediche' 'nessuno' abbia risposto, a quali delle dediche inviatemi io non abbia mai risposto, dove io ho pianto e dove hanno pianto. Una 'dedica' senza 'traccia', un amore dichiarato, una violenza, un abbandono, come se la mia 'dedica', o quella di chi mi 'dedicava', rimanesse 'tra noi', 'tra noi vivesse', 'morisse' o, di nuovo, 'tornasse'. Come mi è accaduto.
Tra noi. "Tra me e te, amore."
La 'posta elettronica' traccia questa dedica e sa, può, per statuto, ricostruire non solo l'invio, ma l'intreccio stesso di quello che avviene tra 'dedica e dedica'.
In questo senso, a differenza di quando io scrivevo le mie 'lettere', le mie 'dediche', da un lato io 'non ho più memoria', dall'altro ne ho troppa.
'Non ho più memoria': io non ricordo più quante 'mails' abbia perso da quando uso la 'mail'. Ne ho 'troppa' poichè, assolutamente, e senza fallo, colui o colei che mettesse mano sul mio computer e riuscisse ad aprire il mio programma di posta, saprebbe tracciare, esattamente, sia le 'dediche', sia i 'silenzi', sia riuscirebbe a ritracciare, in fondo, quando, dove e come io mi sia 'addressato', con un termine che amo, a qualcuno. E la differenza fondamentale è che lo saprebbe SENZA CHE CHI HA RICEVUTO LA DEDICA LO VOGLIA.
In questo senso, e in termini filosofici rispetto la memoria, tutto il rapporto tra l'io e l'altro è totalmente da ripensare a partire da questa 'morte'-.
In questo quadro, 'scegliere cosa conservare' - ed è il secondo scacco di fronte la morte del mio 'amico' - costituisce non tanto il dramma 'cattolico' dell'assenza, della 'morte', quanto quello laico della 'presenza' e della 'destinazione' della nostra memoria.
Poichè la memoria, oggi, non ha una destinazione 'esclusiva' - direi violentemente: non ha 'dedica' - essa è esposta, insieme, alla 'cancellazione totale', così come ad una scelta 'impossibile'.
Per i 'non-credenti', la destinazione della memoria è un punto focale.
Di fronte la morte improvvisa di un amico, di noi stessi, oggi, per i non credenti, la 'destinazione della memoria', di quello che siamo stati, con i nostri silenzi, le nostre disperazioni, la nostra forza e la nostra 'autonomia' non può più porsi nei termini di una 'dedicazione senza nome': essa non esiste più.
Non si tratta più di aprire una qualsiasi agenda, un quaderno di appunti, di leggere una serie di note, le 'lettere scritte'.
Si tratta, in fondo, di potere conservare questa 'dedica', senza che questa dedica diventi la leva di giudizio di tutta una vita.
Si tratta di potere conservare la 'dedica' come gesto non solo di 'anonimato', ma di profonda 'autonomia'.
In questo senso, 'scegliere cosa conservare' è un gesto impossibile per chiunque. Ma più radicale e insostenibile per chi non creda che la 'memoria' sia la memoria di una 'consolazione' che prenda il posto della 'morte', dell'assenza, in vista di una 'resurrezione' qualsiasi, più radicale e insostenibile è poter cancellare, per difetto di forza e di scelta, cosa 'deve' essere conservato e cosa no.
Esattamente sulla memoria la debolezza dell'ateismo, come la volgarità di una 'certa' fede, si misura in maniera 'palpabile'....
Leggevo appena ieri una delle ultime conferenze di Davide Maria Turoldo. Dove il grido risuonava proprio rivendicando, 'ricordando' la necessità della fede 'nel cuore del venerdì santo', nel cuore della morte del 'figlio di Dio' appeso sulla croce.
Nel luogo dell'impossibilità della fede stessa.
E, insieme, nel 'ricordo' di 'una certa origine', nella memoria' di questa 'solitudine' e 'dell'appello'. Della 'dedica' senza 'ricevimento'.
Se, come dice P.Turoldo, la morte è, esattamente, il 'dramma di Dio' - ricordando, in questo, Pareyson -, la 'memoria' è il luogo che i 'non-credenti' dovrebbero decidere a chi 'inviare'. Davvero.
Sì, davvero con la più grande forza. Decidere, prima, durante e dopo.
La morte.
A Piero, che ne avrebbe certamente riso. Dolcemente.
In nessun senso Harlock costituisce un'icona della rivolta. Al contrario, Harlock è l'esempio di una lettura radicale e senza 'resto' della destinazione. Harlock, se 'pensa' per la 'giustizia', combatte per la 'sua' giustizia. La differenza che per degli ottenni costituisce questa frase è la stessa differenza che si è installata tra il progetto di 'una' politica' e la politica come 'progetto'.
Harlock, anche e soprattutto nel testo della sua canzone, è un 'pirata' che ha 'cambiato' il suo 'luogo'.
E tutto il testo è una sorta di contraddizione permanente, come quando si dice, o si canta:
"[...]Come un lampo è il suo pugnale che lui lancia contro il mal,
ma è un uomo generoso come il mar[...]"
Harlock è una sorta di 'ma' continuato, di autocontraddizione vivente.
Così come si dice, e si canta che:
"[...] il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà,
vola all'arrembaggio però un cuore grande ha[...]."
Appunto, però.
Dunque, in una qualche maniera, Harlock è volto anarchico di una rivolta senza nome che, senza nemmeno saperlo, si contagia, fuori dal tepore di ogni famiglia, di ogni 'galera'.
In questo senso, Harlock, e il testo della sua canzone, mette in scena una 'rivolta silenziosa an-archica' che rifiuta, con il suo 'ma' o il suo 'però', ad ogni passaggio, rifiuta la messa in scena della cosmicità dell'imperialismo e della pacificazione degli affetti.
Harlock parte. Non fugge, ma costruisce la 'sua' rivolta ed il suo 'viaggio'.
A partire dal fatto che Harlock ha "[...] cambiato in astronave il suo velier[...]", cioè: ha affrontato il 'presente' e la sua trasformazione, lo sputo e il rifiuto, la fuga come 'sconfinamento' diventano una 'pratica' sistematica di rigetto e di rivolta. E di scoperta.
Solo in questo maniera, la benda nera che copre l'occhio destro di Harlock ha un senso.
Se la 'cicatrice' che segna il suo volto, nel cartone animato, è appena sotto il suo occhio sinistro, come a segnare quello che si vede grazie a un ricordo, la benda nera, nascosta dal ciuffo di capelli che cade 'esattamente' sull'occhio destro, nasconde ciò che 'non è possibile vedere'.
Ciò che, nel transito, si perde e si sacrifica. Ciò che 'lui' non può vedere e noi non dobbiamo.
Ed ancora: "[...] nero è il suo mantello, mentre il cuore bianco è [...]". Mentre.
Sempre una bi-logica.
Mentre Harlock è 'nero', e il suo mantello non può che essere 'sprofondato' nel 'nero' che mostra, quello che non mostra Harlock è, 'esattamente', quello che dobbiamo tenere presente: il suo 'cuore bianco'.
Ancora, di nuovo, una bi-logica.
Ignacio Matte-Blanco.
Harlock non è solo, senza saperlo, la 'figura' dell'analisi, '[...] senza una meta [...]", cioè: senza un arrivo, una 'fine'.
Harlock è il gesto, silenzioso, della rivolta, e la sua 'forza' è, come dicevo all'inizio - e come sa chi si occupa di 'cartoni' -, l'attacco della 'sua' canzone.
Non serve "[...] rubare a chi ha di più [...]". La rivolta si misura su altri confini, con altre guide e con un'altra forza.
In questo senso Harlock è '[...] rubare un'avventura [...]" con accanto 'lui', cioè: la presenza del nero, la forza del bianco. Insieme.
Dove la mia generazione pende da un lato, bisognerebbe ricordarle l'altro.
E dove li si tenga insieme, bisognerebbe far diventare tutto questo una 'politica'.
So di scrivere cose conosciute. Ma, come Capitan Harlock [da ora in poi Harlock], so altrettanto della necessità di ripetere, ribadire e, soprattutto, testimoniare.
Harlock è, in una certa maniera, la figura del testimone d'infanzia.
Anche senza saperlo, Harlock è un cartone animato, che la mia generazione (quella maledetta, quella dei trentenni) si è semplicemente sucata e assorbita senza batter ciglio. Come molti altri cartoni animati (allora si chiamavano così, oggi non so).
Harlock, in qualche maniera, la sua epifania, che vorrei spiegare qui, ha costituito per molto tempo, per la mia generazione, una fuoriuscita dagli incubi sistematici e finali di ogni galera familiare, come anche le più dolci e comprensive famiglie possono essere di fronte a dei settenni, ottenni, che non capiscono una benemerita sega di tutto quello che accade intorno a loro.
Come molti hanno scritto, indiscutibilmente, la sigla iniziale di Harlock ha giocato una funzione chiave in questa memoria scolpita dalla figura di Harlock (la sigla la potete scricare qui).
Harlock, in più, come si avvertiva già allora dalle reazione delle compagnucce di classe, ha costitutito, e costituirebbe ancora oggi, sia tra le ottenni che tra le diciottenni come tra le ventotteni, un volto assolutamente irripetibile, unico nel suo corpo, assolutamente affilato e sporgente verso l'alto, sempre essendo oltre, tanto da essere, oggi, spettrale.
L'unicità di Harlock non era nè la sua altezza nè la sua trasparenza fisica, nel senso di un corpo senza muscoli ma presente (cosa, oggi, sempre più rara).
La forza di Harlock era la tensione che in tutto il suo corpo, così come nel suo mantello, tendeva verso il suo volto.
Devo fare un passo indietro: Harlock è un pirata. Che sopravvive alla trasformazione dei velieri in navicelle spaziali.
Harlock diventa un pirata dello spazio.
In questo senso, è un uomo che sopravvive, che supera la transizione, innanzitutto la scomparsa del suo ruolo, e rilancia la sua presenza in altri luoghi.
Questa difficoltà del passaggio, che nel cartone animato, a mia conoscenza, non è messa in scena, è rappresentata dal suo volto segnato da una lunga cicatrice, che potremmo chiamare 'citazione', che ricorda, ad ogni passaggio, quello che sta dietro il suo mantello, la sua 'presenza'.
Cioè: dietro la sua presenza che si 'vede'.
Cioè: è una 'memoria' sempre presente.
Tutta l'articolazione degli episodi, che ho letto in francese e dunque, per difetto di memoria specifica, non riesco esattamente a riportare alla mia memoria diretta, non ha altro obiettivo che una sorta di guerra permanente contro le istituzioni mondiali date; una volta si sarebbe detto così: contro l'imperialismo cosmico.
Harlock è, in questo senso, un personaggio di altri tempi. Ma, anche, in un certo senso, un personaggio totalmente deleuziano.
Anche perchè bisognerebbe smetterla di credere che 'altri tempi' sia solo un'affermazione relativa al passato.
Tecnicamente, 'altri tempi' non rinvia ad altro se non alla sua alterità - anche, e sopratutto direi, pensando a Deleuze, all'alterità dei tempi, plurale.
E, dunque, anche ad un futuro possibile. O impossibile. Certamente altro. Anche dal passato.
Ne fa fede assoluta il testo di 'Capitan Harlock', la cui storia non riporto qui, essendo già conosciuta abbondantamente.
Cercherò di farne un'analisi, come merita, perchè, come ho già scritto, è uno dei più grandi testi anarchici degli ultimi trent'anni.
Il testo, ed è da leggere, è questo.
[segue]
Capitan Harlock!
Capitan Harlock!
Capitan Harlock!
Un pirata tutto nero che per casa ha solo il ciel
ha cambiato in astronave il suo velier [ urrà! ]
il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà,
vola all'arrembaggio però un cuore grande ha [ uau! ]
Il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà,
vola all'arrembaggio però un cuore grande ha [ urrà! ]
Capitan Harlock!
Capitan Harlock!
Fammi rubare Capitano un'avventura
dove io son l'eroe che combatte accanto a te,
fammi volare Capitan senza una meta
tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più
Capitan Harlock!
Come un lampo è il suo pugnale che lui lancia contro il mal,
ma è un uomo generoso come il mar [ uau! ]
nel suo occhio c'è l'azzurro, nel suo braccio acciaio c'è,
nero è il suo mantello, mentre il cuore bianco è [ urrà! ]
Capitan Harlock!
Capitan Harlock!
Fammi rubare Capitano un'avventura
dove io son l'eroe che combatte accanto a te,
fammi volare Capitan senza una meta
tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più
[ urrà! ]
Nel suo occhio c'è l'azzurro, nel suo braccio acciaio c'è,
nero è il suo mantello, mentre il cuore bianco è [ urrà! ]
Capitan Harlock!
Capitan Harlock!
Fammi rubare Capitano un'avventura
dove io son l'eroe che combatte accanto a te,
fammi volare Capitan senza una meta
tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più.
Da Le Monde, seguendo la discussione che si è sviluppata su Nazione Indiana . Seguirà la traduzione in italiano.
Le départ de Solène, ce fut d'abord ce froid qui réveilla sa mère vers 6 heures du matin, le lundi 15 janvier 2001. La fenêtre de la cuisine était ouverte dans l'appartement de Massy-Palaiseau. En bas, sur le trottoir, les pompiers s'affairaient autour d'une personne étendue.
"Là, j'ai réalisé. J'ai couru jusqu'à sa chambre. Le lit était vide. Je suis revenue à la fenêtre et je l'ai reconnue, son front bombé, ses grands cheveux et cette tache autour de la tête. J'ai hurlé : "C'est ma fille ! " Les policiers sont montés quatre à quatre et m'ont empêchée de sortir. Ils ont demandé une escorte pour l'hôpital du Kremlin-Bicêtre et ont ensuite annulé leur demande. Le médecin est venu un peu plus tard et m'a dit : "Je n'ai pas réussi à la ranimer." Je ne comprenais pas, je lui posais des questions et il m'a finalement dit : "Elle est morte"."
Deux jours avant ses 21 ans, Solène a réglé son réveil sur 4 h 30 pour se suicider. "J'emmerde tout le monde", se reprochait-elle. Elle s'est éclipsée comme elle avait vécu, discrètement. Elle n'a pas convoqué ses amis, comme l'ont fait, le 23 septembre, les deux adolescentes de 14 ans liées l'une à l'autre pour se jeter d'un 17e étage à Ivry-sur-Seine. Au moins cette mise en scène macabre aura-t-elle attiré l'attention du grand public sur les drames silencieux qui se nouent dans le secret des familles.
Technorati Tags : suicidio
Chaque année, plus de 10 000 personnes mettent fin à leurs jours en France ; 2 000 ont moins de 34 ans, 600 moins de 24. Dans cette catégorie d'âge, le suicide est la deuxième cause de mortalité, après les accidents de voiture. Le nombre de décès diminue légèrement depuis 1986. L'amélioration des techniques d'urgence explique en partie cette baisse. "Nous intervenons plus vite et mieux" , affirme Jean-Yves Bassetti, médecin colonel des pompiers. Selon lui, les médicaments ont aussi une toxicité moindre, même utilisés à haute dose. Dans l'Aude, où il travaille, M. Bassetti assure qu'il ne se passe pas une journée sans qu'une équipe soit appelée pour de tels cas. Les tentatives de suicide grimpent en flèche, surtout chez les jeunes. Le chiffre officiel, 50 000 chez les moins de 24 ans, semble au-dessous de la réalité. Selon une étude épidémiologique conduite en Gironde en 2001, 7 % des élèves affirment avoir effectué une tentative qui, dans 9 cas sur 10, n'a fait l'objet d'aucun suivi. Le passage à l'acte est, en outre, de plus en plus précoce. En 2000, un enfant de moins de 10 ans s'est donné la mort. La mère de Solène sort la photo d'une jeune fille superbe, posant à la manière des studios Harcourt. Elle brosse le portrait d'un être romantique qui aimait le piano et la littérature. Au cliché à l'eau de rose, s'oppose la noirceur d'une "inexorable régression ". Une première tentative de suicide à 15 ans, suivie de trois autres, toujours avec des médicaments ; une cinquième, au cutter. Et puis la dernière. Elle raconte les services d'urgence, les instituts spécialisés, l'hôpital psychiatrique de jour, les excuses, après les tentatives : "J'aurais voulu t'éviter ça ." L'appréhension chaque matin quand la fille partait pour prendre le RER. La pantomime du bonheur familial : "Maman, ne fais pas semblant d'être gaie." "Ma fille n'a pas choisi de mourir, insiste la mère. Elle a choisi de ne pas vivre." Elle dépeint "des parents abandonnés à eux-mêmes" , plongés dans une immense solitude. Les amis qui s'éloignent, "parce qu'on ne peut passer son temps à remonter le moral" , ou qu'on éloigne, parce qu'on n'a plus rien en commun. Et puis les réflexions, absurdes "c'est mieux comme ça" ou abjectes "on devrait euthanasier les dépressifs." La mère de Solène exprime sa colère contre une société qui n'a pas totalement levé le tabou sur le suicide. On n'en est plus à refuser les obsèques religieuses aux morts outrageants. Mais les mentalités sont encore dans le déni. Ainsi ce professeur de Solène, prenant à témoin une autre élève, atteinte d'un cancer : "Elle, au moins, elle se bat." "Preuve qu'il y a toujours les maladies nobles et les maladies honteuses" , constate la mère. Egalement professeur, celle-ci s'est vu refuser un transfert loin des salles de classe. "Ils n'ont pas voulu comprendre ce que c'est pour moi que de me retrouver face à des jeunes qui ont des projets, un avenir." Et de poursuivre : "S'il est une phrase que je ne peux plus entendre, c'est : "La vie continue"." Marie-Claude Dacquin a également cette idée en horreur. "Ce n'est plus la vie, c'est la survie. La perte d'un enfant, quelle qu'en soit la cause, fait basculer les parents dans un autre monde. Si c'est un suicide, on est dans le domaine de l'inacceptable. Pour moi, le temps s'est figé en 2000, et tout est brouillé depuis." C'était le 15 novembre. Après avoir fait le ménage, détruit tout ce qu'elle avait écrit sur ordinateur, laissé en évidence sur la table la montre que sa mère lui avait offerte et un "petit mot d'amour" , Olivia s'est jetée par le Velux de son studio parisien. Depuis, la mère est habitée par une double souffrance, "la mienne et celle d'Olivia, que j'ai absorbée" . Chaque nuit, elle enfile le tee-shirt que portait sa fille le jour de sa mort. Elle oscille en permanence entre "des moments d'hyperactivité et un désespoir profond . Quand la douleur atteint des pics intolérables, je me calfeutre chez moi, dans mon terrier, je me mets sous la couette et j'attends". Comme dans beaucoup de cas, son couple a été balayé. La cellule familiale a explosé, les réunions étant devenues impossibles en raison de l'absence. Mme Dacquin se "passe en boucle " le film des cinq années qui ont suivi la première tentative de sa "Minette" . "Je décortique tout, je me dis que, tel jour, elle a voulu me dire ça et que je suis passée à côté, que, telle fois, je l'ai interrompue alors qu'elle voulait peut-être me confier quelque chose." "Tu ne peux pas comprendre ", lança un jour Olivia à sa mère, qui quémandait une explication. Plus tard, elle apprendra que sa fille parlait à son cheval... La majorité des suicides surviennent au domicile familial, renforçant la culpabilité qui torture les parents, et que la société les laisse assumer seuls. Les "histoires de famille" ne sont pourtant pas toujours à l'origine du geste fatal. Ainsi, cette mère qui découvrit trop tard que sa fille avait été victime d'une agression sexuelle à 12 ans. "A partir de là, ce fut la mort lente" , confie-t-elle. Le cas n'est pas isolé. D'autres enfants, trop sensibles, préfèrent fuir un monde violent où ils estiment ne pas avoir de place. "Je suis parti voir si le paradis existe. Si c'est bien, je te ferai signe", a écrit Nicolas à sa mère, Véronique Ferrand, avant de se jeter sous un train, le 25 mars 2004, près de Bar-le-Duc (Meuse). Il avait 19 ans. Avant l'ultime voyage, Nicolas avait écouté un disque de Genesis, le groupe favori de son père. Véronique raconte comment le fils a "doucement glissé", après la mort de ce dernier quatre ans plus tôt. Atteint d'une leucémie, le père avait agonisé plusieurs mois sur le canapé blanc du salon. Le matin de sa mort, Nicolas avait oublié d'embrasser le malade avant de partir à l'école. Il ne l'a plus revu vivant. Pendant deux ans, Nicolas a refusé de "parler de ça" et a renoncé à la pêche, qu'il pratiquait jusque-là avec son père. En 2003, il fugue 48 heures à Paris pour aller "attendre son père". Puis il se met à fumer, "pour avoir comme lui un cancer". Peu après, il introduit des tessons de verre dans ses chaussures, pour reproduire les mêmes escarres. S'ensuivent deux périodes d'internement, dans un centre fermé, au milieu de malades atteints de pathologies lourdes. A l'entrée, on fouille les visiteurs. "On dirait "Vol au-dessus d'un nid de coucou", m'man", se plaint Nicolas. Les médicaments le font grossir. Il se persuade à la longue qu'il est "fou". Après sa première tentative, en 2003, les filles se détournent de lui. "Tu es un tocard", lui lance l'une d'elles. "Vaut mieux que je sois mort, conclut Nicolas. Je serai avec papa." Sa mère l'écrira ainsi dans l'avis de décès paru dans L'Est républicain : "Nicolas a décidé de rejoindre son père." On le lui reprochera. "Il paraît que ça ne se fait pas" de révéler publiquement le suicide d'un fils. Mme Ferrand dénonce à présent un système psychiatrique qui n'a pas su comprendre la douleur de son enfant. Dossier médical en main, elle assure qu'"à aucun moment n'a été pris en compte le deuil pathologique du père". Elle décrit la "lobotomie médicamenteuse" subie par son fils à grand renfort d'hypnotiques et de neuroleptiques, jusqu'à le rendre incapable d'une érection. "Les médicaments éteignaient la flamme au lieu de la rallumer." Elle dénonce l'isolement, l'"absence d'écoute", "le manque d'humilité des psys", leur volonté de la tenir à l'écart. Elle raconte ses tentatives infructueuses pour décrocher des rendez-vous avec les médecins, pour trouver une structure mieux adaptée. D'autres parents partagent le même sentiment de révolte face à une institution débordée qui n'a pas pu, pas su sauver leurs enfants. Certains ont même porté l'affaire en justice, parfois avec succès. "La réponse des médecins est pharmaceutique, mais c'est un pansement de l'âme", estime Marie-Claude Dacquin. Christian Beaubernard, docteur d'Etat et neurophysiologiste, coauteur de deux guides sur la prévention du suicide, n'est pas loin de souscrire à cette idée. "Plus on vend d'antidépresseurs, plus il y a de suicides, explique-t-il. La réponse apportée est souvent en deçà de la souffrance d'un enfant. Il faut une présence, un soutien et surtout beaucoup de temps. On peut alors obtenir des résultats fantastiques." "Finalement, qu'est-ce qu'on connaît de ses propres enfants ?", interroge Thérèse Hannier. Elle montre deux photos, un enfant rieur, puis celle d'un adolescent à la mèche rebelle. A 18 ans, en 1984, son fils, Jean-Alain, a mis fin à ses jours en laissant un message : "Je ne pense pas avoir été aussi beau et séduisant que ce soir. Ce qui va se passer sera fantastique car unique. A bon entendeur. Salut." Pour la mère, ce sera l'abîme jusqu'à la naissance d'une fille qui la "tournera vers la vie, irrésistiblement". En 1991, Mme Hannier a créé l'association Phare, avec un double objectif : accompagner les familles endeuillées et aider les adolescents en difficulté et leurs parents. La structure a un numéro d'appel, le 0810-810-987. Elle organise chaque mois des groupes de parole. Phare s'est également lancée dans le combat contre la banalisation du cannabis, dont l'effet désinhibant favorise à ses yeux le passage à l'acte. D'autres associations réunies au sein de l'Union nationale de la prévention du suicide (UNPS) organisent chaque 5 février une journée nationale. Avec le soutien de spécialistes, comme les psychiatres Olivier Pommereau et Philippe Jeammet, ces bénévoles parviennent à sensibiliser. En 1998, des "recommandations sur la prise en charge hospitalière des adolescents après une tentative de suicide" ont été édictées. Des structures spécialisées se développent. Une "conférence de consensus sur les effets et conséquences du suicide sur l'entourage" est en gestation à l'intention des parents. "Les mentalités changent", se réjouit Mme Hannier. Il fut un temps, pas si lointain, où l'on renvoyait simplement les gens chez eux après un lavage d'estomac. Où l'on recousait à vif des plaies de poignet tailladé, le médecin disant : "Comme ça, tu ne recommenceras plus." Après un suicide sous un train, on a même vu une famille recevoir les affaires du disparu dans un sac poubelle où manquait une chaussure. Policiers et urgentistes ont souvent appris, par empirisme, à trouver les mots, et à interdire la scène aux familles. Reste cette indicible souffrance qui conduit parfois les parents à nourrir à leur tour des idées morbides. "Je me suis demandé pourquoi on vit, à quoi ça sert, admet la mère de Solène. Parfois, je me dissocie. Je parle à quelqu'un et je vois sa tête, là, en bas." Sur le trottoir, la tache s'est effacée depuis longtemps. Un brave gardien a confié à la mère qu'il avait "mis du sel pour que ça parte plus vite". Et il a ajouté : "Vous savez, elle avait le visage d'un ange." Benoît HopquinQui e anche qui ed anche qui, e qui. E poi, per chi vuol continuare, i 'suoi': qui, qui, qui, e qui e qui.
E poi 'silenzio'.
Non mi capacito, a distanza di anni, del mio amore sfrenato per Mahler. Credo che fosse legato, in una certa maniera, ad una qualche 'sovrapposizione'. Non saprei, altrimenti, come chiamarlo.
Lo trovo, dopo il secondo ascolto consecutivo dell'integrale abbadiana del '95 per DG, di una maledetta prevedibilità.
Mi risuonano, a distanza di anni, le parole del mio amico Mario M. che fu l'unico a prevenirmi, consegnandomi tra le mani l'eredità musicale di quel Richard Strauss che sdegnavo clamorosamente.
Faccio pubblica ammenda.
L'integrale abbadiana del 95 è, in questo senso, assolutamente sintomatica. Non si concentra su un'unica interpretazione con un'unica orchestra.
Al contrario, spazia tra i Chicago e i Wiener, passando per i Berliner.
Le interpretazioni, pur diseguali, mostrano un amore e una fedeltà profondi al compositore e, nello stesso tempo, consentono di seguire anche la parabola interpretativa di un grande direttore come Abbado.
Ma, nello stesso tempo, ed è questo per me, insieme, fulminante e lacerante, c'è come una sorta di 'appiattimento' musicale che non è imputabile al direttore ma, precisamente, alle partiture. Alla composizione.
Salvo tutto il degno finale della Terza, la Quarta nel suo complesso.
Casso, ma tremo a scrivere queste cose, la 'falsa' apocalissi della forma della Quinta e la 'magniloquenza campagnola' della Nona. Per specificazioni ulteriori, rivolgersi, prego, ad 'Antichi Maestri' di Bernhard.
Rimane magnifico l'inizio della Prima.
Rimangono rilevantissime le capacità di gioco tra la forza timbrica e le dinamiche sonore.
Soprattutto quando ben eseguite (il caso di Abbado, praticamente sempre).
Ma, ed è questo il punto: non vedo 'sbocco'.
Forse sono io che sono cambiato.
Riprenderò in mano l'interpretazione di Bernstein.
Che possa attraversarmi ancora qualche brivido dopo questa algido, sconsolato e 'già saputo' ascolto prolungato?
A Venezia è una festa grande.
Tutti i canali, le fondamenta che sporgono sul Canal detto 'grande', sono occupate dai veneziani. Ci si dà appuntamento sullo sbocco del canale.
Con loro, le barche e i tavoli.
Sulle fondamenta, in bacino, in laguna.
Si prepara, prima, da mangiare; prima si occupano gli spazi in Giudecca.
Se si ha la barca, si è in bacino.
Si è in barca o nelle fondamenta che sporgono sul bacino.
Il 'Redentore'' è Venezia felice.
Una sera.
A Venezia è l'unico momento in cui si prova a dirsi la verità di come si è.
(quale carnevale, quale buffonate....).
E nemmeno questa volta ci si riesce.
Sessant'anni fa la liberazione dal fascismo.
Il 'a futura ignominia' scritto da Piero Calamandrei dopo la liberazione di Kesserling.
Perchè a sessant'anni si è giovani.
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
"Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.
Per questo il [...], avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie [...]."
Io credo che, oggi, senza ricorrere ad artifici tecnologici, 'par coeur, science ou conscience', quasi nessuno sappia riconoscere da dove vengano queste poche frasi.
(aggiunto 4 giorni dopo: "tanto per saperlo...E' l'incipit della GAUDIM ET SPES....")
Il papato di Giovanni Paolo II è terminato.
Leggevo, qualche giorno fa, le righe di uno dei più grandi teologi della liberazione (il nome non importa). Ricordava che, di fronte la povertà, il nome del prossimo Papa 'non dice', non importa; è la Chiesa che parla.
E' la Chiesa, se c'è, che deve dire.
La Chiesa, se parla, dovrà occuparsi, senza che i poveri ne sappiano nulla, di tutto questo.
E, per chi ha la pazienza di leggere, tutto questo riguarda la Chiesa e la povertà.
Anche questo. E non solo.
1978-2003: ANNO PER ANNO, NOME PER NOME...(i nomi del dissenso)
1978
- Il pontificato di papa Wojtyla è ancora in una fase di "rodaggio", e non si segnalano ancora atti repressivi. E, tuttavia, vi è un segnale rivelatore. Il primo documento ufficiale "ad extra" del nuovo pontefice è una lettera del 2 dicembre '78 al segretario generale dell'Onu, Kurt Waldheim, in occasione del 30° anniversario della firma della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Il pontefice chiede alle Nazioni Unite e a tutti gli Stati di garantire e difendere in ogni modo i diritti umani e, in particolare, la libertà religiosa. Ma non una parola vi è sull'impegno della Chiesa cattolica romana a difendere tutti questi diritti "al suo interno". Una "omissione" che non sarà mai colmata in tutto il pontificato.
1979
- Intervenendo in gennaio, a Puebla (Messico), alla III Conferenza generale dell'episcopato latino-americano, il papa attacca frontalmente la Teologia della liberazione (Adista n. 22/24 febbraio 1979).
- Il redentorista tedesco Bernhard Haering, per anni docente all'Accademia alfonsiana di Roma, e forse il più autorevole teologo moralista del post-Concilio, viene convocato (27 febbraio) dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (d'ora in poi, Cdf, l'ex Sant'Uffizio) che gli chiede l'impegno solenne di non criticare più l'Humanae vitae - l'enciclica con cui, nel 1968, Paolo VI aveva giudicato immorale la contraccezione. Il teologo rifiuta, e perciò fino alla morte sarà emarginato dalla Curia romana.
- Ricevuto in udienza dal papa, a marzo, mons. Oscar Arnulfo Romero si rende conto della profonda "incomprensione" di Roma per il suo ministero nella difficile situazione di El Salvador. Andrà un po' meglio l'udienza del gennaio 1980, ma di lì a poco riceverà il terzo visitatore apostolico in 12 mesi (Adista 10/12 maggio 1979, 27/29 marzo 1980).
- La Cdf - senza un regolare e giusto processo - proibisce al teologo domenicano francese Jacques Pohier di presiedere assemblee liturgiche e di insegnare pubblicamente. Su Dio, e sull'Eucaristia, il teologo aveva espresso idee sgradite a Roma. Dopo il Concilio Vaticano II, era la prima volta che la Curia colpiva in questa misura un teologo (Adista nn. 14/16 maggio 1979, 15/17 novembre 1979, 29 nov./1dic. 1979).
- Il papa, pellegrino negli USA, respinge la richiesta della rappresentante delle suore statunitensi di accettare l'accesso delle donne "a tutti i ministeri nella Chiesa".
- In dicembre, il teologo olandese Edward Schillebeeckx viene 'processato' a Roma dalla Cdf. Un processo dai toni pacati. Tuttavia, il grande teologo non sarà mai pienamente riabilitato (Adista nn. 26/28 novembre 1979,13/15 dicembre 1979, 20/22 dicembre 1979).
- La Cdf il 15 dicembre dichiara: "Il professor Hans Küng [svizzero-tedesco] è venuto meno, nei suoi scritti, all'integrità della verità della fede cattolica, e pertanto non può più essere coinsiderato teologo cattolico né può, come tale, esercitare il compito di insegnare". Il teologo aveva messo in discussione il dogma della "infallibilità papale", parlando invece di "indefettibilità" della Chiesa (Adista nn. 7/9 gennaio 1980, 21/23 gennaio 1980, 31 gen./2 febb. 1980).
1980
- In gennaio, in un Sinodo particolare dedicato all'Olanda, il papa in pratica obbliga i vescovi a far marcia indietro su tutte le aperture e le proposte lanciate negli anni precedenti dal Concilio pastorale olandese (Adista n. 10/12 gennaio 1980, 14/16 gennaio 1980, 4/6 febbraio 1980).
- La Cdf il 14 ottobre emana norme restrittive riguardanti la dispensa dal celibato e la riduzione allo stato laicale dei sacerdoti che abbandonano il ministero. (Il Regno n. 22/80).
- Il prefetto della Cdf, card. Franjo Seper, il 20 novembre scrive al p. Edward Schillebbeckx per dirgli che i chiarimenti teologici da lui forniti anche a Roma "non sono sufficienti per eliminare le ambiguità (cristologiche)" dei suoi scritti (Adista n. 29/31 dicembre 1980).
1981
- In ottobre il papa decide il 'commissariamento' della Compagnia di Gesù, misura gravissima che provoca pacate ma pubbliche proteste di molti gesuiti (Adista n. 2/4 novembre 1981).
- Nell'esortazione apostolica postsinodale Familiaris consortio (22 novembre) il papa ribadisce che i divorziati cristiani risposati non possono accedere all'Eucaristia, e che debbono vivere come fratello e sorella (Adista n. 21/24 dicembre 1981).
1982
- Il 29 giugno il papa scrive ai vescovi del Nicaragua per condannare la "Chiesa popolare" (cioè quella collegata alle Comunità di base e alla Teologia della Liberazione) (Adista n. 6/8 ottobre 1982.
- Il 23 agosto il Vaticano - malgrado l'opposizione di molti vescovi spagnoli - erige la "Prelatura personale di Santa Croce e Opus Dei" (Adista n. 1/4 settembre 1982).
1983
- Il 25 gennaio il papa promulga il nuovo Codice di diritto canonico (per la Chiesa latina); una normativa nella quale vengono spente molte speranze di rinnovamento innescate dal Concilio Vaticano II, e rafforzato il centralismo papale (Adista n. 27/29 gennaio 1983).
- A Managua, in marzo, il papa rimprovera pubblicamente padre Ernesto Cardenal, che ha accettato di entrare a far parte del governo sandinista. E, alla messa, zittisce la madri degli uccisi dai "contras" (i guerriglieri antisandinisti sostenuti dalla CIA) (Adista n. 14/16 marzo 1983).
- La Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari in pratica obbliga suor Agnes Mary Mansour, delle "Sorelle della misericordia", ad abbandonare l'Istituto, poiché la suora non aveva accettato di interrompere la sua attività di direttrice presso i servizi sociali dello stato del Michigan (USA) proposti al rimborso delle spese delle donne che abortiscono (Adista n. 20/22 giugno 1983).
- Sotto indagine mons. Raymond Hunthausen, arcivescovo di Seattle, per le sue posizioni a favore del disarmo e dell'obiezione fiscale. La visita ispettiva, su incarico del Vaticano, è condotta da mons. James Hickey, arcivescovo di Washington (Adista n. 28/30 novembre 1983).
1984
- Sotto accusa da parte della Cdf il teologo della liberazione peruviano Gustavo Gutierrez: nelle sue riflessioni ci sarebbe "l'influenza del marxismo" (Adista n. 24/26 maggio 1984)
- Con l'Istruzione Libertatis nuntius il 6 agosto il prefetto della Cdf, card. Joseph Ratzinger, condanna la Teologia della liberazione (Adista n. 10/12 settembre 1984).
- Il 7 settembre Leonardo Boff, teologo brasiliano della liberazione, viene "processato" da Ratzinger a Roma (Adista n. 13/15 settembre 1984).
- Convocati a Roma i vescovi peruviani perché sconfessino la Teologia della Liberazione (Adista n. 1/3 ottobre 1984).
- In dicembre la Santa Sede costringe di fatto il generale dei gesuiti, p. Peter-Hans Kolvenbach ad espellere dall'ordine p. Fernando Cardenal (fratello di Ernesto), ministro dell'educazione nel governo sandinista nicaraguense (Adista n. 20/24 dicembre 1984).
- Con l'esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentia (2 dicembre) il papa respinge ogni ipotesi di rinnovamento del rito della confessione e, in particolare, esclude la "confessione comunitaria" come mezzo ordinario per confessarsi (Adista n. 20/24 dicembre 1984).
1985
- Padre Gyorgy Bulanyi, sacerdote ungherese, ispiratore delle comunità di base, sostenitore dell'obiezione di coscienza al servizio militare e oppositore della linea 'morbida' dell'episcopato nei confronti del governo comunista (Adista n. 16/18 febbraio 1984), viene chiamato a Roma per un colloquio con il card. Ratzinger (Adista n. 31 gen./2 febb. 1985). Gli scritti di p. Bulanyi erano già stati vagliati, e assolti da sospetti di eresia, dalla Congregazione per il Clero.
- Con una notificazione dell'11 marzo il card. Ratzinger dichiara che "le opzioni di Leonardo Boff [contenute nel libro Chiesa, carisma e potere] sono tali da mettere in pericolo la sana dottrina della fede" (Adista n. 28/30 marzo 1985).
- Il Vaticano, dando ascolto a minoritari gruppi di suore 'conservatrici', blocca il rinnovamento conciliare delle suore Carmelitane Scalze (Adista n. 7/9 marzo 1985).
- Tra il 9 ed il 13 aprile, si svolge a Loreto il II Convegno della Chiesa italiana, a cadenza decennale, dal titolo: "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini". Il presidente della Cei card. Anastasio Ballestrero, insieme ad altri, tra cui il cardinale di Milano Carlo Maria Martini, porta avanti con convinzione l'idea di una Chiesa ancora saldamente ancorata al Concilio (v. Adista dossier n. 12 dell'aprile 1985; v. Adista 18-20 aprile e 3-5 giugno 1985). L'intervento del papa a quel convegno, cui aderisce mons. Camillo Ruini, allora cinquantenne vescovo emiliano, mettono in minoranza Ballestrero. E infatti un anno dopo, il 26 giugno 1986, Giovanni Paolo II nomina Camillo Ruini segretario della Cei, che diventa l'uomo forte del Vaticano all'interno della Conferenza episcopale, e la sua ascesa segna l'inizio della radicale trasformazione wojtyliana della Chiesa italiana. Anche la presidenza di Alberto Monticone nell'Ac, che si muove in sintonia con la linea Martini-Ballestrero, dopo Loreto entra definitivamente in crisi, contrastata da un uomo vicinissimo a Ruini, Dino Boffo, dal gennaio 1994 messo alla direzione del giornale della Cei "Avvenire". Assistente generale diventa nel 1987 mons. Antonio Bianchin, il cui compito è quello di sostituire molti dirigenti, specie quelli che vengono dall'Ac ambrosiana, fedele a Martini: è il commissariamento de facto dell'associazione. Nel 1999, dopo la presidenza di Giuseppe Gervasio, il card. Ruini nomina presidente dell'Ac Paola Bignardi, cui invia una lettera per metterla in guardia dall'"entrare in spazi che non ci competono e che sono propri delle forze politiche, evitando con cura qualsiasi coinvolgimento nella competizione tra i diversi schieramenti". Quando, poco dopo la sua elezione (v. Adista nn. 23 e 25/99), la Bignardi concede invece un'intervista all'"Unità", in cui manifesta una certa attenzione al tanto dibattuto problema delle coppie di fatto, è costretta ad una intervista riparatrice, all'"Avvenire", il 12 marzo '99 (cui segue un editoriale su "SegnoSette"). Nel settembre 2000 (v. Adista, n. 74/2000) viene chiuso de imperio il settimanale di Ac "SegnoSette", colpevole di aver espresso posizioni troppo avanzate su temi politici, ecclesiali e morali (per tutta la storia recente dell'Ac vedi Adista nn. 53/02 e 67/03).
1986
- In una Notificazione del 15 settembre il card. Ratzinger afferma che "la concezione del ministero così come è esposta dal professor Schillebeeckx rimane in disaccordo con l'insegnamento della Chiesa su punti importanti" (Adista n. 65/86).
- Il card. Ratzinger (25 luglio) dichiara "non idoneo all'insegnamento della teologia cattolica" il teologo statunitense Charles Curran, "colpevole" di criticare la Humanae vitae e di sostenere "la legttimità del dissenso dall'autorità" (Adista n. 12/92).
- L'arcivescovo statunitense di Seattle, mons. Raymond Hunthausen, tramite una lettera informa i suoi sacerdoti di essere stato esautorato dal Vaticano dei poteri pastorali nei seguenti importanti campi: tribunale diocesano, liturgia, formazione del clero, sacerdoti che hanno lasciato il ministero, questioni morali (Adista n. 60/86).
- Nella lettera Homosexualitatis problema (1° ottobre) il card. Ratzinger afferma che "l'inclinazione [omosessuale] stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata"; e che in nessun modo può essere moralmente accettato l'esercizio della sessualità tra persone dello stesso sesso.
1987
- Dimissionato su ordine del Vaticano l'abate della basilica romana di San Paolo fuori le Mura, Giuseppe Nardin, perché dialogava e pregava con il precedente abate, Giovanni Franzoni, fondatore della Comunità di base di san Paolo (Adista n. 7/87).
- La Cdf obbliga mons. Mattew Clark, della diocesi statunitense di Rochester, a ritirare l'imprimatur a un manuale sulla sessualità di ausilio ai genitori per l'educazione dei figli scritto da cattolici (Adista n. 8/87).
- Ad aprile il comboniano padre Alex Zanotelli è costretto a dimettersi dalla direzione (assunta nel 1978) del mensile "Nigrizia", per le sue ripetute denunce, cominciate due anni prima con l'articolo "Il volto italiano della fame africana" ("Nigrizia", gennaio 1985), sull'utilizzo dei fondi destinati alla cooperazione italiana e finiti nel commercio delle armi. Le sue dimissioni sono chieste da membri del governo italiano e dal prefetto del dicastero vaticano per l'Evangelizzazione dei Popoli (ex Propaganda fide, da cui dipendono le Congregazioni missionarie), card. Josef Tomko (Adista n. 37/87).
- La Congregazione per i Religiosi - andando di fatto contro l'orientamento del Vaticano II - rifiuta le 'pari opportunità' di religiosi laici e religiosi sacerdoti nella guida (anche come padri provinciali e generali) degli Ordini e Istituti religiosi, e quindi obbliga alcuni di essi - come i Cappuccini - ad annullare il loro proposito di piena 'eguaglianza', nei compiti direttivi, di 'fratelli' e 'padri' (Adista n. 89/87).
1988
- Destituiti i gesuiti José Maria Castillo e Juan Antonio Estrada dall'insegnamento universitario e il clarettiano Benjamin Forcano dalla direzione di "Mision Abierta" per decisione della Cdf (Adista nn. 39 e 52/88).
- La Congregazione per il Culto Divino il 2 giugno riafferma che in alcun modo è ammesso celebrare l'Eucaristia in assenza di sacerdote validamente ordinato.
- Con la costituzione apostolica Pastor bonus (28 giugno) il papa ristruttura la Curia romana, dando ad essa enorme potere rispetto all'episcopato mondiale, e di fatto declassando il Sinodo dei vescovi (Adista n. 53/88).
- Il 1° luglio la Cdf pubblica la "Professione di fede" e il "Giuramento di fedeltà", tra l'altro, a "tutti i contenuti trasmessi dal Magistero ordinario e universale della Chiesa", alle "verità circa la dottrina che riguarda la fede o i costumi" e agli "insegnamenti del pontefice" e "del collegio episcopale" quando "esercita il suo Magistero autentico".
- Nella lettera apostolica Mulieris dignitatem (15 agosto) il papa riafferma il no alla ordinazione sacerdotale della donna (Adista n. 68-69/88).
- A mons. Pedro Casaldáliga, vescovo di São Felix do Araguaia (Brasile), il nunzio apostolico mons. Carlo Furno consegna una lettera vaticana (Intimatio) in cui lo si ammonisce per le sue simpatie per la Teologia della Liberazione e si impongono limiti ai suoi compiti pastorali. Il vescovo rifiuta la lettera perché non corredata di timbri né di firme (Adista n. 70/88).
1989
- Il 6 gennaio 163 teologi e teologhe di area germanofona firmano la "Dichiarazione di Colonia" (Adista nn. 11/89 e 15/89) in cui contestano il fatto che Wojtyla pretenda obbedienza mettendo sullo stesso piano alcune verità fondamentali della fede riguardanti Gesù Cristo e l'adesione alla Humanae vitae, e contestano il modo "scandaloso" con cui Roma ignora le richieste delle Chiese locali nella nomina dei vescovi. Il papa, direttamente o indirettamente, respingerà punto per punto le richieste e le proteste dei firmatari.
- La Cdf (16 febbraio) riafferma il "no" alla contraccezione.
- Il Vaticano oppone un veto alla pubblicazione di un libro che avrebbe dovuto contenere gli atti di un congresso di moralisti cattolici svoltosi a Roma, all'Accademia alfonsiana, nell'aprile dell'88 (Adista nn. 17/89 e 19/89). Tra l'altro, il volume avrebbe dovuto riportare una relazione del p. Bernhard Haering (Adista n. 7/89), nella quale il teologo criticava l'antropologia e la teologia che sottostanno all'Humanae vitae, enciclica sempre difesa a spada tratta da Wojtyla (forse perché, a quanto si dice, ne fu uno degli ispiratori).
- Per intervento diretto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, la Pontificia Università Lateranense ritira al professor don Luigi Sartori - uno dei più noti teologi italiani - la cattedra di Ecumenismo (Adista n. 25/89).
- A marzo padre Eugenio Melandri lascia, dopo dieci anni, la direzione del mensile dei missionari saveriani "Missione Oggi" al suo vice, padre Pier Lupi. Da tempo il superiore Generale dei saveriani padre Gabriele Ferrari subiva le pressioni del prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, card. Josef Tonko (che aveva già ottenuto le dimissioni di Zanotelli da "Nigrizia"), e quella dei Superiori della Provincia italiana, affinché allontanassero Melandri, cui veniva da tempo rimproverata la linea della rivista (specie un numero tutto dedicato al Nicaragua), l'impegno nella denuncia della gestione fatta dal governo italiano dei fondi destinati alla cooperazione, l'essersi schierato pubblicamente con i partiti della sinistra (v. Adista n. 25/89).
- Il gesuita direttore di "Estudes", Paul Valadier, uno dei 157 teologi francofoni firmatari di una lettera di solidarietà ai 163 teologi della "Dichiarazione di Colonia", viene rimosso dall'incarico (Adista n. 27/89).
- Il card. Ratzinger in novembre, alla vigilia dell'assemblea annuale della Conferenza episcopale statunitense, ordina di cancellare dall'ordine del giorno la discussione (e la sicura approvazione) di un voluminoso testo preparato dai vescovi USA sul rapporto vescovi-teologi e sulle "Responsabilità ecclesiali del teologo". Secondo il prefetto della Cdf il testo era troppo 'liberal' nel difendere la libertà di ricerca dei teologi (Adista nn. 43 e 44/89).
- Destituito don Vittorio Cristelli da direttore del settimanale diocesano "Vita trentina". Il settimanale aveva pubblicato il documento dei 63 teologi italiani (Adista n. 39/89) in sostegno della "Dichiarazione di Colonia" (Adista nn. 45/89, 48/89 e 52/89).
- La Congregazione per l'Educazione Cattolica decreta di far chiudere in Brasile il seminario regionale del Nordeste 2 e l'Istituto teologico di Refice, entrambi fondati da mons. Helder Câmara. Secondo Roma, nei due istituti non si dà una educazione "affidabile" (Adista n. 60/89).
- La Segreteria di Stato (7 agosto) riafferma che né la Joc (Gioventù operaia cristiana) né la correlata Joci (Gioventù operaia cristiana internazionale) sono più riconosciute come legittimi interlocutori dalla Santa Sede, mentre lo è il Cijoc (Coordinamento internazionale della Joc). Al di là delle sigle, la Joc era considerata dal Vaticano troppo di 'sinistra', e quindi tagliata fuori per favorire invece il 'moderato' Cijoc, la cui separazione dalla Joc era stata favorita dagli ambienti conservatori della Curia romana (Adista n. 73/89).
- La Congregazione per i Religiosi mette di fatto sotto "commissariamento" la Clar (Conferenza Latinoamericana dei Religiosi), ritenuta troppo vicina alla Teologia della liberazione (Adista nn. 75/89 e 77/89).
1990
- La Congregazione per l'educazione cattolica vieta alla Facoltà di Teologia dell'Università svizzera di Friburgo di dare la laurea "honoris causa" a mons. Rembert Weakland, vescovo di Milwaukee (USA), noto per le sue opinioni 'liberal' (Adista n. 83/90).
1991
- Il Vaticano destituisce il vescovo messicano di Oaxaca, mons. Bartolomé Carrasco Briseno, perché legato alla Teologia della Liberazione (Adista n. 1/91).
- Commissariamento della Clar. La Clar si sottomette (Adista nn. 13/91, 20/91/, 31/91).
- Brasile: sotto accusa la Bibbia delle Edizioni Paoline, sostenuta dai teologi della liberazione (Adista n. 33/91).
- Commissariata "Vozes", la più antica editrice cattolica brasiliana, a causa di Leonardo Boff, direttore dell'omonima rivista (Adista n. 40/91). Boff viene licenziato (Adista n. 62/91) e lascia l'ordine francescano l'anno dopo (Adista nn. 52 e 56/92).
- La Congregazione per l'Educazione Cattolica obbliga il card. Aloisio Lorscheider, arcivescovo di Fortaleza a "dimettere" tre sacerdoti sposati che insegnavano all'Istituto teologico e pastorale della città brasiliana (Adista nn. 50 e 52/91).
- Il Vaticano interdice dall'insegnamento il teologo e psicanalista tedesco Eugen Drewermann - che, nei suoi libri, aveva messo a nudo i meccanismi di potere dell'organigramma ecclesiastico e contestato la legge sul celibato obbligatorio dei sacerdoti (Adista nn. 33 e 36/90, 70/91). Poco dopo viene proibita a Drewermann anche la predicazione (Adista nn. 5/92). Il teologo, a marzo, lascia il sacerdozio (Adista n. 24/92).
1992
- Il card. Ratzinger in gennaio mette in stato di accusa il teologo moralista canadese André Guindon le cui tesi - soprattutto sui temi della sessualità - conterrebbero "gravi dissonanze non solo con l'insegnamen-to del Magistero più recente, ma anche con la dottrina tradizionale della Chiesa" in materia di sessualità (Adista n. 9/92).
- I domenicani espellono il teologo Mattew Fox, che già era stato punito nel 1988 dal Vaticano, perché non allineato con l'insegnamento morale sessuale di Roma (Adista n. 15/92).
- Il Vaticano dichiara "fuori luogo" - cioè neanche da discutere - la proposta dell'arcivescovo di Milwaukee, mons. Rembert Weakland, di ordinare sacerdoti, in situazioni pastorali di "estrema necessità", uomini sposati (Adista n. 4/92).
- Con la lettera Communionis notio (28 maggio) il card. Ratzinger dà una interpretazione restrittiva del Vaticano II e della collegialità episcopale sottolineata dal Concilio (Adista n. 48/92).
- Il Vaticano nega il nihil obstat al domenicano p. Philippe Denis alla Facoltà di Teologia cattolica di Strasburgo: troppo critico verso l'Opus Dei (Adista n. 83/92).
1993
- Ampliando l'àmbito dell'infallibilità papale definito nel 1870 dal Concilio Vaticano I, Wojtyla afferma: "Rientrano nell'area delle verità che il magistero può proporre in modo definitivo quei princìpi di ragione che, anche se non sono contenuti nelle verità di fede, sono ad esse intimamente connessi" (Adista n. 25/93).
- Il 22 aprile la sala-stampa vaticana rende nota la dichiarazione finale di un convegno organizzato in marzo dal Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il testo - firmato tra gli altri dal card. Alfonso López Trujillo, presidente del Consiglio, e da mons. Dionigi Tetta-manzi - sostiene che la contraccezione "corrompe l'intimità coniugale" e che la comunità cristiana deve opporsi alla legalizzazione del divorzio (Adista n. 33/93).
- In una lettera pastorale comune (10 luglio) tre vescovi tedeschi (tra essi mons. Karl Lehmann, vescovo di Magonza) sostengono che un divorziato/a risposato/a che sia in coscienza convinto/a che il suo precedente matrimonio sia irrimediabilmente naufragato può decidere di accostarsi alla comunione eucaristica. Ma il card. Ratzinger obbliga i tre a riman-giarsi la proposta (per gli integrali, v. Adista n. 76/94).
- Il 22 ottobre il papa riafferma energicamente la legge del celibato sacerdotale per la Chiesa latina e, aggiunge, di fronte alle contestazioni e critiche, "bisogna ardire (conservando il celibato), mai ripie-gare".
- Il 28 ottobre, il nunzio apostolico in Messico, mons. Girolamo Prigione, annuncia la rimozione dalla diocesi messicana di San Cristóbal de las Casas di mons. Samuel Ruiz (Adista n. 79/93). Il provvedimento sarà però 'congelato'.
1994
- La Cdf boccia la traduzione inglese del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica perché essa adotta un linguaggio troppo "femminista" ed "inclusivo" (Adista n. 29/94).
- Tra aprile e maggio 1994 si svolge l'"Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi". Il Sinodo fu la concessione massima fatta dalla Curia romana alla richiesta dell'episcopato africano, avanzata fin dal 1977, di poter organizzare un concilio africano. L'assi-se non si svolse in Africa, ma a Roma, in Vaticano, affinché il controllo sui vescovi del Continente potesse essere meglio esercitato. Continui furono i tentativi di incanalare il dibattito verso posizioni che non mo-strassero imbarazzanti aperture su temi come incul-turazione, giustizia e pace, dialogo interreligioso (Adista dossier n. 20/94; Adista nn. 25, 31, 33, 35, 37 e 38/94).
- Con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (22 maggio) il papa, "in virtù del [suo] ministero di confermare i fratelli" dichiara che "la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordi-nazione sacerdotale, e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli" (Adista n. 46/94).
- La Cdf, in una lettera ai vescovi (14 settembre) ribadisce la proibizione di dare la comunione ai cattolici divorziati e risposati (Adista n. 76/94).
- La Cdf interviene per bloccare la nomina della teologa cattolica (considerata troppo femminista) Teresa Berger alla cattedra di Liturgia della Facoltà teologica dell'Università di Bochum, in Germania (Adista n. 61/94).
1995
- Il prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica, card. Pio Laghi, ha ottenuto, secondo il settimanale inglese "The Tablet", che venisse cancellata una conferenza che il teologo della Libera-zione Gustavo Gutiérrez avrebbe dovuto svolgere a Roma nel novembre '94 (Adista n. 1/95). Gutiérrez, nel 1990, aveva pubblicato un'edizione riveduta del suo "Teologia della Liberazione" che aveva in parte fugato i dubbi di Ratzinger sull'ortodossia del teologo.
- Il Vaticano costringe di fatto alle dimissioni mons. Jacques Gaillot, vescovo di Evreux (Francia), che con il suo ministero e la sua azione a favore dei più emarginati dava fastidio sia all'establishment politico che ecclesiastico (Adista nn. 3, 5, 8 e 13/95).
- Su pressioni del sostituto della Segreteria di Stato vaticana mons. Giovanni Battista Re, e del prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, card. Jozef Tomko, il missionario comboniano p. Renato Kizito Sesana viene rimosso dal suo incarico di direttore della rivista keniana "New People" (Adista n. 3/95).
- Nell'enciclica Evangelium vitae (25 marzo) il papa definisce "tirannici" quei parlamenti che approvano leggi che consentono, in determinati casi, l'interruzione volontaria della gravidanza.
- Il card. Ratzinger ordina alle Superiore della congregazione delle "Sorelle di Nostra Signora" di mandare per due anni in Europa a studiare teologia "sicura" la suora brasiliana Ivone Gebara - la teologa femminista che non piace alla Cdf (Adista nn. 47/95 e 53/95).
- Mons. Samuel Ruiz resta al suo posto, ma viene affiancato da un vescovo coadiutore con diritto di successione, mons. Raúl Vera Lopez (Adista nn. 57 e 59/95).
1996
- Con un editoriale su L'Osservatore romano del 2 febbraio e firmato ***, la Cdf attacca le opinioni di 16 teologi moralisti di area germanofona che in un libro avevano contestato l'enciclica Veritatis splendor "su questioni fondamentali della dottrina morale" (6 agosto '93) ed affermato che essa era un tentativo autoritario di imporre una posizione teologica di parte. L'editoriale riafferma rigidamente il ruolo del magi-stero papale e l'obbedienza ad esso dovuta.
1997
- Il card. Ratzinger scomunica, con una "Notificazione" datata 2 gennaio il teologo Tissa Ba-lasuriya. Sarà riabilitato, dopo un parziale 'mea culpa', nel '98 (Adista n. 7/98). Le Osservazioni sul libro del p. Tissa Balasuriya 'Mary and human liberation' , sviluppate dalla Cdf, erano datate 27 luglio 1994. Il cardinale sostiene che il teologo cingalese "scalza su punti essenziali la fede cristiana" (Adista nn. 87/96 e 6/97).
- L'11 febbraio 1997 Ruini ottiene dal papa un decreto pontificio di commissariamento della Società San Paolo, ovvero i religiosi paolini: Giovanni Paolo II nomina mons. Antonio Buoncristiani, fedelissimo del card. vicario, delegato presso la Società S. Paolo, con l'incarico di "esercitare tutte le funzioni spettanti normalmente sia al Superiore generale che al Superiore provinciale". Specificando "per completezza di informazione" che la sua autorità si estende sui Periodici "Famiglia Cristiana", "Jesus", "Vita Pastorale", ecc. e sulle Edizioni S. Paolo (v. Adista nn. 19 e 23/97).
La vicenda era iniziata nei mesi precedenti il III convegno della Chiesa italiana (Palermo, novembre 1995), quando Ruini avvicinò alcuni religiosi paolini, primo fra tutti l'allora direttore di "Jesus", don Stefano Andreatta, per proporre loro un piano di rior-ganizzazione della stampa cattolica italiana sotto l'egida della CEI, che comprendesse anche le diffusissime e prestigiose riviste paoline. Ruini assicurò che era un desiderio del papa. Andreatta fu il primo a sot-tomettersi, non i suoi confratelli paolini, che lo destituirono da direttore di "Jesus" e da direttore dei periodici paolini. La reazione del card. Ruini non si fece attendere. Chiese ed ottenne dal Segretario di Stato, card. Angelo Sodano, la firma su un telegramma che imponeva al Superiore generale dei paolini, don Silvio Pignotti, l'ordine di reintegrare Andreatta. Ricevuto un rifiuto da don Pignotti, Ruini tenta di mettere sotto accusa la linea teologica e morale della stampa paolina. Ma i religiosi rivendicano la loro ortodossia e Ratzinger deve rinunciare ad aprire un procedimento dottrinale nei confronti dei religiosi responsabili delle riviste (v. Adista n. 89/95 e 23, 67 e 69/96). Solo allora Ruini ottiene l'intervento del papa. Dopo più di un anno, ad ottobre del '98 Buoncristiani fa le valigie: i paolini conservano, nella sostanza, la loro autonomia. A Ruini rimane la consolazione di poter defenestrare il direttore di "Famiglia cristiana", don Leonardo Zega, rimosso dalla guida del settimanale nell'aprile del '98 e definitivamente allontanato dal giornale il 12 ottobre del '98 (l'ultimo suo articolo è stato pubblicato il 15 novembre).
- Il Vaticano, dopo la visita apostolica condotta nel '95 da mons. Xavier Lozano Barragân nei seminari dei gesuiti in Messico e dopo l'interessamento del prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica card. Pio Laghi, fa chiudere l'Istituto Interreligioso e il Centro di Studi cattolici di Città del Messico, dipendenti dalla Conferenza degli Istituti religiosi messicani (CIRM) nonché l'Istituto Teologico gesuita del Collegio Maximo de Cristo Rey con l'annesso Centro di riflessione teologica. Laghi indica nell'opzione a favore della Teologia della Liberazione la causa principale della "confusione e controversia" creatasi con Roma (Adista n. 25/97).
- La Conferenza dei religiosi colombiani viene biasimata con una lettera inviata da mons. Tarcisio Bertone, segretario della Cdf, per le deviazioni riscontrate nella relazione del primo incontro nazionale di teologia della vita religiosa, svoltosi a Bogotà nell'aprile 1996 e pubblicate nella rivista "Vinculum" della Conferenza dei religiosi colombiani. La relazione conterrebbe uno stile "rivendicativo, aggressivo e critico verso la stessa gerarchia ecclesiastica" e pretenderebbe di elaborare una teologia della vita religiosa "prescindendo da uno studio serio delle Scritture, della Tradizione e del Magistero" (v. Adista n. 58/97).
- Con una Istruzione interdicasteriale (firmata il 15 agosto dai capi di otto dicasteri e uffici della Curia) il Vaticano limita radicalmente la collaborazione dei laici al ministero dei sacerdoti, riaffermando un clericalismo invadente.
- Il 20 settembre mons. Jorge Medina Estévez, pro-prefetto della Congregazione per il Culto Divino, scrive a mons. Anthony Pilla, presidente della Conferenza episcopale statunitense, per comunicargli che la traduzione inglese dei libri liturgici, compiuta dai vescovi USA, "non esprime accuratamente" il senso del testo latino e "non è esente da problemi dottrinali". Sulla questione gli otto cardinali statunitensi si erano già incontrati a Roma con i cardinali Medina Estévez e Ratzinger (Adista n. 1/97).
- Il Movimento internazionale "Noi siamo Chiesa" (Imwac) porta a Roma 2,5 milioni di firme di cattolici di vari Paesi, che chiedono una serie di riforme (pari possibilità di accesso di donne e uomini nei ministeri, celibato opzionale per i preti, coinvolgimento di tutta la Chiesa locale [diocesi] nella scelta del proprio pastore, comunione ai divorziati risposati). Richieste tutte ignorate da Wojtyla che sostiene "la Chiesa non è una democrazia" (Adista n. 73/97).
- A seguito di una lettera inviata dal prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli mons. Josef Tomko, la Conferenza episcopale della Corea del Sud sancisce il "divieto di pubblicazione" per tre sacerdoti, p. John Sye Kong-seok, p. Paul Cheong Yang-mo (entrambi docenti dell'Università Sogang di Seul, tenuta dai gesuiti) e p. Edouard Ri Je-min (professore dell'Università cattolica di Kwangiu e direttore della rivista "Skinhak Chonmang"). I tre sarebbero sostenitori di idee "per nulla conformi alla dottrina cattolica", in particolare su temi quali il sacerdozio femminile, il celibato dei preti, l'evangelizzazio-ne e l'inculturazione (Adista n. 73/97).
1998
- Il card. Ratzinger riapre l'inchiesta sul teologo della Liberazione peruviano Gustavo Gutiérrez, indagato dalla Cdf già nel 1983 (Adista n. 15/98).
- La Cdf mette sotto osservazione il teologo australiano Paul Collins per il suo libro "Il potere papale. Una proposta di cambiamento per il cattolicesimo del Terzo millennio" (Adista nn. 15/98 e 55/98). Collins lascerà il sacerdozio nel 2001 dichiarando: "non posso più essere complice nell'attuale politica teologica della Chiesa" (Adista n. 22/2001).
- La Congregazione per il Clero, presieduta dal card. Darío Castrillón Hoyos costringe il vescovo inglese mons. Peter Smith a ritirare un testo di religione per le scuole secondarie perché esso sostiene la Teologia della Liberazione e racconta la persecuzione subita da mons. Romero (Adista n. 17/98).
- Con una Notificazione (24 giugno), la Cdf dichiara che il gesuita indiano Anthony de Mello ha sostenuto nelle sue opere "posizioni incompatibili con la fede cattolica". De Mello era morto già da undici anni (Adista n. 26/98).
- Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Ad tuendam fidem (motu proprio avente forza di legge) rende ancora più rigida l'applicazione della professione di fede. La lettera è accompagnata da una "Nota dottrinale illustrativa" promanata dalla Cdf che impone (29 giugno) una "professione di fede" e un "giuramento di fedeltà" con il quale, tra l'altro, ciascun teologo si impegna ad accogliere "fermamente" verità proclamate "in modo definitivo" dal Magistero, seppure senza una esplicita "definizione dogmatica". In tale categoria, precisa il testo, rientra l'insegnamento papale sull'or-dinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini (Adista n. 53/98).
- Con la lettera apostolica, motu proprio, Apostolos suos (datata 21 maggio, ma pubblicata il 23 luglio) il papa dà un'interpretazione restrittiva - rispetto al Concilio - della natura e dei poteri delle Conferenze episcopali (Adista n. 59/98).
- La Cdf estromette dall'insegnamento presso la Pontificia Università Gregoriana il teologo gesuita Jacques Dupuis per il suo libro "Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso" (Adista n. 79/98). Condanna ribadita dal card. Ratzinger nel 2001 con una Notificazione (24 gennaio) nella quale si afferma che nel libro del gesuita vi sono "notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di portata rilevante, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose" (Adista nn. 19 e 30/2001).
- La Congregazione per l'Educazione Cattolica, presieduta dal card. Pio Laghi, estromette dalla cattedra di Filosofia del Diritto dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano il filosofo Luigi Lombardi Vallauri di cui condanna, senza possibilità di contraddittorio, le tesi sull'inferno, sul peccato originale, sull'autorità del magistero, sulla morale sessuale (Adista nn. 84/98, 16/99).
1999
- Sospeso a divinis il parroco statunitense p. Jim Callan per lesa obbedienza (Adista n. 5/99).
- 'Raid' del card. Ratzinger negli Stati Uniti: reprimenda su certo cattolicesimo light e sul ruolo delle locali università cattoliche (Adista n. 15/99, n. 17/99; nel 2000 esce il documento vaticano sull'insegnamento nelle Università cattoliche Usa, v. Adista n. 2/2000).
- Il Vaticano affida all'Opus Dei la normalizzazione delle Università cattoliche a partire da quella di Lima (Adista n. 29/99).
- La Cdf boccia tutte le proposte di cambiamento del "Dialogo per l'Austria", una specie di Sinodo che l'anno precedente aveva appunto chiesto la revisione delle norme vaticane che proibiscono la contraccezione, la comunione ai divorziati risposati, il clero uxorato (Adista n. 30/99).
- Il papa obbliga di fatto i vescovi tedeschi a ritirarsi dal sistema statale dei consultori dai quali, per legge, ogni donna che voglia abortire deve ottenere il certificato di avvenuta consulenza (Adista nn. 51, 52, 69 e 87/99; 73 e 83/2000, 9 e 23/2001).
- Incriminato mons. Luigi Marinelli, co-autore (l'unico 'confesso') del libro "Via col vento in Vaticano". Il prelato rinuncia alla difesa e denuncia l'ingiustizia del tribunale ecclesiastico (Adista n. 55/99).
- A suor Jeannine Gramick ed a p. Robert Nugent - religiosi statunitensi - il card. Ratzinger vieta "permanentemente ogni attività pastorale in favore delle persone omosessuali", perché i due non condannano "la malizia intrinseca degli atti omosessuali" (Adista n. 58, 59 e 62/99, 51/2003).
2000
- In Messico il Vaticano trasferisce alla diocesi di Saltillo mons. Raúl Vera López, che era già stato inviato alla diocesi di San Cristóbal de las Casas (Chiapas) come coadiutore con diritto di successione di mons. Samuel Ruiz. Vera López, inviato nel Chiapas nel '95 per 'normalizzare' mons. Ruiz, grande sostenitore della teologia india e di una Chiesa india, si era invece 'convertito' alle idee di don Samuel. E così il papa decide di non affidare a don Raúl la successione a Ruiz quando questi compie i 75 anni (Adista nn. 3, 5 e 9/2000).
- Il papa e Ratzinger condannano la teologia asiatica (Adista n. 13/2000).
- Altolà della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti alla traduzione inglese dei testi liturgici (Adista n. 36/2000).
- Nel giugno del 2000, durante un incontro a San Paolo su Aids e sfide per la Chiesa in Brasile, il vescovo di Goiás Eugene Rixen afferma che "tra il condom e l'espansione dell'Aids, siamo obbligati a scegliere il male minore". Di fronte all'immediata reazione del presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari Lozano Barragán - il quale ribadisce che l'uso del preservativo, in qualunque circostanza, è contrario alle disposizioni vaticane - la Conferenza episcopale brasiliana emette una Nota di chiarimento che riafferma la posizione contraria all'uso del condom della Chiesa del Brasile (Adista n. 47/00).
- Il Vaticano fa pressioni sul Governo italiano perché impedisca la celebrazione del Gay pride a Roma e, in particolare, perché le autorità impediscano la grande manifestazione degli omosessuali, prevista per l'8 luglio per le strade della capitale. L'indomani, all'Angelus, lo stesso papa esprime "amarezza per l'affronto recato al grande Giubileo dell'anno Duemila e per l'offesa ai valori cristiani di una città che è tanto cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo" (Adista nn. 55 e 56/2000).
- Con la dichiarazione Dominus Iesus (6 agosto) Ratzinger in sostanza condanna i teologi di punta della teologia asiatica (Adista nn. 61 e 64/2000).
- Restrizioni liturgiche ai fedeli laici, che colpiscono soprattutto le Chiese Usa (Adista n. 61/2000).
- Il 3 settembre il papa beatifica insieme Pio IX e Giovanni XXIII, cioè un papa che aveva definito "deliramento" il principio della libertà religiosa e un papa che volle il Vaticano II anche per affermare solennemente tale principio (Adista n. 66/2000).
- Il card. Ratzinger con una Notificazione obbliga di fatto all'abiura il teologo austriaco Reinhard Messner il quale aveva sostenuto che "in caso di conflitto è sempre la tradizione, ovvero la teologia, che deve essere corretta a partire dalla Scrittura, e non la Scrittura che deve essere interpretata alla luce di una tradizione successiva (o di una decisione magisteriale) (Adista n. 1/2001).
2001
- Il card. Ratzinger, con una Notificazione (22 febbraio) obbliga il teologo redentorista spagnolo p. Marciano Vidal a ritrattare di fatto le sue tesi - su contraccezione, aborto, omosessualità - che si allontanavano da quelle ufficiali vaticane (Adista nn. 39 e 55/2001).
- Sotto indagine della Cdf anche il gesuita p. Roger Haight, accusato di non essere ortodosso nella sua cristologia (Adista n. 39/2001).
- Il Vaticano vieta a suor Joan Chittister, teologa benedettina statunitense, di partecipare in giugno, a Dublino, alla Conferenza della rete mondiale per l'ordinazione delle donne. Ma la suora respinge l'ordine di Roma (Adista n. 53/2001).
- Con una Notificazione (17 settembre) i cardinali Ratzinger, Medina Estévez e Darío Castrillon Hoyos (prefetto della Congregazione per il Clero) negano la possibilità dell'ordinazione della donna-diacono. Il riferimento indiretto è a mons. Samuel Ruiz, che nella diocesi messicana di San Cristóbal de las Casas aveva ordinato circa quattrocento diaconi sposati, accompagnati all'altare, nella cerimonia dell'ordinazione, dalle loro mogli, che però non erano state consacrate diaconesse (Adista n. 69/2001. Vedi anche Adista nn. 17, 26 e 32/2002).
- Nell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Oceania il papa (22 novembre) respinge tutte le richieste di cambiamenti pastorali (come un diverso atteggiamento verso i divorziati risposati) prospettati dai vescovi dell'Oceania nel Sinodo ad hoc per il Continente, celebrato a Roma nel 1998 (Adista n. 83/2001).
2002
- Il frate minore francescano svizzero Josef Imbach, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Facoltà teologica San Bonaventura di Roma è di fatto spinto a lasciare l'incarico a causa delle pressioni della Cdf che non aveva accettato il fatto che l'autore, in un suo libro, mettesse in discussione la storicità degli eventi miracolosi narrati nel Nuovo Testamento (Adista nn. 13/2001 e 19/2002).
- Con un Monitum del 5 luglio il card. Ratzinger preannuncia la scomunica - a meno di un ravvedimento entro il 22 luglio, che non avverrà - a sette donne che il 29 luglio, su un battello in navigazione sul Danubio, tra Austria e Germania, si erano fatte ordinare prete da un vescovo argentino già scomunicato (Adista nn. 57/2002, 63/2002).
- Un comunicato (17 ottobre) della Commissione teologica internazionale, presieduta dal card. Ratzinger, sostiene che ragioni teologiche e storiche impediscono l'ordinazione della donna diacono (il che invece viene ritenuto possibile da vari cardinali, come Carlo Maria Martini, l'ex arcivescovo di Firenze Silvano Piovanelli e il tedesco Karl Lehmann vescovo di Magonza) (Adista n. 79/2002).
- L'8 dicembre 2002, il Pontificio Consiglio per la Famiglia, con la prefazione del prefetto del dicastero, il card. Alfonso Lopez Trujillo, presenta "Lexicon. Temi ambigui e discussi su famiglia vita e questioni etiche", un volume in cui su tutti i problemi discussi anche all'interno della Chiesa romana - contraccezione, divorzio, omosessualità, rapporto tra princìpi etici cristiani e legislazione civile - esprime solo le tesi più conservatrici, quando non reazionarie, respingendo ogni voce critica sulle affermazioni del magistero papale.
- Il card. Medina Estévez, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, in una lettera del 16 maggio sostiene che è "assolutamente sconsigliabile", "imprudente" e "rischiosa" l'ordinazione sacerdotale di omosessuali (Adista n. 89/2002).
2003
- La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica comunica (15 gennaio) ai Superiori e alle Superiori generali che la Cdf ha chiesto di escludere i transessuali dalla vita consacrata (Adista n. 12/2003).
- Con un decreto della Cdf (25 gennaio, ma notificato all'interessato il 13 marzo) - decreto emanato "dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con suprema ed inappellabile decisione senza alcuna possibilità di appello" - don Franco Barbero della Comunità di base di Pinerolo viene "dimesso dallo stato clericale" (Adista nn. 23/2003, e 15 e 20/2002).
- Il 24 febbraio, sotto la forte pressione della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica i benedettini inducono padre Cipriano Carini a dimettersi da abate del monastero di S. Giovanni Evangelista a Parma. Nessuna ragione teologica o disciplinare: solo, da più due anni, l'abate Carini ha accolto in una Badia Benedettina dipendente dal suo monastero alcune suore indiane dell'Ordine delle brigidine, fuggite dalla loro comunità a causa del trattamento cui erano sottoposte da parte della loro madre superiora, suor Tekla Famiglietti. Per il solo fatto di aver accettato di accogliere queste suore e di aver cercato di non fargli perdere il permesso di soggiorno (a due di esse la madre Tekla aveva requisito il passaporto), l'abate Carini è stato costretto dal Vaticano a dare le dimissioni. Tanto hanno potuto, in Curia, le pressioni della potentissima suor Tekla (Adista n. 43/03).
- La Cdf spinge la Commissione dottrinale della Conferenza episcopale spagnola a far sapere, in un documento, che le tesi su Gesù Cristo contenute in un libro del teologo Juan José Tamayo contengono gravi errori dottrinali. I vescovi, tuttavia, si rifiutano di consegnare al teologo l'atto di accusa su di lui che il card. Ratzinger ha inviato loro (Adista nn. 8 e 24/2003).
- Ratzinger conferma la scomunica alle donne prete ordinate in Austria (Adista n. 12/2003).
- Il card. Ratzinger, con "Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali" (testo datato 3 giugno ma pubblicato il 31 luglio), chiede ai parlamentari cattolici di impedire in ogni modo l'approvazione di leggi che ammettano una qualsiasi equiparazione tra il matrimonio e l'unione di due persone dello stesso sesso (Adista n. 12/2003).
- Con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia (17 aprile) il papa riafferma la dottrina della "transustanziazione" formulata dal Concilio di Trento e vieta qualsiasi "intercomunione" - la partecipazione degli evangelici alla comunione durante la messa cattolica, e dei cattolici alla Santa Cena dei protestanti - con le Chiese nate dalla Riforma. L'enciclica ribadisce che i cattolici divorziati e risposati non possono accostarsi all'Eucaristia; e lamenta gli "abusi" che, nel post-Concilio, si sono fatti in materia liturgica (Adista n. 36/03).
- Il 22 novembre 2002 l'abate di Montevergine (ordinario dell'omonima abbazia territoriale), padre Giovanni Tarcisio Nazzaro, emana nei confronti di don Vitaliano Della Sala un decreto di rimozione dalla funzione di parroco della parrocchia di S. Giacomo a Sant'Angelo a Scala (Av). A soli 39 anni, non avendo ricevuto nessun altro incarico, don Vitaliano viene di fatto "pensionato" dalla Chiesa (v. Adista n. 90/02; www.donvitaliano.it). Nel provvedimento, fortemente voluto dalla Curia romana e preceduto da due ammonizioni canoniche (del 13/10/2000 e del 3/7/2001), Nazzaro accusa Vitaliano di pubblico dissenso "dal Magistero dei Pastori" e dalla "Sede Apostolica", di "frequenza di 'centri' e 'associazioni' ben noti per la diffusione di idee in contrasto con la dottrina e l'insegnamento della Chiesa e che non rifuggono neanche dalla violenza", e di aver trascurato i suoi "doveri parrocchiali". Contro il decreto di rimozione la comunità di S. Angelo insorge: dapprima mura l'entrata della chiesa parrocchiale, poi decide il boicottaggio delle iniziative del nuovo parroco: da due anni la gente di S. Angelo non entra più nella chiesa del paese, limitandosi ad assistere alle funzioni dal sagrato. Da parte sua, don Vitaliano ha dapprima inutilmente ricorso contro la sua rimozione presso la Congregazione per il Clero. Attualmente un nuovo ricorso giace presso il Supremo Tribunale della Signatura Apostolica, insieme ad un altro presentato da tutta la sua comunità parrocchiale (Adista nn. 51/03, e 23 e 87/2002).
- Come negli otto precedenti, anche nel Concistoro annunciato il 28 settembre per il 21 ottobre Wojtyla non include nella lista dei nuovi cardinali alcun prelato o teologo latinoamericano espressamente favorevole alla Teologia della Liberazione (Adista n. 71/2003).
- Con l'Esortazione apostolica post-sinodale Pastores gregis, firmata proprio il 16 ottobre 2003, 25° anni-versario della sua elezione, pur abbondando in parole esaltanti la "collegialità episcopale", di fatto Wojtyla ha svuotato le richieste della Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2001), che aveva affrontato proprio il tema del ruolo dei vescovi. Allora, malgrado il tentativo delle Curia romana di svuotare le propositiones (le proposte concrete al pontefice. Per il testo integrale, v. Adista 80/2001), l'Assemblea aveva approvato la propositio 24: "Alcuni Padri sinodali ritengono opportuno esaminare il modo di procedere ed il metodo delle riunioni sinodali affinché queste Assemblee divengano un migliore strumento di collegialità. I Padri sinodali suggeriscono rispettosamente al Sommo Pontefice di considerare l'opportunità di convocare un'Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi proprio a questo fine". Di questa richiesta non c'è traccia nel documento testè firmato da Wojtyla
da ADISTA del 25.10. 2003
Dopo aver lasciato Mosca, non riesco a dimenticare una donna che, ai piedi del Kremlino, continuava a guardare, guardando il nulla, il monumento ai caduti della seconda guerra mondiale.
Sempre, quando le donne russe guardano un qualsiasi monumento, un qualsiasi fuoco eterno che ancora oggi brucia, sempre io penso a Stalingrado.
Sempre, ancora oggi, io penso a Stalingrado, a cosa sia stato Stalingrado.
Quando io penso a Stalingrado, io penso un milione di morti.
Quando qualsiasi donna russa vede un fuoco eterno, un monumento che ricorda la seconda guerra mondiale, quando un russo, oggi, vede un fuoco eterno, si ferma.
Qualsiasi donna, qualsiasi russo, quando vede un fuoco eterno, prega e ricorda un SUO caduto.
Prega Stalingrado. E la difesa del Volga.
Stalingrado è il Volga.
Il Volga è la Russia.
"La Battaglia di Stalingrado è stata una delle battaglie fondamentali della seconda guerra mondiale. Si svolse sul fronte russo a Stalingrado (oggi Volgograd) tra il 1942 e il 2 febbraio 1943.
Nel settembre 1942 la sesta armata, al comando del generale tedesco Paulus, raggiunse il centro della città,incuneandosi profondamente nel fronte russo (tecnicamente si parla di saliente) ma, nonostante i prolungati sforzi, non riuscì ad eliminare i numerosi nuclei di resistenza che, agevolati dalla totale distruzione della città, diventarono in pratica l'esca principale della gigantesca trappola russa.
Infatti, mostrando doti organizzative di prim'ordine, i sovietici predisposero un piano (operazione Uranus) molto semplice nella sua articolazione ma complesso per le dimensioni richieste.
La complessità nasceva dall'esigenza di predisporre un'operazione prevedibile, nella più assoluta segretezza. Infatti, se un saliente non evolve in sfondamento, le buone regole della dottrina militare prevedono la rettifica del tratto di fronte interessato, prima che scattino le contromisure del nemico che attaccherà alla base e ai fianchi del saliente.
Ovviamente, per i sovietici si trattava di attaccare i due lati del saliente di Stalingrado, determinato, come detto, dal profondo incunearsi della sesta armata nel fronte russo, nel tentativo - non riuscito - di sfondare e raggiungere il Volga. La disperata resistenza russa, a parte gli aspetti propagandistici legati al nome della città, ebbe, quindi, due importanti conseguenze: in primo luogo, impedì appunto alla Wehrmacht di attestarsi sul Volga, interrompendo i collegamenti russi con i campi petroliferi ceceni. In secondo luogo, diede allo Stavka (Stato maggiore russo), il tempo necessario a portare in linea forze adeguate alla gigantesca manovra programmata.
Le divisioni corazzate affluite da oriente,(dove si era ridimensionata la minaccia nipponica verso l'URSS) erano in maggioranza siberiane, idonee a uno sforzo bellico prolungato in periodo invernale.
I concentramenti per gli attacchi avvennero a 160 km. a nord-ovest di Stalingrado sul Fronte del Don,(Rokossovskij e Zukov) e a 70 km. a sud (Vatutin e Romanenko).
Anche la scelta dei punti d'attacco mostra la cura con cui i sovietici scelsero le opzioni che offrivano le maggiori probabilità di ottenere risultati positivi: infatti, il tratto di fronte compreso fra i suddetti estremi era tenuto dalle forze rumene, collocate fra il contingente italiano (immediatamente a nord) e i reparti germanici a sud.
L'attacco scattò il 19 novembre 1942, sul fronte del Don (già sufficientemente gelato per sopportare il passaggio dei pesanti T-34) dopo una preparazione d'artiglieria con 3500 pezzi e, secondo tutte le testimonianze, risultò di estrema violenza.
Incidentalmente, il collasso dell'Armata rumena coinvolse le truppe italiane dislocate sul tratto di fronte adiacente che, ancorchè investito marginalmente era, a quel punto, letteralmente sospeso nel vuoto, non esistendo più una qualsiasi linea di difesa rumena.
Nel contempo, da sud-est muoveva la seconda branca della tenaglia a incontrare le colonne corazzate di Zukov che qui inizierà a costruire la sua fama di comandante abile e deciso.
Va sottolineato che questa offensiva si abbattè su reparti che già si erano attrezzati per il periodo di relativo rallentamento delle operazioni belliche.
In breve, l'accerchiamento della VI Armata germanica fu completato e rapidamente consolidato, rendendo vani i tentativi di Manstein di intervenire in soccorso dall'esterno.
Non va trascurata, naturalmente, la circostanza che favorì la perfetta riuscita del piano russo: Hitler, fermamente convinto che l'URSS non disponesse di ulteriori riserve da impiegare in operazioni di rilievo rifiutò qualsiasi suggerimento volto alla rettifica del saliente perchè avrebbe comportato l'abbandono di Stalingrado e, a trappola scattata, mantenne sino alla fine quella posizione priva di qualsiasi logica da un punto di vista puramente tecnico.
L'inevitabile conclusione per la VI Armata fu la resa, avvenuta il 2 febbraio 1943.
Da parte russa vi furono circa UN MILIONE DI MORTI di morti. Dei circa 100 mila soldati tedeschi caduti in prigionia ne sopravvissero solo 6 mila.
L'esito di questa battaglia determinò una svolta nelle vicende della Seconda Guerra Mondiale in quanto fu l'inizio delle sconfitte militari tedesche sul fronte russo che si concluderanno con la Battaglia di Berlino due anni dopo (1945).
Nel quadro bellico complessivo, poi, Stalingrado fu, con El Alamein e Midway il "giro di boa" della guerra che sino ad allora aveva visto prevalere le forze del Tripartito.
Le condizioni climatiche in cui si svolse e l'elevato numero di morti da entrambe le parti e la distruzione della città fecero sì che questa battaglia divenisse un simbolo degli orrori della guerra."
Quando abitavo a Venezia, l'unica idiozia di cui ridevamo era quella di credere che, in tutta la città, quello che si scriveva, si diceva, si buffoneggiava prima di fare l'amore, potesse contare. Quello che contava, sempre, e conta ancora, è quello che si diceva e si dice 'due mosse prime'. E non per vincere. Soltanto perchè le due mosse prime sono il senso di quello che si è.
Venezia è, sempre, due mosse prime.
E io le chiamo con il nome del mio amore-.
"Due anni fa, proprio dopo via Fani, ha cominciato a farsi strada dentro di me una strana ossessione. Due società di segno opposto, entrambe clandestine, unite da un mostruoso rapporto speculare, immagino che si combattano nel nostro paese senza incontrarsi mai. Le vedo, qualche volta, quando si incontrano, spargere inchiostro come due seppie che si dissolvano in una grande e unica macchia scura. Passata la cinquantina, si può anche vivere di incubi. Ho infatti abbandonato le mie amicizie e le mie abitudini, e mi sono ritirato in campagna. Vivo in un borgo della Versilia; un borgo di geografia lucchese, anzi apuana, incassato fra i monti, con un pertugio che si imbuca verso il mare. Vivo qui senza vedere più in là della soglia di casa e della scodella del gatto. Qualche giorno fa è venuto a trovarmi un amico, il capogruppo dei consiglieri comunisti locali, uno dal viso spianato e sorridente di vecchio togliattiano. E uno che appartiene a una terza società. Mi ha chiesto di candidarmi nelle liste comunali del Pci. Naturalmente mi sto chiedendo perché gli ho detto di no, no, e poi no, e poi sì. Se due società clandestine si combattono senza incontrarsi mai, con chi ce l'hanno? Ma un ruolo lo ha giocato certamente l'amore del paradosso. Si è mai visto un partito di massa così solitario come il Pci? E come si fa a non dargli una mano, a un partito così?"
Cesare Garboli, da 'La storia di via Fani' in "Ricordi tristi e civili" apparsa in L'Unità del 7/6/1980 col titolo 'Un racconto fantastico che comincia a via Fani'.
Non è così, ma Garboli non lo sapeva. Non lo poteva. Era un letterato.
a Gianfranco, che sa pensare sentendo
Ci sono luoghi in cui l'interrogazione radicale precipita, toccando, finalmente, il luogo del pensiero. Personalmente non ho paura di questi luoghi. Li attraverso, anch'io, ogni notte. Sono le mie notti. Luoghi delle macerie in cui l'esistenza, oggi, si specchia. So come questi luoghi siano frequentati da fantasmi. Che conosco. Per anni avrei voluto incontrare in questi luoghi uno spettro d'umanità. Anche solo uno spettro. Che mi rispondesse. Mi dicesse: "C'è del marcio...". I luoghi che portano questi nomi devono essere ricordati. I luoghi che portano questi nomi sono i 'centri del mondo'. Falluja, Sarajevo, Belgrado, la Somalia, il Ruwanda, ogni Berlino, ogni muro, il canale di Sicilia, l'Albania, il Tibet, ogni Palestina ed ogni Israele, Gerusalemme, l'amatissima America del Sud. Ogni centro del mondo grida. Ogni luogo grida e diventa questo 'centro del mondo'. Se abbiamo ancora una forza, questa è fare diventare 'politica' questo silenzio. Se, ancora, c'è una politica, e questa politica c'è, questa politica è vivere nel proprio luogo questo precipitare di ogni centro del mondo. Falluja-Sarajevo sono solo i nomi, i luoghi attraverso cui questa politica ridiventa 'luogo'. La nostra politica, il nostro luogo. Finalmente. "...un'etica".
Gritado:
El pueblo unido jamás será vencido!
El pueblo unido jamás será vencido!
Cantando;
De pie cantar, que vamos a triunfar,
avanzan ya banderas de unidad
y tú vendrás marchando junto a mi
y así verás tu canto y tu bandera
al florecer. La luz de un rojo amanecer
anuncia ya la vida que vendrá,
De pie marchar, que el pueblo va a triunfar;
será mejor la vida que vendrá,
A conquistar nuestra felicidad
y en su clamor mil voces de combate se alzaran;
dirán canción de libertad.
Con decisión la patria vencerá.
Y ahora el pueblo que se alza en la lucha
con voz de gigante gritando; adelante!
Gritado:
El pueblo unido jamás será vencido!
El pueblo unido jamás será vencido!
Cantado;
La patria está forjando la unidad;
de norte a sur, se movilizará,
desde el salar ardiente y mineral,
al bosque austral, unidos en la lucha
y el trabajo, irán, la patria cubrirán.
Su paso ya anuncia el porvenir.
De pie cantar, que el pueblo va a triunfar.
Millones ya imponen la verdad;
de acero son, ardiente batallón,
sus manos van llevando la justicia y la razón.
Mujer, con fuego y con valor
ya estás aquí junto al trabajador.
Y ahora el pueblo que se alza en la lucha
con voz de gigante gritando; adelante!
Gritado:
El pueblo unido jamás será vencido!
El pueblo unido jamás será vencido!
Il ponte di Mostar è stato ricostruito. Sorride, da lontano, chi non l'attraversa più.
Ci si chiede: quale miglior film? Solo un giornalista pone queste domande. Eppure rispondiamo. 'Ultimo tango a Parigi' è il film che, anche grazie a Brando, parla dell'amore e del sesso, della morte e della rivoluzione.
Quale miglior film, chiede 'Repubblica'.
Marlon Brando non è un'icona. E' un gesto. E' l'immagine, la messa in scena di una cosa, solo di una cosa.
Il nulla che sappiamo di essere.
Che sappiamo diventare.
La nostra finitezza.
Noi, uomini.
Chi si batte contro l'estradizione in Italia di Cesare Battisti non si batte contro la verità. Nè si batte contro lo Stato. Ma, proprio a partire dalla forza che riconosce allo Stato, chiede non un gesto di clemenza, ma di verità. La verità degli anni detti di 'piombo' non sta più, oggi, nella semplice condanna. Noi tutti condanniamo. Ma cosa condanniamo? Chi e cosa condanniamo invocando una, cento, mille estradizioni? Noi condanniamo lo Stato alla vendetta, condanniamo l'opinione pubblica all'accanimento, condanniamo i responsabili di delitti - politici - al loro passato. Noi condanniamo la storia italiana al suo passato, la condanniamo ai suoi rimossi, credendo che ogni condanna sia risposta e chiarimento di quegli intrecci, profondi, che in quegli anni hanno coinvolto lo Stato e le forze di sovversione di un ordine costituito. Quando noi, oggi, gridiamo vendetta, noi, oggi, rendiamo lo Stato non solo più debole nella sua vittoria, ma profondamente più complice di quanto sia stato già allora. Se c'è una verità nel 'caso Moro', questa verità è una: il processo, la condanna e l'esecuzione da parte di un 'tribunale del popolo' assomiglia paurosamente, nel suo gesto di vendetta, alla vendetta che, a distanza di tanti anni, questo Stato continua ad infliggere, cercare ed imporre ai protagonisti di quegl'anni. Se c'è forza in uno Stato - ed io non gliene riconosco nessuna se non questa - questa forza è è chiudere una pagina di storia. Una volta, quando Togliatti era guardasigilli, si firmò, egli firmò quello che oggi i libri chiamano 'gesto di pacificazione'. Era l'amnistia per i reati compiuti dai gerarchi e dalle forze fasciste. Noi non si chiede un gesto di pacificazione. Si chiede il rispetto delle regole processuali, l'abbandono dei teoremi persecutori. Quelle regole che sono state violate, in maniera infame, nel giudizio su Battisti. Come nel giudizio di molti altri, di molte altre. Noi non si chiede, oggi, quello che, in 25 anni, nessun governo è riuscito a fare. Noi chiediamo, con forza, per amore di verità e per coscienza storica, solo una cosa: la fine di ogni vendetta, il riposo dei morti. Sarebbe tempo.
Posto, da Giap, newsletter dei Wuming, dei links per giudicare la vicenda Battisti con un minimo di raziocinio e conoscenza.
"La verità è che nessuno di noi ha certezze su cos'abbia o non abbia fatto l'uomo il cui destino è in gioco (e che, sia detto en passant, anche di recente ha ripetuto la propria abiura degli anni di piombo che produssero "tanti morti e lutti", e l'invito ai giovani a non cedere a simili tentazioni).
Ma la verità è che, nel dubbio, di fronte a un'Italia che ancora fatica a esorcizzare lo spettro di quegli anni; di fronte a quel Paese amico a cui non vogliamo impartire chissà quali lezioni di democrazia ma del quale non possiamo più ignorare che mantiene, nel cuore delle proprie istituzioni, leggi che secondo Amnesty International, la Federazione internazionale delle Leghe dei diritti dell'uomo e altre associazioni contravvengono a "tutti gli accordi europei e internazionali" sulla "equità dei processi"; di fronte a quell'Italia, deve valere il primato della presunzione d'innocenza.
Di conseguenza, Battisti deve più che mai beneficiare dell'ospitalità della Francia".
(Bernard-Henri Levy, 24 giugno )
N.B. I materiali n.1,3,4, 10, 11, 12, 13 e 14 sono in italiano. Tutti gli altri sono in francese.
Il gesto di chiusura di un secolo è decisivo. In fondo, oggi, di questo si tratta. Come far passare questo novecento 'altro'. Insieme, così artificiale, così reale.
Questo è il viso del Presidente degli USA George W. Bush composto dalle 700 fototessere dei volti dei soldati statunitensi morti sino all'inizio d'aprile in Iraq. Credits e Links per gli ingrandimenti: http://gallery.idahocline.com/displayimage.php?album=65&pos=0