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05.05.07

Dossier Gramsci: a 70 anni dalla morte

Sul rizoma di Millepiani 2.0, trovate una raccolta degli articoli pubblicati per il settantesimo anniversario della morte di Gramsci. I links fanno in ogni caso quasi tutti riferimento alle pagine della sezione filosofica di Millepiani.

scritto da millepiani il 19:16 | Comments (0)

Tag: Gramsci (in millepiani: 1)

15.03.07

Così i servizi di Praga spiavano Milan Kundera

Uno splendido articolo tratto da Repubblica di oggi.

Così i servizi di Praga spiavano Milan Kundera
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI

PRAGA - "Il soggetto si è allacciato una scarpa. Sinistra". Primo giugno 1974: una giornata di Milan Kundera. Autori: gli agenti segreti dell'Stb, i servizi speciali cecoslovacchi, pateticamente travestiti da compagni bulgari in gita a Praga. Foto rubate e strafalcioni grammaticali, tredici errori in sette righe di rapporto.
Dettagli grotteschi, se non rivelassero l'oppressivo volto paranoico del regime comunista. "Non possiamo dire se il soggetto si trovava all'interno del palazzo perché quando siamo riusciti a parcheggiare lui era già uscito". L'ottusità come arma del terrore. "Siccome il soggetto ha una macchina piccola, sorpassa il camion della spazzatura. Invece la grande Volga grigia degli organi, si incastra". Un mondo diviso tra "soggetto" e "organi", persone "a capo scoperto" e uomini "con il cappello": da una parte i cittadini, dall'altra le spie.

E' il ritratto mostruoso della "normalizzazione" seguita alla Primavera di Praga, quello che trapela dagli archivi segreti della polizia. Pubblici da un anno grazie al progetto "Passato aperto" del ministero degli Interni, ma ancora pressoché inaccessibili, migliaia di dossier vomitano sui cechi il veleno che ha distrutto le loro vite fino alla "Rivoluzione di velluto" del 1989. Nei resoconti e nelle immagini, inediti, la spietata conferma delle leggende esorcizzate in barzellette. Di uno scrittore come Kundera, fuggito a Parigi nel 1975, non basta demolire il pensiero. La nomenclatura del partito deve sapere innanzitutto che "ha ordinato un etto di insalata russa", che "non ha trovato posto nell'Osteria del Convento", che "alle 10.25 ha esclamato ciao Jurgen", o che la moglie acquista due salsicce "dal macellaio sulla Myslikova". "L'aneddoto storico - dice Jiri Pelan, ex dissidente, capo del dipartimento di letteratura dell'Università Carlo IV di Praga - trasfigurato in metafora esistenziale e infine in ideologica giustificazione".

Non è un caso che la "giornata di Milan Kundera" entri oggi nelle case dei suoi connazionali. E' il trentesimo anniversario di "Charta 77", il movimento di intellettuali che, perseguitati dopo l'invasione sovietica del 1968, non rinunciarono a chiedere il rispetto dei diritti umani all'interno del Patto di Varsavia.
Kundera, nei documenti segreti ritrovati, è un simbolo. Ma i protagonisti sono Havel, Werich, Pelikan, Kohout, Galuska, la cinquantina di artisti dissidenti che terrorizza il regime solo alzando una "Pilsner".
Festeggiano insieme il Natale, come il 24 dicembre 1974, sono un gruppo. "Compivano gesti autentici - dice il politologo Vaclav Belohradsky - dunque sospetti perché incontrollabili dalle autorità". Nessuno si stupisce. Ma l'anno dei pedinamenti venuti ora alla luce, è speciale. Kundera ha appena terminato La vita è altrove. E' disoccupato, è stato espulso dal partito, ritirate le sue opere. Gli amori ridicoli e Lo scherzo, in cui racconta del comunista a cui il partito distrugge la vita per niente, sono ridotti a samizdat clandestini.

I servizi segreti sanno che si prepara ad emigrare in Occidente. Da Mosca giungono irritati segnali di allarme. "Il Cremlino capiva che il dissenso cecoslovacco - dice Pavel Zacek, nuovo responsabile degli archivi di Stato - era più pericoloso di quello polacco, o ungherese. Dubcek era di nuovo in carcere. E' probabile che qualche ufficiale avesse l'ordine di recuperare Kundera e Havel, magari di corromperli. I controlli diventarono asfissianti". Negli scantinati dell'ex Stb, montagne di scatoloni ancora da catalogare. Da quelli aperti emerge però distintamente l'inaccettabilità politica di una vita normale. Il "rapporto numero 23" dell'agente Blazek descrive ad esempio la visita di Kundera al drammaturgo Jan Werich, sull'isola di Kampa, sotto Mala Strana. Il nome in codice dello scrittore è "Elitar I".
Orari, abbigliamento, incontri, percorsi, menù delle taverne, sensi unici, la poca merce acquistabile nei negozi. Più che denunce confidenziali, uno straordinario spaccato della realtà impietosa all'epoca del socialismo reale. "Ore 13.04: il soggetto entra nell'enoteca Viola. Ma il vino è finito. Il soggetto esce sorridente, a braccetto con la moglie". "La polizia - spiega lo storico Dan Hruby - era ignorante, ma non stupida. Negli interrogatori, citare dettagli insignificanti serviva a destare il terrore".

Kundera, convocato in commissariato il 12 agosto del 1974, si sente porre una sola domanda dall'agente Platenik: "Perché alle 9.27 del primo giugno ha scartato una caramella alla ciliegia sotto il terzo castagno del secondo cortile interno del Clementinum?". Il messaggio è di drammatica violenza. "Da quel momento la tua vita - dice Jan Keller, sociologo dell'università di Brno - era finita. Nemmeno un gesto, un desiderio intimo, ti sarebbero più appartenuti. Tutto era oscenamente pubblico: l'occhio vicino e penetrante della morte ti avrebbe tenuto in ostaggio". Come nel rapporto segreto sul Natale da Werich, nome in codice "Linea II".
Gli agenti Sebela e Spurny sono appostati sotto il palazzo Lichtenstein, di fronte alla casa del regista. Sei ore sotto la neve per fotografare "la faccia e il profilo dei soggetti che partecipano al folklore praghese". Uno scandalo, da riprendere "azionando il flash da sotto la pelliccia marrone". Notazioni noiose, lette oggi. Ma è l'ultimo Natale di Kundera a Praga. I messaggi stropicciati dei servizi segreti annotano che sua moglie, Vera Hrabankova, brinda rivelando "calze grige, rotte sul calcagno". Una sentenza cifrata. "Significa che sono annientati - spiega il professor Pelan - che non possono più restare dove sono nati".
Immagini e relazioni celano molto più di attimi ordinari rubati al dissenso. Fissano espressioni stanche e sorrisi umiliati, lo sguardo in allarme di chi si sente braccato.
"Sapevano di essere pedinati e spiati anche in bagno - dice lo storico Peter Vlac - . La condanna della dittatura, dopo gli omicidi degli anni Cinquanta, consisteva nella semplice comunicazione di tale controllo. Traditi da vicini e famigliari, si veniva isolati".

E' il destino di Kundera, frantumato nei personaggi ridicoli e tragici dei suoi romanzi. Il partito, davanti all'ex poeta comunista che da ragazzo glorificava i tempi nuovi degli operai e delle fabbriche, sbanda. La censura inorridisce, scorrendo le pagine nuove che parlano di amore, di sesso, di uomini e di donne, di sentimenti e dell'esistenza insensata perché irripetibile. Nel 1974 basta la frase sgangherata dell'agente Bocek ("Il soggetto andrebbe uscito con Jirka", nome in codice del professore ceco-americano George Gibian), per farlo definire "persona non gradita". Nel 1978 è sufficiente la stesura in francese di Il libro del riso e dell'oblìo per togliergli la cittadinanza cecoslovacca.

Trent'anni dopo, a Praga, ci si chiede però se la maledizione sia davvero finita. E Kundera diventa un caso. Anche dopo la caduta del Muro, non ha più fatto ritorno in patria. Gli ultimi romanzi, per sua volontà, non sono tradotti in ceco. Versioni-pirata circolano su Internet, di nuovo clandestine. Adorato dal popolo, "Elitar I" rimane un estraneo per le élite, malsopportato dai letterati.
Il Paese resta prigioniero dei dossier usati per distruggere vite e carriere. Il collaborazionismo della Chiesa, il tradimento di miti come il cantautore Jaromir Nohawica, il mesto sgocciolìo di nomi creduti bandiere del dissenso, ora annegati nell'oceano dei venduti, confonde vittime e carnefici. Tutti colpevoli, si chiedono i giornali, dunque collettivamente innocenti? Eroe è chi denunciò con l'esilio, morendo di nostalgia, o chi testimoniò con la resistenza, consumandosi in prigione?

Dagli archivi comunisti emergono pistole, o richieste di perdono?
I sotterranei delle spie oggi segnalano Kundera tra gli oppositori che avrebbero dato vita a "Charta 77": ricordano però che lui "ha scelto di andarsene prima, per mietere la riconoscenza dell'Occidente". Le ultime due foto lo ritraggono in una strizzata giacchetta nera, lisi pantaloni a zampa, in un verduraio vuoto di Praga; e tre mesi dopo in elegante doppiopetto blu in una "gastronomia di Montparnasse che scoppia di caprini, ostriche e champagne". "Onore a chi paga la speranza con l'addio", risponde l'autore de L'insostenibile leggerezza dell'essere. Ma per i cechi, dice lo scrittore Michal Viwegh, "è l'estrema beffa, questa sì kunderiana, orchestrata da chi a Praga ritiene di aver scontato la pena. Il mostro, dopo la plastica facciale, rialza la testa: e brandisce i fidati artigli del passato che ritorna ad aspettarci".

scritto da millepiani il 12:27 | Comments (0)

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05.03.07

Memorie familiari - 4 [R. Strauss, "Metamorphosen, studio per 23 strumenti a corda" - in limine]

Negli archivi di famiglia viene conservata una fotografia di Piazzale Loreto.
È una fotografia, in presa diretta, che viene dalla 'collezione' di mio nonno Emilio.
Ci sono 'due corpi' che pendono da due corde, in secondo piano, quasi fossero lo sfondo della fotografia. Due corpi a testa in giù.
Ed un 'militare' con un moschetto in spalla. In primo piano.
Un 'militare', un qualcuno vestito da militare con un moschetto in mano che aveva meno dell'età che ho io mentre scrivo queste righe, ha i capelli neri tirati indietro, le sopracciglia nere rotonde, delle labbra regolari, una fronte alta, e guarda solo la camera, senza nessun gesto di piacere o soddisfazione. È un giovane, molto giovane, snello, con i baffi sottili, che guarda la macchina fotografica e nulla più; come potesse essere in qualunque posto altrove, mentre invece è lì, che 'fa la guardia' a due morti, come se si riuscisse a freddare, d'improvviso, il tempo, ad assassinarlo, a fermarlo, ad immobilizzarlo in un immagine: un giovane italiano, con il moschetto, che fa la guardia al corpo di 'due morti'. E guarda l'obiettivo della 'camera'.
Che guarda la 'camera'?

A mio nonno, nel tempo della 'guerra', era morto un altro fratello - anzi: a sua madre era morto un altro figlio, in guerra -, mentre lui aveva avuto il suo primo figlio - mio padre - in Jugoslavia, dove era funzionario civile dell'Arsenale. E dove era riuscito a salvarsi dalla 'furia' dei partigiani comunisti, solo perchè i partigiani jugoslavi comunisti, la notte prima, lo avevano avvertito, in fretta e furia, di alzare il culo, lui, sua moglie e il suo infante e cambiare aria. Il racconto della notte della fuga che mio nonno mi ha fatto, è stato molto semplice: "Sono venute le donne di alcuni amici nostri jugoslavi, che noi avevamo aiutato, e hanno detto a tua nonna e a me che dovevamo andare via subito, immediatamente. Hanno detto che avrebbero ammazzato tutti i fascisti. E che noi dovevamo scappare subito. Noi non eravamo fascisti, ma erano gli italiani che erano fascisti. Noi eravamo italiani, eravamo fascisti. Io fascista mai sono stato. E quindi sono scappato con Irene e tuo padre".
Bene, mio nonno ha riportato a Messina, con una pausa a Perugia, sua moglie e suo figlio. Dalla Jugoslavia li ha riportati a Messina - via terra -. Era l'inizio dell'autunno del 1943. E poi è risalito, inspiegabilmente, verso nord, sparendo la bellezza di 18 mesi.
Nessuno sa dove sia stato.
Io sì.

scritto da millepiani il 16:33 | Comments (0)

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03.03.07

Memorie familiari -3

Quando mio padre mi ha portato le fotocopie della tesi di suo zio, di Luigi 'Gino' Raimondi, oltre al suo libretto universitario e alla sua pagella del 'Maurolico', e che avevo in mano prima di andare a chiedere all'unica, diretta 'sopravvissuta' di quel tempo, quando mio padre mi ha portato la sua tesi, io ho capito perchè, come mi aveva detto mio nonno, gli operai avevano portato a spalla, festeggiandolo, suo fratello. Lungamente mio nonno mi aveva parlato di suo fratello.
Fino a quando lui non morì senza che nessuno abbia avuto la forza di dirmi che era morto chi portava il mio nome, seppelendolo senza la mia presenza, mio nonno non solo mi aveva parlato di suo fratello, nel silenzio più assurdo che c'è fra un nonno e suo nipote, ma, di più, mi aveva sempre chiesto, alla sua maniera, di me e della politica. Senza dire mai nulla o giudicare.
Era come se avesse accesso ad un'altra dimensione dal presente, come se il presente lui riuscisse a leggere a partire da un luogo assolutamente inespugnabile.
Quando mio padre mi ha portato le fotocopie di una vita finita, e di cui sapevo, la prima voglia, o forza, che ho avuto è stata quella di renderla comune con l'unica sopravvissuta.

***

Bisognerebbe interrogare i sopravvissuti con più 'gentilezza' di quella che posso avere io.
Solo che a me avevano già detto.

***

Tra il '22 e il '24-'25 Luigi 'Gino' Raimondi aveva scelto di scrivere contro il fascismo. La 'Sera' era diventata la testata di opposizione al fascismo a Messina. Questo significava tre e quattro volte l'irruzione della polizia in tipografia, e che quello che faceva era condiviso da pochi, sempre di meno. La morte che è sopraggiunta, forse liberatrice per molti, per molte, non aveva fatto niente d'altro che segnare, con una linea definitiva, l'alterità al suo tempo, senza che lui lo volesse.

La morte è strana: a volte, da un lato, segna una distanza e un'alterità definitiva, conosciuta e irreversibile rispetto il tempo che si abita, dall'altro è una tragedia per quelli che vivono semplicemente, senza urgenze, il tempo che attraversano.

Tutta l'urgenza e tutta la necessità della parola pubblica che ha abitato Luigi 'Gino' Raimondi è passata in una maniera strana e traversa. A me.

scritto da millepiani il 14:55 | Comments (1)

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La Chiesa Cattolica e il Nazismo

"In vista della soluzione della Questione Romana, la Santa Sede acconsenti' in Italia allo scioglimento del Partito Popolare Italiano, dispose l'esilio di Don Luigi Sturzo, e approvo' la soppressione del regime delle liberta', ritenendo fosse sommamente utile poter incassare lo scioglimento della Massoneria. Nella Germania Nazista, la Santa Sede per poter concludere, dopo quelli con numerosi Laender, un concordato generale con il Governo del Reich, ordino' ai cattolici attraverso i vescovi tedeschi e per istruzioni trasmesse dal Nunzio Apostolico a Berlino Mons. Eugenio Pacelli, di sciogliere il glorioso partito del Centro Cattolici che pur aveva difeso la liberta' e la stessa Chiesa contro il Kulturkampf , esiliando a Roma il suo presidente Mons. Haas. E durante la Seconda Guerra Mondiale, per timore che aperte denunzie potessero causare persecuzioni alla Chiesa Cattolica, la Santa Sede e la maggioranza dei vescovi tedeschi, luminose eccezioni i grandi vescovi Von Galen, oggi proclamato Beato, e Von Preysing, tacquero' sulla persecuzione in atto contro ebrei, rom e disabili, nonostante lo straziante appello al Papa di Suor Teresa Benedetta della Croce, ebrea della Slesia, monaca di clausura, al secolo Edith Stein, poi uccisa ad Auschwietz-Birken dagli aguzzini nazisti e poi, perche' Dio e' grande e non paga il sabato! infine proclamata Santa da Papa Giovanni Paolo II, la cui vocazione si deve forse alla morte di un suo amico sacerdote e parroco, fucilato dalla SS germaniche o francesi o olandesi, non so bene, perche' scoperto a dare rifugio a ebrei nella sua canonica. E il Papa la proclamo' Santa chiamandola con frasi da brivido: 'Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, ebrea, cristiana, tedesca, filosofa, monaca carmelitana, martire e santa!'".

Firmato: Francesco Cossiga.

Sul Corriere della Sera di oggi.

scritto da millepiani il 10:29 | Comments (0)

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01.03.07

Dieci anni dopo: l'incendio della Fenice


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da ’Repubblica’ di oggi.

VENEZIA - Preso a Cancun in Messico Enrico Carella, che fu condannato in appello a sette anni di reclusione per l’incendio doloso del teatro della Fenice a Venezia. La pena era stata confermata in Cassazione, ma l’elettricista era riuscito a scappare. Carella è stato rintacciato grazie alle indagini della Digos di Venezia e dell’Interpol di Roma. Secondo l’accusa, sarebbe lui l’esecutore materiale dell’incendio: era titolare, assieme a Massimiliano Marchetti (condannato a sei anni), di una piccola ditta. Voleva evitare il pagamento di una penale per un ritardo nei lavori, ma finì per distruggere uno dei simboli della città. Carella fu incastrato da alcune frasi compromettenti dette a parenti e fidanzata e intercettate dagli inquirenti.

p.s. io lo so che sono passati undici anni da quel giorno. Per me sono sempre dieci. Anche quando erano uno o due, o tre, erano dieci. La prima cosa che ho scritto in pubblico è stata sul puzzo di morte, di bruciato, che c'era a Venezia il giorno dopo. Erano già passati dieci anni.
In fondo, ogni volta che ascolto uno straccio di musica, non mi dimentico di essere stato lì, quando abbiamo sentito il suono del teatro che cadeva 'dentro di sè'.
È l'unico suono che ricordo distintamente, perfettamente, in qualsiasi luogo.


scritto da millepiani il 19:21 | Comments (0)

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27.02.07

Memorie familiari - 2

Qui la prima parte.

Mentre mio padre si era limitato alla ricostruzione dell'albero genealogico della mia famiglia sino agli inizi del '900, io avevo un 'tesoro' nelle mani. Sapevo tutto di tutti, senza sapere nulla. Si trattava, indiscutibilmente, della linea 'maschile', quella che determina il cognome che portiamo. Ero in una posizione stranissima: mentre per la linea maschile avevo fatto tutte le possibili ricerche d'archivio, la linea femminile della mia famiglia mi sfuggiva poichè essa variava e si spostava dal lato della Sicilia del sud, Pachino e Scicli, ma di quella linea sapevo quasi tutto. Sulla linea femminile di una possibile riscostruzione familiare le discussioni sono infinite. Mettiamola così: dovevo interrogare i viventi, ricordando i conosciuti, anzi: 'le' conosciute.

Ricordo ancora, perfettamente, l'ultima volta che ho visto la zia, l'ultima sopravvissuta della famiglia di mio padre - del mio cognome - quando le ho fatto vedere la line diretta di ricostruzione. Era la sorella di mio nonno. E mi ricordo il suo totale disinteresse rispetto il passato che non conosceva - che faceva finta di non ricordare. Mi ricordo anche la sua resistenza di fronte le mie domande che toccavano i suoi fratelli, in particolare uno.
Non sono una persona piacevole in generale nella discussione - attacco-, lo sono ancora di meno quando so cosa chiedo e vedo che non mi si risponde, non si risponde alle domande precise che faccio e le cui risposte so che l'interlocutore, l'interlocutrice, sa e che non mi vuole dire.
Diciamo che la discussione con la mia bis-zia ha oscillato tra un'amabile rispetto per la sua anzianità e un'irritazione profonda, la sua e la mia.
La cosa fondamentale che le sfuggiva era che suo fratello - mio nonno - prima di morire, io da solo davanti a lui, io che portavo il suo nome e il suo cognome, mi aveva già detto tutto. Ed io sapevo già tutto, salvo la sua versione, la versione della zia di mio padre, la mia bis-zia, che pretendeva di detenere tutti i segreti della famiglia, sottovalutando l'amore e la confidenza tra un nonno e suo nipote, che si chiamavano entrambi con lo stesso nome e cognome, presi, da soli, in una stanza, in una cucina, a parlare. Sottovalutando tutto, ed eludendo.
Ora: io ho parlato con due bis-nonne, due bis-zie, due nonni e due nonne, oltre a tutte le nonne e a tutti i nonni, alle bis-zie dei miei cugini. E direi, semplicemente, che una certa abitudine a rapportarmi con le memorie degli anziani l'ho maturata. Abitudine, in questo caso, significa che di fronte le menzogne dei vecchi - ne dicono molte - sono abbastanza preparato nel decostuirle.
Che cosa voleva nascondere la mia bis-zia?
Voleva nascondere che suo fratello, dopo avere avuto una figlia con sua moglie, l'aveva lasciata.
E che stava con 'altre'. Mio nonno mi ha raccontato, senza che io glielo chiedessi, tutta questa storia. (comincio forse ora a capire perchè).
Luigi 'Gino' Raimondi è stato uno dei più importanti giornalisti a Messina all'inizio degli anni venti. Redattore Capo (cioè 'direttore') de la 'Sera', ha scritto tra il '22 e il '24 tra gli articoli più feroci e chiari rispetto il fascismo montante. Amico di Colonna di Cesarò, è morto per una lesione all'aorta, patologia molto conosciuta tra i tipografi, essendo legata all'aspirazione continuativa del piombo che veniva fuso per 'battere' il menabò che serviva per stampare i giornali.

scritto da millepiani il 14:40 | Comments (0)

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Memorie familiari - 1

Sono il nipote più vecchio, una sorta di occhio che ha vagato per anni nel cuore della famiglia, accumulando, incosapevole io e chi si esponeva al mio occhio, immagini e figure, parole e qualche fuga inutile, inconsapevole io dei paraggi della memoria della mia famiglia e loro, soprattuto, quasi tutti morti, di quello che stavano facendo.
Mi si rimprovera spesso, a bocca aperta e increeduli, di ricordare cose assurde, assolute ed inutili. Non me ne fregio, nè mi fa piacere, lo dico una volta per tutte: il gioco era avere un'esatta memoria fonica delle parole pronunciate. Averne una assoluta capacita ricostruttiva, ricordare esattamente quando, dove e come si siano dette 'alcune' cose non è la migliore maniera di vivere. Di vivere insieme agli altri, alle altre. La memoria impone fatica.

La prima volta che ho letto Natalia Ginzburg ho avuto un rigetto profondo della sua scrittura, che mi ha impedito di leggerla per circa quindici anni. Chi, per abitudine o condanna, ha cominciato a leggere da giovanissimo, da giovanissima, ha maturato questa sindrome di rifiuto assoluto per le scritture che parlano di lui stesso.
Non si può leggere niente e nessuno che scriva di quello che tu sei e che sai. È una certa, sana abitudine a rifiutare quello che conosci, amando quello che non conosci, che non sei. Non si può leggere niente e nessuno che scriva di quello che tu sei e che sai, salvo non sia tu.

La prima volta che ho capito che il 'registro familiare' fa 'letteratura', il primo sentimento è stato quello di odio e di rifiuto. Non solo, mi dicevo, io ne posso parlare nella 'memoria', ma ne posso parlare, davvero, con la memoria dei documenti.

In questo senso, sono uno dei più grandi specialisti dell'amore per gli archivi biografici (potrei citare decine di autori che ho letto, e potrei parlare, come mi hanno insegnato, anche di quelli che non conosco).

Avevo sperato, quando ero giovane - è una battuta che sa di sapore antico, ma io la colloco: quando avevo ventieunanno - avevo sperato, e mi ero speso perchè la mia parola fosse quella 'familiare'. Direi che, tecnicamente, sono uno dei maggiori conoscitori italiani dei criteri di definizione araldica delle famiglie. Per quelli messinesi senza nessun dubbio.
Direi così, salvo smentite: sono uno degli ultimi ad avere consultato di persona gli archivi messinesi depositati all'Archivio di Stato che era in via XXIV Maggio. Mettiamola così: ho consultato i registi precedenti al terremoto, quelli originali, quelli sino al 1770.
Non solo quelli che attenevano alla mia famiglia, ma tutti (essendo i registri non legati a nessuna affermazione sociale e a nessuna esclusione sociale successiva, ma, allora, consultabili da chiunque, me compreso).
Nello stesso tempo, sono stato uno degli ultimi a consultare, direttamente, personalmente, gli archivi conservati negli scantinati del Comune di Messina. Ho aperto, a 21 anni (oggi ne ho 35), i grandi registri - riscritti a mano - che ricostruivano le linee di sviluppo delle famiglie messinesi. Io sono sceso, mentre voi facevate il vostro percorso politico, a rileggere, pagina dopo pagina, quegli archivi. Io li conosco, per com'erano organizzati quando voi pensavate al vostro presente.

Voi non c'eravate.

Per fare cosa? Per fare cosa ho fatto due cose che nessuno di coloro i quali vogliono rilanciare i 100 dal terremoto avevano fatto prima?
(per essere chiari: voi non sapete nè dove sono i registri che ricostruiscono quello che è successo dopo il 1908, nè sapete, tecnicamente, dove siano i registri, prima napoleonici e poi istituzionali, attraverso cui ricostruire anche solo la storia della vostra famiglia - voi non li avete mai visti, io sì).

Per fare cosa? La memoria si ama, come l'identità, prima di ogni anniversario. E si ama follelmente.

***

Voi potete fare tutti gli incontri possibili tra gli storici e l'amminastrazione. Voi potrete fare ancora tutti gli incontri possibili tra l'amministrazione e i 'filosofi'.
Voi potrete fare tutto quello che non avete fatto prima, per mancanza, assenza, stanchezza, disinteresse, perchè la politica vive dei suoi tempi.

L'unica cosa che non potrete fare è quella di farmi dimenticare la prima volta che ho avuto fra le mani uno dei registri del governo napoleonico.
O quando, da solo, sono entrato nel 'mio' Teatro Vittorio Emanuele.
Infatti, in fondo, io non cercavo, e non ho mai cercato, da dove veniva la mia famiglia.
Io volevo, con tutte le mie forze, riuscire ad amare la città dove sono nato.
Senza di voi.

scritto da millepiani il 13:20 | Comments (0)

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17.02.07

407 anni fa

407 anni fa moriva bruciato dalla Chiesa cattolica Giordano Bruno. Come hanno scritto gli studenti del Liceo classico "Manno" di Alghero nella necrologia pubblicata oggi su Repubblica, "vero filosofo, profeta dell'infinito, martire della libertà di pensiero".

scritto da millepiani il 14:37 | Comments (0)

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27.01.07

Memento

"Sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e poi, il mattino dopo, recarsi come niente fosse al proprio lavoro ad Auschwitz".
G. Steiner

scritto da millepiani il 00:59 | Comments (0)

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24.01.07

Omaggio al giornalismo: Ryszard Kapuscinski

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Ryszard Kapuscinski è morto oggi a Varsavia. Aveva 74 anni. È stato uno dei più grandi 'osservatori' del secolo passato, quello del giornalismo.
“Il cinico non è adatto a fare il corrispondente. Ci vuole comprensione per la miseria umana, simpatia per la gente. Bisogna far parte della famiglia cui appartengono tutti i semplici del pianeta. Il calore umano è basilare per questo lavoro” [via Strelnik]

Technorati : Ryszard Kapuscinski, giornalismo

scritto da millepiani il 09:21 | Comments (1)

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13.12.06

Il corpo amico, suicidato, esposto: Que viva Chile!

A Gianfranco.

Per continuare a discutere.

scritto da millepiani il 17:16 | Comments (0)

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12.12.06

Que viva Chile!: memoria e storia, ricordo e perdono

Noi non abbiamo niente a che fare con il Cile.
La mia generazione, e la mia età, non avrebbe nulla da domandare al Cile, ad Allende, al golpe di Pinochet.

Noi siamo altro, stiamo costruendo, con fatica, difficoltà, ma con lucidità, quello che ci attiene, quello che attiene al nostro tempo, rivendicando dove sta il silenzio, la parola e la forza che ci riguarda, dove sta la diversità di fronte il suo presente, dove il silenzio domina, e l'afasia, la necessità, e la capacità di dire altro.
Noi stiamo altrove.

Noi portiamo con noi la memoria delle immagini.

Il Cile, per noi, è la testa spappolata di Salvador Allende; vederlo uscire dalla Moneda con il mitra in mano.
Noi non abbiamo paura di questa memoria, quella delle immagini, dove più forte si mostra, in maniera intensa, l'intreccio tra la memoria e la storia, tra ciò che ricordiamo e ciò che le immagini ricordano. Noi non abbiamo paura delle immagini della storia, dei corpi, della nostra flessione e della nostra debolezza, del nostro amore, di fronte questa storia e questo racconto.

Noi, oggi, non cantiamo nessuna canzone.

Noi non abbiamo bisogno della memoria delle canzoni perchè ci si ricordi della storia; noi stiamo tra il ricordo ed il perdono.
Noi stiamo in quella flebile terra che sa e sa distinguere la condanna e il rifiuto del Cile di Pinochet dal Cile di oggi.
Noi stiamo, e stiamo costruendo, questa terra di nessuno, quella in cui la violenza di una dittatura lascia il posto, finalmente, lo spazio per il tempo del Cile di oggi.

E mentre il ricordo ci 'ritorna', il perdono ci viene difficile. Anche a noi, europei.
Perdono e ricordo, insieme, sono il nostro luogo: il nostro 'Cile'.

In nessun senso la memoria della storia e di ciò che è accaduto è 'un perdono'. Noi sappiamo distinguere 'memoria e storia, ricordo e perdono'.
Il Cile vive, finalmente, da sè.

In tutti i sensi, quello della memoria della storia e quello del ricordo dei fatti dell'Estadio National del Chile, in tutti i sensi, i fatti del Chile non ci toccano, noi che non li conosciamo.
Ma, poichè noi siamo italiani, ed abbiamo imparato ad amare il Cile ed i cileni, da prima di esser nati, ed abbiamo imparato a pensare il Cile ed i cileni come uno dei luoghi politici decisivi, noi non ricordiamo e non festeggiamo Pinochet e la sua morte.

Ma, finalmente, la libertà dei cileni, che hanno memoria e sanno ricostruire la storia della dittatura che li ha segnati, che perdonano nell'oblio della storia, e ricorderanno, per sempre, la loro forza, quella che gli ha permesso di essere, oggi, come sono, finalmente, questo sì, noi festeggiamo.
E tanto forte è questa festa, tanto forte l'attenzione, lpamore, per il Cile e i cileni che ci stanno intorno.

Noi, alcuni di noi, davvero, non hanno smesso di essere in Cile, in quello stadio, nè dimenticano.


scritto da millepiani il 00:29 | Comments (0)

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11.12.06

A Salvador Allende

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scritto da millepiani il 12:22 | Comments (0)

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Estadio nacional de Chile, 1973 - Victor Jara (mani)

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L'11 settembre 1973 Victor Jara fu arrestato dai militari fascisti di Pinochet e imprigionato nel famigerato Estadio Nacional de Chile (detto semplicemente "Estadio Chile").

Vi rimase per sedici giorni, durante i quali, con mezzi di fortuna, continuò a comporre canzoni e poesie.
Quattro giorni dopo, gli furono prima spezzate le mani in mezzo alle grida di scherno dei militari ("Su, cantaci una canzoncina ora!"), poi gli furono tagliate. Fu poi ucciso.
Gli fu trovata in tasca questa canzone.

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Somos cinco mil aquí
en esta pequeña parte la ciudad.
Somos cinco mil.
¿Cuántos somos en total
en las ciudades y en todo el país?
Sólo aquí,
diez mil manos que siembran
y hacen andar las fábricas.
Cuánta humanidad
con hambre, frío, pánico, dolor,
presión moral, terror y locura.

Seis de los nuestros se perdieron
en el espacio de las estrellas.
Uno muerto, un golpeado como jamás creí
se podría golpear a un ser humano.
Los otros cuatro quisieron quitarse
todos los temores,
uno saltando al vacío,
otro golpeándose la cabeza contra un muro
pero todos con la mirada fija en la muerte.
¡Qué espanto produce el rostro del fascismo!
Llevan a cabo sus planes con precisión artera
sin importarles nada.
La sangre para ellos son medallas.
La matanza es un acto de heroísmo.
¿Es este el mundo que creaste, Dios mío?
¿Para esto tus siete días de asombro y de trabajo?
En estas cuatro murallas sólo existe un número
que no progresa.
Que lentamente querrá más la muerte.

Pero de pronto me golpea la consciencia
y veo esta marea sin latido
y veo el pulso de las máquinas
y los militares mostrando su rostro de matrona
llena de dulzura.
¿Y México, Cuba y el mundo?
¡Qué griten esta ignominia!
Somos diez mil manos
menos que no producen.
¿Cuántos somos en toda la patria?
La sangre del compañero Presidente
golpea más fuerte que bombas y metrallas.
Así golpeará nuestro puño nuevamente.

Canto, qué mal me sabes
cuando tengo que cantar espanto.
Espanto como el que vivo
como el que muero, espanto.
De verme entre tantos y tantos
momentos de infinito
en que el silencio y el grito
son las metas de este canto.
Lo que veo nunca vi.
Lo que he sentido y lo que siento
harán brotar el momento...


scritto da millepiani il 11:22 | Comments (0)

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29.11.06

Pensare 'senza' testa - 1 -

Qui. Anche se, su millepiani, un po' in ritardo. Ma con più forza.

scritto da millepiani il 01:37 | Comments (0)

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28.11.06

"Non insegnate ai bambini" - una revisione di un testo di Giorgio Gaber

Due anni fa, e più. Vale.
La penso ancor di più così.

***

(tra parentesi il testo originale, in maiuscolo la 'revisione' - da leggere stampata, da ascoltare con le altre 'parole', con le revisioni)



(Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.)

Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
CERTO una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una VECCHIA ESPERIENZA.

(Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.)

Non elogiate il SILENZIO
che è sempre più NOSTRO
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia deL FUTURO.

Giro giro tondo cambia il mondo.

(Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.)

Non insegnate ai bambini
non RIPETETE BATTAGLIE PASSATE
non gli riempite il futuro
di vecchiE PAROLE
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla Vostra SCONFITTA.

(Non esaltate il talento che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro, alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno
di un'antica speranza.)

Non esaltate il talento CHE ABBIAMO ORMAI spento
non li avviate al bel GESTO, al TIMORE, AL SILENZIO
ma se proprio SAPETE
raccontategli LA FORZA
di un'antica speranza.

(Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore, il resto è niente.)

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi LA FINE e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore, il resto è IL NOSTRO niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

scritto da millepiani il 16:46 | Comments (1)

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26.11.06

"Le parole incrociate" [Roversi-Dalla]

Le parole incrociate
[Roversi-Dalla]

Pensando a quello che accade in 'Italia', una parte della 'patria' che non ho; a Renzo, che mi ha fatto conoscere questo 'testo'.

["Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende."]



Chi era Bava il beccaio? Bombardava Milano;
correva il Novantotto, oggi è un anno lontano.
I cavalli alla Scala, gli alpini in piazza Dom.
Attenzione:
cavalleria piemontese, gli alpini di Val di Non.

Chi era Humbert le Roi? Comandava da Roma;
folgore della guerra, con al vento la chioma.
La fanteria stava a Mantova, i bersaglieri sul Po.
Attenzione:
fanteria calabrese, i bersaglieri di Rho.

E chi era Nicotera, ministro dell'interno?
Sole di sette croci e fuoco dell'inferno.
All'Opera il Barbiere, cannoni a Margellina.
Attenzione:
spari capestri e mazze da sera a la mattina.

Di pietra non è l'uomo
l'uomo non è un limone
e se non è di pietra
non è carne per un cannone.

Cavallo di re
la figlia di un re
l'ombra di un re
e la voglia di un re.
Soltanto chi è re
può contrastare un re.

Il gioco dei potenti
è di cambiare se vogliono
anche la corsa dei venti.

E i limoni a Palermo? Pendevano dai rami,
coprendo d'ombra il sangue di poveri cristiani.
Chi era Pinna? Un questore, a Garibaldi amico.
Attenzione:
fucilazioni in massa, dentro al castello antico.

E la tassa sul grano? Tutta l'Emilia rossa
s'incendia di furore, brucia nella sommossa.
Stato d'assedio, spari, la truppa bivacca.
Attenzione:
lento scorreva il fiume da Cremona a Ferrara.

Che nome aveva l'acqua trasformata in pantano?
Macello a sangue caldo di popolo italiano.
Un'intera brigata decimata sul posto.
Attenzione:
i soldati legati agli alberi, agli alberi del bosco.

L'uomo non è di pietra
l'uomo non è un limone
poichè non è di pietra
neppure è carne da cannone.

Quando la vecchia
carne voleva
il macellaio
fu presto impiccato;
e un re da cavallo
è anche sbalzato
e in mezzo al salnitro
precipitato,
come al tempo
del grande furore
quando il vecchio imperatore
a morte condannava
chi faceva l'amore.

Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.

scritto da millepiani il 20:10 | Comments (0)

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03.10.06

Parigi, 'Hotel de Clermont', 18 rue de Veron, Metro 'Blanche'

a Silja

Non amo Parigi. Come se fosse, tra le amicizie, la più cocente delusione.
Penso di conoscerla bene.
Parigi la si conosce, però, nella persistenza sia dell'odio che dell'amore.
L'amicizia non le attiene.
Mentre l'amicizia domanda un tempo dilatato, esposto, Parigi domanda una presenza marcante, incessante. Senza scarti.
Traversare le vie di Parigi, per chi la lascia, per chi sa di lasciarla per sempre, toglie la parola.
Ho abitato due mesi a Parigi, accompagnato, mano nella mano, da parigini. Ed in campagna.
E di notte. Solo per me.

Il giorno dopo il mio compleanno, qualche anno fa, ho assistito, per caso, alla chiusua della sede storica della 'Biblioteca Nazionale'.
Sì, quella che Benjamin ha descritto così bene, quella dove lavorava Georges Bataille.
E non saprei cosa aggiungere alle parole di Sebald sulla nuova 'BNF'.

Non amo, per nulla, vagare per le strade di Parigi, se non in periferia.
Odio la sua 'Metro' e la sua 'RER', che mi sembrano la provincia dell'umanità di fronte Mosca; mi fa vomitare attraversare i 'passages' che conosciamo per 'iscritto'.
Il 'College de France' non lo conosco, conosco i cimiteri, per gesto turistico, le Università quasi tutte, per professione.
Potrei fare una mappa delle 'boites', dei locali notturni, di ogni livello. Quelli d'allora: senza vita.

Quando ho abitato al 20esimo, per un mese, ho capito da dovevo guardare Parigi.

L'amicizia con le città non si misura attraverso la loro bellezza.

Sono tornato a Parigi: era bello l'hotel dove stavo. Era mia quella stanza, ed anche 'Parigi'.

"Ero con te, amore mio".

scritto da millepiani il 16:56 | Comments (0)

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Up 40: amici degli amici

"Stronzo, fummo come te, sarai come noi."

scritto da millepiani il 15:58 | Comments (0)

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02.10.06

'Onore del vero: Roquentin'

Ecco, io mi ricordo.

scritto da millepiani il 02:19 | Comments (0)

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22.09.06

Il più bel 'Buon compleanno" pubblico del novecento

Qualche giorno fa ci pensavo; oggi, per caso, l'ho trovato.


Bottone verde, prego!

scritto da millepiani il 21:24 | Comments (0)

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15.09.06

Convergenze e divergenze tra noi e il compagno Glenn, a proposito delle due versioni delle 'Variazioni Goldberg'

e:- Hai voluto lasciare il 'segno'
g: - sei il solito cretino
e-: lo sai che ti ascolto da prima che tu morissi
g:- dovresti sapere che chi 'registra' non muore, prima di dire queste sciocchezze...
e:- al contrario: dovresti sapere perfettamente che ogni registrazione ti uccide
g:- a volte mi domando come tu continui ad ascoltare 'musica classica'. Ma come, se tu stesso hai continuato a ripetermi che la registrazione, ben interpretata, era l'unica salvezza della musica che chiamiamo 'classica'?

e:- io parlavo di Nono, e tu lo sai bene...io parlavo della libertà che i suoi ultimi spartiti davano all'esecutore come all'ascoltatore..
g: - siete sempre gli stessi...
e: - continui a spostare la discussione: mi devi spiegare la differenza che c'è tra la versione del '55 e quella dell''81.
g:- e il premio, il premio quale sarebbe...??
e: - il premio sarebbe che sapremmo cosa portarci dietro
g: - sarebbe come chiedermi di scegliere...
e: - sarebbe come dire, finalmente, perchè prima acceleravi i 'tempi' e, poi, hai deciso di lasciare il segno, di fermarti...
g- : lo vedi, lo vedi come continui a vederlo dentro l'orecchio dell'ascoltatore di musica classica..?
e-: e cioè?
g:- mentre voi continuate a raccogliere le versioni registrate di quello che tutti gli esecutori hanno registrato, gli esecutori come me si prendono gioco della vostra pazzia..
e: -se io raccolgo, lo faccio per conservare la memoria di quello che hai attraversato anche tu...e comunque....sai perfettamente che le tue due registrazioni, in particolare la seconda, non sono state niente altro che il tentativo di dimostrare che tu te ne fottevi delle regole...lo sai bene di averlo fatto apposta...
g: -tu non raccogli per conservare, tu raccogli per dire di conservare una memoria che io ho cercato di devastare. Ti ricordi quando avevo cercato di farti leggere quel testo sul nipote di quel filosofo, e che parlava anche di me...? no, scusami, era il 'Soccombente'...
e: -mi ricordo di averlo regalato..
g-: tu credi che quel testo potesse essere scritto senza la mia collaborazione...?
e: -ma certamente sì, tanto che tu morirai ben prima della sua pubblicazione.....
g: -mentre voi continuate a raccogliere tutte le registrazioni possibili, io avevo letto quel testo...e quel testo sapeva parlare della musica..lo avevo letto prima di decidere di eseguire le 'Goldberg' nella maniera che mi ha reso definitivamente famoso...anche io lo avevo in testa..quel testo maledetto..
e-: Bernhard, volutamente, non ti aveva voluto chiamare...lo sai bene che aveva studiato musica prima di cominciare a scrivere...
g: -Lo sai che, poi, alla fine, ci siamo incontrati...?
e: - ???
g:- non personalmente. ho pensato a lui prima di decidere l'incisione della versione dell'81. Mentre tutti credono che la mia versione dell'81 delle 'Variazioni' sia precedente alla scrittura di Bernhard, come è vero, è stato solo grazie alla continua lettura che io facevo dei suoi testi, ed in particolare di quel testo che non era stato ancora scritto, che ho potuto pensare quel rallentamento...
e: - tu lo sai quello che si scrive su quel testo?
g: -eh! ho smesso di occuparmi di critica...
e: -si dice che tu fossi il rappresentante della 'perfezione'...e che tu avessi contribuito alla devestazione del narratore. Se non ci credi, ti leggo: "Del resto tutti i tre personaggi del romanzo hanno accettato la scommessa romantica sull'arte: la sua esigenza di assolutezza si rivela distruttiva per tutti i tre. Glenn Gould appare vittima di un bisogno di perfezione quasi disumana mentre sia Wertheimer che il narratore appaiono transfughi decaduti di una borghesia che porta in se stessa i germi della sua disgregazione.". Non saresti un borghese che per delitto di perfezione...saresti al riparo dalla disgregazione...
g: -io ho rallentato l'esecuzioni delle vostre 'Variazioni' per 'avanzare', prima di morire, la mia morte. Il resto si chiama critica. Dovresti saperlo bene anche tu: ho lavorato per anni alla devastazione dell'idea romantica dell'arte, con la sola arma che avevo: farla vivere. Più questa idea continuava ad essere diffusa fra tutti gli ascoltatori occasionali di musica classica, più tutti i miei gesti potevano continuare a devastare l'arte dell'ascolto, le sue tecniche, la sua persistenza...
e: - non so se faccio male a ricordarti che lavori per il nemico...
g: - fai male. Perchè noi non abbiamo più nemico. Se ti dico che io ho pensato le 'mie' 'Variazioni', quelle del 1981, avendo letto un libro che sarebbe uscito qualche anno dopo, quel 'Soccombente' che non avrebbe potuto parlare che di me, lo dico per ricordarti che, ad un certo livello, l'esecuzione della musica classica comincia a 'pensare' quello che sta fuori di lei...
e: - appunto, Nono...
g: -eh no!, certamente me. Mentre il tuo caro veneziano ha continuato a preservare, sino alla fine, quella finta aura che abbraccia la musica classica, io l'ho devastata consapevolemente con quella registrazione. Mentra tu continuavi a credere nella 'riforma', io, l'ascolto, lo rivoluzionavo, facendo di un'interpretazione, il canone di ogni possibile ascolto personale...
e: - non crederai di aver fatto un servizio alla buona musica....!!??
g: - Pensi che lavorassi per questo?
e: - Penso che hai lavorato male.
g: - Sei tu che pensi male, pensi storto, e non hai capito quello che sta accadendo. Tu continui a pensare ad un 'ascolto corretto', mentre io ti ho dimostrato che un'esecuzione scorretta può diventare l'eccezione che distrugge, definitivamente, la regola.
e: -Tu sai, come me, che la versione del '55 non ha comparazioni.
g: -Tu sai, come me, che voi credete di poter continuare a vivere in questo mondo. In quello dei distinguo, delle differenze...
e: - Noi!, Noi! Noi chi??!!! Noi che ci ricordiamo che tu le avevi eseguite 25 anni prima? Noi chi? Chi, no chi? Che conserviamo le due registrazioni, che...
g: - Voi che continuate a credere che quel mondo continui a vivere...che volete tenerlo in vita, che non fate niente altro che tenere in vita un corpo morto, ad infierire, a non farlo morire per sempre, definitivamente, che non ci riuscite. Mi chiedi chi, chi siete 'voi'? Ma non lo vedi quanto siete diventati una setta di necrofili? Non riuscite più a leggere su una partitura le note che vengono eseguite, sareste pronti a scannarvi per dimostrare l'eccelenza di quattro semicrome ben eseguite dai vostri beniamini...
e: -...tra i beniamini ci rientri anche tu, e lo sai...
g: - Sai cos'ho pensato, terminata l'incisione del''81? Ho pensato di poter morire, ho pensato che morire dopo avere lasciato la traccia definitiva ed eterna dell'imperfezione voluta, avrei potuto non suonare quasi più niente. E non per perfezione di 'morte'. Ho pensato di poter morire proprio per la perfetta dimostrazione della forza dell'imperfezione..
e: - Sai perfettamente che hai continuato a registrare, e che non le vogliono tirare fuori queste registrazioni, anche se circolano..
g: - Ne viene meno qualcosa?
e: - No. Te ne do atto. Nella tua prospettiva non cambia nulla: hai deciso di mostrare la merda che c'era in noi, ed è venuta fuori.
g: - E quale sarebbe?
e: -quella che ci ha impedito di dichiarare quella registrazione 'inascoltabile'...oltre che sciocca, pretenziosa, scocciante e lenta...
g: -era quello che volevo voi diceste...
e: -l'abbiamo dichiarata, invece, un 'caso'..
g: -...casi vostri..non l'avete saputa gestire, lo sapevo già...
e:-...non ti pare di prendere 'posa'?
g: - 'prendere posa', 'prendere posa'? io lo so che tu dichiari, sistematicamente, di avere un ascolto 'necrofilo'..
e: - ..questo non ti riguarda...
g: - vorrei che tu sapessi che, eseguendo la registrazione del 1981, in quella chiesa, io pensavo allo 'zio', al libro che avrebbe scritto...ero io il 'soccombente'..
e: - tu lo sai che io non posso più ascoltare quella registrazione...
g: -quale? quella del '55 immagino..
e: -vaffanculo...

_____________________________________

Il testo forza alcune notizie biografiche e professionali sia di Glenn Gould che di Thomas Bernhard.
In nessun caso - questo dialogo vuole metter in bocca ai due cose che pensano, hanno pensato, hanno scritto o eseguito. Nè in nessun caso - qualsiasi frase può essere attribuibile, o direttamente o indirettamente, all'uno o all'altro. Si tratta, come si dice, del frutto della fantasia dell'autore. Tanto forte è la loro incidenza sulla cultura letteraria e musicale contemporanea, che i loro nomi diventano, volente o nolente, figure con cui dialogare.

scritto da millepiani il 23:09 | Comments (1)

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14.09.06

Cento anni - Messina 2008

Cento anni dal terremoto non è un anniversario. Nessuna amministrazione festeggia la distruzione della città che governa. La forza che attraversa Messina, quella forza nata dopo il terremoto, non ha bisogno di nessun festeggiamento. Esiste: è presente nella sensibilità che i messinesi, in tutto il mondo, hanno per la terra che 'trema'. Messina, quella di oggi, nasce da questa forza e da quella ricostruzione, quella che ancora viviamo. E non c'è nessun bisogno di ricordare tutti gli studi che ritessono e ricostruiscono l'altra identità di Messina, quella che ci attiene, che ci attraversa.


Troppo spesso si dimentica che l'esistenza di Messina, precisamente dopo il terremoto, è un gesto di sfida. Dire: "Ricostruiamo la città dov'era' è stata, senza discussione alcuna, la più grande sfida possibile. Di fronte la tragedia, di fronte la distruzione del terremoto e la devastazione del mare, ricostruire nello stesso luogo, volerlo, farlo, costituisce la risposta, la forza con cui la 'comunità' messinese ha cercato di far fronte ad una tragedia molto più grande di lei. Lo sappiamo: non si trattava di una scelta, ma di una necessità. Lo sappiamo, tutti noi lo sappiamo: la spina dorsale 'sociale' della città si è completamente trasformata. Che la nervatura fondamentale della città, della nuova città, si sia costruita intorno all'irruzione di flussi socialmente 'estranei' all'identità della Messina dell'800 - quelli che, innanzitutto dalla provincia, l'hanno 'occupata' -, è il segreto di Pulcinella. Che la ricostruzione abbia risposto più agli interessi dei piccoli ingegneri, rappresentanti delle grandi aziende edilizie e dei trusts nazionali, più che a quelli di alcuni grandi architetti, rappresentanti, certo, anche loro, di altre grandi aziende edilizie, questo è sotto gli occhi di tutti, oggi. Ma che Messina, fisicamente, non sia stata cancellata, o forse sia stata ridisegnata, non ci pare così ovvio. Di fronte un evento che rientra in quella 'storia naturale della distruzione', che punta a cancellare più la presenza che la memoria, o forse punta a cancellare la presenza grazie alla cancellazione della memoria, Messina costituisce quella memoria sistematica di insubordinazione di fronte una storia di tragedie e distruzioni che ha attraversato l'Europa intera. Ci viene talmente ovvio ricordare il terremoto di Lisbona (1755) - e la riflessione che ha implicato -, che tanto abbiamo rossore a dover ricordare a molti - soprattutto colleghi giornalisti - che l'evento che ha stravolto Messina è stato di una tale ampiezza e risonanza mondiale, da essere inciso, a lettere di terrore, acqua, sangue e lacrime, in tutta la memorialistica mondiale dell'epoca. Ma, si sa, noi giornalisti abbiamo più ricordo della 'nera' e, a volte, della cronaca giudiziaria che 'ci' riguarda, che memoria degli eventi storici che non ci sono passati sotto il naso e su cui non abbiamo fatto il nostro corsivo. Cento anni dal terremoto no, certo, nessuno li festeggia con i botti (e sarebbe grave). Ma che sia un momento cruciale, anche solo per riflettere sulla città, ci pare di un'ovvietà imbecille e chiara. La forza violenta del 'potere' - della natura e della politica - che ha ridisegnato Messina, che l'ha attraversata, segnata, incisa, forse anche condannata negli anni passati, nasce lì. Non c'è una ri-nascita possibile, ri-nascita non significa nulla, ma c'è la tensione della memoria che fa vivere le città che attraversa. Tanto forte è questa tensione della memoria, e tanto forte è la ricostruzione di una memoria condivisa, quanto più forte è la 'qualità' di questa memoria, che diventa condivisa, quanto più forte è la forza di una città - cioè: di chi la abita e di chi la ama - e che l'attraversa e la cambia. Tale importanza diamo a questo 'anniversario' e tanto cruciale ci sembra 'pensare Messina' a cento anni dalla sua 'distruzione', non solo per 'lei' e per 'noi' messinesi, ma in quel senso generale che abbiamo tentato di abbozzare, che siamo convinti della necessità di una passione della memoria, di un'intelligenza dell'organizzazione, che attraversi Messina e i messinesi. A questa sfida, e solo a questa, ci pare l'Amministrazione debba rispondere.

scritto da millepiani il 05:34 | Comments (0)

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Memoria, tempo e ricordo [7] - Finale: la scrittura

In molti, molte, si sporgono su queste poche righe, scritte da molto tempo e in questo luogo, per leggere.
In molti/e, quello che qui viene pubblicato, lo interpretano come un pensiero statico, come fosse la 'finestra' per 'leggere', capire, 'seguire' quello che coloro che scrivono possono pensare. O essere.

Tanto rimane intenso scrivere 'in-comune' - e pubblico -, così tanto rimane unico, tante volte senza esposizione, declinato in pubblico senza volerlo, o di nascosto, o invischiato nelle memorie da cui prende vita, o nelle visite inaspettate e cercate, nei saluti o negli abbandoni, tutto quello che noi scriviamo per noi e per quei pochi che ci amano, senza cercare 'luogo'.

Continuiamo a vivere, oltre la nostra scrittura. E prima. E tanto 'pubblica' è la nostra confessione, la nostra scrittura, tanto questa scrittura difende, ferocemente, il tempo che le attiene, il tempo dov'è nata, le sue amicizie - nascondendo i tradimenti -, le sue distanze, le sue afasie, le povertà e gli splendori.

Scrivere per sè, se buca il ricordo, non ha memoria. Scrivere 'in-comune' è una memoria appassionata che si spegne lentamente, di cui si vuole conservare una carezza, cioè: una traccia senza segno. E cioè: scrivere 'in-comune' fa forza. Non si scrive 'in-comune' perchè si scrive con altri/e. Si scrive 'in-comune' perchè si scrive per inviare una lettera ad ognuno/a che legge le righe che abbiamo scritto. Sono tutte inviate, tranne quelle d'amore. Che inviamo, direttamente, a chi amiamo.

Scrivere in questo luogo, per il senso che abbiamo dato alla nostra scrittura, e per il senso politico che ogni scrittura pubblica assume anche involontariamente, scrivere in questo luogo, senza che la lettura possa cambiare quello che si scrive, scrivere in questo luogo è talmente un gesto di esposizione che, ogni tanto, me ne domando il senso.

Non avrei mai immaginato che quello che scrivo/scriviamo qui, in pubblico, fosse, alla fine, letto come una confessione in pubblico.
Di questa confessione, sarebbe l'ora, bisognerebbe farne una politica, nel tempo in cui si dà. Ma è presto.
Di solito, se qualcuno si denudava, il pubblico era 'pagante'.

Dove tutto era svanito attorno, ho sempre cercato di spedire 'una' lettera.

scritto da millepiani il 02:22 | Comments (0)

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09.09.06

Memoria, tempo e ricordo [6]


La memoria della morte [b- e fine]
a Carlo Giuliani

Non si ha memoria della morte.
Si può avere ricordo del morire, altrui.
Si assiste alla morte altrui.
Si è, talvolta, testimoni.
Essere testimoni della morte significa, sempre, distinguere la morte che attraversa il nostro tempo, lo interrompe, dal tempo della morte, che non ha rispetto del tempo che ci attiene.

Tra la morte, il tempo e la dichiarazione, la parola che io uso - la mia scrittura, quella che io attraverso -, non c'è nè pace, nè forza. Nessuna possibilità d'amicizia.

Tanto la morte occupa e incide, attraversa il nostro tempo, tanto ne siamo terrorizzati ed evitiamo di nominare e descrivere ciò che accade a partire dalla sua irruzione. E tanto la scrittura che io attraverso vive grazie alle sue 'forme', alla sua forza, alla capacità di stare, tanto io lavoro per 'altro', lavoro per l'irruzione di altro.

La memoria della morte, a differenza del ricordo di chi muore, parla di altro.
Mentre il ricordo di quello che è accaduto a Genova rimane incandescente, la memoria che traversa il ricordo che mi occupa, vive senza dichiarazioni e senza parola. Vive solo, da solo.
Tanto più diventa lontano, tanto più parla dell'interruzione del tempo, di come ricordo, memoria e memoria in-comune si distinguono.

Dove, se, se posso, posso scrivere della memoria, posso farlo grazie a Carlo Giuliani.

scritto da millepiani il 00:45 | Comments (0)

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08.09.06

Memoria, tempo e ricordo [5]

Qui la prima parte.

La memoria della 'morte' [a]

La memoria che traversa la morte assume tutte le forme possibili del ricordo privato - in tutti i sensi in cui questo termine può essere declinato. Di fronte il 'morto', il ricordo la fa da padrone, e sia la tessitura della memoria collettiva, come quella 'in-comune', vengono letteralmente spazzate via.
La morte, il silenzio del 'morto', spinge a 'ricordare' ciò che già si sa: si attraversa una regione piena, satura di ricordi, che si cerca di incrociare, con-dividere con i ricordi altrui. Di fronte il corpo del 'morto', doppia è la reazione: si ritesse la tela del ricordo individuale, si riallaccia il filo del ricordo con-diviso.

E tanto intensi sono i ricordi che non è possibile con-dividere con altri, perchè tutti 'privati', tanto ogni ricordo 'personale', 'privato', diventa un anello della catena dei ricordi individuali che, di fronte la morte di qualcuno che abbiamo amato o conosciuto, aspirano a diventare tessitura del ricordo comune inespropriabile.
Il cortocircuito radicale che esiste tra ricordo, memoria e memoria in-comune non è mai più violento come di fronte la morte.
Poichè è precisamente il 'tempo' che viene a mancare.
In maniera indiscutibile, la morte interrompe il flusso del tempo, che niente altro è che una ritessitura del ricordo con-diviso: noi non potremmo vivere senza il ricordo che 'altrui' ci dona. Incontrare per strada qualcuno che ci conosce, ci 'riconosce' e ci 'saluta', evita la morte. Ce la evita. Appunto:"Salute!"
La morte interrompe questo flusso reciproco di riconoscimento, interrompe il tempo. Che noi saturiamo di ricordi; lo facciamo per impedirci di sostenere il peso dell'assenza, dell'interruzione del tempo.

Esiste una differenza radicale tra il ricordo di chi muore e la memoria della morte.
Mentre il ricordo occupa quello spazio lasciato vuoto dall'interruzione del tempo, e prova ad occuparlo con la ritessitura di ricordi con-divisi e che cercano o il silenzio dell'autenticità, dell'unicità, o il riconoscimento altrui, la memoria della morte si installa nel luogo dell'interuzione del tempo.
Non cerca di superarlo.
Avere memoria non significa colmare lo spazio 'pieno'del ricordo, del ricordo 'privato', sottratto all'assenza, ma ritessere, nel luogo dell'assenza, nel vuoto, nella mancanza, la tensione che attraversa il tempo, che lo rende vivo, lo rende 'in-comune' .
Avere memoria di chi muore non è solo averne ricordo.

Avere memoria di chi muore - e con la sua morte interrompe il tempo - è rendere comune le sue passioni, dividerle, con-dividerle.
In niente ciò serve a ricordare chi muore; in tutto, chi muore, in questo, ritorna ogni giorno, senza ricordo, nell'intervallo del tempo, senza occuparlo o carezzarlo.
Accarezzare chi è morto sta nel tempo della sospensione, in quel tempo/tempio intermedio dove il corpo senza parola è più importante del futuro. Tra il tempo che si dà e il tempo che si toglie.

Tanto più si ama l'irruzione del tempo - la sua verità, e la sua interruzione-, tanto più si avrà tutto il tempo che serve...

[segue]

scritto da millepiani il 18:37 | Comments (0)

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07.09.06

Natascha, una vita sospesa - di Umberto Galimberti (e non finisce qui)

"Non buttiamoci in modo voyeuristico sul caso di Natascha, la ragazza austriaca rapita a dieci anni e liberatasi a 18 dalla sua prigionia. Cerchiamo invece di capire dalle sue dichiarazioni ciò che la sua storia drammatica può rivelare a ciascuno di noi in ordine a quel che si muove nei meandri segreti e sconosciuti della nostra psiche. Il suo corpo oggi pesa 42 chili quanto il giorno del suo rapimento a dieci anni. E siccome il corpo è il più significativo tra gli indicatori psichici, al di là della possibile malnutrizione, dobbiamo pensare che il suo corpo ha registrato l'avvenuta sospensione della vita in quella stanza di due metri per tre dove Natascha ha passato il suo tempo leggendo.

Ascoltandola traspare tutta la cultura accumulata.
L'intervistatore della tv austriaca, Worm, ha dichiarato: "Sembrava di parlare con una laureata dalla volontà invincibile". Quindi con una ragazza non mentalmente degradata dalla prigionia, ma educata dalla lettura, che le ha dato eloquio, metafore, connessioni logiche ed educazione del cuore. Primo insegnamento: la cultura educa anche in situazioni parossistiche ed estreme, e la volontà si forma non tanto nell'abbondanza e nella gratificazione, quanto nella privazione e nella determinazione sostenuta dal progetto (nel suo caso la conquista della libertà).
Del suo rapitore che si è suicidato parla con rispetto: "Nessuno si deve togliere la vita". Non lo accusa: "Perché non è qui per potersi difendere". Afferma che: "faceva parte della sua vita quotidiana, negli ultimi anni cucinava per lui e spesso con lui guardava la televisione la sera". A proposito di questo rapporto in molti hanno parlato di "sindrome di Stoccolma" con riferimento all'ostaggio che si innamora del suo rapitore.

Niente di più falso. Se avete esperienza di bambini maltrattati e chiedete loro un giudizio sui loro genitori, immancabilmente questi vi risponderanno che i loro genitori sono buoni. Perché se così non fosse e se il bambino così non pensasse, si vedrebbe preclusa ogni possibilità di vita.

E allora le forze della vita, anche nelle più terribili condizioni, dipingono un quadro accogliente al di là di ogni dato di realtà, per poter continuare a vivere.
Ne deriva un secondo insegnamento: Natascha a dieci anni si è comportata come i bambini maltrattati. Ha negato la terribile realtà dipingendosela come accettabile, per poter sopravvivere. Anche i deliri, con cui gli psichiatri definiscono la negazione della realtà, in certe circostanze sono indispensabili per continuare a vivere.

L'intervista si è svolta nell'Ospedale Generale di Vienna dove la ragazza, mai visitata da medici durante la sua prigionia, è sottoposta a controlli per problemi di cuore. Non sappiamo se a seguito della denutrizione o come effetto dello stress da liberazione. Ma in senso metaforico il cuore di Natascha sembra sappia far risuonare tutte le corde del sentimento invece di quelle del ri-sentimento.

Sentimento di rispetto per il suo rapitore, sentimento di attesa serena per l'incontro con i suoi genitori, sentimento di speranza e di aiuto per tutte le giovani vittime del crimine a cui Natascha destina tutti i ricavi per la vendita all'estero dei diritti dell'intervista (rilasciata gratuitamente alla televisione austriaca).
Di qui il terzo e ultimo insegnamento: se in tutte le ingiustizie, anche le più terribili che ci possono capitare nella vita, occupiamo il nostro cuore con il sentimento e non col risentimento, allora il nostro cuore davvero ci aiuta a vivere, perché il sentimento è una forza potente, mentre il risentimento risucchia la forza e rattrappisce l'anima.

Se evitiamo la curiosità morbosa e il voyeurismo, Natascha, proprio col dramma della sua adolescenza negata, oggi ci ha raccontato una storia bellissima da cui possiamo solo imparare come si fa, nonostante tutto, a vivere."

scritto da millepiani il 17:30 | Comments (0)

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porcili (non è finita qui)

Questo testo è stato scritto il 28 agosto 2006.
Poi cancellato.
Adesso ripubblicato, con più ragione. E, forse, con qualche attenuazione di troppo. (ho solo tolto, ma non è finita qui).

La porcilaia giornalistica sguazza, senza limite, in un evento che dovrebbe essere trattato con una grande 'passione', 'attenzione', 'silenzio', pena e grazia, come i miei colleghi non sanno fare e nessuno gli ha insegnato.

Esiste, tra noi, una donna, una bambina, che ha vissuto, e per anni, segregata, rapita. Nel silenzio della sua 'vita rapita', ha vissuto. Come, non sappiamo, ma 'vogliamo', 'desideriamo', sapere: certo. Come, non sappiamo. Ed è 'lei' che deve dirci, decidere.

La 'porcilaia giornalistica internazionale' sta vivendo una stagione unica.

Esiste, ho letto, addirittura, un 'diario'. Che si sta 'facendo a pugni' per pubblicare.
E mi si potrebbe dire: "Perchè?" Perchè voi, certo non io, andate a 'scrofare' dove la parola si toglie, si nega, e voi volete 'esporla'. E mi si potrebbe dire: "Non è la prima volta". Direi: sia maggiore il peso della vostra nullità, volgarità. Sia maggiore, questa volta, la volta dove la vostra volgarità sia più chiara, evidente, senza scusanti.
La 'porcilaia' giornalistica italiana, mimando quella internazionale, vuole dir quello che una ragazza/donna, dopo quasi dieci anni di rapimento, non sa dire. E cerca.
Maledetti, siate tre volte maledetti-.

scritto da millepiani il 04:28 | Comments (0)

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03.09.06

Memoria, tempo e ricordo [4]

Speranza e tradimento: oggetti.

Una radicalizzazione rigorosa del ricordo, ed una più corretta interrogazione della memoria, nella differenza che qui si vuole mostrare tra memoria collettiva e memoria in-comune, si espone, necessariamente, alla messa in questione che la politica ha dovuto attraversare. Non solo essa è legata, nel novecento, inevitabilemente, al ricordo che accompagna ogni esistenza, ma, ancor di più, la politica manifesta la differenza che esiste tra la memoria degli eventi vissuti collettivamente, e quelli che, in-comune, diventano il 'luogo' che sto tentando di descrivere.


Sia la speranza che il tradimento sono inscritti nella memoria della politica che ha attraversato il secolo dove sono nato. Mentre la speranza attiene, in una forma che non posso descrivere ora, non avendone il tempo, alla forma della memoria in-comune, il tradimento incide, invece, su una memoria di lungo periodo molto difficile da decostruire.

Nella memoria politica, in particolare quella che coinvolge e tocca una speranza collettiva, il ricordo si trasforma in uno strumento di lettura comune che, personalmente, non sarebbe possibile attraversare. Lo scivolo possibile è, impressionantemente, più diretto. Il ricordo di un oggetto legato alla propria vita, nel momento in cui l'orizzonte politico stesso di quella vita è venuto meno, diventa una passerella radicale e senza speranza per 'tenere fermo' il percorso esistenziale attraversato. Lo si è potuto vedere in un film come Good-bye Lenin, lo si vede, sistematicamente, nel momento in cui ritornano 'oggetti'/'ricordi' che, pur rientrando all'interno di un quadro ideologico asfissiante, non fanno che rinviare ad un ricordo ormai completamente individuale che costituisce l'unico elemento di continuità esistenziale a cui ci si attacca per vivere. E che, almeno in quel film, genialmente, si continua a 'voler' riproporre come collettivi. Mentre, invece, semplicemente, sono 'comuni'.

Nel salto politico che ha vissuto tutta la parte est del continente geografico 'Europa', questi 'oggetti', singolari, minuti, marginali, ritornano come a ricostrire una trama di un'esistenza interrotta che sta al di sotto della politica, dell'esperienza collettiva di una 'dittatura', intesa come mancanza di libertà, ma che re-invia, in più/inoltre, ad un'esperienza in-comune, che, insieme, tutti possono rivendicare, senza sia necessario farlo dichiaratamente.
Le schegge di questa esperienza in-comune attraversano, ancora, il nostro tempo.
Li chiamerei i 'segni' del tempo, di un tempo che manifesta il cortocircuito profondo tra ricordo, memoria collettiva e memoria in-comune, e le cui distinzioni non riusciamo ancora a chiarire, a distinguere nemmeno tra noi, in noi stessi.

Mentre il ricordo si appiglia 'ad ogni cosa' per rivendicare la sua presenza e il suo soffocamento, la memoria collettiva a volte gli si fa 'compare'.

[segue]

Qui la quinta parte



scritto da millepiani il 19:10 | Comments (0)

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Memoria, tempo e ricordo [3]

Qui la prima parte

Abbiamo dunque, da un lato, il ricordo, che accompagna l'esistenza di ognuno di noi (nessuno di noi dichiara, in ragione, di non avere ricordi). Dall'altro, la memoria, con cui io 'me la sono presa'.
Più 'paurosa' è la memoria del ricordo. Soprattutto nella 'scelta' che essa compie. Ma mai è talmente 'paurosa' come quando ricorda con precisione unanime e senza alternativa.
Mentre il ricordo vaga senza direzione, come in un sogno ad occhi aperti, senza vertigine, come in sentiero di campagna, la memoria ha una precisione fulminante, anche quando 'sceglie', distingue e separa, come in un sentiero di montagna. Innanzitutto la propria memoria da quella altrui.
La memoria più 'intollerabile' è quella della morte di un figlio, di una figlia.

La mia famiglia è stata segnata, sia dal lato maschile come da quello femminile, da questa memoria. E da entrambe le parti, il lato maschile ha elaborato in solitudine - da solo - questa memoria, almeno nelle sue forme 'comuni', manifeste. L'intollerabilità di questa memoria prendeva una doppia direzione, almeno nelle parole che io ho ascoltato. Da un lato, una ricostruzione lineare, tutta maschile, come se al tempo fosse riconosciuta questa 'possibilità', questa 'eventualità'. Dall'altro, un ricordo tutto 'privato' che atteneva alla 'dimensione femminile', la dimensione del ricordo, che potesse essere meglio collocata, proprio perchè ricordo, come una memoria 'conservata' e da 'conservare'.

Mi sembra inutile specificare che quello che scrivo non comporta, in nessuna maniera, nessun giudizio, ma mette in gioco la mia memoria.

L'intollerabilità di questa memoria familiare è sempre stata attutita, pubblicamente, dal richiamo, anche dichiarato, all'intestimoniabilità ("Ti posso raccontare...", "Ma che vuoi sapere...?", "Cosa posso dire...?"). Si tratta, dunque, di una intestimoniabilità che si incrocia profondamente con una intestimoniabilità di cui il secolo dove sono nato è pieno. Mi sembra, davvero mi sembra, non sia un caso.
L'intollerabilità della morte di un figlio, di una figlia, si incrocia con quella impossibilità di testimonianza che occupa le pagine più vertiginose della testimonianza nel novecento che, insieme, e in solitudine, Primo Levi, Giorgio Agamben, Sebald hanno tentato di attraversare.

E mentre io ho davanti agli occhi la differenza, nello stesso tempo, proprio pensando all'incrocio tra ricordo, memoria e tempo, non posso fare a meno di pensare che esista una più tenera intimità tra gli 'intollerabili', e che questa tenera intimità, attraversata in-comune, mostri la verità che ci attiene, nel secolo dove siamo nati, e che, forse, può cominciarsi a dire.

[segue]
Qui la quarta parte

scritto da millepiani il 15:49 | Comments (0)

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Memoria, tempo e ricordo [2]

a mia nipote Maristella

La differenza tra memoria collettiva e memoria in-comune, per quanto possa sembrare pregrina, affonda le sue motivazioni in un'immensa letteratura che ha attraversato il novecento e di cui, in fondo, il novecento porterà la stigmate per sempre. Ed ha obiettivi plurimi che andrò mostrando strada facendo. Il problema che il novecento ci offre, ci offre nella sua sporgenza, nella sua fine precedente alla sua conclusione, è: "come ricordare?".
Questa domanda, che attraversa i picchi più assoluti della letteratura del novecento, dovrebbe cominciare ad essere posta correttamente. Ne faccio un esempio, per quel che mi riguarda, esemplare.

Come un introibo. Messina, la mia città, ha vissuto un evento che, senza dubbio, può essere definito 'irraccontabile': è stata distrutta totalmente dal terremoto del 1908. Qualunque resoconto, pubblico o privato, che abbia provato a raccontare il 'mentre accadeva' e il 'dopo accaduto', qualunque 'racconto' concorda su una impossibilità. Tutti concordano e cominciano con una frase: non è possibile descrivere ciò che è accaduto, cò che 'ho visto': il racconto sarebbe al di sotto dell'accaduto, non renderebbe 'ragione' di ciò che abbiamo 'vissuto', 'vissuto'.
Ma nessuno si esime e rifiuta di 'raccontare', 'ricordare', proprio per lo statuto di 'testimonianza' insito nell' 'aver vissuto'. Leggevo, ancora oggi, per caso, il resoconto della presenza di uno dei medici più importanti dell'inizio secolo. Stesso dispositivo.
Direi: esiste un'intimità di rapporto tra 'testimonianza' e 'ricordo' che supera la barriera stessa dell'irraccontabile, facendo leva su qualcos'altro, che non attiene nè allo statuto della testimonianza, nè a quello del ricordo.

Ancora un introibo. Essere interrogati dalla polizia come 'testimoni' di un evento è un'esperienza che non auguro a nessuno. Normalmente, nessuna delle domande che viene posta coglie la memoria che si ha di un evento. Si ha la sensazione, durante anche una semplice deposizione testimoniale, di uno sfasamento assoluto, di un 'fuori di sesto' totale, tra la memoria e l'interrogazione dell'evento. Le domande non sono mal poste: semplicemente, non centrano il cuore di ciò che si è visto. E più si procede, più si avanza nelle narrazione, più le domande sono totalmente inconcludenti dal lato del testimone, non colgono l'evento, l'accaduto, come si collocassero, davvero, in una regione 'senza comune', che il testimone vive come intollerabile per l'amputazione e l'incomprensione della proprio esperienza. Il testimone vorrebbe e cerca di raccontare ciò che chi non ha vissuto l'evento non ritiene decisivo. Il 'testimone' non solo non si rifiuta di testimoniare, ma vorrebbe la completa, totale e assoluta trasparenza delle sue parole, vorrebbe quasi portare all'interno della scena del ricordo chi lo ascolta. La sua testimonianza, nella quasi totalità dei casi, è però giudicata incerta, imprecisa, il più delle volte frutto di ua 'ricostruzione personale' dell'accaduto. Gli avvocati conoscono bene questo dispositivo, così come i magistrati e le forze di polizia.

Il ricordo non coincide nè con la testimonianza nè con la memoria. E la differenza tra memoria collettiva e memoria in-comune cerca di affrontare questo dispositivo di sfalsamento. Vedremo come, in particolare per gli eventi pubblici e collettivi.

Molti anni fa, mentre ero intento a ricostruire la linea maschile del mio cognome, ho avuto la necessità di chiedere alla 'matriarca' della linea maschile della mia famiglia alcune cose che riguardavano la 'mia-sua' famiglia. Uscendo da casa sua, dopo il colloquio, e avendo alle spalle anche la memoria di primo nipote, ne sono stato quasi svuotato.
Non solo non riuscivo a ricollocare le sue parole all'interno del dispositivo di ricordo che suo fratello, nonchè mio nonno, mi aveva 'offerto'. Non riuscivo a comprendere, tecnicamente, la precisione di alcuni ricordi e le sfumature, per non dire le reticenze, di molti suoi silenzi.
Mentre da un lato lei testimoniava, dall'altro ricordava.
E mentre, da un lato, la testimonianza era più precisa e veritiera, dall'altro il suo ricordo era altrettanto preciso, ma non solo meno veritiero, soprattutto inconcludente, inutile, inutilizzabile. Vagava tra il 'non ricordo' e il 'è complicato'.
Si trattava, in fondo, di eventi che io già conoscevo - non avrei avuto, altrimenti, la possibilità di porle quelle domande.

Pausa. Per molti anni, quando rientravo a Messina, sino a che non è morto, andavo a trovare mio nonno, che portava il mio nome. Ci andavo di mattina presto, verso le 9.30-10. Per quattro anni, ogni volta che andavo, si svolgevano dei colloqui 'assoluti' tra me e lui - senza testimoni -. Infatti, tra un nipote e suo nonno, che si chiama come lui, si dicono delle cose che a tutti gli altri non si direbbero mai. Quindi, io sapevo già tutto. Tutto e di tutti.

Il trapasso tra ricordo, memoria collettiva e memoria in-comune avviene in forme che dovrebbero 'fare' saggi di filosofia. E la testimonianza è tra i dispositivi che più si intersecano con queste tre forme. E per questo, è possibile nominarla come la forma più complessa di eredità del novecento.
Proprio per questo, uno dei banchi di prova maggiore è l'analisi tra la testimonianza del 'musulmano' che Giorgio Agamben descrive in Quel che resta di Auschwitz e il problema dell'impossibilità della testimonianza che Sebald descrive in Storia naturale della distruzione.

Purtroppo, non sono arrivato a raccontarlo a 'Emilio'.

Qui la terza parte

scritto da millepiani il 14:42 | Comments (0)

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01.09.06

Memoria, tempo e ricordo [1]

La memoria non è una grande amica. Non aiuta a dimenticare, a spazzare via i fantasmi durante la notte, nè aiuta a rimetterli al loro posto, ordinandoli per parti, ruoli, regie e messe in scena. Al contrario, la memoria, innanzitutto durante il sonno, attraverso i sogni, si riprende la parte che le mancava, irrompe in territori che non le appartengono, razzÌa senza difesa, occupa, devasta e soffoca con un piglio imprevisto ed intollerabile, legando e separando tempi che sono, invece, separati e legati, che sono autonomi e liberi, liberi da 'lei'.

Dove la memoria irrompe, nella memoria di chi ricorda, essa volontariamente produce ferite inaspettate, irruzioni disastrose, ricostruzioni da riportare alla verità, esistenze da salvare, tempo da riportare al tempo che gli attiene, tempo che deve essere riportato alla sua verità (se mai ci sia una 'verità' del tempo che si vive).
Proprio in questo lembo delicato e fine, la memoria irrompe, istituendosi come dominio e certezza. E chi ricorda non è niente altro che in suo dominio e possessione. Non abita nessun altro luogo se non quello che essa/ella determina - lo dico con tutte le riserve del caso e per farmi intendere. E più precisamente, chi ricorda luoghi, date, nomi, parole o silenzi - così come fughe, assenze, irruzioni o lettere - proprio lì, più ricorda, più due volte attraversa una battaglia che non si sarebbe mai aspettato.


Chi ricorda non ama la memoria. Al contrario, tanto più la conosce, la abita, tanto più se ne separa. Vorrebbe.
Al contrario di coloro i/le quali ne fanno un dispositivo d'esistenza tra gli altri, chi ricorda con precisione, chi si ricorda i 'nomi e gli aggettivi, oltre che i verbi che ha conservato in cantina', cerca, in tutti i modi, di liberarsene. Ricordare, per chi si ricorda, è un gesto di liberazione. Esso fa diventare l'oggetto della propria memoria qualcosa di esterno, altro dalla propria esistenza. Lo pone, filosoficamente parlando, come 'oggetto', senza porsi più il problema della sua autonoma esistenza nella memoria che lo abita.
'Ricordare' a qualcuno/a qualcosa è porre, in comune, un evento che 'ri-prende' vita solo per il fatto di poterlo con-dividere. Il solo gesto di 'ricordarlo' ad altri/e, è il gesto attraverso cui ci si libera di un evento, di un qualcosa, lo si pone, filosoficamente, davanti a se stessi e davanti agli altri, lo si riconosce, ci si sforza di farlo riconoscere, e poi lo si abbandona, definitivamente.

'Qualcosa' che tu ricordi, e gli altri no, è un evento, di per se stesso, completamente ingestibile, poichè esso ti abita senza sosta, senza che esso possa diventare 'evento', cioè, per essere chiari, parte di una tessitura comune di cui, in qualche maniera, ci si sente parte. E non è tanto, non è solo, il problema della sua reale esistenza che ti occupa, quanto, piuttosto, quello del riconoscimento, quello della condivisione. In questo senso, molte delle cose che scrive J.-L. Nancy, su un piano ontologico radicale, dovrebbero essere interpretate come una descrizione 'fenomenologica impossibile' dello statuto irrompente dell'e-vento. Ma non è questo che voglio dire o analizzare. Quello che voglio dire è che 'qualcosa' che tu ricordi, mentre occupa la tua memoria con una precisione assoluta, nello stesso tempo, diventa, precisamente, quello spazio d'incertezza della tua esistenza dove tutto può catapultarsi indistintamente. Ed ogni volta che ricordi, che fai ricordare, non fai che alzare, costruire un muro, una barriera, per impedire l'irruzione barbarica di un ricordo senza 'in-comune', senza riferimenti, senza 'esistenza'. In un'accezione ontologica profonda, non si dice 'Ti ricordi?' per cogliere in fallo l'altro/a, per ribadire una pretesa, infallibile memoria degli eventi, quanto per un terrore freddo che ti occupa, e che pretenderebbe tu fossi il solo 'testimone' di quell'evento.

Ecco, domandare: 'Ne hai memoria?', anzi, domandare: 'Ti ricordi che..?' è, in fondo, solo un gesto di paura di fronte gli eventi. La paura di restare soli.

Solo per questo, di fronte la domanda di qualcuno che non ricorda, chi ricorda si schernisce, sembra per conservare una 'esclusività', finalmente solo per il piacere di protrarre il riconoscimento all'infinito, come la memoria che lo/la occupa.

'Qualcosa' che tu ricordi e gli altri no, non esiste. È l'abisso di chi 'ricorda', l'abisso che lo abita, che abita le sue notti e i suoi sogni, la sua vita diurna, sempre alla ricerca di una conferma di quello che la 'sua' memoria gli impone di 'ricordare', di fare vivere, di rendere, finalmente 'esistente'. In questo 'gioco delle parti', chi non ricorda non è più 'innocente', per non dire che, altrettanto, è 'colpevole'. Appunto, se fosse solo questione di 'giudizio'.

Chi non ricorda, non vuole avere memoria. Perchè, credo, il problema non è, filosoficamente, ricordare. Quanto 'ricordare in-comune'. Chi pretende di non ricordare, è l'elemento 'comune' che rifiuta - poichè non esiste nessuna esperienza comunitaria/collettiva vissuta che non si sappia ricordare con una precisione a dir poco formidabile (e su questo passaggio sfido chiunque).
La memoria collettiva, come si dice e si nomina, non è la memoria 'in-comune'. Mentra la prima si ricorda in una maniera formidabile, la seconda si fa fatica a portare con sè. Mentre la prima proietta ognuno di noi in un incrocio di memorie indefinito, collettivo, incerto, dove ricordare non è portare con sè, quanto ricordare di sè, la memoria 'in-comune' rilancia nel presente come e cosa si è fatto, singolarmente, con gli/le altre.

Mentre la seconda irrompe nel tempo, la prima irrompe nel 'ricordo'.

[segue]
Qui la seconda parte.
scritto da millepiani il 23:20 | Comments (0)

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26.07.06

'Genova 2001-06': stato dei luoghi

I pochi lettori e chi scrive su questo blog, diversi amici, tutti maschi, penso abbiano seguito la progressione d'impegno che la 'questione di Genova' ha significato per me e per il blog. Due sono stati i riferimenti 'esterni' al blog.
Innanzitutto Kinobit, in secondo luogo l'intervento di Ivan in Vibrisse.
Non c'è stato nessun intervento interno al blog che abbia ripreso lo sforzo di ricostruzione su 'Genova'.
Nè di ricostruzione, nè di ripresa, nè a livello testimoniale, nè a livello di intervento politico e di scrittura.
Lo chiamerei così: un dato di fatto, evidente, documentabile, patente.
Non uno ha messo le mani sulla tastiera per scrivere anche solo un rigo di contestazione, di appoggio, di aiuto. Per non dire che tutti gli appelli e le buone proposizioni per recuperare materiale sono, pressocchè, cadute nel vuoto, fatto salvo il recupero del cd prodotto a Pisa e che Gianfranco ha ripreso, senza fare un minimo di scheda di presentazione che sforasse le telefonate, e si proponesse come 'testo' sul blog. Salvo volermelo mandare per ftp.
Per non dire che pressocchè nessuno tra quelli che scrivono in questo blog ha visionato un solo video, dico 'uno solo', o per difficoltà tecniche, o per scelta volontaria.
Figuriamoci scrivere anche solo due righe.
Ne prendo atto e ne traggo, però, alcune conseguenze di carattere politico. E pubbliche. Visto che il 'privato' diventa ancora peggiore.

Innanzitutto: chi scrive su 'millepiani', almeno pubblicamente, non ritiene di dovere intervenire su Genova a distanza di cinque anni.
È un dato di fatto.
Ci sono state, privatamente, dichiarazioni d'intenti che non si sono tradotte nemmeno in una sola sillaba pubblica. La politica è una sfera pubblica. Come la scrittura su un blog. Il resto conta molto difficilmente. E molto poco.
Ne deduco, e lo faccio da filosofo [cioè a dire: la deduzione so cosa sia], che la cosa è distante dalla sensibilità di chi scrive in questo blog.
Secondo, per quanto mi riguarda: interrompo per il momento la ricostruzione video di 'Genova 2001', anche se lo riprenderò quanto prima - credo a settembre. Me ne riservo, inoltre, non solo un'altra utilizzazione, ma anche un'altra 'potenza'.
Mario, da Jena, ha, come sempre, perfettamente capito la logica interna che muoveva la mia operazione. Non posso che ringraziarlo perchè, ancora una volta, parlando con lui, capisco meglio quello che faccio io. Ma anche lui non ha scritto un solo rigo pubblico su Genova. E non è un rimprovero. È una constatazione.

A distanza di cinque anni, nessuno di coloro i quali scrivono su questo blog, ha scritto un solo rigo e una sola sillaba per pensare 'Genova'.
Terzo: la ricostruzione 'video' degli eventi di 'Genova 2001' può essere interpretata come una ricostruzione 'storico-filologica'. Ma, al contrario, essa costituisce il tentativo di dimostrare, in maniera documentaria, che quello che è accaduto a Genova, per ricostruire, definitivamente, e proiettando nel futuro questa urgenza, che quel 'dispositivo di comando e di intervento' che ha guidato l'azione delle forze dell'ordine manifesta la pulsione interna del 'potere' [nel senso di Elias Canetti]-. Quello che non si capisce, o si fa finta di dimenticare, è che più gli anni passano, più difficile diventa la ricostruzione della catena di comando, operativa ed effettiva, che ha determinato quelle tre giornate e anche altre.
E, dunque, dopo, diventa assolutamente impossibile ricostruire la logica che la innerva.
La 'ricostruzione video', in questo senso, e costruita secondo il metodo dichiarato in 'Memoria e metodo', è la verifica, contestabile sia nel metodo che passo dopo passo, ma 'certa e dichiarata', della conseguenza della 'catena di comando' che innerva e struttura l'identità del potere [sempre nell'accezione di Elias Canetti].

Mai, in nessun caso, questa operazione di 'decostruizione' è stata pensata da me come una 'semplice memoria', una rivendicazione 'facile'. Al contrario, come ho scritto più volte, ricostruire 'attimo dopo attimo', significa decostruire, in 'video-vitro', il dispositivo d'azione del potere. A me non interessa nessuna apologia. Lavoro su altri fronti, che sono certo meno facili.

In ultimo: sotto questo aspetto, sono assolutamente convinto di una 'incapacità' strutturale di ogni operazione individuale. Per questo, E SOLO PER QUESTO, mi sono permesso di fare questa operazione 'in pubblico'. Confidando, almeno, nella capacità di 'intervento' di chi su 'millepiani' ci scrive.
In questo senso, devo dire che mi sono sbagliato, e che, invece, avrei dovuto pensare diversamente quello che sto facendo.
E questo, appunto, per un dato di fatto. Tangibile oggi.
Dato di fatto che traversa le generazioni e le sensibilità che scrivono su 'millepiani'.

La memoria, la critica, la sovversione, le sconfitte e i silenzi, le fatiche, traversano, silenziosamente e nascoste, le esistenze. A volte più evidenti. In alcuni passaggi. A volte silenziose, nascoste e taciute.
Girare pagina significa seppellire i silenzi, tutti i silenzi.

I nostri 'dottor Sonne', proprio per averli conosciuti, li lasciamo a casa. E scriviamo quello che ci dicono. Sempre, per quanto possiamo, 'in-comune'.

scritto da millepiani il 02:00 | Comments (0)

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24.07.06

'Genova 2001-06': Intermezzo - la memoria

[COMMENTO]
A S., e ai suoi giocattoli

La memoria è una scelta condivisa, che decide e separa, ma rende comune quello che si è vissuto da soli o insieme. La memoria non è un movimento che vive di vita propria, nè un gesto che può vivere isolatamente. Anche se può, la memoria cerca la sua conferma, la sua condivisione.
Chi 'ricorda', ricorda insieme, in-comune, oppure ricorda con rabbia. Da solo, nell'incomprensione.

Tutto il novecento ha offerto grandi esempi di memoria 'rabbiosa', 'feroce' per la sua solitudine. E, nello stesso tempo, il novecento ha offerto i più grandi esempi di memoria vissuta in comune, costruiti pezzo dopo pezzo: si chiama 'memoria collettiva' (Marcel Proust)

Questo silenzio quasi assordante - di fronte 'Genova' - non fa che confermare la necessità della ferocia della memoria. Quella che 'ricorda tutto', i nomi, i fatti, gli eventi, gli 'oggetti', che ricostruisce, che tiene a mente chi tace e chi sceglie di nascondersi, chi 'non ha tempo', chi ha perso il 'suo tempo', chi ha mancato il 'suo momento' e chi l'ha vissuto 'una volta', e 'due volte' non gli interessa più, chi si distrae e per un attimo non ricorda.

La memoria gioca sporco, scambiando le carte tra quello che 'ci' accade e 'quello che accade'. E che si ricorderà.
Fanno male 'quelli che credono di avere vissuto in comune', a credersi, loro e la loro memoria, la memoria che rimane, senza oggetti e senza immagini.
E, insieme, fa male chi crede che la memoria sia 'a corrente alternata', che si possa, per un attimo, dimenticare, mettere da parte.

La forza della memoria, ferocemente, cancella quello che non abbiamo saputo costruire e ricordare 'in-comune', sempre, e, insieme, silenziosamente, sorride tutte le volte che, per caso e per scelta, quello a cui 'teniamo' muore.

Genova, per noi, è la memoria che hanno gettato via.
Genova, per noi, vive, di nuovo, proprio per questo.


scritto da millepiani il 01:30 | Comments (0)

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22.07.06

'Genova 2001-06': venerdì 20 luglio - Il corteo dei disobbedienti - La prima carica - arresti e pestaggi

h 15.00-15.30 (work-in-progress)

Gli arresti e i pestaggi tra la prima carca dei CC e la seconda della PS.

Sempre da 'Le strade di Genova' il momento del testa a testa dopo la ricomposizione del corteo e i primi arresti e pestaggi.
Nel secondo video, tratto da 'Bella Ciao', la scena del cortiletto interno in Via Tolemaide - citata da quasi tutti i video, ma qui particolarmente forte per le immagini prese sia dall'esterno che dall'interno del cortile.

(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)













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scritto da millepiani il 17:53 | Comments (0)

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'Genova 2001-06': venerdì 20 luglio - Il corteo dei disobbedienti - La prima carica e la ricomposizione della testa del corteo

h 15.00-15.30

La prima carica dei CC presa sia dall'alto che dal basso.

Il primo video, tratto da 'Le strade di Genova', la ricostruzione della carica con una presa di camera dall'alto che riprende la carica, la tenuta e il successivo sfondamento della testuggine, sino alla sua ricomposizione.
Nel secondo, tratto da 'Bella Ciao', la carica è seguita dal basso, dalla svolta in corso Torino, all'ingresso in via Tolemaide, sino allo sfondamento della 'testuggine'.
Il terzo video, tratto da 'Genova Red Zone', riprende la carica dal basso, con immaggini anche dall'interno del corteo dei Disobbedienti.

Nel quarto video si vede perfettamente il momento dello sfondamento della 'testuggine' preso da un'inquadratura molto laterle ma, per questo, molto efficace. Successivamente sono documentati i primi arresti e pestaggi successivi alla ricomposizione della testa del corteo. Le immagini sono tratte da 'I diritti negati', video prodotto dal Legal team, per testimoniare, attraverso le immagini, tutte le violazioni del Codice Penale di cui si sono rese responsabili le Forze dell'ordine; lo potetescaricare interamente da qui.

(leggere i credits e la nota tecnica per la visione dei filmati)











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