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09.01.07

la stessa luce

a T.
________________________________

bruciavano nella stessa luce
le braccia degl'alberi caduti
e le ali degl'angeli impigliati
durante la tempesta

e bruciavano uccelli, arsi con le pigne, o vecchi nascondigli
e i tocchi di legno dello scorso inverno che per altre luci
sarebbero serviti
ed i braceri eterni dei carbonai delle montagne,
che prendevano fretta a cuore aperto, non smettevano

bruciavano insetti - prima senza luce e voce -
come tizzoni di speranza o grevi
lucciole, senza volere e spersi
nel fetore di un attimo vissuto male ma finalmente intensi

e bruciavano le nostre case, soprattutto,
avvolte in lingue di fuoco senza fine
le nostre case e gli oggetti amati, conosciuti e conservati
in montagna per essere salvi
e cari

in quella stessa luce, tra quei braceri liberi e
il fumo stanco delle rose e del niente,
dopo, alla mattina,
camminavamo con bastoni tesi, spostando cenere da cenere
cercando di distinguere quello che prima amavamo uguale
e, adesso, ad occhi bassi, volevamo separare

sono bruciati nella stessa luce
le ali degli angeli caduti e gli alberi
e di loro non c'erano rovine o salvezze possibili a cui guardare

i dorsi ancora intatti dei nostri libri, dopo il fuoco,
senza più pagine, solo quei dorsi,
ci hanno fatto ridiscendere a valle, insieme e certi,
senza più niente a spalla
dopo quest'incendio che non finirà più

scritto da millepiani il 22:34 | Comments (0)

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31.12.06

Finistere

ricevo e pubblico
*****

Finistere - CSI

Annus Horribili
in decade malefica
Decade malefica in stolto secolo
SecoloSecolo osceno e pavido
Grondante sangue e vacuo di promesse

Annus Horribilis
Annus Horribilis
Annus Horribilis in decade malefica
S'attardano ombre
Le parole confondono
Si separano sponde
Coltivano incendi
Cure imposte e subite
Da sembianze smarrite
Sotto sguardi accecati
Tra pochezze infinite

Ecco le novità
Ecco le novità
Ecco le novità

Il cielo è uno scudo labile e tenue
Ammalia il vuoto e nulla seduce
Avanza il lato oscuro, s'alza s'innalza abbaglia
Mi ruba gli occhi ed ero cieco già
Mi ruba gli occhi ed ero cieco già
Lo so lo so lo so
Mi ruba gli occhi

Annus Horribilis in decade malefica
Decade malefica in stolto secolo
Secolo
Secolo osceno e pavido
Grondante sangue e vacuo di promesse
Conosco le parole
Dette scritte scandite
Tenerezze stupite
E tensioni impazzite
Tendono al grande bang
Tendono al grande bang
E tutto tende al grande BANG

scritto da millepiani il 12:23 | Comments (0)

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08.12.06

Trattato postmoderno di teologia dell'avvento: 20 tesi 'dal basso'

Dalle letterine a Gesù raccolte nel libro «Caro Gesù, la giraffa la volevi proprio così o è stato un incidente?», dal Corriere di oggi. Aggiungo, sottolineato, la corrente di appartenenza....ci sarebbe di che riflettere....

Innanzitutto il titolo: «Caro Gesù, la giraffa la volevi proprio così o è stato un incidente?»: ?, il Lamarckiano (S.)

Caro Gesù, tu che vedi tutto mi dici chi mi ha nascosto l'astuccio? Marco: Il Metafisico neoplatonico

Caro Gesù, mi chiamo Andrea e il mio fisico è basso, magrino, ma non debole. Mio fratello dice che ho una faccia orrenda, ma sono contento perché così non avrò quelle mogli che stanno sempre tra i piedi a fare pettegolezzi.
Andrea, Il Critico talmudico

Caro Gesù, abbiamo studiato che Tommaso Edison ha inventato la luce. Ma al catechismo dicono che sei stato tu. Per me lui ti ha rubato l'idea. Daria, L'Antimodernista

Caro Gesù Bambino, grazie per il fratellino. Ma io veramente avevo pregato per un cane. Gianluca, Il materialista

Caro Gesù, non credo che ci possa essere un Dio meglio di te. Bè, volevo solo fartelo sapere ma non è che te lo dico perché sei Dio. Valerio, L'integralista

Caro Gesù, i cattivi ridevano di Noè, stupidino, ti sei fatto un'arca sulla terra asciutta. Ma lui è stato furbo a mettersi con tuo padre, anche io farei così. Edoardo, Il gesuita

Caro Gesù, lo sai che mi piace proprio come hai fatto la mia fidanzata Simonetta? Matteo, Teologia sessuata

Caro Gesù, invece di far morire le persone e di farne di nuove, perché non tieni quelle che hai già? Marcello, il barthiano

Caro Gesù, la storia che mi piace di più è quella dove cammini sulle acque. Te ne sei inventate di belle. La mia seconda preferita è quella dei pani e dei pesci. Antonella, La narratrice

Caro Gesù, se te non facevi stinguere i dinosauri noi non ci avevamo il posto, hai fatto proprio bene. Maurizio, L'apocalittico

Caro Gesù Bambino, non comprare i regali nel negozio sotto casa, la mamma dice che sono dei ladri. Molto meglio l'iper.
Lucia, la Curiale

Caro Gesù Bambino, i miei compagni di scuola scrivono tutti a Babbo Natale, ma io non mi fido di quello. Preferisco te. Sara, L'agostiniana

Caro Gesù, sei davvero invisibile o è solo un trucco? Giovanni, il Cartesiano

Caro Gesù, Don Mario è un tuo amico oppure lo conosci solo per lavoro? Antonio, il teologo della liberazione

Caro Gesù, mi piace tanto il padrenostro. Ti è venuta subito o l'hai dovuta fare tante volte? Io quello che scrivo lo devo rifare un sacco di volte. Andrea, Il copista medievale

Caro Gesù, come mai non hai inventato nessun nuovo animale negli ultimi tempi? Abbiamo sempre i soliti. Laura,
la Francescana

Caro Gesù, per favore metti un altro po' di vacanza fra Natale e Pasqua. In mezzo adesso non c'è niente. Marco,
L'Anti-nichilista

Caro Gesù Bambino, per piacere mandami un cucciolo. Non ho mai chiesto niente prima, puoi controllare. Bruno,
Tommaso l'Apostolo

Caro Gesù, forse Caino e Abele non si ammazzavano tanto se avessero avuto una stanza per uno. Con mio fratello funziona. Lorenzo, Il Teologo ecumenico

Caro Gesù, a carnevale mi travestirò da diavolo, ciai niente in contrario? Michela, La gnostica

scritto da millepiani il 17:12 | Comments (0)

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28.11.06

Cani

due anni fa, e forse più.

***

a C.R., P.A, S.G.

abbiamo lasciato
senza volerlo
ciò che ci attendeva

ai bordi di marciapiedi, negli angoli nascosti,
cesellato, vivi,
scritture e dediche e poi,
insieme, inseguito
della vita la sua 'puzza',
ovunque il suo respiro

tra strade con nomi conosciuti o ruoli -

adesso,
tra cani senza madri o padri,
mordiamo ciò che resta e che rimane

no, non ci saranno dimissioni
nè pensioni
garantite dai canili della vita

scritto da millepiani il 18:01 | Comments (0)

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Tra gli occhi

a chi mi sa 'guardare'

***


non è che io non abbia
tra gli occhi
un cardine che prende il tempo
e lo rivolti tenendolo con sè

o le mie mani non sappiano riaprire porte

o dire che tra gli occhi la forza a cui mi tengo
è un tendine in attesa di una fine od uno strappo
di cui conservo parola o fiato, margine per vivere

è che - tra i nostri occhi -
io sto da te per mano a riva, salvo,

senza più guardare il mare

scritto da millepiani il 13:54 | Comments (0)

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22.10.06

mercati

Dai nuovi archivi.

MERCATI

tu mi dici: schiacciala
quest' ombra di nero che ci insegue forte e
ci perseguita, che capita improvvisa tornando
come da una cava vuota
dove nera
avevamo provato a togliere dal tavolo
a far sparire e cancellare

da dove avevo cominciato a vivere - in quella sponda senza mare
d'una terra d'acqua e pietre ferme -
non la vedevo
che tra noi saputa, non detta ed un segreto,
mi sembrava ferma, come le cose degli amanti che
si amano ad ogni confessione per l'errore, il dirsi a tu per tu le cose uniche

mi dici di schiacciarla e farla scomparire, senza amore,
e di sanare l'ombra -
dici le colpe mentre gridi, vendi quello che non sei
una volta, avevamo dei segreti

sono stato ieri ad un mercato, accanto a dove abito -
era finito e nessuno aveva voglia di gridare

tra i resti della giornata di lavoro,
da comprarsi a poco,
era caduto in terra il tavolo di un vecchio
vuoto e senza merce

lui se n'era andato
a seguir messa senza confessarsi o dire
che i suoi peccati - da muto - erano finiti
che i suoi peccati - per sempre -
urlavano da soli

scritto da millepiani il 02:57 | Comments (0)

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21.08.06

A volte tornano

Mi sono ricordato di una storia letta quasi tre anni fa. Per la precisione, l'ho sognata.
Era una notizia di cronaca: un tizio si era chiuso in una cassa grande come una camera e si era lasciato morire lì dentro.
Senza alcun motivo plausibile.
Dentro una cassa che stava dentro un garage, in una provincia del Nord Italia (so quale sia).

Questa 'scena' è stata quella che mi ha accompagnato nella scrittura di 'Tra apici'.
Ricordo che 'il nipote dello zio' ricordava anche lui, a distanza d circa un anno dall'evento.
Una storia assurda da tutti i punti di vista.
Il sogno era strano. Ma non lo racconterò.

Ho circa duecento pagine di scrittura su questa cosa. Sono state scritte in contro-canto a 'Tra apici'.
Stamattina sono andato a riprendere quello che avevo scritto e mi è sembrato, rileggendolo, di non averlo scritto io.
Non mi era mai accaduto.

scritto da millepiani il 12:24 | Comments (0)

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10.07.06

"Tous ensemble !" - L'editoriale di 'Le Monde' dopo la finale

L'editoriale di 'Le Monde', su cui avrei molte cose da dire, ma non è nè il tempo, nè il momento.

"Plus encore que la défaite de la France face à l'Italie dans l'épreuve des tirs au but, au terme d'un match dominé par l'équipe tricolore, la sortie désastreuse de Zinédine Zidane, après son coup de tête volontaire à un joueur italien qui l'avait provoqué, illustre de façon presque caricaturale la fragilité des emballements sportifs. D'un coup une icône se brise. Un homme, fils d'Algériens de Marseille et d'origine modeste, porté au pinacle la veille par tout un pays, et admiré un peu partout dans le monde tant son histoire tient du conte de fées, devient d'un seul geste un contre-exemple pour les milliers de gamins des cités qui se rêvaient en futur "Zizou".
Pendant un mois, pourtant, la France presque entière a retenu son souffle, suspendue aux performances d'une équipe nationale qui a fait passer commentateurs et supporteurs des sarcasmes à l'enthousiasme. Jusqu'à la défaite finale au bout d'un parcours honorable, et au grand silence d'une nation qui s'apprêtait à faire la fête dans la rue.

Le plus remarquable dans cette Coupe du monde de football 2006 aura été, en effet, l'engouement qu'elle a suscité, plus fort encore qu'en 1998, alors même que les matches avaient lieu en France. Au point que la qualification en huitième de finale contre l'Espagne puis en quart de finale contre le Brésil a été accompagnée de manifestations d'allégresse dignes d'une victoire.

La France s'est ainsi montrée dans sa complexité souvent incomprise à l'étranger. Ce pays qu'on disait déchiré, effrayé par ses banlieues ghettos, tenté par des réactions racistes après les émeutes urbaines de l'automne 2005 applaudissait des deux mains une équipe "multicolore", noire pour une bonne partie. Mais 2006 n'est pas 1998. A l'époque, l'euphorie de la victoire avait créé l'illusion d'une France "black-blanc-beur", ressoudée par l'exemple de la fraternité sportive qui mène au succès. Huit ans plus tard, personne n'a vraiment cru qu'une victoire suffirait à faire oublier au pays ses démons et ses angoisses. Ciment national réunissant pour une fois le "peuple" et ses élites décriées, le foot a, malgré tout, été ramené à une plus juste place.

L'autre leçon de la fièvre collective du Mondial est une confirmation : le pays est à l'affût de toute occasion de participer à un engagement collectif, de se retrouver "tous ensemble", pour reprendre le slogan syndical de 1995. C'est à la fois une bonne nouvelle - les Français sont toujours prêts à croire à quelque chose - et une mauvaise : en dehors des compétitions sportives internationales, de quelques rendez-vous émotifs ou festifs, de manifestations de solidarité pour une partie du pays, la France ne sait plus pour quoi se mobiliser, et comment utiliser l'énergie collective dont elle peut faire la démonstration. "

Article paru dans l'édition du 11.07.06

scritto da millepiani il 21:25 | Comments (0)

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Un 'colpo di testa': a Zizou, filosofo del calcio

"Mais à la fin, les Italiens caressaient la coupe à n'en plus finir. Thuram pleurait .
zidane.pngZidane peut-être aussi. Il n'est pas venu chercher sa médaille d'argent.
Il a disparu."

da l' 'Equipe' in rete, questa notte.

***

Il football, il calcio, è un gioco cinico e baro. Non ha pietà.
Un pianto, un'assenza, un gesto è più importante di tutte le vittorie e le parole spese a commento.

Quel gesto, più che tutti i rigori tirati - e solo uno sbagliato - segnerà il ricordo di questa finale.
Come l'urlo di Tardelli, la mano di Maradona, il pianto di Baresi, la crisi di Ronaldo, l'inutile mano di Burnich.

Quel gesto, improvviso, imprevisto e non visto, per finire - forse: per finirla - è la nostra vittoria.

Finire, finirla.
Anche con quel gesto, e per quello che era accaduto più dentro che fuori lo spogliatoio. Finire, finirla, volere andar via. Chiederlo, anche prima - e restare.
E poi sceglierlo, quel gesto, senza volerlo: andar via - da soli, solo.

Ecco: 'sparire', 'Il a disparu'. È sparito.
Certo, senza volerlo. Sparendo. Da solo, davvero: scendendo, da solo, le scale.

C'è sempre un 'luogo' dove si concentra 'una' fine.
È solo dei grandi campioni di 'football' coglierlo, senza saperlo davvero.
Anche sul campo, nè sceglierlo o volerlo. Farlo.

Su questo, la filosofia avrebbe molto da dire.

a Zinedine Zidane, detto 'Zizou', filosofo del calcio.

scritto da millepiani il 02:40 | Comments (0)

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07.07.06

"A ciascuno il suo" - un finale metafisico di Leonardo Sciascia

[...]
- Poi Zerillo disse "Ho saputo una cosa, una cosa che deve restare tra me e voi: mi raccomando...Riguarda il povero Laurana..."
- "Era un cretino" disse don Luigi.

***

Mi piacerebbe che chi voglia, lo commenti. Con un post.

scritto da millepiani il 12:30 | Comments (0)

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06.07.06

Matinalement/Di mattina

Una traduzione libera/riscrittura di un testo bellissimo.

Matinalement

C'est un matin sans entrain. Si j'écris, si la force me permet de lâcher quelques phrases sur une page - comme c'est laborieux, ce matin! - je sais bien, ou une voix me dicte cette évidence que je ne peux conserver cela que je fais à présent, je sais bien qu'il faut m'en débarrasser. J'aurais pu écrire cela sur un bout de papier, un vieux torchon, puis brûler le tout comme lorsque l'on se débarrasse d'un secret: un murmure dans le creux d'un arbre ancestral. J'aurais pu tout aussi bien poursuivre mon journal (lequel?, il y en a tellement). Mais cela n'aurait pas marché. J'ai besoin de porter cela à d'autres consciences, de "partager" dans une rupture - un balaiement de la main, radical - ce dont j'ai à peine conscience.

La fébrilité du savoir contamine l'espace dans lequel j'évolue. La cire sans distinction de forme ou la nausée ou encore l'englobant m'étreignent et alourdissent mes paroles: "Acclamons la parole du seigneur!", "Repens-toi de tes péchés" "Dis seulement une parole et je serai guéri", "lecture du livre d'Isaïe, chapitre 9 : Le peuple qui marchait dans les ténèbres a vu une grande lumière; sur ceux qui habitaient au pays de l'obscurité une lumière a brillé."

Julien

***
Di mattina
(seconda versione)

È un mattino come un altro, come i vostri, come quelli che tutti cominciamo. Se scrivo, se la forza mi permette di lasciar andare qualche frase su una pagina qualsiasi – e pure di buona lena, stamattina! – lo faccio perché so che, seguendo la voce che mi dice chiaramente che ciò che faccio oggi non posso portarlo con me solo, lo faccio perché so che devo abbandonare ciò che scrivo.
Anche solo su un pezzo di carta, su un vecchio straccio, per gettare poi tutto nelle fiamme, come si fa dimenticando una menzogna: l’urlo mormorato dentro l’albero vuoto della mia memoria. Avrei potuto continuare a scrivere su di me, nel mio ‘diario’ (ma quale, quale tra quelli cominciati?). Per chi, per cosa? Io so che scrivo insieme ad altri, e leggo insieme ad altre, e siete voi a ricordarlo a quella mano che, tagliandosi le dita, con un gesto radicale, ha gettato al fuoco la scrittura per sé sola.

Questa febbre di ‘sapere’ – di voi e di me – attraversa lo spazio dove cado e cambio. Questo fuoco che non mi dà forma, o la mia nausea, o quello che mi ‘vuole’, mi blocca ancora, e rende pesante come pietre ciò che dico: “Acclamiamo la parola del Signore”, “Pentiti”, “Dici solo una parola e io sarò salvato”, dal libro di Isaia, capitolo 9: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto la sua grande luce: per chi sta nel regno delle tenebre, una luce brilla finalmente”.

Emilio

scritto da millepiani il 23:02 | Comments (0)

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10.01.06

Rossana Rossanda: "La ragazza del secolo scorso" - una recensione

Ci sono testi che sono 'mappe'. Sono 'navi' nelle quali ognuno di noi dovrebbe non solo diventare, umilmente, mozzo o remiere, ma anche, a lettura finita, cercare di diventare 'comandante' o 'capitano'. Sono 'navi nella tempesta'.
Sono testi che parlano, anche da lontano, un lontano 'del' tempo come 'da' questo tempo, quello che mi è toccato in sorte, che, d'improvviso, parlano di un tempo che, insieme, ci attiene, ci ricorda e dice. Nessuna 'bio-grafia' è neutra. Nessuna è tanto meno neutra di quella che Rossanda scrive di 'una parte', solo una parte, della sua vita. Ed è, lo dico, una vita difficile, dura, incisa da sconfitte e passioni, vittorie, da uno sguardo lucido ma mai feroce, se tenero a volte, molte altre forte come le certezze che noi, oggi, non ci troviamo più accanto, sempre, magnificamente, di una 'pietà' tragica incisa dentro un 'lingua', quella tedesca, che sin da piccola è la 'lingua dei grandi', dei genitori. Kleist, dirà dopo Rossanda: Pola, ancora direi. Dov'è nata. E che, stravolta, come lingua ed esistenza, si ritrova, ancora, senza che ci siano tracce tangibili, nella sua scrittura.
'La ragazza del secolo scorso', a partire dalla sua dedica, è un testo di sfida e di passione lucida, che ripercorre la parabola, forse oggi incomprensibile, che attraversa, e grazie alla quale si è attraversato, il comunismo.
E poichè questa passione, che ha preso sin dentro le fibre più profonde di un'esistenza, è stata, forse per ciascuno di noi, una cosa diversa, la forza di questa 'dedica' che Rossanda fa senza fare, una dedica a tutti coloro che hanno attraversato il 'comunismo', ognuno alla propria maniera, questa forza è ciò che, alla fine del libro, rimane più incisa.
Libro che racconta non solo di una giovinezza tra il Nord-Est e Venezia - il suo Lido -, ma, ancor di più, è tutta 'presa' tra la forza della Milano partigiana e quella 'nuova', la Milano della 'Casa della Cultura', di cui Rossanda è animatrice e di cui, in verità, non possiamo che 'invidiare' la libertà e la 'forza'. La forza di una Milano che, con i suoi operai e la sua 'resistenza', rimane la matrice fondamentale a cui, per tutto il libro, Rossanda non smette di rifarsi: come fosse, e davvero non possiamo non crederle, il 'segno' indelebile della sua esperienza politica, cioè: comunista. Perchè, in questo libro, ecco, non c'è 'un altro sguardo', un'altra politica possibile che quella 'comunista'. Ed in questo, Rossanda scrive pagine splendide, cercando di rideclinare, a distanza di così tanto tempo, cosa fosse il 'comunismo italiano', come fosse percepito, come fosse 'invidiato' nel resto dell'Europa occidentale e temuto ad oriente. Nell'oriente comunista e russo. Sovietico. Ed ancora più radicali - lucide e, insieme, di una passione disillusa dal riconoscimento passato e dall'oblio presente - sono le pagine dei tanti viaggi di Rossanda come dirigente del PCI. Prima redattrice di 'Rinascita', e, poi, responsabile culturale di quel PCI togliattiano: incontrando Sartre o Castro, i dirigenti dei 'paesi fratelli' o 'ascoltando' i rumori di ciò che cominciava, lentamente ma inesorabilmente, a far diventare l'URSS il vero punto di ostruzione dell'esperienza comunista della seconda metà del ventesimo secolo: prima l'Ungheria, poi la Cecoslovacchia.
Un capitolo a parte richiederebbe la 'galleria' dei dirigenti del PCI che emerge da queste pagine. Rossanda, per storia personale, parla per esperienza diretta - e, dunque, direi: parziale. E aggiungerei: finalmente.
Innanzitutto: riemerge la figura di Palmiro Togliatti. Riemerge, almeno nella mia 'lettura', non 'rivalutata', queste sono sciocchezze. Riemerge come 'dirigente politico'. A fronte di una 'debolezza seconda' che, almeno in queste pagine, diventa la 'cifra' dei successivi segretari del PCI, la 'forza' del Togliatti 'dirigente politico', prima del PCI e dopo dell'Internazionale Comunista, si staglia fra nani, anche a dispetto dell'intenzione di Rossanda. Mentre la 'cronaca giornalistica' ne fa il campione della 'doppiezza', nelle pagine della Rossanda, Togliatti emerge come una coscienza non pacificata ma fredda, non appagata ma forte per necessità, aperto ma sempre 'vigile', cosciente della storia dell'Internazionale comunista, delle sue vie oblique ma anche della necessità di una fuoriuscita da questa tradizione. Per lo meno di un ripensamento. Sempre però 'obbligato' dagli eventi, incalzato dalla necessità degli eventi storici che si sono periodicamente presentati 'faccia-a-faccia' con la 'via italiana al socialismo' che, dalla svolta di Salerno in poi, Togliatti ha, non solo difeso, ma articolato.
Emerge, nelle pagine della Rossanda, una differenza focale tra la categoria di 'doppiezza' e quella di 'duplicità', che ancora pochi tra gli storici del movimento comunista internazionale, oltre che di quello italiano, hanno articolato: mentre la 'doppiezza' togliattiana implicherebbe un doppio gioco giocato con 'mal coscienza politica' - come se si dovesse far finta che il 'comunismo italiano' fosse diverso da quello sovietico, per poi farlo diventare una 'quarta colonna' del soviettismo -, la categoria di 'duplicità' implica - al contrario - una capacità di persistenza di una 'doppia identità reale'. Essa affonda storicamente le sue radici, insieme, sia nella nella tradizione e filiazione, voluta, ricercata e costruita, con il movimento comunista internazionale e la Repubblica dei Soviet, sia nella 'svolta' di Salerno e nella ricerca, spasmodica, di un equilibrio, sempre flebile e incerto, tra questa 'tradizione', inconturnabile, e la 'via italiana al socialismo', di cui Togliatti, dal suo ritorno in Italia, è campione 'storicamente', a dispetto della storiografia giornalistica.
Alla luce di questa 'lettura' della togliattiana politica della duplicità - di cui mi faccio carico io e solo io - le figure dei dirigenti del PCI impallidiscono: Ingrao ne esce massacrato - a ragione e senza intenzione -, Amendola quasi un 'coerente' nella sua 'ipotetica intuizione' della necessità di liquidare, correttamente, la tradizione 'comunista', Pajetta un umorale, Magri come in un'attesa 'folgorante', Alicata e Sereni 'secerdoti' di un comunismo mentale - maschile, solo maschile - di grande 'rigore autoreferenziale', appunto, mentre cominciano ad emergere altre figure che, almeno in queste pagine, non hanno ancora spazio (Pintor, Natoli, la Castellina).
Ne esce anche profondamente criticata tutta la linea 'comunista-meridionalista' che, secondo Rossanda, ha ostruito, in molti passaggi, il necessario 'aggiornamento' del quadro analitico proprio del PCI. E di questo, francamente, non ne capisco davvero il peso sostanziale (ma ci ragionerò).
Ma, certo, il libro si deve leggere interamente. A partire proprio dall'angolo di lettura che Rossanda sceglie: Milano e il 'comunismo' post-resistenziale, che si traduce in una battaglia d'egemonia culturale e operaia che, certo, solo a Milano e Torino poteva funzionare. Rossanda parla poco o niente del sud o della Sicilia: come se le fossero estranee regioni dove il suo 'savoir faire' non potesse, in nessun modo, aver presa. Come è giusto e comprensibile.
Ma la storia del 'comunismo italiano' passa anche dalle miserie di quelle case dove, invece dell'operaio che ha costruito negli anni sessanta l'autogestione della catena di montaggio a Milano e Torino, non c'era, a volte, nemmeno l'emigrante da rivendicare.
In questo senso, almeno nelle pagine scritte da Rossanda, la sua sconfitta, che è la sconfitta di un certo 'comunismo operaista e intellettuale', che incontrava i 'terroni' solo nelle fabbriche, passa, anche e precisamente, nell'aver lasciato ad Amendola e Alicata, per non dire poi ai vari Li Causi e Macaluso - cioè, diciamolo: Amendola e i suoi 'segretari' napoletani - l'irruzione delle masse contadine meridionali nel panorama nazionale, democratico e repubblicano aperto dalla svolta di Salerno.
Una 'banale dimenticanza gramsciana'.
Un banale 'limone spremuto'.

Ma, certo, diciamolo, sono pensieri 'antichi'. Servono? Non so. Quello che è venuto dopo, certo, non aiuta.

Non ho, nello stesso tempo, la forza nè il 'luogo' - ma certo ne ho la 'necessità' - di dire dell'esperienza di 'femminista' di Rossanda. Ci sono pagine, in questo libro, emozionanti - alcuni righi mi sono permesso di postare qualche giorno fa. E non si fermano lì. Come per l' "avere figli". O amare.
E certo, ancora, non posso non chiedermi come anche queste parole possano, e come, ridivenire o diventare importanti. Per me lo sono.

Che la ricchezza di una vita non possa rinchiudersi in nessun rigo, o in tanti, lo sappiamo. Che questo libro ci provi è, come sempre, Rossana Rossanda.


Technorati : Rossanda biografia comunismo PCI
Del.icio.us : Rossanda biografia comunismo PCI

scritto da millepiani il 18:47 | Comments (0)

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11.12.05

Prefazione a 'Poesie ritrovate in un vecchio manoscritto'

Il covo

a E., in attesa

La stessa di secoli
la fessura (o feritoia?),
generazioni di randagi,
corpi appesi di ragno,
ladri, scribacchini, studenti
o tonache bruciate
di fretta, comunque

Si sarebbe detto un pezzo di quadro, entrando,
di porta (tanto era
rosa).

Fu lei innamorata a indicare 'là dietro'
tra le casse e le cinghie da viaggio
bagnate
- o la muta solita di morti e vertebre
in fuga?

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Ipotesi

Furono in molti
- come sempre -
a sapere
Chi veniva aggiungeva:
la consegna
era chiara, il fiume,
'la linea',
a due passi

Ipotesi

Lascio andare così.
Rischiosi
i turbini
d'acqua
Senza cercare leggerà,
carico,
un tempo

scritto da gianfranco il 02:04 | Comments (3)

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10.12.05

Uno 'straordinario' ritrovamento


Appena qualche giorno fa, sono stato costretto, come serve in Svizzera - prima
di lasciare i 'luoghi' che si sono abitati - sono stato costretto a svuotare la mia 'cantina'.
Ho trovato, tra legni e residui, un piccolo libro.
Un 'quaderno di note'. In francese.
Data 1939.
Ci sono 57 poesie.

Solo queste. E niente altro. 57 poesie.
Non ci sono nomi, ed era incastrato in una fessura accanto al contatore del gas.

Lo chiamerò, da ora, il 'Diario della cantina'.
E' tre giorni che continuo a leggere queste poesie.

Uno dopo l'altra vorrei farle leggere.
E una dopo l'altra le trascriverò. Le tradurrò.

upload: qualcuno mi fa rilevare che quello del ritrovamento di un 'manoscritto' è un topos letterario classico. Posso assicurare che, al contrario, si tratta di un evento vero e veritiero che verrà suffragato da prove documentarie.

scritto da millepiani il 06:10 | Comments (0)

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09.11.05

PPP

«E' dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell'ambito appunto di una "Semiologia generale"). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci»

PierPaoloPasolini, "Empirismo eretico"

[dove ci sarebbe bisogno di un'intera vita per commentare questa frase, e dove alla parola morte/morire si può leggere scrittura/scrivere - Carmelo, grazie...]

scritto da millepiani il 15:46 | Comments (0)

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08.11.05

Appunti di lettura da 'Un giorno di fuoco' e 'Una questione privata' di Beppe Fenoglio (giugno-luglio 2005)

di Mario V. 'u palemmetanu'

Qui la prima parte

Deflagrazione e tracimazione.
La deflagrazione (il rumore lontano degli spari che si può udire da paese a paese, da valle a valle e che in Un giorno di fuoco fa germinare discussioni e racconti) è l’origine del racconto da un punto di vista esterno, sempre sociale e collettivo. È ciò che appare da fuori, dalla parte della collettività di paese che guarda incredula ciò che tal personaggio, asserragliato in una casa, sta combinando, sparando contro l’esattore che viene a riscuotere (per citare il primo racconto che mi viene in mente).

Di contro, il movimento interno, individuale, decisionale, da cui altrettanto simultaneamente origina il racconto (anche come evento, drammatico e glorioso insieme, e dunque degno di nota) è un movimento di tracimazione. Come avviene per gli argini di un fiume in piena che si è gonfiato da tempo. Ma questo movimento di tracimazione Fenoglio non ce lo mostra mai. Fenoglio ci mostra lo sparo da cui origina il racconto, mai il lento gonfiarsi del fiume e la tracimazione. La sua non è una prosa che approfondisce il processo psicologico che porta allo sparo. Lo sparo è puro evento deflagrante che sospende il normale corso degli eventi nella vita di una famiglia o di un paese e che tutti guardano attoniti in attesa di vedere come il tutto va a finire.
Questo non può comunque distoglierci dal riflettere che come evento individuale e dal punto di vista del personaggio che spara o si getta in un gorgo, come motore interno, anche nascosto, l’evento del racconto, così come il racconto stesso, tracima e deborda. Ma Fenoglio non lo mostra, ce lo fa solo intuire.
E tracima e deborda come evento psichico.


Memoria e caratterialtà.
Qui il discorso si fa più contorto. In Una questa privata l’evento da cui prende le mosse il racconto tracima dalla memoria (il ricordo della ragazza amata che forse aveva una storia con l’amico partigiano). In Un giorno di fuoco l’evento del racconto tracima e deborda dalla caratterialità del personaggio che comincia a sparare sull’esattore o che si getta nel gorgo. Di per sé, poi, e in modo letterale, i racconti di Un giorno di fuoco prendono le mosse anch’essi da un’operazione di memoria. È la voce narrante che ricorda eventi lontani, spesso avvenuti quando era bambino e andava in vacanza nelle Langhe dagli zii. Questa endiadi dunque, la memoria e la caratterialità, va risolta in questo modo (alla latina): memoria della caratterialità. Quanto meno per ciò che riguarda Un giorno di fuoco.
Ma memoria e caratterialità sono legate in Fenoglio, dal punto di vista biografico e autobiografico, in una componente ben precisa della sua formazione: la componente paterna (i parenti paterni delle Langhe, di Murrazzano o Feisoglio), contrapposta alla componente materna (vissuta da Fenoglio come ordine, ragione, ponderatezza).
Caratterialtà in questo caso vuol dire (ancora una volta) emersione del gesto definitivo, che genera l’evento in seguito al quale il procedere delle situazioni diventa inarrestabile (dopo il quale non si può più tornare indietro).
Qualcosa di simile lo ritroviamo nella biografia fenogliana, nel gesto definitivo, in opposizione alla madre, di non proseguire gli studi e di non giungere alla laurea, nella seguente frase: “sarà la pubblicazione del mio primo libro la mia laurea”. È la scelta definitiva della componente paterna come componente in cui identificarsi (quella, d’altra parte, presente in tutta la narrativa fenogliana). E non c’è dubbio che queste notazioni rafforzano l’identificazione tra scrittura e evento definitivo, tra scrittura e deflagrazione, tra scrittura e rottura dell’ordine materno. È l’emersione della caratterialità dei paterni, che con una notevole forzatura si potrebbe anche chiamare tracimazione dello spirito delle Langhe. Un tutt’uno con la memoria delle Langhe.

scritto da renzo il 11:45 | Comments (0)

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03.11.05

Appunti di lettura da 'Un giorno di fuoco' e 'Una questione privata' di Fenoglio (giugno-luglio 2005)

di Mario V. 'u palemmetanu'

Il crontopo.
Particolare uso dell'unità temporale in questi due libri.
Nel primo (una raccolta di racconti), quasi tutti i racconti narrano di avvenimenti che si svolgono in una sola giornata. Nel secondo (un romanzo breve) l'intero arco della durata degli avvenimenti è di circa tre giorni.
In Una questione privata, per introdurre e contestualizzare gli avvenimenti che si sviluppano in questa unità temporale di tre giorni (il pellegrinaggio del protagonista alla ricerca dell'amico partigiano che possa svelargli la verità su un suo amore passato) viene introdotto un altrove lontano. Un altrove temporale piuttosto che spaziale. Questo altrove temporale, che è un luogo della memoria, si concretizza in un punto (la donna amata ha avuto una storia d'amore con l'amico partigiano?), punto da cui germina il racconto.

Il racconto di Una questione privata è una sorta di deflagrazione che scaturisce direttamente da questa domanda la cui risposta diventa impellente (la donna amata ha avuto una storia d'amore con l'amico partigiano che milita in un'altra brigata rispetto a quella del protagonista?), una deflagrazione avviata dalla quale non si torna più indietro. Si va avanti fino alla fine del racconto, fino a farsi del male, fino al rischio della morte e dell'autodistruzione.
Ecco: l'unità di tempo (quasi aristotelica) della narrazione è l'esito di una deflagrazione (centralità dell'elemento bellico-agonistico tanto in Una questione privata quanto in Un giorno di fuoco, e dunque: tanto nel racconto della Resistenza quanto nei racconti di tradizione locale).

La questione privata in Un giorno di fuoco.
Se in Una questione privata la deflagrazione è simbolica, nella maggior parte dei racconti di Un giorno di fuoco assistiamo a delle deflagrazioni reali. La materia del racconto viene fuori quasi sempre da uno sparo o da una serie di spari. Qui la deflagrazione è l'emersione di un elemento caratteriale, di un sostrato psichico che si fa avanti e prende il largo facendo deragliare la normalità degli eventi, e così (ancora una volta) generando il racconto. Se ci si fa caso: è lo stesso principio compositivo diUna questione privata, ma divenuto letterale piuttosto che simbolico. Anche qui: quando il racconto germina diventa esso stesso un evento dal quale non c'è più scampo (per lo più si va verso la distruzione o la rovina).
Ma è una rovina non del tutto drammatica. La rovina sembra piuttosto l'onorevole compimento di un destino individuale che finalmente prende piede ed esce alla larga in modo definitivo. Si potrebbe dire che tracima, e grazie a questo tracimare diventa glorioso. Da qui la costante sensazione di racconto epico che è stata rintracciata nella narrativa di Fenoglio.

L'uso delle armi.
L'uso delle armi non è evento eccezionale in questi racconti (se così fosse lo avremmo solo nei racconti resistenziali). Le armi sono certamente uno strumento espressivo. Sono come la penna dell'illetterato per scrivere la storia (personale o collettiva che sia). L'uso delle armi è insomma 'lunico modo che conosce la gente delle Langhe (secondo Fenoglio) per dire la propria una volta per tutte, decidendo di rompere definitivamente l'ordinata sequenza di come va il mondo. Dopo le armi, non rimane che la memoria e la penna vera e propria per ordinarne il flusso.
Le armi sono l'equivalente delle parole, parole definitive. Sono appunto: quando uno decide di parlare una volta per tutte. Da qui, dunque, l'insistito rapporto, in Fenoglio, tra deflagrazione e racconto (che è anche il rapporto più nascosto e sottile tra rivolta individuale, che è quasi sempre un gesto autodistruttivo, e Resistenza).

Qui la seconda parte.

scritto da renzo il 12:21 | Comments (0)

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31.08.05

Je mendie un peu tes yeux

a partire da una scrittura di J.

LO SO, TU SCRIVI
a Julien

Lo so: mi vedi ad imparare ciò che sai,
come potessi dire o scrivere, davvero;

io lo so, lo so da me

ma non mi dire, ti prego, ciò che voglio
non dire che l’hai desiderato tu o tutti gli altri –
dimmi, se vuoi, che ricomincio

che scrivo per farmi amiche le parole,
dimmi che scrivo da sconfitto, come ultimo,
che mi ripeto e che non mi aspetti
ma dimmi, o guarda, quello che non sai e che non t'aspetti

scritto da millepiani il 19:12 | Comments (0)

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Cardini

Posto una riscrittura di una famosa poesia di Mario Luzi. L'ho scritta tanto tempo fa. Ma mi sono sorpreso a rileggerla.

A Luzi con umiltà profonda.

i cardini da cui la vita pende
incerta e santa
o rabberciata muore
per la sua fredda bile
e gli altri
da cui pace strappata-ferma
tracima Male e urla
e quelli ancora
che verso non ne sanno
tali a barche
e gusci
e gondole
o neanche
tutti i cardini
tutti volontariamente
in un'antica
ed impotente
ingiusta verità
si tengono
nei loro vortici
si spingono
nei loro abissi portano
i loro mostruosi tarli
tutti verso il nulla
o il vagare sillabato
tutti
in rapide parole
o altrove nel vago silenzio
o nei mercati
si aprono al certo
della loro frase
che tra terra e cielo spira
e sorgerà...
oh prendimi dalle labbra tese
non lasciarmi
alla mia stanca sazietà

patito questo salmo
da lei all'origine del tempo?
incerto, nullo il ritenere,
senza storia. Sofferente
lo strappo. Patito il vuoto suo cadere.

scritto da millepiani il 11:01 | Comments (0)

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09.08.05

Emile Cioran

dedicato ai miei maestri A. di anni 3 e E. di anni 2

"L'ironia deriva da un desiderio di ingenuità deluso, insaziato, che a furia
di fallimenti, s'inasprisce e s'invelenisce. Essa assume inevitabilmente
un'estensione universale; e se critica di preferenza la religione e la mina,
è perchè prova in segreto l'amarezza di non poter credere"

da "Squartamento" Adelphi

scritto da Atemkristall il 16:31 | Comments (0)

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04.08.05

Di una falsa idea della Svizzera: una traccia

Esiste la Svizzera? Che esista, è un'opinione molto diffusa, senza alcuna giustificazione. Chiedersi se la Svizzera possa rivendicare la sua esistenza, non è domanda cattiva. O senza giustificazione. Al contrario, chiedersi se la Svizzera esista, davvero, è una domanda svizzera, profondamente ironica, ma vera. Se, davvero, questo paese esiste, come si sforzano di confermarmi molte delle sue istituzioni, come vive? Come esiste?
Soprattutto: come oggi può esistere una certa idea della Svizzera?

Che la Svizzera esista, sempre uguale a se stessa e alla sua immagine, è la grande sconfitta di questo paese che mi ha accolto e riconosciuto per quello che sono.
Che la Svizzera sia immensamente più complessa e più difficile della sua immagine, sarebbe l'ora che i suoi pubblicitari riuscissero a vendere.
E, forse, sarebbe anche l'ora che i suoi politici riconoscessero.

Esiste la Svizzera? Esiste una politica in Svizzera?
Esiste una falsa idea della Svizzera?
Certo: esiste questa falsa idea, così come esiste una politica e una Svizzera, fuori dall'immagine che i politici della Svizzera, in maniera abracadabrante, continuano a spacciare come l'immagine del loro paese.
Per essere chiari: non esiste più una Svizzera neutrale, non esiste più un suo ruolo fuori dalle
dinamiche globali, non esiste più l'eccezione svizzera.
Esiste la Svizzera, esistono le svizzere e gli svizzeri.
L'eccezione svizzera, invece, è morta.
Tutta l'Europa festeggia.

Ed allora: quale Svizzera esiste? Esiste una Svizzera fuori da questa sua volontaria eccezione? Esistono le Svizzere? E, se esistono, come con-vivono? In che modo l'eccezione svizzera è stata condizionata dalla presenza degli stranieri come me?
Esiste unidentità svizzera senza la presenza degli italiani, dei turchi, degli slavi, degli arabi, degli stranieri?

La falsa idea della Svizzera che vogliamo mettere in questione, affonda le sue radici nei luoghi di una Svizzera che non ha esperienza dei confini, se non quelli interni.
E, dunque, non ne ha.
Per questo, per contestare l'idea falsa che si ha della Svizzera, racconteremo le esperienze dei limiti della Svizzera, dei suoi confini.
In qualche modo, ogni confine, in fondo, parla dei confini che segnano il territorio della Svizzera, al suo interno. La differenza che separa cantone da cantone è, davvero, un confine.
Nell'accezione più radicalmente filologica, confine significa: dove finisce qualcosa, qualcosa comincia, e comincia grazie alla fine di qualcosa: di un territorio, un potere politico, un luogo dove si parla una lingua.
Ma questo confine non è altro se non il luogo del patto con-federale, il luogo simbolico che lo mette in scena, la sua forza. Una comunità.

In questo senso, non ci sono cantoni dove il patto originario possa essere stato siglato. Come in un gesto primigenio. Se non storicamente.

Il patto confederale è in ogni confine, in ogni luogo.
L'originarietà della firma rinvia, necessariamente, al patto.
E il patto non è un patto di esclusione, ma, al contrario, la forza dell'inclusione.
La forza della con-federazione.

Proprio per questo, ogni gesto di rivendicazione di una originarietà del patto manca, radicalmente, la forza della con-federazione svizzera, la tradisce.

La Svizzera, di per sè, non esiste. Ma bisognerà dimostrarlo.
La Svizzera è un patto. E un gesto in-comune.
La Svizzera è, in fondo, la forma dell'Europa che verrà.

Ogni 'falsa idea' della Svizzera è una falsa idea dell'Europa che la Svizzera porta con sè.

scritto da millepiani il 19:11 | Comments (0)

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23.06.05

"Vorrei scrivere una lettera...."(2)

a S.

Amore mio,
scriverti che ti amo sarebbe scriverti, come non l'ho mai fatto, scriverti qualcosa che già sai. Scriverti che ti amo, per me, per noi, come sai, è scriverti dal luogo che conosci, è scriverti dal luogo della scrittura che abbiamo costruito 'insieme'. Come sai, nulla della mia scrittura, mai, è inventato, costruito, senza di te. E, nello stesso tempo, ho sempre cercato di difendere la tua scrittura, la tua presenza, la tua voce. Oggi, più che mai, nulla di ciò che noi abbiamo condiviso è 'vero', 'riconosciuto'. E la mia scrittura, come la tua, è esposta a una espropriazione senza misura. Scrivere, domandare, domandare senza paura, come abbiamo sempre fatto insieme, domandare, come abbiamo fatto insieme, non segue più, oggi, la radicalità e l'esperienza che noi volevamo, la nostra forza, il futuro che noi volevamo condividere con 'altri'. Come sai, senza domandarmi, è per me una grande sconfitta, ciò che mi rende triste e a volte senza forza. Ma, nello stesso tempo, è ciò che mi rende diverso dagli altri. La forza di questa sconfitta, oggi più che mai, continua a dirmi che la forza della nostra interrogazione, il rifiuto di ogni potere, l'importanza di questa testimonianza, dice, oggi, un 'altro luogo'. Tu sai come ho provato, sempre, a rispettare questo luogo. A 'condividerlo' con i miei amici.
Scriverti una lettera è parlarti di questo luogo che abito, disperatamente.
Scriverti una lettera è scriverti, sorridendo, con te, di questa lontananza.

Ma anche riconoscere, oggi, una sconfitta.
Appartengo ad una generazione senza voce. Sconfitta.

E, nello stesso tempo, come sai, non riesco, mai, a tacere. A lasciar dire.
A dirmi sconfitto senza aver 'combattuto'.

Se, nello stesso tempo, non riconosco nessun luogo, nessun nascondiglio ai miei amici, so, come sai tu, la nostra difficoltà a dire, a capire.

Lavorare in silenzio. Interrogare.

Scrivere una lettera alla persona che amo è, oggi, scrivere della forza e del silenzio, della separatezza, della lontananza.
Scrivere una lettera a Silja è scrivere, in fondo, della 'politica'.

Non so dirti come ti amo.

So che, sempre, come sai, ho condiviso questo silenzio e questa impossibilità. So che mai nulla mi hai chiesto.
So che la politica è, oggi, la risposta a questo silenzio.

E so, anche, che è arrivato il momento di distinguere, separare, attendere ognuno nei luoghi che sa. Che sai, che sappiamo, che conosciamo insieme.

Così come so che scrivere, o pensare, è pensare sempre 'in-comune'.
Oggi, come mai, questo pensiero 'in-comune', questa politica che tarda ad arrivare, e per la quale noi 'viviamo', è il nostro 'amore'.

La mia, come la tua, è una generazione che non sa dire nemmeno del suo amore.
La mia, come la tua, è una generazione che, forse, non sa più scrivere una lettera d'amore.
Ma noi sappiamo scriverla, sappiamo dire, sappiamo scriverlo e sappiamo metterlo-in-comune quello che siamo.
Il nostro amore non vive per noi soli. E' quella forza di cui mi dicevi qualche sera fa al telefono.

Dove la debolezza diventa padrona, dove la separazione e la lontananza sembra insuperabile, dove tutto sembra impossibile, distante, frantumato, dove nulla sembra più possibile riportare ad una forza, ma solo ad una distanza, ad una separazione, ad una fredda lucidità, solo ad un possibile, noi due, insieme, facciamo di questo possibile il suo contrario, viviamo dell'impossibile la sua forza, la sua intensità. E lo sappiamo trasformare nel possibile inaspettato.
Come sai, e come abbiamo vissuto, noi abitiamo questo luogo.

Come sai, per me, questo, tutto questo, è una 'politica'. Che so di condividere con te.
E' la mia solitudine, è la mia fatica. La tua. Che hai imparato a condividere con me. Che sapevi da prima.

Questa fatica, questa solitudine, insieme, è il nostro amore e la nostra politica, la nostra forza e la nostra 'scrittura'. Quella scrittura che ho imparato da te, e che troverà il suo luogo. E la sua forza.

Aspetta, aspetta solo un attimo. Il tempo di leggere una lettera d'amore, una lettera per la mia ragazza. Una lettera per te.

ti bacio

e-

scritto da millepiani il 15:05 | Comments (0)

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"Vorrei scrivere una lettera...."(1)

Ho scoperto stamane, con stupore assoluto, che una delle ricerche che ha portato, da San Google, uno sperduto navigatore (uno dei pochissimi...) a 'visionare' il blog che leggete, era così formulata: "vorrei scrivere una lettera per la mia ragazza".
Con mia grande sorpresa, ho scoperto che cercando su San Google.it (solo pagine in italiano) con questa chiave, millepiani appare al 16imo 'piazzamento'. Qui la pagina cache.
Ora, appena ieri, mi è stato detto: "Mi piacerebbe ricevere una lettera da te". Potete immaginare chi mi ha rivolto questo 'appello'.
Ma lo stupore non finisce qui: il solitario navigatore ha lasciato anche questa 'traccia' ulteriore:

"Information related to 'ORG-AFNC1-RIPE' -
route: 81.XXX.X.X./X
descr: Morocco-MAROC TELECOM- 6713
descr:MAROC TELECOM Noeud Internet".

In breve: viene dal Marocco, utilizza Explorer 6.1 in francese, sa l'italiano o lo è.
Che sia uomo si potrebbe dedurre, ma non si può escludere sia una donna.

A questo solitario navigatore - o navigatrice - e a chi mi ha rivolto il suo 'appello', vorrei dire che io, nelle prossime ore, questa 'lettera per la mia ragazza' la scriverò.
La spedirò, per posta, come ho sempre fatto per le lettere importanti.
E vorrei dire anche che, immensamente, mi piacerebbe spedirla in Marocco.
E forse la spedirò, ad un qualsiasi indirizzo di una qualsiasi sconosciuta o sconosciuto.

scritto da millepiani il 11:11 | Comments (0)

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21.05.05

Ancora sulla 'resturazione' - una nota veloce

È vero. Come mi scrivono, c'è il rischio di una sclerotizzazione, di uno schiacciamento. Il rischio di prendere un concetto e farlo diventare un 'manifesto'. Questo rischio è insito in ogni 'parola d'ordine'. In fondo, chi la pronunzia si espone a questo pericolo, a questa univoca interpretazione. Non solo della parola d'oridine, ma di tutto il resto.
Ci sarebbe dunque solo da aggiungere che ogni parola d'ordine, oggi più di prima, anche quando essa è pronunziata per indicare il rischio e il massimo pericolo, si espone alla sua sconfitta, al suo svuotamento, alla sua generalizzazione.

In fondo, sta diventando sempre più difficile sfuggire alle relazioni di potere che le parole innervano, senza che chi le pronunzi possa immaginare, nemmeno chi le domina meglio di me, le conseguenze che esse implicano.

Tutto il resto ha il tanfo, inutile, di una filologia della dimostrazione.
E questo termine, 'restaurazione', non è, in nessuna maniera, un termine dalla radice filologica dispersa. È un appello che, prima e oltre qualsiasi cosa, chiama alla rivolta.

scritto da millepiani il 05:02 | Comments (0)

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18.05.05

È stato così

scritto da millepiani il 00:00 | Comments (0)

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15.05.05

"Una questione privata"di Beppe Fenoglio

Scriveva Calvino: "Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c'è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita".

Il punto focale è che la verità e la giustizia di questo libro, soprattutto nella sua lingua, compie non solo la stagione di Calvino, ma di una lingua.
Indica, in fondo, oltre le puttanate personali, il senso della scrittura.

Ho letto tre anni fa questo libro.
Non sono nè uno scrittore nè un intellettuale. Per questo sono troppo debole.

Direi, semplicemente: mentre tutti i buffoni del caso si affaticano a distinguersi, a dirsi-farsi altro, separati, il senso di essere 'in-comune' è il senso degli scrittori, delle scrittrici, senza dichiararlo.
Nemmeno senza dichiarare il contrario.

Scrivere il libro 'della generazione' è scrivere in-comune.
Da soli. Ma in-comune.

Le bestemmie e le isterie non attengono alla scrittura.
Attengono alle proprie fobie.

Noi lavoriamo, con la nostra nullità, per sfondare questo circo.

Ai nani lasciamo il segnale del cambio della scena.

scritto da millepiani il 00:04 | Comments (0)

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26.04.05

Il battesimo di ogni scrittura

Io non sono un intellettuale, uno scrittore.
Non vengo dagli studi. Non vengo e non ho, non ho mai avuto e non avrò mai l'olimpica distanza che si matura nella coscienza di questo ruolo.

Ho fatto, nella mia esistenza, tutto quanto la mia esistenza mi potesse offrire per sfuggire a questo ruolo.

Non ho, come non ho mai avuto, non avrò mai e risputerò in faccia a chi lo rivendica, la sensazione di essere un escluso.

Io provo a vivere nel centro del gorgo del mio tempo, con la lucidità che la politica mi ha insegnato, con la forza che con la scrittura mi sono conquistato.
Interrogo, mi sforzo di interrogare il presente, e non me ne sento, mai, escluso.

Anzi: dove non capisco, dove mi sento 'a lato', ancora più incandescente si fa la mia interrogazione, innanzitutto politica, più freddo e certo si fa il mio rifiuto di giudicare, più serena e convinta si fa la mia pratica di con-divisione.

Per essere più chiaro: detesto, alla stessa maniera, i pinguini dell'accademia come i polli e le galline d'allevamento che si dicono altro,le galline e i polli d'allevamento dell'esclusione, che fanno della loro marginalità la loro forza, dell'esclusione il loro luogo, della disperazione della loro scrittura la forza, pretesa, dell'incomprensione una forza.

Io non voglio e non so dire quanto questo gesto - di maniera, oggi, adesso - pesi, sempre, sui destini della scrittura.
Poichè oggi tutti, senza eccezione alcuna, siamo 'fuori', nell'escluso, nel tempo accanto al tempo della storia - basta andare in Russia... -, noi tutti siamo chiamati ad attraversare questo tempo senza paura. Come due dei tre maestri della mia vita hanno fatto (il terzo lo conoscono i miei amici e porta un nome ebraico).

Mai, in nessuna occasione, ho letto una sola riga di Paul Celan o di Thomas Bernhard su questa condizione.
Nel luogo della scrittura e di questa interrogazione, mai, in nessuna maniera, nè l'uno nè l'altro hanno detto, se non sul piano di una estraneità più radicale, mai hanno detto o si sono preoccupati di dire di essere altro dalla 'politica'
Entrambi 'vivevano' la politica, o la musica, è uguale. In una maniera così radicale da sembrare 'estranei' alla politica e alla musica.

In breve: lo erano poichè, in fondo, entrami, la vedevano come il luogo assoluto della con-divisione. Luogo che, in nessuna maniera, alcun evento può rendere estraneo a se stesso, può svuotare.
Entrambi si battevano, politici nel loro luogo, per la verità della parola: l'unica salvezza, oggi, di qualsiasi politica.

Ma, certo, non finisce qui.

Tutto questo agitarsi sul destino della letteratura, sulla sua consistenza, sugli autori che sarebbero riferimenti, tutto questo agitarsi, sol perchè si citano i propri autori di riferimento, o non li si cita, tutto questo mi sembra, nello stesso tempo, un provincialismo dell'anima e un'incapacità di fare e praticare scrittura.

Io non sono un'intellettuale, non sono uno scrittore.
Io vengo dalla politica.
Io vengo dalla grande pratica della piccola politica della seconda metà del secolo passato.
Ne rivendico, in ogni passaggio, la sua forza, la sua tensione, la sua tenerezza.

Ne rivendico la testimonianza e la potenza nel quotidiano. La sua miseria, il suo fallimento, ma anche, tutto insieme legato, la potenza d'evocazione.
Rivendico, più di voi, tutto questo proprio perchè ho praticato questa forza, la cogenza, l'incidenza. La precisione e mai l'esclusione; anche quando la 'mia' politica era 'esclusa' per eccellenza.
Poichè io ero comunista, lo ero, con forza, in Sicilia.
Come mi ha insegnato il mio segretario della FGCI di Messina, io, con lui, ero l' 'escluso' per eccellenza.

Io, di questa 'politica della parola come verità', ne rivendico, insieme, la sua forza e la sua tenerezza.

La politica l'ho fatta nelle strade. L'ho fatta, porta dopo porta, nel meridione d'Italia. In Sicilia.
Quando avevo quindici anni e voi scrivevate solo per voi.
Chiusi nei vostri diari.

Non me ne frega un cazzo di cosa sia letteratura e di come farla. Non me ne frega di tutto questo perchè, lavorando, con tutta la forza di cui sono capace, ad una politica senza recriminazioni, io sono mille miglia oltre la vostra scrittura, oltre i vostri loculi, oltre la storia su cui vi incarognite.

La distanza non si misura nel presente.
Non si misura sulle 'carogne di scritture'.

La distanza e la fertilità si misurano nel tempo lungo.

L'esclusione dai circuiti editoriali - questa distanza che scandalizza e che fa scrivere - è elemento radicale di ogni scrittura.

Dal punto di vista di Dante, ciò che lo ha costretto all'esilio è, certo, una 'restaurazione', una potenza degli apparati di controllo - politici, tutti politici - che lo ha costretto a non 'scrivere' nel senso in cui lui intendeva la scrittura.

La sua reazione la si può 'LEGGERE'. E' la 'Commedia'.

La distanza e la potenza degli apparati di controllo della scrittura, appunto, si misura in un tempo lungo.

Da letterati, quali siete, non misurate, proprio dal lato della politica, la necessità dell'esilio, nè la forza del silenzio sugli autori. Nè ciò che esso implica.
Nè, in maniera speculare, la capacità, tutta politica, di trasformare il presente, anche senza citare i 'vostri' autori.

Oggi, nè condanna nè assoluzione fanno il gioco della scrittura. Non riescono ad imprigionarla.

Noi siamo per una terza posizione.

Per quanto mi riguarda, ancora una volta, ancora oggi, a fronte del vostro agitarvi, non posso che ribadire che la forza della scrittura è quella di una con-divisione, di una scrittura in-comune, che impone la deposizione di tutto, dei propri riferimenti, dei propri autori, delle levatrici di risulta, di tutti i nomi, nessuno escluso, che fanno sorgere, governano, guidano, influenzano e determinano le nostre scritture.

Rifiutare non solo 'un' battesimo, ma il 'battesimo di ogni scrittura'.

scritto da millepiani il 20:19 | Comments (0)

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17.04.05

Sandro Penna

Felice chi è diverso
Essendo egli diverso
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune

scritto da millepiani il 00:22 | Comments (0)

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08.04.05

Vegliate

"Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà" (cf. Mt 24, 42).

J.P.II

Questo richiamo, indipendentemente dall'intenzione, parla dell'attesa, del silenzio e della speranza. Di cui si è nutrito questo papato.

scritto da millepiani il 03:22 | Comments (0)

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07.04.05

Mozart - Concerto Kv. 488 per piano e orchestra

Inauguro, con questo post, una serie di analisi di brani cruciali del repertorio della musica classica. Lo farò, per chi ci crede, in contemporanea all'ascolto del brano (per questo, nella prima ora, il post verrà riaggiornato sia per gli errori di grammatica che per quelli più sostanziali). Nel titolo del post apparirà, sempre, il riferimento generale al brano; all'inizio del post il riferimento, sempre, all'interpretazione (agli interpreti, all'orchestra, al contesto di esecuzione). Lo faccio nell'assoluta consapevolezza di una 'necrofilia' radicale che ogni ascoltatore di musica classica condivide con tutti gli altri ascoltatori di questa musica. In nessun caso quello che scrivo vuole proporsi come analisi tecnica o come giudizio critico. Scrivo come Paul Wittgenstein raccontato da zio Thomas. Mi basta questo.

RTSI Orchestra, dir.: Otmar Nussio, piano: Clara Haskil, 15-06-1953 (Lugano, Kursaal Teatro).

PRIMO MOVIMENTO
Haskil rappresenta uno dei vertici interpretativi non ideologici di Mozart nel '900. Basterebbe leggere le righe a lei dedicate da Karl Barth. L'ascolto è, insieme, prigioniero del contesto svizzero, e, insieme, completamente libero da ogni tradizione interpretativa mozartiana che ha segnato il '900. L'attacco, dopo l'introduzione strumentale, mostra la libertà del tocco, che non segue mai la linea melodica, ma, piuttosto, una forte accentuazione della ritmica interna della parte pianistica del primo movimento. Questa ritmica, mai, in nessuna maniera, si flette alla guida orchestrale; ne costituisce, sempre, il controcanto, con una cantabilità degna del miglior Brendel e una precisione migliore di quella del miglior Serkin. Almeno nel primo movimento, l'orchestra non sta a livello della precisione e della 'vocazione' mozartiana che attraversa tutta la lettura di Haskil. Solo nelle cadenze condivise l'orchestra 'segue' l'interprete, senza, fortunatamente, mai incatenarla nella linea melodica. In tutto il primo movimento, il tocco di Clara Haskil non eccede mai, si mantiene nella linea ritmica disegnata da Mozart e l'orchestra la segue, senza riuscire a rendere tutti i passaggi ritmici oppositivi propri della sezione orchestrale.

SECONDO MOVIMENTO
L'intreccio, il coagulo tra parte orchestrale e piano, non viene disequilibrato dall'orchestra. L'interpretazione di Haskil è talmente ispirata da guidare l'orchestra stessa. Il suono è, sempre, di una chiarezza esemplare, senza perdere di intensità. Nessuna nota si perde nell'esecuzione di Haskil, così come, in nmessuna maniera, l'incapacità dell'orchestra travalica mai il livello di guardia.
I ritorni stessi in minore sono, anche per l'orchestra, in particolare per la sezione di archi, ispirati, ma solo dall'interpretazione della pianista.
Tutti i raddoppi di note sono di una chiarezza assolutamente evidente. I pizzicati dell'orchestra, che dialogano con la precisione della pianista, sfondano, in chiarezza, qualsiasi altra interpretazione.

TERZO MOVIMENTO
Tutta la prima parte introduttiva, compresi gli interventi dei fiati, è come se attendessero l'intervento guida, chiarissimo, della solista.
Che, però, non eccede mai, nè in accentuazione ritmica, nè in concessione melodica. La linea seguita è quella di un grande equilibrio tra la battuta e il suo levare, tutto è come pendente, come esposto, con una grande chiarezza, all'ascolto.
Sia l'orchestra che l'interprete, anche nei forti, hanno come interlocutore chi ascolta. La limpidità è il segno di questa interpretazione, in cui, in ogni momento si possono seguire tutti i passaggi, tutte le note, senza nessuno scarto. Trasparenza.
Non c'è scarto: come un'apparizione. Una linearità assoluta nella resa melodica e ritmica.
Una salvezza.

Una chiusa che, alla fine, appare come la chiave interpretativa generale, una teleologia musicale senza volontà. Come se, davvero, Mozart fosse solo un musicista e la musica solo un ascolto.
Una delle più grandi interpretazioni senza interpretazione del 488.

scritto da millepiani il 21:01 | Comments (0)

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23.03.05

Sulla misura della scrittura, o, se si vuole: 'sulla comunità della scrittura'

al 'vecchio', a Giacomo Macrì-
che sempre mi accompagna, con la saggezza delle sue parole estreme

Scrivere è sporgersi sul luogo altrui.
Non esiste scrittura che, pure nel suo silenzio estremo, non si rivolga a qualcosa, qualcuno, a qualcuna. Anche nel momento stesso in cui essa si indirizza a se stessa.
Nella scrittura più estrema, lo sporgersi della scrittura non avviene dal 'dentro' al 'fuori'. Avviene, al contrario, se avviene, dal 'fuori' al 'dentro'. E' la scrittura di Bataille, Genet, di Sade. E' la scrittura di Foucault. E' Nietzsche. E' la scrittura che 'si scrive' sul corpo stesso di chi scrive. E, prorio per questo, d'improvviso, smette di prendere a bersaglio, a motivo, la scrittura altrui, e decide di essere se stessa e di indirizzarsi dal fuori che essa stessa è. E', in Italia, Pierpaolo Pasolini e Gadda.

La 'misura della scrittura' non è la sua moderazione.
La 'misura della scrittura' è il luogo che la scrittura, sempre più spesso, non riesce a trovare. E' la debolezza dell'invettiva senza pazienza, è il mascheramento in attesa dell'assalto finale, è il silenzio prima del fuoco finale, lo pseudonimo per colpire meglio, il silenzio prima di colpire. E, proprio quando i congiurati, che non hanno nome, sono lì per sgozzare il 're', o un 'dio' qualsiasi, si rivela per quello che è.

Forse, è anche, semplicemente, un silenzio.
L'anonimato.

La 'misura della scrittura' è, semplicemente, tutto quello che solo pochi e solo poche, tra tutte le scritture che conosco, sanno praticare.
Io, che non sono scrittore, ma che so della forza della scrittura.

La 'misura della scrittura' è, oggi, sempre più spesso, ciò che manca a chi scrive.
Me per primo.
Anche se scrittore non lo sono.

Ed è ciò che chi, se scrittore, scrittrice può essere, non vuole, non sa, non ha interesse a praticare.

Non ha la tenerezza per distruggere.

Perchè da questo 'fuori' si scrive con altri.
E, nel paese che non ho, noi, la si chiama, senza paura, 'comunità'.

E la 'comunità' ha bisogno di bestemmie e tenerezza.

scritto da millepiani il 04:45 | Comments (0)

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10.03.05

Vivre à gauche, ècrire contre. En commun

Scritto il 17 febbraio.

Una voce: "Chiedo a tutti, a tutti quelli che hanno lottato con me contro la guerra, contro l'occupazione, vi prego, aiutatemi."

Silenzi e strepitii si confondono di fronte la voce e il volto di una giornalista italiana ostaggio di non so chi in Iraq. Non mi interessa né il loro nome né la loro religione. Non mi interessa definirli resistenti o terroristi. Non mi interessa sapere se verranno pagati soldi per la sua liberazione o se questa avverrà con l'aiuto militare degli americani (cosa che, lo dico, penso avverrà). Non mi interessano gli appelli degli Ulema, non mi interessano le interviste ai familiari. Non mi interessa sentire pagliacci d'altri tempi - pagliacci sinistri - invocare unità del paese, ben inteso: il loro, di fronte al terrorismo. Non mi interessa tutto questo e anche il di più a cui stiamo assistendo, fiaccamente, in questi giorni, così come abbiamo assistito mesi fa per altri ostaggi, morti o vivi che siano oggi.

Radicalmente: non mi interessa nemmeno il nome degli ostaggi, il chiamarli per nome da parte di gente che, sino al giorno prima, li avrebbe additati alla pubblica gogna mediatica come amici dei terroristi che, poi, li hanno rapiti. Non mi interessano le loro posizioni di fronte l'occupazione occidentale dell'Iraq, se siano spie, pacifisti, giornalisti, volontarie o crocerossini. Anzi, nel silenzio ipocrita del circo mediatico-politico italiano, sento il sussurro, il mormorio taciuto di un bel: "Ecco i vostri amici resistenti, vedete che prendono anche voi? ...ben gli stia, ben gli stia...adesso capiranno...". Lo sento soffocato nelle loro gole. E, se e quando questa giornalista verrà liberata, ce lo sentiremo urlato in faccia questo mormorio. Come urleremo noi il nostro disprezzo contro di loro, se, e speriamo mai, questa giornalista dovesse essere uccisa. Ma nemmeno tutto questo mi interessa. Quello che so da quando tutto questo è cominciato è che lo spartiacque, così lo hanno chiamato, tocca qualcosa di radicalmente meno importante della vita di Giuliana Sgrena: e tocca il senso profondo della scrittura, della sua destinazione, del da dove, con chi e per chi si scrive.

Questo spartiacque, che, per quanto mi riguarda, si è alzato da due anni, ha travolto amicizie, distrutto scritture, rimesso in gioco pigrizie, luoghi e false verità. In questo senso, non c'è nessun appello da far risuonare, da ripetere, da riprendere. Dove ormai sono, le parole di Giuliana Sgrena sono il luogo da cui si scrive. Dove si è, per chi c'è e riesce a starci in questo luogo. Da questo luogo, non serve più far risuonare voci, ma serve riprendere parola.

Vivre à gauche, tenir.

Nella massima esposizione, la lotta per colpire il cuore dell'ipocrisia richiede la lucidità della ragione, la forza delle nostre ragioni: "Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. "

Vivre à gauche, tenir.

Se da adesso in poi nulla è come prima, e molte volte lo abbiamo detto, nulla deve più essere come prima. In nessuna maniera le nostre scritture devono pensarsi sole. Se la solitudine delle scritture, impotenti, all'apparenza, contro questo fragoroso silenzio mediatico ipocrita che ci soffoca, sembra invalicabile, lo spartiacque che dobbiamo costruire è tra noi e noi. Uno spartiacque che separi la solitudine della nostra scrittura dalla necessaria esposizione comune. Da adesso, la nostra voce è contro la loro. La nostra scrittura è contro le loro menzogne. Il nostro mormorio è contro il loro fragore. La nostra debolezza è contro la loro forza.

Vivre à gauche, ècrire contre. En commun.

scritto da millepiani il 11:47 | Comments (0)

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20.02.05

Una polemica sulle 'musiche classiche'

Ad una cattiveria, sulla musica classica, mi si risponde per le rime. Poichè anche le rime sono importanti per le 'musiche classiche', e soprattutto le risposte 'sensate', posto questo commento come fosse una mia risposta, riservendomi di rispondere 'per le rime'...

"Ma quali sarebbero i teatri nostrani dove ancora si esige che si metta il vestito buono? Anni fa stava scritto sul programma della Scala di Milano: "è gradito l`abito scuro alle prime rappresentazioni. I signori spettatori sono comunque tenuti a presentarsi a tutte le rappresentazioni in giacca e cravatta". Sono stato una volta sola alla Scala, e ognuno entrava come gli pareva, forse perchè era Outis di Luciano Berio, e dunque non conveniva sottilizzare. Il giorno prima, alla prima rappresentazione, era tutto esaurito, il giorno dopo mezzo teatro era a disposizione. La prima e, di fatto, unica volta che ho assistito a un concerto della Filarmonica di Berlino nella sala della Filarmonica stessa chiesi se dovevo andare in giacca e cravatta e mi risposero di andarci come mi pareva: per paura che si trattasse di un bieco inganno o di una cattiveria ai miei danni, mi presentai comunque in giacca e cravatta, per paura che qualcuno mi privasse del coronamento di un sogno. Questo Natale sono rimasto all`estero per lavoro, e sono andato a teatro vestito con il mio abito bello: neanche nel tempio della finanza europea, Francoforte, lo si richiede. Io ero così felice di aver ugualmente indossato il mio vestito cosiddetto buono: tutti i meridionali non hanno bisogno di andare a Francoforte per capire che cosa sta dietro questo pensiero di farsi belli nel giorno di festa. Ciò che è bello è aver conquistato l`indipendenza di metterlo per la propria gioia e per la propria celebrazione del giorno di festa. I paesi dove Mozart accompagna la scelta della carta igienica o la vista dei grandi mosaici di una chiesa sono sia quelli dove la musica è sacralizzata, il teatro elevato a suo tempio, sia quelli dove la musica è popolarizzata, democratizzata, desacralizzata, e la gente, come si ha spesso piacere a dire, si riappropria della musica e dell`arte, come vita e così via. entrambi i fenomeni ne sono responsabili, per ragioni e dinamiche quasi opposte."...

...scritto da Mario, ovviamente, con cui, un giorno, ci chiudiamo e discutiamo, registrando le conversazioni, per giorni sul futuro della musica classica...

scritto da millepiani il 21:00 | Comments (0)

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15.02.05

musiche classiche

Ho smesso da un pezzo di andare a seguire 'musiche classiche' nei teatri dell'occidente civilizzato. Mi bastano le 'migliori esecuzioni' che ascolto sistematicamente ogni volta che, necessitando ancora di soffice carta da culo, entro in un supermarket. Poichè ormai non mi risulta più la presenza di piccoli supermarkets autonomi fuori dalle grandi catene mafiose di distribuzione, sono portato a pensare che Conad, Auchan, SMA, Coop o che ne so io, abbiano ingaggiato diplomati nei conservatori, tale è la qualità d'esecuzione di una 40 di Mozart - Bruno Walter alla Coop di Pisa -, di un Requiem tedesco di Brahms - Klemperer, con certezza assoluta, allo SMA vicino casa mia a Messina - e, addirittura, un Debussy d'annata - Benedetti-Michelangeli all'Auchan di Mestre qualche anno fa. Non me ne dolgo. Tutt'altro. Il teatro-musicale settecentesco italiano lo si ascoltava mangiando porco arrosto e ruttando il vin novello direttamente a teatro. E direttamente in faccia alle dame incipriate. La questione è un'altra. Perchè mi rompono i maroni, ogni volta che devo andare a teatro, per farmi mettere il vestito buono? Perchè io stesso penso: 'Vado a teatro, mi cambio le calze..'? Mica mi odorano le scarpe se compro della carta-da-culo da Auchan....Oltretutto nei supermarkets le esecuzioni sono di una qualità notevolmente superiore rispetto quelle dei teatri nostrani.
L'inquietudine mi sorge se penso alla 'nostra' avanguardia, alla musica dodecafonica, al serialismo, ai Webern spersi per le brulle lande dei supermarkets di provincia, esclusi, cacciati fuori dai programmi ben pagati alla SIAE.... Tutti 'espulsi' dalle sale da concerto con tanto di spettatori erranti con carrelli al seguito...Aveva ragione Luigi Nono: Hay que caminar sonando..fuori dai teatri, nei nostri SMA di provincia, gridando, a voce alta, Benjamin o Eraclito. Leggendo a voce alta il testo del 'Prometeo' scritto da Massimo Cacciari, nel suo tedesco-greco macc-a-ronico, tra i macc-a-roni Barilla e quelli De Cecco...m'hai provocato...m'hai provocato...

scritto da millepiani il 09:13 | Comments (0)

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10.02.05

Milano

E' una città che non conosco. Quando arrivo, e sporgo il naso fuori dalla Stazione centrale, ho paura. Non sono mai stato a Milano veramente. Ricordo ua volta, la prima volta: ho fatto una 'commissione', un agosto terribile di molti anni fa. La città era deserta. L'ho attraversata cercando un indirizzo per lasciare qualcosa da parte di qualcuno che non ero io. C'era una foschia tersa, quella dell'umidità estiva. Ho preso il tram, poi, a piedi, sono arrivato in un quartiere dove c'era un piccolo mercato quasi deserto. Era una città piena di spettri. Un'altra volta sono rimasto bloccato per uno sciopero. Ho dormito in una locanda, in un sottopiano. Ho mangiato solo e nessuno mi ha salutato. Ancora un'altra volta sono stato a trovare un'amica per un pomeriggio e abbiamo mangiato in un self-service. L'unica volta che sono stato davvero a Milano è stato il 25 aprile del 1994. Sotto il diluvio universale. Forse qualcuno si ricorderà cosa abbia significato quella manifestazione. Ma Milano non c'era. C'era la sinistra. Che aveva perso. E Milano, con la sinistra non ha proprio nulla a che fare da molti anni a questa parte. Salvo con la sinistra che perde.

scritto da millepiani il 13:09 | Comments (0)

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31.01.05

Musica

Se non ci fosse la musica potrei anche smettere di vivere.

scritto da millepiani il 22:01 | Comments (0)

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26.01.05

Zurigo: con amore

Zurigo è, per me che abito in Svizzera da tre anni, la città della borsa svizzera, dei suoi negozi, dei suoi corsi, da città di provincia, tirati a lucido, degli uomini ben vestiti in cravatta che attraversano le sue piccole strade per andare a nascondersi nei loro uffici. Zurigo è la città in cui mi piacerebbe abitare in Svizzera, solo se la gente di 'fuori' Zurigo non venisse ad occuparla. Ogni mattina, per tutto il giorno. E la rendesse invivibile determinandone, radicalmente, il ritmo. Zurigo è una città che si è fatta espropriare del 'suo' ritmo, del ritmo interno della città, che solo puoi vivere la notte tarda, quando tutti sono tornati a casa loro, gli zurighesi sono troppo stanchi per camminare, e la città comincia a respirare. Zurigo mi sembra una città 'espropriata' del suo tempo. Del suo ritmo. La sua stessa 'Opera', oggi, sbianca a confronto di Luzern, della 'cattolica' Luzern. L' 'opera' di Zurigo è la 'scena' della musica classica svizzera. Luzern è 'la' musica classica senza bisogno di 'opera', di 'scena' in Svizzera. Provate ad affacciravi da uno dei balconi dell' 'Opera' di Zurigo e, l'indomani, guardare il lago di Luzern, prima dell'inizio di un concerto.
Zurigo, tra tutte le città svizzere, è la città che più amo. Perchè è la città dove non andrei mai ad abitare.
E' la città che, più di tutte le altre città svizzere, mi soffoca con la sua velocità diurna, con la sua vita notturna.
Che è sempre in attesa del ritmo diurno.
Zurigo, tra tutte le città svizzere, è la più 'messianica'.
Aspetta ciò che già conosce.

Zurigo è il suo giornale: la Neue Zürcher Zeitung. La 'famosa' NZZ.
Bella di fuori, di dentro, di lato.

Sul cui conto sempre a Karl Kraus e Thomas Bernhard bisogna chiedere.
Sulla cui proprietà a noi, svizzeri anche di risulta, bisognerà chiedere conto.
Così come del suo potere politico-culturale 'noi' tutti ne rispondiamo.
Così come gli italiani ne rispondono per il 'Corriere della Sera'.

In fondo, come tutti noi rispondiamo di ogni potere, dichiarato o meno, ammantato di prestigio o meno, nascosto dietro la sua ombra di oggettività o militante dichiaratamente.

Zurigo è la città svizzera che più amo perchè so che, nel suo cimitero ebraico, c'è sepolto uno dei miei due maestri: Jakob Taubes.

scritto da millepiani il 14:00 | Comments (0)

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Bachmann

"S'avanzano giorni più duri
Il tempo dilazionato e revocabile
già appare all'orizzonte"

(Ingeborg Bachmann, Il tempo dilazionato)

da cadavrexquis

scritto da millepiani il 13:41 | Comments (0)

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20.01.05

Pesci

(di qualche tempo fa...)

a G., perchè non sia mai triste

fermi
si danno già
i forti alberi piantati nella neve come
spade di pesci senza lingua, direzioni
senza meta verso la casa che non troviamo piu'

fermi, fuori dalle nostre città,
come spine di una lingua
che sanguina in bocca
e dice il vero
il vero contro noi,

stanno questi grandi pesci
feriti e forti per la morte
e vogliono tornare nel ghiaccio
che li faceva vivi

"Tu getti a me che affogo
oro: [...]"
tu getti a me che affogo
un luogo
un altro luogo

scritto da millepiani il 06:33 | Comments (0)

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22.12.04

Venezia oder/ou/o Europa

In dialogo con Babsi e il suo post sull'Europa.

Chiedere, chiedersi cosa sia Venezia è come chiedersi cosa sia l'Europa. E' una domanda fuori luogo. E' una domanda sbagliata. Che non ha luogo. Ma, anche, una domanda scansata. Forse l'unica città dove l'Europa si 'mostra'.

Chi ha abitato Venezia ha abitato l'Europa. Perchè Venezia, come l'Europa, non risponde a queste domande. Non risponde. Parla da sè. A Venezia, oggi, si entra solo da un luogo. Si arriva a Venezia senza più 'mettere piede'. Non si arriva dal mare. Si arriva in macchina, in treno, pulmann. Raramente dal mare. Venezia ha perso il suo mare. Ti accoglie dal retrobottega di magazzino che sporge sul suo mercato. Ti accoglie. Ma ti disereda. Arrivare a Venezia è perdere, da un lato, memoria della tua origine, ma anche, insieme, non trovare futuro immediato, progetto. E' una città, oggi, senza più centro. Non serve pensare di trovare in San Marco 'il' centro della città. San Marco 'guarda' il mare, è l'occhio della città sul suo mare, è un largo, un aperto che la città ha deciso di darsi, ma sempre rivolgendosi al mare. Oggi, invece, le vie d'accesso, d'ingresso alla città passano da altrove. Sono come nascoste, celate alla città stessa. Se centro ed accesso, una volta, coincidevano, oggi il centro si sfalsa, si dà slegato, assoluto, solo. Se, da un lato, il monocentrismo d'accesso a Venezia ha svuotato San Marco, rendendolo 'pieno' di stasi, di statici, di uomini statici, rendendolo luogo d'arrivo e non più luogo d'incontro, questo stesso monocentrismo, quello per cui a Venezia si arriva 'solo' dal ponte della Libertà, ha moltiplicato all'infinito i suoi centri. Se Venezia ha perso il 'suo' mare, Venezia ha 'scoperto' i suoi centri. Nascosti, ovviamente. Solo grazie a questo sfalsamento dell'ingresso alla città, la città si moltiplica. Si declina ogni volta diversa. Venezia è forse l'unica città d'Europa dove si 'entra'. Non si arriva, ma si 'entra' in città. Si 'mette' piede. Se la porta è falsa, se se ne comprende la 'falsità', la città stessa si apre. Se giungi a Venezia dal mare oggi, le sue 'isole' non si comprendono. Venezia è una città fatta di isole. Di blocchi, più o meno omogenei, che si legano, attraverso ponti, attraverso le calli lunghe, attraverso i canali interrati. Se 'entri' in città dalla 'falsa' porta, dalla stazione di Santa Lucia o da Piazzale Roma, non risali la città, dal centro verso un altrove, ma attraversi le sue isole, da un altrove ad un altrove, da un'isola ad un'altra. Le isole, questi blocchi d'identità quasi omogenei che non coincidono con i sestieri - i quartieri di Venezia - si aprono, ogni volta come slarghi di libertà dove, dopo le fughe, i meandri, i bui e le pietre delle calli, ogni volta, ogni volta ad ogni campo, ogni volta trovi un taglio diverso degli angoli dei palazzi, una luce diversa che illumina l'acqua, un ponte, ogni volta un altro ponte che 'cade' sul campo, un altro campo. Ogni isola sembra un aggregato i cui confini non sono visibili. Ma l'isola stessa, questo cuore, uno dei cuori che pulsano e fanno vivere Venezia di vita propria, l'isola stessa, ogni volta che torni, che la rivedi, è sempre diversa, altra, un'altra ancora, tanto che a volte, pur conoscendola, non riconosci più nulla. Venezia ha più cuori di quante isole abbia. Ha un'infinità di cuori che pulsano e la rendono così viva da spazzare via, d'un colpo, tutte le sciocchezze sulla 'morte a Venezia'. Di Venezia. Sulla sua agonia. I cuori di Venezia, aritmici, sincopati, fuori luogo, sono i suoi campi. Innanzitutto. Che segnano le isole, le fanno altre dalle altre. Ogni campo, anche il più immobile, è uno dei cuori che pulsa. Alcuni con una frenesia angosciata, altri con la lentezza dell'animale a sangue freddo, altri ancora con la regolarità d'atleta. Solo se entri dalla 'falsa' porta attraversi la città. Altrimenti 'risali' la città. Dal suo centro ormai 'morto' a tutto il resto. Ma i cuori di Venezia sono anche le svolte, le calli tortuose, gli spazi improvvisi che si aprono dopo un angolo. Nel buio o alla luce del sole, fendendo la nebbia o strusciando con le braccia le pietre bianche o rosse, i mattoni o i marmi dei palazzi o delle case che 'decidono' le calli. Che le segnano e determinano le fughe. Da un luogo ad un altro, da un'isola ad un'altra, tra ponti, da un centro ad un altro. Non sono 'arterie', transiti, vie di fuga. Segnano e determinano le fughe da un cuore ad un altro, come passare, nel cuore, da parte a parte. Come se la potenza che la città esprime avesse bisogno, ogni volta, di un cuore unico, il suo, ma sempre altrove, che si dà sempre in un 'altrove', in un'altra calle, in un altro campo, in un altro ponte. Senza centro. E' per questo che al turista o al passante Venezia sembra una città 'senza cuore'. Una città che, non avendo un cuore, offre del sentimento. Ed invece, al contrario, quello che sembra la distanza della città è la sua più estrema vicinanza, il suo 'modo di dirsi'. Quello che sembra la sua 'mancanza di cuore' è la sua forza immensa ed imprendibile. Quello che sembra il suo 'non darsi' la sua più inquietante vicinanza. Tanto difficile da sostenere che a molti basta il suo 'truccarsi'. Il 'volto' di Venezia sono le sue isole, i confini più incerti; isole che fanno la città, che non si colgono, ma che si svelano nella forza della Giudecca, nella sua solitudine, nel suo essere sempre tutt'altro dalla città stessa. Venezia 'tiene' insieme gli opposti senza distruggerli, senza riassumerli, senza, a volte, inutilmente mostrarli. Li 'tiene' insieme e ne fa potenza. Nel doppio senso di forza e possibilità. E' l'acqua che ne declina i modi, e della potenza e delle possibilità. L'acqua che l'attraversa e, sempre, ad ogni ora, la rende 'straniera a se stessa', sei ore salendo, sei ore scendendo. Venezia 'tiene' insieme i suoi opposti. Solo quando, dopo il viaggio che l'ha attraversata, ti 'porta', infine, nel suo centro, quello che era il suo centro, solo quando, dopo questo viaggio tra tutti i suoi opposti, giungi a San Marco, solo allora scopri, d'un colpo, che non c'è, oggi non c'è più centro, che ogni porta d'accesso è quella falsa, che ogni viaggio è solo
uno dei tanti infiniti possibili, che ogni isola è, in fondo, la tua patria, prima di giungere, appena un ponte più in là, alla tua, quella nuova, la nuova patria che ti chiede, di nuovo, di ripartire. L'Europa. La nostra.

scritto da millepiani il 04:48 | Comments (0)

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20.12.04

Un testo, sventrato, di Morselli

Da Cadavrexquis, sventro, con forza e richiesta di perdono, e senza nessuna autorizzazione, un testo di Morselli:

"Tutto è inutile. [ANCHE SE] Ho lavorato senza mai un risultato; [ANCHE SE] ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera [ALMENO COSì SEMBRA]. Ho pregato, non ho ottenuto nulla [ALTRO DA FARE AVEVA DIO]; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla [MI è SEMBRATO CHE NEMMENO MI ASCOLTASSE]. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell'esistenza degli altri [MA DI ME NEMMENO UN RICORDO, A VOLTE, MI è SEMBRATO CONSERVASSERO]; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho amato, sino a dimenticarmi di me stesso [ E NON è RIMASTO NULLA]; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. - Tutto è ugualmente inutile. [TRANNE QUESTO: CHE IO RICORDO TUTTO QUELLO CHE SCRIVO, CHE LO SCRIVO, CHE SCRIVO TUTTO QUESTO E LO CONSERVO, CHE SCRIVO E POSSO SCRIVERE TUTTO QUESTO SOLO PERCHE' NON SERVE A NULLA. E DI QUESTO 'NULLA' NE FACCIO, CON RABBIA, UNA SCRITTURA. LA MIA VITA.] "

scritto da millepiani il 00:05 | Comments (0)

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15.12.04

Bio-grafie

Non c'é, in fondo, nulla da aggiungere. La grafia che sono non riesce a darsi. Nè 'graficamente', né con 'senso' ricercato, accolto. Quello che, forse, chi me l'ha richiesta non sa, o forse dimentica, o forse sa, davvero, é che ogni grafia é, come scriveva Bataille, un graffio sulla propria vita. Sanguinante. Anche se in nulla si misura, in nulla la condividiamo, a breve, questa richiesta, in questo graffio c'è tutta la distanza, la misura che la scrittura può serenamante misurare. Con rabbia. Contro il mondo. Tutto é lì: un errore, una distanza, un'incomprensione. Salvo l'insubordinazione e la rivolta. Come sparare sugli orologi. Senza, mai, averli al polso. Nemmeno questa volta della mia grafia si dà una storia. La rabbia dopo il graffio. Riproverò.

scritto da millepiani il 03:14 | Comments (0)

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06.12.04

Una lettera d'amore

a S.


amore mio

ancora, ancora oggi, con la più grande forza, e con tutta la libertà che sta dentro di me, io insisto, con la più grande forza, nella cosa che so fare meglio. filosofia. insisto nella mia scrittura, nella mia riflessione, nel mio luogo. tutto è contro di me. ma io non ho paura. Io ho paura per loro.

con la più grande forza dell'impossibile, quello che da anni, non so perchè, mi ritrovo accanto, non mollo. insisto. questo so fare. lo so fare bene, amore mio. Come mi hai insegnato tu.

con la più grande forza, con la disperazione abbracciata con me, la diperazione di vedere le mie parole perse, con la morte dove mi sporgo, con la disperazione del luogo da dove io parlo, dove mi sporgo da anni, ti volevo dire che io insisto. che sono qui, in questo luogo, il mio luogo.

io non ho paura. non l'ho mai avuta. Ho, davvero, sempre più paura per loro. tutto, davvero, sta diventando sempre più difficile per me. la paura è un sentimento che non ho mai provato. la disperazione sempre. la rabbia. la rabbia sempre. tale da poterli abbattere.

ogni volta che tentano di soffocarmi, sapendolo o no, ogni volta che non ho più luogo, ogni volta che tutte le tracce del mio cammino vengono cancellate, ogni volta che ci provano, ogni volta, ogni volta, tutte le volte, che mi tolgono la parola, io me la riprendo. me la riprenderò. sempre.

anche se tutto sta diventando sempre più difficile per me, questo, lo so, è il mio luogo. Lo frequento da anni. Ed inventerò, ancora una volta, luoghi per me e per altri, come sai, come hai visto. E parole, storie, e pensieri, per stare, con te, in questo luogo.

Mi hanno scritto: r-esistere.
Esisto solo così.

In fondo, poi, rideremo di tutto questo; in fondo ne ridiamo già. Perdonami se parlo solo di 'un luogo' fra i tanti che sono i nostri. Da un luogo. Perdonami. Per le assenze, i silenzi, le fughe. Perdonami per la violenza che metto in ogni parola. Perdonami per come continuo a vivere la mia vita. Ma è una guerra.

È quindici anni che mi batto per vincerla. Sapendone perfettamente l'inutilità. Se la perderò, come so già di perderla da quando l'ho cominciata, così come è sempre stato sempre chiaro nella storia che ci siamo detti, che ci siamo raccontati, vorrei che sapessi, d'improvviso, che ad ogni pausa, ad ogni fuga, ad ogni guerra, ho pensato, sempre, semplicemente a te. Riprendendo la parola che mi tolgono, la mia, la nostra.
Che ho pensato a te ad ogni guerra.
Che la faccio solo grazie a te. Il resto, in silenzio, ce lo raccontiamo di notte. Come sempre. Come sempre, questo resto lo facciamo diventare giorno.

scritto da millepiani il 13:15 | Comments (0)

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Wolf

da Babsi

"Invece, mi torna in mente, io ero famosa perché sopportavo il dolore. Perché tenevo più a lungo di tutti la mano sulla fiamma. E non facevo una smorfia. Non piangevo." [Christa Wolf, Cassandra].

scritto da millepiani il 07:59 | Comments (0)

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Critici

Gennaio 1914


Mio caro Proust,

da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè! perchè deve essermi così doloroso amarlo tanto?...

...Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della N.R.F. - e (poichè ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi cocenti della mia vita. Con ogni probabilità credo si debba vedere in ciò un destino implacabile, poichè è una spiegazione davvero insufficiente del mio errore dire che mi ero fatta un'immagine di voi dopo pochi incontri "in società" che risalgono a circa vent'anni fa. Per me, voi rimanevate colui che frequenta assiduamente le signore X... e Z... colui che scrive su "Le Figaro"... Vi credevo - devo confessarvelo? - "dalla parte dei Verdurin".

Uno snob, un mondano dilettante, quanto di più modesto potesse esserci per la nostra rivista. E il gesto, che comprendo così bene oggi, di aiutarci a pubblicare questo libro, che avrei trovato affascinante se me lo fossi chiarito bene, non ha fatto, ahimé! che radicarmi in quell'errore.

Non avevo a disposizione che uno solo dei quaderni del vostro libro, che aprii con mano distratta, e la sfortuna volle che la mia attenzione cadesse subito nella tazza di camomilla di pag.62, poi inciampasse a pag.64, nella frase (la sola del libro che non so proprio spiegarmi - fino ad ora, perchè non aspetto per scrivervi di averne ultimato la lettura) in cui si parla di una fronte da cui traspaiono le vertebre.

E ora non mi basta amare questo libro, sento di provare per il libro e per voi una sorta di affetto, di ammirazione, di predilezione singolari.

Non posso continuare...Ho troppi rimpianti, troppi dolori - e soprattutto se penso che il mio assurdo rifiuto ha avuto conseguenze per voi , che vi avrà fatto soffrire, e che oggi io merito di esser giudicato da voi, ingiustamente, come io vi avevo giudicato. Non me lo perdonerò mai, - ed è soltanto per alleviare un poco il mio dolore che mi confesso a voi questa mattina - supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto non lo sia io stesso.

André Gide

scritto da millepiani il 06:11 | Comments (0)

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29.11.04

Scrittori, scrittrici e personaggi

"Ogni personaggio ha la sua verità. La verità che continua a dire, a ripetere, ogni volta contro il suo autore. Per un personaggio l'autore è semplicemente una bestemmia, uno squallido attacco alla sua esistenza. Alla sua sussistenza. Al suo pane. Il personaggio vive di ciò di cui non vive l'autore. L'autore vive di letture: il personaggio di lettori. L'autore è un vivente: aspira ad esserlo. Il personaggio è un vissuto: aspira a diventarlo. Il personaggio è "lettera": aspira a "vivere". L'autore è "vita": aspira a "scrivere". Ogni scrittura è la morte dell'autore. Inutile dire cos'è la stessa scrittura, per un personaggio. Il personaggio è sempre contro l'autore, contro ogni autore. Il ridicolo è quando l'autore pretende di ergersi a personaggio. Pensando così di non morire. Qualunque personaggio, anche il può infimo, inesorabilmente, allora, lo uccide. --Gianfranco"

scritto da millepiani il 09:59 | Comments (0)

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27.11.04

Mario Luzi: 'Muore ignominiosamente la repubblica"


Senza dedica.


Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima - cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l'udienza è tolta.

scritto da millepiani il 21:51 | Comments (0)

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26.11.04

Nomi

A S.

Quando la morte si presenta noi non sappiamo dire. Sappiamo dire solo no, a volte sì, dei sì. Quando si presenta, con la forza che ha, noi non sappiamo dire più nulla. Non abbiamo più 'parola'. Ed invece, la nostra parola è più importante di qualsiasi silenzio. È stato difficile dirti di non partire. È stato difficile partire. Perchè volevo restare. Perchè volevo partire con te. Perchè avrei voluto dire con te. Perchè avrei voluto stare in silenzio abbracciato con te. È solo per questo, grazie a questo, che io non ho paura di niente, meno che mai della morte. Della vita, ognuno di noi, può dire l'infinita potenza ed impotenza. Anche senza l'altro, l'altra. Di questa infinita potenza, di questa infinita impotenza, grazie ad entrambe, noi diciamo tutto quello che sappiamo dire. Noi tessiamo, costruiamo, invochiamo, speriamo, preghiamo. Tutto quello che noi non sappiamo dire è quello che sta in mezzo. Tra la potenza e l'impotenza. Eppure, a volte, proviamo. Quello che sta in mezzo, tra la potenza e l'impotenza, è un nome. Quello che noi non sappiamo dire è un nome. Quello che sta in mezzo, tra la potenza e l'impotenza, è un nome. È difficile pensare, insieme, questo centro 'mediano', questo 'meridiano'. È difficile dire un nome. Dirlo, pronunciarlo quando questo nome si toglie, si nega, non si dà più. Ma la forza dei nomi, la forza di un nome, quando noi lo pronunciamo, la forza proprio di 'quel' nome, la forza di questo nome è più forte, diventa più forte proprio quando questo 'meridiano' diventa luogo, il nostro luogo. Abitare questo luogo dei nomi è difficile. Abitare questo 'meridiano' è difficile. Abbracciare questo luogo è difficile. Come è difficile abbracciare tutti i nomi che abitano questo luogo. I nomi cari. I nomi senza volto nè nome. Tutti i nomi che ci aspettano. Il nostro nome. Se c'è un gesto, e un gesto c'è, in cui ogni nome trova il suo abbraccio, ogni nome trova finalmente riposo, se c'è un luogo, se c'è un 'meridiano', noi questo luogo non possiamo 'saperlo'. Se c'è, e questo luogo, questo abbraccio, questa pronunzia c'è, se c'è questo luogo, questo luogo è, ogni volta, dire, ridire i nomi, ricordarli, pronunziarli, ancora una volta, ancora dirli, dirli ancora, senza che siano più prigionieri nè della potenza nè della nostra impotenza. Se c'è, e c'è, un meridiano, uno spazio di libertà, d'amicizia d'amore e di lontananza, finalmente, un centro, una memoria, questo luogo attende il nostro dire. Un nome. Ancora una volta. Da dire. Ridire. Pronunziare. Finalmente. Questa volta. Ancora una volta.

scritto da millepiani il 03:49 | Comments (0)

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24.11.04

Fucked-generation (in onore di Dino) - sui trentenni: il professore democratico

A volte se ne va. Poi ritorna. Delle sue alunne, quando parla, la passerina grida. E lo difendono. Ha studiato, ma a modo suo. Ad ogni assemblea presente, ascolta. A volte parla. Consiglia sempre. C'ha dell'esperienza. Della scuola non gliene frega un cazzo. Dei colleghi non conosce nemmeno il nome. La graduatoria non la guarda. Poi, quando lo chiamano, si alza presto e prende il treno. Al 'Bottegon' di lui non si ricordano (post dedicato).

scritto da millepiani il 20:26 | Comments (0)

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19.11.04

Fuck-generation - sui trentenni - : il blogger di sinistra

Normalmente autodidatta. E se ne vanta. Lo dice pure. Conosce l'html, sa cosa siano i tags, li usa, sa cosa sia il ranking nei motori di ricerca. Di norma scrive su Macchianera. O lo vuole. O lo legge. Ha letto Cuore. A volte si ritrova con gli amici di quando era giovane ed aveva meno pancia. A volte dice pure che su 'Tango' e 'Cuore' ha scritto davvero. Milanese di vocazione, quando lo è d'origine lo dice solo alla fine. Ogni tanto, quando scende in Sicilia, non ritrova la sua patria, non la sua lingua, nè la sua linea veloce. Una grande carriera. A finire.

scritto da millepiani il 00:58 | Comments (0)

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18.11.04

Il giornale del giorno prima

Quando ero piccolo, c'era una donna anziana che si affacciava sul mio giardino per chiedere ai miei genitori il giornale del giorno prima. Sapevamo che, in altri tempi, l'aveva già chiesto ad altri condomini. Si affacciava sul nostro giardino con l'assoluta consapevolezza che il giornale che lei chiedeva fosse già stato letto. Il giornale del giorno prima. Non ne sapevamo l'età. Con puntualità, dopo pranzo, gridava, diciamo così, il nome di mia sorella. In fondo, chiamava uno di noi. La domanda che mi sono posto per anni è stata sui morti. Il giornale della mia città pubblica necrologie. Sono riuscito a capire come si potessero leggere le necrologiche notizie politiche su Cirino Pomicino con 48 ore di differenza. Non riuscivo a capire, rispetto le necrologie vere, come si comportasse. L'ho capito solo adesso che sono a Mosca, dove leggo 'Le Monde' con molti giorni di ritardo. Lei, che per noi bimbi stava per morire, la morte la vedeva da vicino. Ritardava, leggendo il giornale del giorno prima, la morte 'sua'. E ne godeva. Senza che noi l'avessimo mai immaginato. Cercava sul giornale, in fondo, il suo necrologio, sapendo già che non l'avrebbe trovato.

scritto da millepiani il 23:49 | Comments (0)

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Due riflessioni sulla lingua: a mò di dialogo italiano

Mi piace ritornare su un post che ho letto nel blog di cadavrexquis e che ha preso di petto la questione della lingua italiana, del suo uso, del suo abuso, in rapporto alla scrittura, alla letteratura e, soprattutto, alla relazione tra lingua e patria. Lo faccio imitandone la struttura ternaria - sarà un caso? - ma senza il terzo movimento. E, soprattutto, almeno per me, usando per la prima volta un registro di scrittura altro da quello del blog. Un'altra lingua...

Primo: sul compito della letteratura e i tic linguistici
Personalmente, non riconosco più alcun compito alla letteratura. Lo riconosco, invece, al traduttore. Il traduttore ha un'esperienza 'assoluta' dello scarto che esiste tra scrittura, lingua ed alterazione. Ha, sostanzialmente, coscienza della differenza che esiste tra scrittura e lingua. E, spesso, ha l'esatta misura del legame fondante di lingua ed alterazione. Se noi scriviamo, come cadavrexquis ha scritto, che "compito della letteratura - e degli scrittori che vogliano chiamarsi tali - è anche quello di restituire dignità e peso alle parole", la questione fondamentale è quella di stabilire cosa sia 'dignità' e cosa sia 'peso' delle parole. Io credo che molte delle scritture fondamentali di questi anni passino attraverso una radicale alterazione della lingua che si abita. Il traduttore potrebbe e dovrebbe essere il primo a rendersi conto di questo 'spiazzamento' radicale che sta alla base della scrittura contemporanea. O, meglio, del senso che oggi può avere 'scrivere'. "Restituire dignità e peso alle parole" è sognarle ancora 'piene' quando invece la loro forza si dà solo attraverso la pratica verticale di svuotamento propria delle parole della letteratura. Ancora più precisamente: di una certa letteratura. I 'tic linguistici' bernhardiani sono l'esempio lampante di questa pratica di svuotamento. Così come lo sono state le invenzioni gergali celiniane. E' il traduttore che apre allo stesso autore l'accesso alla comprensione dei suoi tic linguistici, facendoli diventare esodo dalla propria - dell'autore - scrittura. In un parola: è tradimento del luogo della scrittura.

Secondo: lingua e patria, suono e silenzio
Cadavrexquis scrive ancora: "Constato semplicemente che la lingua madre di ognuno di noi è il fiume in cui noi tutti navighiamo a nostro agio, l'humus che ci nutre, l'elemento in cui ci riconosciamo immediatamente." La constatazione semplice è sempre gravida di conseguenze. E mostra più quello che non dice che quello che dichiara. La lingua madre è 'il' luogo. Humus che nutre, riconoscimento immediato (sarebbe importante rileggere, in questo senso, tutte le sillabe scritte dall'Heidegger 'nazionalsocialista' proprio su lingua e patria. Con un nome che, in questo caso, è precisamente un'appropriazione a partire dall'humus, dalla lingua madre, dalla patria come lingua, dai fiumi, paurosamente anche dai fiumi, dal Reno, il 'mio' fiume. Il nome violentato è quello di Hoelderlin, il NOSTRO AMICO DEMOCRATICO). Credo che la scrittura debba esattamente attraversare il luogo 'altro', opposto: quello dell'alterazione, dello spossessamento. Chi attraversa una lingua straniera, per quanto bene possa essere 'gestita', conosce perfettamente la sensazione di 'estraniamento' tipica dell'attraversare l' 'altro' della propria lingua. Ma sa, altrettanto bene, come questa estraneità sia ciò che permette di 'ritrovare' la propria lingua. Non è dunque il 'luogo' della propria lingua il luogo della 'coscienza' di questa lingua. Chi attraversa un'altra lingua sa come 'l'alterità attraversata', il 'saper parlare', il 'saper ascoltare' un'altra lingua sia la possibilità di re-incontrare la 'propria' lingua. Chi da sempre e per sempre rimane nella propria lingua non la conosce, sceglie una lingua che non conosce, sceglie una lingua che non lo riconosce. Dove alla parola 'lingua' può tranquillamente essere sostituita la parola 'patria'. Se un gesto, oggi, la letteratura può fare è quello di fuoriuscire dalla propria lingua per ritrovare un'altra patria. Cioè, dunque, quello di fuoriuscire dalla propria patria per ritrovare un'altra lingua. In questo gesto, che non ha nulla di 'immediato', in cui nessuno mai ti 'riconosce', in questo la scrittura, e non più la letteratura, trova il suo luogo di esodo, dove può stare sempre 'di transito', trova la sua frontiera senza dogana. Lo trova perchè lo impone, lo costruisce proprio attraverso il suo rendersi altra da sè. Chi scrive non si incontra mai nella propria patria, ma nella lingua altrui. Quella che sta fra il silenzio di chi non sa rispondere in una lingua straniera e il suono della lingua in cui si è nati.

scritto da millepiani il 21:57 | Comments (0)

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16.11.04

Fuck-generation - sui trentenni -: il quasi arrivato

Tra Natale e Capodanno ne incontro molti. Ci parlo pure. Ogni volta è la solita frase: " La XX mi ha chiamato. Lavoro per loro. Perchè non vieni a trovarmi? Ho una stanzetta tutta per te...". Ogni volta mi chiedo se invita me o la sua memoria. Poi decido che invita me. Ma non mi decido. Ubriaco come me tra Natale e Capodanno, il quasi ubriaco mi parla di quando era giovane, di quando lo ero come lui, con lui, nella sua scuola, nella mia classe. Solitamente mi dice: "Adesso capisco le cose che dicevi". Il problema è che sono io che non le capisco più. Ci baciamo sempre in maniera affettuosissima. E, per sfregio, alla fine, domando sempre: "Quando ti licenziano?". La risposta è, per questi tempi, un classico: "Quando mi licenziano, so già dove farmi riassumere". Ho capito, da un pezzo, che la sinistra, dopo Marx, parla di se stessa.

scritto da millepiani il 14:07 | Comments (0)

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Fuck-generation - sui trentenni -: il 'culattone' (à la maniere de Tremaglia)

Sanno fare tutto ma non fanno niente. Guardano, scrivono, ma non fanno niente. Vedono tutto. A volte ti sono pure amici. Parlano con tutte e guardano tutti. Sottili come il veleno, appena sbagli ti trafiggono. Spesso sanno pure scrivere. Parlare di te lo sanno fare meglio. Soprattutto quando non ci sei o ti assenti. Te li ritrovi accanto, amici, per poi sentire un colpo alla schiena, certo fine, ma che sa dove affondare. Tu che avevi detto tutto. Poi, d'improvviso, qualcuno resuscita. Ed, insieme, partiamo, davvero, con la più grande forza, la forza più grande che si sia mai sentita, per altre battaglie. I miei migliori amici. Sempre. La parte di me che amo di più.

scritto da millepiani il 13:42 | Comments (0)

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Fuck-generation - sui trentenni - : il piagnone universitario

Non ha mai avuto quello che tutti gli altri hanno avuto. Nè le donne, nè i soldi, nè i libri. E continua a dirlo. La sua forza è: dire. Ripetere, ribattere, insistere. "Parli perchè..."; " Sai dire perchè..."; "Puoi dire perchè...". Non la pensa mai come nessuno. La pensa da sè. Frequenta clubs isolati. Si sporge, ogni tanto, per dire che lui non è come altri. E' altro. Tutto quello che ha l'ha conquistato. Per poi, al momento dato (traduzione), dare il culo al migliore che lo capisce. Che lo 'valorizza'. Il migliore che offre. Non scrive su "blogs", non ha adsl, scrive su carta e quaderni. A volte manda "mails". Ovviamente: 'il' mail. E' competente, ma nessuno lo sa. Sua mamma gli chiede di finire. Proprio perchè, almeno la mamma, non ha fatto il 68. E perchè i soldi stanno finendo. Lui, il 68, lo conosce. E si riconosce. E' lui il proletario. Sino al prossimo prete che gli offre due ore nel suo liceo.

scritto da millepiani il 13:25 | Comments (0)

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Fuck-generation - sui trentenni - : il mantenuto

Ha studiato. Lentamente. Lo conoscono. Dopo tanti anni....Legge pure, senza obbligo; i libri dell'esame non gli bastano. Non studia quello che gli dicono. Ha sempre un libro in mano. Nemmeno lo nasconde. Circola tra biblioteca ed istituto. Fa la spola. Non mangia a mensa. Preferisce offrire ai giovani studenti. Certamente, mentre parla, cita la Rossanda. E non gli basta. Da borghese, sa della sua 'classe' cosa dire. E come criticarla. C'ha sempre i soldi in tasca. Molti libri, geloso nel prestare. Ogni tanto si scontra con sua mamma. Che da sessantottina lo capisce. Ma fino a un certo punto. E' l'incompreso. Parla quattro lingue nel privato. Ma quando viaggia ama solo la cadenza delle lingue che già sa. Per scelta non risponde. Com'è bella tutta la sua estraneità...A fine mese mangia riso, non paga i libri che ha comprato, chiama qualche amica e ricomincia a frequentare. A volte scrive pure sul suo blog. Per poi ricominciare.

scritto da millepiani il 12:51 | Comments (0)

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Un solo, grande libro: 'Austerlitz' di Winfrid G. Sebald

C'è un solo, grande libro che in questi anni ha saputo pensare la storia. E la scrittura oltre nostro zio. E' questo. Solo il mio amico me lo poteva regalare.

scritto da millepiani il 12:41 | Comments (0)

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Fuck-generation - sui trentenni - : premessa necessaria

AVVERTENZA - Mi piacerebbe scriverlo una sola volta: quasi in ogni 'tipo' che tenterò di descrivere c'è una parte di me e nessuno in particolare che mi viene in mente. Se non ci si chiarisce su questo punto ognuno di noi potrebbe ritrovarsi in un solo 'tipo'. Poi offendersi. Ed io ritrovarmi a discutere di insulti invece di tentare, con le poche forze che ho, una fenomenologia. Avendo dovuto tutti ormai assumere, come scriveva uno dei grandi poeti dello scorso secolo, che ogni 'io' è una 'confederazione di anime', cercherò di scuoiarmi in pubblico, come Georges Bataille insegnava. Ovviamente, 'morceau après morceau"...

scritto da millepiani il 10:58 | Comments (0)

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08.11.04

Complimenti: sulle scritture e le dediche negate

Quando Musil scriveva, i complimenti glieli facevano solo i suoi amici. E lo facevano mangiare anche. Quando Bernhard scriveva, a leggerlo e dirgli di continuare era solo 'la persona più importante della [sua] vita'. Se scriveva invece Svevo era solo il suo professore di inglese a fargli i complimenti. A Campana riuscivano a perdergli i manoscritti, ma Sibilla tentò di accompagnarlo nel suo viaggio. A PPP profanarono il corpo con le parole. Ma sua madre lo amò, sempre. E lui la amò, sempre, scrivendo di lei, in fondo forse solo per lei. E tra Verlaine e Rimbaud non si sa chi sia il maestro. Sartre e Simone sono sepolti accanto. E Blanchot ha bruciato le lettere di Bataille. Erano a lui inviate, erano le sue, e sempre si chiamarono di 'Lei'. Derrida ha scritto 'Le toucher, Jean-Luc Nancy', unico fra tutti/e e in tutti i tempi a 'nominare' un 'suo' amico nel titolo di un libro.

La scrittura è una dedica che si perde. A volte silenziosa, gridata, forse nascosta. Riconoscere la dedica ogni volta che si scrive. Riconoscere la dedica ogni volta che si legge.

scritto da millepiani il 17:32 | Comments (0)

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06.11.04

Grandeur de Yasser Arafat

Scriveva così Gilles Deleuze. Noi, oggi, la misuriamo nella distanza. La misuriamo guardando l'ultima immagine. Grandezza di Yasser Arafat, grandezza che resta. Nel morire, tutti dovremmo tacere. O urlare: ogni volta che parliamo della libertà di un popolo, noi siamo accanto a chi si batte per questa libertà. Grandeur de Yasser Arafat, scriveva Deleuze. E' tempo di essere musulmani, cattolici ed ebrei, tutti noi, tradendo l'origine. Il luogo. La certezza. Gerusalemme. E' tempo di essere, fino in fondo, tre volte monoteisti, tre volte traditori. E' tempo di essere quello che Arafat non sapeva vivere.

scritto da millepiani il 21:23 | Comments (0)

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12.08.04

Gatti

scritto da millepiani il 04:42 | Comments (0)

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27.06.04

Una revisione di un testo di Giorgio Gaber: "Non insegnate ai bambini"

(tra parentesi il testo originale-da leggere ascoltando la musica)

Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.)

Non insegnate ai bambini
non insegnate la NOSTRA morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
CERTO una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una VECCHIA coscienza.

(Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.)

Non elogiate il SILENZIO
che è sempre più NOSTRO
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia deL FUTURO.

Giro giro tondo cambia il mondo.

(Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.)

Non insegnate ai bambini
non RIPETETE BATTAGLIE PASSATE
non gli riempite il futuro
di vecchiE PAROLE
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra SCONFITTA.

(Non esaltate il talento che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro, alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno
di un'antica speranza.)

Non esaltate il talento CHE ABBIAMO ORMAI spento
non li avviate al bel VOLTO, alla VITA, AL SILENZIO
ma se proprio SAPETE
raccontategli il sogno
di un'antica speranza.

(Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore, il resto è niente.)

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi LA MORTE e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore, il resto è IL NOSTRO niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

scritto da millepiani il 19:35 | Comments (0)

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15.06.04

Arafat, nè diavolo nè angelo

scritto da millepiani il 00:36 | Comments (0)

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