G8 di Genova, i pm: al G8 agenti come Black bloc

Repubblica 3.10.07 I pm: al G8 agenti come Black bloc - "Fu una guerra tra bande, il governo di allora faccia autocritica" - di Massimo Calandri Ognuno racconta la sua verità, come se le violenze di tutti trovassero comunque giustificazione. C´è chi ha messo in atto devastazioni preordinate della città, e chi inammissibili violenze sugli inermi La verità con la V maiuscola non arriverà mai finché le autorità del governo di allora non faranno autocritica. Le dure parole dei pm Canepa e Canciani. Sentenza a dicembre GENOVA - Nella requisitoria i pubblici ministeri parlano di una «guerra tra bande»: da una parte i Black Bloc e le frange più violente del movimento no-global, dall´altra le forze dell´ordine. Due bande che sei anni dopo non smettono di contrapporsi, rifiutando il dialogo e continuando a negare: gli uni le «devastazioni preordinate della città», gli altri le «inammissibili violenze ai danni di manifestanti inermi». I magistrati hanno rievocato quei giorni di luglio 2001 augurandosi di raggiungere «almeno» la verità giudiziaria. Perché quella sui fatti del G8, «la Verità con l´iniziale maiuscola», la si attende inutilmente da allora. E non arriverà mai se i protagonisti di quei giorni - «in primo luogo l´autorità di Governo, presieduto da Berlusconi e dal suo ministro per gli Interni, Scajola» - non si assumeranno pubblicamente le rispettive responsabilità. «Ma questa autocritica, questa riflessione, questa assunzione consapevole di responsabilità deve essere fatta altrove. Non qui». Anna Canepa e Andrea Canciani hanno usato parole dure ed amare per sostenere la loro tesi nel processo ai 25 italiani accusati di aver «devastato» e «saccheggiato» la città di Genova. E´ il procedimento contro le presunte Tute Nere, il primo di quelli relativi al G8 che arriverà a sentenza: la decisione è attesa entro Natale. Per gli altri più importanti processi - l´assalto della polizia alla scuola Diaz, i soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto - si dovrà attendere primavera. Ieri i pm hanno esordito nella loro requisitoria sottolineando di voler delimitare l´oggetto del procedimento: «Fatti commessi da alcune persone, pochissime rispetto alla moltitudine che partecipò agli scontri. Ma solo su questi episodi dobbiamo concentrarci: evitando le strumentalizzazioni di chi vuole colmare il vuoto lasciato da mancate indagini parlamentari», e cercando anche «di non essere coinvolti nell´omicidio del povero Carlo Giuliani». Un lavoro ancora più difficile e complicato per via degli «approcci ideologici» delle parti coinvolte. Polizia, manifestanti. Ognuno racconta la sua verità - con l´iniziale logicamente minuscola - e nega o travisa, «come se le violenze di tutti trovassero comunque giustificazione, in un calderone che è la negazione della presa di coscienza e della responsabilità». Il processo ai 25 manifestanti era cominciato nel marzo 2004: 120 udienze, 197 testimoni ascoltati. Migliaia di fotografie, chilometri di pellicola. Nella ricostruzione dei fatti l´apporto dell´informazione è stato straordinario. «Forse l´evento più mediaticamente rappresentato della storia». I pm hanno aggiunto i video girati dalle telecamere fisse del traffico, i nastri delle comunicazioni via-radio delle forze dell´ordine, la registrazione delle telefonate con richieste d´aiuto fatte dai genovesi. «Solo in questo modo è stato possibile accertare cos´era davvero accaduto». Le prove documentali hanno rimediato alla parzialità delle testimonianze. I magistrati hanno impostato il loro intervento (ci vorranno altre cinque udienze per concludere) ricordando che il vertice a Genova fu deciso dal governo D´Alema, e che all´ultimo la gestione passò a Berlusconi e Scajola. Hanno rievocato l´ordinanza che istituiva la famigerata Zona Rossa, e l´informativa degli Interni sul Blocco Nero. Fino a quella mattina di venerdì, 20 luglio: cominciò tutto in piazza Paolo Da Novi, con alcuni ragazzi in tuta nera che sradicavano un cartello stradale...

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