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March 9, 2007

Un grande profeta della postmodernità - Baudrillard, ancora (1929-2007)

da 'Liberazione' di ieri.

"Qualche anno addietro, in vista di un convegno internazionale, si parlò della possibilità di invitare Jean Baudrillard. Tra le difficoltà di realizzare questo invito, il suo amico Derrick de Kerckhove annoverò un fatto del tutto biografico che però a suo modo getta luce su una riflessione ricca e possente come quello del filosofo francese: Baudrillard aveva paura di volare. La biografia non dovrebbe entrare nella valutazione di un lascito filosofico, ma certamente il contributo più importante che dobbiamo a Baudrillard riguarda un pensiero del nostro mondo, della nostra epoca imperniato sulla decisività della tecnica. Quella paura personalissima nei confronti dell'aereo, un mezzo di traslazione che ha compresso lo spazio nel quale agiamo, manifesta una venatura peculiare della sua impostazione della questione della tecnica.

La tecnica impronta di sé il passaggio storico nel quale ci troviamo: quello dopo l'orgia. L'orgia di liberazione (politica, sessuale, produttiva, delle donne, dei bambini, delle pulsioni) rappresentata dalla modernità, la realizzazione qui e ora di tutte le utopie. Il Sapere Assoluto, che hegelianamente avrebbe dovuto farsi nel divenire della Storia, parrebbe avere trovato la sua incarnazione nella strutturazione attuale dell'Infosfera, nel groviglio di connessioni tra macchine intelligenti. Questa realizzazione di tutte le aspettative non lascia margini di speranza e di azione; ma, paradossalmente, nel momento in cui trova compimento, la modernità si liquefa, non le resta, cioè, che riprodursi duplicando se stessa, passando dalla realtà all'iperrealtà: "questo è la cultura, la nostra cultura dominante, l'immensa impresa di stoccaggio estetico, di risimulazione e reprografia estetica di tutte le forme che ci circondano. Questa è la più grande minaccia, è ciò che io chiamerei il grado Xerox della cultura".

Questo stadio è quello che Baudrillard, riprendendo il detto nicciano, chiama anche di "estetizzazione del mondo". Definizione che però non parla di arte, ma di economia postfordista: tutte le forme divengono o assumono un valore. Un valore che invade perciò tutti gli ambiti vitali e li invade come valore frattale, virale,, secondo una proliferazione e una dispersione aleatorie di un non valore, un valore segnato cioè dall'indifferenza rispetto a qualsiasi riferimento. Anche l'equivalente generalizzato perde peso: persino il denaro diviene pura informazione. Ecco la nostalgia di Baudrillard: il riferimento, il referente, l'originale, ciò che era prima del mondo nel quale viviamo. "Viviamo in un mondo di simulazione, cioè in un mondo in cui la più alta funzione del segno è di fare scomparire la realtà e di mascherare al tempo stesso questa sparizione. L'arte non fa altro. I media non fanno altro".

Questa simulazione riguarda innanzitutto l'essere umano. Nell'epoca post-genomica, l'uomo è ridotto a simulacro e a codice. Fatto, questo, lacerante e che fa sorgere un rimpianto profondo per lo stato pre-codifica in cui evidentemente egli pensava - sulla scorta di una mitologia naturalistica assai diffusa - di rinvenire un corpo originale, autentico, solo capace di essere "naturalmente" in armonia con una qualche parte spirituale dell'uomo. Un'armonia originaria che, a sua volta, ribadisce con forza quella distinzione tra anima (pensiero a priori) e corpo che ha segnato la cultura occidentale. Questa impostazione segnala eminentemente come Baudrillard sia stato un allievo diligente di Platone.

Ma la simulazione riguarda globalmente il nostro mondo e persino le guerre che vi hanno luogo. Le Twin Towers erano la manifestazione ultima di un sistema che si avvicinava all'operatività perfetta e perciò inibiva l'eventuarsi stesso dei fatti. Una catastrofe, per Baudrillard. Compensata solo da un'altra catastrofe: il crollo delle Twin Towers che ha posto fine allo sciopero degli eventi. Se il sistema è ciò che ci volatilizza, ci nullifica, ci fa sparire, non si può che optare per la speranza della sua sparizione. Questo però rischia di essere un gioco di zeri a somma zero. Denunciare lo svolgersi della nostra vita in un mondo di simulazione ha valso ha Baudrillard un citazione importante in quel coagulo della cultura contemporanea che è la trilogia di Matrix. I fratelli Wachowski hanno ripreso le sue idee: Simulacres et simulation (1981) è diventato addirittura un oggetto narrativo del film. In una famosa intervista il filosofo ha ricusato l'utilizzo del suo pensiero da parte dei cineasti statunitensi. Ma resta il fatto che quella citazione afferma la risonanza della sua figura al di là delle cerchie degli specialisti e l'assorbimento nella cultura di massa di quella ontologia della scissione tra realtà e simulazione di cui Baudrillard è stato uno dei massimi teorici. Aver saputo mettere al centro delle dinamiche sociali la tecnica è senza dubbio l'aspetto del suo pensiero da non dimenticare. In questo senso, avremo nostalgia della radicalità del messaggio baudrillardiano. Questo senza che ci contagi la sua nostalgia dei bei tempi andati.

Posted by millepiani at March 9, 2007 5:37 PM
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