Jean Baudrillard (1929-2007)
È molto qualche giorno fa.
Un articolo di Mario Perniola dal manifesto. [un saluto alla 'belgisa']
A ripercorrere l’opera di Jean Baudrillard,
all’indomani della sua
morte, appare subito evidente come
essa si divida in due periodi,
il primo dei quali è segnato da una insistita
riflessione sulle categorie dello scambio
simbolico, dell’iperrealismo e del simulacro,
estendendosi fino ai primi anni
Ottanta, mentre con il volume Le strategie
fatali (1983) una nuova fase si apre, più
paradossale e più suscettibile dei molti
fraintendimenti in cui è talvolta incorsa.
È
dal saggio di Marcel Mauss sul dono nelle
società primarie e dalle considerazioni di
Georges Bataille sul potlàc – quella forma
arcaica di scambio basata sull’obbligo di
una restituzione più cospicua da parte di
chi riceve il dono – che Baudrillard prende
il suo concetto di scambio simbolico.
Oltre ai classici concetti marxisti di valore
d’uso e di valore di scambio, il filosofo
francese introduce un valore-segno, connesso
con la società dei consumi e la universale
semiotizzazione della vita, e infine
un valore di scambio simbolico, inteso
piuttosto come un non-valore perché, nel
suo essere alternativo ai tre valori precedenti,
implica la fine dell’economia. Già
fuori dal marxismo, dunque, Baudrillard
assegna alla propria teoria una dimensione
utopica. Quanto alla nozione di iperrealismo,
essa è nel suo pensiero una estensione
all’ambito economico-sociale della
parola nata in ambito artistico: come quel
tipo di pittura forniva una copia del tutto
realistica della realtà che intendeva rappresentare,
così la società si trova a riprodurre
con una rassomiglianza esasperata
l’economia politica, quella economia che
ha perduto, nella universale emancipazione
del segno, ogni dimensione strutturale.
La terza parola chiave, simulacro, porta
con sé, nell’impiego che ne fa Baudrillard,
l’eco di alcune considerazioni nietzscheane
sul venir meno di una distinzione
tra mondo vero e mondo apparente, e
riprende anche il pensiero di Klossowski,
di Foucault, di Deleuze e di Lyotard, applicandosi
all’analisi dei fenomeni politici e
sociali, in cui la realtà sembra dissolversi
in una spirale infinita di segni e di rimandi,
privi di referente. Derivano da qui le riflessioni
sul terrorismo, che per un verso
oppone un altro ordine a quello vigente,
costituendo una specie di potlàc suicida,
per un altro verso è un atto iperreale che
spaccia per esistente una rivoluzione inattuata,
e per un terzo verso partecipa del simulacro,
che è estraneo all’ordine del senso
e di una rappresentazione solidale con
gli strumenti di comunicazione di massa,
mentre dissolve qualsiasi prospettiva politica
credibile.
Nella seconda fase, aperta dall’idea di
strategia fatale, è centrale la parola «illusione
», che va intesa sia in senso metafisico-
cognitivo, ossia come il contrario della
realtà e della verità, sia in senso estetico psicologico,
ossia come il contrario del disincanto
e della delusione. Se si privilegia
la prima accezione, il pensiero di Baudrillard
acquista una coloritura scettico-nichilistica
non lontana da alcune tendenze
della filosofia italiana contemporanea –
per esempio il «pensiero debole» di cui
condivide il radicale rifiuto della metafisica
e dell’etica, e quel filone della cultura filosofica
caratterizzata dal catastrofismo vitalistico,
che in Italia corre da Pirandello a
Giorgio Colli e a Giorgio Agamben.
Ma sono paralleli, in realtà, ingannevoli:
perché ciò che davvero interessa Baudrillard
non è il problema della conoscenza,
né l’enfasi vitalistica che pervade i filosofi
italiani del sublime. Per lui, infatti, l’illusione
non significa sogno, inganno, miraggio,
e nemmeno utopia, bensì l’ingresso
in una dimensione non usuale, non
quotidiana, non statica. Ed è a partire da
questo momento che ha inizio una rivalutazione
di ciò che chiamiamo l’arte, il teatro,
il linguaggio: perché lì si è conservato
qualcosa di quella violenza al reale che si
attua nella cerimonia iniziatica e nel rito.
È in quell’ambito che si conserva una padronanza
delle apparizioni e delle sparizioni,
e in particolare la padronanza sacrificale
dell’eclissi del reale. Siamo quindi
molto lontani dal gioco inteso come ricreazione,
loisir o distrazione; l’idea che Baudrillard
ha dell’arte come illusione è semmai
prossima alla concezione antropologica
della magia, dove la potenza dell’illusione
riesce a irrompere nel reale e in
qualche modo a prenderne il posto, senza
però identificarsi con esso. Un passaggio
fondamentale, questo, per capire una tra
le idee più oscure della riflessione di Baudrillard,
quella di strategia fatale. Non è
un progetto o un piano di azione elaborato
da un individuo, la strategia così come
la pensa Baudrillard, bensì una concatenazione
di elementi esterni alla volontà
soggettiva: dunque è un sinonimo di regola
e di rituale. Ma questa concatenazione
non è né necessaria, né casuale, né teleologica,
né fortuita, è un rito senza mito,
un significante senza significato, tuttavia
può diventare fatale, aggettivo cui Baudrillard
consegna il senso di legato almale, funesto.
Tutte le cose sono chiamate ad incontrarsi
– secondo il filosofo francese – solo
il caso fa sì che questo appuntamento
non si realizzi; al contrario, dunque, di
quanto è proprio all’idea di hasard objectif
dei Surrealisti, che in un mondo retto
dalla casualità cercavano di attribuirle un
significato e un valore reconditi indipendente
dalle intenzioni e dalle volontà soggettive,
scoprendo una trama occulta:
una specie di astuzia della ragione (List
der Vernunft) hegeliana. Sebbene Baudrillard
dia invece per scontato che le cose si
incontrino, non attribuisce a questo incontro
alcun significato, perché non di
una concatenazione provvidenziale si tratta,
ma di un rituale, che tuttavia talvolta
manca l’appuntamento e si trasforma in
ritualemancato.
La distanza estetica su cui si reggeva il
rituale è però annullata, in occidente, dalla
cancellazione della scena e dall’annientamento
delle mediazioni, di qualsiasi tipo
esse siano (artistiche, politiche, sessuali).
In questa direzione l’analisi di Baudrillard
si distanzia da quella di Guy Debord:
il mondo attuale, infatti, non sarebbe caratterizzato
dal trionfo dello spettacolo,
ma dalla sua sparizione. La scena è stata
sostituita dall’osceno, il posto dell’illusione
è stato preso da qualcosa che pretende
di fornire un effetto realistico maggiore
dell’esperienza della realtà (ed è perciò
iperreale), ogni evento è anticipato e annullato
dalla pubblicità e dai sondaggi.
Dunque l’azione diventa impossibile e ad
essa succede la comunicazione, che riesce
appunto a fare precipitare ogni cosa nell’insignificante,
nell’inessenziale, nel derisorio.
Nel mondo della comunicazione,
nulla più accade: tutto è senza conseguenze,
perché senza premesse, suscettibile di
essere interpretato in tutti i modi, tutti
ugualmente irrilevanti e privi di effetti.
Posted by millepiani at March 9, 2007 2:21 PM