Millepiani 1.0 ** Millepiani.net 2.0 - Blog rizomatico
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« Febbraio 2007 | Home del blog Millepiani 1.0 | Maggio 2007 »

19.03.07

Da Millepiani 1.0 a Millepiani 2.0: dai 'paraggi'

Da oggi, la homepage di millepiani.net accoglie la nuova struttura a rizomi (o voci, o nodi) di cui si è discusso da due mesi a questa parte.
Il blog, inteso in senso classico, continuerà a vivere e a poter essere letto e utilizzato per pubblicare interventi, a questo indirizzo www.millepiani.net/millepiani1.0/.

L'archivio di tutti gli interventi manterà lo stesso indirizzo. Questo significa che tutti i links, tutte le ricerche via google o altro motore di ricerca, continueranno a 'puntare' alle stesse pagine, senza necessità di modificare alcunchè.
Parte di questo archivio verrà progressivamente spostato all'interno della struttura di Millepiani 2.0. Questo, in parte, con l'ausilio degli autori.

Per essere chiari: si è scelto questo passaggio per diversi motivi.
Il primo: una consunzione acclarata della struttura 'blog', che, per eccesso di pratica, ha esaurito le sue potenzialità.
Il secondo: millepiani.net, solo già per la scelta del nome, aveva scelto di muoversi su una scrittura su più piani, seguendo, precisamente, la pratica di scrittura e di pensiero che Gilles Deleuze e Felix Guattari avevano praticato in 'Mille Plateaux'.
Di fronte la consunzione del 'modello blog', si è sentita la necessità di ristrutturare la modalità di lettura, come, innanzitutto, la modalità di scrittura in rete.
In ultimo, la tendenza del Web 2.0 va verso una forte compartecipazione nella definizione dei contenuti fruibili via rete. Seguendo una scelta che ha segnato millepiani.net, qui non interessano i contenuti quali che siiano. Si vorrebbe interpretare in una maniera precisa la possibilità di determinare i contenuti, di definirne le modalità, solo all'interno di un preciso progetto.

Il progetto è quello di 'riscrivere' una sorta di 'vocabolario'.
Mentre, sino a qualche anno fa, la tassonomia (classificazione) che regge un vocabolario era determinata dalla sua progressione alfabetica, e solo da quella, negli ultimi anni l'idea stessa di 'tassonomia' ha subito uno stravolgimento assoluto.
Le relazioni tra le parole, i concetti, le scritture, le esperienza sonore o di 'visione', non sono più solo di carattere gerarchico, ordinate esternamente, ma sono esposte a re-invii interni e autodeterminati.
Grazie alla flessibilità che la rete offre, e alla possibilità di costruzione di mappe politiche, concettuali, di visioni, alfabetiche, di memoria o d'invenzione, il territorio del 'vocabolario' non è più solo definito dall'ordine alfabetico delle parole, o dalla progressione storica dello sviluppo dei concetti; la mappa non è più il territorio, in un senso talmente operativo, creativo, che le parole di Gregory Bateson assumono oggi non solo valore profetico, ma soprattutto uno strumento operativo che si incrocio perfettamente con la struttura rizomatica deleuziana-guattariana.
Se 'la mappa non è il territorio', ogni territorio esplorato individualmente diventa un rizoma di accesso e di sviluppo delle esperienze. Altrui. Innanzitutto delle scritture.

Nello stesso tempo, poichè in millepiani.net, non si è mai scelta l'indistinzione assoluta, o il mercato delle idee a buon mercato, la 'questione della memoria' e del suo 'transito politico' assume, in millepiani 2.0, il tono fondamentale.

È un lavoro totalmente in divenire, che non da subito, ma nel suo sviluppo, potrà dare il meglio di sè. Diciamo un anno, un anno e mezzo.
Dove il blog ha anche vissuto della sua proiezione nel presente, della sua vita nel presente, qui si sta scegliendo un altro percorso: si sceglie di scrivere in pubblico, anche dal presente, per legare la forma del presente (visivo, sonoro, d'immagine e di scrittura) a quella della memoria (visiva, sonora, d'immagine e di scrittura).

I 'paraggi', quei luoghi che non assumono immediatamente centralità nella mappatura di una città, di un territorio definito - fosse anche il territorio della memoria - vengono qui interpretati come luoghi d'accesso prìncipi per una ricostruzione della memoria dei luoghi, compresi quelli della rete.
Non avendo un centro, la scrittura su millepiani 2.0 muove dai paraggi, forse anche dai margini della memoria di ognuno. Le 'vicinanze', appunto: i paraggi, i 'fuori mano', le de-localizzazioni, puntano a costuire un'altra mappatura, non più solo ordinata per tempo cronologico, non più solo ordinata per memoria 'ufficiale', non più solo ordinata per scelta politica vincente od urgenza, non solo più ordinata per centralità geografica o alfabetica, cronologica.

La possibilità di legare ogni voce scritta alla sua derivazione, come alla sua maternità, o alla sua fratellanza, come anche alla sua amicizia (tutte cose che sono finalmente possibili a livello tecnico), tutto questo punta precisamente, insieme, alla decostruzione di un ordine patrilineare della scrittura (un ordine, cioè, di derivazione diretta: io scrivo questo, tu lo commenti, poi tu scrivi un'altra cosa e io la linko, così mi rifaccio a quello che hai scritto tu e a quello che ho sccritto io, etc., etc.).

Non troppo vorrebbe essere millepiani 2.0. Il giusto che conosciamo già.

Postato da millepiani alle 13:14 | Commenti (1)

In direzione ostinata e contraria: Millepiani 2.0

Non esistono luoghi estranei alla storia o al tempo dove nascono. Millepiani è nato nel marzo del 2003, in coincidenza con l'invasione statunitense dell'Iraq. Tra il marzo del 2003 e il marzo del 2007 sono passati 4 anni.
È nato sulla piattaforma blog 'splinder' per poi spostarsi su un dominio autonomo. Quello dove si trova ancora oggi.
Tecnicamente, mi sono assunto tutti gli oneri - anche economici, quelli tecnici soprattutto - che implica gestire un 'luogo comune'.
In qualche maniera, millepiani.net si è configurato come un luogo dove un manipolo di persone riuscissero a leggersi. Con grandi difficoltà, assenze, presenze, millepiani.net non ha mai voluto inserirsi all'interno del circuito dei blogs 'letti', ma ha scelto di servire una comunità. Definita.

Poichè il nome non è un orpello o un'esoticità, millepiani.net ha pensato quello che è l'incrocio delle scritture. Cioè: la necessità che ad ogni piano di scrittura potesse corrispondere un piano di pensiero comune, di scrittura in comune.

In questo preciso senso, millepiani.net ha fallito il suo compito. Ha mancato la costituzione di un 'luogo comune'.
È una vecchia pretesa di chi scrive, che viene sistematicamente frustrata (con scorno compreso e reazione).
In questo senso, chi scrive non perde l'occasione di rivendicare un 'altro luogo' e di proporre di praticarlo.
Chi scrive ha un vecchio vizio leninista: sceglie di agire di fronte la stasi, di fronte la situazione data. E se ne fotte della democrazia.
Anche perchè, d'altro lato, l'esercizio di scrittura su millepiani.net ha oscillato tra la presenza episodica e l'assenza strutturale.
Come dicevo qualche ora fa, saremmo fermi alla rivoluzione di febbraio - e, almeno qui, i menscevichi non ci stanno troppo simpatici. Magari avevano ragione, ma erano una battuta indietro la storia.
Non sempre la storia ha ragione, ma per lo meno 'vive' e si fa scegliere.

E dunque: da lunedì la scrittura su millepiani.net sarà rizomatica, per 'voci', per gemmature impreviste.
Gli autori, lo ripeto, non potranno pubblicare direttamente - lo hanno mai fatto? - ma dovranno passare attraverso la mia mediazione tecnica e quella di Gianfranco.
Il post del giorno sarà pubblicato in prima pagina, le gemmature, per chi vorrà, vivranno anonimamente.
E saranno l'asse fondamentale della scrittura su millepiani.net 2.0. Un asse senza asse.

In direzione ostinata e contraria, per chi vuole.

Postato da millepiani alle 12:00

15.03.07

Il tempo della creatura: riconoscere

a Gianfranco

"Se impossibile è il divenire della creatura, l’espressione condivisa del suo presente non nasconde questo “impossibile”, ma lo riconosce, appunto, a partire da quel “possibile” che è."

La creatura vive grazie ad una ritrazione di 'dio'.
È, oggi, tecnicamente impossibile pensare un'altra idea di creazione.
'Dio' vive nella sua ritrazione. È per questo che le autorità cattoliche hanno ancora paura dello gnosticismo.

L'ontologia - la riflessione, cioè, sullo statuto dell'ente, dell'esistente - non è il divertimento preferito dagli intellettuali. Questo significa e manifesta una profonda distanza, e paura, che si ha di fronte la domanda fondamentale. Ma anche mostra una radicale libertà di fronte il pensiero della 'creazione'.
Stiamo parlando, in fondo, della 'libertà'.

Quando tu nomini la creatura, nella impossibilità che vive, tu nomini, come scrivi, la possibilità che è.

Quado chi pratica la filosofia nomina la 'creatura e il mondo', nomina i due termini che fanno della filosofia l'unica disciplina insubordinata.
La filosofia è questo: non mi basta vedere che accanto a me esiste ciò che accade. Mi domando perchè, e da dove.
Mi domando chi.

Non è un gesto obbligatorio. È un gesto libero. Intenso, ma libero da se stesso.
Proprio per questo, la filosofia interroga la libertà e la creazione.
Interroga 'dio' e la 'creatura', interroga il perchè esiste 'un mondo' e il suo 'da dove'. Interroga il presente, perchè il presente è l'unica forma con cui il mondo si dà.

Non è un gesto obbligatorio, niente lo richiede. La filosofia, in questo senso, è una gratuità, da sempre.
Il pensiero, questo pensiero, però, è come un tenersi davanti allo specchio.
È resistere davanti allo specchio, mentre il mondo - ogni creazione- scorre nello specchio, come fosse una finestra: poichè 'dio' non lo vedi, è la creatura che la filosofia ama.

È impossibile, per la filosofia, fermare il 'divenire della creatura', come tu chiami e definisci il 'mondo'.
'L'espressione condivisa del suo presente' è il segreto che la filosofia porta con sé e che la fa vivere. Proprio perchè la 'filosofia' - o questa domanda, semplice, sul perchè e da dove - vive solo grazie a questa condivisione, a questa contestazione del 'tempo presente', a questo pensiero del presente. Proprio per questo, per chiunque pratichi rettamente l'interrogazione filosofica, il mondo è 'questo possibile che è', o una meraviglia, con le sue possibilità ancora in grembo.
Non la filosofia ha la pretesa di dirigerlo. Non oggi, non mai.

Proprio perchè, come dici tu, il divenire della creatura è l'espressione condivisa anche delle sue possibilità, in questo specchio noi non vediamo solo il 'mondo' com'è.
Noi non vediamo il 'mondo' come potrebbe essere.
La filosofia vede il 'mondo' come 'non è'.
E lo ama, per sempre.

Il più grande amore.

Postato da millepiani alle 23:31

Così i servizi di Praga spiavano Milan Kundera

Uno splendido articolo tratto da Repubblica di oggi.

Così i servizi di Praga spiavano Milan Kundera
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI

PRAGA - "Il soggetto si è allacciato una scarpa. Sinistra". Primo giugno 1974: una giornata di Milan Kundera. Autori: gli agenti segreti dell'Stb, i servizi speciali cecoslovacchi, pateticamente travestiti da compagni bulgari in gita a Praga. Foto rubate e strafalcioni grammaticali, tredici errori in sette righe di rapporto.
Dettagli grotteschi, se non rivelassero l'oppressivo volto paranoico del regime comunista. "Non possiamo dire se il soggetto si trovava all'interno del palazzo perché quando siamo riusciti a parcheggiare lui era già uscito". L'ottusità come arma del terrore. "Siccome il soggetto ha una macchina piccola, sorpassa il camion della spazzatura. Invece la grande Volga grigia degli organi, si incastra". Un mondo diviso tra "soggetto" e "organi", persone "a capo scoperto" e uomini "con il cappello": da una parte i cittadini, dall'altra le spie.

E' il ritratto mostruoso della "normalizzazione" seguita alla Primavera di Praga, quello che trapela dagli archivi segreti della polizia. Pubblici da un anno grazie al progetto "Passato aperto" del ministero degli Interni, ma ancora pressoché inaccessibili, migliaia di dossier vomitano sui cechi il veleno che ha distrutto le loro vite fino alla "Rivoluzione di velluto" del 1989. Nei resoconti e nelle immagini, inediti, la spietata conferma delle leggende esorcizzate in barzellette. Di uno scrittore come Kundera, fuggito a Parigi nel 1975, non basta demolire il pensiero. La nomenclatura del partito deve sapere innanzitutto che "ha ordinato un etto di insalata russa", che "non ha trovato posto nell'Osteria del Convento", che "alle 10.25 ha esclamato ciao Jurgen", o che la moglie acquista due salsicce "dal macellaio sulla Myslikova". "L'aneddoto storico - dice Jiri Pelan, ex dissidente, capo del dipartimento di letteratura dell'Università Carlo IV di Praga - trasfigurato in metafora esistenziale e infine in ideologica giustificazione".

Non è un caso che la "giornata di Milan Kundera" entri oggi nelle case dei suoi connazionali. E' il trentesimo anniversario di "Charta 77", il movimento di intellettuali che, perseguitati dopo l'invasione sovietica del 1968, non rinunciarono a chiedere il rispetto dei diritti umani all'interno del Patto di Varsavia.
Kundera, nei documenti segreti ritrovati, è un simbolo. Ma i protagonisti sono Havel, Werich, Pelikan, Kohout, Galuska, la cinquantina di artisti dissidenti che terrorizza il regime solo alzando una "Pilsner".
Festeggiano insieme il Natale, come il 24 dicembre 1974, sono un gruppo. "Compivano gesti autentici - dice il politologo Vaclav Belohradsky - dunque sospetti perché incontrollabili dalle autorità". Nessuno si stupisce. Ma l'anno dei pedinamenti venuti ora alla luce, è speciale. Kundera ha appena terminato La vita è altrove. E' disoccupato, è stato espulso dal partito, ritirate le sue opere. Gli amori ridicoli e Lo scherzo, in cui racconta del comunista a cui il partito distrugge la vita per niente, sono ridotti a samizdat clandestini.

I servizi segreti sanno che si prepara ad emigrare in Occidente. Da Mosca giungono irritati segnali di allarme. "Il Cremlino capiva che il dissenso cecoslovacco - dice Pavel Zacek, nuovo responsabile degli archivi di Stato - era più pericoloso di quello polacco, o ungherese. Dubcek era di nuovo in carcere. E' probabile che qualche ufficiale avesse l'ordine di recuperare Kundera e Havel, magari di corromperli. I controlli diventarono asfissianti". Negli scantinati dell'ex Stb, montagne di scatoloni ancora da catalogare. Da quelli aperti emerge però distintamente l'inaccettabilità politica di una vita normale. Il "rapporto numero 23" dell'agente Blazek descrive ad esempio la visita di Kundera al drammaturgo Jan Werich, sull'isola di Kampa, sotto Mala Strana. Il nome in codice dello scrittore è "Elitar I".
Orari, abbigliamento, incontri, percorsi, menù delle taverne, sensi unici, la poca merce acquistabile nei negozi. Più che denunce confidenziali, uno straordinario spaccato della realtà impietosa all'epoca del socialismo reale. "Ore 13.04: il soggetto entra nell'enoteca Viola. Ma il vino è finito. Il soggetto esce sorridente, a braccetto con la moglie". "La polizia - spiega lo storico Dan Hruby - era ignorante, ma non stupida. Negli interrogatori, citare dettagli insignificanti serviva a destare il terrore".

Kundera, convocato in commissariato il 12 agosto del 1974, si sente porre una sola domanda dall'agente Platenik: "Perché alle 9.27 del primo giugno ha scartato una caramella alla ciliegia sotto il terzo castagno del secondo cortile interno del Clementinum?". Il messaggio è di drammatica violenza. "Da quel momento la tua vita - dice Jan Keller, sociologo dell'università di Brno - era finita. Nemmeno un gesto, un desiderio intimo, ti sarebbero più appartenuti. Tutto era oscenamente pubblico: l'occhio vicino e penetrante della morte ti avrebbe tenuto in ostaggio". Come nel rapporto segreto sul Natale da Werich, nome in codice "Linea II".
Gli agenti Sebela e Spurny sono appostati sotto il palazzo Lichtenstein, di fronte alla casa del regista. Sei ore sotto la neve per fotografare "la faccia e il profilo dei soggetti che partecipano al folklore praghese". Uno scandalo, da riprendere "azionando il flash da sotto la pelliccia marrone". Notazioni noiose, lette oggi. Ma è l'ultimo Natale di Kundera a Praga. I messaggi stropicciati dei servizi segreti annotano che sua moglie, Vera Hrabankova, brinda rivelando "calze grige, rotte sul calcagno". Una sentenza cifrata. "Significa che sono annientati - spiega il professor Pelan - che non possono più restare dove sono nati".
Immagini e relazioni celano molto più di attimi ordinari rubati al dissenso. Fissano espressioni stanche e sorrisi umiliati, lo sguardo in allarme di chi si sente braccato.
"Sapevano di essere pedinati e spiati anche in bagno - dice lo storico Peter Vlac - . La condanna della dittatura, dopo gli omicidi degli anni Cinquanta, consisteva nella semplice comunicazione di tale controllo. Traditi da vicini e famigliari, si veniva isolati".

E' il destino di Kundera, frantumato nei personaggi ridicoli e tragici dei suoi romanzi. Il partito, davanti all'ex poeta comunista che da ragazzo glorificava i tempi nuovi degli operai e delle fabbriche, sbanda. La censura inorridisce, scorrendo le pagine nuove che parlano di amore, di sesso, di uomini e di donne, di sentimenti e dell'esistenza insensata perché irripetibile. Nel 1974 basta la frase sgangherata dell'agente Bocek ("Il soggetto andrebbe uscito con Jirka", nome in codice del professore ceco-americano George Gibian), per farlo definire "persona non gradita". Nel 1978 è sufficiente la stesura in francese di Il libro del riso e dell'oblìo per togliergli la cittadinanza cecoslovacca.

Trent'anni dopo, a Praga, ci si chiede però se la maledizione sia davvero finita. E Kundera diventa un caso. Anche dopo la caduta del Muro, non ha più fatto ritorno in patria. Gli ultimi romanzi, per sua volontà, non sono tradotti in ceco. Versioni-pirata circolano su Internet, di nuovo clandestine. Adorato dal popolo, "Elitar I" rimane un estraneo per le élite, malsopportato dai letterati.
Il Paese resta prigioniero dei dossier usati per distruggere vite e carriere. Il collaborazionismo della Chiesa, il tradimento di miti come il cantautore Jaromir Nohawica, il mesto sgocciolìo di nomi creduti bandiere del dissenso, ora annegati nell'oceano dei venduti, confonde vittime e carnefici. Tutti colpevoli, si chiedono i giornali, dunque collettivamente innocenti? Eroe è chi denunciò con l'esilio, morendo di nostalgia, o chi testimoniò con la resistenza, consumandosi in prigione?

Dagli archivi comunisti emergono pistole, o richieste di perdono?
I sotterranei delle spie oggi segnalano Kundera tra gli oppositori che avrebbero dato vita a "Charta 77": ricordano però che lui "ha scelto di andarsene prima, per mietere la riconoscenza dell'Occidente". Le ultime due foto lo ritraggono in una strizzata giacchetta nera, lisi pantaloni a zampa, in un verduraio vuoto di Praga; e tre mesi dopo in elegante doppiopetto blu in una "gastronomia di Montparnasse che scoppia di caprini, ostriche e champagne". "Onore a chi paga la speranza con l'addio", risponde l'autore de L'insostenibile leggerezza dell'essere. Ma per i cechi, dice lo scrittore Michal Viwegh, "è l'estrema beffa, questa sì kunderiana, orchestrata da chi a Praga ritiene di aver scontato la pena. Il mostro, dopo la plastica facciale, rialza la testa: e brandisce i fidati artigli del passato che ritorna ad aspettarci".

Postato da millepiani alle 12:27

14.03.07

Grande, infinita, paziente attenzione: millepiani.net, politica e filosofia

Caro Emì,

non ti contesto naturalmente il diritto di modificare a tuo piacimento e nelle forme che tu ritieni più opportune il “luogo” di scrittura che tu ti sei dato in questi anni e che hai pensato di condividere con alcuni dei tuoi amici. Dico semplicemente che, modificando come hai detto e nelle forme che hai pensato, il progetto di metamorfosi di “Millepiani.net”, tu vieni meno allo statuto di una “politica” e, insieme, di una forma di “scrittura”, dichiarato da te sin dall’inizio e a cui hai lavorato così intensamente. Ripeto, non te lo contesto. Ma allora chiamiamo le cose per nome: se Mario ti ha sempre chiamato “padre” di Millepiani è perché ha forse sempre ritenuto cruciale, e decisiva, la tua “sovranità” sul luogo politico creato. Al contrario, io ho sempre pensato che, chiunque decidesse di parteciparvi – non importa “come” –, il “campo” fosse comunque stato sgombrato, per intelligenza tua, e una volta per tutte, da ogni “testa” sovrana. È questo che io, dell’orizzonte teorico, delle possibilità di scritture di Millepiani, ho sempre condiviso. A mio modo, per come ho voluto, potuto, e saputo fare. “Bene o male” sono categorie che in questo spazio, a mio avviso, avrebbero dovuto trovare solo un posto relativo.
Ma tant’è, libero tu di ritornare sui tuoi passi e di trasformare, con un mix di “decisione” e “tecnica”, quel campo acefalizzato in un altro luogo sul quale tu solo abbia diritto di decisione.
Liberi noi, però di contestarti, e radicalmente, se non questo passo, l’intera diagnosi su cui esso si poggia.

Il punto su cui si concentra la tua rabbia “senza sgomento” è la mancanza di condivisione.
La cosa che io però temo, a questo punto, è di non trovarmi più d’accordo sulla tua idea idea di condivisione di scritture. Nessuno, francamente, che abbia letto Millepiani in questi anni, può dire che siano mancati interventi altri rispetto ai tuoi (Renzo, Mario ed io stesso qualcosa abbiamo pur scritto...), ma, anche fossero mancati persino questi interventi, come si potrebbe dire che sia mancata “condivisione”? Come dire che non è stata “condivisione” dell’orizzonte di Millepiani quella nata non solo al suo “interno” ma anche ai suoi margini, quella che è andata sfociando in altre scritture, o, semplicemente, nella nostra oralità quotidiana, nei pensieri, negli appunti, nei diari, che di quel luogo si sono nutriti? Non si può negare queste condivisioni, almeno quelle “pubbliche” – fosse anche solo il “nostro” pubblico - col dire che esse non corrispondono a ciò che noi avevamo pensato come “condivisione”.

Mi sembra che tu, nella tua diagnosi sulla “condivisione” sovrapponga troppe cose. Innanzitutto, ciò che tu hai desiderato, cinque e più anni fa, fosse “Millepiani” – dunque l’apertura di un campo di possibilità tutt’altro che esauribile – con ciò che “tu” hai pensato di condividere attraverso l’apertura del “campo”, attraverso la storia dei tuoi, dei nostri interventi. Con la storia quotidiana, reale e concreta, di questo luogo, che tutto a me pare, peraltro, tranne che inerte. Millepiani è stato per me diverse cose, in momenti diversi. E’ stato sempre un “orizzonte di possibilità” di scritture, ma anche – e tu mi comprendi – un grande archivio in fieri: un archivio che nel suo costruirsi decideva le modalità della propria organizzazione e l’orizzonte del suo futuro. Comprendi bene quanto per me sia stato importante l’allargamento di questo “campo” attraverso le nuove modalità di lavoro: ho avuto modo di spiegartelo, e, del resto, sai bene come io pensi – senza conoscerne le possibilità di attuazione – questa “cosa”.
Per inciso, ma anche per essere più chiari: io credo che tu sovrapponga, identificandoli, il tuo gesto di apertura del “campo” di scrittura – e dell’orizzonte delle sue possibilità “politiche”– con i tuoi interventi. Se è così, non avrai difficoltà a capire che si tratti di una diagnosi inaccettabile filosoficamente. Ma ancora di più, questa sovrapposizione appare politicamente, democraticamente scorretta. Su ciò che noi apriamo si esercita una sovranità col cui carattere di “impossibile” la nostra decisione deve fare i conti e sulla quale essa non ha ad ogni modo alcuna presa.
E’ il campo stesso a trasformarsi, a perdere di senso, ogni volta che la sovranità torna a riapparire come “volto”.
Che tu decida di usare le tue capacità tecniche per tornare ad esercitare una sovranità monadica sul luogo che tu hai pensato “aperto” è: scorretto filosoficamente, inutile politicamente. Infantilmente violento per le amicizie, ma nonostante tutto incontestabile sul piano della “possibilità”.

Come ti ricorderai, abbiamo discusso a lungo, due mesi fa, del progetto del “nuovo Millepiani”: ti ho dato consigli, abbiamo cercato soluzioni, alternative: negli stessi giorni – il 27 gennaio – ho scritto gli appunti che riporto sotto. Non li ho pubblicati, per scelta, preferendo rimandare la discussione a quando avrei preso anch’io un po’ la mano con la nuova tecnica. Come puoi vedere, sono entrato diverse volte nel “betamillepiani”, creando nuovi nodi e postando delle cose, sia tue che mie. Lavorandoci, comunque, in attesa di riprendere la discussione.

E ora questo tuo post.

D’altra parte, quando ti ho chiesto di spiegarmi come fare per tornare a postare nuovamente in modo autonomo su “millepiani” – e che importa che te l’abbia chiesto dopo mesi o anni o decenni? – tu mi ha risposto che me lo avevi già spiegato.
Tu scherzavi, forse: io no.
Ad ogni modo: non ho insistito, considerando il nuovo “millepiani” il nuovo orizzonte di scrittura.

Ho scritto, a proposito nel “nuovoMillepiani” il 17 gennaio di quest’anno, meno di due mesi fa. Te lo riporto integralmente. Avrei voluto aggiungere qualcosa, naturalmente – è allo stato di bozza. Lo posto così: senza aggiungere né togliere nulla.

«Il tentativo di Emilio mi sembra ovviamente in linea con tutto il percorso 'costituente' di Millepiani, e con il suo stesso percorso filosofico.
In realtà, - mi dica lui se sbaglio - quello che ancora una volta tenta il “padre” di Millepiani è un nuovo sondaggio sulla possibilità di 'sacrificio senza sacrificio' della testa ‘sovrana/autoriale’: l'ASSURDO batailliano degli anni '30 potrebbe però essere in qualche modo riapprossimato grazie ad una tecnica informatica del 2007. La questione, per così dire, è tutta qui. Qui, dove ‘pratica di sovranità’ e ‘pratica di scrittura’ si fronteggiano, si sovrappongono, persino nelle nostre amicizie, fin quasi a risultare coincidenti. Fino a fare, anzi, cortocircuito.
Naturalmente, qui, il ‘segreto’ è bandito, e anche l’anonimato passa in secondo piano. Il tentativo, batailliano, è un corpoacorpo con una tecnica che si è fatta pratica di saperi, quindi pratica di sovranità, pratica politica per eccellenza. Di una politica ontologicamente democratica. La ‘rete’, ce lo diciamo da quindici anni, è il banco di prova di una politica futura e anche di una nuova razionalità ‘democratica’. I grandi filosofi hanno uno sguardo tale da riuscire a vedere avanti, nel buio di un futuro nascosto dietro l’ombra della loro morte: Foucault muore a metà anni ’80 e noi siamo alle prese, nel nocciolo sfuggente delle nostre creature, con i primi vagiti di un secolo deleuziano. Certamente, la parola d’ordine è ‘rizoma’. Insieme, una pratica e un nuova prima mitografia di una politica a venire. Il banco c’è, occorre provare, sondare...
Saranno naturalmente queste nuove pratiche a darci in mano nuove cassette degli attrezzi, nuovi strumenti di scrittura 'politica', anche partigiana: è un processo scontato fino a un certo punto. Se continuiamo a tenere presente il binomio statuto autoriale/pratica d’archivio abbiamo una pista, ma si tratta pur sempre di una pista già tentata in varie forme. Per fare un esempio, una ‘forma nuova’, la più semplice e immediata, potrebbe ad esempio essere quella di definire degli spazi di intervento che distruggano la ‘forma commento’ per gli ‘esterni’ ma che istituiscano nuovi protocolli: note a margine e spazi d’archivio liberi.
Occorrerebbe approssimarsi il più possibile, intanto, Emilio credo ne sia ben consapevole, a un dispositivo grafico e di scrittura che consenta una manipolazione informatica che incroci le possibilità di PersonalBrain e di un GoogleEarth. Occorre agganciare una mimesi spaziale alla rete che dia insieme la rappresentazione del luogo e la pratica del luogo stesso».

Mi ci riconosco ancora, in queste parole, frutto peraltro delle nostre conversazioni.
Tuttavia, non ero così certo di interpretare il tuo progetto – anche filosofico – e i tuoi desideri, quando ho scritto queste parole. La tua coazione a ripetere le sovrapposizioni di cui parlo, una qualche ragione ai miei dubbi, purtroppo, la danno.
Allora, mi spiace, ma io il tuo progetto non lo capisco più.
Non si può negare ciò che esiste solo perché non avviene nei termini in cui noi lo pensiamo, o l’abbiamo immaginato. Il nostro mondo, tutti gli altri, non sono dentro la nostra testa, e neanche nei nostri sogni: sono lì e sono, come tu mi hai insegnato, irriducibili a noi e ai nostri progetti. Viaggiare nel labirinto della nostra testa-mondo è un esercizio eccellente, ma, come sai, il “possibile” si apre solo dopo “Die Blendung”.
Non si può essere filosofi senza passare da Spinoza, lo sai meglio di me.

L’“orizzonte comune” non va costruito con atti violenti: occorre prestare attenzione alle forme, talvolta per noi incomprensibili, con cui esso avviene, con cui si squaderna, “tra noi” e “attraverso noi”. Se qualcosa non “funziona”, non “corrisponde” al luogo, al presente che abbiamo pensato, per come lo abbiamo pensato, il gesto più grande, quello più difficile è l’interrogazione.
Certo, ci si può anche stancare: ma non si dia ad una pratica, un nome che non le attiene.
Grande, infinita, paziente attenzione: è ciò che unisce, questa attenzione, la politica alla filosofia.

Con grande forza, ma senza alcuna violenza.

Gianfranco

Postato da gianfranco alle 21:37

O in strada Gino Pista?

Kabul, in pista Gino Strada

Titolo di Repubblica, pag. 3

Postato da renzo alle 07:50

13.03.07

Passaggi: da Millepiani a Millepiani 2.0

Due mesi fa avevo provato a pensare questo passaggio in comune.
Non ho ricevuto assolutamente nessun tipo di contributo.
Se non quello della richiesta di postare le proprie parole, indipendentemente da.

Non c'è stato nessuno/a che abbia scritto una sola sillaba per dire, pensare, parlare su questo passaggio. Intervenire.

Da quattro anni vivo anche in questo luogo. Non mi sorprende più il silenzio: non sorprenderà, altrettanto, una scelta forte.
Mentre prima avevo parlato di una transizione, adesso parlo di una cesura.

Da lunedì prossimo, non ci sarà per nulla una transizione condivisa, ma solo un passaggio brusco. Da A a Zeta.
Le voci le scriverò io -, chi ha scritto sino ad oggi su millepiani, non potrà più scrivere automaticamente.
Tanto per dire, anche se non serve a nulla.

Millepiani 2.0-.

Postato da millepiani alle 21:51

"La stagione del tuo amore": nella luce di un'ora...

a T.

"La stagione del tuo amore non è più la primavera
ma nei giorni del tuo autunno hai la dolcezza della sera.
Se un mattino fra i capelli troverai un po' di neve
nel giardino del tuo amore verrò a raccogliere il bucaneve.
Passa il tempo sopra il tempo ma non devi aver paura
sembra correre come il vento però il tempo non ha premura.
Piangi e ridi come allora ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolore puoi riprovarli nella luce di un'ora.
Passa il tempo sopra il tempo ma non devi aver paura
sembra correre come il vento però il tempo non ha premura.
Piangi e ridi come allora ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolore puoi riprovarli nella luce di un'ora..."

Fabrizio De Andrè

Postato da millepiani alle 18:34

12.03.07

Tele Kabul

Afghanistan, c'è il canale
per liberare Mastrogiacomo

Repubblica.it

Postato da renzo alle 14:13

Play it again, Bin

Kamikaze si fa esplodere a Casablanca
Colpito un Internet cafè, tre feriti

Repubblica.it

Postato da renzo alle 12:45

Ritorno di fiamma

Ustioni di secondo grado al volto e ricovero in ospedale per il senatore di AN Alfredo Mantovano. [...] Una fiammata provocata da una pietanza flambè ha dato fuoco alla sciarpa di una signora investendo in pieno Mantovano.

Repubblica, pag. 7

Postato da renzo alle 08:56

10.03.07

Non solo circola che, ma adesso si dice chiaramente: omicidio Raciti (3)

Ne avevo scritto già qualche settimana fa. E ieri.

dal 'Corriere' di oggi

«L'autopsia del medico legale Giuseppe Ragazzi, consulente di parte della Procura della Repubblica, afferma che la morte dell'ispettore Raciti è avvenuta per un colpo subito "anche parecchi minuti" prima del decesso, avvenuto alle 22.10, e quindi incompatibile con lo scontro avvenuto alle 19:08 al Massimino». Lo affermano i legali dello studio Lipera che assistono il diciassettenne indagato in un'integrazione alla loro richiesta di scarcerazione presentata al Gip del Tribunale per i minorenni di Catania, Alessandra Chierego.

Secondo gli avvocati Giuseppe Lipera e Grazia Coco, la perizia del medico legale «coincide» con le valutazioni del perito di parte nominato dalla difesa, il dottor Giuseppe Caruso, che giudica «impossibile che l'evento cha ha causato le lesioni si sia verificato alle 19:08» «Questo perché - spiega l'anatomopatologo - perchè le gravi lacerazioni epatiche hanno avuto come conseguenza una emorragia interna talmente imponente che, nonostante l'ipotesi di una rottura di fegato in due tempi, si esclude che possa essere trascorso un arco di tempo di un'ora e mezza prima che l'ispettore Raciti andasse incontro a grave shock».

[Insisto: Roberto Maida, sul Corriere dello Sport, ha scritto due giorni dopo: " Il medico legale che ha effettuato l’autopsia, Giuseppe Ragazzi, in attesa di stilare la relazione completa che sarà consegnata ai magistrati nei prossimi 60 giorni, ha notato all’altezza dell’organo distrutto una ferita, o meglio un livido, di dieci centimetri. A forma di stella. Questo lascia pensare a un oggetto cilindrico che ha centrato in pieno Raciti durante una sorta di corpo a corpo." Corpo a corpo con un uomo o con un oggetto? Per esempio, un oggetto 'volante'?]

lacrimogeno

Postato da millepiani alle 11:00

09.03.07

Jean Baudrillard - pensare: nique ta mère

Già postato, ripropongo, da rileggere, una della cose più serie e rigorose sulla Francia di oggi.

Ormai è tardi, per tutto, anche per pentirsi. [qui la versione originale in francese].

"Occorreva che bruciassero, in una sola notte, 1500 vetture, poi, in ordine decrescente, 900, 500, 200, fino ad avvicinarsi alla "normalità" quotidiana, affinché ci si rendesse conto del fatto che ogni notte in media novanta vetture vengono bruciate nella nostra dolce Francia. Una sorta di fiamma perpetua, come quella dell'Arco di Trionfo, che brucia in omaggio al Migrante Ignoto. Oggigiorno finalmente riconosciuto, al tempo di una revisione lacerante, ma in trompe-l'oeil."

Una cosa è sicura, che l'eccezione francese, che era cominciata con Chernobyl, è finita. La nostra frontiera è stata violata dalla nuvola radioattiva ed il "modello francese" affonda sotto i nostri occhi. Ma, rassicuriamoci, non è il solo modello francese ad affondare, è il modello occidentale tutto intero che si disintegra, non solo sotto i colpi di una violenza esterna (quella del terrorismo o degli Africani che prendono d'assalto i reticolati di Melilla), ma pure di una interna.

La prima conclusione, che annulla tutte le omelie ed i discorsi attuali, è che una società essa stessa in via di disintegrazione non ha alcuna chance di poter integrare i suoi immigrati, poiché questi sono al tempo stesso il risultato e il rivelatore selvaggio di questa disintegrazione. La realtà crudele è che se gli immigrati sono virtualmente fuori gioco, noi siamo profondamente diseredati e in crisi d'identità. L'immigrazione ed i suoi problemi non sono che il sintomo della dissociazione della nostra società alle prese con se stessa. O ancora: la questione sociale dell'immigrazione non è che una illustrazione più evidente, più grossolana dell'esilio degli Europei nella loro stessa società (Hélé Béji). La verità inaccettabile è questa: siamo noi stessi che non integriamo più i nostri propri valori e, di colpo, non riconoscendolo, non possiamo fare altro che rifilarli agli altri, volenti o nolenti.

Non siamo più in condizione di proporre sia quel che sia in termini di integrazione - integrazione rispetto a cosa? - siamo il triste esempio di una integrazione "riuscita", quella di un modo di vita del tutto banalizzato, tecnico e confortevole, sul quale ci premuriamo di non interrogarci. Quindi, parlare d'integrazione in nome di una definizione perduta della Francia è semplicemente, per i Francesi, sognare disperatamente la loro propria integrazione.

E non si farà un passo avanti finché non si avrà preso coscienza che è la nostra società che, per il suo processo stesso di socializzazione, secerne ogni giorno questa discriminazione inesorabile di cui gli immigrati sono le vittime designate, ma non le sole. È il prezzo di uno scambio ineguale di "democrazia". Questa società deve affrontare una prova ben più terribile che delle forze avverse: la prova della sua stessa assenza, della sua perdita di realtà, in maniera da non avere nessun'altra definizione oltre quella dei corpi stranieri che infestano le sue periferie, di coloro che ha espulso e che, ora, la espellono da se stessa; ma la cui interpellanza violenta rivela allo stesso tempo ciò che è in disfacimento al suo interno e risveglia una sorta di presa di coscienza. Se riuscisse ad integrarli, cesserebbe definitivamente di esistere ai suoi propri occhi.

Ma, ancora una volta, questa discriminazione alla francese non è che il micromodello di una frattura mondiale che continua, precisamente sotto il segno della mondializzazione, a mettere faccia a faccia due universi inconciliabili. E la stessa analisi che facciamo della nostra situazione può riverberarsi al livello globale. E cioè che il terrorismo internazionale non è altro che il sintomo della dissociazione della potenza mondiale alle prese con se stessa. Quanto alla ricerca di una soluzione, l'errore è lo stesso ai diversi livelli, che sia quello delle nostre banlieues o dei paesi islamici: è l'illusione totale di risolvere la questione elevando il resto del mondo al livello di vita occidentale. Ora, la frattura è molto più profonda, e anche se tutte le potenze occidentali riunite lo volessero davvero (ma abbiamo tutte le ragioni di dubitarne), non potrebbero più ridurla. È il meccanismo stesso della loro sopravvivenza e della loro superiorità che glielo impedisce - meccanismo che, attraverso tutti i pii discorsi sui valori universali non fa che rafforzare questa potenza, e rafforzare la minaccia di una coalizione di forze antagoniste che la distruggeranno o sognano di distruggerla.

Fortunatamente, o sfortunatamente, non abbiamo più l'iniziativa, non abbiamo più, come l'abbiamo avuta per secoli, il controllo degli avvenimenti e su di noi pende la minaccia di una successione di ritorni di fiamma imprevedibili. Retrospettivamente si può deplorare questo fallimento del mondo occidentale, ma "Dio sorride di coloro che vede denunciare i mali di cui sono causa".

Questo ritorno di fiamma delle banlieues è perciò direttamente legato ad una situazione mondiale; ma lo è anche - ciò di cui stranamente non si discute mai - ad un episodio recente della nostra storia, accuratamente occultato sinora, e cioè il no al referendum. Perché il no di coloro che l'hanno votato senza sapere bene perché, semplicemente perché non volevano giocare a quel gioco al quale erano stati così spesso costretti, perché anch'essi rifiutavano d'essere integrati d'ufficio a quel sì meraviglioso ad un'Europa "chiavi in mano"; quel no era piuttosto l'espressione degli esclusi dal sistema della rappresentanza, degli esiliati dalla rappresentazione. La stessa incoscienza, la stessa irresponsabilità, in questo atto di sabotaggio dell'Europa, dei giovani immigrati che bruciano i loro stessi quartieri, le loro stesse scuole, come i neri di Watts e Detroit negli anni 60.

Una buona parte della popolazione si vede così, culturalmente e politicamente, come immigrata nel suo stesso paese, che non può neppure offrirgli una definizione della sua stessa appartenenza nazionale. Tutti dis-affiliati, secondo il termine di Robert Castel. Ora, dalla dis-affiliazione alla sfida, non corre molto. Tutti questi esclusi, questi dis-affiliati, che siano di una banlieue, africani o francesi "di stirpe", fanno della loro dis-affiliazione una sfida, e passano all'azione da un momento all'altro. È l'unica loro maniera, offensiva, di non essere più umiliati, né lasciati da parte, e neppure assistiti. Perché non sono sicuro - e questo è un altro aspetto del problema, mascherato da una sociologia politica "di casa nostra", quella dell'inserimento, dell'impiego, della sicurezza - non sono sicuro che abbiano, come noi ci aspettiamo, tanta voglia di essere reintegrati né presi a carico. Senza dubbio considerano in fondo il nostro modo di vivere con la stessa condiscendenza, o la stessa indifferenza, con cui noi consideriamo la loro miseria. Non sono sicuro che la loro reazione ad una attenzione troppo ben calcolata non sia istintivamente la stessa che all'esclusione e alla repressione.

La cultura occidentale non si regge che sul desiderio del resto del mondo di accedervi. Quando appare il minimo segno di rifiuto, la minima riduzione del desiderio, non solo perde la propria superiorità ma perde tutta la propria seduzione ai suoi stessi occhi. Ora, è precisamente tutto ciò che ha da offrire di "meglio", le automobili, le scuole, i centri commerciali, che vengono incendiati e saccheggiati. Le scuole materne! Proprio ciò attraverso cui li si vorrebbe integrare, svezzarli! "Fuck your mother" è in fondo il loro slogan, e più si tenterà di farlo, più vi si ribelleranno. Faremmo meglio a rivedere la nostra psicologia umanitaria.

Nulla impedirà ai nostri politici ed ai nostri intellettuali illuminati di considerare questi eventi come incidenti di percorso sulla via della riconciliazione democratica di tutte le culture - al contrario, tutto porta a considerare che queste sono le fasi successive di una rivolta che non è affatto vicina a concludersi.
["J'aurais bien aimé une conclusion un peu plus joyeuse, mais laquelle ?"]

Postato da millepiani alle 23:48

Lezioni di economia (o, forse, di democrazia e di costituzione)

Poichè il termine 'testimonianza' non mi piace, e nemmeno quello di 'giornalista' - quale sono - perchè mi ricorda come i 'giornalisti e le giornaliste' non sanno fare il loro mestiere, posto uno 'sputo', bello e buono, che non ho scritto io.
Buona rimozione.

"Come tenere puliti otto plessi scolastici (più di mille alunni e numerose attività pomeridiane, mensa, ecc.), durante tutto l'arco dell'anno, con un quantitativo di prodotti appena sufficienti per la pulizia di un appartamento di 120 mq abitato da quattro persone, per lo stesso arco di tempo?

Venite a lezione di "Economia Scolastica".

Come amministrare un' "azienda" e soddisfare un' "utenza" sempre più esigente (i genitori desiderano più attività e laboratori di inglese e informatica, i docenti desiderano l'approfondimento di alcune discipline "scarnificate" dai colpi di scalpello dei ministri del cavaliere: linguE straniere, lettere, tecnologie "nonsolopc" e scienze motorie sin dalla scuola dell'infanzia)con sempre meno personale, sempre meno soldi, sempre meno ascolto e sempre più "attenzionati" dai media solo in caso di episodi spiacevoli, più o meno gravi.

"Episodi".
Perchè nella norma la scuola pubblica italiana è un buon esempio di come si possano fare "nozze coi fichi secchi". E nessuno ne parla.
E forse se noi dirigenti, collaboratori, insegnanti, personale ATA e amministrativo la smettessimo di "saperci arrangiare", lavorando anche al di fuori del nostro contratto, modellando orari e competenze secondo il continuo stato di emergenza che scandisce le giornate della nostra scuola (mancanza di fondi sufficienti e difficoltà di nomina docenti e personale già carente in partenza, edilizia allo sfascio) allora le disfunzioni salterebbero all'occhio. Quelle VERE. Non fatterelli da furberie giornalistiche (non so se alla scuola abbia fatto più danno Berlusconi o la stampa) ma veri e propri DISAGI PER L'UTENZA.

Qualche esempio?

Non ci sono fondi sufficienti per mantenere funzionanti, aggiornati ed efficienti le sale d'informatica (quando ci sono), perchè i tecnici per la manutenzione COSTANO, i nuovi programmi e le componenti COSTANO. Nella scuola in cui lavoro capita spesso vedere i docenti più competenti in informatica "trafficare" con cavi e stampanti, installare programmi, ecc., oltre l'orario di servizio. Ordinario-straordinario non retribuito. Se lasciassero tutto com'è, se si andassero a fare la messa in piega o portassero il nipotino ai giardini, forse quacuno si accorgerebbe che QUALCOSA NON FUNZIONA.

Non ci sono fondi sufficienti per manutenere le palestre, ristrutturarle secondo i parametri di sicurezza, costruirle dove mancano, dotarle di grandi e piccoli attrezzi. Se il docente di Scienze Motorie la smettesse di "arrangiarsi" nel cortile dal fondo dissestato, nel parcheggio con l'asfalto mezzo divelto, nell'atrio, in un'aula, ecc., usando un secchio per l'immondizia sfondato come canestro o gli zaini degli alunni come pali della rete per una porta virtuale, i flaconi vuoti dei detersivi (pochi, vedi sopra) per fare lo slalom e via dicendo. Se l'insegnante non si sottoponesse al rischio di finire sui giornali perchè un alunno si è rotto il braccio durante l'ora di educazione fisica esercitata in un ambiente e con attrezzi "non a norma" e quindi perseguibile penalmente, non coperto dall'assicurazione e quindi sottoposto al rischio (lui e la scuola) di una responsabilità economica, allora.. Beh, allora gli alunni (i nostri figli, i nostri ragazzi) dovrebbero rimanere in classe, fare "teoria", perchè spesso non si dispone di impianti sportivi comunali vicini al plesso scolastico, perchè quelli privati COSTANO, perchè il trasporto COSTA, perchè far quadrare orari e disponibilità di docenti e accompagnatori COSTA (ricordiamo che uscire con le classi non è "andare a spasso" ma è un atto di responsabilità che prevede figure di appoggio per la sicurezza degli alunni: personale ATA, assistenti igienico-educativi e docenti specializzati per gli alunni in situazione di handicap).

Vogliamo parlare dei laboratori?
Qualcuno riesce ad insegnare tecniche pittoriche senza pittura, pennelli, tele, diluenti, ecc..? Spesso i docenti acquistano con i propri soldi il materiale (smettette, vi scongiuro!), spesso si lavora con materiale di recupero, spesso si chiede alle famiglie.. Qualcuno protesta, qualcuno, realmente, non può. Qualcuno si rifiuta per principio. E ha ragione. Ha ragione!!

Sapete quanto guadagna, al netto, un docente in un'ora di attività aggiuntiva pagata dal Fondo d'Istituto? € 10,27 (sapete quanto costa al suddetto docente, in media, poter "fare" quell'ora se ha figli piccoli, non ha nonni disponibili e/o abita lontano?: € 07,00 l'ora per baby sitter a domicilio, oppure € 05,00 in un baby parking, più spese di trasporto. Fate un pò di conti).
Vogliamo finirla di far funzionare la scuola comunque e a qualunque costo DEI DOCENTI E DEL PERSONALE?

Vogliamo finirla con l'asservimento alle scuole private, laiche e "cattoliche" che sottopongono i giovani docenti ad un vero e proprio RICATTO: pochi (o niente) soldi in cambio dei contributi INPS e del punteggio, minaccia costante, ma elegantemente velata, di licenziamento se ci si assenta, a loro giudizio, troppo.

Vogliamo smetterla?

Vogliamo smetterla di iscriverci ai sindacati che non sanno, non vogliono, occuparsi di noi?

LA SCUOLA PUBBLICA E' UN'AZIENDA? TRATTATELA COME UN'AZIENDA: ASSUMETE PERSONALE COMPETENTE E METTETELO IN CONDIZIONE DI IMPLEMENTARE QUESTE COMPETENZE NELLA SCUOLA. PAGATE ADEGUATAMENTE.

NON CI SONO SOLDI? NIENTE SCUOLA "DI QUALITA' ": GLI INSEGNANTI NON DEVONO SFORZARSI DI FAR FUNZIONARE COMUNQUE TUTTO E BENE, DI FARE I MISSIONARI DI QUESTA SCUOLA TERZOMONDISTA E IN UN PAESE CHE SI CONSIDERA "EUROPEO" (date un'occhiata ai compensi dei nostri colleghi tedeschi, francesi,....).

NON MI RISULTA CHE SI CANTINO MESSE GRATIS."

pocoprimadell'aurora

Postato da millepiani alle 18:46

Un grande profeta della postmodernità - Baudrillard, ancora (1929-2007)

da 'Liberazione' di ieri.

"Qualche anno addietro, in vista di un convegno internazionale, si parlò della possibilità di invitare Jean Baudrillard. Tra le difficoltà di realizzare questo invito, il suo amico Derrick de Kerckhove annoverò un fatto del tutto biografico che però a suo modo getta luce su una riflessione ricca e possente come quello del filosofo francese: Baudrillard aveva paura di volare. La biografia non dovrebbe entrare nella valutazione di un lascito filosofico, ma certamente il contributo più importante che dobbiamo a Baudrillard riguarda un pensiero del nostro mondo, della nostra epoca imperniato sulla decisività della tecnica. Quella paura personalissima nei confronti dell'aereo, un mezzo di traslazione che ha compresso lo spazio nel quale agiamo, manifesta una venatura peculiare della sua impostazione della questione della tecnica.

La tecnica impronta di sé il passaggio storico nel quale ci troviamo: quello dopo l'orgia. L'orgia di liberazione (politica, sessuale, produttiva, delle donne, dei bambini, delle pulsioni) rappresentata dalla modernità, la realizzazione qui e ora di tutte le utopie. Il Sapere Assoluto, che hegelianamente avrebbe dovuto farsi nel divenire della Storia, parrebbe avere trovato la sua incarnazione nella strutturazione attuale dell'Infosfera, nel groviglio di connessioni tra macchine intelligenti. Questa realizzazione di tutte le aspettative non lascia margini di speranza e di azione; ma, paradossalmente, nel momento in cui trova compimento, la modernità si liquefa, non le resta, cioè, che riprodursi duplicando se stessa, passando dalla realtà all'iperrealtà: "questo è la cultura, la nostra cultura dominante, l'immensa impresa di stoccaggio estetico, di risimulazione e reprografia estetica di tutte le forme che ci circondano. Questa è la più grande minaccia, è ciò che io chiamerei il grado Xerox della cultura".

Questo stadio è quello che Baudrillard, riprendendo il detto nicciano, chiama anche di "estetizzazione del mondo". Definizione che però non parla di arte, ma di economia postfordista: tutte le forme divengono o assumono un valore. Un valore che invade perciò tutti gli ambiti vitali e li invade come valore frattale, virale,, secondo una proliferazione e una dispersione aleatorie di un non valore, un valore segnato cioè dall'indifferenza rispetto a qualsiasi riferimento. Anche l'equivalente generalizzato perde peso: persino il denaro diviene pura informazione. Ecco la nostalgia di Baudrillard: il riferimento, il referente, l'originale, ciò che era prima del mondo nel quale viviamo. "Viviamo in un mondo di simulazione, cioè in un mondo in cui la più alta funzione del segno è di fare scomparire la realtà e di mascherare al tempo stesso questa sparizione. L'arte non fa altro. I media non fanno altro".

Questa simulazione riguarda innanzitutto l'essere umano. Nell'epoca post-genomica, l'uomo è ridotto a simulacro e a codice. Fatto, questo, lacerante e che fa sorgere un rimpianto profondo per lo stato pre-codifica in cui evidentemente egli pensava - sulla scorta di una mitologia naturalistica assai diffusa - di rinvenire un corpo originale, autentico, solo capace di essere "naturalmente" in armonia con una qualche parte spirituale dell'uomo. Un'armonia originaria che, a sua volta, ribadisce con forza quella distinzione tra anima (pensiero a priori) e corpo che ha segnato la cultura occidentale. Questa impostazione segnala eminentemente come Baudrillard sia stato un allievo diligente di Platone.

Ma la simulazione riguarda globalmente il nostro mondo e persino le guerre che vi hanno luogo. Le Twin Towers erano la manifestazione ultima di un sistema che si avvicinava all'operatività perfetta e perciò inibiva l'eventuarsi stesso dei fatti. Una catastrofe, per Baudrillard. Compensata solo da un'altra catastrofe: il crollo delle Twin Towers che ha posto fine allo sciopero degli eventi. Se il sistema è ciò che ci volatilizza, ci nullifica, ci fa sparire, non si può che optare per la speranza della sua sparizione. Questo però rischia di essere un gioco di zeri a somma zero. Denunciare lo svolgersi della nostra vita in un mondo di simulazione ha valso ha Baudrillard un citazione importante in quel coagulo della cultura contemporanea che è la trilogia di Matrix. I fratelli Wachowski hanno ripreso le sue idee: Simulacres et simulation (1981) è diventato addirittura un oggetto narrativo del film. In una famosa intervista il filosofo ha ricusato l'utilizzo del suo pensiero da parte dei cineasti statunitensi. Ma resta il fatto che quella citazione afferma la risonanza della sua figura al di là delle cerchie degli specialisti e l'assorbimento nella cultura di massa di quella ontologia della scissione tra realtà e simulazione di cui Baudrillard è stato uno dei massimi teorici. Aver saputo mettere al centro delle dinamiche sociali la tecnica è senza dubbio l'aspetto del suo pensiero da non dimenticare. In questo senso, avremo nostalgia della radicalità del messaggio baudrillardiano. Questo senza che ci contagi la sua nostalgia dei bei tempi andati.

Postato da millepiani alle 17:37

Jean Baudrillard (1929-2007)


È molto qualche giorno fa. Un articolo di Mario Perniola dal manifesto. [un saluto alla 'belgisa']

A ripercorrere l’opera di Jean Baudrillard, all’indomani della sua morte, appare subito evidente come essa si divida in due periodi, il primo dei quali è segnato da una insistita riflessione sulle categorie dello scambio simbolico, dell’iperrealismo e del simulacro, estendendosi fino ai primi anni Ottanta, mentre con il volume Le strategie fatali (1983) una nuova fase si apre, più paradossale e più suscettibile dei molti fraintendimenti in cui è talvolta incorsa.

È dal saggio di Marcel Mauss sul dono nelle società primarie e dalle considerazioni di Georges Bataille sul potlàc – quella forma arcaica di scambio basata sull’obbligo di una restituzione più cospicua da parte di chi riceve il dono – che Baudrillard prende il suo concetto di scambio simbolico. Oltre ai classici concetti marxisti di valore d’uso e di valore di scambio, il filosofo francese introduce un valore-segno, connesso con la società dei consumi e la universale semiotizzazione della vita, e infine un valore di scambio simbolico, inteso piuttosto come un non-valore perché, nel suo essere alternativo ai tre valori precedenti, implica la fine dell’economia. Già fuori dal marxismo, dunque, Baudrillard assegna alla propria teoria una dimensione utopica. Quanto alla nozione di iperrealismo, essa è nel suo pensiero una estensione all’ambito economico-sociale della parola nata in ambito artistico: come quel tipo di pittura forniva una copia del tutto realistica della realtà che intendeva rappresentare, così la società si trova a riprodurre con una rassomiglianza esasperata l’economia politica, quella economia che ha perduto, nella universale emancipazione del segno, ogni dimensione strutturale. La terza parola chiave, simulacro, porta con sé, nell’impiego che ne fa Baudrillard, l’eco di alcune considerazioni nietzscheane sul venir meno di una distinzione tra mondo vero e mondo apparente, e riprende anche il pensiero di Klossowski, di Foucault, di Deleuze e di Lyotard, applicandosi all’analisi dei fenomeni politici e sociali, in cui la realtà sembra dissolversi in una spirale infinita di segni e di rimandi, privi di referente. Derivano da qui le riflessioni sul terrorismo, che per un verso oppone un altro ordine a quello vigente, costituendo una specie di potlàc suicida, per un altro verso è un atto iperreale che spaccia per esistente una rivoluzione inattuata, e per un terzo verso partecipa del simulacro, che è estraneo all’ordine del senso e di una rappresentazione solidale con gli strumenti di comunicazione di massa, mentre dissolve qualsiasi prospettiva politica credibile. Nella seconda fase, aperta dall’idea di strategia fatale, è centrale la parola «illusione », che va intesa sia in senso metafisico- cognitivo, ossia come il contrario della realtà e della verità, sia in senso estetico psicologico, ossia come il contrario del disincanto e della delusione. Se si privilegia la prima accezione, il pensiero di Baudrillard acquista una coloritura scettico-nichilistica non lontana da alcune tendenze della filosofia italiana contemporanea – per esempio il «pensiero debole» di cui condivide il radicale rifiuto della metafisica e dell’etica, e quel filone della cultura filosofica caratterizzata dal catastrofismo vitalistico, che in Italia corre da Pirandello a Giorgio Colli e a Giorgio Agamben. Ma sono paralleli, in realtà, ingannevoli: perché ciò che davvero interessa Baudrillard non è il problema della conoscenza, né l’enfasi vitalistica che pervade i filosofi italiani del sublime. Per lui, infatti, l’illusione non significa sogno, inganno, miraggio, e nemmeno utopia, bensì l’ingresso in una dimensione non usuale, non quotidiana, non statica. Ed è a partire da questo momento che ha inizio una rivalutazione di ciò che chiamiamo l’arte, il teatro, il linguaggio: perché lì si è conservato qualcosa di quella violenza al reale che si attua nella cerimonia iniziatica e nel rito. È in quell’ambito che si conserva una padronanza delle apparizioni e delle sparizioni, e in particolare la padronanza sacrificale dell’eclissi del reale. Siamo quindi molto lontani dal gioco inteso come ricreazione, loisir o distrazione; l’idea che Baudrillard ha dell’arte come illusione è semmai prossima alla concezione antropologica della magia, dove la potenza dell’illusione riesce a irrompere nel reale e in qualche modo a prenderne il posto, senza però identificarsi con esso. Un passaggio fondamentale, questo, per capire una tra le idee più oscure della riflessione di Baudrillard, quella di strategia fatale. Non è un progetto o un piano di azione elaborato da un individuo, la strategia così come la pensa Baudrillard, bensì una concatenazione di elementi esterni alla volontà soggettiva: dunque è un sinonimo di regola e di rituale. Ma questa concatenazione non è né necessaria, né casuale, né teleologica, né fortuita, è un rito senza mito, un significante senza significato, tuttavia può diventare fatale, aggettivo cui Baudrillard consegna il senso di legato almale, funesto. Tutte le cose sono chiamate ad incontrarsi – secondo il filosofo francese – solo il caso fa sì che questo appuntamento non si realizzi; al contrario, dunque, di quanto è proprio all’idea di hasard objectif dei Surrealisti, che in un mondo retto dalla casualità cercavano di attribuirle un significato e un valore reconditi indipendente dalle intenzioni e dalle volontà soggettive, scoprendo una trama occulta: una specie di astuzia della ragione (List der Vernunft) hegeliana. Sebbene Baudrillard dia invece per scontato che le cose si incontrino, non attribuisce a questo incontro alcun significato, perché non di una concatenazione provvidenziale si tratta, ma di un rituale, che tuttavia talvolta manca l’appuntamento e si trasforma in ritualemancato. La distanza estetica su cui si reggeva il rituale è però annullata, in occidente, dalla cancellazione della scena e dall’annientamento delle mediazioni, di qualsiasi tipo esse siano (artistiche, politiche, sessuali). In questa direzione l’analisi di Baudrillard si distanzia da quella di Guy Debord: il mondo attuale, infatti, non sarebbe caratterizzato dal trionfo dello spettacolo, ma dalla sua sparizione. La scena è stata sostituita dall’osceno, il posto dell’illusione è stato preso da qualcosa che pretende di fornire un effetto realistico maggiore dell’esperienza della realtà (ed è perciò iperreale), ogni evento è anticipato e annullato dalla pubblicità e dai sondaggi. Dunque l’azione diventa impossibile e ad essa succede la comunicazione, che riesce appunto a fare precipitare ogni cosa nell’insignificante, nell’inessenziale, nel derisorio. Nel mondo della comunicazione, nulla più accade: tutto è senza conseguenze, perché senza premesse, suscettibile di essere interpretato in tutti i modi, tutti ugualmente irrilevanti e privi di effetti.
Postato da millepiani alle 14:21

circola che...(2)

Ne avevo scritto già qualche settimana fa. A quanto pare comincia a circolare anche in ambiente 'ufficiale'...

Da 'L'Espresso' di questa settimana.

"[...] Ore 20,30: la partita è finita, ma gli ultras proseguono la guerriglia fuori dello stadio. A un'ora e 20 da quell'unica carica Raciti continua a difendere l'ordine pubblico. "Ci lanciavano estintori", ricorda Carmelo P., collega di Raciti, "pietre, pezzi di ceramica e lavabi contro i nostri mezzi. Abbiamo preso un Discovery per cercare di allontanarli, ma ci hanno assalito, sfondando la carrozzeria della vettura, i vetri. È persino scoppiata una ruota". Sessantadue tra poliziotti e carabinieri refertati all'ospedale Garibaldi, contro 25 tifosi testimoniano una violenza a senso unico. Persino il capo del reparto mobile, Pietro Gambuzza, alle cinque del mattino si accorge di avere il piede destro fratturato. "Eravamo riusciti a fermare uno degli aggressori, io non volevo andare via", ricostruisce l'agente, "ma Raciti mi ha detto di portare il fermato nel camper dove li raccoglievamo e sono andato. Da lontano ho poi visto del fumo sotto la vettura e quando sono tornato sul posto Filippo era già in barella svenuto". Raciti è nel Discovery, qualcuno getta una bomba carta dentro l'auto.

Alle 20,34 l'ispettore si accascia: "Mi sento male, aiuto...". Lo soccorre un medico della polizia che per primo si accorge del Discovery che procede lentamente a marcia indietro con lo sportello anteriore destro aperto, scortato da agenti di polizia. L'ispettore arriva al pronto soccorso dell'ospedale Garibaldi in condizioni disperate. Il referto d'ingresso parla di arresto cardiocircolatorio per barotrauma, evento conseguente all'onda d'urto causata da esplosione. Il corpo di Raciti, infatti, non presenta alcun segno visibile di contusione o di contatto con un corpo contundente.[...]
I dati definitivi dell'autopsia, eseguita dal medico Giuseppe Ragazzi, non sono ancora disponibili. Il difensore del minorenne indagato, Giuseppe Lipera, ha nominato un perito per le controanalisi: "Non abbiamo avuto nulla", spiega il legale, "neanche i primi dati dell'esame autoptico. [nota mia: Roberto Maida, sul Corriere dello Sport, ha scritto due giorni dopo: " Il medico legale che ha effettuato l’autopsia, Giuseppe Ragazzi, in attesa di stilare la relazione completa che sarà consegnata ai magistrati nei prossimi 60 giorni, ha notato all’altezza dell’organo distrutto una ferita, o meglio un livido, di dieci centimetri. A forma di stella. Questo lascia pensare a un oggetto cilindrico che ha centrato in pieno Raciti durante una sorta di corpo a corpo."]. La Procura dei minori ha comunicato di non poterli fornire perché la perizia è stata disposta da altra autorità giudiziaria, la Procura distrettuale della Repubblica". Resta una domanda: Raciti muore per il colpo subito tra le 19,04 e le 19,09 non ripreso dalle telecamere? Oppure ne ha subito un altro, mortale, durante la guerriglia successiva?"

lacrimogeno

Postato da millepiani alle 10:09

08.03.07

Frittelle di neonata

Due mesi fa la legge del Pirellone. I dirigenti sanitari: non sappiamo come procedere. Intanto si stanno riempiendo le celle frigorifere.
Sepoltura dei feti, caos negli ospedali a Milano

Repubblica, pag. 15

Postato da renzo alle 08:04 | Commenti (1)

Come una dedica, o forse una lettera d'amore - A te

C'è una certa urgenza, un luogo dove si tocca, a volte, una certa presenza senza postura.
Un luogo dove si può scrivere in prima persona, rifiutando, per principio e per dedica, la terza persona.

La dedica rifiuta la terza persona, per principio e statuto.
Non so scrivere, non ho mai scritto, senza dedicare. In una certa maniera, ho sempre rifiutato la terza persona: mi disgusta.
È questo il mio limite, la mia forza.

La terza persona, in nessuna maniera, si espone
(alla morte o ad una certa urgenza).

Non lui, non voi, non noi, non soprattutto io, scriviamo.

Solo a te è dedicato quello che scrivo.
Se ripercorro - in questa urgenza che ci inquieta - tutto quello che ho scritto, non c'è una sola riga che io non abbia dedicato.
La dedica, anche dove non fosse dichiarata, è talmente chiara in quello che ho scritto, che ne ho vergogna.
La dedica rifiuta, per principio e statuto, la terza persona: non lui, non voi, non noi, non soprattutto io, scriviamo.
Ti scrivo.
E mentre è più facile dedicare agli amici, alle amiche e a chi muore, anche solo una riga di quello che si scrive, più difficile è scrivere e dedicare dove la seconda persona non si presenta, dove dedicare sembra una follia e un azzardo, una forzatura, un forzare la scrittura in vista dell'infinito (dove l'infinito è, precisamente, la mancanza di risposta).

Le lettere d'amore sono, in questo senso, la declinazione precisa della dedica: senza necessaria risposta.

In questo senso, qualsiasi parola pronunciata da Socrate, in qualsiasi maniera essa sia stata riportata, non è niente altro che un 'da me a te'.
È tanto banale e chiara questa evidenza, che tutta la storia della filosofia ha tentato di obliarla, di nasconderla, di non pensarla. La 'filosofia come dedica', proprio perchè conosce l'amore, si 'versa e si torna' - cioè: si dedica - senza misura, nella solitudine di un amore senza risposta.

Ed ancora, in questo senso, siamo tu ed io a fare la tessitura della scrittura - proprio perchè senza te e me non esisterebbe dedica, non esisterebbe scrittura.
Proprio per questo, Marcel Proust ha vissuto, una volta e per sempre, la differenza tra il tu della vita e quello della scrittura.
Non c'è una sola riga che non abbia scritto senza 'dedicare'.

La filosofia si muove in questa terra di nessuno, mai chiarita. Tutte le volte che la filosofia si muove, con la sua immensa sapienza storica, per interrogare anche la scienza, sono le parole d'amore di Socrate che risuonano, dovrebbero risuonare.

'A te...'

Postato da millepiani alle 03:53

07.03.07

Aliza Kezeradze: dell'amore per il pianoforte - Ivo Pogorelic: della paurosa ed inspiegabile tendenza a rallentare tutti i tempi quando non si esegue in pubblico - Pogorelich come Gould

"Primo, la perfezione tecnica come qualcosa di naturale. Secondo, un intuito nello sviluppo del suono del pianoforte, come era stato completato dai compositori-pianisti della fine del XIX e degli inizi del XX secolo, compositori che riuscirono ad interpretare il pianoforte sia come una voce umana ... e come un'orchestra con la quale può produrre una varietà di colori. Terzo, la necessità di imparare ad utilizzare ciascun aspetto degli strumenti moderni, che sono più ricchi nel suono. Quarto, l'importanza della differenziazione."

Ivo Pogorelic, a proposito delle cose più importanti che Aliza Kezeradze gli ha insegnato.

[ho scoperto che esistono anche le registrazioni pirata in musica classica. Esco da un ascolto clamoroso di Pogorelic a Piacenza, nel 2005: "Venerdì 1 aprile la città di Piacenza ospita l’artista croato Ivo Pogorelich, genio pianistico degli ultimi anni, che si esibirà al Teatro Municipale in un recital dedicato a Chopin, Skriabin, Rachmaninov.",
Lo giuro, l'ho pensato, ho pensato che ascoltavo una bufala del Primo Aprile. Ma non solo il programma coincide - non è nulla per chi ascolta 'classica'- erano le profondità ai tasti nel IV movimento che mi facevano del tutto convinto che, davvero, si trattava di lui.].

Non me ne sono ancora ripreso.

Un'assoluta, inquietante, disturbante, lentissima e finissima, intensa, profonda, lontana, di una lontananza abissale, interpretazione della Sonata Op. 58 di Chopin.
Si direbbe, un 'capolavoro', uno 'chef-d'oeuvre'. Quello di Chopin senza alcun dubbio.
Un'interpretazione assolutamente magnetica, che sposta tutti i centri d'ascolto.

Intepretazione alla pari, lo dico senza tentennamenti, con l'interpretazione delle Goldberg di Gould.
Forse, oserei dire, superiore. Perchè è Chopin.

È un ascolto che vale.

Il programma ufficiale e ascoltabile nella mia registrazione è questo:

- Chopin, Notturno, Op. 62 No. 2;
- Chopin, Notturno, Op. 55 No. 2;
- Chopin, Sonata, Op. 58;
- Scriabin, Sonata, Op. 30;
- Rachmaninov, Sonata, Op. 36.

Mi si chieda se lo si vuole ascoltare.

Postato da millepiani alle 18:47 | Commenti (1)

attenzioneèunmedicinalenonsomministrarealdisottodeidodicianni...

Intervento del portavoce, Binetti aveva detto di averlo indossato
Cilicio, l'Opus Dei si dissocia
"Noi ne sconsigliamo l'uso"

Repubblica, pag. 10

Postato da renzo alle 08:07

05.03.07

Memorie familiari - 4 [R. Strauss, "Metamorphosen, studio per 23 strumenti a corda" - in limine]

Negli archivi di famiglia viene conservata una fotografia di Piazzale Loreto.
È una fotografia, in presa diretta, che viene dalla 'collezione' di mio nonno Emilio.
Ci sono 'due corpi' che pendono da due corde, in secondo piano, quasi fossero lo sfondo della fotografia. Due corpi a testa in giù.
Ed un 'militare' con un moschetto in spalla. In primo piano.
Un 'militare', un qualcuno vestito da militare con un moschetto in mano che aveva meno dell'età che ho io mentre scrivo queste righe, ha i capelli neri tirati indietro, le sopracciglia nere rotonde, delle labbra regolari, una fronte alta, e guarda solo la camera, senza nessun gesto di piacere o soddisfazione. È un giovane, molto giovane, snello, con i baffi sottili, che guarda la macchina fotografica e nulla più; come potesse essere in qualunque posto altrove, mentre invece è lì, che 'fa la guardia' a due morti, come se si riuscisse a freddare, d'improvviso, il tempo, ad assassinarlo, a fermarlo, ad immobilizzarlo in un immagine: un giovane italiano, con il moschetto, che fa la guardia al corpo di 'due morti'. E guarda l'obiettivo della 'camera'.
Che guarda la 'camera'?

A mio nonno, nel tempo della 'guerra', era morto un altro fratello - anzi: a sua madre era morto un altro figlio, in guerra -, mentre lui aveva avuto il suo primo figlio - mio padre - in Jugoslavia, dove era funzionario civile dell'Arsenale. E dove era riuscito a salvarsi dalla 'furia' dei partigiani comunisti, solo perchè i partigiani jugoslavi comunisti, la notte prima, lo avevano avvertito, in fretta e furia, di alzare il culo, lui, sua moglie e il suo infante e cambiare aria. Il racconto della notte della fuga che mio nonno mi ha fatto, è stato molto semplice: "Sono venute le donne di alcuni amici nostri jugoslavi, che noi avevamo aiutato, e hanno detto a tua nonna e a me che dovevamo andare via subito, immediatamente. Hanno detto che avrebbero ammazzato tutti i fascisti. E che noi dovevamo scappare subito. Noi non eravamo fascisti, ma erano gli italiani che erano fascisti. Noi eravamo italiani, eravamo fascisti. Io fascista mai sono stato. E quindi sono scappato con Irene e tuo padre".
Bene, mio nonno ha riportato a Messina, con una pausa a Perugia, sua moglie e suo figlio. Dalla Jugoslavia li ha riportati a Messina - via terra -. Era l'inizio dell'autunno del 1943. E poi è risalito, inspiegabilmente, verso nord, sparendo la bellezza di 18 mesi.
Nessuno sa dove sia stato.
Io sì.

Postato da millepiani alle 16:33

Buchi di bilancio

Intanto, negli USA, anche la diocesi di San Diego, come già altre quattro prima di lei, ha dovuto dichiarare bancarotta per evitare di pagare i risarcimenti alle vittime dei preti pedofili. Le richieste ammontavano a circa duecento milioni di dollari.

Repubblica.it

Postato da renzo alle 09:50

03.03.07

Memorie familiari -3

Quando mio padre mi ha portato le fotocopie della tesi di suo zio, di Luigi 'Gino' Raimondi, oltre al suo libretto universitario e alla sua pagella del 'Maurolico', e che avevo in mano prima di andare a chiedere all'unica, diretta 'sopravvissuta' di quel tempo, quando mio padre mi ha portato la sua tesi, io ho capito perchè, come mi aveva detto mio nonno, gli operai avevano portato a spalla, festeggiandolo, suo fratello. Lungamente mio nonno mi aveva parlato di suo fratello.
Fino a quando lui non morì senza che nessuno abbia avuto la forza di dirmi che era morto chi portava il mio nome, seppelendolo senza la mia presenza, mio nonno non solo mi aveva parlato di suo fratello, nel silenzio più assurdo che c'è fra un nonno e suo nipote, ma, di più, mi aveva sempre chiesto, alla sua maniera, di me e della politica. Senza dire mai nulla o giudicare.
Era come se avesse accesso ad un'altra dimensione dal presente, come se il presente lui riuscisse a leggere a partire da un luogo assolutamente inespugnabile.
Quando mio padre mi ha portato le fotocopie di una vita finita, e di cui sapevo, la prima voglia, o forza, che ho avuto è stata quella di renderla comune con l'unica sopravvissuta.

***

Bisognerebbe interrogare i sopravvissuti con più 'gentilezza' di quella che posso avere io.
Solo che a me avevano già detto.

***

Tra il '22 e il '24-'25 Luigi 'Gino' Raimondi aveva scelto di scrivere contro il fascismo. La 'Sera' era diventata la testata di opposizione al fascismo a Messina. Questo significava tre e quattro volte l'irruzione della polizia in tipografia, e che quello che faceva era condiviso da pochi, sempre di meno. La morte che è sopraggiunta, forse liberatrice per molti, per molte, non aveva fatto niente d'altro che segnare, con una linea definitiva, l'alterità al suo tempo, senza che lui lo volesse.

La morte è strana: a volte, da un lato, segna una distanza e un'alterità definitiva, conosciuta e irreversibile rispetto il tempo che si abita, dall'altro è una tragedia per quelli che vivono semplicemente, senza urgenze, il tempo che attraversano.

Tutta l'urgenza e tutta la necessità della parola pubblica che ha abitato Luigi 'Gino' Raimondi è passata in una maniera strana e traversa. A me.

Postato da millepiani alle 14:55 | Commenti (1)

La Chiesa Cattolica e il Nazismo

"In vista della soluzione della Questione Romana, la Santa Sede acconsenti' in Italia allo scioglimento del Partito Popolare Italiano, dispose l'esilio di Don Luigi Sturzo, e approvo' la soppressione del regime delle liberta', ritenendo fosse sommamente utile poter incassare lo scioglimento della Massoneria. Nella Germania Nazista, la Santa Sede per poter concludere, dopo quelli con numerosi Laender, un concordato generale con il Governo del Reich, ordino' ai cattolici attraverso i vescovi tedeschi e per istruzioni trasmesse dal Nunzio Apostolico a Berlino Mons. Eugenio Pacelli, di sciogliere il glorioso partito del Centro Cattolici che pur aveva difeso la liberta' e la stessa Chiesa contro il Kulturkampf , esiliando a Roma il suo presidente Mons. Haas. E durante la Seconda Guerra Mondiale, per timore che aperte denunzie potessero causare persecuzioni alla Chiesa Cattolica, la Santa Sede e la maggioranza dei vescovi tedeschi, luminose eccezioni i grandi vescovi Von Galen, oggi proclamato Beato, e Von Preysing, tacquero' sulla persecuzione in atto contro ebrei, rom e disabili, nonostante lo straziante appello al Papa di Suor Teresa Benedetta della Croce, ebrea della Slesia, monaca di clausura, al secolo Edith Stein, poi uccisa ad Auschwietz-Birken dagli aguzzini nazisti e poi, perche' Dio e' grande e non paga il sabato! infine proclamata Santa da Papa Giovanni Paolo II, la cui vocazione si deve forse alla morte di un suo amico sacerdote e parroco, fucilato dalla SS germaniche o francesi o olandesi, non so bene, perche' scoperto a dare rifugio a ebrei nella sua canonica. E il Papa la proclamo' Santa chiamandola con frasi da brivido: 'Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, ebrea, cristiana, tedesca, filosofa, monaca carmelitana, martire e santa!'".

Firmato: Francesco Cossiga.

Sul Corriere della Sera di oggi.

Postato da millepiani alle 10:29

02.03.07

Riascoltando - I - : introibo alla musica 'moderna'

Guillaume de Machaut, Giovanni da Palestrina, Orlando di Lasso, William Byrd e Claudio Monteverdi rappresentano i cinque tornanti decisivi nella costituzione della musica moderna, intendendo per 'musica moderna' il sistema armonico che governa il nostro ascolto. Detto banalmente, senza questi cinque autori, l'ascolto che noi abbiamo di TUTTA la musica oggi udibile, fuori e precedente il sistema prima atonale (o pan-tonale) e poi dodecafonico, sarebbe impensabile. Qualsiasi canzone oggi ascoltabile al Festival di Sanremo è valutabile, nei suoi fondamentali, attraverso le innovazioni che questi cinque autori hanno prodotto nella storia della musica.

Non faccia specie indicare cinque nomi: stiamo parlando dell'arco di maturazione della musica che ancora oggi ascoltiamo, arco di tempo che si estende su due secoli e in cui, musicalmente parlando, le rivoluzioni si sono susseguite silenziosamente ed inconsapevolmente con una tale radicalità da far impallidire i tempi della politica, oltre quelli dell'esistenza. Tra la metà del 1300 e la metà del 1500, il passaggio dalla monofonia gregoriana alla polifonia strumentale e vocale ha totalmente stravolto non solo le 'abitudini di ascolto', diremmo oggi, ma soprattutto ha determinato la spinta verso la determinazione del canone dell'armonia classica.
Il problema che mi sono posto è stato quello di riascoltare gli autori costitutivi dell'armonia classica a partire da tre fattori.

Il primo è la persistenza sistematica dell'armonia classica nella 'musica d'ascolto quotidiano', cioè in qualsiasi 'canzonetta' possa essere ascoltata in qualsiasi luogo in cui ci spostiamo. Questa prima esigenza è nata dall'assoluta impossibilità di trovare un luogo pubblico sgombro di 'musica'. In qualche maniera, oggi la musica ci assedia, ci insegue, ci accompagna e ci tortura in tutti i luoghi pubblici, o quasi. Piû di una volta ho cercato un bar, un pub, un luogo d'incontro pubblico dove non fosse 'emessa' musica. L'ho fatto in diversi paesi, non solo l'Italia, e sempre è stata un'esperienza assolutamente frustrante: ovunque io entrassi, avevo un Bach o un Bryan Eno da ascoltare, un Beatles o Charlie Parker, Chet Baker o Mozart che mi facevano da sottofondo. Se andava bene era Rino Gaetano, se no, un rap o Nyman o Reich o Glass.
In tutti questi luoghi, non una volta ho ascoltato Alban Berg, Webern o Sciarrino, Scelsi o Boulez. Non una volta ho ascoltato nessuno di coloro i quali, per scelta o involontariamente, si erano posti fuori da questo dispositivo, quello dell'armonia classica. In questo, devo confessare, mi ha posto non pochi problemi il jazz, in particolare quello che, dopo la svolta 'free', si è collocato in un territorio assolutamente incomprensibile musicalmente. Ma ci ritornerò.

Il secondo motivo è una radicale, profonda disaffezione che aveva colpito il mio ascolto della musica 'classica' - o come la si voglia chiamare. In particolare, la necessità di uscire fuori dal 'dominio' dell'interpretazione. La faccio breve: l'assoluta necessità di ascoltare il corpus della musica 'classica' fuori dal disposito che da Toscanini in poi ha letteralmente schiacciato, grazie alla possibilità di registrare le esecuzioni, il corpus compositivo della musica che io amo. Non so chi abbia mai ascoltato una discussione fra due o più amanti o esecutori della musica 'colta'. Per quanto mi riguarda, e partecipandone pienamente, credo si sia arrivati a livelli di assoluto barocchismo. Per descrivere il piano della discussione, non ho alcun problema a usare lo stilema di 'necrofilia', che più volte ha fatto ribaltare la tavola alla quale ero seduto, tale è la verità della definizione e la reazione non verbale di chi l'ha ascoltata.
Se questo è il piano su cui si muove anche l'ascolto della musica 'colta' - quello della conoscenza, non sempre dell'ascolto, delle varie interpretazioni - è proprio questo piano ad avermi prodotto una sorta di 'acetone', di corto circuito per eccesso di troppo ascolto. Quello che vorrei qui sottolineare, è che questo eccesso di 'ascolto', di valutazione secondo l'interpretazione, anch'esso, non tocca praticamente quasi mai i brani che si collocano fuori dall'armonia classica - salvo rarissimi casi, eccezionali, come quello del mio amico Mario M., la cui sapienza e sensibilità, oltre che conoscenza, gli permette di potere disquisire anche su questo, come nessuno che conosco sappia fare.
In questo senso, riprendere in mano, meglio detto: 'in orecchio', i padri della monofonia, dell'armonia e del contrappunto mi ha liberato da questo sentimento di necrofilia che dovrebbe assalire tutti gli ascoltatori contemporanei di musica 'classica'.

In ultimo, il terzo motivo per cui ho ripreso 'in orecchio' questi autori, e non solo questi, è per una necessità assoluta e personale di leggere il presente da lontano. Non potrei scrivere nè leggere nulla senza questa urgenza assoluta che mi abita, quella del presente. Ma, nello stesso tempo, questa urgenza si è venuta a scontrare con un presente che non ha alcuna voglia di pensarsi, riascoltando le sue origini. Venendo, come dico sempre, dalla politica e non dagli studi, non tanto la mia voce era mozzata, quanto il mio ascolto. Mozzati perchè impedito di pensare il mio luogo.
Lo voglio dire chiaramente: impedito di pensarli dentro la filosofia, che è quello che, in fondo, so fare meglio, venendo dalla politica.
Non ho mai pensato che la filosofia si risolva in '...un'etica'. Se lo avessi fatto, non sarei stato il primo. Comunque, non sarei stato il primo. Mi ha solo infastidito, in questi anni - tanto da ridurmi, con alcuni, al silenzio - che ognuno 'si sia fatto la propria etica', come 'il proprio ascolto', 'la propria interpretazione di riferimento', 'il proprio interprete preferito', il 'proprio maestro fondamentale', o, forse, l'unica vita possibile.
Avendo cercato di non separare il mio ascolto da come attraversavo 'filosofia', mi sono sentito 'in piacere' di tornare ai 'padri', senza trovare madri. Ma questo è davvero un altro discorso.

Chi ne avrà voglia, i posts saranno sempre preceduti da un 'Riascoltando'. E, sempre, sotto la categoria 'un ascolto'.
Per me certamente nuovo.

Postato da millepiani alle 00:59

01.03.07

Dieci anni dopo: l'incendio della Fenice


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da ’Repubblica’ di oggi.

VENEZIA - Preso a Cancun in Messico Enrico Carella, che fu condannato in appello a sette anni di reclusione per l’incendio doloso del teatro della Fenice a Venezia. La pena era stata confermata in Cassazione, ma l’elettricista era riuscito a scappare. Carella è stato rintacciato grazie alle indagini della Digos di Venezia e dell’Interpol di Roma. Secondo l’accusa, sarebbe lui l’esecutore materiale dell’incendio: era titolare, assieme a Massimiliano Marchetti (condannato a sei anni), di una piccola ditta. Voleva evitare il pagamento di una penale per un ritardo nei lavori, ma finì per distruggere uno dei simboli della città. Carella fu incastrato da alcune frasi compromettenti dette a parenti e fidanzata e intercettate dagli inquirenti.

p.s. io lo so che sono passati undici anni da quel giorno. Per me sono sempre dieci. Anche quando erano uno o due, o tre, erano dieci. La prima cosa che ho scritto in pubblico è stata sul puzzo di morte, di bruciato, che c'era a Venezia il giorno dopo. Erano già passati dieci anni.
In fondo, ogni volta che ascolto uno straccio di musica, non mi dimentico di essere stato lì, quando abbiamo sentito il suono del teatro che cadeva 'dentro di sè'.
È l'unico suono che ricordo distintamente, perfettamente, in qualsiasi luogo.

Postato da millepiani alle 19:21

Per intenderci: ancora Turigliatto (o dell'ipocrisia)

ll senatore del PRC Turigliatto, è stato 'allontanato' dal partito.

Come si è fatto per centinaia di anni con i 'lebbrosi', si allontanano gli estranei, non li si esclude, apertis verbis, dal luogo dove si è.
Li si 'allontana', li si 'estranea', solo perchè si sa che interrogano il luogo dove si è; perchè chiamare le cose per nome, chiamare l'espulsione con il nome che ha, significa assumersi la responsabilità di dirsi altri, mentre allontanare significa mantenere vivo quel limbo dove da molti anni tutta la politica bertinottiana si è sviluppata.
Quel luogo dove tutta la sinistra moderata ha creduto di potersi 'nominare', senza dirsi, senza dirsi per l'innovazione, legittima o meno, che l'accompagna.
Compagni, dite che siete diversi da come eravate, ditevi diversi, finalmente.
Ditevi veri, finalmente, non abbiate paura di dirlo.Ne guadagneremo noi e voi, che non avete coraggio e forza per nominarvi altri, mentre lo siete, per dirvi oltre, perchè così vi siete costruiti così. Per separarci, così noi e voi potremo fare meglio e più di come riusciamo a fare 'insieme' senza esserlo, estranei senza nominarci diversi, 'lebbrosi' uno per l'altro, senza paura e senza conseguenze.

Perchè, è Foucault che ce lo insegna, lo statuto della normalità non si fonda sull'espulsione e l'oblio di chi è diverso, ma si fonda, precisamente, sul mantenere questo statuto come estraneo senza espellerlo. Espellerlo da ciò che si è.
La ragione ha bisogno, sempre, di guardarsi allo specchio senza riconoscersi, e senza rompere lo specchio.
Un gruppo dirigente di ipocriti, che non ha il coraggio di chiamare l'espulsione con il suo nome, con l'assenso silenzioso dei suoi iscritti, compie questa operazione, all'interno di un partito che ha il coraggio, ancora, di chiamarsi 'rifondazione' comunista.

Non solo noi lo mandiamo a memoria e ce ne ricorderemo, ma terremo a mente tutti quelli che, pur avendo letto Foucault, si sono addormentati nella loro domenica dell'intelligenza, balbettando le solite formule, le solite banalità della settimana santa di una politica senza memoria.

Espelleteci tutti dal vostro orizzonte, se riuscite a farlo.

Postato da millepiani alle 18:30

'Allontanare' i lebbrosi - per concludere, l'ipocrisia delle definizioni

14:05 Turigliatto allontanato dal partito
Franco Turigliatto è stato allontanato da Rifondazione comunista. Il senatore dissenziente, ritenuto tra i responsabili della crisi del governo Prodi, è stato allontanato per decisione del Collegio nazionale di garanzia del Prc con 14 voti a favore e 6 contrari, su 25 componenti il collegio con una maggioranza richesta di almeno 13 voti favorevoli.

14:37 Turigliatto "dispiaciuto" per l'allontanamento
"Mi hanno appena comunicato che il collegio di garanzia mi ha 'allontanato' dal partito". Decisione della quale sono "dispiaciuto" ha detto il senatore Franco Turigliatto. Il collegio Nazionale di garanzia ha votato con 14 voti favorevoli e 6 contrari. Nello statuto del partito non si parla di espulsione ma di "allontanamento" che nel caso del 'dissidente' sarà di due anni, il massimo previsto. Mi hanno espluso - dice Turigliatto appena saputa la notizia - ma non so neanche se tra due anni ci sarà ancora Rifondazione"

14:41 Cannavò si autosospende da Prc
Dopo l'allontanamento del senatore dissenziente Franco Turigliatto, Salvatore Cannavò, leader di Sinistra critica, la componente trotzkista di Rifondazione comunista, annuncia la propria autosospensione dal partito.

Postato da millepiani alle 15:49
« Febbraio 2007 | Home del blog Millepiani 1.0 | Maggio 2007 »
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