Noi non abbiamo niente a che fare con il Cile.
La mia generazione, e la mia età, non avrebbe nulla da domandare al Cile, ad Allende, al golpe di Pinochet.
Noi siamo altro, stiamo costruendo, con fatica, difficoltà, ma con lucidità, quello che ci attiene, quello che attiene al nostro tempo, rivendicando dove sta il silenzio, la parola e la forza che ci riguarda, dove sta la diversità di fronte il suo presente, dove il silenzio domina, e l'afasia, la necessità, e la capacità di dire altro.
Noi stiamo altrove.
Noi portiamo con noi la memoria delle immagini.
Il Cile, per noi, è la testa spappolata di Salvador Allende; vederlo uscire dalla Moneda con il mitra in mano.
Noi non abbiamo paura di questa memoria, quella delle immagini, dove più forte si mostra, in maniera intensa, l'intreccio tra la memoria e la storia, tra ciò che ricordiamo e ciò che le immagini ricordano. Noi non abbiamo paura delle immagini della storia, dei corpi, della nostra flessione e della nostra debolezza, del nostro amore, di fronte questa storia e questo racconto.
Noi, oggi, non cantiamo nessuna canzone.
Noi non abbiamo bisogno della memoria delle canzoni perchè ci si ricordi della storia; noi stiamo tra il ricordo ed il perdono.
Noi stiamo in quella flebile terra che sa e sa distinguere la condanna e il rifiuto del Cile di Pinochet dal Cile di oggi.
Noi stiamo, e stiamo costruendo, questa terra di nessuno, quella in cui la violenza di una dittatura lascia il posto, finalmente, lo spazio per il tempo del Cile di oggi.
E mentre il ricordo ci 'ritorna', il perdono ci viene difficile. Anche a noi, europei.
Perdono e ricordo, insieme, sono il nostro luogo: il nostro 'Cile'.
In nessun senso la memoria della storia e di ciò che è accaduto è 'un perdono'. Noi sappiamo distinguere 'memoria e storia, ricordo e perdono'.
Il Cile vive, finalmente, da sè.
In tutti i sensi, quello della memoria della storia e quello del ricordo dei fatti dell'Estadio National del Chile, in tutti i sensi, i fatti del Chile non ci toccano, noi che non li conosciamo.
Ma, poichè noi siamo italiani, ed abbiamo imparato ad amare il Cile ed i cileni, da prima di esser nati, ed abbiamo imparato a pensare il Cile ed i cileni come uno dei luoghi politici decisivi, noi non ricordiamo e non festeggiamo Pinochet e la sua morte.
Ma, finalmente, la libertà dei cileni, che hanno memoria e sanno ricostruire la storia della dittatura che li ha segnati, che perdonano nell'oblio della storia, e ricorderanno, per sempre, la loro forza, quella che gli ha permesso di essere, oggi, come sono, finalmente, questo sì, noi festeggiamo.
E tanto forte è questa festa, tanto forte l'attenzione, lpamore, per il Cile e i cileni che ci stanno intorno.
Noi, alcuni di noi, davvero, non hanno smesso di essere in Cile, in quello stadio, nè dimenticano.

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