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30.10.06

La nostra 'Azione parallela': Messina 2008

Comincia l''Azione Parallela Messinese' (APM) e noi abbiamo il nostro Ulrich...(trovatelo...).

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Postato da millepiani alle 10:15 | Commenti (4)

Portarsi il lavoro a casa

[Il marito di Gina Lollobrigida] è titolare di una casa per anziani in Catalogna.

Repubblica, pag. 37

Postato da renzo alle 08:05 | Commenti (1)

29.10.06

Mettete le foglie nei vostri cannoni

Marijuana e hashish come soluzione per placare arabi e israeliani
risollevare l'agricoltura dello stato ebraico, colpire Hezbollah
Israele, uno spinello per la pace
dall'università una proposta shock

Repubblica.it

Postato da renzo alle 09:06

28.10.06

non bagnare la tavoletta

La deputata forzista attacca l'onorevole transgender
Ma i questori di Montecitorio danno ragione alla parlamentare comunista
Camera, Gardini contro Luxuria
"Non puoi usare il bagno delle donne"

Repubblica.it

Postato da renzo alle 01:13

25.10.06

te-teschi

Kabul, foto ricordo con il teschio in mano
E' bufera sui soldati dell'esercito tedesco

Repubblica.it

Postato da renzo alle 17:53 | Commenti (1)

Culto dell'impersonalità

Sul settimanale del Pdci due pagine per il compleanno del leader
E Rinascita celebra Diliberto.
"50 anni, ma non li dimostra"

Repubblica, pag. 24

Postato da renzo alle 10:45

Trovato il problema, trovata la soluzione. Finale?

Per il sindaco di Londra Ken Livingstone i musulmani sono vittime di pregiudizi e di discriminazioni e vivono in Gran Bretagna una condizione che "richiama alla mente la demonizzazione della Germania nazista quanto Hitler affermava che la colpa di tutto era degli ebrei, a cominciare dai loro problemi."

Repubblica, pag. 23

Postato da renzo alle 09:31

24.10.06

mélancolie


"E quindi uscimmo a riveder le stelle."

Dante

Phrase citée par William Styron, à la fin d'une chronique d'une folie, Face aux ténèbres, 1990.

Postato da julien alle 22:40

Abdul Mohamed Previti

I militanti sono già stati scarcerati. Uno dei due era stato condannato
a cinque anni per favoreggiamento. Nella strage morirono 202 persone
Due degli attentatori di Bali
liberati per la fine del Ramadan

Repubblica.it

Postato da renzo alle 11:51

Cristi senza croce: immagini - Abu Graib (1)

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Pasolini, Mantegna; Che Guevara, Holbein.
Postato da millepiani alle 01:08

L'ascolto del sabato: "Confutatis, maledictis"- Mozart, Requiem in D min, K626

a G., mio fratello

Uno dei pezzi più famosi di tutta la storia della musica classica. Ma, al contrario di molti altri, altrettanto famosi, molto più facile da analizzare.

Trovate qui la storia del 'Requiem' ed una piccola analisi musicale.
Qui un'analisi filologica dell'opera in inglese, qui un'analisi filologica dello spartito, da cui prendo questo passaggio: "The Requiem - at least, those parts that Mozart was able to complete - was first performed in St. Michael's Church in Vienna on Dec. 10, in a tribute organized by impresario (and the first Papageno) Emanuel Schikeneder. Baron Gottfried van Swieten, one of Mozart's staunchest patrons, had it performed in a Jan. 2, 1793, benefit concert that collected 300 ducats (1,350 florins) for Constanze Mozart and her children. Walsegg conducted his own performance on Dec. 14, 1793, in the parish church at Wiener-Neustadt.".

Trovate qui il brano del film "Amadeus" (in inglese, con sottotitoli in spagnolo) che molto ha contribuito alla sua fama.
Questo il testo:
"Sequentia - (5.) Confutatis-
Confutatis maledictis// Flammis acribus addictis//Voca me cum benedictis.//Oro supplex et acclinis,//Cor contritum quasi cinis,//Gere curam mei finis."

Si tratta, diciamolo, di uno dei 'falsi' più conosciuti ed amati della storia dela musica classica. Si tratta, diciamolo, di una delle partiture più 'superficiali' attribuibili a 'Mozart' come autorità autoriale. E, proprio per questo, cruciale.

A differenza del 'Dies Irae' e del 'Res tremendae', il 'Confutatis' offre una maggiore possibilità di analisi: l'attacco è impressionante - nel doppio gioco orchestrale e vocale-, l'entrata del coro è dolcissima, la ripresa ritmica altrettanto incisiva dell'attacco, il ritorno del coro assolutamente straniante e 'altro', la tessitura orchestrale che lega tutte le parti eccellentissima. E, proprio per questo, più aperta ad ogni tipo di interpretazione.

Si tratta, insieme, di uno di quegli 'estratti' attraverso cui è possibile misurare la 'follia' dei direttori d'orchestra.
Cercherò di fare uno sforzo straordinario: proprio per l'eccezionalità del pezzo, la sua fama, la necessaria decostruzione, vorrei affrontare un ascolto comparato che traversi tra le 10 e le 15 versioni (l'ho già detto, è un work in progress).
Pregherei coloro che vogliono seguirmi in questo viaggio, di non ascoltare i primi 20 secondi e poi passare alla versione successiva, ma di ritagliarsi un'ora, un'ora e un quarto della propria giornata per ascoltare integralmente tutte le versioni che propongo. Vi assicuro che ne vale la pena. Ascoltaremo delle cose semplicemente eccezionali.
È una preghiera che faccio poichè comparare anche solo 2 versioni - figuriamoci 10 o 15 - richiede uno sforzo immenso di sintesi analitica - se posso dire così, mio povero Kant... -, di cui, tra l'altro, dubito di essere capace.
Le versioni saranno divise per sezioni, a mio esclusivo piacimento, e con mia esclusiva responsabilità. (gli estratti saranno in homepage, l'analisi nel proseguio del post; conviene tenere aperte le due pagine, per riascoltare, volendo, il pezzo analizzato).

Gli spaventati
Solti, WPO, 1991 (2.21 min.)

Bernstein, Bav.Rad.Symp.Or., 1989 (2.21 min.)

Gli apocalittici
De Sabata, EIAR, 1941 (3.11 min.)

Celibidache, O.RaiMi., 1961 (2.52 min.)

Kempe, BPO, ? (3.05 min.)

I visionari
Walter, VPO, 1956 (3.11 min)

Scherchen, VSOO, 1958 (3.11 min.)

Bohm, VPO, 1971 (4.28 min.)

I lucidi
Abbado, BPO, 1999 (2.34 min.)

Schreier, Dresde-Staatsk., 1984 (2.46 min.)

I lucidi con precisione
Marriner, Acc.S.Mar.F., 1995 (2.28 min. ca.)

Gardiner, En.Bar.Sol., 1988 (2.46 min.)

I lucidi con partecipazione
Karajan, BPO, 1976 (2.24 min.)

Gli appassionati
Muti, BPO, 1988 (2.31 min.)

Senza entrare in particolari tecnicismi, diciamo che il 'Confutatis' si divide in quattro blocchi, alternati e ritmicamente opposti, di cui l'ultimo è una sorta di breve coda finale. L'orchestra svolge sia il ruolo di sostegno cruciale alla parte vocale che di tessitura tra i blocchi.
Tutte le interpretazioni si giocano su due punti cardine: nell'interpretazione del ruolo orchestrale, nella maggiore o minore accentuazione della sua presenza, e nella scelta dei tempi della parte vocale.
Solo per questo è comprensibile la differenza tra i 2 minuti e 21 delle interpretazioni più veloci e i 4 minuti e 28 di quella di Bohm. Le categorie in cui ho raggruppato le interpretazioni sono, ovviamente, del tutto arbitrarie e di 'cortesia', proprio perchè fra interpretazioni collocate in categorie diverse ci sono, a volte, molti più punti in comune di quanto sembri.

Partirei dall'interpretazione di un direttore che non amo particolarmente, Muti. Un attacco velocissimo, la parte degli archi lucidissima e con forte scansione ritmica - si sente che sono i Berliner- sia in prima che terza sezione. La prima sezione vocale equilibratissima e tenuta, direi lirica, la seconda con un rallentamento che consente una partecipazione emotiva molto intensa. Coda finale piena, con ua presenza delle voci maschili che dialogano con gli archi, dolcissimi, a chiudere con convinzione e certezza.

Poi, il Karajan del '76, un classico. Suono pieno, voci perfettamente amalgamate con la sezione orchestrale, che però, si inspessisce spesso anche nelle parti più liriche. Nessun cedimento, nemmeno nella coda finale, alla facilità esecutiva, ma, più di Muti, rigorosa 'adesione' musicale al testo. Trovo eccessiva la presenza orchestrale, che predomina sulle parti vocali, anche se la velocità esecutiva vorrebbe evitarlo.

Solti: un attacco inusitatamente veloce, quasi un precipitato, ripetuto nel secondo attacco orchestrale. Mentre la prima parte vocale è schiacciata temporalmente, la seconda si dilata, quasi a riprendersi il tempo rubatogli. Abbastanza piatta la presenza orchestrale, che non riesce ad emergere musicalmente proprio per l'accavallarsi inevitabile di voci e strumenti su tempi talmente veloci.

Bernstein: la dimostrazione che, con gli stessi tempi di esecuzione di Solti, è possibile far altro. Su una tessitura 'veloce' l'equilibrio è sempre presente, sia nell'attacco, come nelle parti vocali. Molto piena l'orchestra nell'attacco e nella ripresa, a bilanciare la velocità; la seconda sezione è affidata a voci molto lucide, e la coda finale non rallenta, ma si mantiene in equilibrio con la prima sezione vocale, con controaltare una dolcissima e ritmica sezione di archi. Molto più udibili le voci femminili rispetto a tutte le precedenti versioni, compresa quella di Muti dove, sembra che siano gli archi finali a svolgere questo ruolo di adesione partecipe.

Marriner: ulteriore dimostrazione. Bellissima la prima e la seconda sezione vocale, in questa simile a quella di Muti. Un po' troppia gonfia nell'attacco, l'orchestra cede il passo, avvicinandosi quasi alla sparizione nella coda. Si nota nella terza sezione il tocco della St. Martins in the Fields, nella tipica scansione barocca e con una presenza molto udibile dei fiati nell'attacco primo.

Gardiner: attacco scansionato davvero dalla sillabazione della parte vocale, a cui fa da pendant un'ottima sezione orchestrale. Chiarissime le voci, anche quando si riprendono e si sovrappongono. Un vistosissimo rallentamento nella coda finale, per dare modo alle voci femminili di dispiegarsi in liricità. L'orchestra si 'minimalizza' nell'accompagnamento. Forse troppo 'rilasciata' quest'ultima parte.

Schreier: bella scansione vocale e strumentale dell'attacco, la prima sezione vocale subisce un rallentamento inspiegabile - forse per marcare ancor di più il secondo attacco. Bella la transizione dalla terza all'ultima sezione e bella ed equilibrata quest'ultima, dove l'orchestra non è sopraffatta dallla presenza delle voci, ma si fonde con esse, che, tenute basse, permettono un'udibilità totale di tutta la sezione. Tessitura orchestrale di una chiarezza esemplare.

Abbado: mirabile per equilibrio, chiarezza ed amalgama l'attacco, bellissimo il passaggio alla prima parte vocale che, pur svolgendo un ruolo di transito, nulla perde in ispirazione. Il secondo attacco ribadisce l'equilibrio del primo e la chiarezza, con la sezione archi che svolge un'accentuazione ritmica eccellente, chiarissima e molto fine. Transito alla coda degno di Schreier. Ultima sezione come sospesa, dove a volte voci e archi 'cantano' insieme. Una tenuta esemplare nel finale, con uno 'spegnersi' della musica totalmente sottocontrollo, sia come tempo che come precisione esecutiva. I Berliner sono un'altra orchestra rispetto quella del '76 sotto Karajan.

Walter e Scherchen: molto simili le esecuzioni. Attacco lento, scansione vocale che si centra sulle riprese, una sezione orchestrale imponente, che scandisce l'andamento dell'esecuzione. Transito e sezione vocale di una lentezza esasperante - nel senso migliore - subito ribaltata nella imponenza e nell'apertura sonora del secondo attacco. Davvero visionaria la coda, dove in entrambi il rallentamento dei tempi nulla fa pardere dell'intensità della chiusa e dove l'orchestra si scarta sempre dalla sezione vocale, in un decrescendo che quasi vuole sospendere la chiusura del brano. Si tratta di direzioni al di sopra della media, che possono consentirsi una decelerazione finale 'impossibile' ad altri direttori, proprio perchè supportata da una tenuta direttoriale e orchestrale eccezionale.

Inusitata l'interpretazione di Bohm. Una dilatazione dei tempi incredibile sin dall'attacco. Non è in questione la qualità dell'orchestra, ma il senso di questa dilatazione. Pesante la parte orchestrale nella prima e terza sezione. Una sezione finale paurosamente lunga, come se tutto il brano non cercasse che di arrivare a questa sezione. sarei curioso di compararla con un'interpretazione di Giulini. Per quanto mi riguarda, non ne capisco il senso.

De Sabata: attacco pieno, ritmico grazie ad una sillabazione angosciante e ad una presenza orchestrale incalzante. Transito e prima sezione vocale stupende, ispiratissime e chiarissime. Nuova attacco imponente, ultimativo, con una compattezza e graniticità notevolissime. Ultima sezione vocale quasi tragica. Le voci femminili sono strazianti, l'orchestra attentissima ad accompagnare questa 'fine'. La sezione vocale maschile è inquietante. E l'orchestra sempre chiarissima nell'articolare la sua presenza. È come se - nel decrescere dei tempi e nell'incalzare delle voci - si accorgesse che non c'è più nulla da fare. Il tutto è sorretto da 'un'idea' precisa di interpretazione del brano. E da una resa conseguente. Memorabile.

Celibidache: un attacco amplissimo e solenne ed una prima sezione vocale molto 'femminile'. Ripresa altrettanto maestosa, con una resa orchestrale di altissimo valore. La coda, come nella prima sezione vocale, quasi raggunge l'inudibile; forte il rallentamento, ma mai 'slabbrato', ma tenuto costantemente sottocontrollo, in un abbassamento progressivo della presenza delle vocie dell'orchestra assolutamente voluta e realizzata con grande cura. come per De Sabata, si sente che l'orchestra è italiana, proprio per la dolcezza nei pianissimo.

Kempe: molto simile a Celibidache, con una maggiore articolazione dell'orchestra nella coda. Le voci sono più piene e l'orchestra condotta con precisione espressiva. C'è una staticità positiva di tutta l'interpretazione e un'omogeneità sia delle parti vocali e che dei due attacchi.

##################

Si tratta, dunque, di 14 esecuzioni tra le migliaia che possono ascoltarsi. Le ho analizzate brevemente e superficialmente. Io sceglierei quella di Abbado - per l'equilibrio e l'innovazione - e quella di De Sabata - per l'eccezionalità interpretativa.

Ma non sono altro che 'piccole' scelte, di fronte alla bellezza del pezzo - chiunque l'abbia scritto.

Postato da millepiani alle 01:06

22.10.06

Sant'Anchè Martire

Dura polemica tra la parlamentare di An e l'imam di Segrate
Solidarietà dal ministro Pollastrini e dalla Cdl: "E' stata minacciata"
Velo, bufera sulla Santanchè
"Scattano misure di sicurezza"

Repubblica.it

Postato da renzo alle 21:56

mercati

Dai nuovi archivi.

MERCATI

tu mi dici: schiacciala
quest' ombra di nero che ci insegue forte e
ci perseguita, che capita improvvisa tornando
come da una cava vuota
dove nera
avevamo provato a togliere dal tavolo
a far sparire e cancellare

da dove avevo cominciato a vivere - in quella sponda senza mare
d'una terra d'acqua e pietre ferme -
non la vedevo
che tra noi saputa, non detta ed un segreto,
mi sembrava ferma, come le cose degli amanti che
si amano ad ogni confessione per l'errore, il dirsi a tu per tu le cose uniche

mi dici di schiacciarla e farla scomparire, senza amore,
e di sanare l'ombra -
dici le colpe mentre gridi, vendi quello che non sei
una volta, avevamo dei segreti

sono stato ieri ad un mercato, accanto a dove abito -
era finito e nessuno aveva voglia di gridare

tra i resti della giornata di lavoro,
da comprarsi a poco,
era caduto in terra il tavolo di un vecchio
vuoto e senza merce

lui se n'era andato
a seguir messa senza confessarsi o dire
che i suoi peccati - da muto - erano finiti
che i suoi peccati - per sempre -
urlavano da soli

Postato da millepiani alle 02:57

21.10.06

Effetto serra

Italia di Mezzo, Follini all'attacco:
"Disfiamo i poli e rilanciamo il centro"

Repubblica.it

Postato da renzo alle 22:49

L'uomo giusto al posto giusto

Tra natura e arte, la cacca sarà la protagonista della primavera culturale milanese. Alle feci, infatti, saranno dedicate due mostre: una, didattico-scientifica, curata da Oliviero Toscani, aperta dal 21 marzo 2007 nel Biolab del Museo di Storia naturale; l' altra, artistica, proposta dall'assessore alla cultura Vittorio Sgarbi, dovrebbe invece trovare posto nel vicino Pac. La mostra è stata presentata oggi a Milano da Vittorio Sgarbi e dal fotografo Oliviero Toscani.

Republica.it

Postato da renzo alle 11:50

19.10.06

Da Harry Potter a Tolkien

Follini lascia l'UDC.
E fonda "Italia di mezzo".

Repubblica. Titolo in prima pagina.

Postato da renzo alle 07:39

13.10.06

invention

La parole que je prends ici et que peut-être ai-je déjà pris ailleurs, cettre parole prise qui plutôt me prend jusqu'à me surprende voire m'effrayer, tremble entre la fantasmagorie et le réel, bien que je ne sais plus très bien ce que peut signifier le réel. Je tiens à faire remarquer que je ne cache pas l'artifice d'un tel propos, ni l'orgueil qui le pousse, orgueil mal assuré qui tend à rendre la parole mal assurée, hypocrite. Plus précisément encore, la parole que je porte se situe à l'intersection entre un souvenir passé et une image qui n'a pas eu lieu ( un fantasme, la réalisation d'un désir en une idée imagée) et qui n'aura très certainement jamais lieu, en réalité. Pourtant en moi, elle a déjà passée, et il en ressort une force qui se résout en un principe, une directive, UNE REGLE qui au début de ce texte pouvait recouvrir la signification suivante: "mettre les idées à la poubelle" ou dans une formulation plus personnelle "Je me mets les idées à la poubelle". Je cherche ici et le sens de ce mécanisme et la signifiaction d'une telle règle. Au fond, cela ne regarde que moi, et pourtant quelque chose a bien dû se passer pour que j'en fasse ici le récit, dans ce lieu public.

Je rends la parole, la passe, n'y pouvant rien pour le moment.

Postato da julien alle 14:38

invention

La parole que je prends ici et que peut-être ai-je déjà pris ailleurs, cettre parole prise qui plutôt me prend jusqu'à me surprende voire m'effrayer, tremble entre la fantasmagorie et le réel, bien que je ne sais plus très bien ce que peut signifier le réel. Je tiens à faire remarquer que je ne cache pas l'artifice d'un tel propos, ni l'orgueil qui le pousse, orgueil mal assuré qui tend à rendre la parole mal assurée, hypocrite. Plus précisément encore, la parole que je porte se situe à l'intersection entre un souvenir passé et une image qui n'a pas eu lieu ( un fantasme, la réalisation d'un désir en une idée imagée) et qui n'aura très certainement jamais lieu, en réalité. Pourtant en moi, elle a déjà passée, et il en ressort une force qui se résout en un principe, une directive, UNE REGLE qui au début de ce texte pouvait recouvrir la signification suivante: "mettre les idées à la poubelle" ou dans une formulation plus personnelle "Je me mets les idées à la poubelle". Je cherche ici et le sens de ce mécanisme et la signifiaction d'une telle règle. Au fond, cela ne regarde que moi, et pourtant quelque chose a bien dû se passer pour que j'en fasse ici le récit, dans ce lieu public.

Je rends la parole, la passe, n'y pouvant rien pour le moment.

Postato da julien alle 14:38

11.10.06

Test del palloncino. Gonfiato.

Droga e politica, la proposta di Casini
"Test obbligatorio per i parlamentari"
Il leader Udc dopo le polemiche sollevate dall'inchiesta tv delle Iene (bloccata dal Garante). "I cittadini hanno diritto di sapere se chi hanno eletto è tossicodipendente"

Repubblica.it

Postato da renzo alle 12:55

"Clienti disperati cercasi per idee a buon mercato"-Bascetta sulla consulenza filosoficaq (da "il Manifesto" di ieri)

Tra convegni, pubblicazioni, interviste e interventi sulla stampa quotidiana, la «consulenza filosofica», promossa da illustri cattedratici, trasfusa in master e specializzazioni, sembra avviarsi, anche in Italia, a un'espansione senza resistenze. Nella convinzione, del tutto indimostrata, ma ideologicamente saldissima, di incontrare il favore del mercato e una crescente domanda. Si immaginano così aziende interessate all'intervento del filosofo per motivare i propri dipendenti, singoli delusi dalle psicoterapie rivolgersi alla «consolazione della filosofia» e, magari, committenze pubbliche che affianchino, per esempio nelle carceri, al prete e all'assistente sociale, il consulente filosofico. Per quanto improbabili, questi scenari vengono sconsideratamente venduti sul mercato della formazione e delle illusioni occupazionali. Non varrebbe nemmeno la pena di tornare sull'argomento se la «consulenza filosofica» non rappresentasse un segno emblematico del nostro tempo e, più precisamente, della sua mercificazione.

Obiettivi scambiati per pericoli
È in questo contesto, e con l'intento di correggere tempestivamente le possibili derive del «professionismo filosofico» che Pier Aldo Rovatti dedica un agile, intelligente volumetto La filosofia può curare? (Cortina, pp. 99, Euro 9) alla «pratica» della filosofia e cioè a quel possibile uso del pensiero critico che non è solo approfondimento e trasmissione delle conoscenze, ma costruzione del sé e resistenza contro i poteri disciplinari e i dispositivi dello sfruttamento. Strana operazione, quella di Rovatti, tanto che al termine della lettura e proprio in virtù delle sue argomentazioni, si è portati ad escludere che la filosofia come «consulenza» pratica, con un qualche valore critico, possa mai esistere.
Infatti proprio quelli che Rovatti indica come i pericoli e le derive della «consulenza filosofica» sono precisamente gli obiettivi che i sostenitori della «professione» si propongono. Basta andarsi a sfogliare qualcuno dei trattati-manuali che cominciano a circolare nel panorama editoriale italiano. In primo luogo Rovatti, che segue l'impianto foucaultiano della «cura di sé», insiste su una decisa presa di distanza dalla «dimensione autoritaria e coercitiva della cultura terapeutica» che oggi si presenta più frequentemente come ragionevole e ragionato «invito all'autolimitazione», come riconquista di un equilibrio «sano» e dunque pacificato. Fatto sta che i teorici della «consulenza filosofica» non mostrano alcuna inclinazione a distinguersi, quanto al «gioco di potere», dagli psicoterapeuti. E Foucault, come Rovatti stesso rileva, è un autore del tutto ignorato dai cultori della professione. Sarà un caso? Se dunque l'autore ha in mente una foucaultiana «politica della soggettività» dovrebbe percepire come fumo negli occhi quella idea di «professione», di «lavoro produttivo» di «funzionalità», che sta al centro del progetto della «consulenza filosofica» e agli antipodi del pensiero critico e della sua pratica politica. «La politica della filosofia - scrive Rovatti - comporta infatti una respirazione-contro, non semplici spazi per riflettere meglio ma per indirizzare il pensiero proprio contro quella cultura aziendale che ti chiede, perfino con l'offa della filosofia, di essere più riflessivo, cioè più produttivo». È una formulazione pienamente condivisibile. Ma per quale ragione le aziende, corteggiate dai consulenti filosofici e continuamente invocate nelle pubblicità dei relativi master, dovrebbero mettersi simili serpi in seno? La filosofia, come esercizio critico e come pratica di resistenza è del tutto incompatibile con l'idea di «professione», di «consulente», di terapeuta, di specialista retribuito. La si potrà vedere all'opera nei seminari autogestiti delle università occupate, nelle riviste, nei numerosi dibattiti in centri sociali e collettivi politici, perfino nelle scuole e nelle università nelle quali la rassegnazione, la noia, la routine e la riforma Zecchino-Berlinguer non abbiano finito di devastare le menti, piuttosto che nello studio di un consulente, con il busto di Socrate sulla scrivania e la parcella nel cassetto.
In una sorta di manuale, appena uscito per le edizioni Apogeo, scritto da Peter B. Raabe e titolato Teoria e pratica della consulenza filosofica, (pp. 330, Euro 18) l'interlocutore del filosofo è definito «cliente» e la procedura discorsiva segmentata per fasi predefinite che scimiottano per filo e per segno il procedimento terapeutico. Il resoconto dei casi concreti, al termine del volume, rivela una farraginosa evoluzione, condita di qualche dotta citazione, della «posta del cuore». Ecco dunque il folto menu di «arte della vita» che la «consulenza filosofica» sottopone al cliente: «la consulenza matrimoniale, il lutto, il lavoro pastorale, la consulenza accademica e l'attenuazione dei problemi, la consulenza sulla carriera e il management consulting, lo sviluppo dell'autostima, questioni e problemi di autoidentità, problemi religiosi o spirituali, questioni esistenziali o relative al senso della vita, problemi di acculturazione, problemi specifici di certi periodi della vita o della mezza età, questioni sociali e politiche, problemi interpersonali, familiari, intergenerazionali sia di gruppo sia individualmente, sensi di colpa, depressione, rabbia e così via, associati ai problemi che abbiamo elencato, o derivanti da questi».
Di tutto, dunque, ma dominato, nell'elencazione stessa delle possibili «prestazioni filosofiche», più dalle tonalità dell'adattamento, dell'equilibrio, della ricomposizione, che da quelle della critica e del conflitto. In questi panni ci si vede più Francesco Alberoni che Michel Foucault. Siamo in una dimensione del tutto antitetica alla «politica della soggettività», a quell'esperienza critico-pratica del pensiero, rivendicata da Rovatti contro l'autorecinzione accademica della filosofia. La spiegazione dei caratteri che dominano la teoria e la pratica della consulenza filosofica, nonché l'interesse delle «aziende» universitarie per questa nuova merce formativa, risiede nella sua genealogia, nelle circostanze e nel tempo storico in cui compare sulla scena.
La consulenza filosofica nasce nella Repubblica federale tedesca nel 1981 ad opera di Gerd B. Achenbach e trova fertile terreno nel mondo anglosassone. Due sono i fattori che ne determinano la nascita. Il primo, evidente, è la disoccupazione intellettuale di massa, vissuta come patologia sociale piuttosto che come crisi di sistema. Il secondo è l'affermarsi della produzione immateriale, l'immissione delle facoltà intellettuali, delle sensibilità individuali, delle esperienze e delle capacità relazionali nel dispositivo della produzione e dell'accumulazione del profitto. O meglio, la percezione distorta, acritica quando non apologetica, di questi fenomeni. È appunto negli anni '80, durante la cosìddetta «svolta linguistica» dell'economia, che si affermano concetti (meglio ideologie) come «capitale umano» o «professionalità», formula applicata alle occupazioni più improbabili, come principio di disciplinamento produttivo «universale» in quanto non limitato ad alcun contenuto specifico, come invece accadeva per le vecchie concrete professioni. Condizioni, queste, assolutamente proprie della postmodernità e all'interno delle quali è del tutto privo di senso evocare Socrate, Epicuro, Seneca e altri mostri sacri della filosofia antica (curiosamente non si citano mai i sofisti che, se non altro per la loro inclinazione mercenaria, sarebbero più strettamente imparentati con i nostri consulenti). Il consulente filosofico si sviluppa, seppur con minore fortuna, probabilmente per la sua discutibile utilità, insieme con addetti alle pubbliche relazioni e pubblicitari, psicologi aziendali e «creativi» d'ogni genere, consulenti finanziari e animatori dei villaggi-vacanze, conduttori di Talk show ed «esperti di immagine».
Una pratica fuori mercato
Insomma, fino allora i filosofi avevano interpretato il mondo, ora si trattava di metterli al lavoro, ben guardandosi dal cambiarlo. E, tuttavia, nonostante questo fiorire di «professionalità» immateriali, il mondo non pullula di filosofi che campino delle loro consulenze. Sarà perché è l'agente di borsa ad avere maggior dimestichezza con la metafisica applicata e sono Beppe Grillo o Adriano Celentano a incarnare la filosofia morale del presente, sarà perché la filosofia (ormai di ogni stilista, di ogni strategia di marketing, di ogni discoteca o agenzia di viaggi si dice che abbia la sua «filosofia») a tutto serve tranne che a fare «il filosofo», come che sia il consulente non decolla.
Una minima percezione del tempo in cui viviamo dovrebbe sconsigliare l'invenzione di un nuovo specialismo nel generale tramonto degli specialismi. Ed è sconsolante vedere prestigiose università e illustri accademici vendere agli studenti siffatte fandonie. Allora ben venga la strada indicata da Rovatti, ma con la consapevolezza che l'esercizio del pensiero critico, la cura di sé e degli altri, non è una professione, ma la pratica che tutte le scardina, non sta nel mercato ma lo eccede. E se non rende niente, pazienza. L'astuzia della ragione trova sempre il modo di sbarcare il lunario.

Postato da millepiani alle 12:22

La consulenza filosofica e l'esposizione della bio-grafia all'in-comune (2)

Qui la prima parte.

In questa maniera, scrivendone così, so di violare la quasi totalità delle 5 regole che, dopo un'esperienza quasi ventennale, la 'Compagnia di ognuno' è riuscita a fare passare nella pratica dell'analisi filosofica ad orientamento filosofico. (Lo Russo, "Pratiche filosofiche e cura di sè"- B. Mondadori, 2006). Ma la necessità di 'decostruire', nel momento in cui la sporgenza in pubblico si fa più incalzante e scelta, decide non solo della scrittura, ma soprattutto dell'interrogazione. Decide di ciò che si scrive in pubblico. Di ciò che, in pubblico, si è deciso di mostrare.

La divaricazione senza esclusione che è maturata in questi anni in Italia, nella recezione della pratica della consulenza filosofica, riguarda, precisamente, il prima e non lo statuto. Di cosa si tratta? Esiste una 'consulenza filosofica' che non reinvia ad una pratica della cura di sè, anche se supportata dal reinvio ad una lunghissima tradizione di esercizi d'interrogazione del sè. Questa 'pratica della consulenza filosofica', rivendica uno statuto autonomo, sganciato da questa tradizione di lento, lungo esercizio di interrogazione del sè, e vuole darsi nella sua 'forza e presenza'. Nella sua incalzante incidenza sul presente, nella sua capacità d'incrocio con le necessità, le opportunità che le istituzioni offrono. Essa rivendica una non coincidenza con la 'cura di sè'. Semplicemente, essa smarca la sua presenza dalle 'pratiche di cura di sè' che, invece, l' 'analisi biografica a orientamento filosofico' ritiene fondamentali. In questa 'differenza', non solo la 'consulenza filosofica' si diversifica, ma, soprattutto,
la 'consulenza filosofica' comincia a declinarsi in maniera differente. Assunto che entrambe non hanno e non vogliono avere un indirizzo terapeutico, e che si smarcano dalla terapia analitica di qualsiasi indirizzo, la prima è ben differente dalla seconda. La prima, la 'consulenza filosofica', ritiene di poter agire, operativamente, rivendicando uno statuto di 'pratica filosofica pura' - cioè senza mediazioni, - che la seconda, invece, non rivendica. La 'consulenza filosofica' ritiene di essere sganciata da qualsiasi intenzionalità pragmatica, ritiene di potersi dire una 'pratica che non è teoria' (rinvio, assolutamente, a 'Pratiche filosofiche e cura di sè' e all'intervento di Neri Pollastri). Meglio detto, e in termini tecnici: la consulenza filosofica che analizza Neri Pollastri, rivendica uno statuto specifico della 'consulenza filosofica' che taglia trasversalmente la storia della filosofia. Essa non ha bisogno di nessun reinvio a pratiche maturate all'interno della tradizione filosofica, ne rilegge, paradossalmente, le persistenze, le rilancia, le reinterpreta, non se ne fa 'fuoco'. Non è un caso (forse è un caso?) che mai vengano citati, in nota, i 'classici'. (Domanda da 'accademico'? No, non credo...)

Lo so: tutto banale. Ma la 'resa banale' delle metodologie aiuta a comprendere. Rivendicare uno statuto 'puro' della consulenza filosofica è, insieme, il più grande scarto e la più grande debolezza rispetto tutta la tradizione. (Mi rifiuto di contestare il richiamo a Carlo Sini e alla sua ultima ricerca. Per lo meno qui.).

Dunque, questo il primo modello: una 'consulenza filosofica' che pretende rileggere le forme della tradizione, ritiene potersene distansiarsene, ne declina le innovazioni senza confronto con il portato della tradizione. Direi, nella mia lingua: ritiene poter eseguire la sesta di Beethoven come per la prima volta. Non esistono registrazioni precedenti, non esistono nè applausi o fischi; esiste un altro contesto. Ma l'orchestra che esegue, qual è?

(ritorna e segue)

Postato da millepiani alle 03:07 | Commenti (1)

La consulenza filosofica e l'esposizione della bio-grafia all'in-comune (1)

Quando ho cominciato a scrivere, in pubblico, sulla consulenza filosofica sapevo di toccare un nervo scoperto che attraversava l'accademia universitaria italiana. Non avevo certo previsto che una 'decostruzione', che non era pensata come un'anatomia, avrebbe anche toccato il corpo di alcuni amici.
Non solo questa 'decostruzione' è diventata un' 'anatomia' su un corpo vivo, ma, di più, questo corpo, invece che ribellarsi, ha cercato e trovato le sue sacche di resistenza, le sue vie di fuga, le sue rideclinazioni, gli strumenti della sua sopravvivenza.
Nello stesso tempo, come già allora, ma oggi con più incidenza ed efficacia, il dispositivo formativo della 'consulenza filosofica' si diluisce nella sua inconsistenza, sfuma nelle sue diversificazioni, pretenderebbe essere imprendibile e multiforme, altro dal suo nominarsi, autoriconoscersi.
Prima di affrontarne con ancora più precisione una seconda decostruzione, vorrei liberare la scena dall'affollamento spettrale che - a vantaggio di molti - si presenta in 'teatro', si accalca e pretende riconoscimento. E, dunque, andrò giù 'pesante', senza distinguo. Almeno all'inizio.

La nozione di 'consulenza filosofica' non ha alcun statuto filosofico inquadrabile all'interno della tradizione occidentale, e men che meno di quella orientale. Tutti i suoi sforzi di rivendicare una 'genealogia' sono destinati a fallire. Sono vocati a rintracciare, in maniera macchiettistica ed estemporanea, volontaristica, precedenti storici che non hanno nulla a che vedere con il suo 'statuto'. Tutti i suoi sforzi di ricostruzione sono 'a posteriori', cioè la destinano ad una condizione di minorità costitutiva che la tradizione filosofica, nella forma in cui nel nostro tempo viene rielaborata, non può che marginalizzare e riassorbire.
Lo sforzo stesso di rivendicare una 'genealogia' interna alla tradizione filosofica, la condanna ad uno statuto di minorità. Al contrario, nella contestazione dello statuto dell'interrogazione filosofica, la 'consulenza filosofica' potrebbe, volendo, costruire uno 'spazio d'innovazione'.
Il suo 'statuto', per come rivendicato da tutti coloro le/i quali si stanno sforzando di determinare, non solo non ha necessità di un richiamo alle forme di 'esercizio spirituale' tipico della filosofia ellenistica, ma non ha nemmeno bisogno di rivendicare una sorta di statuto 'puro' della 'consulenza filosofica'. Mi rifaccio qui alle due declinazioni più conosciute della 'consulenza filosofica': da un lato quella della 'cura di sè', dall'altro quella della consulenza filosofica come 'pratica pura della filosofia'. (reinvio a 'Pratiche filosofiche e cura di sè', B. Mondadori, 2006 - in particolare agli interventi di Romano Madera e Neri Pollastri).
Non ritorno qui sul convegno di Cagliari. E sull'appropriazione che tutta l'accademia filosofica italiana ha operato nei confronti della consulenza filosofica. Nel silenzio più assoluto - per non dire: nella disponibilità - di chi operava da anni in questo ambito.
Per quanto mi riguarda, il punto focale è questo: lo spazio di innovazione che apre la pratica della consulenza filosofica - pratica, per suo statuto e nascita, extra universitaria - questo spazio ha la necessità di rintracciare antecedenti storici o statuti teorici per essere riconosciiuta, oppure, forse, non ha bisogno di una verticale riflessione sull'attraversamento di tutte quelle forme di interrogazione del sè - come ha tentato di fare Foucault - per ripensare, in maniera radicale, lo statuto della libertà nell'essere in-comune?
Mi rifaccio qui alle ultime, assolutamente criptiche pagine - se non per chi abbia letto Emanuele Severino - con cui Romano Madera ha concluso il suo intervento in 'La filosofia come stile di vita. Un'introduzione alle pratiche filosofiche". (B. Mondadori, 2003).
Esiste, è possibile pensare una 'pratica della consulenza filosofica' che, nello stesso tempo, riattraversi i modelli a cui si rifà, i modelli della storia della filosofia a cui si rifà, e che sappia rileggerne non solo le potenzialità esplorate, ma sappia farle diventare non solo una pratica necessaria d'esercizio, quanto una riformulazione dell'incrocio che prorpio lei ha riscoperto, quella tra bio-grafia ed in-comune?

(segue)
Qui la seconda parte.

Postato da millepiani alle 00:01

10.10.06

Dipingere: Andrea Baglieri

Una delle più belle cose dipinte viste negli ultimi anni.

aquilone A.jpg



Postato da millepiani alle 20:22 | Commenti (1)

09.10.06

Il regalo di compleanno

Alle commosse e allarmate reazioni internazionali corrisponde il fragoroso silenzio del presidente russo, impegnato a festeggiare il suo compleanno [...] "Con il pretesto delle indagini - dicono i suoi colleghi - il Cremlino ha messo le mani su ciò che cercava".

Repubblica, pag. 14

Postato da renzo alle 09:14

La pietà dell'ascolto: Berlino, 23 Gennaio 1945, Brahms

Nella mia vita, è come se io stessi ad 'ascoltare', sempre, quest'ultimo movimento di questa sinfonia. In quella data, in quelle condizioni.
Mi si potrebbe chiedere: "Che cosa ha significato dirigere in quella data?". Risponderei: "Che cosa ha significato dirigere PER ME...". "...ascoltare PER ME...".

La filosofia vive nelle sue condizioni estreme, in queste condizioni estreme, esposte; essa si espone, in tutte le sue forme, come messa in questione dello statuto della normalità, quella a cui siamo sistematicamente, metodologicamente, ovviamente, scandalosamente abituati.

Che l'unto tra i direttori, dopo aver diretto a Berlino, in questa data, sia andato a Vienna ad eseguire, appena pochi giorni dopo, un programma simile, per poi rifuggiarsi in Svizzera, attiene alla pochezza dell'esistenza. Alla 'paura' che nessuno di noi, io per primo, può condannare. Ne abbiamo la registrazione, anche di Vienna.

Di questa 'paura', in questa 'registrazione', sul bordo dell'apocalisse berlinese e 'tedesca', ne rileviamo l'urgenza, la velocità, l'estremità, l'ultimità di questo 'frammento'. Sul bordo della fine. Ecco: il finale. In filosofia si chiama così: il finale della 'storia'. Ne basta un solo frammento, un solo movimento: tutto quello che ci resta e ci basta.

Ecco. Chi vuole, può ascoltare la registrazione del quarto movimento della Prima Sinfonia di Brahms, diretta da Guglielmo Furtwängler, alla guida dell'Orchestra Filarmonica di Berlino, meglio conosciuta come Berliner Philarmoniker, eseguita il 23 gennaio del milenovecentoquarantacinque, proprio nella città di cui l'orchestra porta il nome.

Io mi domando, me lo domando sempre, chi abbia avuto la forza di appaludire alla fine di questa esecuzione. Mi domando chi abbia, per primo, prima di altri, applaudito, chi abbia avuto, da solo, questo coraggio.
Quell'applauso mi risuona come un'ossessione.

23 Gennaio 1945, Berlino.
Un frammento di 'una fine'.
La pietà è il sentimento più grande che l'ascolto della musica dona.

Postato da millepiani alle 01:32 | Commenti (3)

06.10.06

Terremoto

Appena due minuti fa c'è stato un terremoto sussultoria a Messina di circa tre secondi.
Fortissima la sensazione per il suo carattere 'straniante' angosciante, quello sussultorio.
Chi sa di che parlo può capire.

Ero al telefono e la sensazione è stata raggelante.

Postato da millepiani alle 23:22

In pubblico: filo-sofia, bio-grafia, in-comune

Tra l'ottobre 1989 e l'ottobre 1991 ho abitato a Pisa. È lì che ho iniziato a studiare filosofia. Nel maggio del 1991 ho scelto di trasferirmi a Venezia. Perchè? Cosa sia successo nei primi due anni di Università, ed il perchè della scelta di trasferirmi aVenezia, universitariamente, ma non solo, è il canovaccio fondamentale di quello che io attraverso facendo 'filo-sofia'.

Si è trattato, per quanto posso dirne allo stato attuale, di una cesura volontaria, forse più voluta che volontaria. Da che cosa mi separavo? Cosa sceglievo di lasciare?Il movimento del 1990 costituisce il primo, vero rilancio della 'questione universitaria' dopo gli anni ottanta.
Per ricordare, ed in breve: la forza di riproposizione dello statuto delle pratiche dei saperi, esposti com'erano, e come lo sono diventati, alla privatizzazione e alla specializzazione, aveva trovato 'comunità di resistenza'. L'imprevedibilità di tre mesid'occupazione, la radicalità di quell'esperienza, che si intrecciava ed incrociava passaggi cruciali storici, ne hanno determinato la solitudine.
Da un lato, una 'comunità', del tutto politica, giovane ed eclettica, che provava a dirsi, a declinarsi per la prima volta; dall'altro, un'accelerazione della storia che, davvero, aveva difficoltà a fermarsi, a soffermarsi, a rapportarsi con ciò che 'non era proprio previsto', come mi è stato detto ed ho ascoltato. E che è stata interpretata come 'marginale'. Diciamo così: in tre mesi si è 'liquidata' la pratica.
Questa pratica, invece, continua a rimanere sul tavolo dei burocrati e funzionari del sapere, ed universitari soprattutto, come l'esperienza 'in-comune' che per prima ha intuito e colto perfettamente la deriva specialistica dei saperi, la loro distorsione ed inutilizzabilità bio-grafica, la loro progressiva distanza da un'interrogazione che non attraversa solo lo statuto della filosofia, ma, in fondo, la potenza dell'innovazione che attraversa, trasversalmente, lo statuto di tutti i saperi.
Questa liquidazione ha segnato il tornante, definitivo, che ha separato la ricerca e l'interrogazione dal loro luogo tradizionale, quello universitario. Non ne ha riproposto l'espropriazione, ne ha suggellato la realizzazione.

Disperdersi.

Non potevamo che disperderci, per portare con noi e 'salvare' quello che avevamo vissuto.
Andare altrove. Avrei potuto scavare un 'altrove' dove stavo. Ho scelto Venezia. Ed è stata la fine di 'un mondo'.
La scelta di 'lasciare' Pisa, di scegliere Venezia, non solo ha costituito un'incomprensione radicale condivisa, ma, come molti anni dopo ho capito e letto, ha rappresentato la fine di 'un' mio mondo come reinvio alla 'fine del mondo' proprio come [...] necessità di confrontare le apocalissi culturali con i loro rischi psicopatologici e di determinare il carattere di difesa e di reintegrazione che le apocalissi culturali rappresentano rispetto a tali rischi. (E. De Martino, 'La fine del mondo', Prefazione, p.6).
Qual era questa 'fine definitiva' del mondo a cui quell'esperienza in-comune aveva dato il suo contributo, contributo alla sua fine? In quale maniera la 'fine del mio mondo', quello che avevo vissuto a Pisa, si incrociava con la fine di 'quel mondo' a cui quell'esperienza faceva segno? In quale maniera quell'esperienza poteva, insieme, disperdersi e salvarsi? Cosa voleva dire 'andare altrove'?
Ancora la lezione di De Martino: le apocalissi di un mondo, anche quando potrebbero essere inquadrate all'interno di una situazione patologica, non possono che reinviare ad una 'fine del mondo' che ci attiene in una maniera radicalmente in-comune, soprattutto nella forma di una reintegrazione nella produzione di nuove forme. Ogni 'fine del mondo' non è che 'una fine di un mondo' che, se letta alla luce della potenza di immaginazione di forme nuove, trasforma il rischio della psicopatologia nella produzione di nuove forme.
Di tutto questo, non ho trovato quasi nulla, in-comune, a Venezia. E, proprio per questo, non ho esitato un secondo solo ad abbandonarla, appena ho potuto. E scegliere il mio percorso di riflessione sull' in-comune.
Nel legame che sussiste, fondamentale, fra la crisi degli ordini individuali nella loro incosistente incidenza pubblica, e l'interrogazione personale sul senso delle 'apocalissi del proprio mondo', si colloca il mio progetto di ricerca.
E si potrebbe sintetizzare così: quale forma si dà la crisi di 'un mondo', quale forma si dà l'apocalissi di un mondo 'personale' all'interno di un ripensamento dell' apocalissi di una forma culturale?
Ancor più chiaro: quali sono le forme attraverso cui il precipitare di un mondo 'individuale' può 'partecipare' alla ridefinizione del tempo successivo ad 'un'apocalissi culturale'?
In quale maniere e in quali forme la crisi che attraversa l'esperienza individuale dell'apocalissi di un mondo diventa elemento cruciale e decisivo per ridefinire e re-immaginare le 'forme in-comune' dopo un'apocalisse culturale?
Per essere ancora più chiaro: quando parlo di 'apocalissi culturale', parlo dell'esperienza della consunzione della possibilità, della difficoltà di costruzione di legami 'comunitari/in-comune' che attiene alla mia generazione. Impossibilità ancor più vertiginosa, proprio perchè segnata da una sconfitta definitiva che riguarda lo statuto stesso di questa ricerca, di quest'esperienza.

Disperdersi, riprendere.

La scelta di 'lasciare' Pisa, nell'incomprensione generalizzata, non ha fatto che radicalizzare questa domanda; e mai avrei potuto fare scelta migliore. Questa domanda risuona ancora incessante, un risuonare continuo, anche adesso nel silenzio generale, nella ritrazione, nella convinzione assunta che quando un certo proprio mondo termina, è il mondo dell'esperienza che finisce, soprattutto quello 'in-comune'.
In quella trasformazione che dal comunismo porta all' in-comune, non solo si mostra il segno di una ricerca bio-grafica, quella che mi attiene, ma sopratutto quel transito fondamentale che lega bio-grafia ad in-comune.

Postato da millepiani alle 20:59

Partito democratico e Sinistra europea: un'analisi (2) - le belle speranze

In maniera violenta, bisogna - a colpi d'ascia - mortificare le belle speranze che risiedono nella sinistra non riformista italiana. Non solo il bacino elettorale del PCDI si esaurirà nell'arco di un decennio, ma la stessa sopravvivenza di Rifondazione è legata ad una trasformazione del suo costitutivo 'senso d'esistere'. Rifondazione ha rappresentato il bacino di recupero dei fuoriusciti dal PDS. In questa parabola, all'interno del PRC si sono consumate scissioni, avvicendamenti,avvicinamenti ed entrismi di sapore terz'internazionalista.

Questa parabola è conclusa. Non solo la feccia politica, che viveva in termini parassitari all'interno delle sue strutture, ma le stesse identità conflittuali più serie, non hanno più una prospettiva politica seria e praticabile. Parlo dei 200 trotckijsti di 'bandiera rossa' - adesso 'Sinistra critica' - e del gruppo dell'Ernesto. Il resto non mi interessa. Queste due componenti, che hanno scelto di farsi eleggere e rappresentare in parlamento dalla maggioranza bertinottiana, e che sono serviti da stampalle nei vari passaggi congressuali, sono completamente svuotate. Il 'bertinottismo', che hanno appoggiato secondo la logica del 'pendolo del centrismo berlingueriano', le ha esaurite, come le ha esaurite la violenta lezione della realtà. Li sfido a dimostrami una prospettiva politica praticabile.

E dunque: nei prossimi due-tre anni assisteremo ad una fuoriuscita dei gruppi più organizzati - la Quarta Internazionale - e ad una silenziosa morte per riassorbimento dei soggetti, importanti ma senza strategia, come l'Ernesto. Quando mi si ricordano le percentuali congressuali delle correnti che compongono Rifondazione, non posso fare a meno di ricordare come in questi ultimi 12 anni, tutti i gruppi, abbiano scelto, a turno, e secondo la strategia bertinottiana, di appoggiare la maggioranza, o distansiarsene, senza creare una sola prospttiva politica autonoma.
Compagni, è tardi.

Al contrario, questo esito apre uno scenario di grande conflittualità all'interno del gruppo bertinottiano, e proprio per l'incosistenza politica dei gruppi di minoranza. La prospettiva della 'Sinistra europea' - quella del progressivo abbandono della nominazione 'comunista' - inciderà non poco nel processo di formazione del partito democratico e nelle scelte del 'corrrentino' DS.

"Scusa, ma il terzo escluso quale sarebbe?"

Postato da millepiani alle 19:36

Partito democratico e Sinistra europea: un'analisi

A partire da un post di Insolitacommedia.

Mi si chiede, ultimamente con ancora maggiore insistenza, da che parte sto. Esistono due scenari altrettando probabili, più un 'terzo escluso'. In politica, schierasi indipendentemente dagli scenari, non solo non serve, ma significa non 'fare politica'. Rincorrere gli esiti degli scenari - come tutta la pseudo minoranza di Rifondazione fa da più di dieci anni - è segno di miopia strategica, per non dire cecità. In politica, nominare gli scenari possibili equivale a porre le basi per scelte radicali. Tutto il resto, dalle mie parti, quelle degli infedeli, si chiama 'tatticismo'; e tra i moderati ce ne sono di più bravi di noi. E di molto. Vorrei andare per ordine. E con una premessa: io vengo dalla 'scuola' del PCI. Queste cose 'noi' le imparavamo quando avevamo 15 anni - per chi cominciava, come me, a fare politica a quell'età. Questo non escludeva che, poi, si scegliesse la via del tatticismo. Ma nemmeno quella via poteva dirsi scevra dall'analisi degli scenari. Anzi. Ho ascoltato e letto miriabolanti analisi strategiche fatte dai più importanti padri del 'migliorismo' di targa PCI. Lo scarto che ci consentiva di smarcarci da loro - visto che io non ero ascrivibile a quell'area - era esattamente 'il terzo escluso'.

Primo scenario: costituzione del partito democratico nell'arco di un triennio, consolidamento di un'area di dissenso interna ai DS, lancio della Sinistra europea, rafforzamento di un'area alla sinistra del partito democratico, processo ricostitutivo di un'area radical-riformista non più comunista, alleata ma in competizione con il partito democratico rispetto il bacino elettorale costituito dalla militanza di base dei ds. Scenario semplice, ma non corrispondente alla complessità secolare della politica italica.

Secondo scenario: difficoltà e poi fallimento della costituzione del partito democratico come processo di unificazione di Margherita e DS, processo di coagulo dell'area della Margherita con quella dell'UDC, ricostituzione di un'area centrista di peso elettorale equivalente o superiore a quella dei DS, conseguente difficoltà dello sviluppo del progetto della Sinistra Europea, spostamento al centro dell'asse del centro-sinistra, accordo elettorale che escluda le ali estreme e nominalmente comuniste del centro-sinistra.
Per quanto mi riguarda, il secondo scenario, pur nelle sue asprezze superficiali, è il più realistico. Poichè il Partito Democratico è un processo di fusione di elites politiche, esso non può non essere garantito da una leadership. Romano Prodi non può garantire più questa leadership, sper età e soprattutto dopo 'l'operazione Telecom': non è più affidabile per nessuno dei due contraenti il patto costitutivo del Partito Democratico, oltre ad aver dilapidato il patrimonio delle 'primarie' che, qui lo dico e qui lo nego, non si ripeteranno più a livello nazionale. Infatti, nessuno dei leaders del sinistro-centrismo italico si esporrebbe ad una vera e propria consultazione, se non con le garanzie con cui le ha affrontate Prodi. La probabile riforma della riforma elettorale, vedremo, non farà che rafforzare questo processo di coagulo al centro, mantenendo intatte tutte le opzioni di 'doppio forno' - a livello centrale e a livello locale - della costituenda area di centro. Le aporie di un ipotetico ingresso di 'questo' partito democratico nel gruppo parlamentare europeo socialista sono la lama d'analisi. Vorrei ricordare che NON esiste a livello europeo un tale modello di formazione politica. E che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, allo stato delle cose della politica europea, è una prospettiva del tutto impraticabile, proprio perchè essa si struttura intorno ad una diarchia di governo che riunisce le forze moderate e le forze della sinistra nel governo di un paese (Germania, Austria, e, vedrete, altri paesi) TENENDO DISTINTE le forze di questa diarchia, che tendono a 'tagliare' le ali estreme (non sto qui ad analizzare la 'matrice' europea di questo processo; cito solo l'abitudine di alternare il presidente della commissione con il presidente del parlamento di Strasbourg, che sono, in reciproca coabitazione, di sinistra e di centro, a turno).

Da che parte sto? La convergenza diarchica su un ipotetico 'centro di governo' è il risultato dell'avanzamento di forze di ben altra radicalità e che erodono lo spazio della mediazione politica (anche qui in Svizzera ci sono esempi...). L'esempio austriaco è paradigmatico, come quello tedesco, tutto nuovo coinvolgendo anche la paura dell'avanzamento della PDS.
Tutta la discussione sulla costituzione di un ipotetico partito democratico, come quella sugli spazi che si aprirebbero in Italia per l'apertura di un processo di costituzione di un'area radical-riformista sconta un difetto originario: entrambi i processi coinvolgono elites politiche - come quella costituita da Pietro Folena, a cavallo tra DS e PRC.

Qual è il 'terzo escluso'?
(segue)
Qui la seconda parte.



Technorati : DS, partito democratico

Postato da millepiani alle 15:20

05.10.06

Non stanno nella pelle, i piccini

Verso l'abolizione del ''Limbo''. Si prepara una sorte diversa per tutti i bambini morti senza battesimo.

Titolo su Guidasicilia

Postato da renzo alle 16:44

04.10.06

Nel caso di imprevista glaciazione

Il Pentagono manda in Iraq un battaglione di esquimesi

Titolo di Repubblica, pag. 31

Postato da renzo alle 08:59

03.10.06

Parigi, 'Hotel de Clermont', 18 rue de Veron, Metro 'Blanche'

a Silja

Non amo Parigi. Come se fosse, tra le amicizie, la più cocente delusione.
Penso di conoscerla bene.
Parigi la si conosce, però, nella persistenza sia dell'odio che dell'amore.
L'amicizia non le attiene.
Mentre l'amicizia domanda un tempo dilatato, esposto, Parigi domanda una presenza marcante, incessante. Senza scarti.
Traversare le vie di Parigi, per chi la lascia, per chi sa di lasciarla per sempre, toglie la parola.
Ho abitato due mesi a Parigi, accompagnato, mano nella mano, da parigini. Ed in campagna.
E di notte. Solo per me.

Il giorno dopo il mio compleanno, qualche anno fa, ho assistito, per caso, alla chiusua della sede storica della 'Biblioteca Nazionale'.
Sì, quella che Benjamin ha descritto così bene, quella dove lavorava Georges Bataille.
E non saprei cosa aggiungere alle parole di Sebald sulla nuova 'BNF'.

Non amo, per nulla, vagare per le strade di Parigi, se non in periferia.
Odio la sua 'Metro' e la sua 'RER', che mi sembrano la provincia dell'umanità di fronte Mosca; mi fa vomitare attraversare i 'passages' che conosciamo per 'iscritto'.
Il 'College de France' non lo conosco, conosco i cimiteri, per gesto turistico, le Università quasi tutte, per professione.
Potrei fare una mappa delle 'boites', dei locali notturni, di ogni livello. Quelli d'allora: senza vita.

Quando ho abitato al 20esimo, per un mese, ho capito da dovevo guardare Parigi.

L'amicizia con le città non si misura attraverso la loro bellezza.

Sono tornato a Parigi: era bello l'hotel dove stavo. Era mia quella stanza, ed anche 'Parigi'.

"Ero con te, amore mio".

Postato da millepiani alle 16:56

Up 40: amici degli amici

"Stronzo, fummo come te, sarai come noi."

Postato da millepiani alle 15:58

Lo Sceriffo di Ceppaloningham

Mastella: no ai Robin Hood

Titolo di Repubblica, pag. 2

Postato da renzo alle 13:12

méditation paranoïaque

[trad. libera di millepiani, prima versione]

Ce qui va suivre n'est pas à prendre au sens de l'être, mais comme une défaillance psychologique, dont me trouvant écarté mais retenu encore par ces liens, j'essaierai de formuler. Je me promenais, ce devait être dans l'après-midi, dans les rues de Paris, sans savoir ni choisir où j'allais. J'avais, l'expression est courante, besoin de marcher pour me débarrassé de tensions qui énervaient et mon corps et mon esprit. Je marchai donc comme une bête; la foule, les voitures, le bruit général d'une métropole en un jour de semaine, me calmaient. Mes pensées allaient à tout va sans arriver à retenir une idée potable. Cependant la question de l'amitié - et plus englobant encore celle de l'amour - me gênait.

[Quello che leggerete - se ne avrete voglia - non tocca il 'senso dell'essere', ma è come una sincope della memoria, che, lontana ma dentro la mia vita, ho avuto voglia di raccontare. Non ricordo bene, credo fosse uno dei pomeriggi in cui a Parigi, tra le sue strade, vagavo senza meta. Come si di dice oggi, camminavo per scaricare la tensione accumulata e che abitava il mio corpo e la mia mente. Ero un animale per strada: la gente, le macchine, il rumore di una metropoli nel cuore della sua settimana lavorativa, mi facevano sereno. Pensavo a mille, senza riuscire a fermare un sol pensiero. E in tutto questo, quello che mi inquietava, che ritornava, era sempre il pensiero "dell'amicizia", e della sua intimità con "l'amore".]

Elle me tenait dans un lieu où je respirais mal. Je sentais bien que cette question tentait d'articuler une angoisse; l'angoisse est lourde et souvent les mots n'ont que peu de force.

Une méfiance toute neuve s'installe dans les mots d'amitié et d'amour, non pas de l'amour et de l'amitié en tant que tels, mais de la prononciation et de la déclaration de ces mots. Je ne sais pas à présent, après ce coup, si je pourrai à l'avenir prononcer le mot de l'ami ou de l'amant à quiconque malgré l'amitié et l'amour que je pourrai porter. Une méfiance qui n'a de fondement aucune raison, qui ne tient qu'à une fatigue proprement psychologique; méfiance simplement paranoïaque qui ne tient qu'à une fausse conviction. Si tout cela est faux, n'en demeure pas moins une trace qui doit bien elle venir de quelque part.

[Era proprio questa domanda, quella sull'amicizia e l'amore, che mi 'costringeva' ... Avvertivo come proprio questa domanda, in qualche maniera, cercasse di disarticolare la mia angoscia, che spesso mi pesava e che le parole non riuscivano a mostrare e scardinare.

Una sfiducia, che non sapevo, non avevo mai vissuto, si è impossessata della parola 'amore', della parola 'amicizia' - certo nè dell'amore e dell'amicizia in se stessi - ma del 'pronunziare e dichiarare' l'uno o tutti e due. Non so, oggi, adesso, se potrò pronunziare di nuovo, all'amico, all'amica, all'amante, le parole della mia amicizia, del mio amore. Lo so: non c'è nessuna spiegazione razionale, se non una fatica che mi attiene; è una sfiducia, quasi paranoica, che vive grazie a una certezza, forse falsa.
E se falsa lo è, non mi rassegno, non smetto la ricerca di questa traccia: da un lato o dall'altro, certamente, si dirà, non so dove, ma si dirà, questa forza si dirà.]

Cette trace na pourtant pas d'origine, ne venant de nulle part, toujours déjà là. Je me demande, et vous expose cette demande, je me demande jusqu'où je pense cette dernière phrase. La trace ne regarde personne et tout le monde. Elle n'a d'intérêt que son action dont la marque éveille à une solitude, à la force d'une solitude qui pourrait se décliner par l'exposition d'une vulnérabilité. Comment dire, l'éveil d'une solitude tellement solitude quelle ne se dévoile aux autres qu'avec une immense pudeur; qui ne se dévoile pas à proprement parlé comme on dévoile un secret à quelquun ou le fond de ses pensées. Non pas de cette manière là. Elle se donne dans une posture prête à défaillir, prête à perdre l'équilibre, dans une attente de rien, dans une grande détente du corps et de lesprit.

Je ne savais pas où j'allais - je ne sais toujours pas où je vais - mais la trace qui se faisait en moi en marchant me donnait une force d'une extrême fragilité, une force qui n'avait rien à voir avec celle des vainqueurs. Le lendemain pourtant la guerre reprenait, comme si tout avait été oublié, mais la mémoire, même exaltée, traçait quelque chose.

[Proprio questa traccia non ha nessuna origine, non viene da nulla, è sempre lì. Mi chiedo, e vi chiedo, dove arriva, sin dove arriva la mia domanda? Questa traccia tocca tutti e nessuno. ll suo lavorio, quello che ci tocca, è la forza con la quale risveglia la solitudine, la forza di una solitudine che potremmo chiamare 'un'esposizione di vulnerabilità'. Vorrei dire: risvegliare una solitudine così sola, non può che farsi con un pudore immenso; che non si svela come si confessa a qualcuno un segreto, o il luogo da cui si pensa la propria vita. Non così. È un dire che nel gesto pronto a mancarsi, a perdere il suo flebile equilibrio, nell'attesa di niente, nella pace e nell'attesa di niente, tra il corpo steso e lo spirito disteso, si dice, semplicemente.

Vagavo per le strade - come vago ancora ora - ma proprio vagando, questa traccia mi dava quella forza, di una fragilità estrema, quella forza che non ha niente a che vedere con la forza dei vincitori. Il giorno dopo, la guerra ricominciava, come se tutto non fosse servito a nulla: ma la memoria, quella esaltata, estrema, esposta, lascia la sua traccia. Per sempre.]

Postato da julien alle 00:29

02.10.06

'Onore del vero: Roquentin'

Ecco, io mi ricordo.

Postato da millepiani alle 02:19

È tempo: dal bordo del comunismo italiano

Ho cominciato a fare politica quando avevo quindici anni. Sono tra coloro i quali/le quali vengono, da giovanissimi/e, dall'esperienza del PCI.
Me ne faccio fregio.
Ho imparato a leggere, dall'inizio, gli incroci che costituiscono la politica, che ne fanno carne e sostanza prima e dopo ogni dichiarazione. Ho imparato a leggere la politica come la cartina tornasole non solo del tempo presente; ho imparato a leggere la politica come quella giuntura che lega a sè il passato e il futuro, radicandosi nella memoria, credendo di poter progettare il futuro, che ci attiene e ci riguarda, proprio oggi, prorpio ora. Se mi è capitato di vivere un'epoca dove nè la memoria nè il progetto del futuro attengono alla politica, non per questo io ho smesso di pensarla, di pensare la politica, come l'unico luogo dove la riflessione, la comprensione distaccata, l'analisi fredda, ritrova la sua incandescenza, l'incrocio con le biografie, la sua forza, la sua potenza in-comune. Basterebbe solo volgere, per un istante, lo sguardo a ciò che accade altrove dalla nostra 'Europa', questo gelido mostro che occupa la nostra vita e che ci offusca non solo lo sguardo, ma soprattutto la memoria e lo sguardo del futuro.

Quando ho cominciato a fare politica nel maggiore partito comunista dell'occidente, non mi sono mai sentito comunista come mi avevano raccontato sarebbe necessario essere. Io appartengo a quell'ultima generazione che potrebbe raccontare, insieme, sia i riti di un partito comunista che comunista non era più, sia le difficoltà di dirselo, di riconoscerlo e nominarlo.
Appartengo a quell'ultima generazione di 'comunisti' che, prima di diventare maggiorenni, hanno saputo di non essere più comunisti. E lo sapevano già.
Lo hanno saputo per 'decisione e congresso'. Lo sapevano già, perchè il partito a cui si erano iscritti, ben prima, non solo non era più comunista da molto tempo - se mai questa parola sia mai stata una parola politica giocabile in Occidente -, ma soprattutto perchè le torsioni e le declinazioni della società italiana, durante gli anni settanta, avevano indicato una molto maggiore e radicale torsione, un moto più inusitato ed imprevisto, un' 'uscita' dal 'comunismo' del PCI di quello che l'oggi, il nostro, può raccontare.
L'Italia, ancor più che tutti gli altri paesi occidentali, non solo ha a che fare con questa forma di 'comunisti senza comunismo', esperienza che ha segnato, profondamente, la sua storia, ma, ancor di più, ha a che fare con il portato, il ricordo, le scorie, di questa 'chiusura senza fine'.
Le forme, la fenomenologia, la presenza, le rivendicazioni che ancora incidono e inquietano, nella politica, la marcia trionfale di un riformismo senza spina dorsale, affondano la loro radice in questa 'chiusura senza fine', nella 'forma', nel 'modo' attraverso cui, 'per decisione e congresso doppio', in due anni, si è preteso di concludere - si diceva 'trasformare', 'rilanciare' - un'esperienza politica imponente. Senza prevederne le conseguenze, le persistenti presenze, la presenza spettrale che è sfuggita a qualsiasi revisione, rilettura, riscrittura.
Sino a quando questa 'partita' non verrà chiusa, tutti gli spettri, con il loro carico, con il loro corpo - il corpo della memoria -, si ripresenteranno, richiamando, in tutti coloro i quali hanno conosciuto quell'esperienza, le donne e gli uomini che hanno declinato quelle parole, non solo la memoria da cui vengono, ma anche la lacerazione di un 'tradimento senza politica': il riformismo che ci sta attorno.
Sino a quando questa 'partita con gli spettri del comunismo italiano' non verrà regolata, mai potrà esistere una sinistra riformista in Italia, e sempre debole sarà la sua forza, la sua reale capacità d'incidenza politica. E sempre forte sarà la forza di ricatto dei piccoli gruppi, dei grandi parassiti, di una estrema sinistra che, di estremo, non ha che il suo sinistro rantolo.

È tempo: dal bordo del comunismo italiano, dalla sua fine, non solo è tempo di relegare al ruolo di 'parassiti della memoria' chi vive politicamente in questo intervello, di riportarlo alla sua reale consistenza politica, ma, ancor di più, è tempo di riattraversare la tensione - incompiuta e contraddittoria - che ha innervato non solo il 'comunismo italiano', ma anche chi gli si è opposto nel tempo, chi gli si è adeguato, chi ha contribuito a liquidarlo senza pensiero e senza politica, chi, di nuovo, e diversamente, si è fatto fregio e sfida non solo di ripensarlo, ma di chiuderlo. Di abbatterlo.
La fretta è stata, ancora una volta di fronte la storia, cattiva consigliera.

Postato da millepiani alle 00:28
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