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18.09.06

Benedetto XVI e il discorso di Ratisbona/Regensburg: un'analisi [2]: Udite, udite

Qui il testo completo del discorso di Ratisbona.
E qui la prima parte.

Evitiamo polemiche inutili e entriamo nel merito.
Perchè la 'lectio magistralis' di Ratisbona è focale?
Domanda errata.


Direi meglio: perchè Ratisbona chiede una 'lectio magistralis'?
Ancor meglio: come una 'lectio magistralis' struttura l'esposizione di ciò che si vuol dire?

[Una delle lezioni magistrali che ci viene da Heidegger è precisamente quella che riguarda la capacità di investire direttamente l'uditorio - quale che sia, in maniera diretta e attraverso un'immane capacità di identificazione offerta a chi ascoltava (testimonianze ne abbiamo a iosa). Attraverso cosa? Attraverso la (ri)cotruzione di grandi affreschi teorico-storici, quelli omogenei, unitari, senza scarti e senza resti. A prendere fra le mani un testo di Benjamin, si resterebbe straniti. Lo si dichiarerebbe assolutamente inadatto ad ottenere un'abilitazone all'insegnamento. Tanto fu e tanto è. Rientriamo.]

La struttura del discorso di Ratisbona non è quella della 'lectio magistralis'. Ma bensì quella della 'abilitazione all'insegnamento'. Mi si passi la sottigliezza (mi si sa - quasi per natura - incapace a praticarle entrambe, ma la differenza è tanto fondamentale a livello teorico, da non poterla negligere).
La prima traversa la retorica - nel senso tecnico del termine - dell'esposizione dei risultati; la seconda, al contrario, non espone risultati, ma la logica che 'tiene insieme' la ricerca e ne espone il metodo. La 'lectio magistralis' la si concede, 'l'abilitazione' la si conquista. La prima, ancor meglio che un'esposizione dei risultati della propria ricerca, è un riconoscimento del valore di questi risultati. La seconda, invece, è un avanzare progressivo, insieme millimetrico e cruciale, nel terreno dell'ascoltatore. Mentre la prima non necessita di un uditorio - perchè lo ha già-, la seconda non esisterebbe senza uditorio, ma lo ha come luogo di conquita. Mentre la prima l'Università la 'riconosce', la seconda l'accoglie.

[In questo senso, molti tra i più grandi intellettuali del '900 sono degli assoluti incapaci sul fronte delle 'abilitazioni', ma sono stati dei grandissimi 'oratori' durante le 'lectiones' che si sono trovati a 'declamare' - anche questo, nel senso tecnico del termine. La lista è lunga, ma più corta quella che riguarda i 'doppi incapaci'. Rientriamo.]

La 'costruzione' dell'uditorio è molto più sottile di quanto sembri. Il Pontefice, questo Pontefice, non torna all'Università per 'essere riconosciuto' nel suo Magistero, ma per 'esercitarlo'. C'è uno scarto di 'retorica' profondo tra il riconoscimento del Magistero e la ripresa del Magistero. La prima e l'ultima parte di tutto il discorso sarebbero incomprensibili senza questa distinzione.
Come posso dirlo? Non si dice: "Ecco, adesso eccomi qui". La forza del pontificato precedente era, nel Magistero, l' "eccomi qui', l' "adesso mi riconoscete". A Ratisbona c'è stato come un tentativo di dire: "Siamo finalmente tra noi". Disastroso.

Senza questa premessa retorica, tutto il discorso di Ratisbona scappa da tutte le parti, lo si può leggere in tutte le maniere.

Ecco, Tabucchi, per altro, ha chiamato questo 'dispositivo' un 're-mariage'.
Sì, è il tentativo di sposarsi di nuovo, per la seconda volta. L'esercizio del Magistero è come se fosse di nuovo sottoposto a quella procedura di 'ri-abilitazione' profonda che l'Occidente chiede ogni qual volta lo si ri-nomina (lo riprenderò).
E, se pare occasionalmente, questo tentativo di 'ri-abilitazione', com'era ovvio, è stato tentato all'Università. Su cui, anche se brevemente, Benedetto XVI non solo pronunzia l'intensità del ricordo, ma nomina il ruolo cruciale.

[Ben sapendo della devastazione che la traversa, anche dietro la maschera di qualsiasi 'abilitazione' o 'discorso' per il conferimento di un qualsiasi 'premio'. Mi viene qui in mente 'Cactus' di Derrida, per il conferimento del premio 'Adorno', proprio in Germania, a Francoforte, su cui bisognerebbe applicare lo stesso rigore che ha cercato lui di applicare al suo stesso 'discorso' di ringraziamento. Rientriamo, è meglio].

Ecco. Io chiamerei il discorso di Ratisbona un discorso di 'ri-abilitazione', in tutti i sensi in cui può essere rideclinata questa parola. Proprio dopo averlo letto in tedesco, ho pensato questo. Anche se non sono riuscito a dirlo immediatamente in italiano. Penso che questo 'verso' di lettura possa traversare, adesso, quel secondo blocco teorico decisivo di cui non si capisce nulla senza tenerlo tra l'inizio e la fine di ciò che ha detto Benedetto XVI a Ratisbona.

scritto da millepiani il 18.09.06 10:19
come un amore per la filosofia

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