Qui il testo completo del discorso di Ratisbona.
La crucialità, e l'analisi, di questo intervento, la sua 'decostruzione', deve prendere le mosse dall'uditorio. A chi si rivolge il Pontefice? A chi è rivolto il suo intervento? È rivolto all'uditorio di una Università tedesca, la sua, quella a cui è più legato. La nervatura interna del 'discorso', l'andamento e la sua esposizione, la forza interna, la struttura stessa dell'esposizione, investe in pieno lo statuto della "scienza" dentro l'Università'. Nella traduzione ufficiale del Vaticano, l'occhielo dice 'Incontro con i rappresentanti della Scienza'. Una dichiarazione 'impossibile', impensabile in Italia. Per vari motivi che sarebbe troppo lungo spiegare qui. innanzitutto per un motivo di fondo: l'Università italiana è incapace di pensare, nel doppio fronte, lo statuto della teologia. Da un lato essa è incapace di pensare la teologia all'interno delle sue Università; dall'altro, essa è incapace di pensare uno statuto scientifico che investa e coinvolga le facoltà umanistiche.
Teologia e facoltà umanistiche - in linea di rigore - sarebbero escluse dall'uditorio a cui il Pontefice si rivolge ('Incontro con i rappresentanti della Scienza'). Al contrario, invece, tutto il discorso di Benedetto XVI è rivolto a riventicare una filiatura originaria della 'scienza' - intesa in senso italiano - da quell'incrocio, non separabile, tra filosofia ellenestica e Nuovo Testamento, che è rivendicato come lo specifico non separabile che fonda la 'fede secondo la retta ragione'. Ne avremo modo di vedere gli sviluppi che, meglio di qualsiasi altro intervento del Pontefice, manifestano l'idea stessa di fede che sorregge questo pontificato.
Quello che ci importa, come primo movimento, è mostrare che tutto il discorso di Ratisbona/Resensburg offre una interpretazione assoluta dell'incrocio tra filosofia e teologia, tra fede e ragione, offerto ad un uditorio che il Pontefice credeva 'blindato', che il Pontefice credeva potesse perfettamente seguire il filo del discorso che si andava manifestando, come si fosse ad una 'tesi di abilitazione' per l'insegnamento della teologia cattolica, e che, invece, si è dimostrato molto più infido di quanto avesse creduto, leggendo, a piacere, come in un tema a piacere, ciò che però è la schiena dorsale fondamentale della sua 'esposizione': la 'fede' cristiana, nel suo incrocio con la retta ragione ellenistica, è ciò che costituisce, in questo ragionamento, in quanto elemento fondamentale della cultura europea, lo 'sgravare' più florescente, ricco di gemmature, il punto assoluto di lettura e di giuntura, di incrocio e di sintesi, di quello che viene chiamato 'confronto tra culture'. Fede e ragione come luogo di sintesi, e massima apertura, della fede faccia all'irruzione della storia.
Quattro sono i blocchi teorici fondamentali del discorso di Ratisbona/Regensburg.
Il primo è l'appello, la delimitazione dell'uditorio, la determinazione di quella 'comunità' che ruotava e ruota intorno all'Università, tedesca, come luogo in cui le specializzazioni non sono che premesse, 'introibo', della scoperta fondamentale di un'unitarietà del 'sapere' ["Per le singole cattedre non esistevano né assistenti né dattilografi, ma in compenso c'era un contatto molto diretto con gli studenti e soprattutto anche tra i professori. Ci si incontrava prima e dopo la lezione nelle stanze dei docenti. I contatti con gli storici, i filosofi, i filologi e naturalmente anche tra le due facoltà teologiche erano molto stretti."]. La crucialità dell'Università non ritorna per caso a conclusione dell'intervento ["È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università."]. Ritrovare questa 'vastità della ragione, ma in un solo luogo, nell'Università, ritrovarla nella determinazione del prorpio uditorio, non è per il Pontefice un gesto di maniera. Al contrario, ne emerge un'idea altissima dell'Univeristà che cercherò di analizzare.
Il secondo è la centralità della traduzione dei 'Settanta', cioè la traduzione greca dell'Antico Testamento, avvenuta ad Alessandria, che assurge, nel discorso di Benedetto XVI, a 'luogo' in cui l'incrocio tra filosofia ellenestica e rivelazione evangelica mostra, in maniera definitiva e incontrovertibile, le fondamenta della storia europea ["...è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione.]. Direi che questo è il passaggio fondamentale e la giuntura cruciale di tutto l'intervento papale. E ancor di più, èil punto di giuntura con tutto il terzo blocco del discoso del Pontefice.
Prima che esso venga analizzato storicamente, viene ribadita la tesi fondamentale espressa precedentemente: "Il qui accennato vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva non solo dal punto di vista della storia delle religioni, ma anche da quello della storia universale – un dato che ci obbliga anche oggi. Considerato questo incontro, non è sorprendente che il cristianesimo, nonostante la sua origine e qualche suo sviluppo importante nell'Oriente, abbia infine trovato la sua impronta storicamente decisiva in Europa. Possiamo esprimerlo anche inversamente: questo incontro, al quale si aggiunge successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa.".
È solo grazie a questa premessa, a questa messa a punto del dispositivo teorico di analisi, che è possibile, per il Pontefice, aprire il terzo, grande quadro di analisi del suo intervento: una temeraria analisi delle forme di de-ellenizzazione del cristianesimo. Cioè: una ricostruzione storica delle forme che avrebbero puntato a rompere questo originario incrocio tra la retta ragione greca e la retta Rivelazione evangelicaNon sto qui a proporle e sintetizzarle - non mi fido dell'uditorio, se ce ne fosse...-. Ma, indiscutibilmente, l'analisi si propone come una lettura radicale di tutte le forme di rapporto critico con il cristianesimo che hanno attraversatto la modernità: ci si ritrova la Riforma, Pascal, Kant, l'autonomizzazione della scienza delle religioni (Harnack).
Analisi che sfocia nell'ultimo e definitivo quarto blocco teorico: un attacco, che ormai sta nelle cose, all'autonomizzazione della ragione scientifica, alla sua totale laicizzazione ed indipendenza. Un attacco nettissimo al metodo stesso di ricerca che sorregge le scienze: "Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l'elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall'altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l'esperimento fornisce la certezza decisiva. Il peso tra i due poli può, a seconda delle circostanze, stare più dall'una o più dall'altra parte. "
Il ritorno, come accennavo all'inizio, non può che essere all'uditorio a cui 'doveva' essere indirizzata la 'prolusione accademica'.
Non senza prima richiamare la figura di Socrate - e proprio nel 'Fedone' - che reinvoca l'urgenza e la necessità fondamentale di interrogarsi sullo statuto dell'essere, anche di fronte il discredito in cui è caduta questa interrogazione.
Ecco, infine, il ritorno all'uditorio 'accademico': "L'occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell'università.".
Visto che siamo arrivati sino qui, il passaggio sull'Islam e la 'sura' citata, si inquadra in questo argomentare. Ma non è per nulla un 'blocco teorico'. E' come un 'intercalare' di ragionamento - ancor più grave oggi di quanto già si potesse immaginare. Ecco: senza questo quadro generale di analisi, quel passaggio sembra un 'errore'. Invece non lo è: "Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio", ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all'interlocutore persiano." Ecco: '[...] partendo dalla sua immagine cristiana [...].
Se posso, e ce la faccio, vorrei analizzare, insieme, questo discorso, per blocchi. Proprio nei termini e nella struttura con cui è stato proposto.
Mettiamola così: non sono cose che si possono fare da soli.
scritto da millepiani il 18.09.06 01:40Tag: