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16.09.06

Con urgente attenzione e necessità: il discorso di Ratisbona [1]

Con urgente attenzione e necessità abbiamo letto - in lingua pronunciata - il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI. E con ancora più attenzione, e preoccupazione, abbiamo letto e riletto le reazioni a queste parole, le reazioni a quel discorso, che rimarrà, ne siamo certi, un punto di non ritorno. Reazioni tanto prevedibili, quanto intense e forti erano le prime parole. Ancora, di nuovo, fede e ragione, nelle parole del Pontefice, sono i fari di un insistente perseverare nella liquidazione sia dell'autonomia della ragione, come della fermezza nel ribadire il necessario suo incrocio con la fede.

Non spetta a noi difendere l'ovvietà della separazione, noi che della esausta ragione del moderno potremmo farne, come ne facciamo, decostruzione come metodo. Nè spetta a noi ricordare che, prima dell'attuale pontefice, ci sono circa quattro secoli di riflessione filosofica ed eventi storici nel moderno che mostrano per lo meno la difficoltà di una 'ragione aperta' che, con garbo, ma violenza teorica ed errore, proprio appena dopo Ratisbona, qualche ora dopo, veniva subito rilanciata, senza gesto di pensiero, o garbo d'attesa, e con essa le tesi 'filosofiche' del Sommo Pontefice. Diciamo, con pazienza, ma fermezza, che ci dispiace ricordare che sia Giordano Bruno che Galileo Galilei, di questa 'ragione aperta', ne avrebbero fatto piacevolmente a meno. Il primo bruciato vivo, come molti altri e altre, il secondo costretto alla ritrattazione e all'abiura. Certo, sappiamo che allora si trattava solo della fede, mentre oggi della 'ragione aperta'. Aperta alla fede, ovviamente, e alla sua guida. Ma, appunto per questo, di fronte questo massacrarsi nella rincorsa a cancellare alcune evidenze storiche assolute, pur nella consapevolezza dell'implicazione reciproca di fede e ragione, che, davvero, non ci sfugge per nulla, vorremmo ricordare poche cose, ma ferme, chiare ed inequivocabili. Che poi, magari, sottovoce, ci sembrano e nominiamo del tutto 'banali'. Ma tant'è. La Chiesa deve fare la Chiesa e lo Stato deve fare lo Stato. Diciamolo chiaro: mentre gli idolatri dello Stato, i comunisti, stanno elaborando il loro lutto, la Chiesa ha difficoltà a confrontarsi con un processo di mondializzazione di un'intensità inaudita. Terminata l'incidenza sostanziale e mediatica del Pontefice dello scorso secolo, identificare la ragione occidentale come la logica attraverso cui governare il processo di globalizzazione è di una tale banalità ed inefficacia da non credere. Fede e ragione: forse, una volta. Tanto molteplici sono le 'ragioni', le 'fedi' e le 'logiche' da spingere questo Papa, che è teologo anziano, in tutti i sensi, a risottolineare la forza della ragione occidentale, esaurita la spinta del moderno emancipato. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Mai, in ventisette anni di pontificato, Giovanni Paolo II era riuscito a raccogliere una tale convergenza di critiche, come quelle successive al discorso di Ratisbona. Quel Pontefice costituiva, agli occhi di chi sia transitato nel 'cavallo' del secolo, la voce della memoria, la presenza della storia; fisicamente la impersonificava. La tragedia della ragione, nella sua figura, era talmente evidente, fisica, da imporre, precisamente, l'interrogazione sulla sua autonomia, sulla sua verità. Anche di fronte la fede. Al contrario, cosa rappresenta il 'discorso di Ratisbona'? Una tale inutile, violenta, manifesta, volontaria ed incomprensibile esposizione di potenza del 'pensiero' occidentale, da non riuscire, nemmeno mediaticamente, a controllarne le conseguenze. Non ci interessa, in questa sede, sottolineare questa cecità - anche alla 'luce' della lettura del discorso di Ratisbona - e la sua convergenza con quella ragione che vorrebbe 'abbattere', che viene inchiodata come responsabile dei mali. È lo spettro che si guarda allo specchio. Ovviamente, non ci interessa come e quanto l'attacco alla logica della scienza, all'autonomia della ricerca, la rivendicazione di una scienza, guidata dalla fede, che, grazie a questa guida, potrebbe "dominare le minacce", ribalti quattro secoli di sforzo di autonomizzazione della filosofia e della ricerca scientifica. Ma no, non è questo. Non è questo.
La crucialità del 'discorso di Ratisbona' la si comincia a vedere in questi giorni.

[segue]

scritto da millepiani il 16.09.06 03:16
come una politica

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Commenti

Ratzinger come Berlusconi?

Repubblica.it - 17 Settembre

12:05 Papa: "Quella citazione non esprime il mio pensiero"
All'inizio dell'Angelus, il Papa affronta subito il tema che ta infiammando il mondo islamico. "Sono rammaricato - dice Benedetto XVI - per le reazioni al mio discorso... ritenuto offensivo" verso il mondo islamico. Mentre "si trattava della citazione di un testo medioevale che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale. Spero che questo valga a placare gli animi e a chiarire il senso del mio discorso, che era - ed รจ - un invito al dialogo franco e sincero, nel rispetto reciproco".

scritto da: Explorer at 17.09.06 12:50
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