La memoria della morte [b- e fine]
a Carlo Giuliani
Non si ha memoria della morte.
Si può avere ricordo del morire, altrui.
Si assiste alla morte altrui.
Si è, talvolta, testimoni.
Essere testimoni della morte significa, sempre, distinguere la morte che attraversa il nostro tempo, lo interrompe, dal tempo della morte, che non ha rispetto del tempo che ci attiene.
Tra la morte, il tempo e la dichiarazione, la parola che io uso - la mia scrittura, quella che io attraverso -, non c'è nè pace, nè forza. Nessuna possibilità d'amicizia.
Tanto la morte occupa e incide, attraversa il nostro tempo, tanto ne siamo terrorizzati ed evitiamo di nominare e descrivere ciò che accade a partire dalla sua irruzione. E tanto la scrittura che io attraverso vive grazie alle sue 'forme', alla sua forza, alla capacità di stare, tanto io lavoro per 'altro', lavoro per l'irruzione di altro.
La memoria della morte, a differenza del ricordo di chi muore, parla di altro.
Mentre il ricordo di quello che è accaduto a Genova rimane incandescente, la memoria che traversa il ricordo che mi occupa, vive senza dichiarazioni e senza parola. Vive solo, da solo.
Tanto più diventa lontano, tanto più parla dell'interruzione del tempo, di come ricordo, memoria e memoria in-comune si distinguono.
Dove, se, se posso, posso scrivere della memoria, posso farlo grazie a Carlo Giuliani.

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