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Memoria, tempo e ricordo [6] »

08.09.06

Memoria, tempo e ricordo [5]

Qui la prima parte.

La memoria della 'morte' [a]

La memoria che traversa la morte assume tutte le forme possibili del ricordo privato - in tutti i sensi in cui questo termine può essere declinato. Di fronte il 'morto', il ricordo la fa da padrone, e sia la tessitura della memoria collettiva, come quella 'in-comune', vengono letteralmente spazzate via.
La morte, il silenzio del 'morto', spinge a 'ricordare' ciò che già si sa: si attraversa una regione piena, satura di ricordi, che si cerca di incrociare, con-dividere con i ricordi altrui. Di fronte il corpo del 'morto', doppia è la reazione: si ritesse la tela del ricordo individuale, si riallaccia il filo del ricordo con-diviso.

E tanto intensi sono i ricordi che non è possibile con-dividere con altri, perchè tutti 'privati', tanto ogni ricordo 'personale', 'privato', diventa un anello della catena dei ricordi individuali che, di fronte la morte di qualcuno che abbiamo amato o conosciuto, aspirano a diventare tessitura del ricordo comune inespropriabile.
Il cortocircuito radicale che esiste tra ricordo, memoria e memoria in-comune non è mai più violento come di fronte la morte.
Poichè è precisamente il 'tempo' che viene a mancare.
In maniera indiscutibile, la morte interrompe il flusso del tempo, che niente altro è che una ritessitura del ricordo con-diviso: noi non potremmo vivere senza il ricordo che 'altrui' ci dona. Incontrare per strada qualcuno che ci conosce, ci 'riconosce' e ci 'saluta', evita la morte. Ce la evita. Appunto:"Salute!"
La morte interrompe questo flusso reciproco di riconoscimento, interrompe il tempo. Che noi saturiamo di ricordi; lo facciamo per impedirci di sostenere il peso dell'assenza, dell'interruzione del tempo.

Esiste una differenza radicale tra il ricordo di chi muore e la memoria della morte.
Mentre il ricordo occupa quello spazio lasciato vuoto dall'interruzione del tempo, e prova ad occuparlo con la ritessitura di ricordi con-divisi e che cercano o il silenzio dell'autenticità, dell'unicità, o il riconoscimento altrui, la memoria della morte si installa nel luogo dell'interuzione del tempo.
Non cerca di superarlo.
Avere memoria non significa colmare lo spazio 'pieno'del ricordo, del ricordo 'privato', sottratto all'assenza, ma ritessere, nel luogo dell'assenza, nel vuoto, nella mancanza, la tensione che attraversa il tempo, che lo rende vivo, lo rende 'in-comune' .
Avere memoria di chi muore non è solo averne ricordo.

Avere memoria di chi muore - e con la sua morte interrompe il tempo - è rendere comune le sue passioni, dividerle, con-dividerle.
In niente ciò serve a ricordare chi muore; in tutto, chi muore, in questo, ritorna ogni giorno, senza ricordo, nell'intervallo del tempo, senza occuparlo o carezzarlo.
Accarezzare chi è morto sta nel tempo della sospensione, in quel tempo/tempio intermedio dove il corpo senza parola è più importante del futuro. Tra il tempo che si dà e il tempo che si toglie.

Tanto più si ama l'irruzione del tempo - la sua verità, e la sua interruzione-, tanto più si avrà tutto il tempo che serve...

[segue]

Postato da millepiani alle 18:37
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