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03.09.06

Memoria, tempo e ricordo [3]

Qui la prima parte

Abbiamo dunque, da un lato, il ricordo, che accompagna l'esistenza di ognuno di noi (nessuno di noi dichiara, in ragione, di non avere ricordi). Dall'altro, la memoria, con cui io 'me la sono presa'.
Più 'paurosa' è la memoria del ricordo. Soprattutto nella 'scelta' che essa compie. Ma mai è talmente 'paurosa' come quando ricorda con precisione unanime e senza alternativa.
Mentre il ricordo vaga senza direzione, come in un sogno ad occhi aperti, senza vertigine, come in sentiero di campagna, la memoria ha una precisione fulminante, anche quando 'sceglie', distingue e separa, come in un sentiero di montagna. Innanzitutto la propria memoria da quella altrui.
La memoria più 'intollerabile' è quella della morte di un figlio, di una figlia.

La mia famiglia è stata segnata, sia dal lato maschile come da quello femminile, da questa memoria. E da entrambe le parti, il lato maschile ha elaborato in solitudine - da solo - questa memoria, almeno nelle sue forme 'comuni', manifeste. L'intollerabilità di questa memoria prendeva una doppia direzione, almeno nelle parole che io ho ascoltato. Da un lato, una ricostruzione lineare, tutta maschile, come se al tempo fosse riconosciuta questa 'possibilità', questa 'eventualità'. Dall'altro, un ricordo tutto 'privato' che atteneva alla 'dimensione femminile', la dimensione del ricordo, che potesse essere meglio collocata, proprio perchè ricordo, come una memoria 'conservata' e da 'conservare'.

Mi sembra inutile specificare che quello che scrivo non comporta, in nessuna maniera, nessun giudizio, ma mette in gioco la mia memoria.

L'intollerabilità di questa memoria familiare è sempre stata attutita, pubblicamente, dal richiamo, anche dichiarato, all'intestimoniabilità ("Ti posso raccontare...", "Ma che vuoi sapere...?", "Cosa posso dire...?"). Si tratta, dunque, di una intestimoniabilità che si incrocia profondamente con una intestimoniabilità di cui il secolo dove sono nato è pieno. Mi sembra, davvero mi sembra, non sia un caso.
L'intollerabilità della morte di un figlio, di una figlia, si incrocia con quella impossibilità di testimonianza che occupa le pagine più vertiginose della testimonianza nel novecento che, insieme, e in solitudine, Primo Levi, Giorgio Agamben, Sebald hanno tentato di attraversare.

E mentre io ho davanti agli occhi la differenza, nello stesso tempo, proprio pensando all'incrocio tra ricordo, memoria e tempo, non posso fare a meno di pensare che esista una più tenera intimità tra gli 'intollerabili', e che questa tenera intimità, attraversata in-comune, mostri la verità che ci attiene, nel secolo dove siamo nati, e che, forse, può cominciarsi a dire.

[segue]
Qui la quarta parte

Postato da millepiani alle 15:49
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