a mia nipote Maristella
La differenza tra memoria collettiva e memoria in-comune, per quanto possa sembrare pregrina, affonda le sue motivazioni in un'immensa letteratura che ha attraversato il novecento e di cui, in fondo, il novecento porterà la stigmate per sempre. Ed ha obiettivi plurimi che andrò mostrando strada facendo. Il problema che il novecento ci offre, ci offre nella sua sporgenza, nella sua fine precedente alla sua conclusione, è: "come ricordare?".
Questa domanda, che attraversa i picchi più assoluti della letteratura del novecento, dovrebbe cominciare ad essere posta correttamente. Ne faccio un esempio, per quel che mi riguarda, esemplare.
Come un introibo. Messina, la mia città, ha vissuto un evento che, senza dubbio, può essere definito 'irraccontabile': è stata distrutta totalmente dal terremoto del 1908. Qualunque resoconto, pubblico o privato, che abbia provato a raccontare il 'mentre accadeva' e il 'dopo accaduto', qualunque 'racconto' concorda su una impossibilità. Tutti concordano e cominciano con una frase: non è possibile descrivere ciò che è accaduto, cò che 'ho visto': il racconto sarebbe al di sotto dell'accaduto, non renderebbe 'ragione' di ciò che abbiamo 'vissuto', 'vissuto'.
Ma nessuno si esime e rifiuta di 'raccontare', 'ricordare', proprio per lo statuto di 'testimonianza' insito nell' 'aver vissuto'. Leggevo, ancora oggi, per caso, il resoconto della presenza di uno dei medici più importanti dell'inizio secolo. Stesso dispositivo.
Direi: esiste un'intimità di rapporto tra 'testimonianza' e 'ricordo' che supera la barriera stessa dell'irraccontabile, facendo leva su qualcos'altro, che non attiene nè allo statuto della testimonianza, nè a quello del ricordo.
Ancora un introibo. Essere interrogati dalla polizia come 'testimoni' di un evento è un'esperienza che non auguro a nessuno. Normalmente, nessuna delle domande che viene posta coglie la memoria che si ha di un evento. Si ha la sensazione, durante anche una semplice deposizione testimoniale, di uno sfasamento assoluto, di un 'fuori di sesto' totale, tra la memoria e l'interrogazione dell'evento. Le domande non sono mal poste: semplicemente, non centrano il cuore di ciò che si è visto. E più si procede, più si avanza nelle narrazione, più le domande sono totalmente inconcludenti dal lato del testimone, non colgono l'evento, l'accaduto, come si collocassero, davvero, in una regione 'senza comune', che il testimone vive come intollerabile per l'amputazione e l'incomprensione della proprio esperienza. Il testimone vorrebbe e cerca di raccontare ciò che chi non ha vissuto l'evento non ritiene decisivo. Il 'testimone' non solo non si rifiuta di testimoniare, ma vorrebbe la completa, totale e assoluta trasparenza delle sue parole, vorrebbe quasi portare all'interno della scena del ricordo chi lo ascolta. La sua testimonianza, nella quasi totalità dei casi, è però giudicata incerta, imprecisa, il più delle volte frutto di ua 'ricostruzione personale' dell'accaduto. Gli avvocati conoscono bene questo dispositivo, così come i magistrati e le forze di polizia.
Il ricordo non coincide nè con la testimonianza nè con la memoria. E la differenza tra memoria collettiva e memoria in-comune cerca di affrontare questo dispositivo di sfalsamento. Vedremo come, in particolare per gli eventi pubblici e collettivi.
Molti anni fa, mentre ero intento a ricostruire la linea maschile del mio cognome, ho avuto la necessità di chiedere alla 'matriarca' della linea maschile della mia famiglia alcune cose che riguardavano la 'mia-sua' famiglia. Uscendo da casa sua, dopo il colloquio, e avendo alle spalle anche la memoria di primo nipote, ne sono stato quasi svuotato.
Non solo non riuscivo a ricollocare le sue parole all'interno del dispositivo di ricordo che suo fratello, nonchè mio nonno, mi aveva 'offerto'. Non riuscivo a comprendere, tecnicamente, la precisione di alcuni ricordi e le sfumature, per non dire le reticenze, di molti suoi silenzi.
Mentre da un lato lei testimoniava, dall'altro ricordava.
E mentre, da un lato, la testimonianza era più precisa e veritiera, dall'altro il suo ricordo era altrettanto preciso, ma non solo meno veritiero, soprattutto inconcludente, inutile, inutilizzabile. Vagava tra il 'non ricordo' e il 'è complicato'.
Si trattava, in fondo, di eventi che io già conoscevo - non avrei avuto, altrimenti, la possibilità di porle quelle domande.
Pausa. Per molti anni, quando rientravo a Messina, sino a che non è morto, andavo a trovare mio nonno, che portava il mio nome. Ci andavo di mattina presto, verso le 9.30-10. Per quattro anni, ogni volta che andavo, si svolgevano dei colloqui 'assoluti' tra me e lui - senza testimoni -. Infatti, tra un nipote e suo nonno, che si chiama come lui, si dicono delle cose che a tutti gli altri non si direbbero mai. Quindi, io sapevo già tutto. Tutto e di tutti.
Il trapasso tra ricordo, memoria collettiva e memoria in-comune avviene in forme che dovrebbero 'fare' saggi di filosofia. E la testimonianza è tra i dispositivi che più si intersecano con queste tre forme. E per questo, è possibile nominarla come la forma più complessa di eredità del novecento.
Proprio per questo, uno dei banchi di prova maggiore è l'analisi tra la testimonianza del 'musulmano' che Giorgio Agamben descrive in Quel che resta di Auschwitz e il problema dell'impossibilità della testimonianza che Sebald descrive in Storia naturale della distruzione.
Purtroppo, non sono arrivato a raccontarlo a 'Emilio'.

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