Memoria, tempo e ricordo [1]

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La memoria non è una grande amica. Non aiuta a dimenticare, a spazzare via i fantasmi durante la notte, nè aiuta a rimetterli al loro posto, ordinandoli per parti, ruoli, regie e messe in scena. Al contrario, la memoria, innanzitutto durante il sonno, attraverso i sogni, si riprende la parte che le mancava, irrompe in territori che non le appartengono, razzÌa senza difesa, occupa, devasta e soffoca con un piglio imprevisto ed intollerabile, legando e separando tempi che sono, invece, separati e legati, che sono autonomi e liberi, liberi da 'lei'.

Dove la memoria irrompe, nella memoria di chi ricorda, essa volontariamente produce ferite inaspettate, irruzioni disastrose, ricostruzioni da riportare alla verità, esistenze da salvare, tempo da riportare al tempo che gli attiene, tempo che deve essere riportato alla sua verità (se mai ci sia una 'verità' del tempo che si vive).
Proprio in questo lembo delicato e fine, la memoria irrompe, istituendosi come dominio e certezza. E chi ricorda non è niente altro che in suo dominio e possessione. Non abita nessun altro luogo se non quello che essa/ella determina - lo dico con tutte le riserve del caso e per farmi intendere. E più precisamente, chi ricorda luoghi, date, nomi, parole o silenzi - così come fughe, assenze, irruzioni o lettere - proprio lì, più ricorda, più due volte attraversa una battaglia che non si sarebbe mai aspettato.


Chi ricorda non ama la memoria. Al contrario, tanto più la conosce, la abita, tanto più se ne separa. Vorrebbe.
Al contrario di coloro i/le quali ne fanno un dispositivo d'esistenza tra gli altri, chi ricorda con precisione, chi si ricorda i 'nomi e gli aggettivi, oltre che i verbi che ha conservato in cantina', cerca, in tutti i modi, di liberarsene. Ricordare, per chi si ricorda, è un gesto di liberazione. Esso fa diventare l'oggetto della propria memoria qualcosa di esterno, altro dalla propria esistenza. Lo pone, filosoficamente parlando, come 'oggetto', senza porsi più il problema della sua autonoma esistenza nella memoria che lo abita.
'Ricordare' a qualcuno/a qualcosa è porre, in comune, un evento che 'ri-prende' vita solo per il fatto di poterlo con-dividere. Il solo gesto di 'ricordarlo' ad altri/e, è il gesto attraverso cui ci si libera di un evento, di un qualcosa, lo si pone, filosoficamente, davanti a se stessi e davanti agli altri, lo si riconosce, ci si sforza di farlo riconoscere, e poi lo si abbandona, definitivamente.

'Qualcosa' che tu ricordi, e gli altri no, è un evento, di per se stesso, completamente ingestibile, poichè esso ti abita senza sosta, senza che esso possa diventare 'evento', cioè, per essere chiari, parte di una tessitura comune di cui, in qualche maniera, ci si sente parte. E non è tanto, non è solo, il problema della sua reale esistenza che ti occupa, quanto, piuttosto, quello del riconoscimento, quello della condivisione. In questo senso, molte delle cose che scrive J.-L. Nancy, su un piano ontologico radicale, dovrebbero essere interpretate come una descrizione 'fenomenologica impossibile' dello statuto irrompente dell'e-vento. Ma non è questo che voglio dire o analizzare. Quello che voglio dire è che 'qualcosa' che tu ricordi, mentre occupa la tua memoria con una precisione assoluta, nello stesso tempo, diventa, precisamente, quello spazio d'incertezza della tua esistenza dove tutto può catapultarsi indistintamente. Ed ogni volta che ricordi, che fai ricordare, non fai che alzare, costruire un muro, una barriera, per impedire l'irruzione barbarica di un ricordo senza 'in-comune', senza riferimenti, senza 'esistenza'. In un'accezione ontologica profonda, non si dice 'Ti ricordi?' per cogliere in fallo l'altro/a, per ribadire una pretesa, infallibile memoria degli eventi, quanto per un terrore freddo che ti occupa, e che pretenderebbe tu fossi il solo 'testimone' di quell'evento.

Ecco, domandare: 'Ne hai memoria?', anzi, domandare: 'Ti ricordi che..?' è, in fondo, solo un gesto di paura di fronte gli eventi. La paura di restare soli.

Solo per questo, di fronte la domanda di qualcuno che non ricorda, chi ricorda si schernisce, sembra per conservare una 'esclusività', finalmente solo per il piacere di protrarre il riconoscimento all'infinito, come la memoria che lo/la occupa.

'Qualcosa' che tu ricordi e gli altri no, non esiste. È l'abisso di chi 'ricorda', l'abisso che lo abita, che abita le sue notti e i suoi sogni, la sua vita diurna, sempre alla ricerca di una conferma di quello che la 'sua' memoria gli impone di 'ricordare', di fare vivere, di rendere, finalmente 'esistente'. In questo 'gioco delle parti', chi non ricorda non è più 'innocente', per non dire che, altrettanto, è 'colpevole'. Appunto, se fosse solo questione di 'giudizio'.

Chi non ricorda, non vuole avere memoria. Perchè, credo, il problema non è, filosoficamente, ricordare. Quanto 'ricordare in-comune'. Chi pretende di non ricordare, è l'elemento 'comune' che rifiuta - poichè non esiste nessuna esperienza comunitaria/collettiva vissuta che non si sappia ricordare con una precisione a dir poco formidabile (e su questo passaggio sfido chiunque).
La memoria collettiva, come si dice e si nomina, non è la memoria 'in-comune'. Mentra la prima si ricorda in una maniera formidabile, la seconda si fa fatica a portare con sè. Mentre la prima proietta ognuno di noi in un incrocio di memorie indefinito, collettivo, incerto, dove ricordare non è portare con sè, quanto ricordare di sè, la memoria 'in-comune' rilancia nel presente come e cosa si è fatto, singolarmente, con gli/le altre.

Mentre la seconda irrompe nel tempo, la prima irrompe nel 'ricordo'.

[segue]
Qui la seconda parte.

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