Giugno 2006 Archives

Io, mammete e tu

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sartre-che.jpg

Ferrarelle

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"L'obiettivo della destra (...) è (...) andare oltre Fiuggi"

Repubblica pag. 4

Io G. G. sono nato e vivo a Milano
Io non mi sento italiano
ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
non è per colpa mia
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
che sia una bella idea
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
non sento un gran bisogno
dell'inno nazionale
di cui un po' mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.

'Afghanistan'

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Assemblea dell'Unione: andate a dire che l'accordo c'è.
Russo Spena: c'è l'accordo.
Piddicci-i: non c'è l'accordo.
Otto senatori: NOI non siamo d'accordo.
D'Alema: ci giochiamo la credibilità...
Pecoraro Scanio: eh già perché se non siamo d'accordo...
Diliberto: non siamo d'accordo ma comunque vedremo faremo...
Parisi: d'accordo, restiamo ma non per sempre...
Udc: votiamo perché siamo d'accordo...
Cdl: non votiamo ANCHE SE siamo d'accordo... ANZI NO, siete d'accordo con noi?


A casa.

Giochi di ruolo

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Pinturicchio in conferenza stampa:
"Adesso spero innanzitutto di giocare e spero di farlo nel mio ruolo, che mi venga chiesto di fare il Del Piero".
Che qualcuno gli dica che è libero di giocare a fare il Del Piero quanto e come vuole, e di scegliere tutti i ruoli e le parti che gli aggradano.

Ma non in un campo di calcio.

a Mario Luzi, con umiltà profonda

***

I pontili deserti scavalcano le ondate,
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all'oscuro di te e dei tuoi cari.

La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche porto.
L'uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l'aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.

(M.L.)

***

E quando, saputo chi non c'era,
avevano preso a ritornare tra loro, come sempre,
ho spento:
il mare calmo - di nuovo - e le barche pronte.
Era giorno appena.

Ho segnato tutti i nomi dei vecchi porti
sulla mappa con il tuo.
Ed i nomi delle barche.

Tu dove sei? Dove?
E lui era lì.

Al suo ritorno, la barca smessa,
era già altrove
chi si chiamava come te

(E.R.)

Qui la prima parte.

Ascrivere la coppia Lennie-George a quella tipologia di personaggi letterari conosciuta come coppia di sosia (o doppi) parodici è qualcosa di più che un azzardo critico. E' qualcosa che rasenta il grossolano errore. Ma tant'è. Non sono un critico. Mi interessa poco dimostrare l'assoluta validità di quanto propongo e mi concedo la libertà di procedere, nello scrivere e nel pansare, per similitudini, assonanze, suggestioni.
Mentre, ultimamente, rileggevo il primo capitolo di Uomini e topi mi è venuto in mente che la dinamica di rapporto che più ricordava da vicino le modalità che interorrono tra Lennie e George è quella messa in scena da Samuel Beckett in Aspettando Godot, attraverso le figure di Estragone e Vladimiro. Mi sono evidentemente sorpreso di questa istintiva associazione, vista la distanza siderale che esiste tra i due testi, fino ad accorgermi che la prima impressione era tutt'altro che fallace. Come Estragone e Vladimiro, Lennie e George sono due viandanti. Ambedue le coppie vengono sorprese, in orario serale, durante una pausa del loro probabilmente lungo peregrinare in un'ambientazione di campagna. In entrambe le rappresentazioni una meticolosa attenzione ad oggetti e indumenti indossati tende a raccontare qualcosa che va oltre la materialità di quegli stessi oggetti e mira a definire caratteri, posture, tic, vizi del pensiero.

Sulla riva

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(grazie a G., che me l'ha 'ricordata')

Sulla riva

di Mario Luzi (1957)

I pontili deserti scavalcano le ondate,
anche il lupo di mare si fa cupo.
Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,
tengo desta la stanza in cui mi trovo
all'oscuro di te e dei tuoi cari.

La brigata dispersa si raccoglie,
si conta dopo queste mareggiate.
Tu dove sei? ti spero in qualche porto.
L'uomo del faro esce con la barca,
scruta, perlustra, va verso l'aperto.
Il tempo e il mare hanno di queste pause.

"Fosco Giannini e Claudio Grassi sono la dirigenza dell'Ernesto, giornale comunista e nome di una corrente molto critica col governo pur standoci dentro. (...)

Repubblica pag. 2

da "Liberation" del 6 giugno 2006
"In Italia il catenaccio era la lotta delle classi"
Antonio Negri, teorico dell'estrema sinistra italiana, filosofo di 72 anni, è anche un fine conoscitore del pallone e supporter del Milan AC. Il suo credo: viva la Rivoluzione e la Squadra Azzurra!

di Renaud Dely e Rico Rizzitelli

Figura intellettuale dell'estrema sinistra italiana, Antonio Negri, 72 anni, si è fatto conoscere negli anni '60 come teorico dell'operaismo, una ideologia che faceva della fabbrica il centro di tutta la lotta di classe e degli operai i soli artigiani della rivoluzione. Professore all'università di Padova e apostolo del verbo operaista e marxista-leninista, è stato poi sospettato di essere il mentore dei terroristi delle Brigate Rosse durante gli "anni di piombo".
L'accusa gli valse due soggiorni carcerari (dal 1979 al 1983 e dal 1997 al 1999), intramezzati da un esilio in Francia. Fu dunque dietro le sbarre che questa passione per il calcio poté seguire la vittoria di Paolo Rossi e della Squadra Azzurra nel 1982, poi quella dei Blues francesi di Zidane nel 1998.
Nel frattempo, durante 14 anni, questo filosofo, specialista di Marx e Spinoza, ha insegnato a Paris VIII e all'Ecole normale della rue d'Ulm. Dopo essere ritornato volontariamente in Italia nel 1997 per scontare ciò che gli restava della pena, Toni Negri ha conosciuto una seconda giovinezza intellettuale come punto di riferimento dell'altermondialismo e del movimento dei Disobbedienti, ex-Tute Bianche, soprattutto attraverso due libri scritti in collaborazione con Michael Hardt: Impero (2000) e Moltitudine (2004).
Prima di passare il più luminoso periodo della sua vita a contestare il capitalismo, questo grande conoscitore del pallone, nato nel paese del catenaccio, ha cominciato a contestare l'interismo alla testa delle Brigate rossonere, una fazione dei supporter del Milan AC piazzatisi nella Curva Sud della stadio Meazza, a San Siro. Tempio, da vent'anni, del ben poco rivoluzionario Silvio Berlusconi. Ma quando si ama...

Come fate voi, filosofo marxista, pensatore della radicalità e dell'altermondialismo, a sostenere il Milan di Silvio Berlusconi?

Ma non posso togliermi la pelle! Sono schiavo della mia passione! È come quando voi avete una compagna che fa la puttana, voi l'amate ugualmente! In altri tempi, un uomo di destra e un uomo di sinistra erano legati l'uno all'Inter e l'altro al Milan. Era una cosa parallela al loro impegno politico. Ora c'è più confusione. Ma non bisogna prendere troppo sul serio l'organizzazione economica di un club.
Io amo il Milan perché è il club di mio padre, quello dei miei figli. Ho partecipato alla creazione delle Brigate rossonere, che non hanno nulla a che vedere con le Brigate Rosse, fu prima, negli anni '60. Eravamo dei tifosi di sinistra che si sedevano nella Curva sud dello stadio. Ho tre figli e sono tutti e tre milanisti. Mia figlia è stata sposata con un interista e ciò costituì un grande problema (ride). Sono stato contento quando si sono separati. Ma il calcio non è che un gioco...

Errore di persona

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Hanno ucciso l'orso Bruno. Non era meglio l'insetto Vespa?

caccia

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RIBATTUTA

Il guardacaccia,
con un sorriso ironico:


- Cacciatore, la preda
che cerchi, io mai la vidi.

Il cacciatore,
imbracciando il fucile:


- Zitto. Dio esiste soltanto
nell'attimo in cui lo uccidi.

Giorgio Caproni, da Il franco cacciatore

Qui la prima parte.

1. Nella breve nota di chiusura del Tascabile Bompiani (che presenta una traduzione del romanzo ad opera di Pavese) si parla in qualche modo di mito, riferendosi alla seduzione posta in atto dalla moglie di Curley (la donna tentatrice) nei confronti di Lennie (l'uccisore spaventato). Il curatore del Tascabile, al proposito, rievoca la seduzione posta in atto da Eva nei confronti di Adamo indicandola come mito sottostante questo preciso episodio del romanzo. Ed è vero, ma non è nemmeno molto interessante, tanto è spudorata e palese questa dinamica di relazione uomo-donna nel romanzo di Steinbeck. Piuttosto, tale considerazione porta a scoprire nostro malgrado uno dei luoghii più retrivi del romanzo, che ci appare a questo punto chiuso in una circolarità maschile in cui l'unica parte data alla donna è, appunto, quella retriva di pura e semplice tentazione carnale in una società totalmente maschile. A meno che non si intenda una rappresentazione siffatta come puro specchio di una realtà sociale che è impossibile rappresentare altrimenti, perché era così a quel tempo e nei precisi contesti chiamati in causa dal romanzo e tale non poteva che apparire all'autore. Ma, ripeto, il tema non mi sembra particolarmente interessante. Piuttosto, proprio a proposito di mito, mi sembra più interessante porre l'accento su un altro punto. Ed è il particolare procedimento mitopoietico messo in atto da Steinbeck in questo romanzo breve nel momento dell'invenzione del personaggio di Lennie. L'invenzione di Lennie è certamente un caso di mitopoiesi: questo essere gigantesco e ingenuo, dalla forza quasi inumana e talmente incontrollabile da stritolare ogni essere che sia oggetto del suo desiderio, morbido da accarezzare, siano essi topi o conigli. Lennie è certamente in qualche modo l'invenzione di un mito, come Narciso, come Edipo o come il Candaule erodoteo, dalle cui figure gli psicanalisti hanno tratto materia per mettere a fuoco i vari casi di narcisismo, candaulismo ecc.

Una messa a punto - sulla filosofia

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Il dispositivo fondamentale che attiene alla scrittura è quello 'dell'esclusione'. Ma la filosofia ha una responsabilità ancora più fondamentale nei confronti della 'scrittura'.
La 'filosofia' è responsabile della scrittura 'esclusa', della scrittura che il 'pubblico', il 'comune', esclude.
Tutto quello che il 'comune' esclude, la filosofia lo accoglie in sè.
Non significa che non sappia 'capirlo' e non sappia 'valutare' il 'suo' valore'. E la sua possibile incidenza. E la sua 'forza' politica.
Ma mai, di per se stessa, la 'filosofia' è un'esclusione: al contrario.
La filosofia è una 'battaglia', una 'battaglia' che si svolge al suo interno: accogliere il nemico, l'amico, l'amore e chi lo lascia è, davvero, una battaglia radicale.
La potenza e l'amore della 'pratica della scrittura e dell'interrogazione filosofica' implica, insieme, questa follia e questa persistenza nel suo profondo rinvio alle 'sue' questioni 'ontologiche'. La filosofia reinvia, sistematicamente, ad una pratica quotidiana, sistematica, dell'onestà e dell'esposizione. Ma, anche, ad una potenza dell'interogazione ontologica del suo esistere.

Uomini e topi di John Steinbeck. Romanzo del 1937, ambientato tra i contadini dell'estremo West (California), raccoglitori di orzo in grandi aziende agricole (i ranchers).

1-
La questione della forma, in cui una parte a sé ha la questione della credibilità dell'artificio, ha un ruolo centrale nella cosiddetta letteratura di orientamento realistico, soprattutto in quella con precise intenzioni sociali. E Uomini e topi non è affatto esente da questa istanza. Il romanzo ha una sorta di struttura ad anello, perfettamente riuscita ed equilibrata. Si apre nel folto di una macchia, alle soglie della fattoria in cui George e Lennie si stanno recando a lavorare. Centro del racconto è il loro rapporto a due, la loro strana simbiosi e amicizia, fatta di dipendenza reciproca, di un sogno comune (quello di potere acquistare un terreno di proprietà in cui impiantare una propria piccola azienda agricola).

Trombosi

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"Parlato: noi (del Manifesto) coagulo per la sinistra."

Titolo di Repubblica, pag. 22

Lenon

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"La casa natale di Vladimir Lenin a Ulianovsk (...) è stata affittata per spogliarelli e festini."

Repubblica, pag. 21

Metatesi

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"Non è vero che Buffon non gioca bene perchè c'è la Sederova"

Fulvio Collovati prima di Togo - Francia

Croce Russa

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Dalle intercettazioni di Sottile spunta fuori anche il nome del Direttore Generale della Croce Rossa Tommaso Longhi. (...) Sarebbe lui (...) ad avergli fatto arrivare in casa "due splendide modelle russe di 19 e 21 anni che resteranno qui a disposizione fino a lunedì".

Repubblica di oggi, pag. 15

Scuola peripatetica

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Intercettazione anticipata sul sito dell'Espresso:

Daniela (Fini) che si infuria: «Gli ho detto: Marco, tu vai a rubare a casa dei ladri. Ricordati che l'unica università che ho conosciuto io a differenza di te, è quella della strada, hai capito?». Proietti con involontaria ma esilarante ironia corregge: «Quella del marciapiede». Lei presa dal discorso conferma sempre più arrabbiata: «Esatto. Io ho conosciuto quella di università e con quella io ti spacco il culo!».

Tra le prime cose che si vedono quando si entra nel porto di Messina con il traghetto delle Ferrovie (e non con quello dei 'privati'), oltre alla 'Madonnina', brutta statua campeggiante su un' ancora più brutta piattaforma di cemento armato depositata sul punto più estremo, e più rientrante, della 'falce' - lì dove il porto naturale si torce maggiormente verso la città -, oltre all'immane massa di palazzazzi che si arrampicano vomitandosi verso le amene colline, oltre al bernoccolo della Cupola di Cristo Re, santuario posto in uno dei posti più 'panoramici' dello Stretto e antica sede di una delle stirpi più antipatiche di pappagalli cacatua, sistemati dal proprietario del bar della zona a esclusivo divertimento delle mamme dei bambini messinesi e delle attempate turiste tedesche, oltre a tutto questo insomma, e molto altro ancora, una tra le cose che più colpisce chi giunge nella 'mia' città via mare (e cioè chi 'veramente' vi giunge) è una grande scritta pubblicitaria posta, anni e anni or sono, su uno dei disgustosi edifici che rimpiazzarono in epoca fascista e immediatamente post-fascista la grande 'Palazzata', ininterrotta costruzione chiara che fino al terremoto del 1908, che la distrusse, si ergeva lungo tutta la 'cortina' del porto. A questa grande scritta, che annuncia ormai al viaggiatore attardatosi sul ponte più alto del traghetto l'ingresso imminente della nave negli imbarcaderi e al messinese la 'fine' del suo viaggio (la più violenta conseguenza della rivoluzione dei trasporti degli ultimi anni è che il messinese non conclude più necessariamente il proprio viaggio con una 'traversata'), a questa scritta, dicevo, 'CAMPARI', è legato uno dei ricordi di quando ero piccolo. Anzi, piccolissimo.
Più che di 'ricordi', farei meglio a precisare, si tratta però di una 'memoria': la scritta 'Campari' rinvia infatti istintivamente, nel mio cervello, alla fenomenologia di un rito. 'CAMPARI', che nella miscela dei miei inconsci si àncora chi sa poi perché a tutta una serie di immagini di grattacieli di vetro, salotti, feste e modelle bellissime coperte da un velo sottile di velluto nero, 'CAMPARI', aperitivo d'obbligo degli anni '80, 'CAMPARI', servito a Messina con le più polpose e gustose olive bianche che la storia dell'orticultura possa rammentare, 'CAMPARI', per me bambino e ancora oggi quando me lo si serve in quei bicchieri lunghi lunghi e non ci si spiega fino in fondo le segrete motivazioni del mio silenzioso e acido sorriso di ringraziamento, è il ritorno, l'evento-luogo che ricongiunge il 'possibile' al 'sopravvenuto'. L'(in)atteso giunto in-fine.
....un disastro.

La 'partenza' ha coinciso per molto tempo, per me bambino, con il cartello blu della stazione di Villa San Giovanni (i miei preferivano viaggiare in treno).

Sistema ed epoca: Zdenek Zeman

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4-3-3.
Sono dieci giocatori a coprire il campo. Più un portiere, fermo.
Muovendosi insieme, 4più3più3, in linea, giocando 'alti', con la difesa 'alta', alla tre quarti propria, pressano la squadra avversaria, la schiacciano e la interrogano, la tormentano, solo giocando 'alti', senza paura di essere infilzati, la riducono a 'quello che è', solo se giocano 'alti', cioè: solo se la palla 'gira' fra i difensori che sono quasi 'centrocampisti', solo se i 'difensori' imparano a fare i 'centrocampisti arretrati', e fanno circolare la palla prima orizzontalmente, e poi 'verticalizzando' il gioco, cioè facendo diventare i 'centrocampisti' delle mezze punte, e le punte dei 'coltelli' impossibili da prevedere nella 'presa' dei palloni che il 'centrocampo' avanzato del 4-3-3 di Zdenek Zeman ha pensato da quando allenava il Messina.
Mi si dice che Zdenek Zeman sia, di nuovo, l'allenatore del Lecce, in serie B.
Io me lo ricordo quando allenava il Licata, in maglia giallo-canarino.
Me lo ricordo a Messina, dopo diverse 'palle inattive'.
L'unico senso teorico del 4-3-3 è esattamente l'interpretazione che ne ha dato lui, Zdenek Zeman. È un 'sistema', nel senso hegeliano del termine: nel senso che 'tutto si muove insieme': lo smembramento che hanno offerto gli epigoni 'postmoderni', o i 'ripetitori 'sciocchi' di uno storicismo di risulta, in cui il 4-3-3 si trasforma in un 4-1-3-2, come gli USA con ltalia, non serve a nulla, è memoria 'lontana'.
E ciò che l'epoca ricorderà è questa 'totalità senza scarto', che prima a Licata e poi a Messina, ma meno, ma a Foggia sì, abbiamo visto in azione.
Una 'forza anti-sistemica', che 'gioca' indipendentemente dal gioco della squadra avversaria.
E anche dove non 'vince', resta.
Mi si dice che Zdenek Zeman sia, di nuovo, allenatore del Lecce in serie B.

È raro trovare nel mondo del calcio qualcuno che abbia un'idea assoluta di quello che sta facendo.
È raro trovare, noi a Messina lo sapevamo, trovare anche solo una 'persona seria'.

Sono ubriaco, mi metto alla guida

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Non ho mai amato la macchina, la voiture, quello scatolo parallelepipedico di metallo, più o meno resistente o più o meno veloce secondo la marca, che viaggia su quattro ruote, che non fa vedere il cielo, e che ci conduce per le strade, le autostrade, che già all'epoca del Terzo Reich erano diventate gli esempi della 'ristrutturazione paesaggistica e simbolica' del novecento.
Quando sono stato in Germania dell'Est, ne ho viste di plastica, come a Praga, come in Ungheria. 'Correvano' a novanta all'ora, sforzandole: una 'velocità' bellissima, che mi sembra assolutamente unica per godere del piacere della guida e del piacere del guardare cosa stia 'attorno'.
Sono stato in macchina con chi, 'correndo a novanta all'ora', ha scelto di vedere, dalla 'macchina', quello che c'era intorno, spiegandomi quale 'poesia' ci potesse essere nel vedere, nell'inseguire l'alba che sorgeva, andando verso oriente.
Sono stato in macchina con chi, inutilmente, ha raggiunto i 190 all'ora dopo una serata di festa, solo perchè era sicurA, certA di avere il perfetto controllo della voiture.
Ho chiesto, gentilmente, e poi molto meno gentilmente, fino ad imporlo, di farmi scendere. E sono sceso, in mezzo alla campagna. Come sa qualcuno dei miei amici.

Non ho mai conosciuto un solo pilota d'aereo, piccolo o grande, e ne ho conosciuti, che si sia messo alla guida di un Cessna o di Boeing come se guidasse senza che ci fosse 'intorno' qualcun altro che lui stesso; non ho conosciuto un solo 'conduttore' di parapendio o di 'oggetto volante' che non sapesse che il 'controllo assoluto' di quello che si fa è la condizione preliminare per 'volare' - che non è, e non sarà mai, 'andare in una scatoletta metallica con quattro ruote'; non ho mai ascoltato nessuno degli amici e delle amiche di mia sorella, che si immergono nel fondo del mare, credere, anche solo per un momento, di potere essere 'padroni' di sè quando non lo si è, quando si è ubriachi e si rischia la propria vita e, soprattutto, quella altrui.
Mai una volta, frequentando a Venezia chi guidava 'navi', 'barche', 'piroscafi', o, semplicemente, un 'topino', io ho sentito dire o visto fare quello che ho visto fare a chi guida una 'voiture'.
E anche se tutti coloro i quali io ho nominato hanno fatto, anche solo una volta, quello che io sto nominando, nessuno di loro, mai, si è sognato, ha creduto di essere solo in 'autostrada', di 'controllare tutto', di 'gestire tutto', come ho visto fare, dire e dichiarare, più di una volta, con una faccia degna di un criminale, a chi guida la propria 'voiture'.

Per questo io sono perfettamente d'accordo con la proposta di inasprimento delle pene proposto dal governo spagnolo per chi non rispetta queste 'regole minime', e sono d'accordo perchè non ci sia nè indulto nè clemenza per chi si mette alla guida di una 'voiture' qualsiasi - incapace di essere responsabile della vita altrui.

L'isola - Giuseppe Ungaretti

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da ''Sentimento del tempo'', del 1933, nella sezione ''La fine di Crono'', che raccoglie poesie scritte fra il 1925 e il 1931.

A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s'inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch'erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell'acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch'era un aninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.

In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L'ombra negli occhi s'addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s'erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.

"Si tratta di una storia penosa ma non penale".

Marcello Veneziani - Repubblica di oggi, pag. 4.

una scena d'amore

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a Piero, che ne riderebbe - e a Daniela, che sa di cosa parlo

Non c'erano che donne accanto a lui. Senza nominarle, loro lo toccavano nella sua morte. Come per poterlo risvegliare, come accarezzare qualcuno che dorme, parlandogli.
Risvegliare qualcuno che tace nel suo sonno è diffficile, quasi impossibile.
È strano, e sempre difficile, toccare qualcuno/a che dorme.
Ancora più forte è toccare qualcuno che è morto, per 'risvegliarlo'.

Piero non si è risvegliato, ma loro l'hanno accarezzato.
L'hanno toccato.

Scrivere non è riempire il vuoto che si apre tra la carezza di chi ama e il silenzio di chi è morto. Scrivere non parla nememno di questo vuoto, di questa morte e di questa 'carezza impossibile'.

'Scrivere' non è riempire, occupare o raccontare.

Ho provato a raccontare e scrivere infinite volte la morte del mio amico nel suo 'dopo'.

Tutte le volte che noi sappiamo di vivere nella morte di chi ci sta accanto, tutte le volte che noi proviamo a dire questa morte, tutte le volte che noi la viviamo, la vediamo, la attraversiamo, tutte le volte che sappiamo 'toccare' chi ci mancherà per sempre, tutte le volte che siamo solo, in fondo, non facciamo altro che tacere o scrivere.

Tutte le volte che mi sento solo, io penso a quelle mani e a quelle voci.
Più forti di ogni morte.

Riferiscono che in cella il Savoia sia caduto dal letto. A castello, ovviamente.

Giornalismo d'ambasciata

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L'articolo 200 del Codice di Procedura Penale mi dice che, in quanto giornalista pubblicista, io ho il dovere, di fronte un magistrato che me lo chiede, di dichiarare e rendere pubblica la 'fonte' delle mie informazioni. Lo stesso articolo, invece, preserva i 'giornalisti professionisti', li fa, in qualche maniera, esenti dall'obbligazione della dichiarazione, della 'delazione'. Sappiamo come e quando sia accaduto che anche i giornalisti professionisti siano stati sbattuti in galera per aver rifiutato di rendere pubblica la 'fonte' delle loro informazioni. Ma esiste una differenza fondamentale tra lo statuto dei 'giornalisti pubblicisti' e lo statuto dei 'giornalisti professionisti': mentre i secondi possono, in punta di diritto, rivendicare la 'segretezza e l'anonimato' della propria fonte - come i 'ministri di confessioni religiose' (preti, imam, rabbini), i consulenti tecnici (?), i medici e i chirurghi (quale la differenza?) e qualche altra 'categoria' giustamente protetta - i 'giornalisti pubblicisti', invece, sono obbligati dalla legge a dichiarare, di fronte la magistratura, la propria fonte, il nome e cognome di chi gli parla, di chi gli 'dice'.

Portare 'via' -: 'sacchi'

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a Gianfranco, a Silja, alla città di Basel, che mi ha dato senza chiedermi nulla

ho raccolto di nascosto
ossa secche e vuoti a perdere
nel tempo credendoli
ogni volta
importanti per altri o per me

ne ho nascosto i sacchi che occupavano
la casa ed i balconi pieni

come libri sotto i letti -

adesso che
ho preso a giocare con le ossa della memoria
tra le stanze vuote
ed il balcone

metto lì ad asciugare al sole
i libri che puzzano di muffa,
per fare spazio, per comprare i sacchi nuovi