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'In filosofia' - 'Bataille', oltre il 'sacrificio' -2/a »

14.02.06

Oltre il 'moderno', oltre la 'Germania': sorridendo di Angela Merkel

Devo esporre una dissidenza radicale dalle righe scritte da Mario nel post che mi precede. Lo faccio soprattutto anche per la necessità di intervenire su temi che bisognerebbe trattare con molta più 'attenzione e giudizio' rispetto il post di Mario.
In qualche maniera, come mi si è detto, si tratta di ritornare ad una 'normalità della scrittura' che faccio fatica, lo confesso, a recuperare. Almeno in questo luogo.
Lo faccio per amore di 'condivisione'. Ma lo faccio a 'gran fatica', sia per mie condizioni preliminari di scrittura che per argomento.


La prospettiva di Mario, per parziale che sia e dichiaratamente - l'ottica tedesca -, non coglie nè il nodo centrale della trasformazione geopolitica che ha segnato l'intervento statunitense in Iraq nè la 'forza mediatica' che pretenderebbe di decostruire.

1) Mario scrive: "Che cosa ha detto, tuttavia, la signora Merkel al presidente degli Stati Uniti Bush? Inarcando la schiena della terza potenza industriale del mondo, ha dichiarato che "Guantanamo non deve durare a lungo". Il che significa pensarla esattamente come l'amministrazione americana, la quale giustifica Guantanamo con lo stato di eccezione, il quale, per definizione, non dura in eterno, ma solo finché il governo che lo ha decretato non ritiene cessata l'emergenza che lo ha fatto."
Scrive "[...] stato d'eccezione, il quale, per definizione, non dura in eterno [...]": scrivere questa frase significa non avere nemmeno intuito la permanenza dello stato d'eccezione come condizione fisiologica della politica mondiale. Significa, seguendo tutti gli ultimi lavori di Agamben, non aver compreso che lo 'stato d'eccezione' non è NULLEMENT uno 'status' transitorio, ma bensì la condizione d'esistenza della 'potenza politica mondiale preminente' - economicamente e militarmente - di fronte cui bisogna pensare. In questo senso, tutta la critica alla politica estera tedesca - che sia Merkel o la SPD - è completamente 'fuori di sesto', si attacca alla 'briciola' mentre altri infornano ben altre argomentazioni. Di ben altro 'peso' e 'conseguenze'.

2) ancor più assurdo, questo davvero 'fuori di sesto', nel senso peggiore, è il richiamo al fatto che chiunque a livello politico, in Germania, possa/debba 'sviluppare' una politica di rivendicazione del rispetto dei diritti umani a partire dal fatto - cruciale, ma non in questo contesto - di 'aver sterminato sei milioni di ebrei'. I tedeschi.
Lo dico molto semplicemente: trovo la tesi molto 'volgare' intellettualmente e di nessun valore politico. Non mi inoltro in una dimostrazione delle conseguenze logiche che questa tesi implica (ce ne sarebbero 'gravissime).
Mi fermo su una considerazione di M. Lapalisse: è esattamente la nozione di 'diritti umani' da rimettere radicalmente in causa esattamente a partire dal fatto che lo 'stato d'emergenza' è la 'condizione costitutiva della politica mondiale', oggi. Questa 'costanza dell'eccezione' si inaugura con Tien an Men e 'vede luce', a livello di politica internazionale, di storia diplomatica, di eventi che determinano lo statuto della politica, anzi: del 'politico', con le guerre nella penisola balcanica. La vogliamo chiamare ex-Jugoslavia? Fate. La cosa mi è indifferente. Le conseguenze, per me, non sono indifferenti.

3) sono 'entrato in politica' sulla questione israelo-palestinese. Non ho mai scritto una solo sillaba su questa questione; non lo farò ora. Quando deciderò di farlo, non lo farò su un blog. Monaco lo lascerei a Spielberg. Ma una cosa vorrei dirla, di nuovo la stessa: la fondazione dell'ONU coincide, politicamente anche se non precisamente cronologicamente, con la nascita dello Stato d'Israele. Contemporaneamente alla 'definizione' del concetto di 'diritti umani'. Senza un 'ripensamento all'altezza dei tempi' di quella 'definizione', non c'è nessuna possibilità di pensare due popoli in due stati. Questa è una semplice ipocrisia, ed un'impotenza teorica innanzitutto: ci sono, ancora Lapalisse, uno Stato, due popoli, tre religioni. Tre religioni. Ed il fulcro sta lì: tre religioni. Dalle mie parti, ma su questo so di essere solo, si chiama 'teologia politica'. Ma questa è un'altra questione che, appunto, non affronto qui e nemmeno altrove.

4) Il 'moderno' si è concluso con Foucault. La lettura degli eventi 'politici', giudicati come 'politici', attiene a questo statuto che la politica aveva assunto nel XIX e nel XX (prego, leggere Rossana Rossanda, 'La ragazza del secolo scorso'). E non si è concluso con il Foucault dell' 'Archeologia' o della 'Clinica', e nemmeno quello delle 'Prigioni'. E, meno che mai, con quello della 'Microfisica del potere', testo 'inesistente', ad usum 'dentisti', degli amanti italiani, e solo italiani, dell'analisi del 'potere', quello con la P grande. Il 'moderno politico' si è concluso con il grande tornante foucaultiano sulla 'biopolitica', che non ha NULLA A CHE VEDERE con le stronzate che si scrivono e si leggono in circolazione, 'Mimesis' compresa, e che, per 'forza di forza', ha scavalcato la stessa 'Storia della sessualità'.
Questo tornante, che fa fatica ad imporsi, ma che sarà sempre di più il paradigma del 'politico' av-venire, si incunea dentro la ridefinizione di 'soggetto', 'persona', 'diritto', 'potere/poteri', 'relazione/i', 'maschile/femminile/trans", 'comunità', 'relazione/i', 'cura di sè', '(la/le) libertà' (!) e ne ritraccia, a partire da tutti i saggi che Gallimard/Feltrinelli stanno pubblicando, la nuova configurazione.

Si, lo so: non c'è un Taubes che li fa tradurre per Surkamp, e che li ricolloca all'interno dell'orizzonte teologico-politico.
Ma si sente, si sente che non c'è. Habermas, davvero, si sente ancora nelle tue parole, Mario.

Update: trovate qui la risposta di Mario M.


scritto da millepiani il 14.02.06 20:20
come una politica

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