Caro Gianfranco,
come sai, non avrei mai creduto di dover scrivere le cose feroci che ho scritto sulla mia 'disciplina' - mi si diceva così - quando ho creduto di poterti dire che avresti dovuto fare 'filosofia'. Tu lo sai, forse meglio di me, tu me ne sei testimone, quanto io sia stato dentro alcuni dei gangli più forti, vincenti, dentro alcuni dei 'luoghi' che, in questi anni, in un senso 'collettivo', di 'formazione', hanno rappresentato le punte più alte, e più 'intense', che questa 'disciplina' potesse esprimere.
Andiamo verso una trasformazione radicale dello 'statuto' della nostra 'disciplina'. Essa l'ha già, in qualche maniera, travolta. In maniera cieca.
Ho imparato che la trasformazione si governa: vengo da questa 'scuola'.
Mentre sono portato a dare un'importanza radicale all'impatto, alla forza di scardinamento degli ordini, in maniera altrettanto certa e precisa, so che lo spazio che si apre dopo l'impatto, è il luogo della 'restaurazione', il suo luogo di rivincita, il luogo in cui, in pochi, bisogna vigilare - in molti bisognerebbe. Fortemente.
In questo, la nostra 'disciplina' è stata 'debole', incapace di reagire di fronte una spoliazione sistematica che l'ha attraversata.
Essa è vocata ad essere riassorbita, accademicamente, da un lato dalle 'scienze sociali' e, dall'altro, nel mare magnum della 'merce culturale', come fosse un 'bene culturale'.
Questa sconfitta - che parla della nostra 'sparizione' - si radica dentro lo statuto stesso che abbiamo voluto dare alla nostra 'disciplina', e che non siamo riusciti, in nessuna maniera, a 'condizionare'.
La trasformazione vissuta in prima persona, che non riconosce ma manifesta questa messa in questione radicale dello statuto specifico della 'filosofia', questa trasformazione, oggi, per me, costituisce, nel silenzio e nella solitudine in cui mi trovo, innanzitutto la marginalità di questo 'luogo'. Fuori dai percorsi individuali, e fuori dai riconoscimenti di 'ruolo'.
Come sai, qualche anno fa ho tentato di leggere, in pubblico, durante il seminario che 'mi lasciavano tenere', il testo di Derrida: "L'Università senza condizione'.
Ho provato a farlo dal testo francese, perchè quello italiano era affiancato da un testo scritto da uno dei più ipocriti 'professori di filosofia' che abbia mai incontrato.
Questo 'senza condizione', di cui scriveva Derrida, ecco: 'senza condizione', nel senso di quel testo, affolla il mio statuto e la mia recriminazione.
Esso si incrocia, come hanno dimostrato quasi venti anni di riflessione di Derrida, con la questione della 'democrazia': esiste, in una certa maniera, un incrocio decisivo tra lo statuo della filosofia nell'oggi e il futuro della democrazia, futuro che trascende, davvero, ogni politologia e scienza della politica, ma attiene, più in profondo, allo statuto della 'nostra disciplina'.
Mentre, oggi, questo statuto, nel cuore dello stato democratico occidentale, viene inconsapevolmente svuotato, non riconosciuto, disconosciuto, la 'filosofia' è, oggi, l'unica 'disciplina', proprio per la sua 'disciplina', a potersi confrontare con la 'teologia', ad 'interrogarla'.
Mentre, sempre più, la 'teologia' sporge sulla 'teocrazia' che 'le attiene per statuto' (Jakob Taubes), sia tu che io sappiamo come non sia mai esistita, dalla sua origine, una 'condizione della filosofia', un suo 'statuto', senza 'Dio'. Abbiamo spesso riso sui giovani ateniesi e la loro forza; quelli che, nella 'loro notte', hanno frantumato le 'statuette'. Così come abbiamo 'pianto' per quel 'colpo di coltello' che ha 'taciuto', definitivamente, il filosofo olandese.
Mentre quasi tutti danno per 'spacciato' lo statuto della filosofia, non lo riconoscono, lo riconoscono solo quando esso si 'confonde', si 'diluisce' nelle altre discipline, io vorrei, di nuovo, ancora, tracciare alcune linee fondamentali che fanno, da un lato, la forza della 'filosofia' e, dall'altro, la fanno diventare, di nuovo o come mai, mentre si distanzia dal 'luogo comune', luogo 'in-comune', 'forza e necessità'.
Mi sembrava necessario di fronte te, e me.
Proprio nel momento della massima 'povertà'.
ti abbraccio
emilio