Caro Emilo,
in un certo senso, credimi, ti invidio. Ognuno, certo, si cerca e coccola il proprio tormento. Si finisce con il denominarlo “identità” o “formazione”. Preciso che mi riferisco alla questione della dedica. Tu poggi le tue parole sulle immagini delle persone che ti sono care. O che magari “rappresentano” in un senso più generale. No, mi sono sbagliato: alle parole che scrivi tu accosti queste immagini, che io non voglio sminuire affatto. Osservo soltanto, ed è una delle mille volte che mi succede di percepire una dolorosa mancanza in me, che sono così cieco e sordo da non pensare mai, dico proprio mai, che l’unico vero modo per non lasciar inaridire le nostre parole è accostarle a chi vive ‘con noi’ e, passo successivo, metterle ‘in comune’.
Io non so se ci sia una eventuale verità sottesa a ciò che scrivo. Per carattere, dubito per principio che possa essere rinvenuta, se non come esito parziale, come precaria supposizione. Una volta fatta la tara delle incongruenze, annullate reciprocamente le contraddizioni, temo che tutto quello che resti sia: “ho scritto. E basta”.
Facciamo finta che il nostro “sottotesto” sia congegnato appunto su questa “dialettica”. Tu scrivi dedicando e ‘in comune’. Io mi appoggio solo ai fantasmi e rincorro la solitudine.
È una rappresentazione schematica, lo capisco bene. Forse non sollecita nemmeno una riflessione e non descrive altro che il muro che io stesso ergo contro la scrittura e dentro il quale la recludo.
Alla donna che ‘attende’ voglio contrapporre, non so se ti farà piacere, l’idea con la quale inizia “La frase infinita” di Aldo G. Gargani: si scrive sempre per il padre.
Facciamo finta che, quindi, la donna alla finestra abbia appena raccontato ad un figlioletto che il padre presto tornerà. E che essa stessa, sforzandosi di guardare nella oscurità che circonda totalmente quella finestra, voglia far finta di crederci. Solo che finisce con l’attendere davvero. Non sa cosa né perché. Ma ‘attende’.
La morte impone una nuova verità, o meglio, una nuova realtà. Al mondo che ci eravamo abituati a disporre in base alle nostre piccole coordinate, ne viene tolta improvvisamente una. Il castello cade. Questo evento che è il tramite di un nulla incomprensibile, ci impone quindi anche, ti sembrerà strano, un compito non soltanto di riparazione, ma ‘creativo’. Dal suo nulla noi dobbiamo trarre ciò che ci aiuta a procedere avanti. Dobbiamo quindi, come tocca ai tessuti attorno ad una ferita, ricostituire i legami e tracciare nuovi percorsi.
Come spesso succede, il venir meno di qualcuno ci forza a sentirci, ed a volte anche ad esserlo davvero, più ‘vicini’. La distanza radicale che la morte mette tra noi ed i morti intanto, ma anche tra ciò che con essi avevamo vissuto o che ad essi dovevamo, tentiamo allora di ridurla, di ricostruire ponti e strade.
Solo che, nel fare questo, nel rinsaldare e nel ‘dedicarci’ l’uno all’altro, non facciamo che preparare nuovo dolore e ancora maggiore perdita. Ed è a quest’ultima che, in questo percorso che non è nulla di diverso da una più o meno lunga ‘attesa’, tutti dobbiamo prepararci.
Un abbraccio
Renzo
Posted by renzo at February 3, 2006 8:23 AM