Luoghi passati

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Caro Emilio,

Assegnare un ‘luogo’ alla morte è un modo per tentare di limitarne il potere. Se si riesce a lasciarla fuori dal ‘resto’, essa acquista un ruolo. Come il peso dall’altro lato della bilancia, insomma. Solo che da quel lato il peso è schiacciante.
Il due novembre di molti anni fa, mi trovavo al cimitero monumentale di Messina con la ragazza che allora amavo. Non ricordava dove fosse la tomba dei nonni. Improvvisamente, però, ci arrivammo. Aveva trovato la strada quasi meccanicamente. Per questo piccolo episodio provai una emozione che mi fa supporre di poter trovare ancora oggi la tomba dei suoi nonni.
Quel giorno, provai a trovare la tomba dei miei nonni, ma non mi riuscì. E nemmeno oggi potrei.

L’altro giorno, D. mi esprimeva il timore di non riuscire a trovare la tomba del nostro amico, quando ne avrà una, nel nostro grande e dispersivo cimitero. L’ho rassicurata dicendole che, in ogni caso, i cimiteri tengono dei registri dove viene annotata la posizione dei defunti.
Dopo “l’enciclopedia dei morti” di Danilo Kis, si dovrebbe scrivere “la geografia dei morti”.

Mi viene in mente il capolavoro di Izrail Metter, “Il quinto angolo”, che si chiude con una frase più o meno così congegnata: “entrambi vaghiamo in cerca di tombe introvabili”.

Un ‘luogo’, in qualsiasi modo lo si voglia intendere, non basta. O meglio, si basta.

Nel registro si archiviano le posizioni di corpi inerti. Tu ricordi tutto, ma non quello che leggi. A volte, a me capita il contrario.

Forse per questo mi piace immaginare che, al cospetto della mia lenta ‘esecuzione’, ci si industriasse, invece che a ‘sferruzzare’ come le popolane francesi, a citare il nostro amato, ispido ‘Zio’ oppure Camus.

Il ‘luogo’ dove ho cominciato ad imparare la morte è la “Clinica medica seconda” del Policlinico di Messina. Ricoverato a diciannove anni per una reazione allergica all’aspirina sfociata in una grave crisi asmatica seguita da uno pneumotorace spontaneo, da enfisema a livello laringeo e conseguente enfisema sottocutaneo caratterizzato dal riversarsi di aria sotto la pelle con l’annesso effetto “neve” al tocco della stessa, oltre ad un gonfiore taurino alla vista, in compagnia dei signori che il caso aveva voluto ricoverati insieme a me, conobbi alcune cose per la prima volta.
Il millenovecentottantuno volgeva al termine. Qualcuno mi disse che nella stanza accanto c’era un ragazzino affetto da anemia mediterranea e che era solo. Non so come, trovai il coraggio di andarci e chiacchierammo un po’. Ci tenne a dirmi che in poche settimane sarebbe guarito. Chi mi aveva chiesto di fargli compagnia, invece, mi aveva informato del fatto che gli rimanevano pochi mesi. Parlammo dei “Pooh”, che gli piacevano. Aveva una faccia da bambino, ma giallastra e dalla forma strana, come di un coniglietto. Non ricordo altro.

Pochi giorni dopo, un signore che era stato pompiere e la cui sorella mi aveva mostrato una foto da giovane (praticamente un piccolo Amedeo Nazzari), aveva chiesto, nel pieno della sua agonia, di fare qualche passo per la stanza. Lo vedo ancora con indosso una camicia da notte bianca, che tenta di alzarsi con enorme difficoltà e buttare qualche passetto incerto. Era affetto da un tumore al fegato in fase terminale. Morì quella stessa notte, ma non prima di avere ‘cercato’ un altro ‘luogo’: certo, un ‘luogo’ introvabile. Essendomi impossibile dormire, trascorsi il resto della notte in compagnia del figlio di un altro degente, un signore al quale io dissi tante cose che non ricordo, ma delle quali, lo so con totale sicurezza, ero debitore ai libri di Camus, che allora era mio ‘Zio’.
Fu una specie di logico delirio, però salutare.

Uno degli ultimi giorni della mia degenza, me ne stavo a ciondolare per il corridoio. Passò una dottoressa che, spiritosa, mi disse: “guarda! quello che ha rischiato di morire”. Non lo sapevo, nessuno me lo aveva detto. La tua morte, non solo non la ‘vivi’, come è scritto nel Tractatus: ti viene proprio nascosta. Anche se credi di saperla lunga.
Mi spiegò poi che l’aria, riversandosi dentro la ‘cassa toracica’ (penumomediastino), e pressando sul cuore ne avrebbe anche potuto procurare l’arresto, in ogni momento.

C’è un luogo e c’è stato un tempo. Se torniamo a quello è per ‘rievocare’ questo.

Ti abbraccio

Renzo

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