"Il primo uomo"

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a mia madre

Caro Renzo,

era molto tempo che non ci scrivevamo. È scattata in me una necessità compulsiva di sentire, da lontano come sono, la 'voce dei miei amici e delle mie amiche'. Una volta, pensando a quel poco che ho scritto, mi sono permesso di dire che non saprei scrivere nulla senza 'dedicare'.
Ed è la verità più profonda della mia scrittura. Se ce n'è una.

Dicevo proprio stamattina che non sarei riuscito, nemmeno volendo, a far passare indenne la mia scrittura di fronte quello che è accaduto.
Gli stessi luoghi di cui tu mi parli, e che conosco, non sono altro che 'voci'.

Mentre rileggevo ieri, per colpa tua, tutto il 'Primo uomo' di Camus, l'immagine che mi continuava a frantumare il cervello era quella della madre dietro la finestra, che, appunto 'dietro', attendeva.
Questa attesa, attesa 'di niente', e di 'tutto', è il luogo della scrittura. Quella che leggiamo, quella de “Il quinto angolo”, che mi hai regalato.

Questo silenzio della madre, dietro una finestra, che guarda la strada, che 'attende senza attendere nulla', per me è il luogo della scrittura, che, indiscutibilmente, nella sua 'forza', è e non può che essere 'femminile'.
Male abbiamo fatto a non interrogare, in passato, questo 'lato' che ci abita e che è il 'nostro'. Proprio perchè esso è quello della 'dedica', dell' 'attesa', quello del 'futuro' in un'accezione che non ha niente a che vedere con il 'pensare il futuro' proprio degli uomini.
La morte stessa, quella che è venuta a 'trovarci', così inaspettatamente, assume, da quella finestra, un altro 'senso', ammesso che la morte ne porti uno.

Quando, come mai avrei creduto possibile, mi è stata negata, sottratta la 'possibilità della dedica', io mi sono trovato 'sperso'. Perchè, d'improvviso, io non avrei potuto più scrivere nulla. E questa interdizione proveniva, precisamente, da una donna.

E mentre, dopo, ho iniziato a ricordare che tutte le interdizioni portano con loro la propria violazione, nello stesso tempo non ho potuto fare a meno di ricordarmi che tutti i luoghi che noi attraversiamo portano con loro questa 'attesa'. Il tempo è gravido, sempre, di futuro, e la scrittura non fa niente altro che stare in quel limbo dell'ascolto, della dedica e della memoria come, nel '900, solo il mio Marcel Proust ha saputo descrivere, dipingere, raccontare, dedicare, vocare e ricordarci.

Abbiamo fatto male a non 'pensare' a quel 'balcone', a quello sguardo, a quell'attesa, del 'niente' e di 'tutto', che Camus porta con sè e che ha saputo 'mettere in forma' prima di morire.


ti abbraccio

emilio

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