Riposto, per concludere l'esperienza del blog, per 'trasformare' la maniera in cui questa scrittura l'ha attraversato, riposto quello che penso dei masters in filosofia che sono stati attivati a Pisa e a Venezia: la riposto senza soluzione di continuità, così che sia chiara la mia 'distanza'.
Mi faccio fregio di aver studiato in entrambe le due facoltà; mi faccio fregio di aver studiato 'filosofia' a Pisa e a Venezia.
In qualche maniera, si tratta di un'addio.
Per quanto mi riguarda, alla distanza si misurerà: il rifiuto, la forza, il tradimento e la fedeltà. E quello che viene 'dopo'.
ps nello stesso tempo, davvero, misuriamo qui la distanza tra 'le scritture' e la 'politica mondiale', la 'nostra 'incidenza'.
La prima volta che ho letto Georges Bataille era questo che non avevo capito: l'incidenza del 'silenzio', del 'non-sapere' e della 'scrittura' rispetto la politica 'mondiale' (Alexander Kojève).
SULLO STATUTO DELLA FILOSOFIA-CONSULENTE
E' indubbio, ai miei occhi, che questo sia un passaggio cruciale. Bisogna distinguere due livelli perchè la riflessione sia libera e colga il livello della 'superfice' come quello del 'futuro'. Il primo livello della riflessione affronta direttamente i 'nomi', le 'strutture', le 'dinamiche', i 'rapporti', le 'mosse'. In una parola: il primo livello di analisi è quello della 'politica'. Lo chiamerei il 'livello della presentazione'. O 'la presentazione' [metto fra 'apici' una volta e per tutte - almeno questa volta non ne abuserò]. Il secondo livello è quello delle 'conseguenze' della presentazione, delle conseguenze del 'dispositivo' che la 'presentazione' scatena. Lo chiamerei 'il livello dell'ignoto'. O 'l'imprevisto'. Il primo livello non implica il secondo, cioè: la 'presentazione' non è 'gravida' delle conseguenze che scatena. Anzi. Tanto più la presentazione' non implica l'imprevisto, quanto più è necessario, da subito, pensare la presentazione. Perchè si possa cogliere l'imprevisto nella sua assoluta imprevedibilità. Pensarlo, combatterlo o sposarlo. O abbandonare. Dunque, seguendo la dichiarazione di intenti - primi elementi di riflessione - mi concentrerò in queste righe, volutamente, solo sulla presentazione. In nessun caso questo implica una visioneunilaterale. Diciamo che queste riflessioni sono scritte con l'occhio sinistro, quello da cui vedo peggio. Almeno da lontano. Da vicino, invece, ci vedo bene, proprio bene, anche con quest'occhio. In questo senso, quello che scrivo non unilaterale perchè l'altro 'occhio' vede un angolo che il primo occhio non vede. E' l'angolo buio. E' questo il mio luogo. Vorrei specificare, ad usum 'malevoli', che quello che scrivo non ha MAI un intento pregiudizialmente critico. Ma, almeno in questa fase, è un gesto di chiarimento - anche se pubblico - totalmente personale. Scrivo, per dirla banalmente, per capire. Non so fare, d'altronde, altro che questo.
"LA PRESENTAZIONE" - Parte prima Mentre la struttura del master pisano è ancora avvolta in una nebulosa (ma ci tornerò), quella del master veneziano offre elementi chiarissimi. Come da bando, riporto, innanzitutto, gli obiettivi del master:
"Al termine del percorso, i partecipanti dovranno padroneggiare i principali quadri teorici, il setting e l'intervento operativo di consulenza filosofica al fine di perfezionare le competenze relative: alle conoscenze teoriche ed epistemologiche di modelli filosofici finalizzati all'intervento; alla selezione e all'uso di metodologie e di tecniche di intervento congruenti con le finalità specialistiche; alla padronanza di modelli di azione, di comunicazione, di relazione e di setting; alla padronanza dimodelli di etica e di responsabilità personale e sociale dell'intervento; alla conoscenza relativa alle logiche e alle dinamiche culturali e sociali dei processi individuali e organizzativi oggetto dell'intervento. Tali competenze intendono garantire l'intervento del consulente filosofico sia nella consulenza individuale che nella consulenza delle organizzazioni."
Le prime tre parole chiave sono 'teorico, setting, intervento'. In questa triade si gioca già tutto. Nel senso che il modello chiaro e cristallino a cui ci si rifà è, senza timore di smentita, quello junghiano nella sua declinazione terapeutica. Il quadro teorico non esiste 'di per sè' in questo modello formativo; esiste solo nella sua 'rigiocabilità' diretta, effettiva. L'effettività, la sua 'realtà' esiste solo e solamente nel momento in cui trova nella 'relazione' il suo 'sfogo', la via per mostrarsi effettivamente operativo. Il 'finalizzati all'intervento' della terza riga è una dichiarazione d'intenti più che evidente. Le conoscenze teoriche, e dunque le metodoloogie e le tecniche che verranno tratte dai quadri teorici ed epistemologici generali, dovranno, dunque, essere 'congruenti' con le finalità 'specialistiche'. Che, almeno in questo passaggio, come in questa fase primordiale del master, sono assolutamente incerte oltre che arbitrarie. Ci tornerò su questa coppia terminologica che ho usato [incerte-arbitrarie]. Non solo dunque il partecipante al master dovrà flettere ogni modello teorico propostogli alla finalizzazione dell'intervento; ma dovrà, in più, ritenere di possedere, senza relazione alcuna con il soggetto che ha di fronte modelli di etica e di responsabilità che, filosoficamente scrivendo, possono essere definiti 'interscambiabili'. Cosa significa altrimenti la frase: "padronanza di modelli di etica e di responsabilità personale e sociale dell'intervento" se non che, seguendo il rapporto e lanecessità che si sviluppa all'interno della relazione - del setting -, l'operatore deve potersi 'adeguare' alla 'costellazione di senso' che gli si 'presenta' davanti? Quello che non si comprende - ma invece lo si comprende bene all'interno di un chiaro modello di setting - è in che termini la 'costellazione di senso' del 'dialogante' interagisce con il 'consulente filosofico', in che termini questa 'presenza' rimette in questione, dinamizzandoli, i quadri teorici e le tecniche di intervento del 'consulente'. Ma andiamo avanti. La responsabilità del 'consulente' però non si ferma semplicemente alla relazione 'personale', ma, in forza di questa 'generalizzazione' - o 'interscambiabilità' - dei modelli teorici finalizzati all'intervento, si allarga ad una responsabilità più larga, più amplia, collettiva. Il bando la chiama 'sociale', senza, ovviamente, specificare, in nessun modo, cosa significhi questo termine. Una responsabilità sociale dell'intervento che si radicherebbe in una padronanza di modelli di etica. Tutto al plurale, ben inteso. La responsabilità personale e sociale si lega, indissolubilmente, con la padronanza di diversi, distinti, diversi modelli di etica. Direi meglio: di etiche, mi sembra più preciso, oltre che più corretto. Ma questo non basta, non è sufficiente. Il 'frequentante' acquisirà una conoscenza delle 'dinamiche culturali e sociali dei processi individuali e organizzativi oggetto dell'intervento'. Chiamarlo tautologismo mi sembra poco: avendo già avuto contezza dei quadri teorici generali, delle metodologie e delle finalità, dei modelli di azione, comunicazione e relazione, oltre che di modelli di etiche personali e sociali, il 'frequentante', certamente, non potrà che rendersi padrone di dinamiche collettive in cui l'io e la collettività sono immersi. Semplicemente perchè queste dinamiche, individuali e collettive, sono di per se stesse, anch'esse, 'oggetto dell'intervento'. Ed è per questo che tutte le competenze maturate all'interno dle 'master in consulenza filosofica' serviranno sia ad un livello 'individuale' che ad un livello 'organizzativo'. Non sociale, ma 'dell'organizzazione': un buon slittamento già anticipato nella riga precedente. I modelli di etiche e di responsabilità sociale diventano la base per una conoscenza delle logiche e delle dinamiche culturali e sociali tipiche dei processi individuali e organizzativi in vista di una consulenza filosofica che funga sia dal lato dell'organizzazione dell'individualità che da quello dell'organizzazione sociale. Mi fermo per il momento qui. Ma non è finita. Il bello deve ancora venire.
"LA PRESENTAZIONE" - Parte seconda - Le dichiarazioni d'intenti di ogni 'bando di concorso' non possono che sfiorare il nocciolo della questione. Ma, nello stesso tempo, solo nella sintesi si mostra il 'morto', o, per meglio dire, l'oggetto del discutere odel tacere. Non solo gli 'obiettivi del master' sono stati dichiarati, ma meglio sono articolati nel 'piano di studi'. Dove ai 'fondamenti storici e filosofici della consulenza filosofica' - come da bando, ma più incerto nella storia della filosofia - si affiancano la 'cura dell'anima' -?- e la 'gestione delle risorse umane nelle organizzazioni' -!-. Dove molto si potrebbe scrivere, ma un'altra volta. E comunque, proviamo a fare politica. Politica accademica. Almeno a dirla, a nominarla.
Il direttore del master è il professor Luigi Perissinotto, il responsabile scientifico il professor Umberto Galimberti. Il professor Perissinotto è stato per anni collaboratore - seguendo tutto il 'cursus honorum' che l'accademia impone - di Mario Ruggenini. Umberto Galimberti - che molti tra il pubblico giornalistico conoscono, oltre quello filosofico - è colui che, a mio avviso - mi sbaglierò-, ha scritto testualmente il bando del master. Come tutti sanno, in ambito filosofico, il professor Galimberti è un analista junghiano, oltre ad essere uno dei maggiori filosofi della sua generazione. Come tutti possono leggere nel bando di concorso:
I titoli formativi e professionali verranno valutati dal Collegio dei Docenti. Precedenti esperienze di formazione e professionalizzazione presso scuole o associazioni di consulenza filosofica possono costituire crediti secondo i criteri stabiliti dal Collegio dei Docenti.
Il Collegio dei docenti del Master è formato da alcuni docenti univerisitari della Facoltà di filosofia dell'Università di Venezia: Lucio Cortella, Umberto Galimberti, Carlo Natali, Luigi Perissinotto, Vittorio Possenti, Mario Ruggenini, Luigi Tarca, Carmelo Vigna. Il professor Umberto Galimberti è, nello stesso tempo, responsabile scientifico del Master in 'consulenza filosofica' dell'Università di Venezia e componente del direttivo dell'Associazione Phronesis, Associazione Italiana - l'unica, per quanto ne so - per la consulenza filosofica. A quanto mi risulta, non esiste ancora nessun 'Albo professionale dei consulenti filosofici', e dunque, in politica si dice così, non esistono 'esperienze di professionalizzazione' giocabili nemmeno per il recupero di alcun credito, salvo se si decida in un bando pubblico, preliminarmente ed arbitrariamente [ecco uno dei due termini che torna], di riconoscere all'associazione di cui non solo si è membri, ma si è membri del direttivo, una preliminare 'franchigia'. La qualcosa, come si sa, non è 'fuori legge' o 'penalmente perseguibile', ma è proprio dentro le leggi 'accademiche', rispetta le leggi del nostro paese, e segue la scia di quello che, nei giornali dove scrivono i 'responsabili scientifici' di questo master, viene chiamato 'conflitto d'interessi'. In piccolo, me ne rendo conto, sussiste il paragone. Ma perchè, da quando in qua si inizia dal 'grande'? Ed inoltre, la presenza dei docenti di maggiore peso della facoltà di filosofia di Venezia nel 'Collegio dei docenti' non è forse la più forte dimostrazione di quella 'incerta' [ecco il secondo termine] formazione che il master vorrebbe 'garantire' come certa e 'ferma', sicura? In una certa maniera, questa presenza di cattolici democratici, di adorniani ortodossi, di convertiti all'ermeneutica e allo speech, di filosofi antichi di buona reputazione, di severiniani un po' troppo 'logici', non è la manifestazione di quella 'pluralità' di etiche che il Master stesso domanda? Lo è nella misura in cui questa presenza costituisce non semplicemente una diversificazione delle 'etiche' e delle 'pratiche' d'interrogazione filosofica, quanto una diversificazione del potere accademico, una manifestazione di 'presenza' nel luogo dell'innovazione. La necessità di una presenza, la necessità di 'marcare' il luogo, di non mancarlo. E, insieme, una garanzia di uniformità, una dichiarazione di 'auto-riconoscimento reciproco'. Questo senza che nulla venga tolto alla 'qualità' del master in questione. Anzi. La doppia blindatura - direttore del master, responsabile scientifico - proprio per il livello qualitativo che richiama, non offre il destro proprio a nessuna critica nel merito. Nel merito della composizione di quelli che una volta si chiamavano 'organismi dirigenti'. E questo nulla toglie alla 'qualità' dell'insegnamento, che non si sa ancora da chi verrà tenuto. Per il resto, in fondo, la questione è ben più ampia e merita ancora un 'ritorno di analisi'.
INTERMEZZO - per ricordare e poi 'a seguire'.
Non serve ricordare, richiamare, come qualcuno ha fatto, l'ozio e l'inutilità della filosofia. Queste si chiamano, dalle mie parti, 'stronzate'. Puttanate. Serve, di più, pensare e riflettere, cercare di capire.Partirei da un dato inoppugnabile:leggiamo i nomi dei partecipanti al convegno di Cagliari che si terrà il 5, il 6, il 7 e l'8 ottobre. Vado in libertà: chi partecipa, tra altri e altre, a questo convegno? Enrico Berti (Padova), Eugenio Mazzarella (Napoli Federico II), Remo Bodei (Pisa), Adriano Fabris (Pisa), Mario Ruggenini (Venezia), Giuseppe Cantillo (Napoli Federico II), Carlo Natali (Venezia), Giuseppe Cacciatore (Napoli), Giacomo Marramao (Roma Tre), Elio Matassi (Roma Tre), Gianmario Cazzaniga (Pisa), Maurizio Iacono (Pisa), Gianni Vattimo (Torino), Luigi Perissinotto (Venezia), Gerd Achenbach (Consulente filosofico - Germania), Eugenie Vegleris (Consulente filosofico - Francia), Neri Pollastri (Consulente filosofico - Italia). In ordine di presenza al convegno. Mezza accademia filosofica italiana. Forse tre quarti. Tranne Umberto Galimberti. Che, comunque, verrà ben rappresentato dai suoi colleghi di direttivo.
La PRESENZA - infine
Ora, però, qualcuno mi deve spiegare per quale motivo mezza accademia italiana si presenta a Cagliari per SOSTENERE i masters in 'consulenza filosofica'. Possiamo darne un'interpretazione materialistica. Moltiplicazione: 6.000 euro per 40 partecipanti fanno 240.000 euro, mezzo miliardo delle vecchie lire. Per facoltà che rivendicano 30 iscritti (60.000 euro, in media) si chiama 'flebo' economica. Ma non è 'semplicemente' così. La presenza di mezza accademia filosofica italiana costituisce un caso 'eccezionale'. Percependo, perfettamente, il tanfo di morte e di fine che aleggia in ogni 'dipartimento' di filosofia, tre quarti d'accademia filosofica italiana si getta in un'avventura senza registro e senza tratti definiti. Mai lasciare 'spazi', mai lasciare nulla a nessuno. Tre quarti d'accademia filosofica italiana, con il codazzo di ricercatori, assistenti, portaborse, e chi altro, mette la firma, con nome e cognome, sul 'nulla'. Faremmo bene, facciamo bene, a serbare memoria dei presenti a questo convegno. Servirà serbare memoria e nomi. Scriverli, nome dopo nome.
L'accademia filosofica italiana, mezza o tre quarti, quella che sia, si è appropriata, ha deciso, vuole decidere lo 'statuto' della 'consulenza filosofica'. Per la prima volta, lo statuto degli studi filosofici indica e rivendica una riconoscibilità esterna all'università.Questa 'riconoscibilità' è, paradossalmente, guidata dalle stesse figure, dagli stessi nomi, da chi, volontariamente o involontariamente, guida la deriva, la fine e la fisiologica sparizione delle facoltà di filosofia.
I nomi sono lì. Tutti possono verificare l'interesse che l'università ha riversato su questo specchietto per le allodole. L'università, incapace, ormai, di assorbire le intelligenze che sono maturate in questi anni al suo interno, si riconosce, con tanto di nomi e cognomi, nella sua abdicazione.
Questi nomi e questi cognomi, che ho scritto uno ad uno, ed anche altri, hanno firmato, coscientemente o meno, il definitivo transito della formazione filosofica e la sua definitiva trasformazione. Questi nomi, come i nomi che non sono presenti al convegnodi Cagliari ma che condividono questa scelta, sono i nomi da ricordare, da tenere a mente. Così come sono da tenere a mente tutti i nomi degli assistenti, dei portaborse, dei 'buffoni' della filosofia che, prima o poi, per paura, per invidia, per ambizione, 'presteranno servizio' in questo orifizio della filosofia firmato e controfirmato da tre quarti dell'accademia filosofica italiana. Ed anche se tra questi 'buffoni' abbiamo, ho qualche amico, mi faccio carico della pietà per la loro vita. E della violenza che merita, che meritano.
Nello stesso tempo, il 'vuoto' dei masters in consulenza filosofica', alla lunga, emergerà. E tutti i nomi che hanno sottoscritto, con la loro presenza, il 'convegno di Cagliari', e quelli che, pur non essendoci, sottoscriveranno questo 'vuoto' prestando la loro opera, per paura, ambizione o invidia, nel tempo, verranno chiamati a giustificare la 'firma', il loro 'nome e cognome'. E le loro 'prestazioni'. Oltre la questione economica, quello che questo 'vuoto', con tanto di nomi e cognomi, fa emergere, è ladifficoltà, oserei dire l'mpossibilità, di mantenere la filosofia come interrogazione.
Perchè, mi chiedo, il master in consulenza filosofia è un 'vuoto'? Perchè, mi chiedo, al di là delle stronzate sull'ozio della filosofia, sulla sua inutilizzabilità, per me è 'vuoto'? Perchè, in fondo, ritrovo gli stessi nomi, le stesse strategie, le stesse presenze di ogni 'politica accademica'. Perchè, salvo la 'firma' che hanno messo questa volta, fino a pentirsene nei prossimi anni, si rimescola la stessa 'merda'. Perchè, in fondo, nessuno di tutti questi 'sacrosanti accademici' ha capito, fino in fondo, la posta in gioco di questo passaggio. E la posta in gioco è alta. E nessuno dei miei amici e amiche l'ha compresa, chiusi come sono nel loro silenzio e nella loro 'paura'. Nella loro 'età'. La posta in gioco, con o senza 'nome e cognome', è lo statuto della filosofia nella pratica quotidiana della formazione. Il 'vuoto' tocca questo ganglo. Mentre tutti tacciono. La 'filosofia', se ancora è possibile solo 'pronunziare' questo nome, 'sputa' su questo nuovo luogo. E non perchè abbia paura dei luoghi 'nuovi'. Ma semplicemente perchè riconosce i 'nomi vecchi', le loro pratiche. La posta in gioco è talmente alta che mi 'forzo' di ricordare tutti i nomi e mi forzerò di sapere, e li troverò, tutti i cognomi di coloro che offriranno il loro contributo a questa 'pagliacciata'. Sapendo, già da ora, che se ne 'pentiranno'.
Sono voluto andare, domenica scorsa, a trovare il mio 'maestro'. E' sepolto in un piccolo cimitero. Sotto dieci centimetri di 'cemento'. C'era, sulla sua tomba, la sua firma. La sua firma, c'era la sua firma. Nome e cognome. Elias Canetti è sepolto a Zurigo. Ha studiato chimica organica. Come voleva sua madre.
scritto da millepiani il 01.02.06 15:40Tag: