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18.02.06

'In filosofia' - Bengasi e la teologia politica: come un intervallo

a Gianfranco

Vorrei essere, nello stesso tempo, molto netto e molto preciso. Lo farò, insieme, per dichiarazioni di principio e spiegazioni. Le dichiarazioni di principio e le spiegazioni implicano, per essere comprensibili, una chiarezza dello scenario e delle scelte. Non sono in grado, per la mia posizione, di poter incidere sulle scelte 'politiche', ma, poichè io sono un intellettuale che prima degli studi ha praticato quotidianamente la politica, non solo non ho paura di dire 'il da farsi' - la paura che porta alla 'sfumatura' -, ma, ancor di più, mi ritengo responsabile di vedere quello che 'accadrà', o potrebbe accadere. E, ancor più, mi ritengo più responsabile degli altri ogni qualvolta io 'parlo' di politica. Poichè ogni qualvolta io 'parlo' di politica, io parlo del 'futuro', distinguendomi, con forza, dallo statuto delle 'parole' politiche che sento pronunziare intorno a me.
Ed è una posizione che prendo, davvero, di fronte 'l'oggi' della 'politica'.

Non solo io rivendico questo statuto, ma, ancor più, io me ne faccio forza, sapendo che esistono momenti in cui la 'falsa moderazione della falsa modestia, del silenzio' è più 'colpevole' dell'immodestia e del 'dichiararsi'.
Serva come 'prefazione' alle cose che scrivo.

1) Chiunque e ovunque, dopo Voltaire, ha 'diritto' di 'insultare' il proprio 'dio'. Di sbeffeggiarlo. La bestemmia e il dileggio di 'dio', logicamente, attengono ai credenti. Nessuno, tra i non credenti di nessuna religione, può 'infamare' un 'dio' che non è suo. In questo, i 'non-credenti' hanno una 'responsabilità' grande; ed ancor più i 'credenti' parlando del 'dio d'altrui'. La bestemmia e la recriminazione attengono alla 'fede': in Occidente, esse sono inscritte nella fede stessa. Lo stesso 'disconoscimento' di 'dio' attiene alla statuto stesso dell'Evangelo. Pietro è colui che 'disconosce' il suo 'dio'.
Uno studio 'serio' sullo 'statuto della bestemmia' farebbe emergere come il 'dileggio', la 'distanza', il 'disconoscimento' dell'esistenza di 'dio' attengono all'esperienza tipica dell'Occidente, precedente a Voltaire stesso. Non solo la 'bestemmia', come insulto al 'dio' a cui si crede, ma ancor più il suo 'disconoscimento', la 'maledizione' lanciata contro la sua assenza, si installa esattamente nel 'cuore' della fede cristiana. (L'assenza di 'dio', nel cristianesimo, si misura di fronte la morte dell' 'infante', nel suo statuto stesso rispetto tutta la 'storia della salvezza', posizione che duemila anni di teologia non hanno saputo 'sistematizzare'.)

2) Esistono, in Occidente, 'epoche' in cui 'l'assenza di dio' - non io la chiamo così - è stata 'patente'. Sono passati solo sessant'anni dai 'campi'. Abbiamo, oggi, ancora oggi, un'esperienza della 'patente assenza di 'dio'' di fronte la storia. Il cristianesimo è questo: è la responsabilità di fronte la storia della 'storia della salvezza' inscritta nell'Evangelo. Esistono pagine di riflessione 'verticale' su questa 'assenza' che non spetta a me commentare. Ma che non posso fare a meno di ricordare quando si parla di 'un dio' qualsiasi'. Ecco: della 'morte senza giustificazione'. Sergio Quinzio ha scritto pagine memorabili su quest'assenza, questa sofferenza e questa domanda. Tutta la 'riflessione teologica' precedente i 'campi', salvo pochi e poche, non può assumere questa 'assenza di dio', non ci riesce. E dunque, per questo, noi siamo 'nani', proprio perchè la 'miseria' della nostra domanda e della nostra risposta, di fronte 'gli infanti' gasati e inceneriti in ogni campo nazista, è di una tale miseria e povertà, così come tale è la miseria di ogni teologia morale, anzi: di ogni 'filosofia morale', da portarmi, da 'ri-portarmi' alla domanda che, dopo Voltaire, si ripresenta: 'dio', la 'politica'.

3) Questa 'patente' 'assenza di dio' attiene all'esperienza 'cristiana'. Essa non tocca - anche se sì, ma qui non è il caso di pensare anche questo - lo statuto del 'dio ebraico' dell'Antico Testamento. Questa esperienza non tocca lo statuto della terza religione monoteista, l'Islam. In questa esperienza si installa un intervallo che la terza religione monoteista non ha vissuto. In questo 'intervallo', in questa differenza la misura e la percezione dell'insulto a 'dio', la 'bestemmia', il suo 'disconoscimento', 'ci' separa.
Sarebbe ovvio rivendicare, oggi, una certa integralità di una fede cristiana che ritorna. Questo ritorno si installa, per colmarlo, esattamente in questo 'spazio', in questa 'assenza'. La secolarizzazione - che è il processo di ricollocazione della presenza di 'dio' all'interno di una società, quella occidentale -, mentre ha risolto la sua 'laicizzazione', non ha risolto le implicazioni 'politiche' nè della sua presenza nè della sua assenza. Tutta la riflessione sulla 'secoloarizzazione' si muove su questa dorsale ambigua: mentre da un lato essa si muove per voler regolare e sistematizzare la presenza di 'dio' in società de-cristianizzate, dall'altro lato non riesce a risolvere la persistenza del rinvio a 'dio' presente nelle società occidentali, pur nella sua assenza. E' la discussione tra Schmitt e Blumenberg. Si tratta di una discussione eminentemente 'politica', ove 'politica' deve leggersi come quella che nasce - come nel Platone della 'Repubblica' - come contemporanea alla 'teologia'. I due termini non sono, mai, separabili.

4) la definizione di 'teologia-politica' che emerge dalla rilettura di questo dibattito da parte di Jakob Taubes, al contrario, ne declina, esattamente, i contorni e le conseguenze. Opterò, qui, per una declinazione 'strabica'. La riproposizione di un 'tutto pieno' di 'dio', come viene 'rilanciato' dai 'credenti islamici', non fa che colpire questa aritmia profonda del 'dio' delle Tavole e dell'Evangelo. E, in qualche maniera, ne coglie gli elementi di debolezza. Mentre l'incardinamento della presenza di 'dio' nelle politiche occidentali - come ha fatto il presidente degli USA negli ultimi 6 anni - è un'incardinamento delle politiche all'interno di un 'ombrello' teologico 'vuoto', la voce dell'Islam rimanda ad una pienezza della presenza di 'dio' dentro 'le politiche' che travalica le stesse politiche statuali, e reinvia ad una 'politica teocratica' che, se in 'Occidente' non è più possibile, grazie alla 'bestemmia', a Voltaire, a questa 'assenza', nell'Islam trova il suo 'completamento' nella rivendicazione di una 'politica' all'altezza della 'presenza di dio'.
Questa politica è il 'fantasma' che l' 'Occidente' ha risvegliato, senza avere la forza nemmeno di un conflitto 'teologio-politico' classico: una 'guerra di religione'.

5) la nozione di 'guerra di religione', che sempre più si accentuerà giornalisticamente come 'categoria ermeneutica' nei prossimi anni, espone la nudità dell' 'Occidente' di fronte questa 'sfida'. Questa categoria verrà declinata, come già lo è già, come 'sfida di civiltà', 'guerra di civiltà', 'scontro di culture'. Queste definizioni mostrano la paura che alberga nell'inconscio dell' 'Occidente', come lo chiama Emanuele Severino. L' 'Occidente' ha paura di chiamare questa 'sfida' 'guerra di religione', poichè l' 'Occidente' ha paura di nominare la 'religione' come una causa di 'guerra'. La 'guerra di religione' è una categoria che, grazie a Voltaire, gli è divenuta 'estranea'. Ma, nello stesso tempo, tutto il dispositivo culturale 'occidentale' non ha pensato la persistenza dell'incrocio tra 'dio' e 'politica'. Quello che gli intellettuali 'liberali', forse gli stessi 'filosofi politici', nella loro generalità, quello che non vogliono capire è che esiste una radicale differenza tra 'religione' e 'teologia'. Mentre la 'religione' attiene allo statuto fondamentale della politica 'moderna', la teologia attiene allo stesso statuto delle definizione di 'politica' (Platone). Esse nascono 'insieme'. Ogni processo di 'laicizzazione' attiene alla 'religione' ma non alla teologia. 'Laicizzare' la teologia è impossibile. Ma la 'teologia' è assolutamente consustanziale alla politica 'occidentale'.

6) Dove si colloca questa 'sfida'? Essa si colloca esattamente in quell'incrocio, cruciale, che esiste tra 'teologia' e 'politica'. Essa si colloca, perfettamente, in quella sfera, su quel piano, che Taubes, e sulla sua linea Assmann, chiamano 'teologia-politica'. Da intendere come nozione che rende ragione - Kant - della persistenza della 'pienezza' di 'dio' sul piano 'politico'.
Essa richiama, in maniera cogente, l'inconsistenza del richiamo alla 'laicizzazione' della politica, così come rende evidente la persistenza di un 'tutto pieno' da opporre alla 'sincope' religiosa che attiene alla 'laicizzazione della religione', che è la caratteristica dell' 'Occidente'.

7) Questa 'sfida', che certo è 'gonfiata' dai poteri 'politici' teocratici di un Islam assediato dalla 'potenza' militare degli USA, e affonda le sue radici in una condizione di 'disperazione' di alcuni 'popoli', che prima che islamici, sono arabi, questa 'sfida' non è, in nessuna maniera, una sfida alla 'laicità' dell'Occidente. Al contrario, essa se ne fa forte, si fa forte di questa 'patente mancanza', che è la nostra forza. Diciamolo: la 'storia' delle vignette è, precisamente, in termini teologico-politici, la 'differenza tra un 'tutto pieno', una 'coincidenza' tra la tota-presenza di 'dio' e il nostro 'disincanto'.
E solo la nozione di 'bestemmia', la sua 'intelligenza', il suo 'scarto', rende giustizia di questa 'differenza'.

8) Decostruire comunità è l'unica pratica 'politica'.

9) Citando Foucault, un certo Foucault, io mi assumo quella responsabilità che, sola, mi attiene. Lo faccio, ormai, da anni. Citando Jakob Taubes, i suoi colloqui sulla teocrazia, la ridefinizione del concetto di 'teologia-politica', citandolo da anni, io mi sono assunto la responsabilità che mi attiene rispetto quello che 'vedo'.
Decidendo, volontariamente, di tenere un seminario su Foucault, dalla definizione di 'biopolitica' sino alla declinazione della 'cura di sè come pratica riflessa della libertà', quello che mi sono sforzato di fare è cercare di capire, in prima persona, come innanzitutto Kant e la sua 'Pace perpetua' possano essere riletti alla luce del nuovo scenario 'biopolitico'. Cercando di rileggere, di nuovo, il 'Che cos`è l'Illumismo' di Kant proprio alla luce di queste categorie.
Insistendo, in ogni luogo, su questi due concetti, 'biopolitica'/'teologia politica', non ho fatto altro che metterli in rapporto. Ma non basta. Non basta certo ancora.

10) se io facessi oggi politica, come l'ho fatta per pochi anni, ma intensi, io andrei in ogni luogo 'religioso' per ripetere, insistere, ribadire, imporre la differenza, evidente ai miei occhi, tra la religione e la politica. E parlerei di teologia. E parlerei, in ogni luogo, della teologia e della politica. Parlerei di 'dio'. Io che 'non credo'.
Perchè, poichè io ho studiato filosofia, io 'non posso non pensare dio'. Proprio 'facendo politica'.
Io non ho smesso di fare politica.

(à suivre lo sviluppo della tesi 8)

Postato da millepiani alle 18:25

Bertinotti, Cossiga e la farsa 'ferrandiana'

Non ho mai avuto particolare 'trasporto' per Cossiga. Lo ritengo uno dei maggiori responsabili della tragedia degli anni '70. Ma come sanno in molti, lo ritengo uno degli ultimi 'artisti' della politica in circolazione: nel senso migliore o deleterio del termine. Ne fa fede questa lettera, che posto grazie alla segnalazione di Atemkristall, sulla vicenda 'Nassirya, Ferrando, Bertinotti'.

"(ANSA) - ROMA, 17 feb - Il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha scritto una lettera aperta a Fausto Bertinotti, spedita al quotidiano Liberazione ma non pubblicata nella quale invita il segretario del Prc, a rivedere le scelte fatte sulla questione Ferrando e Caruso.

' Molto mi ha meravigliato che tu, uomo forte e coerente, ti sia piegato al diktat di Romano Prodi ed abbia escluso dalle tue liste e dai tuoi candidati nella lista autonoma del Senato i tuoi compagni Ferrando e Caruso' scrive il presidente emerito della Repubblica.

Cossiga ammette che Marco Ferrando abbia fatto delle dichiarazioni in modo imprudente 'data la posizione inequivoca mantenuta sull'argomento da Romano Prodi, dai Ds e da La Margherita e la sua aspirazione ad essere candidato nelle liste del centro-sinistra' sulla 'resistenza irakena' ma conclude cosi' la lettera al segretario del Prc: 'Sinceramente, caro Fausto, non ti comprendo. Hai ceduto su i 'pacs', hai ceduto sul ritiro immediato di tutte le unita' militari impiegate all'estero, hai ceduto sulla Tav: vuoi cedere ora anche sulla candidatura di un tuo militante e di un leader di quei movimenti di cui vuoi che Rifondazione Comunista sia il referente politico? Ripensaci, caro Fausto, ripensaci'.

'Sono stato contrario -spiega Cossiga- all'intervento militare unilaterale per iniziativa anglo-americana nell'Irak, perche' inutile e pericoloso, senza un 'progetto' ed un 'orizzonte' politico ed anche con scarsa preparazione militare, psicologica e morale delle truppe; e non certo perche' il Consiglio di Sicurezza non era d'accordo, dato che non essendo il Consiglio di Sicurezza d'accordo, ho plaudito al duro intervento militare guidato da Clinton e da D'Alema contro la Jugoslavia volto ad impedire il genocidio delle locali popolazioni di etnia albanese da parte dei serbi'.

Inoltre, ricorda l'ex Capo dello Stato, 'sono stato contro il pasticciato invio d'unita' militari italiane in Iraq, perche' non certo male addestrate, ma senza adeguato equipaggiamento ed armamento e senza un mandato chiaro, e prive di 'regole d'ingaggio' che ne tutelassero le capacita' difensive e se necessario offensive, con l'ipocrita copertura con il nome di 'operazioni di pace', di vere e proprie operazioni di peaceenforcing e di peacekeping, operazioni 'per la pace', ma non certo 'di pace'.

'Ma poi, quello che era stata una invasione pura e semplice -secondo Cossiga- si e' trasformata in forza delle successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e la instaurazione di un governo iracheno, cui e' stato restituito il pieno esercizio della sovranita', in operazioni di peaceenforcing e di peacekeping condotte insieme alle ricostituite forze irachene militari e di polizia E cosi', gli attacchi alle unita' militari italiane non erano piu' attacchi delle 'resistenza', ma attacchi puramente e semplicemente 'terroristici''.

'Ma questa interpretazione giuridico-internazionale della situazione non e' stata mai accolta dalle forze de L'Unione - sostiene l'ex Picconatore - nei quali cortei gia' era risuonato il grido di 'Dieci, cento, mille Nassyria!'. La stessa giustizia italiana, anche con la recente sentenza della Corte d'Appello d'Assise di Milano considera 'resistenti' e non 'terroristi' gli irakeni che usano le armi contro le forze della Coalizione, italiani compresi'.

'E questa interpretazione e' stata da tempo fatta propria dal ministro della Difesa e dal Capo di stato maggiore della Difesa, le mie proteste contro il cui comportamento hanno portato prima alla mia degradazione da capitano di fregata (CP) delle riserva assoluta a comune di 2.a classe e poi alla mia radiazione da appuntato d'onore dell'Arma dei Carabinieri! E perche' mai, caro Bertinotti, tu lo vuoi allora escludere dalle liste dei candidati? Lo vuoi escludere perche' sostenitore di una tesi fatta propria dai giudici italiani e perfino dal ministro della Difesa Martino e dal Capo di stato maggiore della Difesa ammiraglio Di Paola'? Non c'e' solo Ferrando, aggiunge Cossiga: 'Vi e' poi il caso Caruso che Romano Prodi, i Ds e la Margherita ti intimano di non candidare. E perche'? Perche' per contestare le manifestazioni 'global' ha usato e guidato atti di violenza 'a bassa intensita'? E per decenni, quando i sindacati non si erano ancora convertiti al 'neo-corporativismo socialdemocratico scandinavo', alias alla 'concertazione', non usavano negli scioperi la forza, e non sempre? 'a bassa intensita''? E poi: 'E che forse uno dei Ds, odierno vostro 'censore', non ha dichiarato che prima di diventare presidente del Consiglio dei ministri aveva fatto uso nelle manifestazioni politiche di bombe 'molotov''? aggiunge Cossiga con trasparente riferimento a Massimo D'Alema.(ANSA).

CP 17-FEB-06 17:14 NNNN

Postato da millepiani alle 13:37

17.02.06

'In filosofia' - 'Bataille', oltre il 'sacrificio' -2/d

A Marco

Il collasso fondamentale dell'esperienza batailleana avviene nel 1939. Dal '39 al '44 l'esperienza di scrittura si radicalizza, senza nessuna mediazione. Essa vive dei molteplici pseudonimi, vive di uno sfondamento radicale, sistematico, pensato, vissuto e accentuato del metodo stesso di scrittura. Ad esso corrisponde una maggiore 'esposizione' pubblica, con nome e cognome. 'L'esperienza interiore', 'Il colpevole', il 'Nietzsche' vivono di questa radicalità.
Esistono centinaia di pagine che sono la fortuna dei traduttori di Bataille e dei suoi interpreti.
Migliaia di pagine che esprimono, nello stesso tempo, la solitudine della scrittura e la sistematicità di un metodo.

Quale è questo metodo? E' uno sprofondamento senza resto nell'esposizione di un 'fallimento', di un'amicizia impossibile'.
Questa 'amicizia impossibile' è quella con la propria scrittura.
Bataille combatte con la sua scrittura.
La 'nozione' stessa di sacrificio viene completamente stravolta: mentre essa, prima, implicava una 'messa a nudo' che era un 'supplizio' individuale, dal '39 in poi, la stessa pratica di scrittura è segnata da una furiosa caccia all'incavo presente nella propria esistenza, per esporre la 'messa a nudo' che ci attiene.
I 'nomi' si confondono, si scambiano, proprio perchè essi non sono più importanti. 'Madama Edwarda' nasce in questa estrema esposizione. Della scrittura innanzitutto.
L'erotismo 'esposto' in 'Madama Edwarda' è l'erotismo della 'fine senza fine'. Non esiste in questo racconto nessuna 'resurrezione' possibile. Al contrario, siamo davanti ad un tempo che fa del godimento una sistematica 'dilazione'.
Il godimento stesso è una 'chance' senza risoluzione, senza 'finale'.
Solo in questo senso, Blanchot può dire che si tratta, nella sua dinamica interna, del più splendido 'piccolo racconto' del '900.
La 'fuga' dal 'bordello' dovre dovrebbe 'presentarsi' il godimento, dove viene 'cercato' il piacere, è la fuga dal luogo del fallimento della 'comunità' fusionale che Bataille ha cercato, in maniera estrema e lacerata, per anni. Quello 'spostamento di luogo', quel 'dirsi altrove' è, a livello della scrittura, meno una fuga e più un 'pensiero dell'eterologia' di quanto sembri.
Gli occhi di 'lei', quelli fra il chiuso e l'aperto, quelli dove il 'bianco' si offre come unico 'foro', senza senso, di fronte un 'mondo senza reinvio', gli occhi bianchi di lei, sono, nello stesso tempo, una 'chance' e il fallimento del Bataille del sacrificio.
In quel 'bianco' si condensa l'esperienza di 'Acephale' e il suo superamento.
Se, davvero, l'esperienza dell'erotismo - che è l'esperienza della nudità assoluta - si sposta di luogo, la stessa scrittura diventa un'impossibilità, un'impossibile, e la nudità non è niente altro che l'esperienza di questo fallimento e di questa impossibilità.

In questo senso, Bataille, senza dirlo, esaurisce tutte le possibilità della 'comunità', le esaurisce attraverso l'esaurimento delle possibilità stesse del 'sacrificio', aprendo al luogo dell'impossibile: l'amicizia.

Postato da millepiani alle 00:00 | Commenti (1)

16.02.06

'In filosofia' - 'Bataille', oltre il 'sacrificio' -2/c

A Marco,
a Barbara che, per prima, mi ha fatto leggere Bataille

Qui la prima parte.

Supplizio e sacrificio.

I dagherrotipi del 'Supplizio', che Bataille ha visto 'in analisi', grazie ad uno dei più grandi analisti della fine degli anni venti, 'mettono in foto' lo smembramento di un uomo, imbottito d'oppio, in Cina, che viene 'suppliziato', per 'colpa politica'. Le foto sono impressionanti.

Il volto del 'suppliziato', del 'tagliato vivo', davvero, anche grazie, certamente, all'oppio, mostra questa 'estasi del sacrificio', questa 'estasi di fronte la morte' di cui parla, scrive Bataille.
Il 'suppliziato', nel suo torso nudo senza braccia, braccia tagliate, mostra il 'fantasma' di ogni 'supplizio', di ogni 'sacrificio'. Questi dagherrotipi, che in Italia sono stati pubblicati anche ne 'Le lacrime di Eros', sempre per Bollati Boringhieri, sono il punto di non ritorno che si installa nella lettura del dossier 'Acephale'.
Tutta la parabola 'sacrificale' di Bataille deve essere letta alla luce del fallimento dell'esperienza di Acephale. Alla luce di questi dagherrotipi.
Così come l'incontro con Blanchot è il sigillo di un abbandono.

L'estasi, parola cruciale nella scrittura di Bataille, non trova un'ostruzione in questi dagherrotipi - allucinanti. Ma trova il suo fallimento nell'impossibilità del 'sacrificio umano'.
Mi è stato chiesto, molto tempo fa, se davvero Bataille pensasse che un 'sacrificio umano', come quello che i dagherrotipi del 'Supplizio' mostrano, fosse il passaggio fondamentale per 'batir', come dicono in Francia, comunità.
Il paradosso dell'esperienza sacrificale di 'Acephale' è che i 'congiurati' pretendevano l'auto-sacrificio: l'acefalità, il disfarsi della 'testa', non poteva essere compiuta se non dallo stesso 'decapitato': Tagliarsi la testa e testimoniare di questa decapitazione. Nello stesso tempo.
Niente a che vedere, dunque, con De Sade.
Dunque: l' "impossibile".

Di fronte questa 'comoedia', Bataille taglia di netto la testa all'esperienza di 'Acephale' e incontra Blanchot.
La nozione di 'comunità impossibile' nasce in questo duplice incrocio: da un lato un 'sacrificio umano' impossibile; dall'altro, una 'comunità' senza realtà, una commedia.
Nessuno dei 'congiurati' di 'Acephale' ha MAI pensato al sacrificio, nè, soprattutto, al 'supplizio' di uno dei suoi membri.

Ricordo che Heidegger ha definito Bataille 'la migliore testa pensante francese'. A dispregio dell' "impegnato".
La migliore 'testa' francese.
Acephale.

Mentre 'L'ano solare' è la sporgenza cosmica di questo desiderio di interrogazione, la 'Nozione di dispendio' ne mette in forma i principi, 'Il colpevole' mette in forma questo 'fallimento', 'La parte maledetta' rilancia sul fronte della 'sovranità', dell' 'esperienza interiore', questa 'esperienza dell'impossibile e dello scacco'.

Per cercare di comprendere, fino in fondo, questo passaggio, bisogna tematizzare altri tre concetti cruciali in Bataille: la 'chance', 'l'erotismo', 'l'amicizia'.
''L'amicizia", soprattutto. Nel suo 'impossibile'.

(segue, ancora)

Postato da millepiani alle 15:07 | Commenti (1)

'In filosofia' - 'Bataille', oltre il 'sacrificio' -2/b

a Marco

Il 'resto' che risiede nella scrittura di Georges Bataille tocca il problema del 'sacrificio'.
'Sacrifices', il testo che Marco si appresta a pubblicare in traduzione per StampaAlternativa è, forse, la grande 'prefazione' all'esperienza del sacrificio che Bataille è sul punto di vivere: Acephale.
Il 'dossier Acephale' è il luogo del naufragio dell'idea di comunità di Bataille. Tenterei qui, ancora come una 'prefazione' a ciò che vorrei scrivere di Bataille, di ricostruirne le linee d'origine e quelle di fuga.
(lo ripeto: in questo senso, sia Derrida che Nancy hanno scritto cose decisive e ineludibili. Quello che qui tento di fare è tentare di rintracciare, in questo naufragio, la logica germinale di un pensiero 'eterologo', un'eterologia radicalmente diversa da quella di Levinas. Questa 'eterologia' s'incarna, in tutti i sensi, in quello che Bataille scrive dal 1944 in poi. E che entrambi i 'saggi' non vedono ancora).

'Acephale' è una società segreta. Essa vive nella penombra del 'Collegio di sociologia', quello di cui Benjamin dirà, secondo Klossowski, che 'lavorava per il fascismo'. Vado 'grossierment'.
Tra la fine del '36 e l'inizio del '39 questa 'società segreta' vive di un'illusione: la 'transvalutazione dei valori' attraverso una elite.
Nietzsche.
Leggere oggi il 'dossier Acephale', curato per Bollati-Boringhieri' da Marina Gallini, è un'esperienza ai limiti del 'comprensibile'.
Mi focalizzo sulla questione, per me, cruciale: l'esperienza di una comunità segreta, quella dove metodo e finalità sono 'condivisi' da chi partecipa, ha la forza di 'sfondare' i valori borghesi che sono stati alla base della nascita del fascismo in Europa? Meglio detto: l'esperienza vissuta di una 'comunità' è 'a livello' dell'insubordinazione, anche alla 'lunga distanza', dei valori comunemente e socialmente condivisi dell'oggi?
Il crollo dell'esperienza della 'comunità segreta' di Acephale dice di no.
Questo crollo è 'deciso', una volta e per tutte, da Bataille stesso: è lui che, improvvisamente, decide di sciogliere i legami che legavano i membri di Acephale, che non coincidevano con i membri del Collegio di Sociologia (esempio: Leiris non parteciperà ad Acephale).
In questa scelta, certamente, ha una parte decisiva la morte di Colette Peignot, Laure, la compagna di Bataille, nel 1938. Non è il luogo qui di misurare il peso, la storia e la crucialità di questa presenza.
Georges Bataille incontra Maurice Blanchot, se ho buona memoria, tra la fine del '41 e l'inizio del '42. Blanchot costituisce, nell'ottica di una ricostruzione dell'esaurimento del dispositivo sacrificale batailleano, un incontro folgorante e decisivo (lo ripeto 'ad usum dentisti': Bataille non ha pubblicato quasi nulla: forse la prima, vera rilettura di Nietzsche in Europa, pubblicata sulla rivista 'Acephale', con i disegni di Masson, e qualche altroa rticolo). E', insieme, un illustre sconosciuto ed una delle personalità cruciali della Parigi degli anni '30- '40).
La cellula germinale di un pensiero dell'eterologia è la visione dei dagherrotipi del 'Supplizio dei cento pezzi', e data '26-'28.
Le tappe di questa germinazione del pensiero dell'eterologia potrebbero così essere riassunte: la visione dei dagherrotipi del 'Supplizio', l' 'Ano solare', 'La nozione di dispendio', 'Il colpevole', 'La parte maledetta'.
Sulla ricostruzione di questa linea - che si esprime tra il '26 e il '46 - , la linea del 'sacrificio', è possibile ricostruire l'altra linea, quella di un'eterologia dello statuto filosofico, di un pensiero dell'alterità dello statuto della riflessione filosofica, che percorre un altro binario, che spero di poter affrontare dopo avere esaurito questa prima, focale, linea di scrittura.

(à suivre)

Qui la terza parte.

Postato da millepiani alle 13:18

Andate in Pacs, quindi.

"Gesù era un maestro di laicità."

Massimo Cacciari, Repubblica di oggi.

Postato da renzo alle 13:18

Sulla Germania: una risposta

Ho letto stamani, durante una pausa di lavoro, il contributo del padre di Millepiani al mio ultimo post. Ho riletto il mio post. E non ci ho trovato niente di quello che ci ha visto il padre di Millepiani.

Per evitare di essere accusato nuovamente di inclinare inconsciamente verso Habermas, non dirò che ciò è certamente dipeso da me, perché quando non si è capiti, ci si è spiegati male. Non vorrei la si considerasse un"ulteriore concessione alla patetica teoria habermasiana dell"agire comunicativo.

La volgarità intellettuale, la nullità politica, il fuori di sesto, le pericolosissime conseguenze che mi si rimproverano riguardo ai miei argomenti sull"uso politico dello sterminio degli ebrei, non mi appartengono: sono la volgarità intellettuale, la nullità politica, il fuori di sesto, le pericolosissime conseguenze dell"uso politico che ne fanno i governi tedeschi da cinquant"anni, compreso questo. E io volevo mostrarlo, facendo leva su questi loro principi, queste loro azioni, affermazioni, questo loro linguaggio, prendendo spunto da una serie di episodi che in Germania avevano fatto molto discutere.

Non sono io a proporre ai tedeschi un nesso coattivo tra sterminio e politica estera e politica dei diritti in Germania. Sono i tedeschi a proclamarlo ufficialmente, e io volevo evidenziare la discrezionalità, l"ipocrisia, il cortocircuito di questa cultura politica.

Lo stesso vale per Monaco 72, da ambo le parti: e la sua inclusione in questo quadro presuppone appunto le discussioni che si sono rinnovate di questi tempi in Germania, nell"uscita del film di Spielberg nell"anno dei mondiali di Germania 2006. Alle quali io ho cercato di alludere.

A me non pare che, nel fare quanto ho spiegato sopra, mi sia macchiato di habermasismo: se ci si vede Habermas, è perché Habermas ha dato una forte impronta al modo di condurre il dibattito pubblico tedesco, che io cerco di mettere in crisi. Ma, allora, quello che io scrivevo, lo si sarebbe dovuto intendere come una critica anche a Habermas.

Nel mio lavoro pubblico, cerco faticosamente di pensare un superamento di questo paradigma. Come, del resto, era noto al padre di Millepiani, dalla discussione che si fece del mio articolo su Gehlen e la teoria dell"origine del linguaggio. Nella direzione di un superamento di Habermas, ho avuto modo di apprezzare più volte il lavoro che, a riguardo, stanno conducendo da qualche anno i giovani del Gruppo internazionale per la teoria critica di Francoforte. E coltivo sempre con gioia il pensiero di scambi con loro su questi tentativi.

La quarta generazione della teoria critica, questi giovani tedeschi, o che leggono il tedesco, giacché tanti in questo gruppo sono stranieri, non sta aspettando la resurrezione di Taubes in veste di editore di Foucault, per lasciarsi alle spalle Habermas.

Quanto agli stati di eccezione, si poteva fare uno sforzo di memoria.

La scorsa estate, evidentemente vittima di un"insolazione biopolitica, avevo postato su uno dei mille e più piani di questi millepiani, alcune "schegge",una delle quali, verso la fine, esprimeva il mio pensiero sullo stato di eccezione, in polemica con alcuni dubbi interventi di politici e intellettuali italiani all"indomani degli attentati a Londra. Lì sta scritto: "20. Quello che questa gente mi insegna mi pare che lo stato di eccezione è la ragion d’essere della democrazia liberale. Essa poggia sulla finzione di un originario stato di eccezione, da cui essa scaturirebbe per necessità, e ha sempre in vista l’effettività di uno stato di eccezione come forma". Posso confessare di non essere stato in seguito folgorato sulla via di Francoforte da Habermas. Né di essermi rivolto alla clinica delle scienze sociali della suddetta città presso il Professor Habermas per sottopormi a un trattamento di recupero da presunte insolazioni bio-politiche. E questo per due ragioni: non avevo scritto a Luglio in preda ad alcuna sindrome biopolitica, né ho letto in seguito, e a dir il vero, neanche in quel periodo, Habermas.

Ricordo che allora il padre di Millepiani, trovando il mio post importante, mi propose di spezzettarlo per agevolarne la lettura al pubblico di Millepiani, essendo il post effettivamente un pò lungo, non adatto in quella forma alla comunicazione via internet. Evidentemente, era troppo lungo per arrivare anche alla ventesima scheggia, o forse troppo importante per ricordarsene ancora qualche mese dopo.

A ogni modo, non pretendevo allora, come ora, di aver infornato chili e chili di filoni, o di aver moltiplicato i pani. Né tanto meno pretendo che si faccia spazio per le mie briciole alla tavola biopolitica. Ne saranno felici gli uccelli, cui bastano pochi granelli per riprendere a volare.
L"aveva già capito Pasolini in Uccellacci e uccellini.

********************************

Nota di millepiani: avendo memoria formidabile, ricordavo perfettamente le "schegge londinesi". E tanto piu" le ricordavo, tanto piu" mi aveva colpito l"inversione di direzione che il post sulla Germania implicavava. Probabilmente la mis-interpretazione è stata mia, avendo "confuso" le posizioni "tedesche" con le posizioni di Mario M. Ma anche, forse, la critica era talmente 'evidente' da risultare invisibile. Come avrebbe detto il professor Habermas parlando con Taubes: "Non ci siamo capiti bene". Alchè - l"altro - Taubes l"avrebbe certamente mandato a quel paese. Non pensando per se stesso a nessuna resurrezione - da buon rabbino figlio di rabbino.

Postato da mario alle 09:36

15.02.06

Il vostro 'comunismo' - nomi, cose, città

Se ricordo bene, è circa quindici anni che vi aspetto.
In tutto questo tempo che ho aspettato, prima, mi ricordo che speravo che Garavini fosse quello che era, e pochi lo ricordano oggi. Mentre lo vedevo a due metri, nella prima festa di 'Rifondazione', a Viareggio, mangiare con me, accanto a me, mi chiedevo quanto potesse durare, mentre tutt'intorno svolazzavono quei corvi dei 'cossuttiani' - li si chiamava così, di già? - che poi vi hanno fottuto le casse del partito quando se ne sono andati via. Ed anche il simbolo.

Era, certo, troppo presto. Ma non tardi.
Mentre, poi, sia a Viareggio che a Venezia, e più tardi, per sentito dire, a Messina, mi ricordo di aver incrociato, sempre per caso, il Presidente Vendola, che, in ogni dove, parlava del 'suo comunismo', che, in 'Rifondazione' costituisce una delle 'intensità senza tempo' che, ovviamente, non parla di comunismo, ma di una forza che risiede nella forza di quello stesso Vendola che, mi ricordo, concludeva, forse, una delle ultime 'scuole di partito', ad Albinea, a cui io ho ho partecipato, e dove, in fondo, stranamente, non si faceva che dire, già nel 1987, che non si sapeva assolutamente cosa dire. Se mi ricordo bene - ma mi ricordo davvero bene-, il ricordo più intenso è il giardino e la risposta, ad ogni domanda, del 'funzionario di partitio' che continuava a rispondere: "Questo è da ridefinire". E, per concludere, Vendola arrivò a concludere, inizio agosto, dicendo che tutto era da ridefinire: una settimana divertente.
E mente io venivo già da quell'esperienza 'comunista' che era l' 'esperienza' del comunismo nel sud, io mi ricordo quando abbiamo dovuto 'discutere', io e voi, di quello che si dovesse fare di questa memoria. E di tutto l'oblio che avevamo accumulato.

Io non mi ricordo molti particolari, pur ricordandomeli perfettamente. Sia i nomi come le storie.
Mi ricordo come fosse oggi, precisamente cosa mi sia accaduto, per caso, a Rimini, al secondo 'Congresso' di quello che, grazie a Pietro Ingrao e alla sua cecità, avevamo creduto 'una forza'.
Al Palasport c'erano dei piccoli 'vuoti' attorno all'arena dove voi gridavate, dove ha 'gridato' anche il vostro 'Governatore'.
Erano delle piccole 'stanze' che si incavavano 'a lato' della platea.
In una di queste stanze, che si sporgevano sul 'nulla' interno del Palasport, eravamo io e una donna.
Io era già lì, poi lei è arrivata. Penso potesse avere l'età di mia madre.
Non ci siamo guardati per lunghissimi minuti.
Poi, dopo, d'improvviso, appena ci siamo guardati, ci siamo gettati uno nelle braccia dell'altro, piangendo.
Non ricordo perfettamente quanto siamo stati abbracciati.
Poi, dopo, ci siamo guardati.


Mi ricordo, poi, anche tutti quei corvi che gioivano quando avevano fatto fuori Garavini. E già mi erano sembrati 'corvi di morte'.
Ed avevano eletto Bertinotti segretario. Mi ricordo che era abbastanza tempo fa. Ma, in qualche maniera, mi ricordo anche che, ancora oggi, le stesse persone che avevano 'ammazzato' politicamente Garavini sono state più o meno le stesse che poi si sono ribellati a Cossutta, quando di quel 'comunismo senza Berlinguer' si voleva rifare la brutta copia.
In fondo, tutta la questione della seconda scissione dalla prima scissione si è giocata, insieme, sui simboli, le parole d'ordine e le casse di partito. Non ricordo nessuna questione politica rilevante per il futuro, per il presente sì, ricordo qualcosa. Ricordo dei nomi che rimbalzavano volgarmente: Berlinguer su tutti. Ed anche qualche schiaffo.
Mi è sempre sembrato ridicolo questo 'accalorarsi' mentre, tutto intorno, accadevano delle cose che hanno cambiato, definitivamente, quello che si chiamava, 'il fulcro fondamentale'. Certo, c'era Berlusconi, ma mi sembra tanto tempo fa. Non era come ora.
Mi ricordo che sono cresciuti già lì dentro alcune anomalie fondamentali della sinistra estrema: innanzitutto quella di credere di poter rappresentare, in linea generale, un patrimonio che non era di nessuno e che ancora nessuno è riuscito a rilanciare oltre.
Mi ricordo di aver frequentato, per due mesi, la sezione più popolare a Venezia di Rifondazione. Come se potessi, per un momento, attraversare e portare con me una sorta di 'memoria' che continuavo a non poter giocare. Ma, certo, questo era un problema mio. Mi ricordo anche di alcuni 'dirigenti', e di un certo 'navigare a vista' a cui, certo, io non davo nessun contributo per trasformare in 'grande navigazione'. Soprattutto sapendo come, passo dopo passo, dopo Pisa, molti di quelli che noi avevamo giudicato incapaci di 'fare politica', sempre di più, tra i giovani, diventavano punti di riferimento.
Certo, una sensazione che si è accentuata entrando, 'per grazia ricevuta', dentro le dinamiche interne di Rifondazione, anche solo per conoscenza, dopo il 2001.
Mi tremano i polsi, ancora oggi, nel leggere nè città e nemmeno cose, ma solo 'nomi'.
Lo specchio, e la politica, fortunatamente, non la fanno i 'nomi', ma la fanno le dinamiche che attraversavano, in maniera radicale, i movimenti internazionali. E, mentre pochi lo facevano davvero in questo senso, e io li ho conosciuti, di molti, senza schieramento 'dentro', si sarebbe potuto tratteggiare non solo la coazione a ripetere l'alter-mondialismo, ma quella stessa coazione a ripetere i ruoli che avevano, da subito, assunto: si sarebbe riusciti a proiettarli nel futuro, come nel PCI, quello peggiore. (Lo so: c'è chi si è salvato, ma ha una grande forza...).
Ho memoria di cosa sia stato a Venezia, dal 1991 al 1998, la presenza della sinistra alternativa. A Venezia si misura fondamenta per fondamenta, voce dopo voce, forza con forza. Mi fregio di essere stato a lato e di avere capito, prima, come erano, come sono. Anche come siete stati e come siete. Dobbiamo dire i nomi?
Eppure, in fondo, eravate sempre 'voi', con i vostri nomi, che conoscevo, le vostre forze, le vostre strategie, anche la vostra forza: la mia. Di questo, in fondo, in questi quindici anni ho ANCHE vissuto.

Solo una volta, un'estate, e non volevo credere, mi era sembrato che 'fosse', davvero e di nuovo, altro.
Ma era estate. Eravate 'in vacanza'. Lo erano.

Voi sapete come me che il 'nome' che noi abbiamo difeso non corrisponde più alla cosa. Ma, soprattutto, oggi, non reinvia nemmeno.
Mentre forze sprigionano scintille, altrove, fuori da questo nome.

Penso che, dopo questo passaggio, bisognerebbe essere conseguenti.
Io lo sarò.

Postato da millepiani alle 00:14

14.02.06

'In filosofia' - 'Bataille', oltre il 'sacrificio' -2/a

a Marco

La 'lettura' di Georges Bataille ha sempre posto un ostacolo fondamentale duplice: mentre, da un lato, la ricostruzione cronologica veniva volutamente 'depistata' dall'autore, l'articolazione stessa della sua scrittura è immensamente 'esposta' all'esistenza, agli eventi, alle irruzioni che ne hanno determinato scansioni radicali come suture rabberciate, cesure e ritorni, fratture, lontananze, follie e paci. Essa esprime una coerenza 'radicale' forse difficile da rintracciare, almeno a prima vista, che, invece, lo fa diventare uno scoglio decisivo per lo sviluppo successivo di tutta la filosofia del secondo dopoguerra francese, europeo.

Non fa certo onore a Bataille la dichiarazione di Heidegger, che l'avrebbe definito, a dispetto dell' "impegnato", la migliore testa francese in circolazione. Non gli fa 'onore' poichè, come per altri scrittori, Heidegger opta per una strategia di 'copertura', depotenziamento degli inneschi esplosivi delle scritture che potrebbero aiutare a 'svelare' il dispositivo stesso della sua scrittura filosofica.
Cosa c'è nella scrittura di Bataille che permette a Heidegger il tentativo di 'blandirlo', senza, alla fine, riuscirci? Cosa c'è, in Bataille, che tocca sia l'interrogazione filosofica heideggeriana, sia il prima che il dopo di questa interrogazione?
E cosa fa di questa 'scrittura', nello stesso tempo, un classico e un tradimento, un 'orrore' e, nello stesso, un amore?
Georges Bataille tocca, alla sua maniera, alcuni tra i gangli fondamentali della scrittura e dell'interrogazione del secolo scorso. Questa sua capacità, che, innanzitutto, trascendeva dalla sua stessa scrittura, impone un approccio 'non classico', cioè: un dialogo, o una 'lettera'. Dunque, una 'lentezza'.
Mentre esiste in GB un'accelerazione compulsiva che tenta, sistematicamente di riafferrare la compulsività e l'estremità della sua esistenza, scrivergli una lettera, o meglio: interrogarlo, impone questa pausa che non solo la sua morte ha segnato, ma che è inscritta tra quello che è ha scritto sino l'inizio del '44, e l'altro lato, quello che oggi, forse meglio di come è stato detto da lui stesso, costituisce la 'parte maledetta' della sua scrittura.
Nello stesso tempo, risulta assolutamente impossibile 'scrivere' una lettera a Bataille, non sapendone, in tutti i sensi, nè gli indirizzi, nè la possibilità materiale, di essere letti. Si tratta, davvero nel senso più ortodosso di un derridismo di maniera, della 'messa a nudo', dell'esposizione di un'impossibilità. Molti delle autrici e degli autori che traversano, conoscendola, la scrittura di Derrida, trovano proprio faccia alla scrittura di Bataille un'ostruzione insuperabile, che oggi non è più riportabile al suo 'hegelismo senza riserve', e, nemmeno, come scrive Nancy, al 'dispositivo del sacrificio', assolutamente 'decostruito', una volta e per sempre.
Si tratta di un'ostruzione più radicale, che attiene, precisamente, almeno per quello che ne posso capire, allo statuto della filosofia 'continentale' per come Martin Heidegger ne ha determinato, volente o nolente, lo statuto.
Mi mantengo, volutamente, almeno in queste righe, su un livello che non entri nè in contrasto nè in dialogo con questa scrittura. In qualche misura cerco di mettere i 'paletti' per la lettura della lettera che scriverò. Questi paletti sono decisivi.
Blanchot ha scritto che 'Madama Edwarda' è, forse, il più grande 'piccolo racconto' mai scritto nel '900. E, francamente, faccio fatica a contraddirlo. Esiste un 'vettore' incontrollabile nella scrittura di GB che è 'assolutamente indefinibile'. Mi rendo conto che, oggi, facciamo fatica a capire come qualcuno che non avesse pubblicato una benemerita 'mazza' riuscisse a collezionare, nel secondo 'Manifesto sul surrealismo' di Breton ben 5 pagine di attacchi furibondi - mai Breton dedicherà, nei suoi 'manifesti', tante pagine ad un solo autore. Bataille non aveva pubblicato 'assolutamente nulla' di rilevante.
Così come facciamo fatica a 'vedere', come in una scena di un film, allo stesso tavolo di un bar di quella Parigi degli inizi degli anni '30, Bataille e Simone Weil discutere insieme.
Si tratta di un'altra 'impossibilità' d'immaginazione che Franco Rella ha tentato più volte di fare 'coincidere', senza che questo 'sforzo', a mio avviso, abbia portato più di tanto alla comprensione del 'rapporto' che legava Weil e Bataille (Lazare, come ormai sanno anche le pietre, la Lazare dell' 'Azzurro del cielo', quella che fa tanfo di morte e di topo, è, precisamente, la descrizione di Simone Weil. Anzi: è 'Simone Weil', tra 'apici').
Sia il testo di Derrida ne 'La scrittura e la differenza', sia il testo di Nancy nella 'Comunità inoperosa', come, forse ancor più, il testo sempre di Nancy ne 'Un pensiero finito', hanno aperto e tracciato l'orizzonte di comprensione delle declinazioni fondamentali di 'un certo Bataille'. Questi testi sono inaggirabili, e qui li si danno per scontati.
Quello che invece qui io vorrei provare è quello che 'altrove' non posso fare.

Georges Bataille è il pensatore più sistematico di una logica 'economica' altra da quella dell'accumulazione. A partire dalla tesi fondamentale batailleana di un'economia generale del dispendio, si tratterà, proprio a partire dalla necessità di ricollocarsi rispetto le 'urgenze' filosofiche dell'oggi, di ricollocare le nozioni di 'dispendio', 'sacrificio', 'esperienza interiore', 'sovranità'.

Qui la seconda parte.

Postato da millepiani alle 22:07 | Commenti (1)

Oltre il 'moderno', oltre la 'Germania': sorridendo di Angela Merkel

Devo esporre una dissidenza radicale dalle righe scritte da Mario nel post che mi precede. Lo faccio soprattutto anche per la necessità di intervenire su temi che bisognerebbe trattare con molta più 'attenzione e giudizio' rispetto il post di Mario.
In qualche maniera, come mi si è detto, si tratta di ritornare ad una 'normalità della scrittura' che faccio fatica, lo confesso, a recuperare. Almeno in questo luogo.
Lo faccio per amore di 'condivisione'. Ma lo faccio a 'gran fatica', sia per mie condizioni preliminari di scrittura che per argomento.

La prospettiva di Mario, per parziale che sia e dichiaratamente - l'ottica tedesca -, non coglie nè il nodo centrale della trasformazione geopolitica che ha segnato l'intervento statunitense in Iraq nè la 'forza mediatica' che pretenderebbe di decostruire.

1) Mario scrive: "Che cosa ha detto, tuttavia, la signora Merkel al presidente degli Stati Uniti Bush? Inarcando la schiena della terza potenza industriale del mondo, ha dichiarato che "Guantanamo non deve durare a lungo". Il che significa pensarla esattamente come l'amministrazione americana, la quale giustifica Guantanamo con lo stato di eccezione, il quale, per definizione, non dura in eterno, ma solo finché il governo che lo ha decretato non ritiene cessata l'emergenza che lo ha fatto."
Scrive "[...] stato d'eccezione, il quale, per definizione, non dura in eterno [...]": scrivere questa frase significa non avere nemmeno intuito la permanenza dello stato d'eccezione come condizione fisiologica della politica mondiale. Significa, seguendo tutti gli ultimi lavori di Agamben, non aver compreso che lo 'stato d'eccezione' non è NULLEMENT uno 'status' transitorio, ma bensì la condizione d'esistenza della 'potenza politica mondiale preminente' - economicamente e militarmente - di fronte cui bisogna pensare. In questo senso, tutta la critica alla politica estera tedesca - che sia Merkel o la SPD - è completamente 'fuori di sesto', si attacca alla 'briciola' mentre altri infornano ben altre argomentazioni. Di ben altro 'peso' e 'conseguenze'.

2) ancor più assurdo, questo davvero 'fuori di sesto', nel senso peggiore, è il richiamo al fatto che chiunque a livello politico, in Germania, possa/debba 'sviluppare' una politica di rivendicazione del rispetto dei diritti umani a partire dal fatto - cruciale, ma non in questo contesto - di 'aver sterminato sei milioni di ebrei'. I tedeschi.
Lo dico molto semplicemente: trovo la tesi molto 'volgare' intellettualmente e di nessun valore politico. Non mi inoltro in una dimostrazione delle conseguenze logiche che questa tesi implica (ce ne sarebbero 'gravissime).
Mi fermo su una considerazione di M. Lapalisse: è esattamente la nozione di 'diritti umani' da rimettere radicalmente in causa esattamente a partire dal fatto che lo 'stato d'emergenza' è la 'condizione costitutiva della politica mondiale', oggi. Questa 'costanza dell'eccezione' si inaugura con Tien an Men e 'vede luce', a livello di politica internazionale, di storia diplomatica, di eventi che determinano lo statuto della politica, anzi: del 'politico', con le guerre nella penisola balcanica. La vogliamo chiamare ex-Jugoslavia? Fate. La cosa mi è indifferente. Le conseguenze, per me, non sono indifferenti.

3) sono 'entrato in politica' sulla questione israelo-palestinese. Non ho mai scritto una solo sillaba su questa questione; non lo farò ora. Quando deciderò di farlo, non lo farò su un blog. Monaco lo lascerei a Spielberg. Ma una cosa vorrei dirla, di nuovo la stessa: la fondazione dell'ONU coincide, politicamente anche se non precisamente cronologicamente, con la nascita dello Stato d'Israele. Contemporaneamente alla 'definizione' del concetto di 'diritti umani'. Senza un 'ripensamento all'altezza dei tempi' di quella 'definizione', non c'è nessuna possibilità di pensare due popoli in due stati. Questa è una semplice ipocrisia, ed un'impotenza teorica innanzitutto: ci sono, ancora Lapalisse, uno Stato, due popoli, tre religioni. Tre religioni. Ed il fulcro sta lì: tre religioni. Dalle mie parti, ma su questo so di essere solo, si chiama 'teologia politica'. Ma questa è un'altra questione che, appunto, non affronto qui e nemmeno altrove.

4) Il 'moderno' si è concluso con Foucault. La lettura degli eventi 'politici', giudicati come 'politici', attiene a questo statuto che la politica aveva assunto nel XIX e nel XX (prego, leggere Rossana Rossanda, 'La ragazza del secolo scorso'). E non si è concluso con il Foucault dell' 'Archeologia' o della 'Clinica', e nemmeno quello delle 'Prigioni'. E, meno che mai, con quello della 'Microfisica del potere', testo 'inesistente', ad usum 'dentisti', degli amanti italiani, e solo italiani, dell'analisi del 'potere', quello con la P grande. Il 'moderno politico' si è concluso con il grande tornante foucaultiano sulla 'biopolitica', che non ha NULLA A CHE VEDERE con le stronzate che si scrivono e si leggono in circolazione, 'Mimesis' compresa, e che, per 'forza di forza', ha scavalcato la stessa 'Storia della sessualità'.
Questo tornante, che fa fatica ad imporsi, ma che sarà sempre di più il paradigma del 'politico' av-venire, si incunea dentro la ridefinizione di 'soggetto', 'persona', 'diritto', 'potere/poteri', 'relazione/i', 'maschile/femminile/trans", 'comunità', 'relazione/i', 'cura di sè', '(la/le) libertà' (!) e ne ritraccia, a partire da tutti i saggi che Gallimard/Feltrinelli stanno pubblicando, la nuova configurazione.

Si, lo so: non c'è un Taubes che li fa tradurre per Surkamp, e che li ricolloca all'interno dell'orizzonte teologico-politico.
Ma si sente, si sente che non c'è. Habermas, davvero, si sente ancora nelle tue parole, Mario.

Update: trovate qui la risposta di Mario M.

Postato da millepiani alle 20:20

Nani della politica e giganti dell'informazione.

Sulla tragedia degli ostaggi tedeschi in Irak, sull"informazione riguardo al Medio Oriente e sulla politica estera della nuova Cancelliera di Germania, signora Angela Merkel.

Come spero sia noto anche al pubblico italiano, giacché voglio dire qualcosa riguardo al sistema informativo, da diverso tempo sono stati sequestrati due ingegneri tedeschi in Irak.
Da allora, a Lipsia, che è il luogo da cui provengono i due ostaggi, c"è una veglia di semplici cittadini e parenti, in un luogo altamente simbolico della ferma volontà tedesca di resistere e lottare per affermare pacificamente la libertà, la democrazia e i diritti umani. E" una chiesa, dove sedici anni fa, nel mese che precedette il crollo del muro di Berlino, si raccolsero e manifestarono a oltranza i cittadini di Lipsia che volevano un cambiamento di regime.

Ora, in questi giorni, è stato diffuso un video, che fa temere una prossima esecuzione: come purtroppo è occorso vedere anche a noi in Italia per nostri connazionali, i due ostaggi vestono ora una veste arancione. Commentando questo fatto dai microfoni di Deutschlandradio, che è la più importante stazione radio di tutta la Germania, è stato detto, e ripetuto poi nelle successive edizioni del giornale radio, che questa veste è un""ironica allusione ai prigionieri di ironica ai prigionieri di Guantanamo".

Ora, a me riesce difficile immaginare che ci sia da parte dei sequestratori ironia nei confronti di persone che loro considerano non solo alleati, ma anche vittime, nella lotta contro il proprio nemico. Se davvero si tratta di un"allusione, dovremmo raccoglierla nel senso di riflettere su quello che effettivamente avviene a Guantanamo. Che ci sia un rapporto, non viene, dunque, negato dall"informazione, ma viene affermato in una maniera che ci impedisce di metterci nei panni dell"altro. Che non significa condividerne le gesta, ma raccogliere qualche elemento per ragionarci sopra con cognizione di causa. L"ironia ce la mettiamo infatti noi, sostenendo implicitamente che una cosa sarebbero i prigionieri di Guantanamo, catturati in teatri di guerra dai paladini della libertà e del diritto nel mondo, altra gli innocenti cittadini di paesi non direttamente coinvolti nel conflitto, che dei fanatici incappucciati vorrebbero sgozzare come animali.

Che i due ingegneri, e tanti altri cittadini europei e asiatici sequestrati, siano nella quasi totalità persone innocenti, lo sottoscrivo di buon senso anche io. Ma che siano tutti colpevoli quelli che stanno a Guantanamo, mi pare di poterlo dubitare altrettanto assennatamente. Del resto, non vigendo in quel luogo alcun diritto, musulmano o protestante, pufendorfiano o beduino, è lecito dubitare che la categoria di "innocente" e "colpevole" vi abbia un qualche significato. Certo, non si può dire che in quel luogo ci si possa proclamare innocenti fino a prova contraria, perché non vige il diritto, per il quale si dice di combattere, e che ammette la non
colpevolezza dell"imputato fino alla conclusione del processo.
Più che ironica, l"allusione, se c"è, mi pare, dunque, inquietante e drammatica.

A questo proposito, mi urge rilevare come la nuova cancelliera della Germania Angela Merkel abbia perso l"occasione della sua vita, dopo averla illusoriamente preparata, quando, nel mezzo delle polemiche sui presunti sequestri e internamenti in Europa da parte dei servizi americani di presunti terroristi, è partita alla volta degli Stati Uniti, promettendo che avrebbe parlato chiaro su questo, e pure su Guantanamo.

Premetto che non mi ero fatto alcuna illusione sull"esito ultimo di questo viaggio a riguardo, dacché la signora Merkel è la stessa che quattro anni fa voleva mandare i tedeschi in guerra in Irak, e all"uopo volò, sempre volò, negli Stati Uniti per partecipare questa brillante idea all"allora presidente Bush. Il quale, visti gli strabilianti successi che stava ottenendo e che ha poi confermato al di là di ogni più ragionevole aspettativa nel processo di democratizzazione del Medio Oriente, con il
processo farsa a Saddam Hussein, la vittoria di Hamas in Palestina, il coinvolgimento della Siria negli omicidi politici in Libano, e il "nuovo corso" iraniano, è stato nel frattempo rieletto, mantenuto, e ha così potuto intrattenersi con la signora Merkel anche su Guantanamo.

Che cosa ha detto, tuttavia, la signora Merkel al presidente degli Stati Uniti Bush? Inarcando la schiena della terza potenza industriale del mondo, ha dichiarato che "Guantanamo non deve durare a lungo". Il che significa pensarla esattamente come l"amministrazione americana, la quale giustifica Guantanamo con lo stato di eccezione, il quale, per definizione, non dura in eterno, ma solo finché il governo che lo ha decretato non ritiene cessata l"emergenza che lo ha fatto.

Avrei, dunque, preferito che la signora Merkel tacesse.

Ma perché dicevo poc"anzi che aveva perso una grande occasione? Perché, in fondo, essendo rappresentante di un paese che si è votato ai diritti umani e alla democrazia per aver sterminato sei milioni di ebrei e messo a ferro e fuoco mezzo mondo, era in condizione, coperto da questo passato, di esprimere la propria contrarietà di principio a ogni forma di tortura, di illegalità e di persecuzione, inclusa Guantanamo. Giustificandola con l"impossibilità, per la Germania, di tollerare, per il proprio passato, tali crimini. E con l"imperativo categorico che gliene è venuto di difendere dappertutto i valori della vita, della libertà, della democrazia e del diritto.

Ma non lo ha fatto. Si è servita di Guantanamo solo per darsi una lustrata in politica interna.

In seguito, però, quando già era in corso questa drammatica vicenda degli ostaggi lipsiensi, la nuova cancelliera Angela Merkel è volata in Medio Oriente per la visita in Israele. In questa occasione, la nuova Cancelliera si è rifiutata di incontrare i rappresentanti di Hamas democraticamente eletti in libere elezioni liberal-democratiche, fino a quando non avrebbero riconosciuto il diritto all"esistenza dello Stato di Israele. Essendo, infatti, sempre l"erede di quello stesso governo che sterminò sei milioni di ebrei, e poi anche di quello che non seppe neanche difendere gli atleti israeliani alle Olimpiadi del 1972 dall"assalto terroristico palestinese (ingenerando negli israeliani di allora il sospetto di una sinistra indulgenza verso i persecutori del popolo ebraico), la signora Merkel, come tutti i suoi predecessori, ha fatto del diritto di sopravvivenza dello Stato di Israele una pietra fondativa della politica estera della nazione, e una sorta di imperativo categorico, che comporta un terrificante, ma a tratti patetico, corto circuito dello spirito critico e dell"autonomia di pensiero e di azione. Quanto faccia bene al dialogo tra i popoli, non dialogare è un tema di difficile arte interpretativa.
Dimenticavo. In questi giorni, il ministro degli Esteri tedesco è in Medio Oriente. Ha incontrato pure i rappresentati di Hamas. Come sempre: una prima volta, come tragedia, la seconda come farsa.

Per Guantanamo, Auschwitz può attendere, per la striscia di Gaza, pure. Per gli ingegneri di Lipsia, invece?
Postato da mario alle 18:54

Anche quella di Lourdes?

"L'acqua è un bene pubblico e come tale a nessuno è concesso appropriarsene"

Mons. Marra, Arcivescovo di Messina. Da www.normanno.com

Postato da renzo alle 13:27

10.02.06

'In filosofia' -1

Caro Gianfranco,

come sai, non avrei mai creduto di dover scrivere le cose feroci che ho scritto sulla mia 'disciplina' - mi si diceva così - quando ho creduto di poterti dire che avresti dovuto fare 'filosofia'. Tu lo sai, forse meglio di me, tu me ne sei testimone, quanto io sia stato dentro alcuni dei gangli più forti, vincenti, dentro alcuni dei 'luoghi' che, in questi anni, in un senso 'collettivo', di 'formazione', hanno rappresentato le punte più alte, e più 'intense', che questa 'disciplina' potesse esprimere.

Andiamo verso una trasformazione radicale dello 'statuto' della nostra 'disciplina'. Essa l'ha già, in qualche maniera, travolta. In maniera cieca.
Ho imparato che la trasformazione si governa: vengo da questa 'scuola'.
Mentre sono portato a dare un'importanza radicale all'impatto, alla forza di scardinamento degli ordini, in maniera altrettanto certa e precisa, so che lo spazio che si apre dopo l'impatto, è il luogo della 'restaurazione', il suo luogo di rivincita, il luogo in cui, in pochi, bisogna vigilare - in molti bisognerebbe. Fortemente.
In questo, la nostra 'disciplina' è stata 'debole', incapace di reagire di fronte una spoliazione sistematica che l'ha attraversata.
Essa è vocata ad essere riassorbita, accademicamente, da un lato dalle 'scienze sociali' e, dall'altro, nel mare magnum della 'merce culturale', come fosse un 'bene culturale'.
Questa sconfitta - che parla della nostra 'sparizione' - si radica dentro lo statuto stesso che abbiamo voluto dare alla nostra 'disciplina', e che non siamo riusciti, in nessuna maniera, a 'condizionare'.
La trasformazione vissuta in prima persona, che non riconosce ma manifesta questa messa in questione radicale dello statuto specifico della 'filosofia', questa trasformazione, oggi, per me, costituisce, nel silenzio e nella solitudine in cui mi trovo, innanzitutto la marginalità di questo 'luogo'. Fuori dai percorsi individuali, e fuori dai riconoscimenti di 'ruolo'.
Come sai, qualche anno fa ho tentato di leggere, in pubblico, durante il seminario che 'mi lasciavano tenere', il testo di Derrida: "L'Università senza condizione'.
Ho provato a farlo dal testo francese, perchè quello italiano era affiancato da un testo scritto da uno dei più ipocriti 'professori di filosofia' che abbia mai incontrato.
Questo 'senza condizione', di cui scriveva Derrida, ecco: 'senza condizione', nel senso di quel testo, affolla il mio statuto e la mia recriminazione.
Esso si incrocia, come hanno dimostrato quasi venti anni di riflessione di Derrida, con la questione della 'democrazia': esiste, in una certa maniera, un incrocio decisivo tra lo statuo della filosofia nell'oggi e il futuro della democrazia, futuro che trascende, davvero, ogni politologia e scienza della politica, ma attiene, più in profondo, allo statuto della 'nostra disciplina'.
Mentre, oggi, questo statuto, nel cuore dello stato democratico occidentale, viene inconsapevolmente svuotato, non riconosciuto, disconosciuto, la 'filosofia' è, oggi, l'unica 'disciplina', proprio per la sua 'disciplina', a potersi confrontare con la 'teologia', ad 'interrogarla'.
Mentre, sempre più, la 'teologia' sporge sulla 'teocrazia' che 'le attiene per statuto' (Jakob Taubes), sia tu che io sappiamo come non sia mai esistita, dalla sua origine, una 'condizione della filosofia', un suo 'statuto', senza 'Dio'. Abbiamo spesso riso sui giovani ateniesi e la loro forza; quelli che, nella 'loro notte', hanno frantumato le 'statuette'. Così come abbiamo 'pianto' per quel 'colpo di coltello' che ha 'taciuto', definitivamente, il filosofo olandese.
Mentre quasi tutti danno per 'spacciato' lo statuto della filosofia, non lo riconoscono, lo riconoscono solo quando esso si 'confonde', si 'diluisce' nelle altre discipline, io vorrei, di nuovo, ancora, tracciare alcune linee fondamentali che fanno, da un lato, la forza della 'filosofia' e, dall'altro, la fanno diventare, di nuovo o come mai, mentre si distanzia dal 'luogo comune', luogo 'in-comune', 'forza e necessità'.
Mi sembrava necessario di fronte te, e me.
Proprio nel momento della massima 'povertà'.

ti abbraccio
emilio

Postato da millepiani alle 19:51

09.02.06

Causio, forse.

"Capello elogia Franco".

Repubblica di oggi. Pag. 45

Postato da renzo alle 14:52

Memorie 'dal' sottosuolo

Caro Emilio,

Stamattina, mentre ti scrivo dalla mia postazione dalla quale vedo uno scorcio di Stretto, aspetto che, come riportato nel comunicato n. 234 del Comune di Messina datato 8 febbraio, tre navi della marina militare russa, arrivate a ‘mille yards’ dal porto, si annuncino con ventuno salve di cannone. Appena dopo, la nostra marina risponderà con altrettanti colpi distanziati l’uno dall’altro da cinque secondi.

Noto spesso, ma ogni volta con intatto divertimento, che ciò che tu conosci, in questo caso la ‘forza della Russia’, in me è sempre un eco pallido, una semplice suggestione. Ti uso come il mio organo intellettuale, se così si può dire: tu fatichi per conoscere il mondo ed io ne traggo giovamento.
Ti voglio raccontare come e quando la ‘forza’ che costantemente evochi ha incrociato la mia vita. È una storia vecchia.

Io sono russo, devi sapere. Non lo parlo, non lo capisco, non ci sono mai stato. Non ho forse nemmeno un particolare trasporto, non superiore rispetto a quello per altri posti: certo, se ci penso ci sono mille suggestioni letterarie, ma esse non rappresentano altro che se stesse.
Diciamo che sono russo mio malgrado.

la nostra città, come tu sai meglio di me, ha un rapporto decisamente irrisolto con la propria memoria. Non solo per le normali patologie cui la memoria, collettiva o individuale che sia, è soggetta. E nemmeno per quella vera e propria ‘soluzione finale’ nei confronti di ogni storia e di ogni narrazione, per quel terribile nulla che l’eterno presente nel quale ci costringono impone alle coscienze ammutolendole.

Siamo inciampati nel terremoto cadendovi dentro fino al collo. Anche lì, “si parva licet componere magnis,” ci furono “i sommersi ed i salvati”.
Ma anche quelli che, letteralmente sommersi, si trasformarono in salvati. Per questo, le mie, ancora prima della mia oscurità che tu conosci, sono ‘memorie dal sottosuolo’. E non ‘del’.
Mi sento debitore a tante cose. Ci sono anche debiti remoti, che nessuno esige. Debiti morali.

Per farla breve, insomma, la madre di mio padre, con sua madre e una sorella, venne estratta dalle macerie della sua casa dai marinai russi tre giorni dopo il terremoto del 1908.
Per questo motivo, intendo non solo per mia nonna, ma più in generale per la loro opera, una volta ogni decennio circa (di solito in quelli con il numero otto alla fine), si vedono le navi russe nel porto. Per ricordare.
Suo padre e il suo fratello più piccolo non ce la fecero.
La vita è un filo sottile, della cui fragilità a volte ci sorprendiamo. La genealogia è comunque la storia di un equilibrio dato da molteplici casi. Esserci, in un certo senso è un po’ un miracolo.
Devo ammettere che non ho nessuna voglia di partecipare alle iniziative pubbliche. Mi ci sentirei a disagio. Conoscendo il mio pessimo carattere, saprei soltanto raccogliere la bruttezza protocollare e militaresca delle fanfare e delle uniformi e perdere quella sensazione di polverosa luce che mia nonna dovette provare sopra qualsiasi altra, nel sentire voci dagli accenti sconosciuti vicino a sé.

Accidenti, io sì che dovrei conoscere la forza (muscolare) della Russia.

Invece non ci penso quasi mai. Però, per fortuna, ci sei tu che tutto quello che vedi lo rendi lucente e condiviso.

Sabato, dunque, verrà intitolata una via alla Marina Russa. Viale della Marina Russa. Ma nel comunicato non hanno specificato quale strada sia a prendere questo nome.
Tipicamente messinese.

Postato da renzo alle 09:07

08.02.06

"Cercate ancora"

Caro L.,

non rispondo certo al posto di G.. Ma la diversità, come la chiami tu, non va a scapito nè della memoria nè dei 'luoghi'. Nè dei nomi. I 'luoghi di movimento', le assemblee, le occupazioni, mentre conservano e esprimono il loro essere 'fuori di sesto', fuori dalle identificate stabilità, nello stesso tempo soffrono di un'amnesia, che spesso diventa un'afasia, della memoria.

La memoria non è una patente, è un 'patente ricordo'. Ci si ricorda, individualmente, sempre quasi di tutto, ma pubblicamente, almeno oggi, la memoria è questa amnesia e questa afasia, questa mancanza di parola, che affligge chi fa politica.
'Dire i luoghi', i nomi' non fa che ricordare quello che scriveva Pasolini '[...] Io so tutti i nomi...[...]', e non perchè 'solo' volesse dire, e scrivere le responsabilità, ma soprattutto perchè nei 'luoghi', nella memoria dei 'nomi' la politica conserva quella diversità di cui tu parli e che oggi, invece, è cancellata nell'eterno presente della 'parola appena detta'.
Dire i 'nomi'.
Una pratica, questa, che è già una 'pratica altra' che è quella che sta già nei'nostri collettivi'.
'Cercherò altro', scrivi. Come diceva Claudio Napoleoni: "Cercate ancora".
Cerchiamo, cerchiamo insieme ancora.

emilio

Postato da millepiani alle 00:17

07.02.06

La satira rende liberi

"Un concorso per la realizzazione di vignette dedicate all'Olocausto. Il quotidiano iraniano Hamshahri riponde alla pubblicazione delle caricature di Maometto: - sarà un concorso internazionale, - ha detto Farid Mortazavi, redattore della testata"

Repubblica di oggi. Pag. 3

Postato da renzo alle 12:28 | Commenti (1)

'Verso l'oscurità': sulla forza della Russia

a Silja

Caro Renzo,

io non conosco altra 'oscurità' di quella che ho 'visto' in Russia. Tutto il resto mi sembra 'paurosamente splendente' rispetto 'la forza della Russia'. Questa forza, che non ha bisogno della 'sottoscrizione' del potere, questa forza, che non è la violenza della 'guerra', questa forza dell'oscurità, questa forza che, semplicemente, direi, chiamerei la 'forza dei russi e delle donne russe', questa forza ho imparato a pensare e a vivere in otto mesi a Mosca.
Mentre io credevo che sette anni a Venezia mi avessero insegnato a 'vivere l'oscurità', come noi la decliniamo, in otto mesi a Mosca io ho imparato, davvero, l'oscurità. La sua 'forza', la sua 'via di fuga'.

Ho riletto più volte quello che ho scritto da Mosca. Non c'è nessuna coincidenza. Nessuna verità.

Esiste un'oscurità, spaventosa, che ci attiene ma che noi non riconosciamo. Quest'oscurità non è meno in rapporto con la 'morte' di cui parliamo.
La 'forza della Russia' è quella di mostrare, fuori dalle pietose piaghe dello 'sfruttamento', la forza di questa 'oscurità'.

Non è vero, come ho detto, che in tutta la mia vita non ho mai visto tanti 'poveri' come in Russia.
Al contrario, è vero che non ho mai visto mai nessuno morire, nel senso materiale del termine, così come di fronte la ricchezza della 'Russia'. Di fronte questa ricchezza.
Mai così-.

In questo, davvero, non ho bisogno di gridare al 'complotto anti-serbo', anti-verità. Me ne fotto, come fanno i russi.
Cose da 'blog', da 'blog impegnati': scrivano i 'loro romanzi'.

Questa 'profonda oscurità' che si è installata nella 'vita russa' non può che dirmi di un'altra scrittura.
La forza del 'popolo russo' non è quella del 'grido', 'dell'insulto', del cirillico ingollato a forza.

C'è una frase di nostro 'zio' che cerca di pensare non tanto il grido, quanto il silenzio dell'Austria di fronte l'eredità del nazismo che l'abita: "Mentre l'Austria credeva di non essere parte fondamentale di quella matrice nazista che la strutturava, tutti i miei amici continuavano a 'gridare', e a scirvere. Si scandalizzavano, di fronte il silenzo del paese dove sono nato, faccia al nazismo, si scandalizzavano, e continuavano a scrivere contro l'Austria. Non avrei saputo scrivere una sola riga contro l'Austria senza scrivere contro di me."

Io, oggi, non saprei scrivere una sola riga contro l'oscurità, contro la Russia. Perchè ho imparato ad attraversarla grazie a 'lei'.

ti abbraccio

emilio

ps dovrei ora dire della differenza che ci separa, me e te, ma anche noi e loro, rispetto questa 'oscurità'. Tu sai quando, e come, noi abbiamo fatto politica. Ma non posso fare a meno di pensare alla nostra incapacità nel porre e praticare la differenza fondamentale tra il 'sacrificio' e la 'politica'. è un debito contratto con un testo stupendo di Marco a cui dovrò rispondere, a breve.

Postato da millepiani alle 01:38

une histoire de bleu V


Deuxième digression : Ce n'est bien sûr pas moi qui décide de la cadence des textes ne faisant que le suivre, lui qui s'est arrêté pour les regarder, poètes, qu'il nous arrive d'imaginer quand nous nous retrouvons, par faiblesse ou par ruse, trop près du sein de sa mère, muse, Béatrice, enfin, toutes ces sortes de muselières qui taisent la parole. Suis! Alors, je commence la trahison ligne par ligne cette fois-ci, sans se soucier de l'ennui de la tâche :

Le crâne réabsorbe le sang et l'équilibre dans ses lobes. Le réseaux nerveux se branche et les muscles tressautent. Le corps pris dans son ensemble ou dans sa chair prend une couleur rosée, manifestant par endroit le bleuté du circuit. L'image mentale forme une croix ou un totem, une crotte de chauve-souris : «On dirait...», « On voudrait...» ( J'ajoute : un chien crapuleux aboie.)

Transfusion de globules rouges et blancs, et plaquettes / autopsie / greffe / égrenage des organes, plus près de soi, devant soi, sur la table en métal (maintenant les objets à température par un système électrique), l'excrément a été soigneusement séparé du reste : Réconciliation.

La modeste impuissance du poète ( émotion du citoyen, le dimanche dans la ville) finit par imposer le devoir de l'amour à cela, hébétude face à une géopolitique qu'il maintient comme une géographie ( paysage, sentiment).

Postato da julien alle 00:50

04.02.06

une histoire de bleu IV

Je ne peux pas maintenir ce ton indéfiniment, et je profite de ce que le poète digresse au sujet du temps qu'il fait et de la couleur du ciel, le pauvre poète, depuis le début assis sur son rocher à contempler la mer, pensant par là traduire la géographie de son âme, pour me traquer un peu plus loin. Car, il peut tout aussi bien s'agir de cela, se poursuivre sans cesse à travers des galeries terreuses et métalliques, des réseaux d'artères à trois dimensions, quoique, aujourdhui, nous soyons bien au-delà de ces maigrelettes trois dimensions. Nous nous situons à n dimensions, ce qui n'est pas peu dire, mais qui ne signifie par grand chose pour l'imagination du poète qui raffole de simulacres qui pénètrent en lui, comme la croix dans l'axe des soleils. Idolâtre, va ! Je poursuis: l'été, antichambre, mer, un dimanche, il ajoute le bâillement des fenêtres et le clignotement de la lumière. Je vous dispense de la suite qui n'est que la surenchère transparemment métaphorique de je ne sais quoi encore, mais voici comment: les cellules oculaires se concentrent à recevoir les porte-avions de la NAVY en direction du sable ce qui provoque au niveau cardiaque une douce hésitation que le sismographe traduit par une oscillation de la ligne: Crrrr ! Il appelle cela, je cite: « les beaux jours, le large poudroie.»
Postato da julien alle 18:31

une histoire de bleu III


Fasciné en une extase dont l'origine s'inscrit dans une déficience de transfert au niveau synaptique, produisant une émotion ( fourmillement au niveau du cortex) de séparation d'avec son corps, corps qui rejoint son essence d'objet parmi les autres, il ne fixe rien, ne pouvant le faire, il ne s'attache à rien, se sépare plutôt, comme ils l'avaient annoncé, pour entrer dans un mutisme où ni souvenirs ni images mentales ne le rappellent à lui. Ce qu'ils croyaient nommer la mer, son mouvement de va et vient, ne se trouve qu'être une désorganisation mentale due à un épanchement émotionnel et affectif contraint, qui fait qu'effectivement il n'a rien à dire, mais ce silence n'a rien à voir avec celui métaphorique d'un sentiment de finitude.

Postato da julien alle 00:46

03.02.06

Meno tasse per Roquentin

"Jean Paul Sartre, raccontava l'amico scrittore Raymond Queneau, nel 1950 guadagnò quindici milioni e ne dichiarò nove".

Il Venerdi di Repubblica di oggi. Pag. 19.

Postato da renzo alle 11:12

Verso l'oscurità

Caro Emilo,

in un certo senso, credimi, ti invidio. Ognuno, certo, si cerca e coccola il proprio tormento. Si finisce con il denominarlo “identità” o “formazione”. Preciso che mi riferisco alla questione della dedica. Tu poggi le tue parole sulle immagini delle persone che ti sono care. O che magari “rappresentano” in un senso più generale. No, mi sono sbagliato: alle parole che scrivi tu accosti queste immagini, che io non voglio sminuire affatto. Osservo soltanto, ed è una delle mille volte che mi succede di percepire una dolorosa mancanza in me, che sono così cieco e sordo da non pensare mai, dico proprio mai, che l’unico vero modo per non lasciar inaridire le nostre parole è accostarle a chi vive ‘con noi’ e, passo successivo, metterle ‘in comune’.

Io non so se ci sia una eventuale verità sottesa a ciò che scrivo. Per carattere, dubito per principio che possa essere rinvenuta, se non come esito parziale, come precaria supposizione. Una volta fatta la tara delle incongruenze, annullate reciprocamente le contraddizioni, temo che tutto quello che resti sia: “ho scritto. E basta”.
Facciamo finta che il nostro “sottotesto” sia congegnato appunto su questa “dialettica”. Tu scrivi dedicando e ‘in comune’. Io mi appoggio solo ai fantasmi e rincorro la solitudine.
È una rappresentazione schematica, lo capisco bene. Forse non sollecita nemmeno una riflessione e non descrive altro che il muro che io stesso ergo contro la scrittura e dentro il quale la recludo.
Alla donna che ‘attende’ voglio contrapporre, non so se ti farà piacere, l’idea con la quale inizia “La frase infinita” di Aldo G. Gargani: si scrive sempre per il padre.
Facciamo finta che, quindi, la donna alla finestra abbia appena raccontato ad un figlioletto che il padre presto tornerà. E che essa stessa, sforzandosi di guardare nella oscurità che circonda totalmente quella finestra, voglia far finta di crederci. Solo che finisce con l’attendere davvero. Non sa cosa né perché. Ma ‘attende’.

La morte impone una nuova verità, o meglio, una nuova realtà. Al mondo che ci eravamo abituati a disporre in base alle nostre piccole coordinate, ne viene tolta improvvisamente una. Il castello cade. Questo evento che è il tramite di un nulla incomprensibile, ci impone quindi anche, ti sembrerà strano, un compito non soltanto di riparazione, ma ‘creativo’. Dal suo nulla noi dobbiamo trarre ciò che ci aiuta a procedere avanti. Dobbiamo quindi, come tocca ai tessuti attorno ad una ferita, ricostituire i legami e tracciare nuovi percorsi.
Come spesso succede, il venir meno di qualcuno ci forza a sentirci, ed a volte anche ad esserlo davvero, più ‘vicini’. La distanza radicale che la morte mette tra noi ed i morti intanto, ma anche tra ciò che con essi avevamo vissuto o che ad essi dovevamo, tentiamo allora di ridurla, di ricostruire ponti e strade.

Solo che, nel fare questo, nel rinsaldare e nel ‘dedicarci’ l’uno all’altro, non facciamo che preparare nuovo dolore e ancora maggiore perdita. Ed è a quest’ultima che, in questo percorso che non è nulla di diverso da una più o meno lunga ‘attesa’, tutti dobbiamo prepararci.

Un abbraccio

Renzo

Postato da renzo alle 08:23

une histoire de bleu II


L'articulation de phonèmes, la mâchoire fixée par des muscles atrophiés, le mot déformé par une mauvaise synchronie des cordes vocales, et l'angoisse qui bloque entièrement le système laryngico-buccal. Les vibrations-crispations, l'épuisement de sens des mots par un surdosage de morphine et de codéine, évasement à la fin de la phrase vers celle qu'ils appelaient la déesse, puis l'amante, puis la maîtresse, pour enfin s'avouer le nom de putain, et qui se dévoile sous nos yeux mécaniquement écarquillés dans une tenue sur mesure, découpée dans un métal non-conducteur, provoquant l'arrêt de l'information. Le code numérique que chacun a inscrit en lui, qui fait que la compréhension ne s'opère plus que par une adéquation des chaînes de l'ADN, pulsion et tremblement d' une bouche grimaçante, tordue par l'expérience du choc électrique, décharge de plaisir et effusion mentale vers une réorganisation temporaire stabilisée, nous isolons notre excès d'économie par un assemblage de phrase dont la syntaxe et la taxe dépassent nos capacités à résoudre cela par les mots de l'amour.

Postato da julien alle 01:44

02.02.06

"Il primo uomo"

a mia madre

Caro Renzo,

era molto tempo che non ci scrivevamo. È scattata in me una necessità compulsiva di sentire, da lontano come sono, la 'voce dei miei amici e delle mie amiche'. Una volta, pensando a quel poco che ho scritto, mi sono permesso di dire che non saprei scrivere nulla senza 'dedicare'.
Ed è la verità più profonda della mia scrittura. Se ce n'è una.

Dicevo proprio stamattina che non sarei riuscito, nemmeno volendo, a far passare indenne la mia scrittura di fronte quello che è accaduto.
Gli stessi luoghi di cui tu mi parli, e che conosco, non sono altro che 'voci'.

Mentre rileggevo ieri, per colpa tua, tutto il 'Primo uomo' di Camus, l'immagine che mi continuava a frantumare il cervello era quella della madre dietro la finestra, che, appunto 'dietro', attendeva.
Questa attesa, attesa 'di niente', e di 'tutto', è il luogo della scrittura. Quella che leggiamo, quella de “Il quinto angolo”, che mi hai regalato.

Questo silenzio della madre, dietro una finestra, che guarda la strada, che 'attende senza attendere nulla', per me è il luogo della scrittura, che, indiscutibilmente, nella sua 'forza', è e non può che essere 'femminile'.
Male abbiamo fatto a non interrogare, in passato, questo 'lato' che ci abita e che è il 'nostro'. Proprio perchè esso è quello della 'dedica', dell' 'attesa', quello del 'futuro' in un'accezione che non ha niente a che vedere con il 'pensare il futuro' proprio degli uomini.
La morte stessa, quella che è venuta a 'trovarci', così inaspettatamente, assume, da quella finestra, un altro 'senso', ammesso che la morte ne porti uno.

Quando, come mai avrei creduto possibile, mi è stata negata, sottratta la 'possibilità della dedica', io mi sono trovato 'sperso'. Perchè, d'improvviso, io non avrei potuto più scrivere nulla. E questa interdizione proveniva, precisamente, da una donna.

E mentre, dopo, ho iniziato a ricordare che tutte le interdizioni portano con loro la propria violazione, nello stesso tempo non ho potuto fare a meno di ricordarmi che tutti i luoghi che noi attraversiamo portano con loro questa 'attesa'. Il tempo è gravido, sempre, di futuro, e la scrittura non fa niente altro che stare in quel limbo dell'ascolto, della dedica e della memoria come, nel '900, solo il mio Marcel Proust ha saputo descrivere, dipingere, raccontare, dedicare, vocare e ricordarci.

Abbiamo fatto male a non 'pensare' a quel 'balcone', a quello sguardo, a quell'attesa, del 'niente' e di 'tutto', che Camus porta con sè e che ha saputo 'mettere in forma' prima di morire.


ti abbraccio

emilio

Postato da millepiani alle 13:31

Melanoma

"Berlusconi è il sole a cui tutti vogliamo scaldarci."

Il Ministro Scajola. Repubblica pag. 9

Postato da renzo alle 12:02

Luoghi passati

Caro Emilio,

Assegnare un ‘luogo’ alla morte è un modo per tentare di limitarne il potere. Se si riesce a lasciarla fuori dal ‘resto’, essa acquista un ruolo. Come il peso dall’altro lato della bilancia, insomma. Solo che da quel lato il peso è schiacciante.
Il due novembre di molti anni fa, mi trovavo al cimitero monumentale di Messina con la ragazza che allora amavo. Non ricordava dove fosse la tomba dei nonni. Improvvisamente, però, ci arrivammo. Aveva trovato la strada quasi meccanicamente. Per questo piccolo episodio provai una emozione che mi fa supporre di poter trovare ancora oggi la tomba dei suoi nonni.
Quel giorno, provai a trovare la tomba dei miei nonni, ma non mi riuscì. E nemmeno oggi potrei.

L’altro giorno, D. mi esprimeva il timore di non riuscire a trovare la tomba del nostro amico, quando ne avrà una, nel nostro grande e dispersivo cimitero. L’ho rassicurata dicendole che, in ogni caso, i cimiteri tengono dei registri dove viene annotata la posizione dei defunti.
Dopo “l’enciclopedia dei morti” di Danilo Kis, si dovrebbe scrivere “la geografia dei morti”.

Mi viene in mente il capolavoro di Izrail Metter, “Il quinto angolo”, che si chiude con una frase più o meno così congegnata: “entrambi vaghiamo in cerca di tombe introvabili”.

Un ‘luogo’, in qualsiasi modo lo si voglia intendere, non basta. O meglio, si basta.

Nel registro si archiviano le posizioni di corpi inerti. Tu ricordi tutto, ma non quello che leggi. A volte, a me capita il contrario.

Forse per questo mi piace immaginare che, al cospetto della mia lenta ‘esecuzione’, ci si industriasse, invece che a ‘sferruzzare’ come le popolane francesi, a citare il nostro amato, ispido ‘Zio’ oppure Camus.

Il ‘luogo’ dove ho cominciato ad imparare la morte è la “Clinica medica seconda” del Policlinico di Messina. Ricoverato a diciannove anni per una reazione allergica all’aspirina sfociata in una grave crisi asmatica seguita da uno pneumotorace spontaneo, da enfisema a livello laringeo e conseguente enfisema sottocutaneo caratterizzato dal riversarsi di aria sotto la pelle con l’annesso effetto “neve” al tocco della stessa, oltre ad un gonfiore taurino alla vista, in compagnia dei signori che il caso aveva voluto ricoverati insieme a me, conobbi alcune cose per la prima volta.
Il millenovecentottantuno volgeva al termine. Qualcuno mi disse che nella stanza accanto c’era un ragazzino affetto da anemia mediterranea e che era solo. Non so come, trovai il coraggio di andarci e chiacchierammo un po’. Ci tenne a dirmi che in poche settimane sarebbe guarito. Chi mi aveva chiesto di fargli compagnia, invece, mi aveva informato del fatto che gli rimanevano pochi mesi. Parlammo dei “Pooh”, che gli piacevano. Aveva una faccia da bambino, ma giallastra e dalla forma strana, come di un coniglietto. Non ricordo altro.

Pochi giorni dopo, un signore che era stato pompiere e la cui sorella mi aveva mostrato una foto da giovane (praticamente un piccolo Amedeo Nazzari), aveva chiesto, nel pieno della sua agonia, di fare qualche passo per la stanza. Lo vedo ancora con indosso una camicia da notte bianca, che tenta di alzarsi con enorme difficoltà e buttare qualche passetto incerto. Era affetto da un tumore al fegato in fase terminale. Morì quella stessa notte, ma non prima di avere ‘cercato’ un altro ‘luogo’: certo, un ‘luogo’ introvabile. Essendomi impossibile dormire, trascorsi il resto della notte in compagnia del figlio di un altro degente, un signore al quale io dissi tante cose che non ricordo, ma delle quali, lo so con totale sicurezza, ero debitore ai libri di Camus, che allora era mio ‘Zio’.
Fu una specie di logico delirio, però salutare.

Uno degli ultimi giorni della mia degenza, me ne stavo a ciondolare per il corridoio. Passò una dottoressa che, spiritosa, mi disse: “guarda! quello che ha rischiato di morire”. Non lo sapevo, nessuno me lo aveva detto. La tua morte, non solo non la ‘vivi’, come è scritto nel Tractatus: ti viene proprio nascosta. Anche se credi di saperla lunga.
Mi spiegò poi che l’aria, riversandosi dentro la ‘cassa toracica’ (penumomediastino), e pressando sul cuore ne avrebbe anche potuto procurare l’arresto, in ogni momento.

C’è un luogo e c’è stato un tempo. Se torniamo a quello è per ‘rievocare’ questo.

Ti abbraccio

Renzo

Postato da renzo alle 10:10

l'histoire de bleu I


Immobile dans le corps minéral, dans un état de tension nerveuse, l'assemblage neuronal que jadis ils représentaient par du sable cristallin, à l'intérieur du cortex, le vrombissement du flux sanguin ou des décharges électriques des terminaisons synaptiques, champ transversal, nous, mais que peut bien encore vouloir signifier ce mot, nous, par habitude ou par souci de maintenir le mensonge d'une communauté d'amants, fixons l'écran plat et vide, obsédés, à la recherche physique de tunnels, de lignes, des strates. Nous écoutons les bruits techniques du corps, le grouillement des parasites, des ondes des particules, dans une circulation saturée, pôle d'intensité en inflation sinusoïdale , sans pouvoir, recroquevillés dans une camisole, élaborer une quelconque transcendance comme ils savaient très bien le faire.
(Pourtant, il ne s'agit pas de revenir en arrière ou de maintenir, toi poète académique à la parole abstraite, l'écran d'invisibles fantasmes des siècles derniers, mais de laisser grouiller les nerfs et de traduire leurs oscillations dans le champs de l'inactuelle modernité.)

Postato da julien alle 04:20

Sulle ultime righe dello 'Straniero'

Caro Renzo,

come ti ho scritto, non ricordavo più le ultime righe dello 'Straniero'. Come sai, ricordo 'tutto' tranne le cose che leggo. Mi scrivi che

"Perché tutto sia consumato, per sentirmi meno solo, arrivai ad auspicare che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione
e che mi accogliessero con grida di odio".

Sai anche che non amo nessuna esecuzione. E nessuna 'violenza', nemmeno quella che 'passa' attraverso le ultime parole dello 'Straniero'.
Ho riletto, per colpa tua, oggi, tutto il 'Primo uomo'.
E non c'era 'violenza', no, non ce n'era. Se non quella del 'sole', del 'vento' e del 'mare'.

Ti assicuro che il 'giorno della tua esecuzione' c'erano presenti molte persone, che poi non ho rivisto più. E che, insieme, di fronte il 'fatto' che tu 'eri lì',
fossi 'esecutato', non si dilettavano minimamente a citare nè Camus nè Bernhard.
E, nello stesso tempo, ti assicuro che da quel giorno ho smesso di 'citare', se mai l'avessi fatto prima, una autore qualsiasi che 'giocava' con la morte.
Due giorni dopo la morte di Piero, mia madre, senza, forse, nemmeno accorgersi di quello che diceva, seduta in cucina, mi ha detto, semplicemente: "Una cosa è parlare della morte, altra cosa è...".
Ma non ha avuto la forza di finire questa frase. Forse perchè aveva paura, semplicemente, di quello che stava dicendo.
Mentre tu e io abbiamo, sino ad oggi, parlato del 'giorno della tua esecuzione', tu che, davvero, l'hai avuto; chi ci parla confonde il 'luogo' della morte e quella 'meditatio mortis' che, come ti dicevo oggi, attiene alla più profonda vocazione filosofica, e che io attraverso quotidianamente. E che tu, per 'storie varie', chiamiamole così, hai conosciuto.

Come ti ho scritto, non ricordavo il finale dello 'Straniero'. Non me ne dolgo. Ho sempre trovato 'geniale' il 'Mito di Sisifo': ho cominciato a studiare i 'miei' gnostici' proprio a partire da quel testo, dove nessuna platea veniva richiamata a testimoniare, in fondo, una morte, perchè il ''morto' non si ritrovasse solo.
In questo, come sai, le 'grida d'odio' che hanno accompagnato Bataille mi fanno compagnia.

E, mentre noi siamo 'dentro' questa morte che non aspettavamo, nello stesso tempo, tu meglio d'altri sai che la 'morta gora' diventa evento 'in-comune', dove 'ascoltare' in quell'assenza la forza di una sottrazione, ma, anche, della messa 'in comune'.

In questo senso, capisci, puoi capire, davvero, questa scelta di 'travolgere' e modificare, radicalmente, la scrittura in comune che in questo luogo abbiamo attraversato insieme, e non solo con te.
Ecco: " per sentirmi meno solo", adesso è necessario scrivere come prima non abbiamo saputo fare, o non abbiamo voluto.

ti abbraccio

emilio

Postato da millepiani alle 00:01

01.02.06

Corrispondenze

La 'ferma morte' della scrittura, come scriveva un goriziano di mia vecchia conoscenza, non ci attiene.
La struttura di questo blog viene 'stravolta' dagli eventi.

Saranno due le uniche 'scritture' che manterranno la loro presenza: 'al di là del commentabile' e 'en sourdine'.
La prima di Renzo, la seconda di Julien.
Tutte le altre 'categorie' verranno collocate in una pagina 'secondaria' - come 'archivio'. E non avranno più spazio di scrittura.

Da domani, tutte le scritture pubblicate su questo blog - salvo queste due scritture - saranno 'scritture di corrispondenza'.
Saranno delle 'lettere': inviate, dedicate, ricevute o rifiutate, saranno solo e semplicemente 'lettere', scritte per interrogare, per domandare, per chiedere e far rispondere, in pubblico, su quello che normalmente si scriveva in una 'corrispondenza privata'. E che non si scrive più.

La torsione necessaria, dopo una morte, non si riflette sulla scrittura in termini 'neutri'; la morte non accade 'per nulla'.
La scrittura - salvo queste due 'categorie' - non sarà più 'neutra'.
La 'scrittura' sarà 'dedicata'.

So che questo 'stravolgerà', per chi scrive, l'abitudine - la mia, innanzitutto.
Ma questo è.

Bisognava.

Postato da millepiani alle 17:52

Sullo statuto della scrittura 'filosofica': 'oltre'

Riposto, per concludere l'esperienza del blog, per 'trasformare' la maniera in cui questa scrittura l'ha attraversato, riposto quello che penso dei masters in filosofia che sono stati attivati a Pisa e a Venezia: la riposto senza soluzione di continuità, così che sia chiara la mia 'distanza'.
Mi faccio fregio di aver studiato in entrambe le due facoltà; mi faccio fregio di aver studiato 'filosofia' a Pisa e a Venezia.
In qualche maniera, si tratta di un'addio.
Per quanto mi riguarda, alla distanza si misurerà: il rifiuto, la forza, il tradimento e la fedeltà. E quello che viene 'dopo'.

ps nello stesso tempo, davvero, misuriamo qui la distanza tra 'le scritture' e la 'politica mondiale', la 'nostra 'incidenza'.
La prima volta che ho letto Georges Bataille era questo che non avevo capito: l'incidenza del 'silenzio', del 'non-sapere' e della 'scrittura' rispetto la politica 'mondiale' (Alexander Kojève).

SULLO STATUTO DELLA FILOSOFIA-CONSULENTE

E' indubbio, ai miei occhi, che questo sia un passaggio cruciale. Bisogna distinguere due livelli perchè la riflessione sia libera e colga il livello della 'superfice' come quello del 'futuro'. Il primo livello della riflessione affronta direttamente i 'nomi', le 'strutture', le 'dinamiche', i 'rapporti', le 'mosse'. In una parola: il primo livello di analisi è quello della 'politica'. Lo chiamerei il 'livello della presentazione'. O 'la presentazione' [metto fra 'apici' una volta e per tutte - almeno questa volta non ne abuserò]. Il secondo livello è quello delle 'conseguenze' della presentazione, delle conseguenze del 'dispositivo' che la 'presentazione' scatena. Lo chiamerei 'il livello dell'ignoto'. O 'l'imprevisto'. Il primo livello non implica il secondo, cioè: la 'presentazione' non è 'gravida' delle conseguenze che scatena. Anzi. Tanto più la presentazione' non implica l'imprevisto, quanto più è necessario, da subito, pensare la presentazione. Perchè si possa cogliere l'imprevisto nella sua assoluta imprevedibilità. Pensarlo, combatterlo o sposarlo. O abbandonare. Dunque, seguendo la dichiarazione di intenti - primi elementi di riflessione - mi concentrerò in queste righe, volutamente, solo sulla presentazione. In nessun caso questo implica una visioneunilaterale. Diciamo che queste riflessioni sono scritte con l'occhio sinistro, quello da cui vedo peggio. Almeno da lontano. Da vicino, invece, ci vedo bene, proprio bene, anche con quest'occhio. In questo senso, quello che scrivo non unilaterale perchè l'altro 'occhio' vede un angolo che il primo occhio non vede. E' l'angolo buio. E' questo il mio luogo. Vorrei specificare, ad usum 'malevoli', che quello che scrivo non ha MAI un intento pregiudizialmente critico. Ma, almeno in questa fase, è un gesto di chiarimento - anche se pubblico - totalmente personale. Scrivo, per dirla banalmente, per capire. Non so fare, d'altronde, altro che questo.

"LA PRESENTAZIONE" - Parte prima Mentre la struttura del master pisano è ancora avvolta in una nebulosa (ma ci tornerò), quella del master veneziano offre elementi chiarissimi. Come da bando, riporto, innanzitutto, gli obiettivi del master:
"Al termine del percorso, i partecipanti dovranno padroneggiare i principali quadri teorici, il setting e l'intervento operativo di consulenza filosofica al fine di perfezionare le competenze relative: alle conoscenze teoriche ed epistemologiche di modelli filosofici finalizzati all'intervento; alla selezione e all'uso di metodologie e di tecniche di intervento congruenti con le finalità specialistiche; alla padronanza di modelli di azione, di comunicazione, di relazione e di setting; alla padronanza dimodelli di etica e di responsabilità personale e sociale dell'intervento; alla conoscenza relativa alle logiche e alle dinamiche culturali e sociali dei processi individuali e organizzativi oggetto dell'intervento. Tali competenze intendono garantire l'intervento del consulente filosofico sia nella consulenza individuale che nella consulenza delle organizzazioni."
Le prime tre parole chiave sono 'teorico, setting, intervento'. In questa triade si gioca già tutto. Nel senso che il modello chiaro e cristallino a cui ci si rifà è, senza timore di smentita, quello junghiano nella sua declinazione terapeutica. Il quadro teorico non esiste 'di per sè' in questo modello formativo; esiste solo nella sua 'rigiocabilità' diretta, effettiva. L'effettività, la sua 'realtà' esiste solo e solamente nel momento in cui trova nella 'relazione' il suo 'sfogo', la via per mostrarsi effettivamente operativo. Il 'finalizzati all'intervento' della terza riga è una dichiarazione d'intenti più che evidente. Le conoscenze teoriche, e dunque le metodoloogie e le tecniche che verranno tratte dai quadri teorici ed epistemologici generali, dovranno, dunque, essere 'congruenti' con le finalità 'specialistiche'. Che, almeno in questo passaggio, come in questa fase primordiale del master, sono assolutamente incerte oltre che arbitrarie. Ci tornerò su questa coppia terminologica che ho usato [incerte-arbitrarie]. Non solo dunque il partecipante al master dovrà flettere ogni modello teorico propostogli alla finalizzazione dell'intervento; ma dovrà, in più, ritenere di possedere, senza relazione alcuna con il soggetto che ha di fronte modelli di etica e di responsabilità che, filosoficamente scrivendo, possono essere definiti 'interscambiabili'. Cosa significa altrimenti la frase: "padronanza di modelli di etica e di responsabilità personale e sociale dell'intervento" se non che, seguendo il rapporto e lanecessità che si sviluppa all'interno della relazione - del setting -, l'operatore deve potersi 'adeguare' alla 'costellazione di senso' che gli si 'presenta' davanti? Quello che non si comprende - ma invece lo si comprende bene all'interno di un chiaro modello di setting - è in che termini la 'costellazione di senso' del 'dialogante' interagisce con il 'consulente filosofico', in che termini questa 'presenza' rimette in questione, dinamizzandoli, i quadri teorici e le tecniche di intervento del 'consulente'. Ma andiamo avanti. La responsabilità del 'consulente' però non si ferma semplicemente alla relazione 'personale', ma, in forza di questa 'generalizzazione' - o 'interscambiabilità' - dei modelli teorici finalizzati all'intervento, si allarga ad una responsabilità più larga, più amplia, collettiva. Il bando la chiama 'sociale', senza, ovviamente, specificare, in nessun modo, cosa significhi questo termine. Una responsabilità sociale dell'intervento che si radicherebbe in una padronanza di modelli di etica. Tutto al plurale, ben inteso. La responsabilità personale e sociale si lega, indissolubilmente, con la padronanza di diversi, distinti, diversi modelli di etica. Direi meglio: di etiche, mi sembra più preciso, oltre che più corretto. Ma questo non basta, non è sufficiente. Il 'frequentante' acquisirà una conoscenza delle 'dinamiche culturali e sociali dei processi individuali e organizzativi oggetto dell'intervento'. Chiamarlo tautologismo mi sembra poco: avendo già avuto contezza dei quadri teorici generali, delle metodologie e delle finalità, dei modelli di azione, comunicazione e relazione, oltre che di modelli di etiche personali e sociali, il 'frequentante', certamente, non potrà che rendersi padrone di dinamiche collettive in cui l'io e la collettività sono immersi. Semplicemente perchè queste dinamiche, individuali e collettive, sono di per se stesse, anch'esse, 'oggetto dell'intervento'. Ed è per questo che tutte le competenze maturate all'interno dle 'master in consulenza filosofica' serviranno sia ad un livello 'individuale' che ad un livello 'organizzativo'. Non sociale, ma 'dell'organizzazione': un buon slittamento già anticipato nella riga precedente. I modelli di etiche e di responsabilità sociale diventano la base per una conoscenza delle logiche e delle dinamiche culturali e sociali tipiche dei processi individuali e organizzativi in vista di una consulenza filosofica che funga sia dal lato dell'organizzazione dell'individualità che da quello dell'organizzazione sociale. Mi fermo per il momento qui. Ma non è finita. Il bello deve ancora venire.

"LA PRESENTAZIONE" - Parte seconda - Le dichiarazioni d'intenti di ogni 'bando di concorso' non possono che sfiorare il nocciolo della questione. Ma, nello stesso tempo, solo nella sintesi si mostra il 'morto', o, per meglio dire, l'oggetto del discutere odel tacere. Non solo gli 'obiettivi del master' sono stati dichiarati, ma meglio sono articolati nel 'piano di studi'. Dove ai 'fondamenti storici e filosofici della consulenza filosofica' - come da bando, ma più incerto nella storia della filosofia - si affiancano la 'cura dell'anima' -?- e la 'gestione delle risorse umane nelle organizzazioni' -!-. Dove molto si potrebbe scrivere, ma un'altra volta. E comunque, proviamo a fare politica. Politica accademica. Almeno a dirla, a nominarla.

Il direttore del master è il professor Luigi Perissinotto, il responsabile scientifico il professor Umberto Galimberti. Il professor Perissinotto è stato per anni collaboratore - seguendo tutto il 'cursus honorum' che l'accademia impone - di Mario Ruggenini. Umberto Galimberti - che molti tra il pubblico giornalistico conoscono, oltre quello filosofico - è colui che, a mio avviso - mi sbaglierò-, ha scritto testualmente il bando del master. Come tutti sanno, in ambito filosofico, il professor Galimberti è un analista junghiano, oltre ad essere uno dei maggiori filosofi della sua generazione. Come tutti possono leggere nel bando di concorso:
I titoli formativi e professionali verranno valutati dal Collegio dei Docenti. Precedenti esperienze di formazione e professionalizzazione presso scuole o associazioni di consulenza filosofica possono costituire crediti secondo i criteri stabiliti dal Collegio dei Docenti.
Il Collegio dei docenti del Master è formato da alcuni docenti univerisitari della Facoltà di filosofia dell'Università di Venezia: Lucio Cortella, Umberto Galimberti, Carlo Natali, Luigi Perissinotto, Vittorio Possenti, Mario Ruggenini, Luigi Tarca, Carmelo Vigna. Il professor Umberto Galimberti è, nello stesso tempo, responsabile scientifico del Master in 'consulenza filosofica' dell'Università di Venezia e componente del direttivo dell'Associazione Phronesis, Associazione Italiana - l'unica, per quanto ne so - per la consulenza filosofica. A quanto mi risulta, non esiste ancora nessun 'Albo professionale dei consulenti filosofici', e dunque, in politica si dice così, non esistono 'esperienze di professionalizzazione' giocabili nemmeno per il recupero di alcun credito, salvo se si decida in un bando pubblico, preliminarmente ed arbitrariamente [ecco uno dei due termini che torna], di riconoscere all'associazione di cui non solo si è membri, ma si è membri del direttivo, una preliminare 'franchigia'. La qualcosa, come si sa, non è 'fuori legge' o 'penalmente perseguibile', ma è proprio dentro le leggi 'accademiche', rispetta le leggi del nostro paese, e segue la scia di quello che, nei giornali dove scrivono i 'responsabili scientifici' di questo master, viene chiamato 'conflitto d'interessi'. In piccolo, me ne rendo conto, sussiste il paragone. Ma perchè, da quando in qua si inizia dal 'grande'? Ed inoltre, la presenza dei docenti di maggiore peso della facoltà di filosofia di Venezia nel 'Collegio dei docenti' non è forse la più forte dimostrazione di quella 'incerta' [ecco il secondo termine] formazione che il master vorrebbe 'garantire' come certa e 'ferma', sicura? In una certa maniera, questa presenza di cattolici democratici, di adorniani ortodossi, di convertiti all'ermeneutica e allo speech, di filosofi antichi di buona reputazione, di severiniani un po' troppo 'logici', non è la manifestazione di quella 'pluralità' di etiche che il Master stesso domanda? Lo è nella misura in cui questa presenza costituisce non semplicemente una diversificazione delle 'etiche' e delle 'pratiche' d'interrogazione filosofica, quanto una diversificazione del potere accademico, una manifestazione di 'presenza' nel luogo dell'innovazione. La necessità di una presenza, la necessità di 'marcare' il luogo, di non mancarlo. E, insieme, una garanzia di uniformità, una dichiarazione di 'auto-riconoscimento reciproco'. Questo senza che nulla venga tolto alla 'qualità' del master in questione. Anzi. La doppia blindatura - direttore del master, responsabile scientifico - proprio per il livello qualitativo che richiama, non offre il destro proprio a nessuna critica nel merito. Nel merito della composizione di quelli che una volta si chiamavano 'organismi dirigenti'. E questo nulla toglie alla 'qualità' dell'insegnamento, che non si sa ancora da chi verrà tenuto. Per il resto, in fondo, la questione è ben più ampia e merita ancora un 'ritorno di analisi'.

INTERMEZZO - per ricordare e poi 'a seguire'.

Non serve ricordare, richiamare, come qualcuno ha fatto, l'ozio e l'inutilità della filosofia. Queste si chiamano, dalle mie parti, 'stronzate'. Puttanate. Serve, di più, pensare e riflettere, cercare di capire.Partirei da un dato inoppugnabile:leggiamo i nomi dei partecipanti al convegno di Cagliari che si terrà il 5, il 6, il 7 e l'8 ottobre. Vado in libertà: chi partecipa, tra altri e altre, a questo convegno? Enrico Berti (Padova), Eugenio Mazzarella (Napoli Federico II), Remo Bodei (Pisa), Adriano Fabris (Pisa), Mario Ruggenini (Venezia), Giuseppe Cantillo (Napoli Federico II), Carlo Natali (Venezia), Giuseppe Cacciatore (Napoli), Giacomo Marramao (Roma Tre), Elio Matassi (Roma Tre), Gianmario Cazzaniga (Pisa), Maurizio Iacono (Pisa), Gianni Vattimo (Torino), Luigi Perissinotto (Venezia), Gerd Achenbach (Consulente filosofico - Germania), Eugenie Vegleris (Consulente filosofico - Francia), Neri Pollastri (Consulente filosofico - Italia). In ordine di presenza al convegno. Mezza accademia filosofica italiana. Forse tre quarti. Tranne Umberto Galimberti. Che, comunque, verrà ben rappresentato dai suoi colleghi di direttivo.


La PRESENZA - infine

Ora, però, qualcuno mi deve spiegare per quale motivo mezza accademia italiana si presenta a Cagliari per SOSTENERE i masters in 'consulenza filosofica'. Possiamo darne un'interpretazione materialistica. Moltiplicazione: 6.000 euro per 40 partecipanti fanno 240.000 euro, mezzo miliardo delle vecchie lire. Per facoltà che rivendicano 30 iscritti (60.000 euro, in media) si chiama 'flebo' economica. Ma non è 'semplicemente' così. La presenza di mezza accademia filosofica italiana costituisce un caso 'eccezionale'. Percependo, perfettamente, il tanfo di morte e di fine che aleggia in ogni 'dipartimento' di filosofia, tre quarti d'accademia filosofica italiana si getta in un'avventura senza registro e senza tratti definiti. Mai lasciare 'spazi', mai lasciare nulla a nessuno. Tre quarti d'accademia filosofica italiana, con il codazzo di ricercatori, assistenti, portaborse, e chi altro, mette la firma, con nome e cognome, sul 'nulla'. Faremmo bene, facciamo bene, a serbare memoria dei presenti a questo convegno. Servirà serbare memoria e nomi. Scriverli, nome dopo nome.

L'accademia filosofica italiana, mezza o tre quarti, quella che sia, si è appropriata, ha deciso, vuole decidere lo 'statuto' della 'consulenza filosofica'. Per la prima volta, lo statuto degli studi filosofici indica e rivendica una riconoscibilità esterna all'università.Questa 'riconoscibilità' è, paradossalmente, guidata dalle stesse figure, dagli stessi nomi, da chi, volontariamente o involontariamente, guida la deriva, la fine e la fisiologica sparizione delle facoltà di filosofia.

I nomi sono lì. Tutti possono verificare l'interesse che l'università ha riversato su questo specchietto per le allodole. L'università, incapace, ormai, di assorbire le intelligenze che sono maturate in questi anni al suo interno, si riconosce, con tanto di nomi e cognomi, nella sua abdicazione.

Questi nomi e questi cognomi, che ho scritto uno ad uno, ed anche altri, hanno firmato, coscientemente o meno, il definitivo transito della formazione filosofica e la sua definitiva trasformazione. Questi nomi, come i nomi che non sono presenti al convegnodi Cagliari ma che condividono questa scelta, sono i nomi da ricordare, da tenere a mente. Così come sono da tenere a mente tutti i nomi degli assistenti, dei portaborse, dei 'buffoni' della filosofia che, prima o poi, per paura, per invidia, per ambizione, 'presteranno servizio' in questo orifizio della filosofia firmato e controfirmato da tre quarti dell'accademia filosofica italiana. Ed anche se tra questi 'buffoni' abbiamo, ho qualche amico, mi faccio carico della pietà per la loro vita. E della violenza che merita, che meritano.

Nello stesso tempo, il 'vuoto' dei masters in consulenza filosofica', alla lunga, emergerà. E tutti i nomi che hanno sottoscritto, con la loro presenza, il 'convegno di Cagliari', e quelli che, pur non essendoci, sottoscriveranno questo 'vuoto' prestando la loro opera, per paura, ambizione o invidia, nel tempo, verranno chiamati a giustificare la 'firma', il loro 'nome e cognome'. E le loro 'prestazioni'. Oltre la questione economica, quello che questo 'vuoto', con tanto di nomi e cognomi, fa emergere, è ladifficoltà, oserei dire l'mpossibilità, di mantenere la filosofia come interrogazione.

Perchè, mi chiedo, il master in consulenza filosofia è un 'vuoto'? Perchè, mi chiedo, al di là delle stronzate sull'ozio della filosofia, sulla sua inutilizzabilità, per me è 'vuoto'? Perchè, in fondo, ritrovo gli stessi nomi, le stesse strategie, le stesse presenze di ogni 'politica accademica'. Perchè, salvo la 'firma' che hanno messo questa volta, fino a pentirsene nei prossimi anni, si rimescola la stessa 'merda'. Perchè, in fondo, nessuno di tutti questi 'sacrosanti accademici' ha capito, fino in fondo, la posta in gioco di questo passaggio. E la posta in gioco è alta. E nessuno dei miei amici e amiche l'ha compresa, chiusi come sono nel loro silenzio e nella loro 'paura'. Nella loro 'età'. La posta in gioco, con o senza 'nome e cognome', è lo statuto della filosofia nella pratica quotidiana della formazione. Il 'vuoto' tocca questo ganglo. Mentre tutti tacciono. La 'filosofia', se ancora è possibile solo 'pronunziare' questo nome, 'sputa' su questo nuovo luogo. E non perchè abbia paura dei luoghi 'nuovi'. Ma semplicemente perchè riconosce i 'nomi vecchi', le loro pratiche. La posta in gioco è talmente alta che mi 'forzo' di ricordare tutti i nomi e mi forzerò di sapere, e li troverò, tutti i cognomi di coloro che offriranno il loro contributo a questa 'pagliacciata'. Sapendo, già da ora, che se ne 'pentiranno'.

Sono voluto andare, domenica scorsa, a trovare il mio 'maestro'. E' sepolto in un piccolo cimitero. Sotto dieci centimetri di 'cemento'. C'era, sulla sua tomba, la sua firma. La sua firma, c'era la sua firma. Nome e cognome. Elias Canetti è sepolto a Zurigo. Ha studiato chimica organica. Come voleva sua madre.

Postato da millepiani alle 15:40
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