Rossana Rossanda: "La ragazza del secolo scorso" - una recensione

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Ci sono testi che sono 'mappe'. Sono 'navi' nelle quali ognuno di noi dovrebbe non solo diventare, umilmente, mozzo o remiere, ma anche, a lettura finita, cercare di diventare 'comandante' o 'capitano'. Sono 'navi nella tempesta'.
Sono testi che parlano, anche da lontano, un lontano 'del' tempo come 'da' questo tempo, quello che mi è toccato in sorte, che, d'improvviso, parlano di un tempo che, insieme, ci attiene, ci ricorda e dice.

Nessuna 'bio-grafia' è neutra. Nessuna è tanto meno neutra di quella che Rossanda scrive di 'una parte', solo una parte, della sua vita. Ed è, lo dico, una vita difficile, dura, incisa da sconfitte e passioni, vittorie, da uno sguardo lucido ma mai feroce, se tenero a volte, molte altre forte come le certezze che noi, oggi, non ci troviamo più accanto, sempre, magnificamente, di una 'pietà' tragica incisa dentro un 'lingua', quella tedesca, che sin da piccola è la 'lingua dei grandi', dei genitori. Kleist, dirà dopo Rossanda: Pola, ancora direi. Dov'è nata. E che, stravolta, come lingua ed esistenza, si ritrova, ancora, senza che ci siano tracce tangibili, nella sua scrittura.
'La ragazza del secolo scorso', a partire dalla sua dedica, è un testo di sfida e di passione lucida, che ripercorre la parabola, forse oggi incomprensibile, che attraversa, e grazie alla quale si è attraversato, il comunismo.
E poichè questa passione, che ha preso sin dentro le fibre più profonde di un'esistenza, è stata, forse per ciascuno di noi, una cosa diversa, la forza di questa 'dedica' che Rossanda fa senza fare, una dedica a tutti coloro che hanno attraversato il 'comunismo', ognuno alla propria maniera, questa forza è ciò che, alla fine del libro, rimane più incisa.
Libro che racconta non solo di una giovinezza tra il Nord-Est e Venezia - il suo Lido -, ma, ancor di più, è tutta 'presa' tra la forza della Milano partigiana e quella 'nuova', la Milano della 'Casa della Cultura', di cui Rossanda è animatrice e di cui, in verità, non possiamo che 'invidiare' la libertà e la 'forza'. La forza di una Milano che, con i suoi operai e la sua 'resistenza', rimane la matrice fondamentale a cui, per tutto il libro, Rossanda non smette di rifarsi: come fosse, e davvero non possiamo non crederle, il 'segno' indelebile della sua esperienza politica, cioè: comunista. Perchè, in questo libro, ecco, non c'è 'un altro sguardo', un'altra politica possibile che quella 'comunista'. Ed in questo, Rossanda scrive pagine splendide, cercando di rideclinare, a distanza di così tanto tempo, cosa fosse il 'comunismo italiano', come fosse percepito, come fosse 'invidiato' nel resto dell'Europa occidentale e temuto ad oriente. Nell'oriente comunista e russo. Sovietico. Ed ancora più radicali - lucide e, insieme, di una passione disillusa dal riconoscimento passato e dall'oblio presente - sono le pagine dei tanti viaggi di Rossanda come dirigente del PCI. Prima redattrice di 'Rinascita', e, poi, responsabile culturale di quel PCI togliattiano: incontrando Sartre o Castro, i dirigenti dei 'paesi fratelli' o 'ascoltando' i rumori di ciò che cominciava, lentamente ma inesorabilmente, a far diventare l'URSS il vero punto di ostruzione dell'esperienza comunista della seconda metà del ventesimo secolo: prima l'Ungheria, poi la Cecoslovacchia.
Un capitolo a parte richiederebbe la 'galleria' dei dirigenti del PCI che emerge da queste pagine. Rossanda, per storia personale, parla per esperienza diretta - e, dunque, direi: parziale. E aggiungerei: finalmente.
Innanzitutto: riemerge la figura di Palmiro Togliatti. Riemerge, almeno nella mia 'lettura', non 'rivalutata', queste sono sciocchezze. Riemerge come 'dirigente politico'. A fronte di una 'debolezza seconda' che, almeno in queste pagine, diventa la 'cifra' dei successivi segretari del PCI, la 'forza' del Togliatti 'dirigente politico', prima del PCI e dopo dell'Internazionale Comunista, si staglia fra nani, anche a dispetto dell'intenzione di Rossanda. Mentre la 'cronaca giornalistica' ne fa il campione della 'doppiezza', nelle pagine della Rossanda, Togliatti emerge come una coscienza non pacificata ma fredda, non appagata ma forte per necessità, aperto ma sempre 'vigile', cosciente della storia dell'Internazionale comunista, delle sue vie oblique ma anche della necessità di una fuoriuscita da questa tradizione. Per lo meno di un ripensamento. Sempre però 'obbligato' dagli eventi, incalzato dalla necessità degli eventi storici che si sono periodicamente presentati 'faccia-a-faccia' con la 'via italiana al socialismo' che, dalla svolta di Salerno in poi, Togliatti ha, non solo difeso, ma articolato.
Emerge, nelle pagine della Rossanda, una differenza focale tra la categoria di 'doppiezza' e quella di 'duplicità', che ancora pochi tra gli storici del movimento comunista internazionale, oltre che di quello italiano, hanno articolato: mentre la 'doppiezza' togliattiana implicherebbe un doppio gioco giocato con 'mal coscienza politica' - come se si dovesse far finta che il 'comunismo italiano' fosse diverso da quello sovietico, per poi farlo diventare una 'quarta colonna' del soviettismo -, la categoria di 'duplicità' implica - al contrario - una capacità di persistenza di una 'doppia identità reale'. Essa affonda storicamente le sue radici, insieme, sia nella nella tradizione e filiazione, voluta, ricercata e costruita, con il movimento comunista internazionale e la Repubblica dei Soviet, sia nella 'svolta' di Salerno e nella ricerca, spasmodica, di un equilibrio, sempre flebile e incerto, tra questa 'tradizione', inconturnabile, e la 'via italiana al socialismo', di cui Togliatti, dal suo ritorno in Italia, è campione 'storicamente', a dispetto della storiografia giornalistica.
Alla luce di questa 'lettura' della togliattiana politica della duplicità - di cui mi faccio carico io e solo io - le figure dei dirigenti del PCI impallidiscono: Ingrao ne esce massacrato - a ragione e senza intenzione -, Amendola quasi un 'coerente' nella sua 'ipotetica intuizione' della necessità di liquidare, correttamente, la tradizione 'comunista', Pajetta un umorale, Magri come in un'attesa 'folgorante', Alicata e Sereni 'secerdoti' di un comunismo mentale - maschile, solo maschile - di grande 'rigore autoreferenziale', appunto, mentre cominciano ad emergere altre figure che, almeno in queste pagine, non hanno ancora spazio (Pintor, Natoli, la Castellina).
Ne esce anche profondamente criticata tutta la linea 'comunista-meridionalista' che, secondo Rossanda, ha ostruito, in molti passaggi, il necessario 'aggiornamento' del quadro analitico proprio del PCI. E di questo, francamente, non ne capisco davvero il peso sostanziale (ma ci ragionerò).
Ma, certo, il libro si deve leggere interamente. A partire proprio dall'angolo di lettura che Rossanda sceglie: Milano e il 'comunismo' post-resistenziale, che si traduce in una battaglia d'egemonia culturale e operaia che, certo, solo a Milano e Torino poteva funzionare. Rossanda parla poco o niente del sud o della Sicilia: come se le fossero estranee regioni dove il suo 'savoir faire' non potesse, in nessun modo, aver presa. Come è giusto e comprensibile.
Ma la storia del 'comunismo italiano' passa anche dalle miserie di quelle case dove, invece dell'operaio che ha costruito negli anni sessanta l'autogestione della catena di montaggio a Milano e Torino, non c'era, a volte, nemmeno l'emigrante da rivendicare.
In questo senso, almeno nelle pagine scritte da Rossanda, la sua sconfitta, che è la sconfitta di un certo 'comunismo operaista e intellettuale', che incontrava i 'terroni' solo nelle fabbriche, passa, anche e precisamente, nell'aver lasciato ad Amendola e Alicata, per non dire poi ai vari Li Causi e Macaluso - cioè, diciamolo: Amendola e i suoi 'segretari' napoletani - l'irruzione delle masse contadine meridionali nel panorama nazionale, democratico e repubblicano aperto dalla svolta di Salerno.
Una 'banale dimenticanza gramsciana'.
Un banale 'limone spremuto'.

Ma, certo, diciamolo, sono pensieri 'antichi'. Servono? Non so. Quello che è venuto dopo, certo, non aiuta.

Non ho, nello stesso tempo, la forza nè il 'luogo' - ma certo ne ho la 'necessità' - di dire dell'esperienza di 'femminista' di Rossanda. Ci sono pagine, in questo libro, emozionanti - alcuni righi mi sono permesso di postare qualche giorno fa. E non si fermano lì. Come per l' "avere figli". O amare.
E certo, ancora, non posso non chiedermi come anche queste parole possano, e come, ridivenire o diventare importanti. Per me lo sono.

Che la ricchezza di una vita non possa rinchiudersi in nessun rigo, o in tanti, lo sappiamo. Che questo libro ci provi è, come sempre, Rossana Rossanda.


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