Alla mia povera nonna
La vigilia di Natale sono andato a trovare mia nonna in ospedale: "area di ortopedia e traumatol" a capo: "ogia". Così, almeno, qualcuno del reparto aveva scritto a caratteri cubitali con il computer in un foglio appeso accanto all'ingresso del reparto.
All'angolo, una targa informava sugli orari di visita per i parenti: "12:30-15, 19-20:00". Essendo in anticipo di un'ora, ho passeggiato lungo la traslucida vetrata dell'ingresso del reparto, nonostante una diecina di persone già si muovessero tra corridoi o sostassero sulla soglia delle camere di degenza.
Al centro della grande vetrata, campeggiava un avviso per i degenti, dove, senza alcun riferimento a altre disposizioni, gli orari di visita erano "13-15, 19-20". L'anonimo estensore di questo avviso, senza timbro e neanche scarabocchio a fingere una firma, ammoniva i parenti a rispettare l'orario, "altrimenti il personale si vedeva costretto a farlo rispettare dalle guardie di servizio del presidio", con ciò intendendo che avrebbero chiamato la polizia di stanza al pianterreno.
L'incongruenza tra i due orari non mi ha infastidito: era ancora poco. Tanta gente, fuori dall'orario di visita, bivaccava nel reparto, quando all'improvviso la caposala, ad alta voce in mezzo al corridoio affollato, si è rivolta a un infermiere, così tramutato evidentemente in usciere, dicendogli di far accomodare tutti fuori.
Il potere si manifesta come possesso di un sottoposto. Rivolgersi direttamente alle persone destinatarie ultime del proprio ordine smentirebbe quelle infime gerarchie, senza rendere visibili le quali riuscirebbe impossibile a chiunque distinguere subordinato e superiore.
Venti minuti dopo, cioè attorno alle dodici e venti, un altro infermiere, o forse lo stesso, ma non importa, passando con il carrello del pranzo, diceva a voce flebile: "quelli della camera 4 e 5 possono già entrare".
I parenti interessati sono entrati.
Mia nonna era alla due, ho aspettato l'una: considerando i due orari di entrata che avevo visto appesi, ho pensato di stare sicuro, entrando all'una. Mi turbava molto l'idea di essere investito, per una infrazione di cui ero consapevole, da gente che riconosce il proprio ruolo non quando fa il proprio dovere, ma quando può richiamare altri a ordini propri o presunti.
Accanto all'avviso della vetrata, un manifesto color sabbia, che pareva di carta di riso, annunciava il programma di una giornata di studi su nuove tecniche.
Ho scorso scioccamente l'elenco dei partecipanti e i titoli delle loro relazioni, finché in fondo al programma venivano menzionate le istituzioni coinvolte nell'iniziativa.
L'ultima era "Istituto ortopedico Rizzoli", trattino: "Milano". Forse, "la" Rizzoli, quella del Corriere della sera, quella che gghié piaceva a Ricucci, l'odontotecnico con il bernoccolo dell'immobiliarismo, quella forse ha la sua sede a Milano, non so, quantomeno ha un pezzo di storia a Milano.
La "il" Rizzoli, quello delle ossa e dei gessi, quello sta a Bologna: è cultura generale. Come sapere che il San Raffaele sta a Milano, e non a Malta, il Gaslini a Genova, e non a Bari, mentre il Gemelli sta a Roma, e non a Gerusalemme.
Evidentemente, però, chi organizzava il convegno o chi per lui, il quale chissà ha passato il compito al chi per lui del chi per lui, non si spreca a scrivere il programma per la tipografia, né a farlo correggere prima di farlo stampare. La funzione "anteprima di stampa" gli fa pensare forse a qualche scoop giornalistico, e la stampa, oddio la stampa, meglio chiamarla a cose fatte.
Quello che organizza il convegno lo visiona una volta stampato: esercita il colpo d'occhio finale. E fa correggere a penna, a stampatello, a caratteri grandi e tremebondi, scivolanti verso il basso: "Bologna".
Chissà quante risate dei ricercatori e organizzatori, il giorno del gran convegno, alla vista del manifesto, alle spalle dei sottoposti ignoranti, cui i luminari superiori non possono dare neanche le più semplici incombenze. O, magari, chissà quali piagnistei, per non potersi dedicare anima e corpo al proprio lavoro, ma doversi sobbarcare tutto proprio tutto, perché non ci si può fidare...
All'una, entro nella camera di degenza di mia nonna. Appiccicato alla porta di ogni camera, un altro avviso, un foglio scritto a macchina, corretto qui e là con il bianchetto, e ingrandito almeno una diecina di volte, sin quasi ad apparire enorme.
Sì, enorme: "alfine di garantire un miglmiore servizio", si invitava alla massima collabborazione". Qualcuno aveva ritenuto eccessiva la collaborazione doppia, e con il bianchetto, aveva fatto sparire la prima "b", non però la "m" scappata alla battitura proprio sulla parola evocatrice di correzioni e perfezionamenti. Alla fine dell'avviso - o forse dovrei "collabborare" anche io, scrivendo magari adesso "alfine dell'avviso"? - si esprimeva un "grazie per la collabborazione", senza timbro né scarabocchio.
Ci vuole modestia. Un'enorme modestia. Anche stavolta, interveniva una riga di bianchetto.
L'avviso scritto a macchina non era, comunque, più vecchio di una diecina d'anni. Esistevano infatti già i cellulari: in mezzo all'avviso, si
specificava che questi ultimi andavano tenuti spenti durante le ore di visita dei medici: "dalle 9 alle 11".
Queste e altre disposizioni erano tuttavia ripetute più scarnamente in un foglio redatto con il computer, e appeso di fronte al letto di mia nonna. Anche stavolta, naturalmente, nessun rimando a precedenti disposizioni.
Oltre alla svista - si dice così, no? "nelle degenza", ci si poteva ragguagliare sul fatto che era vietato tenere accesi i cellulari durante le ore di visita dei medici: dalle "9 alle 12".
Naturalmente, nessuno degli avvisi di regolamento da me letti l'altro giorno era datato.
Dimenticavo: il foglio scritto a macchina esprimeva la propria personale opinione anche sugli orari di entrata e di uscita, concordante solo in parte con gli altri due. Ma non ricordo adesso se si guadagnava o si perdeva mezz'ora la sera o al pomeriggio, non vorrei dare informazioni sbagliate.
Mi sono chiesto se mi trovavo in un museo dell'amministrazione sanitaria, sezione regolamenti, oppure in un reparto ancora in funzione. I pazienti erano forse figuranti, ma mia nonna si era fatta male davvero, e pure noi eravamo lì in qualità di veri parenti.
Ho salutato la mia povera nonna, che mi ha stretto la mano in una morsa da cui pareva non volermi lasciare. Non l'ho lasciata per minuti e minuti.
Le tenevo la mano mentre mangiava, le tenevo la mano mentre mi raccontava qualcosa con voce fioca. Ma non riuscivo a capire sempre quello che mi voleva dire, povera nonna: delle volte, parlava tra sé e sé. Ma 'è stato pure un quarto d'ora in cui non mi è stato possibile perché la sua voce era coperta dallo sbraitare in corridoio di un medico in un alterco con un parente di un paziente. La notte prima, alla camera di degenza n. 3, una donna anziana era caduta dal letto. Aveva i piedi tutti anneriti da un ematoma. Ma questo, il parente, non lo aveva potuto desumere da un resoconto dell'ospedale: non gli era stato riferito. Forse, se lo era fatto riferire il poliziotto che il parente aveva chiamato quella mattina, una volta scoperto gli ematomi.
Ho guardato la mia povera nonna, con tanto amore e pena.

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