di Mario V. 'u palemmetanu'
Il crontopo.
Particolare uso dell'unità temporale in questi due libri.
Nel primo (una raccolta di racconti), quasi tutti i racconti narrano di avvenimenti che si svolgono in una sola giornata. Nel secondo (un romanzo breve) l'intero arco della durata degli avvenimenti è di circa tre giorni.
In Una questione privata, per introdurre e contestualizzare gli avvenimenti che si sviluppano in questa unità temporale di tre giorni (il pellegrinaggio del protagonista alla ricerca dell'amico partigiano che possa svelargli la verità su un suo amore passato) viene introdotto un altrove lontano. Un altrove temporale piuttosto che spaziale. Questo altrove temporale, che è un luogo della memoria, si concretizza in un punto (la donna amata ha avuto una storia d'amore con l'amico partigiano?), punto da cui germina il racconto.
Il racconto di Una questione privata è una sorta di deflagrazione che scaturisce direttamente da questa domanda la cui risposta diventa impellente (la donna amata ha avuto una storia d'amore con l'amico partigiano che milita in un'altra brigata rispetto a quella del protagonista?), una deflagrazione avviata dalla quale non si torna più indietro. Si va avanti fino alla fine del racconto, fino a farsi del male, fino al rischio della morte e dell'autodistruzione.
Ecco: l'unità di tempo (quasi aristotelica) della narrazione è l'esito di una deflagrazione (centralità dell'elemento bellico-agonistico tanto in Una questione privata quanto in Un giorno di fuoco, e dunque: tanto nel racconto della Resistenza quanto nei racconti di tradizione locale).
La questione privata in Un giorno di fuoco.
Se in Una questione privata la deflagrazione è simbolica, nella maggior parte dei racconti di Un giorno di fuoco assistiamo a delle deflagrazioni reali. La materia del racconto viene fuori quasi sempre da uno sparo o da una serie di spari. Qui la deflagrazione è l'emersione di un elemento caratteriale, di un sostrato psichico che si fa avanti e prende il largo facendo deragliare la normalità degli eventi, e così (ancora una volta) generando il racconto. Se ci si fa caso: è lo stesso principio compositivo diUna questione privata, ma divenuto letterale piuttosto che simbolico. Anche qui: quando il racconto germina diventa esso stesso un evento dal quale non c'è più scampo (per lo più si va verso la distruzione o la rovina).
Ma è una rovina non del tutto drammatica. La rovina sembra piuttosto l'onorevole compimento di un destino individuale che finalmente prende piede ed esce alla larga in modo definitivo. Si potrebbe dire che tracima, e grazie a questo tracimare diventa glorioso. Da qui la costante sensazione di racconto epico che è stata rintracciata nella narrativa di Fenoglio.
L'uso delle armi.
L'uso delle armi non è evento eccezionale in questi racconti (se così fosse lo avremmo solo nei racconti resistenziali). Le armi sono certamente uno strumento espressivo. Sono come la penna dell'illetterato per scrivere la storia (personale o collettiva che sia). L'uso delle armi è insomma 'lunico modo che conosce la gente delle Langhe (secondo Fenoglio) per dire la propria una volta per tutte, decidendo di rompere definitivamente l'ordinata sequenza di come va il mondo. Dopo le armi, non rimane che la memoria e la penna vera e propria per ordinarne il flusso.
Le armi sono l'equivalente delle parole, parole definitive. Sono appunto: quando uno decide di parlare una volta per tutte. Da qui, dunque, l'insistito rapporto, in Fenoglio, tra deflagrazione e racconto (che è anche il rapporto più nascosto e sottile tra rivolta individuale, che è quasi sempre un gesto autodistruttivo, e Resistenza).

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