Novembre 2005 Archives

Sistema decimale

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Tutti noi, in fondo, abbiamo sempre immaginato di entrare in un centro commerciale e di sentire una musichetta mentre affascinanti ragazze discinte ci circondano e di sentire l'altoparlante annunciare che siamo il milionesimo cliente e quindi vinciamo questo e quello.
Invece, tante altre volte, abbiamo pateticamente sperato che negli USA, qualcuno convertisse nel carcere a vita la pena di morte per qualche assassino. Invano.
Siamo stati accontentati, gli uni e gli altri: il millesimo condannato a morte è stato graziato. Potenza del sistema decimale, della perfezione convenzionale dei numeri.
Adesso, come per i televisori LCD in offerta, siamo fermi a 999.

Prevenzione

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Condoleeza Rice a USA Today: "non si può permettere che qualcuno commetta il reato prima di detenerlo".
Spero che la traduzione sia fedele. Osservo che la detenzione prima del reato rappresenta una importante novità nel diritto penale, foriera di mirabolanti soluzioni: se deteniamo tutti, non ci sarà più nemmeno un reato.

San Paolo il caldo

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In questa nuova categoria entreranno sporadicamente affermazioni il cui fascino risiede nel fatto che non riesco a commentarle in nessun modo: fanno da diga, qualcosa spinge, spinge. E forse un giorno tracimerà.

Secondo Tony Anatrella, psichiatra e gesuita, i preti devono essere "uomini ben fondati nella maturità della loro mascolinità".

Da comportamenti analoghi in contesti del tutto diversi possiamo trarre una sorta di indicazione sulla 'forma mentis' del nostro tempo. Intervistato alla Domenica Sportiva sugli insulti razzisti da parte di alcuni sostenitori interisti al giocatore del Messina Zoro, l'allenatore del Lecce, tale signor Baldini ha affermato che in Africa, tutti gli africani sono razzisti nei confronti dei bianchi.
Ad un convegno a Palermo, il nuovo leader dell'UDC, Cesa, equanime, ha detto che la mafia gli fa schifo, ma che anche Santoro gli fa schifo.
Che poi il colonialismo o la mafia siano entità di spessore lievemente diverso rispetto al per molti versi comprensibile risentimento di molti africani nei confronti dell'occidente o di talune cadute di stile del giornalista ostracizzato, questo, ai nostri intemerati polemisti non interessa. L'importante è rispondere con una reazione eguale e contraria, come novelli Newton. Sfidando il ridicolo, il quale, ormai, credo non ce la faccia più a sostenere la situazione.

Silja, grazie.

1 dicembre 1989.

La 'povertà' degli anni novanta

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"Accennare agli anni Novanta - un decennio che non esito a fare precipitare ilpiù velocemente possibile nelle brume dell'oblio - mi fa lo strano effetto dirivolgermi a un passato più remoto di quando, bambino, sgambettavo neiSettanta."Scrivono così. E, per una volta, non cito la fonte. Sarebbe troppa grazia.

Mi si dice che esistono due partiti 'comunisti' in Italia. E che il secondo sia nato dal primo come il primo sia nato dal partito comunista italiano, dal PCI, dalla sua 'morte'.
Entrambi non sanno come cambiare nome e simbolo. Sempre rimanendo 'comunisti'.
Così mi si dice.

Mi si dice...: schede elettorali

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Mi si dice che a Messina, già nel primo giorno di votazioni per l'elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale, in un seggio siano state trovate schede elettorali autovotanti Alleanza nazionale. Così mi si dice.

da 'Liberation', via georgiamada e Znet.it.

Occorreva che bruciassero, in una sola notte, 1500 vetture, poi, in ordine decrescente, 900, 500, 200, fino ad avvicinarsi alla "normalità" quotidiana, affinché ci si rendesse conto del fatto che ogni notte in media novanta vetture vengono bruciate nella nostra dolce Francia. Una sorta di fiamma perpetua, come quella dell'Arco di Trionfo, che brucia in omaggio al Migrante Ignoto. Oggigiorno finalmente riconosciuto, al tempo di una revisione lacerante, ma in trompe-l'oeil.

Una cosa è sicura, che l'eccezione francese, che era cominciata con Chernobyl, è finita. La nostra frontiera è stata violata dalla nuvola radioattiva ed il "modello francese" affonda sotto i nostri occhi. Ma, rassicuriamoci, non è il solo modello francese ad affondare, è il modello occidentale tutto intero che si disintegra, non solo sotto i colpi di una violenza esterna (quella del terrorismo o degli Africani che prendono d'assalto i reticolati di Melilla), ma pure di una interna.

Da Il manifesto di ieri.

di Roberto Ciccarelli
A tre settimane dall’inizio delle rivolte nelle banlieue Etienne Balibar è indignato, ma anche inquieto. Con la psicoanalista Fethi Benslama, la giurista Monique Chemillier-Gendreau, il filosofo Bertrand Ogilvie e l’antropologo Emmanuel Terray, ha sottoscritto un appello che ha individuato «nella disoccupazione di massa, nello smantellamento dei servizi pubblici, nella segregazione urbana e nella discriminazione professionale, nella stigmatizzazione religiosa e culturale oltre che nel razzismo e nella brutalità poliziesca quotidiana» le principali cause delle rivolte. «L’appello è intitolato Casse-cou, la Republique! - ha spiegato Balibar in una pausa del convegno Spinoza: Individuo e moltitudine tenutosi a Bologna lo scorso fine settimana - lo abbiamo scritto il giorno dopo l’approvazione dello stato d’emergenza ed è stato diffuso nell’ultima settimana su Internet e pubblicato il 16 novembre su L’Humanité». Oggi Balibar rilancia la sua analisi sul regime di apartheid che dalle frontiere esterne alla Ue si è installato nel cuore delle metropoli e denuncia il razzismo istituzionale che ha provocato le rivolte. Durante l’intervista esprime la sua perplessità sul tentativo compiuto da alcuni esponenti del partito comunista francese e della sinistra anti-globalizzazione che hanno cercato «nei primi giorni di strumentalizzare le rivolte presentandole come la dimostrazione delle loro posizioni contro la costituzione europea e per il no al referendum del 29 maggio scorso.

Un uomo d'onore, sapendomi dottore in politica, mi disse questo:
- Lei vede che adesso tutti ci sputano addosso. Schifo, hanno detto. -
Mi attenevo alla regola di non parlare troppo, soprattutto in sua presenza.
- Eh, sì, pare che sia come dice vossia. -
- Ah, ma io penso che dobbiamo fare qualcosa. Per difendere il nostro onore.-
- Ancora con sta cosa, - (Ma questo lo pensai soltanto).
- Ho deciso che fonderò anche io un partito: 'Unione Delle Cosche'! -
Vedeva che io esitavo, e forse sopravvalutava il mio essere scienziato politico, dunque cogitava indeciso.
- No, allora, ... 'Unione Dei Capobastone!'... -
Io tergiversavo sempre più in imbarazzo.
- ... 'Dei Cuffari!'...!!! -
Feci segno come di fuocherello.
- 'Unione Di Centro!', strepitò raggiante.
- Lasci perdere, vossia, arriva tardi, - gli risposi sconsolato io. E baciategli le mani, me ne andai.

Il pensiero e l'evento

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" [...] La pensée n'a rien à faire avec une mise en scène due à un événement, elle ne doit pas être le prétexte d'un événement. La pensée, celle du moins que j'entends mais qu'il ne saurait question de définir, n'est pas celle qui se jette sur le premier événement venu pour s'en nourrir, pour chercher à rassasier le manque. Cela est le trait d'une pensée qui tourne à vide. [...]"

Julien

Il pensiero non condivide nulla della 'messa in scena' figlia di un 'evento', non dovrebbe essere il pretesto di un 'evento'.
Il pensiero, quello che conosco e che non mi interessa ora 'dire' cosa sia, non si getta sul primo 'evento' che abbiamo sotto gli occhi per 'farsi forza', per 'dirsi finalmente pieno'.
Questo 'gesto' non è nient'altro che il suo farsi forza da sè, senza dire nient'altro.

[una traduzione davvero libera del testo di Julien, una traduzione come un 'pensare']

[segue e tradisce]

Eros

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"Poiché dunque Eros è figlio di Penia e Poros, gli è toccato un destino di questo tipo.
Prima di tutto è povero sempre, ed è tutt'altro che bello e delicato, come ritengono i più.
E' duro, invece, e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza
coperture e dorme all'aperto davanti alle porte o in mezzo alle strade, e, poiché ha la
natura della madre, coabita sempre con la madre.
Per ciò che riceve dal padre, invece, egli è [...] appassionato di saggezza, pieno di risorse, filosofo per tutta la vita, straordinario incantatore, mago, sofista. E per sua natura non è né mortale né immortale [...]"

Symp, 203 ess.

ps: grazie 'fratello mio'

I tempi che non so dosare e il tempo che non ho.
Mi obbligano - insieme ad una 'flebile presenza o ricordi' - a forsennate rincorse e raccolte. Di scritture o appunti. E 'voci'.
Anche mi angosciano, come mai, tutte le questioni 'burocratiche' per cui soffoco.E cerco il mio 'certificato di esistenza in vita'.
Domani 'controllo svizzero dell'impianto luce'.
Non ho il mio Odifreddi.
E tra le 'cose prime' e le 'cose ultime', ho sempre pensato che la filosofia, avendo più che due teste, non solo le sa pensare insieme, ma le pensa esattamente dal luogo delle 'cose intermedie'. Come Socrate insegna.
Senza mai aver avuto un 'cabinet' di consulenza filosofica.

p.s... ernaccio, grazie.

Il mostro nella tomba

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Così Edgar Allan Poe nell'ultima riga de "Il gatto nero", definisce il felino.
Ci sono tanti mostri in altrettante tombe che anche io, come forse altri, ho murato. Credendo che nulla possa aprirle.
L'esistenza stessa di questa "categoria", in fondo, dimostra da sola che ogni tentativo in questo senso è del tutto vano.
Il primo gatto che ho conosciuto era un normalissimo tigrato randagio. Poco più che cucciolo, ci veniva incontro dall'inferriata laterale della casa in Via Chiesa dei Marinai dove ho abitato dai sei ai nove anni circa. Ci miagolava tra le gambe. Io ed i miei fratelli lo accarezzavamo. Non so se per un segno di ciò che sarebbe seguito o se per semplice mancanza di fiducia, ci seguiva fino al pianerottolo di casa, senza varcare mai la porta.
Gli davamo una scodella di latte e non so cos'altro.
Un giorno è scomparso e non se ne è saputo nulla. Me ne dispiacqui molto, ovviamente. Per molti anni ho avuto una sorta di antipatia per i gatti. Mi dicevano troppo e non mi spiegavano nulla. Non era soltanto risentimento per un presunto tradimento o il ricordo di "Zip" (questo il suo nome). Il fatto è che la sovrana saggezza felina mi aveva in un momento svelato l'essenza del dolore che non avevo mai conosciuta e che, ora lo sappiamo tutti e so di ripetere una banalità, è l'abbandono.
Certo, forse la povera bestiola sarà invece morta sotto una macchina. Ma non so perchè, ho sempre escluso questa possibilità, preferendo credere, più che a saperlo salvo, ad una sorta di male e di dolore preordinato, che ha preso quella forma, ma che avrebbe potuto averne altre. Povera bestiola innocente, incappata nei dubbi e nel risentimento di chi non accettava di pensarla morta e non ne ha mai accettata la libertà.

Delirium tremens

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Aiuto, amici, dovunque mi giri, vedo un Ragno che mi segue.

Amendoli

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Vedere il rifondarolo Amendola che omaggia untuosamente, e devo supporre ipocritamente, l'onorevole (?) Andreotti nella pubblicità di 3 con gli annessi squittii iniettati di H5N1 della Marini, è cosa che di per sè induce nauseata tristezza. Forse a causa di una mia allucinazione auditiva, ma la cui verosimiglianza è in ogni modo inquietante, mi è parso di sentire che la inutilmente bionda vamp chiuda uno degli spot dicendo al senatore a vita (speriamo eterna), naturalmente senza avere idea alcuna di ciò che sta affermando: "lei è meglio di Amendola!".
Ora, se così davvero fosse, bisognerebbe istituire un giurì d'onore, al fine di tutelare la memoria di un dirigente del PCI che, impropriamente o forse anche maliziosamente menzionato, di sicuro risalta (pur considerandolo personalmente un "destro", quasi un "liberale" dentro il PCI) come un gigante di moralità e di integrità al cospetto dello spiritoso prescritto.

Jacques Derrida

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Io mi domando, come mi ha detto Silja, cosa avrebbe scritto Derrida di quello che accade in Francia.
E mi manca.

Upload: trovate qui gli articoli dello speciale dedicato da Le Monde a Derrida appena dopo la sua morte.

Un ballo

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In uno dei tanti 'parchi' moscoviti, una mattina, io e la persona che amo abbiamo scelto di 'essere come i moscoviti' e le loro donne. Le 'forti' donne russe...
Abbiamo scelto.
Come sempre facciamo.

D'improvviso, dove credevo ci fosse il 'nulla', la festa era lì.
E la danza, e gli sguardi, il desiderio, la forza, si faceva 'carne e vita' come non avrei creduto.
E la forza e l'amore dei russi per la 'musica' era lì.
E la forza e la vita della Russia erano lì.

Non c'era 'nulla'. Se non la musica e la loro danza.
Prima della neve.
Decine di 'coppie' danzavano, con gli 'infanti' a lato a guardare. Decine di coppie danzavano come accade nelle nostre 'feste'. Senza che, però, ci fosse alcuna festa.
La festa erano loro.

E non smetteva, non smetteva....non finiva, no, non finiva.......
Decine di 'coppie', vecchi, vecchissimi, e donne, e forti, 'decidevano' che quella era la loro festa.

Non ho ballato: il loro 'ballo', la loro 'felicità', la loro forza è la mia, la mia, la mia.
Il 'loro' amore è il mio.
Il loro amore per quello che 'abbiamo accanto', e che in occidente si chiama 'vita', è il mio.

I russi non parlano della 'vita'. Lo sono.

......la "rivolta": pensa che l'ho "scoperto" leggendo il Manifesto su internet!!! e mi sono stupita che nessuno dei miei "amici" francesi avesse detto niente (ma conta anche che non ho la tv)...
poi ne ho parlato un po' con delle amiche un sera a casa loro, per quanto riguarda l'integrazione ecc, e Marie mi ha anche fatto notare che effettivamente lei non ha amiche di colore e che "c'est deguelasse" perché pur non essendo né razzista né di "destra" vede che anche al livello più "semplice" questa integrazione non c'è...
ma in generale qui gli studenti non sono molto "politicizzati", nel senso che io, pur non appartenendo a nessun 'partito' e non avendo mai 'fatto politica' in senso stretto all'università, ho sempre sentito comunque che la "politica" nel senso LARGO emerge a tutti i livelli, soprattutto nei discorsi, nelle serate tra amici, tutto ha un sottofondo di 'politico'. qui invece no. ma forse perché non sono ancora abbastanza in confidenza (anche se io in realtà mi 'lancio'in commenti di 'parte'...), o forse è la provincia...

La Francia, brucia?

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Sono stupito che emilio/millepiani abbia lasciato questi due commenti
senza repliche: davvero me ne dispiaccio. E più ancora mi dispiaccio di non
aver ancora detto la mia su questa vicenda, ma continuo a lavorarci. Il post
non l'ho scritto io, e non spetta a me difenderlo o rigettarlo, in tutto o
in parte.

Sillogismo

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Il governatore Cuffaro ha l'ardire di spendere centomila euro per una campagna contro la mafia imperniata sullo slogan "la mafia fa schifo".
Ora, dato che il governatore suscita in me analogo sentimento, se ne può dedurre che è un mafioso?

Salut, di nuovo

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Come prima e di nuovo.

a Gianfranco, che è nella città dove sono nato, e a Julien, perchè 'sans lui' la mia parola non riesce ad avere quella lucidità necessaria che lui riesce a far diventare 'interrogazione'. In francese.

j. e p.

salut Gianfranco! «Salut! Comment ne pas te dire "salut!" au moment où tu t'en vas ? Comment ne pas répondre à ce "salut !" que tu nous adressais, un "salut sans salvation, un imprésentable salut" comme tu disais ? Comment ne pas le faire, et que ferions-nous d'autre ?" " Come possiamo fare, tra noi, diversamente? Come non farlo? Come potremmo far altro?" In tutta la mia vita, questa scrittura che tu conosci si è sempre 'rivolta'. Nel momento della tua massima mancanza [questo stare dove sei], vorrei 'addressarti' questo saluto. Inviarti, finalmente, questo saluto. 'Salut!', amico mio. Come non dirti 'Salut!'? Come poterti dire 'Salut!'? Innanzitutto dicendoti questo: 'Salut!' con le parole che il mio maestro rivolge al suo amico. Poi, con le parole che noi ci diciamo sempre. E cioè: 'Salut!'. Senza salvezza.

Se c'è un punto dove questo 'Salut!' è debole è nel luogo dell'amicizia. Quando esso si sottrae a qualsiasi 'salute con-divisa'. Alla politica. Molto, negli ultimi anni, Derrida ha lavorato per rendere questo 'Salut!' il nostro. Comune.

Salut, Gianfranco! Adesso è tempo. Forse anche il momento di pensarlo insieme, di pensarla insieme questa 'salut' senza salvezza. Dice, ancora, il mio maestro: "un imprésentable salut". Diceva Derrida. Io credo che, Gianfranco, il luogo oggi si presenti senza scena, il luogo du 'salut', oggi, finalmente, si presenti libero, senza altra presentazione. C'est le salut. Enfin...le reste... ti abbraccio, Salut! Gianfranco, [...], salut! Come mi ha detto Philippe....:"Salut, Emiliò..." ...e rideva...

da "La Stampa" - senza commento.

”Ma quali bande! L'esplosione delle banlieues non è una jacquerie estemporanea. E anche se lo fosse, lo sarebbe in un contesto sociale radicalmente mutato, i cui tratti di fondo sono la crisi del fordismo, e l'assenza di risposta politica - non solo in Francia - a questa crisi. Per questo per me resta una rivolta; ma potrei anche dire insurrezione, se intendiamo il termine in un'accezione tenue”. E’ ovvio cosa manca per parlare di insurrezione autentica, “manca una coscienza politica degli obiettivi, quello che Marx chiamava il “per sé”. Questo movimento vuole qualcosa, ma non sa ancora cosa vuole”. Toni Negri, il cattivo maestro dell'Autonomia, l'uomo che nel '79 fu arrestato per “insurrezione armata contro lo stato italiano” (condannato a trent'anni, la pena fu ridotta a tredici), è tornato. Di nuovo al centro del dibattito, dopo che il New York Times ha dedicato un paginone al suo Impero, scritto con Michael Hardt, e dopo che le Nouvel Observateur l'ha inserito tra i venti grandi filosofi del secolo, Negri è reduce da Mar del Plata, Argentina, dove ha seguito la protesta anti-Bush. Ora è seduto nel salone della sua nuova casa veneziana, libri alle pareti, moltissime riviste anglosassoni, le ultime copie di Le Monde appoggiate su un tavolino.

ICI

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Il Papa: "la chiesa non chiede privilegi". Si accontenta di ottenerli.

Concorrenza sleale

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La Guzzanti, beccata per caso in televisione, mi è parsa moscia. E come rivaleggiare con il vademecum dei forzisti in vista delle elezioni politiche? Ecco alcuni esempi tratti da "Repubblica" di oggi: - il responsabile dei 'legionari azzurri' dovrà ad esempio darsi da fare per "organizzare tornei di calcio a cinque", oppure "organizzare la manifestazione di Miss Libertà". Il volontario azzurro inoltre dovrà "diffondere il messaggio di Silvio Berlusconi (porta a porta)" e predisporre "le rappresentazioni del Libro Nero del Comunismo" ... La rappresentanza femminile dovrà "curare l'iniziativa '10,100,1000: alle cinque un the' con Silvio" ... Infine sarà compito della perfetta donna azzurra "curare la distribuzione del CD: parole d'amore del Presidente". -
Sabina, ormai sei una povera dilettante.

a proposito della 'rivolta' francese

Non c'è, certo, nè progetto nè parola, ma 'grido'. Un 'grido' senza 'visione'. Dove il 'progetto' - la politica - manca, di più chi 'vede' la politica è chiamato ad articolare, a descrivere, a raccontare il 'grido'.
Dove c'è un 'grido' c'è una rivolta. Un rifiuto. Uno scandalo.
La 'nostra' sovranità è dire questo 'grido'.
Farlo diventare 'parola'.

PPP

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«E' dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell'ambito appunto di una "Semiologia generale"). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci»

PierPaoloPasolini, "Empirismo eretico"

[dove ci sarebbe bisogno di un'intera vita per commentare questa frase, e dove alla parola morte/morire si può leggere scrittura/scrivere - Carmelo, grazie...]

La Francia vista dal suo 'cuore repubblicano'

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Ho vissuto a Strasbourg per nove mesi. Ho vissuto in una di quelle 'eguali opportunità' che la 'Repubblica francese' dà ai suoi figli e a chi la riconosce, come me. Ho vissuto per nove mesi in una stanza di undici metri quadri. Il mio loculo 'repubblicano' sporgeva su un corridoio dove si affacciavano altri 45 loculi di eguale dimensione.

La Francia brucia

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La "Loi n°55-385 du 3 avril 1955", quella dell'applicazione in Algeria dell' ètat d'urgence', dello 'stato d'eccezione', è la legge che il governo della 'Repubblica francese' ha scelto per affrontare la sua crisi 'mortale'. I nomi che hanno richiamato, ripreso e riapplicato questa legge sono noti. Non li ripeto. Essi saranno ricordati dopo. Oggi, questo oggi è più importante.

'Sportyak'

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La nostra barca di plastica, lo 'Sportyak' di un intenso arancione, stava per tutto l'anno a raccogliere polvere in garage. D'estate veniva issata sul portabagagli e portata di spiaggia in spiaggia, a seconda della voglia e della possibilità.
Mio padre la sollevava da solo e se la portava, un pò come si porta una lastra di vetro. Con mia sconfinata ammirazione. Una volta l'ha portata anche fino all'Isola Bella, a Taormina, dopo una non breve rampa di scale. Noi lo seguivamo con i remi, altra attrezzatura varia e, soprattutto, con l'ingegnoso parabordo in plastica che aveva costruito per non fare entrare troppa acqua da una prua troppo bassa.
A bordo di questo portento di meno di due metri e di forse nemmeno trenta chili di plastica, ho doppiato Capo Peloro, alias Cariddi, innumerevoli volte.
Ammiravo la forza di mio padre, le braccia muscolose, la capacità di trarre il massimo diletto da cose in fondo puerili, ma in lui sempre vive, forse già allora più che in me.
In quel tratto di mare pescavamo a traino, con un semplice pezzo di cotone attaccato ad un amo, a far finta di essere un pesciolino sul filo dell'acqua.
Era bello e spaventoso, tentare di avanzare nel pieno della forza della corrente dello Stretto ed essere invece ricacciati indietro fino a quando qualcosa non girava più grazie ad un capriccio delle acque che alla forza delle sue braccia e si varcava finalmente l'invisibile confine tra i due mari. Nulla ci diceva chiaramente che dipendesse dalla forza che mio padre ci metteva, ma, oltre che dubitarne, non si poteva e tuttora non posso.
Di tutti quelli possibili in una vita, mi sono assunto un solo compito, come adesso so: in altri modi e per altre vie, è quello di raccontare quello ed altri transiti, con i dubbi che si portano dietro, con i tanti mutamenti.

Provare, di nuovo

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"Forza sarebbe continuare a provare e sopportare il fallimento. Quella è la vera forza."

(c)

di Mario V. 'u palemmetanu'

Qui la prima parte

Deflagrazione e tracimazione.
La deflagrazione (il rumore lontano degli spari che si può udire da paese a paese, da valle a valle e che in Un giorno di fuoco fa germinare discussioni e racconti) è l’origine del racconto da un punto di vista esterno, sempre sociale e collettivo. È ciò che appare da fuori, dalla parte della collettività di paese che guarda incredula ciò che tal personaggio, asserragliato in una casa, sta combinando, sparando contro l’esattore che viene a riscuotere (per citare il primo racconto che mi viene in mente).

In rivolta

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A proposito della 'firma' finale al 'Manifesto sull'autoriforma dell'Università', dove si scrive 'gli Atenei in rivolta', riposto un testo scritto nel maggio scorso. Come un inizio. Sull'Università, e pensando ad 'altre rivolte'.

***

a Silja

Uno scrittore - non lo sono e di questi tempi in troppi, penso, si autotitillano con la definizione - uno scrittore 'tradisce' il proprio nome. In un senso forse alto, incomprensibile o dimenticato di questi tempi.

Vorrei ricordare qui quello che Maurice Blanchot scriveva sull'anonimato della scrittura e sulla necessità, per chi scrive, della sua/propria cancellazione. Vorrei ricordarmi, più che ricordare, le pagine de La scrittura del disastro, dove, davvero e sino in fondo, non tanto il termine 'scrittore', quanto la 'pratica' della scrittura viene sottoposta, direi 'esposta', ad uno svuotamento radicale di quella 'pienezza', di quella 'autorialità' a tutto tondo che funziona più per la NZZ o 'La Repubblica' che per un testo che si dice di 'letteratura'.

Manifesto per l'autoriforma dell'Università

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Ricevo da Gianfranco e posto, in attesa di commentare, il "Manifesto per l'autoriforma dell'università", approvato ieri a Roma.

***

Dopo le settimane di mobilitazioni, occupazioni, blocchi della didattica, cortei e la grande manifestazione del 25 ottobre che ha assediato il parlamento, noi, studenti e studentesse, precari e precarie dell’università e della conoscenza, ci siamo incontrati per discutere sulle prospettive del movimento.
L’inaccettabile approvazione del Ddl non ha intaccato la nostra determinazione a voler proseguire la mobilitazione. Fin da subito la protesta è esplosa a partire dal nostro disagio, investendo l’assetto complessivo dell’università e della formazione.

Da Repubblica di oggi.

"Più che ai moti studenteschi del Sessantotto, la violenza dei ragazzi di banlieue mi fa pensare alla rivolta dei Ciompi che vide opporsi nella Firenze del Trecento i lavoratori tessili alla borghesia cittadina", dice Jacques Le Goff, grande medievalista, raffinato scrittore ed esperto conoscitore della storia d'Italia. "Mi vengono in mente anche le sommosse dei chartists, durante i primi movimenti operai nell'Inghilterra appena industrializzata". La conversazione di Le Goff spazia da jacqueries a sanguinosissime repressioni, da insurrezioni a teste mozzate. Poi però il celebre studioso comincia a sparare a zero sullo stato francese e sulle colpe del suo massimo rappresentante, il presidente Jacques Chirac, che definisce una "nullità politica". [...]

In attesa degli entusiasmi e delle acrobazie verbali di attempati rivoltosi che immagino intenti a riesumare frettolosamente dal guardaroba passamontagna impolverati e consunti, ci consoliamo con il progetto politico della rivolta francese, lucidamente espresso da un giovane del luogo: "Sognamo di vedere bruciare tutto in tv".
E di bruciare l'elettrodomestico medesimo o, ancora meglio, ripetitori ed emittenti?

Dieci anni senza Deleuze

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Dieci anni fa moriva Gilles Deleuze.
Un pensiero lo si misura per il futuro che porta con sè.
Noi siamo ancora con gli occhi sul nostro presente.

Parigi brucia

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Parigi e le sue 'continentali' periferie si rivoltano. Mentre qui tutto tace.
Sta accadendo un 'evento' più che memorabile: contro lo stato 'nazionale' e contro la sua declinazione 'europeistico-funzionaria', Parigi si ribella e le sue periferie, in notturna, brulicano di quello che Marx avrebbe chiamato il 'proletariato rivoluzionario' e che, oggi, è invece la colonna vertebrale dell'esclusione.
Ecco quello che la 'Repubblica francese' e il suo spirito risponde con le parole del suo ministro: " Le droit représente aussi la protection des plus faibles. Sa négation n'est pas acceptable sur le territoire de la République.".
Quello che sta accadendo nel 'territorio della Repubblica' è, invece, quello che accadrebbe, e accadrà, se solo si pensi che la sovranità, oggi, non ha confini.
Parigi brucia nelle sue periferie, nella rivolta contro la 'polizia' e il controllo del territorio da parte di uno Stato che 'non esiste' nei termini per cui, oggi, lo stato o è uno 'stato di polizia che controlla il suo territorio repubblicano' o non è. Ed infatti non è.
Come hanno scritto: "in cambio del riconoscimento della sovranità dello stato non si possono erogare materialmente diritti di cittadinanza e non resta che la presenza militare della governamentalità".
Esattamente Foucault.

'Casseurs' lo siamo tutti se poniamo mente non solo alla crisi dello 'Stato sociale senza società', ma sopratutto all'idea, falsa, che la società sia riassumibile nella 'società civile' di liberale memoria e vocabolario..
Quello che sta accadendo a Parigi, nelle sue periferie, è, ripeto, più che memorabile, anzi, direi: quello che accade a Parigi, oggi, ora, ogni notte, è l'irruzione prima delle nuove 'lotte' e della nuova 'rivolta', come il XX non le ha viste e non le sa riconoscere, come non sa riconoscerle la 'sua politica'.

Questo è il livello della rivoluzione che verrà. E della 'rivolta' che comincia a dirsi e ad imporsi.
Chi non lo vede o non lo 'sa dire', torni da dove viene, torni nel suo secolo, torni nel XX.

Resurrezione: un ritorno [3]

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Resurrezione: un ritorno [2]

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Resurrezione: un ritorno [1]

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di Mario V. 'u palemmetanu'

Il crontopo.
Particolare uso dell'unità temporale in questi due libri.
Nel primo (una raccolta di racconti), quasi tutti i racconti narrano di avvenimenti che si svolgono in una sola giornata. Nel secondo (un romanzo breve) l'intero arco della durata degli avvenimenti è di circa tre giorni.
In Una questione privata, per introdurre e contestualizzare gli avvenimenti che si sviluppano in questa unità temporale di tre giorni (il pellegrinaggio del protagonista alla ricerca dell'amico partigiano che possa svelargli la verità su un suo amore passato) viene introdotto un altrove lontano. Un altrove temporale piuttosto che spaziale. Questo altrove temporale, che è un luogo della memoria, si concretizza in un punto (la donna amata ha avuto una storia d'amore con l'amico partigiano?), punto da cui germina il racconto.

Repubblica di oggi riferisce che "un'impresa di La Spezia è arrivata a progettare un'urna cineraria in vetro, a forma di clessidra, da tenere in salotto, con le polveri del defunto che scandiscono il tempo che passa."
Talentuosa atrocità: "levatemi tutto, ma non mio nonno".

Resurrezione e politica: una distinzione

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Agnese mi scrive: "ciao emilio,
quando mi sono imbattuta in questa strada non ho potuto fare a meno di pensare a te, guarda la foto (prima di leggere il seguito...) e dimmi: non ti sembra una contraddizione intrinseca quella che una strada senza uscita (l'impasse) si chiami della "resurrection", che è invece una via d'uscita dall'impasse che è la morte!?!?!".

Per essere chiari e duri: non solo non lavoro per una resurrezione qualsiasi, ma combatto tutte le resurrezioni. E, ancor di più, chi confonde la resurrezione con la 'liberazione', deve meglio riflettere.
Non porto bon-bon, Agnese, porto violenza. (per citare l'unico belga che canta in francese e vince).
Ed in più: non mi sembra una contraddizione, ma, anzi, l'evento evidente dell'impossibile 'resurrezione', evento di una strada chiusa che si chiama fede. La sua evidenza.
Quando troverai una strada 'chiusa' che si chiamerà 'liberazione', mandami una foto.

E dunque: qualsiasi 'ostruzione' alla resurrezione non solo mi fa piacere, ma la sostengo.

E però, capisco quello che 'dici' - soprattutto grazie a G. -.

Ecco: io lavoro per la 'politica'. Che è, davvero, il mio più grande amore.
La poliica e la resurrezione non hanno nulla che le mette insieme. O dove qualcuno dice il contrario, lavora per una politica 'della dittura'.

Io lavoro per la 'politica' e per la 'liberazione'.

Solo chi legge nelle mie parole una 'resurrezione', ma, in più, coglie quello che io chiamo il legame 'verticale' tra la politica e la teologia, vede la politica.
Se tu l'hai visto in quello che io scrivo, non ti sei sbagliata.
Se tu l'hai visto in questa foto, non hai ragione.
Ma, sappilo, siamo davveri pochi.
Siamo pochi a vedere, nella resurrezione, l'elemento verticale della 'politica'.
Quello contro cui io combatto.

ps: e cmq è un 'ancienne' ostruzione

Abitare l'estremo, oder: della filosofia

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La filosofia, che molti e bene hanno definito una 'pratica', impone una 'traccia' di lunghissima memoria e di certa persistenza. Impone ed implica un'amicizia, innanzitutto con la verità, che, certo, non è facile 'tenere', 'tenere' sempre. Questa 'pratica', quella dell' 'amicizia con la verità', non ha nessuno dei caratteri dell'amicizia 'tra uomini'. Non sono in condizione di potere 'spiegare' perchè dico questo. E non mi interessa nemmeno, almeno in questo momento.
Semplicemente, direi: l'amicizia con la verità non si 'ferma', non è 'stabile', ma impone, sempre, una pratica sfiancante, quasi sino all'estremo, una 'pratica' non tanto di dimostrazione, ma di continua 'messa in questione del cuore del suo cuore'.
Come fosse un appello alla sistole nell'irruzione della diastole, e viceversa, 'l'amicizia con la verità', cioè: la filosofia, si espone, sempre, all'estremo. Impone una 'pratica' sfinente, una pratica che abita, sistematicamente, tutte le regioni più estreme, dove per 'estremo' bisogna intendere ciò che, di noi, più si espone.
E, abitando l'estremo, cioè: il più esposto, non è un'amicizia tra uomini, ma un amore, un amore per quel 'cuore del proprio cuore' che fa di noi stessi una pratica, la pratica della nostra esistenza.
L'amore per un'altra' da noi, per un 'altro' da noi. Sin dentro il nostro cuore.

In questo estremo, cioè: in questo luogo dove meglio che ovunque noi ci 'mostriamo' faccia-a-faccia con la verità di quello che siamo, in questo lembo, questo margine, in questa provincia della nostra esistenza, in questo luogo dove sorge la rivolta contro noi stessi, dove comincia l'inesorabile e violentissima messa in questione di quello che siamo e irrompe, continuamente, l'appello a quello che vorremmo essere, in questo estremo si mostra, però, quando c'è, la più grande fedeltà ed il più grande amore.

Proprio per quello, per questo 'grande amore', riusciamo a 'tenere'.

Questo estremo, questo lembo d'esistenza senza 'proprietà, ha questa 'forza' e questa 'presenza'.
Se tace, tace. Ma dove 'parla', soffocarlo è un 'delitto senza castigo'.

E' l'unica cosa che non perdono.

La Signora Poli Bortone è il sindaco di Lecce. Invitata a Ballarò, ha perlopiù espresso una pettinatura mosciamente tatcheriana in un contesto di gioiellame vario, l'incarico aggiuntivo di deputata europea e una perla di saggezza che vi vado ad esporre: interrogata sui molti problemi delle famiglie, si è detta molto preoccupata per il fenomeno dei bambini sottratti alle famiglie per intervento dell'Autorità Giudiziaria a causa di maltrattamenti. Ha osservato, con inossidabile sociologismo marxista, come tali tristi fenomeni abbiano luogo nelle famiglie più povere. Poi ha calcolato in circa cento euro al giorno la spesa da parte delle istituzioni per mantenere i bambini in istituto. E poi deve avere avuto una illuminazione: perchè, ha detto, non dare quei soldi direttamente a queste famiglie? In effetti, sembra l'uovo di Colombo. Peccato che la condizione per dare quei soldi è che i bambini siano maltrattati e che, per esempio, a parità di povertà, un buon padre non assicurerebbe alla sua famiglia quella cospicua cifra e così via con i paradossi, tipo fine del contributo in caso di cessati maltrattamenti: in ossequio a tale logica, direi, perchè non pagare le famiglie per tenere i malati a casa, o per tenervi i carcerati, visto quello che ambedue le cose costano all'erario. Pertanto, cari bambini italiani, se vostro padre vi picchia, sappiate che lo fa per il vostro bene e per ottemperare al programma della casa delle libertà (e dei maltrattamenti): PIU' BOTTE PER TUTTI.