Tutti noi, in fondo, abbiamo sempre immaginato di entrare in un centro commerciale e di sentire una musichetta mentre affascinanti ragazze discinte ci circondano e di sentire l'altoparlante annunciare che siamo il milionesimo cliente e quindi vinciamo questo e quello.
Invece, tante altre volte, abbiamo pateticamente sperato che negli USA, qualcuno convertisse nel carcere a vita la pena di morte per qualche assassino. Invano.
Siamo stati accontentati, gli uni e gli altri: il millesimo condannato a morte è stato graziato. Potenza del sistema decimale, della perfezione convenzionale dei numeri.
Adesso, come per i televisori LCD in offerta, siamo fermi a 999.
Condoleeza Rice a USA Today: "non si può permettere che qualcuno commetta il reato prima di detenerlo".
Spero che la traduzione sia fedele. Osservo che la detenzione prima del reato rappresenta una importante novità nel diritto penale, foriera di mirabolanti soluzioni: se deteniamo tutti, non ci sarà più nemmeno un reato.
In questa nuova categoria entreranno sporadicamente affermazioni il cui fascino risiede nel fatto che non riesco a commentarle in nessun modo: fanno da diga, qualcosa spinge, spinge. E forse un giorno tracimerà.
Secondo Tony Anatrella, psichiatra e gesuita, i preti devono essere "uomini ben fondati nella maturità della loro mascolinità".
Da comportamenti analoghi in contesti del tutto diversi possiamo trarre una sorta di indicazione sulla 'forma mentis' del nostro tempo. Intervistato alla Domenica Sportiva sugli insulti razzisti da parte di alcuni sostenitori interisti al giocatore del Messina Zoro, l'allenatore del Lecce, tale signor Baldini ha affermato che in Africa, tutti gli africani sono razzisti nei confronti dei bianchi.
Ad un convegno a Palermo, il nuovo leader dell'UDC, Cesa, equanime, ha detto che la mafia gli fa schifo, ma che anche Santoro gli fa schifo.
Che poi il colonialismo o la mafia siano entità di spessore lievemente diverso rispetto al per molti versi comprensibile risentimento di molti africani nei confronti dell'occidente o di talune cadute di stile del giornalista ostracizzato, questo, ai nostri intemerati polemisti non interessa. L'importante è rispondere con una reazione eguale e contraria, come novelli Newton. Sfidando il ridicolo, il quale, ormai, credo non ce la faccia più a sostenere la situazione.
Silja, grazie.
1 dicembre 1989.

Mi si dice che esistono due partiti 'comunisti' in Italia. E che il secondo sia nato dal primo come il primo sia nato dal partito comunista italiano, dal PCI, dalla sua 'morte'.
Entrambi non sanno come cambiare nome e simbolo. Sempre rimanendo 'comunisti'.
Così mi si dice.
Mi si dice che a Messina, già nel primo giorno di votazioni per l'elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale, in un seggio siano state trovate schede elettorali autovotanti Alleanza nazionale. Così mi si dice.
da 'Liberation', via georgiamada e Znet.it.
Occorreva che bruciassero, in una sola notte, 1500 vetture, poi, in ordine decrescente, 900, 500, 200, fino ad avvicinarsi alla "normalità" quotidiana, affinché ci si rendesse conto del fatto che ogni notte in media novanta vetture vengono bruciate nella nostra dolce Francia. Una sorta di fiamma perpetua, come quella dell'Arco di Trionfo, che brucia in omaggio al Migrante Ignoto. Oggigiorno finalmente riconosciuto, al tempo di una revisione lacerante, ma in trompe-l'oeil.
Una cosa è sicura, che l'eccezione francese, che era cominciata con Chernobyl, è finita. La nostra frontiera è stata violata dalla nuvola radioattiva ed il "modello francese" affonda sotto i nostri occhi. Ma, rassicuriamoci, non è il solo modello francese ad affondare, è il modello occidentale tutto intero che si disintegra, non solo sotto i colpi di una violenza esterna (quella del terrorismo o degli Africani che prendono d'assalto i reticolati di Melilla), ma pure di una interna.
La prima conclusione, che annulla tutte le omelie ed i discorsi attuali, è che una società essa stessa in via di disintegrazione non ha alcuna chance di poter integrare i suoi immigrati, poiché questi sono al tempo stesso il risultato e il rivelatore selvaggio di questa disintegrazione. La realtà crudele è che se gli immigrati sono virtualmente fuori gioco, noi siamo profondamente diseredati e in crisi d'identità. L'immigrazione ed i suoi problemi non sono che il sintomo della dissociazione della nostra società alle prese con se stessa. O ancora: la questione sociale dell'immigrazione non è che una illustrazione più evidente, più grossolana dell'esilio degli Europei nella loro stessa società (Hélé Béji). La verità inaccettabile è questa: siamo noi stessi che non integriamo più i nostri propri valori e, di colpo, non riconoscendolo, non possiamo fare altro che rifilarli agli altri, volenti o nolenti.
Non siamo più in condizione di proporre sia quel che sia in termini di integrazione - integrazione rispetto a cosa? - siamo il triste esempio di una integrazione "riuscita", quella di un modo di vita del tutto banalizzato, tecnico e confortevole, sul quale ci premuriamo di non interrogarci. Quindi, parlare d'integrazione in nome di una definizione perduta della Francia è semplicemente, per i Francesi, sognare disperatamente la loro propria integrazione.
E non si farà un passo avanti finché non si avrà preso coscienza che è la nostra società che, per il suo processo stesso di socializzazione, secerne ogni giorno questa discriminazione inesorabile di cui gli immigrati sono le vittime designate, ma non le sole. È il prezzo di uno scambio ineguale di "democrazia". Questa società deve affrontare una prova ben più terribile che delle forze avverse: la prova della sua stessa assenza, della sua perdita di realtà, in maniera da non avere nessun'altra definizione oltre quella dei corpi stranieri che infestano le sue periferie, di coloro che ha espulso e che, ora, la espellono da se stessa; ma la cui interpellanza violenta rivela allo stesso tempo ciò che è in disfacimento al suo interno e risveglia una sorta di presa di coscienza. Se riuscisse ad integrarli, cesserebbe definitivamente di esistere ai suoi propri occhi.
Ma, ancora una volta, questa discriminazione alla francese non è che il micromodello di una frattura mondiale che continua, precisamente sotto il segno della mondializzazione, a mettere faccia a faccia due universi inconciliabili. E la stessa analisi che facciamo della nostra situazione può riverberarsi al livello globale. E cioè che il terrorismo internazionale non è altro che il sintomo della dissociazione della potenza mondiale alle prese con se stessa. Quanto alla ricerca di una soluzione, l'errore è lo stesso ai diversi livelli, che sia quello delle nostre banlieues o dei paesi islamici: è l'illusione totale di risolvere la questione elevando il resto del mondo al livello di vita occidentale. Ora, la frattura è molto più profonda, e anche se tutte le potenze occidentali riunite lo volessero davvero (ma abbiamo tutte le ragioni di dubitarne), non potrebbero più ridurla. È il meccanismo stesso della loro sopravvivenza e della loro superiorità che glielo impedisce - meccanismo che, attraverso tutti i pii discorsi sui valori universali non fa che rafforzare questa potenza, e rafforzare la minaccia di una coalizione di forze antagoniste che la distruggeranno o sognano di distruggerla.
Fortunatamente, o sfortunatamente, non abbiamo più l'iniziativa, non abbiamo più, come l'abbiamo avuta per secoli, il controllo degli avvenimenti e su di noi pende la minaccia di una successione di ritorni di fiamma imprevedibili. Retrospettivamente si può deplorare questo fallimento del mondo occidentale, ma "Dio sorride di coloro che vede denunciare i mali di cui sono causa".
Questo ritorno di fiamma delle banlieues è perciò direttamente legato ad una situazione mondiale; ma lo è anche - ciò di cui stranamente non si discute mai - ad un episodio recente della nostra storia, accuratamente occultato sinora, e cioè il no al referendum. Perché il no di coloro che l'hanno votato senza sapere bene perché, semplicemente perché non volevano giocare a quel gioco al quale erano stati così spesso costretti, perché anch'essi rifiutavano d'essere integrati d'ufficio a quel sì meraviglioso ad un'Europa "chiavi in mano"; quel no era piuttosto l'espressione degli esclusi dal sistema della rappresentanza, degli esiliati dalla rappresentazione. La stessa incoscienza, la stessa irresponsabilità, in questo atto di sabotaggio dell'Europa, dei giovani immigrati che bruciano i loro stessi quartieri, le loro stesse scuole, come i neri di Watts e Detroit negli anni 60.
Una buona parte della popolazione si vede così, culturalmente e politicamente, come immigrata nel suo stesso paese, che non può neppure offrirgli una definizione della sua stessa appartenenza nazionale. Tutti dis-affiliati, secondo il termine di Robert Castel. Ora, dalla dis-affiliazione alla sfida, non corre molto. Tutti questi esclusi, questi dis-affiliati, che siano di una banlieue, africani o francesi "di stirpe", fanno della loro dis-affiliazione una sfida, e passano all'azione da un momento all'altro. È l'unica loro maniera, offensiva, di non essere più umiliati, né lasciati da parte, e neppure assistiti. Perché non sono sicuro - e questo è un altro aspetto del problema, mascherato da una sociologia politica "di casa nostra", quella dell'inserimento, dell'impiego, della sicurezza - non sono sicuro che abbiano, come noi ci aspettiamo, tanta voglia di essere reintegrati né presi a carico. Senza dubbio considerano in fondo il nostro modo di vivere con la stessa condiscendenza, o la stessa indifferenza, con cui noi consideriamo la loro miseria. Non sono sicuro che la loro reazione ad una attenzione troppo ben calcolata non sia istintivamente la stessa che all'esclusione e alla repressione.
La cultura occidentale non si regge che sul desiderio del resto del mondo di accedervi. Quando appare il minimo segno di rifiuto, la minima riduzione del desiderio, non solo perde la propria superiorità ma perde tutta la propria seduzione ai suoi stessi occhi. Ora, è precisamente tutto ciò che ha da offrire di "meglio", le automobili, le scuole, i centri commerciali, che vengono incendiati e saccheggiati. Le scuole materne! Proprio ciò attraverso cui li si vorrebbe integrare, svezzarli! "Fuck your mother" è in fondo il loro slogan, e più si tenterà di farlo, più vi si ribelleranno. Faremmo meglio a rivedere la nostra psicologia umanitaria.
Nulla impedirà ai nostri politici ed ai nostri intellettuali illuminati di considerare questi eventi come incidenti di percorso sulla via della riconciliazione democratica di tutte le culture - al contrario, tutto porta a considerare che queste sono le fasi successive di una rivolta che non è affatto vicina a concludersi.
["J'aurais bien aimé une conclusion un peu plus joyeuse, mais laquelle ?" frase conclusiva che manca in entrambe le traduzioni e che può essere verificata anche su questo sito, essendo per il momento Liberation in sciopero e il suo sito non accessibile]
Da Il manifesto di ieri.
di Roberto Ciccarelli
A tre settimane dall’inizio delle rivolte nelle banlieue Etienne Balibar è indignato, ma anche inquieto. Con la psicoanalista Fethi Benslama, la giurista Monique Chemillier-Gendreau, il filosofo Bertrand Ogilvie e l’antropologo Emmanuel Terray, ha sottoscritto un appello che ha individuato «nella disoccupazione di massa, nello smantellamento dei servizi pubblici, nella segregazione urbana e nella discriminazione professionale, nella stigmatizzazione religiosa e culturale oltre che nel razzismo e nella brutalità poliziesca quotidiana» le principali cause delle rivolte. «L’appello è intitolato Casse-cou, la Republique! - ha spiegato Balibar in una pausa del convegno Spinoza: Individuo e moltitudine tenutosi a Bologna lo scorso fine settimana - lo abbiamo scritto il giorno dopo l’approvazione dello stato d’emergenza ed è stato diffuso nell’ultima settimana su Internet e pubblicato il 16 novembre su L’Humanité». Oggi Balibar rilancia la sua analisi sul regime di apartheid che dalle frontiere esterne alla Ue si è installato nel cuore delle metropoli e denuncia il razzismo istituzionale che ha provocato le rivolte. Durante l’intervista esprime la sua perplessità sul tentativo compiuto da alcuni esponenti del partito comunista francese e della sinistra anti-globalizzazione che hanno cercato «nei primi giorni di strumentalizzare le rivolte presentandole come la dimostrazione delle loro posizioni contro la costituzione europea e per il no al referendum del 29 maggio scorso.
Questa rivolta - continua il filosofo francese - in realtà rivela il blocco totale del sistema politico francese. Non esiste alcuna prospettiva di rinnovamento sia per la maggioranza al potere che per l’opposizione». Una rivolta di cui molti governi, e non solo l’ultimo diretto da Dominique de Villepin, «portano una grave responsabilità». Ma la rivolta contro i ghetti non è una specialità francese, è una condizione diffusa anche nei Paesi Bassi e in Inghilterra. «Quelle in Francia mi sembrano però peculiari - risponde Balibar - perché sono legate alla sua storia coloniale che è ancora oggi onnipresente nel paesaggio urbano, anche se è stata rimossa violentemente dal sistema politico e dalla maggioranza della società che vive totalmente separata dalle banlieue».
E poi il governo. «Ciò che trovo inquietante nel suo comportamento è che si è impegnato nella repressione senza riflettere attentamente sui rischi dei conflitti sociali e le minacce aggravate alla sicurezza della popolazione che una simile scelta comporta», osserva Balibar. La reintroduzione della doppia pena, l’espulsione amministrativa degli stranieri, cioè dei residenti che possono essere «isolati» dagli altri cittadini in base alla loro identità annunciate dal ministro degli interni Nicolas Sarkozy, per Balibar «è indice della separazione tra i cittadini nazionali e gli stranieri, ma anche tra gli stessi cittadini francesi alcuni dei quali vengono stigmatizzati come immigrati, o come non francesi, pur avendo a tutti gli effetti la cittadinanza. Reprimere dei gruppi isolati dal resto della popolazione è una politica che non solo non rispetta i diritti umani, ma accentua al massimo le inquietudini della popolazione, moltiplica gli aspetti securitari e produce una polarizzazione ideologica in seno alla società francese che vede negli immigrati, nei giovani o negli stranieri dei capri espiatori».
Il prolungamento della legge d’urgenza per altri tre mesi è la creazione di uno stato di eccezione nelle città?
Questo è l’aspetto più inquietante, anche per i suoi risvolti simbolici, della reazione del governo. Quella applicata è una legislazione di guerra. E’ l’arma assoluta e reattiva che serve a spezzare le resistenze contro un nuovo ordine neo-coloniale, come già avvenne nella guerra d’Algeria. Questa legge non autorizza solo il coprifuoco, ma crea anche delle zone securitarie, autorizza le perquisizioni di giorno e di notte, le sanzioni penali sbrigative. Tutto questo non ha fatto altro che dare fuoco alle polveri a una rivolta che covava da anni e che, con ogni probabilità, continuerà ancora a lungo. La violenza ha toccato tutti gli abitanti delle banlieue, francesi e non. Questo è inevitabile perché chi subisce la violenza giorno dopo giorno, e per anni, poi colpisce senza operare alcuna distinzione di origine o di ceto sociale.
Lei ha denunciato più volte l’apartheid europeo contro i migranti. Si può dire che oggi, in Francia come anche in altri paesi europei, è venuto alla luce anche un nuovo apartheid, quello interno alle metropoli?
Assolutamente sì. Non ci si può accontentare di dire che la risposta del governo è inadeguata. E’ difficile evitare di credere che, al di là dei contrasti interni tra chi preme per una soluzione securitaria e chi per una di tipo paternalistico, il governo abbia voluto tracciare una specie di frontiera interna nella società che assume una configurazione sociale, etnica e razzista. L’applicazione di questa legge tende a isolare dal corpo della società francese una certa tipologia di persone e a differenziare le banlieue dal resto del territorio nazionale. In un certo senso tutto questo non è nuovo. Anzi è solo uno dei momenti di un processo di emergenza progressiva di forme di segregazione in tutta Europa che è iniziato da tempo.
In cosa consiste questo processo?
E’ un fenomeno tendenziale, molto articolato, che si va intensificando. Non lo considero ancora un dato acquisito, ma credo che quella in atto sia una trasformazione dello spazio europeo sul lato esterno e su quello interno. E’ un processo che ha come risultato la costruzione di un apartheid, cioè la moltiplicazione, o meglio, il raddoppiamento dei confini, quelli esterni dell’Unione Europea, e quelli interni nelle città. Questo processo ha spesso delle tragiche conseguenze come abbiamo visto nell’ultimo naufragio a largo di Ragusa di venerdì scorso, oppure in quello che accade a Ceuta o a Melilla in Spagna. Sono tutti effetti che fanno parte della politica protezionistica dello spazio sociale europeo che da un lato rafforza il muro che separa l’Europa dal Mediterraneo e dall’altro costruisce zone di controllo e di concentrazione dei migranti nell’Africa del Nord. Quello che accade nelle banlieue è una specie di effetto simmetrico, correlativo, di questo processo. E’ il risultato di una «meticizzazione» dei conflitti sociali che si accompagna alla militarizzazione delle frontiere europee. Il rischio che si corre è che i tentativi di sfruttare politicamente questi episodi accelerino il processo in atto fino al punto che un giorno sarà impossibile fermarlo.
A suo parere in che modo l’opinione pubblica francese e internazionale hanno interpretato le rivolte?
In Francia, il tentativo di classificare i ribelli con categorie di tipo religioso come il «fondamentalista islamico» è fallito immediatamente. Dall’altra parte c’è chi segue la linea bonapartista di Sarkozy, che cerca di controllare questa popolazione accusando una sua parte di comunitarismo e dall’altra strumentalizzando i normali strumenti dell’espressione della vita democratica ricorrendo alla mediazione dei rappresentanti delle varie comunità. Altri hanno evidenziato il fallimento del modello repubblicano di integrazione e quello di rappresentanza politica a livello parlamentare e municipale. Questa linea è stata raccolta dalla stampa inglese e americana che ha interpretato questo fallimento come la fine dell’egualitarismo sociale che impone l’introduzione del riconoscimento delle appartenenze comunitarie in Francia. Non so se questo sia vero o falso, bisogna discuterne, ma credo che questi argomenti spostino l’attenzione dalle vere ragioni delle rivolte delle banlieue, che per me sono neo-coloniali.
Perché?
Nelle banlieue si concentrano la seconda e la terza generazione degli immigrati di origine nordafricana e africana che sono ipersensibili rispetto alle forme violente di stigmatizzazione che si esprimono nel controllo poliziesco quotidiano e combinano la discriminazione di classe con quella razzista di tipo neo-coloniale. Da parte loro, queste persone non hanno alcuna intenzione di rivendicare una «separatezza» culturale dalla società francese, non chiedono assolutamente la chiusura delle loro comunità contro la repubblica. Al contrario si appropriano del suo linguaggio e della sua ideologia per chiedere l’uguaglianza. Per questo le loro rivendicazioni non sono di tipo comunitario ma di tipo universalista.
Chiedono quindi una cittadinanza?
Proprio così, e non dico questo per rafforzare le tesi che ho sostenuto negli ultimi anni, ma perché esistono degli aspetti culturali e sociali della cittadinanza che sono inseparabili dalla cittadinanza intesa in senso moderno. In questo senso si può dire che le forme del repubblicanesimo borghese che sono tipiche in Francia hanno raggiunto il loro limite da tempo. La cittadinanza che la maggioranza della popolazione delle banlieue rivendica non è solo di tipo multiculturale, e nemmeno solo transnazionale, ma è una cittadinanza multi-livello che deve esprimersi a partire dal livello locale, poi su quello nazionale e anche su quello transnazionale. In questo senso è chiaro che oggi è in atto una rivendicazione di quello che definisco il droit de cité, cioè di quel processo di costruzione dal basso della cittadinanza. Ci sono anche altri aspetti della cittadinanza che non si possono ignorare, anche alla luce degli ultimi fatti. La cittadinanza si pone infatti all’incrocio con tradizioni istituzionali diverse: quella repubblicana dello stato che presuppone l’esistenza di un ordine pubblico e di un interesse comune e quella rivendicativa che punta sul progresso incessante della democrazia nella società. Oggi che quest’ultima tradizione è quasi del tutto esaurita visto che una parte della borghesia non ne ha più bisogno, rischiamo di mettere a morte una serie di diritti e di tradizioni acquisite in Europa.
Le rivolte possono allora essere considerate l’espressione di una lotta più generale contro l’apartheid metropolitano?
Personalmente evito di idealizzare una rivolta di tipo anarchico che incendia scuole, palazzi pubblici, e si scontra con la polizia. Sono convinto che questa sia una reazione che deriva da una serie di ragioni sociali, ma non la si può fare passare come il sintomo di una rivolta politica, antimperialista o anticapitalista. I giovani incendiari non rappresentano un’avanguardia, ma il momento rivelatore di una situazione nella quale milioni di persone vivono. Per questo non credo si possa parlare di un movimento, ma di una rivendicazione. E’ invece molto importante dire che queste persone non sono affatto una parte isolata dalla popolazione che vive in banlieue. Anzi, mi sembra che esprimano lo stesso disagio in cui vive la grande maggioranza. In Europa c’è una lunga storia di rivolte contro i ghetti. Ciò che di nuovo c’è oggi è che quella attuale è la prima generazione che vive la contraddizione flagrante tra l’universalismo della cittadinanza che sancisce l’eguaglianza delle opportunità in cui sono cresciuti i suoi genitori immigrati, e la sordida realtà del razzismo istituzionale.
Quali allora le prospettive?
C’è la parola d’ordine di Gramsci, quella sul pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, che mi spinge a pensare che in questa situazione astenersi sarebbe certamente peggiore che agire anche sbagliando. Spero che la maggioranza dei francesi si risvegli da questo incubo neo-coloniale. Bisogna assolutamente resistere al tentativo di criminalizzazione e di etnicizzazione compiuto dal governo che servono alla creazione del nemico di cui il sistema ha bisogno e possono essere usati contro l’eventuale politicizzazione della rivolta. Penso che oggi il problema principale sia, da una parte, quello di un rilancio della coscienza e della mobilitazione nelle banlieue per dare un’espressione politica a chi è sempre stato marginalizzato dal sistema politico. Dall’altra parte, i rappresentanti locali dei partiti di sinistra, insieme al tessuto delle associazioni, dei servizi municipali potrebbero avere un ruolo importante nel rilancio della controffensiva democratica. Questo rilancio della democrazia locale potrebbe avere una rilevanza nazionale in un paese fortemente centralista come la Francia. E’ solo un’ipotesi, certo, ma se oggi un’iniziativa democratica non parte dal livello centrale, allora bisogna farlo dalle banlieue.
Technorati tags: Balibar, rivolta+banlieu
Un uomo d'onore, sapendomi dottore in politica, mi disse questo:
- Lei vede che adesso tutti ci sputano addosso. Schifo, hanno detto. -
Mi attenevo alla regola di non parlare troppo, soprattutto in sua presenza.
- Eh, sì, pare che sia come dice vossia. -
- Ah, ma io penso che dobbiamo fare qualcosa. Per difendere il nostro onore.-
- Ancora con sta cosa, - (Ma questo lo pensai soltanto).
- Ho deciso che fonderò anche io un partito: 'Unione Delle Cosche'! -
Vedeva che io esitavo, e forse sopravvalutava il mio essere scienziato politico, dunque cogitava indeciso.
- No, allora, ... 'Unione Dei Capobastone!'... -
Io tergiversavo sempre più in imbarazzo.
- ... 'Dei Cuffari!'...!!! -
Feci segno come di fuocherello.
- 'Unione Di Centro!', strepitò raggiante.
- Lasci perdere, vossia, arriva tardi, - gli risposi sconsolato io. E baciategli le mani, me ne andai.
" [...] La pensée n'a rien à faire avec une mise en scène due à un événement, elle ne doit pas être le prétexte d'un événement. La pensée, celle du moins que j'entends mais qu'il ne saurait question de définir, n'est pas celle qui se jette sur le premier événement venu pour s'en nourrir, pour chercher à rassasier le manque. Cela est le trait d'une pensée qui tourne à vide. [...]"
Julien
Il pensiero non condivide nulla della 'messa in scena' figlia di un 'evento', non dovrebbe essere il pretesto di un 'evento'.
Il pensiero, quello che conosco e che non mi interessa ora 'dire' cosa sia, non si getta sul primo 'evento' che abbiamo sotto gli occhi per 'farsi forza', per 'dirsi finalmente pieno'.
Questo 'gesto' non è nient'altro che il suo farsi forza da sè, senza dire nient'altro.
[una traduzione davvero libera del testo di Julien, una traduzione come un 'pensare']
[segue e tradisce]
"Poiché dunque Eros è figlio di Penia e Poros, gli è toccato un destino di questo tipo.
Prima di tutto è povero sempre, ed è tutt'altro che bello e delicato, come ritengono i più.
E' duro, invece, e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza
coperture e dorme all'aperto davanti alle porte o in mezzo alle strade, e, poiché ha la
natura della madre, coabita sempre con la madre.
Per ciò che riceve dal padre, invece, egli è [...] appassionato di saggezza, pieno di risorse, filosofo per tutta la vita, straordinario incantatore, mago, sofista. E per sua natura non è né mortale né immortale [...]"
Symp, 203 ess.
ps: grazie 'fratello mio'
I tempi che non so dosare e il tempo che non ho.
Mi obbligano - insieme ad una 'flebile presenza o ricordi' - a forsennate rincorse e raccolte. Di scritture o appunti. E 'voci'.
Anche mi angosciano, come mai, tutte le questioni 'burocratiche' per cui soffoco.E cerco il mio 'certificato di esistenza in vita'.
Domani 'controllo svizzero dell'impianto luce'.
Non ho il mio Odifreddi.
E tra le 'cose prime' e le 'cose ultime', ho sempre pensato che la filosofia, avendo più che due teste, non solo le sa pensare insieme, ma le pensa esattamente dal luogo delle 'cose intermedie'. Come Socrate insegna.
Senza mai aver avuto un 'cabinet' di consulenza filosofica.
p.s... ernaccio, grazie.
Così Edgar Allan Poe nell'ultima riga de "Il gatto nero", definisce il felino.
Ci sono tanti mostri in altrettante tombe che anche io, come forse altri, ho murato. Credendo che nulla possa aprirle.
L'esistenza stessa di questa "categoria", in fondo, dimostra da sola che ogni tentativo in questo senso è del tutto vano.
Il primo gatto che ho conosciuto era un normalissimo tigrato randagio. Poco più che cucciolo, ci veniva incontro dall'inferriata laterale della casa in Via Chiesa dei Marinai dove ho abitato dai sei ai nove anni circa. Ci miagolava tra le gambe. Io ed i miei fratelli lo accarezzavamo. Non so se per un segno di ciò che sarebbe seguito o se per semplice mancanza di fiducia, ci seguiva fino al pianerottolo di casa, senza varcare mai la porta.
Gli davamo una scodella di latte e non so cos'altro.
Un giorno è scomparso e non se ne è saputo nulla. Me ne dispiacqui molto, ovviamente. Per molti anni ho avuto una sorta di antipatia per i gatti. Mi dicevano troppo e non mi spiegavano nulla. Non era soltanto risentimento per un presunto tradimento o il ricordo di "Zip" (questo il suo nome). Il fatto è che la sovrana saggezza felina mi aveva in un momento svelato l'essenza del dolore che non avevo mai conosciuta e che, ora lo sappiamo tutti e so di ripetere una banalità, è l'abbandono.
Certo, forse la povera bestiola sarà invece morta sotto una macchina. Ma non so perchè, ho sempre escluso questa possibilità, preferendo credere, più che a saperlo salvo, ad una sorta di male e di dolore preordinato, che ha preso quella forma, ma che avrebbe potuto averne altre. Povera bestiola innocente, incappata nei dubbi e nel risentimento di chi non accettava di pensarla morta e non ne ha mai accettata la libertà.
Aiuto, amici, dovunque mi giri, vedo un Ragno che mi segue.
Vedere il rifondarolo Amendola che omaggia untuosamente, e devo supporre ipocritamente, l'onorevole (?) Andreotti nella pubblicità di 3 con gli annessi squittii iniettati di H5N1 della Marini, è cosa che di per sè induce nauseata tristezza. Forse a causa di una mia allucinazione auditiva, ma la cui verosimiglianza è in ogni modo inquietante, mi è parso di sentire che la inutilmente bionda vamp chiuda uno degli spot dicendo al senatore a vita (speriamo eterna), naturalmente senza avere idea alcuna di ciò che sta affermando: "lei è meglio di Amendola!".
Ora, se così davvero fosse, bisognerebbe istituire un giurì d'onore, al fine di tutelare la memoria di un dirigente del PCI che, impropriamente o forse anche maliziosamente menzionato, di sicuro risalta (pur considerandolo personalmente un "destro", quasi un "liberale" dentro il PCI) come un gigante di moralità e di integrità al cospetto dello spiritoso prescritto.
Io mi domando, come mi ha detto Silja, cosa avrebbe scritto Derrida di quello che accade in Francia.
E mi manca.
Upload: trovate qui gli articoli dello speciale dedicato da Le Monde a Derrida appena dopo la sua morte.
In uno dei tanti 'parchi' moscoviti, una mattina, io e la persona che amo abbiamo scelto di 'essere come i moscoviti' e le loro donne. Le 'forti' donne russe...
Abbiamo scelto.
Come sempre facciamo.
D'improvviso, dove credevo ci fosse il 'nulla', la festa era lì.
E la danza, e gli sguardi, il desiderio, la forza, si faceva 'carne e vita' come non avrei creduto.
E la forza e l'amore dei russi per la 'musica' era lì.
E la forza e la vita della Russia erano lì.
Non c'era 'nulla'. Se non la musica e la loro danza.
Prima della neve.
Decine di 'coppie' danzavano, con gli 'infanti' a lato a guardare. Decine di coppie danzavano come accade nelle nostre 'feste'. Senza che, però, ci fosse alcuna festa.
La festa erano loro.
E non smetteva, non smetteva....non finiva, no, non finiva.......
Decine di 'coppie', vecchi, vecchissimi, e donne, e forti, 'decidevano' che quella era la loro festa.
Non ho ballato: il loro 'ballo', la loro 'felicità', la loro forza è la mia, la mia, la mia.
Il 'loro' amore è il mio.
Il loro amore per quello che 'abbiamo accanto', e che in occidente si chiama 'vita', è il mio.
I russi non parlano della 'vita'. Lo sono.
......la "rivolta": pensa che l'ho "scoperto" leggendo il Manifesto su internet!!! e mi sono stupita che nessuno dei miei "amici" francesi avesse detto niente (ma conta anche che non ho la tv)...
poi ne ho parlato un po' con delle amiche un sera a casa loro, per quanto riguarda l'integrazione ecc, e Marie mi ha anche fatto notare che effettivamente lei non ha amiche di colore e che "c'est deguelasse" perché pur non essendo né razzista né di "destra" vede che anche al livello più "semplice" questa integrazione non c'è...
ma in generale qui gli studenti non sono molto "politicizzati", nel senso che io, pur non appartenendo a nessun 'partito' e non avendo mai 'fatto politica' in senso stretto all'università, ho sempre sentito comunque che la "politica" nel senso LARGO emerge a tutti i livelli, soprattutto nei discorsi, nelle serate tra amici, tutto ha un sottofondo di 'politico'. qui invece no. ma forse perché non sono ancora abbastanza in confidenza (anche se io in realtà mi 'lancio'in commenti di 'parte'...), o forse è la provincia...
Sono stupito che emilio/millepiani abbia lasciato questi due commenti
senza repliche: davvero me ne dispiaccio. E più ancora mi dispiaccio di non
aver ancora detto la mia su questa vicenda, ma continuo a lavorarci. Il post
non l'ho scritto io, e non spetta a me difenderlo o rigettarlo, in tutto o
in parte.
Per parte mia, volevo fare due osservazioni che mi paiono
importanti ai due commenti: il primo commento si traspone in una persona che
vive con dignità e difficoltà per la propria famiglia e che si vede portato
alla disperazione e alla rovina da chi gli brucia la macchina. Il commento
si chiede se quella persona non avrebbe preferito che ci fosse "un
polizziotto fuori casa sua a spaccare le costole a suon di manganellate a
questi nuovi barbari figli dell' ignoranza e della violenza". Lo spaccare le
costole a suon di manganellate mi pare, però, collimare con l'ignoranza e la
violenza che si vorrebbe estirpare. Se si voleva un esempio di civiltà, si
poteva scegliere l'appello alla cessazione delle violenza da parte delle
famiglie dei due giovani molti fulminati all'inizio di tutta la vicenda: ma
questo, certo, non coincideva con la premessa, perché famiglie di quelle
periferie, toccate nel più profondo dalla morte di figli, e che fossero
"racaille" o meno, erano sempre i loro figli, non sceglie di dare sfogo alla
propria "ignoranza e violenza", ma si comporta e chiede di comportarsi in
maniera umana e civile. Che anche questa famiglia sia
"idealista/pacifista/comunista di merda"?
La persona in cui ci si immedesima avrebbe, inoltre, ragione di auspicare
che a fare ciò fosse un "polizziotto" (io lo riscrivo come l'ho letto,
perché non so se si è trattato di un errore di battitura, oppure della
volontà di marcare uno stile irregolare e provocatorio di tutela
dell'ordine, un pò come quando si usava la "k" al posto della "c" per dare
l'idea che si era tosti e si faceva le cose sul serio). Ma un poliziotto non
ha diritto di usare la "violenza", gli viene richiesto di esercitare la
"forza" entro i limiti della legge, proprio per distinguersi dai barbari e
dai delinquenti ecc.
Un onesto cittadino che pensa che le forze dell'ordine debbano comportarsi
come animali mi fa altrettanta paura del bruciatore di macchine.
Inoltre: quell'immagine del "polizziotto sotto casa" sembra alludere alla
funzione del poliziotto di quartiere: in tal caso, sarebbe doveroso sapere
che lo smantellamento della polizia di quartiere a vantaggio di quella
repressiva è stata un esplicita volontà politica dell'attuale ministro
francese degli interni. Che sia anche lui, dunque, uno dei "barbari figli
dell'ignoranza e della violenza", o peggio ancora un
"idealista/pacifista/comunista di merda"? La seconda la escluderei, non mi
ha dato occasione di pensarlo. Credo che anche la prima, però, non si
attaglierebbe al ministro francese degli interni: credo che non agisca né
per ignoranza né tanto meno per barbarie.
Il secondo commento si domanda, invece, se è ancora sopportabile che si
debba subire solo per il fatto di essere "civili, ospitali ecc. e [che]
chiunque venga in europa può permettersi di fare di tutto" con l'appoggio di
alcune parti politiche e sociali?
Il motivo è ripreso subito dopo con queste altre parole: "il nostro stato
sociale lo abbiamo conquistato con il sangue ed il duro lavoro, perchè
dobbiamo permettere a qualche balordo disadattato, che poptrebbe starsene a
casa sua a fare tutto il casino che vuole, di venirlo a fare a casa
nostra?".
Ora, io trovo lodevole che si pensi anche ai fatti propri quando si
commentano quelli degli altri, appunto perchè non si vive nella torre
d'avorio, ma bisognerebbe sapere distinguere gli uni dagli altri, e non
leggere i secondi come se si trattasse dei primi. Detto altrimenti, il
commento sembra esprimere un'opinione diffusa sul problema dell'immigrazione
in Italia, ma non coglie lo specifico della situazione francese.Si dovrebbe,
cioè, sapere che "il duro lavoro" l'hanno fatto anche i milioni di immigrati
pacifici italiani, algerini, marocchini ecc. ecc. che nel secondo dopoguerra
hanno sostenuto la rinascita della Francia. E questo andrebbe detto anche
delle migliaia di pacifici calabresi, siciliani e pugliesi che hanno
lavorato per far rinascere l'Italia nello stesso dopoguerra, anche quando i
loro cugini, nipoti, figli o zii si arruolano nella criminalità organizzata
e mietono vittime.
Andrebbe inoltre ricordato e saputo che i disordini nelle periferie francesi
sono stati causati dalle generazioni successive, le quali sono, però, per
nascita cittadini francesi, non stranieri nè immigrati clandestini o
extracomunitari, come quelli cui pensa il commentatore.
Ma si dovrebbe soprattutto sapere che i paesi di provenienza delle famiglie
dei cittadini francesi autori dei disordini sono l'Algeria, il Marocco e le
altre ex colonie francesi, ovvero paesi dove la gente se ne stava, appunto,
a "casa propria" e dove, a un certo punto, i bisnonni di Sarkozy, Chirac,
Sartre ecc. andarono, senza che glielo avesse chiesto nessuno, "a fare tutto
il casino invece di farlo a casa propria" e dove, di conseguenza, la gente
intraprese "tutte quelle azioni necessarie a riprenderci la nostra vita!",
tranne, ovviamente, il coprifuoco, perché quello lo decretarono gli altri,
per tenersi la vita degli altri come se fosse propria.
Queste guerre di indipendenza, per inciso, non sono riconosciute come tali
dalla Repubblica Francese, la quale parla piuttosto di disordini,
combattimenti, di moltitudini, cioè, contro l'ordine statuito. Ma l'ordine
statuito era in quel caso la barbarie della violenza e dell'ignoranza
coloniali, che consiste in sfruttamento, maltrattamento, torture, razzismo,
delirio di onnipotenza. E se oggi quei paesi non sono più colonie, è perché,
con buona pace dei delirii nazionalistici su immortali armate, in Indocina e
in Algeria, i francesi, quelle guerre, così fuori tempo che farebbero
ridere, se non si fosse trattato di inaudite tragedie, le persero.
E ciò, beninteso, non ha la benché minima intenzione di accostare ciò che è
successo nelle ultime due settimane con ciò che fecero questi padri nelle
proprie terre per avere libertà e dignità di uomini contro il colonialismo,
ma semplicemente far riflettere sul fatto che la Francia è vittima in queste
due settimane dell'incapacità che ha avuto di risolvere problemi che essa
stessa aveva creato, a casa propria e in casa d'altri.
Il governatore Cuffaro ha l'ardire di spendere centomila euro per una campagna contro la mafia imperniata sullo slogan "la mafia fa schifo".
Ora, dato che il governatore suscita in me analogo sentimento, se ne può dedurre che è un mafioso?
Come prima e di nuovo.
a Gianfranco, che è nella città dove sono nato, e a Julien, perchè 'sans lui' la mia parola non riesce ad avere quella lucidità necessaria che lui riesce a far diventare 'interrogazione'. In francese.
j. e p.
salut Gianfranco! «Salut! Comment ne pas te dire "salut!" au moment où tu t'en vas ? Comment ne pas répondre à ce "salut !" que tu nous adressais, un "salut sans salvation, un imprésentable salut" comme tu disais ? Comment ne pas le faire, et que ferions-nous d'autre ?" " Come possiamo fare, tra noi, diversamente? Come non farlo? Come potremmo far altro?" In tutta la mia vita, questa scrittura che tu conosci si è sempre 'rivolta'. Nel momento della tua massima mancanza [questo stare dove sei], vorrei 'addressarti' questo saluto. Inviarti, finalmente, questo saluto. 'Salut!', amico mio. Come non dirti 'Salut!'? Come poterti dire 'Salut!'? Innanzitutto dicendoti questo: 'Salut!' con le parole che il mio maestro rivolge al suo amico. Poi, con le parole che noi ci diciamo sempre. E cioè: 'Salut!'. Senza salvezza.
Se c'è un punto dove questo 'Salut!' è debole è nel luogo dell'amicizia. Quando esso si sottrae a qualsiasi 'salute con-divisa'. Alla politica. Molto, negli ultimi anni, Derrida ha lavorato per rendere questo 'Salut!' il nostro. Comune.
Salut, Gianfranco! Adesso è tempo. Forse anche il momento di pensarlo insieme, di pensarla insieme questa 'salut' senza salvezza. Dice, ancora, il mio maestro: "un imprésentable salut". Diceva Derrida. Io credo che, Gianfranco, il luogo oggi si presenti senza scena, il luogo du 'salut', oggi, finalmente, si presenti libero, senza altra presentazione. C'est le salut. Enfin...le reste... ti abbraccio, Salut! Gianfranco, [...], salut! Come mi ha detto Philippe....:"Salut, Emiliò..." ...e rideva...
da "La Stampa" - senza commento.
”Ma quali bande! L'esplosione delle banlieues non è una jacquerie estemporanea. E anche se lo fosse, lo sarebbe in un contesto sociale radicalmente mutato, i cui tratti di fondo sono la crisi del fordismo, e l'assenza di risposta politica - non solo in Francia - a questa crisi. Per questo per me resta una rivolta; ma potrei anche dire insurrezione, se intendiamo il termine in un'accezione tenue”. E’ ovvio cosa manca per parlare di insurrezione autentica, “manca una coscienza politica degli obiettivi, quello che Marx chiamava il “per sé”. Questo movimento vuole qualcosa, ma non sa ancora cosa vuole”. Toni Negri, il cattivo maestro dell'Autonomia, l'uomo che nel '79 fu arrestato per “insurrezione armata contro lo stato italiano” (condannato a trent'anni, la pena fu ridotta a tredici), è tornato. Di nuovo al centro del dibattito, dopo che il New York Times ha dedicato un paginone al suo Impero, scritto con Michael Hardt, e dopo che le Nouvel Observateur l'ha inserito tra i venti grandi filosofi del secolo, Negri è reduce da Mar del Plata, Argentina, dove ha seguito la protesta anti-Bush. Ora è seduto nel salone della sua nuova casa veneziana, libri alle pareti, moltissime riviste anglosassoni, le ultime copie di Le Monde appoggiate su un tavolino.
Molta della stampa internazionale ha provato a leggere l’esplosione delle banlieues vedendoci il fallimento del modello di integrazione francese. E' una spiegazione che la convince?
”Per niente. E perchè, forse il modello anglosassone non ha fallito ugualmente? Guardi l'America di New Orleans, o l'Inghilterra del 7 luglio, con i terroristi che nascono inglesi nel senso più profondo del termine, inglesi vestiti come loro, ragazzi che prima di farsi bomba vanno al pub e si ubriacano di birre... Il punto non è il fallimento dei due modelli multiculturali”.
Ora dirà: c'entra l'organizzazione del lavoro.
”Gli elementi nascosti dietro le banlieues in fiamme sono almeno tre. Quello che è in crisi è il modello industriale fordista, che prevedeva l'occupazione permanente, e uno schema di crescita indefinito, sostenuto dallo stato. Poi questa crisi s'è coniugata con i processi di mondializzazione economica. A questo si saldano politiche neoliberali di blocco della spesa pubblica, che producono una crisi degli interventi di welfare. Altro che l’integrazione, qui il problema è la totale assenza di risposta politica alla crisi del fordismo. Questa mancata risposta è legata alla crisi della rappresentanza democratica”.
Però scusi, perchè le periferie sono in ebollizione solo in Francia, e in Italia no? Le dinamiche postfordiste sono le stesse anche noi.
”In parte perchè siamo una società socialmente meno avanzata. E poi perchè, per paradosso, questi fermenti da noi si sono in parte esauriti. Gli anni settanta hanno scaricato un potenziale di lotte sociali; o meglio, l'Italia, o la Germania, hanno allungato dieci anni il sessantotto. Ma così ne hanno anche diluito gli effetti. Però attenti: movimenti di protesta da noi ci sono già. La Val di Susa, i movimenti per la casa nelle città, le battaglie dei migranti contro i cpt...”.
Prodi dice che presto esploderanno anche le periferie italiane. Dunque per metà è d'accordo con lui?
” Mah, Prodi per un verso esagera, e dubito che sappia davvero qualcosa delle periferie. Quanto a Fini, beh, per lui il fatto che non ci sia un'esplosione vuol dire che non c'è il problema... Berlusconi non sa cosa dire. E poi come fa a parlare di immigrazione, stretto com'è tra Calderoli e le furbizie dei democristiani alla Pisanu?”.
E i francesi? Nel 1990 Mitterrand si chiedeva “cosa può aspettarsi un giovane in un casermone laido, sotto un cielo grigio, con la società che distoglie lo sguardo?”. Eppure il degrado è continuato, inarrestabile. Il socialismo francese buone intenzioni e cattiva coscienza?
”Guardi, io penso siano personaggi diversissimi; ma sia Mitterrand che Chirac, un repubblicano e un monarchico, avevano capito benissimo cosa sarebbe successo. E come loro, le èlites francesi, soprattutto il grande apporto conoscitivo che la sociologia dà all'amministrazione francese, avevano perfettamente in testa le dinamiche esplosive che maturavano nelle banlieues: ma cosa potevano fare? Sono stati aggrediti loro stessi da questa ondata neoliberale, che esaspera i conflitti e le rivolte, e ha impedito loro qualsiasi possibilità di dirigere la trasformazione”.
Perdoni, significa che i politici sono scusati in anticipo. Se è sempre colpa della dinamica neoliberale...
”Certo che no. Dico solo che le rivolte sono espressione dell'incapacità del neoliberismo di farsi politica statale. Non parlo solo di dirigismo, ma della capacità dello stato di esercitare governance, cioè mettersi in contatto permanente coi movimenti. Una capacità che il fordismo, con tutti i suoi mali, aveva”.
Sarkozy ha chiamato “racaille”, feccia, i giovani delle periferie. Oltre agli scenari, c’è poi la politique politicienne, no?
”Sarkozy è stato imprudente e imperdonabile. Ma non è la prima volta che un politico in Francia chiama racaille i giovani di banlieue: gliel'hanno detto mille volte. Solo che adesso la gente è esplosa. C'è un evento”.
Fa un po' effetto però che in quella che lei chiama “rivolta” si brucino le Renault dei lavoratori, e non le Porsche Cayenne degli spacciatori. Che rivolta è?
”Il fatto è che gli spacciatori le macchine ce le hanno in garage! Conosco bene alcune scuole di Epinay sur Seine. E’ l'unica banlieue in cui c'è stata solo una decina di macchine bruciate ma non un'esplosione come quella di Clichy. E sa perchè? Perchè forse a Epinay regge l'equilibrio basato sui mullah e sui signori della droga. Anche in Italia, dove c'è la mafia spesso non c'è rivolta”.
Ciò non toglie che si bruciano macchine di gente inerme, e si picchiano persino handicappati. Non proprio il nostro immaginario di lotta sociale, no?
”Dinanzi a queste spinte epocali cosa sono un pugno di macchine bruciate? E poi hanno bruciato le macchine perchè la gente non è scesa in strada a difenderle. Mi creda, la gente, in quei quartieri, non è così contraria a quei ragazzi”.
Molti sono intimiditi. Un pensionato di 61 anni è stato ucciso proprio perchè difendeva quelle macchine. Parlare di “insorti” non significa dar loro una legittimità che non hanno?
”Non sono cinico. Nè machiavellico. Ho per chiunque viene ucciso tutta la compassione umana e il dolore. Ma non mi turberei davanti al fatto che in un incendio di queste proporzioni ci sono solo due morti. E allora cosa ne facciamo dei due elettrificati? E quanti ragazzi feriti ci sono? E quanti di questi ragazzi sono morti in altre occasioni di demenza razzista?”.
Non negherà che chi colpisce cittadini inermi dà buone ragioni a chi inclina a una visione solo repressiva del problema.
”Non c'è dubbio che Sarkozy abbia provocato, anche se non si aspettava la reazione che c'è stata. Per di più, prima e dopo, ha ripetuto un atteggiamento ipocrita, proponendo misure di discriminazione positiva: aiutiamo i negri buoni e reprimiamo i negri cattivi”.
C'è chi l'ha accusato di calcoli politici in vista delle presidenziali.
”Sarkozy ha un problema: evitare che la destra possa togliere un grande spazio politico alla candidatura gollista. Sia Le Pen che De Villiers, quest'ultimo un po' più manovrabile dai gollisti, possono erodere molti consensi. E invece Sarkozy pensava a un'egemonia sull'intera destra. Oggi quel progetto mi pare in crisi”.
De Villepin invece ha promesso aiuti economici.
”De Villepin e, probabilmente, Chirac, hanno assistito inizialmente guardinghi; poi hanno reagito da par loro, da un lato promettendo ordine, dall'altro cercando di recuperare il recuperabile di quelle periferie. Ma alla fine potrebbe anche spuntare una terza candidatura gollista”.
Anche la sinistra, onestamente, arranca.
”Benissimo, per quanto riguarda la sinistra ufficiale. Ma la sinistra ufficiale è oggi minoritaria, in Francia. Maggioritaria è piuttosto la sinistra che ha detto no alla Costituzione europea: è una sinistra sovranista, repubblicana in maniera esasperata, che non ha nulla da dire rispetto alle banlieue”.
E gli intellettuali parigini? Non è che si siano sentiti molto.
”Ma quando mai si sono fatti vivi, durante tutti gli ultimi grandi avvenimenti sociali interni? Stanno studiando dove si rigira la vela del potere”.
La “rivolta” si può indirizzare a sbocchi positivi?
”La logica del primo ministro non va molto oltre la carità, mentre qui occorrerebbe una vera apertura di processi di partecipazione, che sono cose serie - altro che le primarie italiane, oh che belle, dove tutti votano e tutti sono inclusi! - La partecipazione è messa in discussione dei rapporti di potere, scuole che funzionano, casse di risparmio che abbassano i tassi di interesse...”.
Anche lei dice che per parlare di “insurrezione” autentica qui manca il fine politico. Dove sono le richieste di questi giovani?
”Il problema è che sanno cosa non vogliono, non cosa vogliono. E’ un gran casino. Il mio amico Patrick Braouezec, l'ex sindaco ora presidente della Regione della Saint Denis, l'altro giorno ha detto che qui ci vuole una nuova intesa di Grenelle, l'accordo sindacati-governo fatto nel '68, con Pompidou al governo per bloccare il sessantotto. Ma allora gli operai chiedevano aumento del salario, revisione della struttura gerarchica, apertura a forme di welfare. I ragazzi di banlieue possono solo cercare una via di fuga. Non le sembra che un diritto alla fuga sia diventato un diritto umano? Certo, la stagione di Seattle è finita. Ma la fine del ciclo altermondialista ha fatto nascere un ciclo di lotte che si è completamente giovato dei movimenti precedenti. In Francia come in Argentina”.
Le donne islamo-francesi sulle barricate parigine non ci sono, ha notato? Ha ragione Olivier Roy, non ci sono perchè sono più brave dei maschi, si integrano di più, dunque hanno meno rabbia? Oppure perchè i fratelli e i mariti le tengono segregate?
”Io sarei cauto. Lei dice che non ci sono? Mah. Sono stato da poco a Teheran e ho visto come le donne giocano lâhijab in chiave sempre più rivoluzionaria, abbassandolo un centimetro di più ogni ora. Eppure non si vede. E a Parigi magari non sono state fotografate ma cosa crede, che questi giovani che bruciano auto non facciano l'amore? Che dietro ognuno di loro non ci sia una donna? Il vero film per capire la banlieue non è L'odio di Kassovitz, metallico, freddo. Il vero film è L'esquive, La schivata. Una professoressa cerca di far recitare a una classe arabo-maghrebina un testo di Marivaux. All'inizio tutti si applicano. Poi qualcosa si rompe. E proprio le vicende erotiche e affettive che si instaurano tra i ragazzi produrranno la rivolta. Alla fine la classe si rifiuta di recitare il Gioco del caso e dell'amore, che è la commedia della borghesia bianca. Allo stesso modo, anche le ragazze islamo-francesi della banlieue usciranno profondamente modificate, e partecipi di questa rivolta”.
Negri, lei crede ancora nell'uso della violenza politica come soluzione ai problemi della crisi postindustriale nelle società occidentali?
”Con Michael (Hardt, ndr.) abbiamo cercato di immaginare un esodo da questa società in crisi. Nell'esodo, come Mosè aveva Aronne, bisogna avere delle retroguardie, che usino anche le armi, ma per difendersi. La resistenza è questo, perchè la realtà è fatta così, il mondo è fatto così; e la Moltitudine opera in questo mondo, a caccia di quella via di fuga che nelle banlieues stanno cercando, senza ancora averla trovata”.
Il Papa: "la chiesa non chiede privilegi". Si accontenta di ottenerli.
La Guzzanti, beccata per caso in televisione, mi è parsa moscia. E come rivaleggiare con il vademecum dei forzisti in vista delle elezioni politiche? Ecco alcuni esempi tratti da "Repubblica" di oggi: - il responsabile dei 'legionari azzurri' dovrà ad esempio darsi da fare per "organizzare tornei di calcio a cinque", oppure "organizzare la manifestazione di Miss Libertà". Il volontario azzurro inoltre dovrà "diffondere il messaggio di Silvio Berlusconi (porta a porta)" e predisporre "le rappresentazioni del Libro Nero del Comunismo" ... La rappresentanza femminile dovrà "curare l'iniziativa '10,100,1000: alle cinque un the' con Silvio" ... Infine sarà compito della perfetta donna azzurra "curare la distribuzione del CD: parole d'amore del Presidente". -
Sabina, ormai sei una povera dilettante.
a proposito della 'rivolta' francese
Non c'è, certo, nè progetto nè parola, ma 'grido'. Un 'grido' senza 'visione'. Dove il 'progetto' - la politica - manca, di più chi 'vede' la politica è chiamato ad articolare, a descrivere, a raccontare il 'grido'.
Dove c'è un 'grido' c'è una rivolta. Un rifiuto. Uno scandalo.
La 'nostra' sovranità è dire questo 'grido'.
Farlo diventare 'parola'.
Nel pianto, nel rifiuto, nel silenzio, nella forza di una 'rivolta', nella sua assenza, nella sua violenza, un grido chiama la politica, la chiama a 'ripresentarsi', la chiama a quello che deve essere e che è. La chiama a pensare quello che il 'mondo' dovrebbe essere e non è.
Questa non si chiama 'utopia'. Ma 'eterotopia'. L'altro mondo che ci portiamo con noi e che non riusciamo a dire.
'Come un grido'. 'Come una forza, una violenza'. ''Come un'amore impossibile'. ''Come una voce soffocata'.
Dobbiamo dare parola a chi non ne ha, dobbiamo riuscire a fargli trovare la 'sua' parola.
Dobbiamo ricostruire, noi, tutto l'alfabeto. Con chi grida.
Dobbiamo, dobbiamo dare, regalare, donare, le sillabe della politica. Dobbiamo reinventarle. Dobbiamo costruirle con chi 'grida'.
Dove il 'grido' si fa 'forza', 'presenza unica', lì c'è un'assenza, la nostra assenza e il nostro silenzio.
Dobbiamo impedire che questa assenza sia occupata dalla violenza dello 'Stato'. Questo spazio è lo spazio della politica che viene. Non quello della 'polizia', della repressione.
Dobbiamo, di nuovo, con pazienza e forza, 'occupare' questo spazio, lo dobbiamo fare nostro, lo dobbiamo, di nuovo, ridire, sillaba dopo sillaba, grido dopo grido, silenzio dopo silenzio. Dobbiamo, come un dovere che si dedica al proprio amore, questo grido lo dobbiamo sentire dentro le nostre orecchie e farlo nostro.
Dobbiamo farla nostra questa 'rivolta'. E 'viverla', 'pensarla', proprio dove non la capiamo.
Perchè, in fondo, questo 'grido' e questa 'rivolta' è il 'grido e la 'rivolta' contro questo presente. Senza che lo si sappia, davvero, articolare.
Perchè un 'grido' non è niente altro che un 'grido'.
Ogni 'luogo altro' comincia da questo 'grido'.
E la politica, la sua forza, è, nelle parole che sa dire, la forza di questo grido che la traversa.
Tutto il resto è il presente.
«E' dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell'ambito appunto di una "Semiologia generale"). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci»
PierPaoloPasolini, "Empirismo eretico"
[dove ci sarebbe bisogno di un'intera vita per commentare questa frase, e dove alla parola morte/morire si può leggere scrittura/scrivere - Carmelo, grazie...]
Ho vissuto a Strasbourg per nove mesi. Ho vissuto in una di quelle 'eguali opportunità' che la 'Repubblica francese' dà ai suoi figli e a chi la riconosce, come me. Ho vissuto per nove mesi in una stanza di undici metri quadri. Il mio loculo 'repubblicano' sporgeva su un corridoio dove si affacciavano altri 45 loculi di eguale dimensione.
Otto erano i 'cessi' e sei le docce. E la cucina aveva quattro piastre per cucinare. Quattro piastre per 45 'figli' della 'Repubblica'. Otto cessi per 45 figli e figlie della 'Repubblica'. Sei docce per 45 figli e figlie della Repubblica.
Nel mio 'corridoio' tutto il basso mediterraneo contava la sua forza: algerini, libanesi, tunisini, siciliani come me, siriani, turchi.
Nel mio corridoio vigeva la regola che prima gli algerini dovevano fare la doccia. E poi i libanesi. E poi gli altri, con me come eccezione, che potevo fare a qualsiasi ora quello che volevo, essendo 'figlio' unico della 'repubblica' più 'repubblicana', quella siciliana, 'repubblica' che, in tutto il mondo, è 'rispettata' per la sua forza e il suo 'silenzio'.
Cucinare - cioè vivere - sottostava alle stesse regole, se non che, in fondo, ognuno di noi cucinava nelle sue camere, di nascosto, o mangiava a mensa, infischiandosene altamente dell'avviso repubblicano che avrebbe preteso di impedire la cucina nel proprio 'loculo repubblicano'.
In 11 metri quadrati, per nove mesi consecutivi, ho studiato Marx.
Andando a mangiare e bere a Neuburg o Kronemburg, quando potevo, e di nascosto dai miei amici italiani.
Che, adesso professori o manager, non potranno che ricordare perfettamente quello di cui parlo.
Non una volta i miei maestri mi hanno chiesto di vedere dove io abitavo. Non una volta la curiosità è stata più forte del 'pudore repubblicano'.
Quando, per caso, mi sono trovato a 'conoscere la 'sezione' di Strasbourg dell'ENA, la scuola nazionale d'amministrazione, quella che tutti i politici repubblicani di destra o di sinistra hanno frequentato, quando, per caso, ho visto l'altro lato della 'Repubblica', ecco, io mi sarei ribellato. Il disgusto che ho provato nel sentire quello che 'usciva' dalla bocca degli enardi che mi avevano accolto come 'allievo di J.-L. N.', quel disgusto io non lo dimenticherò mai più.
E poichè io studio filosofia, a me è permesso e possibile sentire la feccia che ho sentito uscire dalla bocca degli enardi e, insieme, amare la merda di Neuburg e di Kronemburg. Dove, di nascosto dai miei amici italiani, continuavo a tornare. Anche di notte, anche quando loro dormivano, anche quando, come da dieci anni a questa parte, si bruciavano le macchine.
Io non dico che, essendo per un attimo come loro, come lo sono stato per nove mesi, farei quello che accade.
Ma non posso impedirmi di pensare che lo capisco.
Io, straniero, che andavo a bere e mangiare con chi le macchine le bruciava già prima.
Se, adesso, la Repubblica degli '11metri-quadri' fa della sua forza una separazione chiara, non posso, in fondo, che esserne felice.
Finalmente si mostra quello che è.
E comincia a mostrarsi quello che sarà.
La "Loi n°55-385 du 3 avril 1955", quella dell'applicazione in Algeria dell' ètat d'urgence', dello 'stato d'eccezione', è la legge che il governo della 'Repubblica francese' ha scelto per affrontare la sua crisi 'mortale'. I nomi che hanno richiamato, ripreso e riapplicato questa legge sono noti. Non li ripeto. Essi saranno ricordati dopo. Oggi, questo oggi è più importante.
La 'Repubblica', la parola più pronunziata da quando lo 'Stato francese' non sa che dire di fronte alla 'rivolta' che è la rivolta del 'suo' cuore, nel suo cuore, la 'Repubblica' si difende, come ha sempre fatto, con gli strumenti 'eccezionali', quelli che appartengono al 'potere', con quelli che fanno della sua 'verticalità, della distinzione e della 'violenza' la sua unica 'arma'.
Non solo noi rigettiamo questi strumenti, ma, ancor più violentemente, noi li disconosciamo come strumenti di una cosiddetta 'Repubblica' che, come 'popolo', non ci appartiene. La 'Repubblica francese' non ci appartiene più, non appartiene più, a questo punto, alla nostra forza e alla nostra 'tradizione'. La 'Repubblica Francese', quella della dichiarazione dei diritti umani, dell'eguaglianza, della fraternità. La 'repubblica Francese', e i suoi 'valori', non appartengono più alla 'nuova' tradizione, alla nuova forza del popolo, alla forza del 'nuovo popolo'.
Non solo gli intellettuali francesi sono, nella loro stragrande maggioranza, instupiditi e ipnotizzati dal termine 'Repubblica', ma, ancor di più, essi non sanno nemmeno ripensare quella verticalità del potere politico che è, non è niente altro che, una teologia politica verticale propria della 'Repubblica': la religione repubblicana.
La 'religione repubblicana' oggi mostra la sua violenza, la sua debolezza, e, anche, la sua forza d'integrazione.
Non solo noi rigettiamo la 'violenza repubblicana', non solo noi facciamo della sua 'debolezza' la nostra 'forza', ma, ancor di più, noi rifiutiamo ogni integrazione, ogni 'comune', rifiutiamo ogni gesto 'violento' di una 'Repubblica' che sta diventando la 'Repubblica della violenza contro il suo popolo', rifiutiamo ogni 'gesto in comune'. La nostra 'Repubblica', davvero, non è la 'Repubblica francese', per come, oggi, si dà, per come viene detta e declinata.
Cosa rimane della 'Repubblica' dove la 'Repubblica' non fa niente altro che applicare la legge dell'eccezione e dell'urgenza per difendere la sua 'esistenza' dal suo 'popolo'?
Dai figli di quel 'popolo' che la Quarta repubblica francese ha torturato, massacrato, oppresso in Algeria e altrove. Cosa rimane?
Se lo 'stato d'eccezione' è, oggi, la legge permanente della politica, questo 'stato d'eccezione' che la politica francese ha scelto come 'luogo' è, oggi, la sua più grande vergogna e il suo più grande tradimento. Il suo più grande errore.
Dove, in questi anni, la Francia aveva espresso, di nuovo, quella forza e quella messa in questione del 'potere come violenza', dove la Francia aveva provato ad indicare 'un'altra via', dove la Francia aveva 'creduto' di essere quello che non era, oggi, con chiarezza, la Francia, per responsabilità della sua classe politica, quella di destra e quella di sinistra, quella dell'ENA, la stessa dove ci si volga, diventa la mano 'violenta' della 'Repubblica'.
Dove sono i suoi intellettuali, quelli che facevano della 'Repubblica' il senso di un universalismo laico e compiuto?
Dove sono i 'suoi' filosofi, i filosofi 'repubblicani'? I filosofi che non vedono come, precisamente, il concetto di 'teologia politica verticale' attiene oggi, forse più che prima, più alla 'Repubblica' che ad ogni 'teocrazia'? Dove sono, in quale città d'Europa sono, quell'Europa che proprio la Francia ha rifiutato e rigettato come 'estranea' al suo presente?
La 'violenza' repubblicana, il silenzio degli intellettuali francesi, la loro 'laica' certezza, la loro 'laica religione', la loro 'religione repubblicana' si scontra, oggi, con questa verticalizzazione del potere repubblicano, con questo 'coprifuoco' dei loro pensieri, con questo 'presente' della violenza sin dentro il cuore dello statuto della 'Repubblica' e dei suoi abracadabranti ripetitori.
Nella notte, dove starete? nelle vostre case, nella vostra fede laica? Dove vi nasconderete per non vedere il 'dio' repubblicano che fulminerà chi violerà l'interdetto della legge, dello 'stato d'eccezione'?
La Francia applica il coprifuoco imposto all'Algeria.
Sappiamo com'è finita la 'Battaglia d'Algeri'.
La nostra barca di plastica, lo 'Sportyak' di un intenso arancione, stava per tutto l'anno a raccogliere polvere in garage. D'estate veniva issata sul portabagagli e portata di spiaggia in spiaggia, a seconda della voglia e della possibilità.
Mio padre la sollevava da solo e se la portava, un pò come si porta una lastra di vetro. Con mia sconfinata ammirazione. Una volta l'ha portata anche fino all'Isola Bella, a Taormina, dopo una non breve rampa di scale. Noi lo seguivamo con i remi, altra attrezzatura varia e, soprattutto, con l'ingegnoso parabordo in plastica che aveva costruito per non fare entrare troppa acqua da una prua troppo bassa.
A bordo di questo portento di meno di due metri e di forse nemmeno trenta chili di plastica, ho doppiato Capo Peloro, alias Cariddi, innumerevoli volte.
Ammiravo la forza di mio padre, le braccia muscolose, la capacità di trarre il massimo diletto da cose in fondo puerili, ma in lui sempre vive, forse già allora più che in me.
In quel tratto di mare pescavamo a traino, con un semplice pezzo di cotone attaccato ad un amo, a far finta di essere un pesciolino sul filo dell'acqua.
Era bello e spaventoso, tentare di avanzare nel pieno della forza della corrente dello Stretto ed essere invece ricacciati indietro fino a quando qualcosa non girava più grazie ad un capriccio delle acque che alla forza delle sue braccia e si varcava finalmente l'invisibile confine tra i due mari. Nulla ci diceva chiaramente che dipendesse dalla forza che mio padre ci metteva, ma, oltre che dubitarne, non si poteva e tuttora non posso.
Di tutti quelli possibili in una vita, mi sono assunto un solo compito, come adesso so: in altri modi e per altre vie, è quello di raccontare quello ed altri transiti, con i dubbi che si portano dietro, con i tanti mutamenti.
"Forza sarebbe continuare a provare e sopportare il fallimento. Quella è la vera forza."
(c)
di Mario V. 'u palemmetanu'
Deflagrazione e tracimazione.
La deflagrazione (il rumore lontano degli spari che si può udire da paese a paese, da valle a valle e che in Un giorno di fuoco fa germinare discussioni e racconti) è l’origine del racconto da un punto di vista esterno, sempre sociale e collettivo. È ciò che appare da fuori, dalla parte della collettività di paese che guarda incredula ciò che tal personaggio, asserragliato in una casa, sta combinando, sparando contro l’esattore che viene a riscuotere (per citare il primo racconto che mi viene in mente).
Di contro, il movimento interno, individuale, decisionale, da cui altrettanto simultaneamente origina il racconto (anche come evento, drammatico e glorioso insieme, e dunque degno di nota) è un movimento di tracimazione. Come avviene per gli argini di un fiume in piena che si è gonfiato da tempo. Ma questo movimento di tracimazione Fenoglio non ce lo mostra mai. Fenoglio ci mostra lo sparo da cui origina il racconto, mai il lento gonfiarsi del fiume e la tracimazione. La sua non è una prosa che approfondisce il processo psicologico che porta allo sparo. Lo sparo è puro evento deflagrante che sospende il normale corso degli eventi nella vita di una famiglia o di un paese e che tutti guardano attoniti in attesa di vedere come il tutto va a finire.
Questo non può comunque distoglierci dal riflettere che come evento individuale e dal punto di vista del personaggio che spara o si getta in un gorgo, come motore interno, anche nascosto, l’evento del racconto, così come il racconto stesso, tracima e deborda. Ma Fenoglio non lo mostra, ce lo fa solo intuire.
E tracima e deborda come evento psichico.
Memoria e caratterialtà.
Qui il discorso si fa più contorto. In Una questa privata l’evento da cui prende le mosse il racconto tracima dalla memoria (il ricordo della ragazza amata che forse aveva una storia con l’amico partigiano). In Un giorno di fuoco l’evento del racconto tracima e deborda dalla caratterialità del personaggio che comincia a sparare sull’esattore o che si getta nel gorgo. Di per sé, poi, e in modo letterale, i racconti di Un giorno di fuoco prendono le mosse anch’essi da un’operazione di memoria. È la voce narrante che ricorda eventi lontani, spesso avvenuti quando era bambino e andava in vacanza nelle Langhe dagli zii. Questa endiadi dunque, la memoria e la caratterialità, va risolta in questo modo (alla latina): memoria della caratterialità. Quanto meno per ciò che riguarda Un giorno di fuoco.
Ma memoria e caratterialità sono legate in Fenoglio, dal punto di vista biografico e autobiografico, in una componente ben precisa della sua formazione: la componente paterna (i parenti paterni delle Langhe, di Murrazzano o Feisoglio), contrapposta alla componente materna (vissuta da Fenoglio come ordine, ragione, ponderatezza).
Caratterialtà in questo caso vuol dire (ancora una volta) emersione del gesto definitivo, che genera l’evento in seguito al quale il procedere delle situazioni diventa inarrestabile (dopo il quale non si può più tornare indietro).
Qualcosa di simile lo ritroviamo nella biografia fenogliana, nel gesto definitivo, in opposizione alla madre, di non proseguire gli studi e di non giungere alla laurea, nella seguente frase: “sarà la pubblicazione del mio primo libro la mia laurea”. È la scelta definitiva della componente paterna come componente in cui identificarsi (quella, d’altra parte, presente in tutta la narrativa fenogliana). E non c’è dubbio che queste notazioni rafforzano l’identificazione tra scrittura e evento definitivo, tra scrittura e deflagrazione, tra scrittura e rottura dell’ordine materno. È l’emersione della caratterialità dei paterni, che con una notevole forzatura si potrebbe anche chiamare tracimazione dello spirito delle Langhe. Un tutt’uno con la memoria delle Langhe.
A proposito della 'firma' finale al 'Manifesto sull'autoriforma dell'Università', dove si scrive 'gli Atenei in rivolta', riposto un testo scritto nel maggio scorso. Come un inizio. Sull'Università, e pensando ad 'altre rivolte'.
***
a Silja
Uno scrittore - non lo sono e di questi tempi in troppi, penso, si autotitillano con la definizione - uno scrittore 'tradisce' il proprio nome. In un senso forse alto, incomprensibile o dimenticato di questi tempi.
Vorrei ricordare qui quello che Maurice Blanchot scriveva sull'anonimato della scrittura e sulla necessità, per chi scrive, della sua/propria cancellazione. Vorrei ricordarmi, più che ricordare, le pagine de La scrittura del disastro, dove, davvero e sino in fondo, non tanto il termine 'scrittore', quanto la 'pratica' della scrittura viene sottoposta, direi 'esposta', ad uno svuotamento radicale di quella 'pienezza', di quella 'autorialità' a tutto tondo che funziona più per la NZZ o 'La Repubblica' che per un testo che si dice di 'letteratura'.
Ciò che però Blanchot aveva sempre di fronte gli occhi era che questa necessaria 'cancellazione', l'urgenza che l'autore tradisca il proprio nome, la necessità 'tutta politica' che non possa mai essere identificato a tutto tondo con la scrittura, e soprattutto la scrittura con l'autore, ciò che aveva davanti agli occhi era, appunto, il primato della scrittura, la sua forza, l'urgenza sovversiva che risuona in ogni scrittura che possa essere degna di questo nome.
Mai, in nessun modo, Blanchot confonde questo 'spossessarsi' dell'autore, questo 'tradire' il proprio nome - nel senso che ho appena accennato - con la mancanza di responsabilità, con il silenzio, con la fuga. In nessun momento questa scrittura che Maurice Blanchot indica e pratica, in nessun momento essa scende a patti con il potere, con qualsiasi potere - editoriale, dell'industria culturale, della forza del nome, del nick, di quella autoriale, giornalistica, accademica, di quartiere, di cortile, di clan, di link, di famiglia allargata, di sangue, di razza, d'origine, destinazione, d'elezione, di potere della scrittura stessa.
Scrivere nell'anonimato - cioè: 'tradire il proprio nome', perchè questa è l'unica possibile definizione dell'anonimato della scrittura, è sempre, per lui, la più radicale contestazione del potere.
Lo testimoniano i testi del 'Comitato d'azione studenti-scrittori', che si riuniva nella biblioteca di filosofia alla Sorbonne nel maggio '68 e a cui Blanchot partecipa sin dalla sua fondazione.
La notte tra il 10 e l'11 maggio del '68, la 'notte delle barricate' al Quartiere Latino, come nei giorni precedenti e nei giorni successivi, Maurice Blanchot vive nelle strade, come tutti. Il 14 maggio cominciano gli scioperi spontanei e le occupazioni delle fabbriche. 10 milioni di francesi scioperano contro De Gaulle e la repressione. I primi giorni di giugno Blanchot è, insieme a Marguerite Duras, alla Renault di Flins, dove gli studenti fiancheggiano gli operai contro l'intervento della polizia.
Il 20 maggio si era costituito il 'Comitato', a cui partecipavano Antelme, Duras, Bellefroid, Leiris, Mascolo, Nadeau, Roschefort, Roy, Sarraute, Schuster, per dire i 'nomi' conosciuti, le 'firme', i 'responsabili del loro nome', (salvo errori - cioè salvo una coincidenza di più riunioni tra scrittori e studenti - una ricostruzione la si può ritrovare in 'A conti i fatti' di Simone de Beauvoir, pag 412-13. De Beauvoir non cita mai Maurice Blanchot, ma solo Duras e Georges Lapassade, con cui ho avuto il piacere di ubriacarmi a Venezia...senza sapere, davvero, chi fosse...Il testo è comunque da leggere per il 'caga-sotto' della de Beauvoir di fronte una contestazione quasi 'annunziata'....).
Nelle riunioni successive, nè Sartre nè de Beauvoir sono mai stati più presenti. Alla loro vista, cito de Beauvoir, la Duras sbotta dicendo: "Ne abbiamo piene le scatole dei divi".
Il punto focale è che oggi, anche in italiano, possiamo leggere i testi del 'Comitato'.
Vorrei citarne solo uno, cruciale per la questione dei 'nomi' e delle scritture, della responsabilità e dell'anonimato. Lo si può leggere a pagina 108 de Nostra compagna clandestina, (edito da Cronopio, e da cui prendo molte delle informazioni che qui riunisco), un testo senza titolo, ma che inizia con 'Oggi...':
Oggi, come durante la guerra dal 1940 al 1944, il rifiuto di collaborare con tutte le istituzioni culturali del potere gollista deve imporsi come una decisione assoluta a ogni scrittore, a ogni artista di opposizione.
La cultura è il luogo in cui il potere trova sempre dei complici.
Con la cultura recupera e sottomette ogni libera parola.
Lottare contro questa complicità della cultura; mostrare che nella cultura c'è un rapporto di possesso tramite il senso e un uso delle forze repressive che funziona indipendentemente dal gioco sociale.
In una lettera inviata a Christian Limousin, Blanchot aggiunge riguardo i testi pubblicati in "'Comité. Numero 1. Bollettino pubblicato dal Comitato d'azione studenti-scrittori al servizio del movimento (ottobre 1968)":
"Anche se li ho scritti, non posso riconoscere me stesso come autore dei testi che Lei mi segnala, testi che mi sono molto prossimi, di cui mi considero responsabile [...]. Tutto ciò che posso affermare è che ho partecipato alla redazione di Comité, tra gli oscuri e come
senza nome. Spetta a voi lettori decidere e dire, ad esempio, in rottura con il principio dell'anonimato: "questi testi avrebbero potuto essere scritti da M.B., ma siamo noi che li attribuiamo a lui per decisione della nostra lettura".(p. 99-100)
Questo testo che non ha titolo e che comincia con la parola 'Oggi', a differenza dei volantini e delle dichiarazioni precedentemente redatti dal 'Comitato', come la nota aggiunge, non è stato scritto in comune.
Era anonimo.
Nostra compagna in-comune, nostra compagna ribellione...
Ricevo da Gianfranco e posto, in attesa di commentare, il "Manifesto per l'autoriforma dell'università", approvato ieri a Roma.
***
Dopo le settimane di mobilitazioni, occupazioni, blocchi della didattica, cortei e la grande manifestazione del 25 ottobre che ha assediato il parlamento, noi, studenti e studentesse, precari e precarie dell’università e della conoscenza, ci siamo incontrati per discutere sulle prospettive del movimento.
L’inaccettabile approvazione del Ddl non ha intaccato la nostra determinazione a voler proseguire la mobilitazione. Fin da subito la protesta è esplosa a partire dal nostro disagio, investendo l’assetto complessivo dell’università e della formazione.
All’origine di tale disagio vi sono i processi di precarizzazione e di riforma, il cui centro focale è rappresentato dal 3+2 e dal meccanismo dei crediti, introdotto dal centro-sinistra e peggiorato dal centro-destra.
Per noi essere contro il Ddl vuol dire essere contro il processo di riforma che interessato l’università italiana negli ultimi anni. Le occupazioni e le mobilitazioni sono state, da subito, laboratori di sperimentazione di nuove e molteplici pratiche di conflitto e di scardinamento dell’università attuale e nello stesso tempo di immediata costruzione di un’altra università. A partire da qui abbiamo iniziato a scrivere con i nostri conflitti l’autoriforma dell’università.
Questo manifesto vuole raccogliere le pratiche e idifferenti contenuti che sono patrimonio comune delle mobilitazioni e rilanciarne la generalizzazione.
1 - Ci siamo ripresi i nostri tempi e i nostri spazi, attraverso blocchi della didattica, scioperi della frequenza, occupazioni delle facoltà, autogestione di aule. Perché i nostri tempi di vita e di formazione sono radicalmente incompatibili con la gabbia dei ritmi che ci stanno imponendo. Il tempo dell’università deve adattarsi al nostro, ne pretendiamo dunque un altro: vogliamo una radical diminuzione dei ritmi di studio e rifiutiamo l’obbligatorietà della frequenza.Vogliamo studiare con lentezza.
2 - Ci stiamo riappropriando di ciò che ci viene tolto. Pratiche diffuse di autoriduzione del pasto in mensa, del costo dei trasporti, dei servizi culturali,degli affitti, occupazione degli enti per il diritto allo studio, diffusione libera dei saperi ostaggio di brevetti e copyright. Nel mercato della formazione, vogliono destinarci a un presente e a un futuro di precarietà. Reclamiamo reddito, servizi e casa, gratuità dell’accesso all’università e alla formazione, rimozione di tutti i blocchi e gli sbarramenti al percorso universitario, abolizione della proprietà intellettuale, moltiplicazione delle borse di studio e dei posti alloggio sganciati da logiche meritocratiche, in opposizione radicale all’attuale Dpcm sul diritto allo studio. E’ necessario incentivare i finanziamenti pubblici destinati all’Università e alla Ricerca. Non è pensabile una finanziaria che sottrae fondi all’intero mondo della cultura per destinarli alla guerra.
Vogliamo studiare tutte e tutti.
3 - Abbiamo iniziato a costruire un’altra didattica. Incontri, discussioni, convegni, seminari autogestiti, feste, riappropriazione di spazi di socialità e di relazione continuamente negati dalla riforma. La nostra formazione passa innanzitutto attraverso questi momenti. La produzione di saperi e relazioni è per sua stessa natura “anti-economica", non misurabile in unità di tempo e in crediti formativi. Il sapere vivo non è riducibile a merce. È un processo collettivo e cooperativo radicalmente alternativo ai linguaggi e alla logica dell’università-azienda, individualista e competitiva. La parcellizzazione, frammentazione e dequalificazione dei saperi non produce altro che precarizzazione e controllo.Affermiamo l’autogestione e l’autogoverno della didattica e della ricerca, lo scardinamento del sistema dei crediti attraverso pratiche diverse: tanto l'inflazione dei crediti, ossia il riconoscimento di tutte le attività formative e di ricerca autogestite; quanto l’irruzione del sapere critico nei programmi didattici.
Vogliamo costruire tutto il nostro sapere.
NON ABBIAMO ALTRE RIFORME DA ATTENDERE O GOVERNI DA
ASPETTARE:
IL NOSTRO TEMPO E’ QUI E CONTINUA ADESSO
gli atenei in rivolta,
assemblea nazionale degli studenti universitari, dei
ricercatori precari, degli studenti medi
Presenti più di 400 tra studentesse
e studenti, ricercatrici e ricercatori provenienti da
tutta Italia (Trieste, Trento, Venezia, Padova,
Bologna, Pisa, Siena, Torino, Milano, Perugia, Napoli,
Bari, Catania oltre chiaramente ai 3 atenei romani)
Roma 06.11.05
"Più che ai moti studenteschi del Sessantotto, la violenza dei ragazzi di banlieue mi fa pensare alla rivolta dei Ciompi che vide opporsi nella Firenze del Trecento i lavoratori tessili alla borghesia cittadina", dice Jacques Le Goff, grande medievalista, raffinato scrittore ed esperto conoscitore della storia d'Italia. "Mi vengono in mente anche le sommosse dei chartists, durante i primi movimenti operai nell'Inghilterra appena industrializzata". La conversazione di Le Goff spazia da jacqueries a sanguinosissime repressioni, da insurrezioni a teste mozzate. Poi però il celebre studioso comincia a sparare a zero sullo stato francese e sulle colpe del suo massimo rappresentante, il presidente Jacques Chirac, che definisce una "nullità politica". [...]
In attesa degli entusiasmi e delle acrobazie verbali di attempati rivoltosi che immagino intenti a riesumare frettolosamente dal guardaroba passamontagna impolverati e consunti, ci consoliamo con il progetto politico della rivolta francese, lucidamente espresso da un giovane del luogo: "Sognamo di vedere bruciare tutto in tv".
E di bruciare l'elettrodomestico medesimo o, ancora meglio, ripetitori ed emittenti?
Dieci anni fa moriva Gilles Deleuze.
Un pensiero lo si misura per il futuro che porta con sè.
Noi siamo ancora con gli occhi sul nostro presente.
Parigi e le sue 'continentali' periferie si rivoltano. Mentre qui tutto tace.
Sta accadendo un 'evento' più che memorabile: contro lo stato 'nazionale' e contro la sua declinazione 'europeistico-funzionaria', Parigi si ribella e le sue periferie, in notturna, brulicano di quello che Marx avrebbe chiamato il 'proletariato rivoluzionario' e che, oggi, è invece la colonna vertebrale dell'esclusione.
Ecco quello che la 'Repubblica francese' e il suo spirito risponde con le parole del suo ministro: " Le droit représente aussi la protection des plus faibles. Sa négation n'est pas acceptable sur le territoire de la République.".
Quello che sta accadendo nel 'territorio della Repubblica' è, invece, quello che accadrebbe, e accadrà, se solo si pensi che la sovranità, oggi, non ha confini.
Parigi brucia nelle sue periferie, nella rivolta contro la 'polizia' e il controllo del territorio da parte di uno Stato che 'non esiste' nei termini per cui, oggi, lo stato o è uno 'stato di polizia che controlla il suo territorio repubblicano' o non è. Ed infatti non è.
Come hanno scritto: "in cambio del riconoscimento della sovranità dello stato non si possono erogare materialmente diritti di cittadinanza e non resta che la presenza militare della governamentalità".
Esattamente Foucault.
'Casseurs' lo siamo tutti se poniamo mente non solo alla crisi dello 'Stato sociale senza società', ma sopratutto all'idea, falsa, che la società sia riassumibile nella 'società civile' di liberale memoria e vocabolario..
Quello che sta accadendo a Parigi, nelle sue periferie, è, ripeto, più che memorabile, anzi, direi: quello che accade a Parigi, oggi, ora, ogni notte, è l'irruzione prima delle nuove 'lotte' e della nuova 'rivolta', come il XX non le ha viste e non le sa riconoscere, come non sa riconoscerle la 'sua politica'.
Questo è il livello della rivoluzione che verrà. E della 'rivolta' che comincia a dirsi e ad imporsi.
Chi non lo vede o non lo 'sa dire', torni da dove viene, torni nel suo secolo, torni nel XX.
di Mario V. 'u palemmetanu'
Il crontopo.
Particolare uso dell'unità temporale in questi due libri.
Nel primo (una raccolta di racconti), quasi tutti i racconti narrano di avvenimenti che si svolgono in una sola giornata. Nel secondo (un romanzo breve) l'intero arco della durata degli avvenimenti è di circa tre giorni.
In Una questione privata, per introdurre e contestualizzare gli avvenimenti che si sviluppano in questa unità temporale di tre giorni (il pellegrinaggio del protagonista alla ricerca dell'amico partigiano che possa svelargli la verità su un suo amore passato) viene introdotto un altrove lontano. Un altrove temporale piuttosto che spaziale. Questo altrove temporale, che è un luogo della memoria, si concretizza in un punto (la donna amata ha avuto una storia d'amore con l'amico partigiano?), punto da cui germina il racconto.
Il racconto di Una questione privata è una sorta di deflagrazione che scaturisce direttamente da questa domanda la cui risposta diventa impellente (la donna amata ha avuto una storia d'amore con l'amico partigiano che milita in un'altra brigata rispetto a quella del protagonista?), una deflagrazione avviata dalla quale non si torna più indietro. Si va avanti fino alla fine del racconto, fino a farsi del male, fino al rischio della morte e dell'autodistruzione.
Ecco: l'unità di tempo (quasi aristotelica) della narrazione è l'esito di una deflagrazione (centralità dell'elemento bellico-agonistico tanto in Una questione privata quanto in Un giorno di fuoco, e dunque: tanto nel racconto della Resistenza quanto nei racconti di tradizione locale).
La questione privata in Un giorno di fuoco.
Se in Una questione privata la deflagrazione è simbolica, nella maggior parte dei racconti di Un giorno di fuoco assistiamo a delle deflagrazioni reali. La materia del racconto viene fuori quasi sempre da uno sparo o da una serie di spari. Qui la deflagrazione è l'emersione di un elemento caratteriale, di un sostrato psichico che si fa avanti e prende il largo facendo deragliare la normalità degli eventi, e così (ancora una volta) generando il racconto. Se ci si fa caso: è lo stesso principio compositivo diUna questione privata, ma divenuto letterale piuttosto che simbolico. Anche qui: quando il racconto germina diventa esso stesso un evento dal quale non c'è più scampo (per lo più si va verso la distruzione o la rovina).
Ma è una rovina non del tutto drammatica. La rovina sembra piuttosto l'onorevole compimento di un destino individuale che finalmente prende piede ed esce alla larga in modo definitivo. Si potrebbe dire che tracima, e grazie a questo tracimare diventa glorioso. Da qui la costante sensazione di racconto epico che è stata rintracciata nella narrativa di Fenoglio.
L'uso delle armi.
L'uso delle armi non è evento eccezionale in questi racconti (se così fosse lo avremmo solo nei racconti resistenziali). Le armi sono certamente uno strumento espressivo. Sono come la penna dell'illetterato per scrivere la storia (personale o collettiva che sia). L'uso delle armi è insomma 'lunico modo che conosce la gente delle Langhe (secondo Fenoglio) per dire la propria una volta per tutte, decidendo di rompere definitivamente l'ordinata sequenza di come va il mondo. Dopo le armi, non rimane che la memoria e la penna vera e propria per ordinarne il flusso.
Le armi sono l'equivalente delle parole, parole definitive. Sono appunto: quando uno decide di parlare una volta per tutte. Da qui, dunque, l'insistito rapporto, in Fenoglio, tra deflagrazione e racconto (che è anche il rapporto più nascosto e sottile tra rivolta individuale, che è quasi sempre un gesto autodistruttivo, e Resistenza).
Repubblica di oggi riferisce che "un'impresa di La Spezia è arrivata a progettare un'urna cineraria in vetro, a forma di clessidra, da tenere in salotto, con le polveri del defunto che scandiscono il tempo che passa."
Talentuosa atrocità: "levatemi tutto, ma non mio nonno".
Agnese mi scrive: "ciao emilio,
quando mi sono imbattuta in questa strada non ho potuto fare a meno di pensare a te, guarda la foto (prima di leggere il seguito...) e dimmi: non ti sembra una contraddizione intrinseca quella che una strada senza uscita (l'impasse) si chiami della "resurrection", che è invece una via d'uscita dall'impasse che è la morte!?!?!".
Per essere chiari e duri: non solo non lavoro per una resurrezione qualsiasi, ma combatto tutte le resurrezioni. E, ancor di più, chi confonde la resurrezione con la 'liberazione', deve meglio riflettere.
Non porto bon-bon, Agnese, porto violenza. (per citare l'unico belga che canta in francese e vince).
Ed in più: non mi sembra una contraddizione, ma, anzi, l'evento evidente dell'impossibile 'resurrezione', evento di una strada chiusa che si chiama fede. La sua evidenza.
Quando troverai una strada 'chiusa' che si chiamerà 'liberazione', mandami una foto.
E dunque: qualsiasi 'ostruzione' alla resurrezione non solo mi fa piacere, ma la sostengo.
E però, capisco quello che 'dici' - soprattutto grazie a G. -.
Ecco: io lavoro per la 'politica'. Che è, davvero, il mio più grande amore.
La poliica e la resurrezione non hanno nulla che le mette insieme. O dove qualcuno dice il contrario, lavora per una politica 'della dittura'.
Io lavoro per la 'politica' e per la 'liberazione'.
Solo chi legge nelle mie parole una 'resurrezione', ma, in più, coglie quello che io chiamo il legame 'verticale' tra la politica e la teologia, vede la politica.
Se tu l'hai visto in quello che io scrivo, non ti sei sbagliata.
Se tu l'hai visto in questa foto, non hai ragione.
Ma, sappilo, siamo davveri pochi.
Siamo pochi a vedere, nella resurrezione, l'elemento verticale della 'politica'.
Quello contro cui io combatto.
ps: e cmq è un 'ancienne' ostruzione
La filosofia, che molti e bene hanno definito una 'pratica', impone una 'traccia' di lunghissima memoria e di certa persistenza. Impone ed implica un'amicizia, innanzitutto con la verità, che, certo, non è facile 'tenere', 'tenere' sempre. Questa 'pratica', quella dell' 'amicizia con la verità', non ha nessuno dei caratteri dell'amicizia 'tra uomini'. Non sono in condizione di potere 'spiegare' perchè dico questo. E non mi interessa nemmeno, almeno in questo momento.
Semplicemente, direi: l'amicizia con la verità non si 'ferma', non è 'stabile', ma impone, sempre, una pratica sfiancante, quasi sino all'estremo, una 'pratica' non tanto di dimostrazione, ma di continua 'messa in questione del cuore del suo cuore'.
Come fosse un appello alla sistole nell'irruzione della diastole, e viceversa, 'l'amicizia con la verità', cioè: la filosofia, si espone, sempre, all'estremo. Impone una 'pratica' sfinente, una pratica che abita, sistematicamente, tutte le regioni più estreme, dove per 'estremo' bisogna intendere ciò che, di noi, più si espone.
E, abitando l'estremo, cioè: il più esposto, non è un'amicizia tra uomini, ma un amore, un amore per quel 'cuore del proprio cuore' che fa di noi stessi una pratica, la pratica della nostra esistenza.
L'amore per un'altra' da noi, per un 'altro' da noi. Sin dentro il nostro cuore.
In questo estremo, cioè: in questo luogo dove meglio che ovunque noi ci 'mostriamo' faccia-a-faccia con la verità di quello che siamo, in questo lembo, questo margine, in questa provincia della nostra esistenza, in questo luogo dove sorge la rivolta contro noi stessi, dove comincia l'inesorabile e violentissima messa in questione di quello che siamo e irrompe, continuamente, l'appello a quello che vorremmo essere, in questo estremo si mostra, però, quando c'è, la più grande fedeltà ed il più grande amore.
Proprio per quello, per questo 'grande amore', riusciamo a 'tenere'.
Questo estremo, questo lembo d'esistenza senza 'proprietà, ha questa 'forza' e questa 'presenza'.
Se tace, tace. Ma dove 'parla', soffocarlo è un 'delitto senza castigo'.
E' l'unica cosa che non perdono.
La Signora Poli Bortone è il sindaco di Lecce. Invitata a Ballarò, ha perlopiù espresso una pettinatura mosciamente tatcheriana in un contesto di gioiellame vario, l'incarico aggiuntivo di deputata europea e una perla di saggezza che vi vado ad esporre: interrogata sui molti problemi delle famiglie, si è detta molto preoccupata per il fenomeno dei bambini sottratti alle famiglie per intervento dell'Autorità Giudiziaria a causa di maltrattamenti. Ha osservato, con inossidabile sociologismo marxista, come tali tristi fenomeni abbiano luogo nelle famiglie più povere. Poi ha calcolato in circa cento euro al giorno la spesa da parte delle istituzioni per mantenere i bambini in istituto. E poi deve avere avuto una illuminazione: perchè, ha detto, non dare quei soldi direttamente a queste famiglie? In effetti, sembra l'uovo di Colombo. Peccato che la condizione per dare quei soldi è che i bambini siano maltrattati e che, per esempio, a parità di povertà, un buon padre non assicurerebbe alla sua famiglia quella cospicua cifra e così via con i paradossi, tipo fine del contributo in caso di cessati maltrattamenti: in ossequio a tale logica, direi, perchè non pagare le famiglie per tenere i malati a casa, o per tenervi i carcerati, visto quello che ambedue le cose costano all'erario. Pertanto, cari bambini italiani, se vostro padre vi picchia, sappiate che lo fa per il vostro bene e per ottemperare al programma della casa delle libertà (e dei maltrattamenti): PIU' BOTTE PER TUTTI.