Due testi di Michel Foucault: il celebre Che cos'è l'Illuminismo? e una stupenda 'cartografia' delle eterotopie. Li trovate nella sezione materiali filosofici di millepiani.
Ottobre 2005 Archives
a Silja
Come ogni giorno, ho provato a comprare le mie sigarette. Era difficile, più difficile che una settimana fa. A Mosca è caduta la prima neve. Quando a Mosca cade la prima neve, cambia tutto. Mentre sembra che tutto continui come prima, come il giorno prima, i moscoviti, dopo la prima neve, cominciano a guardare ciò che li circonda diversamente.
Come ogni volta, bisogna ricominciare, di nuovo, dall'inizio. E con memoria.
Questa volta, come le altre volte, la forza che 'viene' dal rifiuto della definizione dello statuto dell'università si traduce, e diventa, la forza ed il rifiuto di un sistema di valutazione della 'nostra' vita, del nostro 'stile di vita', della nostra forza e irrudicibilità.
Un testo critico di Katia Genel su una nozione più che abusata. Trovate il link nella sezione di materiali filosofici di millepiani.
"[...] le devenir n’est pas de l’histoire; L’histoire désigne seulement l’ensemble des conditions si récentes soient-elles, dont on se détourne pour « devenir », c’est à dire pour créer quelque chose de nouveau. C’est exactement ce que Nietzsche appelle l’Intempestif. Mai 68 a été la manifestation, l’irruption d’un devenir à l’état pur. Aujourd’hui, la mode est de dénoncer les horreurs de la révolution. Ce n’est même pas nouveau, tout le romantisme anglais est plein d’une réflexion sur Cromwell très analogue à celle sur Staline aujourd’hui. On dit que les révolutions ont un mauvais avenir. Mais on ne cesse de mélanger deux choses, l’avenir des révolutions dans l’histoire et le devenir révolutionnaire des gens. Ce ne sont même pas les mêmes gens dans les deux cas. La seule chance des hommes est dans le devenir révolutionnaire, qui peut seul conjurer la honte, ou répondre à l’intolérable.[...]"
da 'Pourparler', Les Editions de Minuit, 1990.
Per chi parla il francese, o anche solo per chi vuole ascoltare il 'tono' di Deleuze, qui ci sono degli estratti audio, presenti nel sito 'agitkom', presi da l' 'Abecedaire', che DeriveApprodi pubblicherà a Novembre anche in Italia, traducendo i 3 Dvd curati da Claire Parnet e con la regia di Pierre-André Boutang.
Parafrasendo Karl Kraus - che scriveva di cose ben più serie - sulla consulenza filosofica non mi viene in mente nulla da dire. Se non, appunto, il nulla che c'è dentro - di cui ho scritto qualche tempo fa.
Aggiungo che, come ogni prodotto bello di fuori e vuoto di dentro, ha bisogno di pubblicità.
Lo 'spottone' è cominciato. Ed anche un po' sgrammaticato.
Buona 'visione'.
ps dimenticavo il lancio della 'campagna acquisti', già datato qualche mese.
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Colgo lo spunto da questo commento di Michele Serra:
"Da osservatori faziosi quali siamo, diciamo questo: che il medio in erezione della destra non ci sorprende e non ci interessa. Si limita a rivendicare una gloriosa tradizione culturale che definisce splendidamente i suoi artefici. Mentre ci fa impressione, e tanta, l'idea di un trivio di sinistra dal quale si grida zoccola a una donna perché è una donna. Siano stati dieci o cento, gli oltraggiatori della signora Santanché, erano sempre troppi. E, come dicevano una volta gli anziani passanti ai ragazzacci, si dovrebbero vergognare. Si vede che sto diventando un anziano passante."
In effetti, gli amici e compagni che non hanno trovato di meglio che dare della 'zoccola' alla Moratti e alla Vaffanchè, non hanno avuto una grande idea. Un autogol. Naturalmente, la reazione della Vaffanchè è stata, se possibile, ancora peggiore, dato che in teoria dovrebbe rappresentare gli italiani e il decoro delle istituzioni.
Ai giovani amici e compagni, per parte mia, non posso che ripetere e trasmettere la perla di saggezza di un vecchio avvocato meridionale, il quale ove ne sussistesse il dubbio suggeriva, credo con limpido intento garantista, di porre la questione con il seguente distico:
"Chi domanda, non fa errore:
son puttane, lor Signore?"
L'introduzione di Remo Bodei a "Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano", volume che raccoglie saggi di filosofia moderna scritti da Nicola Badaloni in più anni, dal 1958 al 2000, pubblicato per ETS di Pisa. La trovate nella sezione di materiali filosofici di millepiani.
Un estratto del contributo di Mario Tronti al libro sulla crisi della democrazia pubblicato dalla Manifestolibri e un contributo audio (9 mega!!) sulla critica alla democrazia. Li trovate nella sezione dei materiali filosofici di millepiani.
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"Il nostro tempo è qui e comincia adesso".
Su sfondo nero, scritto in giallo, questo è lo striscione che ha aperto la manifestazione romana che si è svolta ieri contro la riforma dell'università.
Certo: una 'piccola stella rossa', e per ricordare. Ma, e soprattutto:
"Il nostro tempo è qui".
Mi si dica, oggi, una frase più radicalmente 'filosofica'.
"E comincia adesso".
Mi si dica, oggi, una frase più radicalmente 'politica'.
Sì: il nostro tempo è qui e comincia adesso. Qui, adesso.
Stamattina mi alzo e, uscendo, prelevo il giornale dalla cassetta delle lettere: in prima pagina, una foto di miliziani esultanti con il fucile levato al cielo. Così mi pare, eppure hanno una bandiera, dunque, sebbene ci siano eccezioni, specie da quelle parti, uno Stato: sono, infatti, i poliziotti iracheni, che giubilano per l`approvazione della costituzione.
a mia nonna Margherita, l'ultima 'testimone'
La pubblicazione del carteggio tra Elfride e Martin Heidegger rende giustizia innazitutto di una 'biografia': quella della moglie del 'grande filosofo'. A cui tutti noi avevamo attribuito ben altro 'ruolo' nell'esistenza di Martin Heidegger. A cui noi tutti, Thomas Bernhard per primo, avevamo assegnato il 'ruolo' di 'sentinella' dell' Heimat heideggeriana, del luogo 'chiuso' in cui 'il' filosofo si sarebbe dovuto 'rinchiudere', il luogo della 'famiglia', questa galera, quando 'accanto' 'altre' gli avrebbero 'offerto' quella 'vertigine e quella passione' della filosofia 'in comune' che Elfride non gli avrebbe mai potuto dare e che, forse, non gli ha mai dato.
[silenzio]
La pubblicazione dell'epistolario tra Elfride e Martin Heidegger è innanzitutto un atto di grande 'coraggio e giustizia' che solo la nipote di Elfride, Gertrude, una donna, poteva fare e pretendere. Nipote alla quale sua nonna ha 'consegnato' la sua 'biografia', la sua 'storia'. Non a caso (io credo).
Da donna a donna.
Per 'dire di uomini', di un uomo, finalmente, la 'propria' verità, la verità.
[silenzio]
La pubblicazione di questo epistolario, su cui tornerò nei prossimi giorni, ammesso che apra uno spaccato ulteriore sull'acclarata 'mediocrità' dell'uomo 'Heidegger', dice molto di più di quanto possa sembrare proprio sullo 'statuto' stesso della filosofia, sul 'suo luogo' dopo Heidegger.
Leggevo, ancora qualche giorno fa, questo libro, in cui non si fa niente altro che un'analisi del 'concetto' di 'amore' a partire dal carteggio tra il 'grande filosofo' e Arendt.
Se ne fa 'filosofia'.
Ecco: come si è fatta 'filosofia' dal carteggio tra Arendt e il 'grande filosofo', io credo ancor più indispensabile, proprio a partire da Heidegger, 'pensare' questo carteggio - quello che potremmo nominare il 'carteggio di Elfride con la filosofia'. E che, però, rimane, ciò che davvero NON ci può riguardare, il 'dialogo' con l'uomo che ha avuto accanto per tutta la sua vita.
Non si tratta di una messa in 'pubblico' delle 'parole' scambiate tra una donna e un uomo, ma, proprio a partire da queste 'parole', si tratta di capire la relazione che si istituisce tra la scrittura e la biografia, tra la filosofia e il suo luogo.
Tutte le volte che chiedo alla madre di mia madre della sua 'biografia', tutte le volte, se siamo io e lei, la risposta è sempre: "Ma cosa vuoi sapere?".
[silenzio]
Non esiste 'luogo' della filosofia senza pensare 'amore'.
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Fonti:
1) Le lettere tra Elfride e Martin Heidegger, ed anche qui
2) azioneparallela
3) Repubblica di mercoledì 19 ottobre;
4) Le Lettere tra Heidegger e Arendt;
Tecnorati tags: Elfride+Heidegger, Heidegger
Come molti, ho potuto osservare il gesto immortalato dalle foto dell'Onorevole Santanchè, quel dito medio mostrato agli studenti restando dietro un robusto cordone di figli del popolo.
Come scriveva Roland Barthes, l'insulto non significa, ma segnala.
Pertanto, segnalo all'Onorevole Santanchè che a sinistra, dove si è più curiosi e avanti, più al passo coi tempi, si è superato il "give the finger", come dicono gli americani.
Siamo già al "fist fucking", che a noi 'comunisti' si adatta pure meglio.
Si spera, da Aprile in poi.
Un giornalista di "Panorama" (O del "Foglio": in ogni caso un potenziale ossimoro) ha scritto un romanzo per Mondadori (reale sinergia). Una storia che si svolge in Sicilia e che, traggo ciò non dalla lettura ma da una recensione e dalla trasmissione di Ferrara di ieri sera, rispolvera l'idea di un fascismo romantico e spirituale. Che originalità. Naturalmente a me, che di spirituale ho scelto di non aver nulla, risulta ancora piuttosto ostico comprendere la natura spirituale e romantica dei manganelli, dell'olio di ricino e delle leggi razziali, giusto per accennare a qualcuna delle non poche aporie spirituali e degli ostacoli di fatto che si pongono davanti alla costante riabilitazione che del fascismo si tenta di fare.
Sarò, appunto, un povero di spirito.
Pietrangelo Buttafuoco, o meglio, ButtaFiamma (tricolore), è l'autore di questo romanzo che, senza averlo letto e per sgombrare il campo da ogni equivoco definirò un capolavoro assoluto. Non è il valore del libro, il problema. Uno sciagurato come Celine ha scritto libri meravigliosi. Senza dover per questo concordare con le sue idee sugli ebrei.
La scena pubblica è un miserabile scenario catodico. Pur non riproducendo la realtà, ne coglie alcuni aspetti. Per esempio, ora che impazza il problema "Celentano", possiamo cogliere lo stato deprimente della nostra democrazia nella seguente frase del presidente della camera, Pierferdinando Casini: "è stato un momento di libertà", ha affermato riferendosi allo show del cosiddetto "molleggiato".
Appunto, freudianamente, un momento, un momento solo e poi di nuovo la sopraffazione e la vomitevole finzione di ogni giorno, di ogni momento.
Il titolo è una famosa battuta del giornale "Cuore". E mi è tornato prepotente in mente sentendo al telegiornale De Michelis, in un momento di altissima tensione al congresso di uno dei tanti partiti "socialisti", che minacciava di chiamare la polizia.
Uno dei testi brevi più lucidi di Deleuze e l'introduzione alla nuova edizione di 'Fine secolo' di Negri, pubblicati nella sezione dei materiali filosofici di millepiani.
" In uno scritto che Gilles Deleuze aveva elaborato e che la morte prematura gli ha impedito di pubblicare, «La grandeur de Marx», è appunto questo farsi reale della teoria marxiana che è studiato e identificato come dispositivo ontologico. Il comunismo, dice Deleuze, è un concetto che la forza delle masse fa divenire «nome comune»....".
da Antonio Negri, "Marx oltre Marx", Introduzione alla nuova edizione 1998.
La scena forse più divertente e grottesca di "Il senso della vita" dei Monthy Python è quella del signore che si mangia praticamente un intero ristorante e poi, quando il cameriere gli offre alla fine una mentina, esplode spaventosamente.
Se avessi la minima certezza che un gesto analogo da parte mia portasse all'esplosione del Sig. B, prenderei quella insignificante mentina che per la di lui voracità rappresenta il mio TFR e lo affiderei immediatamente alla prima agenzia di Mediolanum che trovo.
E poi, messomi al riparo, mi godrei l'esplosione.
Della "totalità dei fatti", alla cui sottrazione e fraintendimento la "televisione" è delegata, ogni tanto rimbalza a noi qualche frammento lancinante. Lo strumento si è fatto totalità, solo che essa è connotata in senso negativo. Dà valore e significato a ciò che contiene cancellando ciò che esclude. La prospettiva che ci consegna è di infima apertura.
Proprio per questo i radi attimi di realtà e di verità che ne filtrano vanno accolti per quello che sono, immediatamente e covati per il tempo che verrà.
Ieri sera ho visto come la morte semini negli oceani di sabbia che uomini e donne in fuga percorrono per poi arrivare da un mare di acqua per poi, forse, salvarsi.
I corpi galleggiavano nella sabbia del deserto libico, anticamera del mediterraneo, dove non di rado affonderanno, a sua volta anticamera dell'Italia dei cessi sporchi, delle botte da dove verranno catapultati "indietro" (ma dove?) al volo.
Dall'inquadratura si poteva comprendere a sufficienza come e quanto fosse sterminato quel deserto, come non avesse direzione e quanto azzardata ed appesa ad un filo sia la vita di chi è costretto ad attraversarlo.
Davvero, di questo non si può parlare.
Che la rivolta abbia bisogno del 'nome' e della 'firma', lo contesta, nella maniera più imprevedibile, M.B.
Così come Bataille aveva apposto la sua firma e la sua presenza agli atti più incomprensibili e assurdi di insubordinazione al potere e alla società, M.B., durante la rivolta del movimento studentesco parigino, scelse l'anonimato della scrittura.
Scrisse, cioè, in-comune.
In nessun caso, oggi, a nessuno sarebbe 'data' questa forza.
Di questo, in fondo, si tratta. Forza che travalica il silenzio e la presenza.
Ma, come ha 'detto senza dire', la rivolta non ha nome: o è in-comune o non è.
E, certo, più la rivolta diventa 'anonima' e senza 'firma', più diventa 'radicale' e senza 'confine'.
Perchè più la parola si 'cancella' più, in una certa maniera difficile da spiegare ma chiara nella sua irruzione, diventa 'parola in-comune'.
Perchè, in una certa maniera, il 'preludio assembleare' non è, in fondo, nient'altro che l'irruzione dell'anonimato nella politica.
O meglio: l'irruzione della politica nel nostro 'nome'.
Non 'in nome del popolo sovrano'.
Ma come se il nostro nome fosse l'unico nome possibile nominare.
Noi, il popolo.
L'assemblea sovrana e senza nome.
(un testo di Julien)
Je retiens ce que j'ai à dire,
ce qui fait que quand je le dis, d'autres éléments se superposent à ce que je aurais voulu dire initialement.
Et alors, cela devient impossible que ce que j'ai à dire s'adresse à toi. Ce serait un désastre.
C'est pourquoi l'espace littéraire est mon seul lieu possible car il est l'unique espace qui accepte le mélange de la vérité et du mensonge.
En redoublant la fiction de la parole dans l'écriture, l'impossible seulement alors devient possible, du moins soutenable.
Ainsi, par cette ruse, la vérité peut éclore à celui qui la cherche, et à celui qui persiste dans le mensonge, le voilà bien servi.
Le seul ressort pour transformer l'hypo-crisie de l'écrivain, c'est qu'il écrive.
Il n'a rien d'autre à dire qu'écrire.
Et les textes montrent bien que toute écriture est une parole.
C'est pour (trouver) l'immédiat de la parole que j'écris.
a Gianfranco, che sa che non dimentico quello che 'devo'.
j.e p.
C'è un luogo in cui, volente o nolente, tutto il preludio 'assembleare' si è liquefatto. Questo luogo porta il nome di 'comunismo'.
Rintracciare, ancora, questo 'preludio', significa, filosoficamente, assumersi politicamente la 'responsabilità' di quest'idea di comunismo.
Se la 'politica' ha rappresentato, ed ancora rappresenta, questa messa tra parentesi dei gangli cruciali per la filolosofia politica, la questione della forza 'assembleare' ha, nella stesso tempo, il merito di rimettere in circolo il problema, cruciale, della testimonianza.
La presenza, o partecipazione, assembleare oscilla, come sappiamo, tra il silenzio e la rivolta.
Nessuno di noi può dichiarare di non aver partecipato, ormai negli ultimi quaranta anni, ad un'assemblea.
Alcuni potrebbero dichiarare di 'essere riusciti' a capire le regole di gestione di un'assemblea.
Alcuno/a potrebbe dirne il suo futuro. O la forza che ha continuato a conservare dopo la sua 'fine' politica, cioè: dopo la fine della sua incidenza, precisa e documentabile, che aveva sulla politica.
In nessun senso Harlock costituisce un'icona della rivolta. Al contrario, Harlock è l'esempio di una lettura radicale e senza 'resto' della destinazione. Harlock, se 'pensa' per la 'giustizia', combatte per la 'sua' giustizia. La differenza che per degli ottenni costituisce questa frase è la stessa differenza che si è installata tra il progetto di 'una' politica' e la politica come 'progetto'.
Harlock, anche e soprattutto nel testo della sua canzone, è un 'pirata' che ha 'cambiato' il suo 'luogo'.
Nel più grande dialogo con Mario.
Come sanno i miei amici più cari e la persona che mi ama, non mi è più possibile ascoltare 'alcuna' esecuzione dal vivo se non con una quasi certezza matematica - ormai dove? - di una dignità d'ascolto. Nè la 'stasi' mi attiene durante un qualsiasi ascolto.
Impossibile nemmeno trascinarmi - o essere trascinato - in un qualsiasi teatro.
Ciò che mi sono 'permesso' di poter fare, è stato ascoltare, a Lucerna, tra i concerti più belli che si possano oggi ascoltare al mondo.
In nessuna maniera questa 'distanza' deve essere 'interpretata' come la distanza dello 'snob'.
Ho avuto la fortuna, nell'ultimo anno, di vivere in una grande città della Germania: ci andavo spesso, per amore, e dal giorno di Natale in poi, vi frequentai i teatri cittadini. Francoforte ha offerto negli ultimi anni, secondo alcune riviste specializzate tedesche, le migliori stagioni concertistiche di tutta la Germania. Uno dei passaggi obbligati è la visita della Filarmonica di Berlino alla fine di Settembre: un incontro tra capitali.
Se Francoforte, lo sappiamo tutti, lo è della finanza europea, non solo tedesca, Berlino lo è della politica, ma queste due città, così fiera la prima della sua storia di "libera città" sin dai tempi dell'Impero, così tormentata e complessa la seconda, specchio drammatico della storia del proprio paese come legno di croci lacerato da chiodi ed effervescente di sangue, ebbene queste due città, sono anche due modi speculari di concepire la cultura in Germania.
So di scrivere cose conosciute. Ma, come Capitan Harlock [da ora in poi Harlock], so altrettanto della necessità di ripetere, ribadire e, soprattutto, testimoniare.
Harlock è, in una certa maniera, la figura del testimone d'infanzia.
Anche senza saperlo, Harlock è un cartone animato, che la mia generazione (quella maledetta, quella dei trentenni) si è semplicemente sucata e assorbita senza batter ciglio. Come molti altri cartoni animati (allora si chiamavano così, oggi non so).
Harlock, in qualche maniera, la sua epifania, che vorrei spiegare qui, ha costituito per molto tempo, per la mia generazione, una fuoriuscita dagli incubi sistematici e finali di ogni galera familiare, come anche le più dolci e comprensive famiglie possono essere di fronte a dei settenni, ottenni, che non capiscono una benemerita sega di tutto quello che accade intorno a loro.
Trovandomi per caso a passare davanti al portone della sede del già PCI-PDS-DS e in futuro, forse, AIDS, ed essendo il giorno prima delle "primarie", ho cercato un manifesto accanto al portone. Se ci fosse, non l'ho notato, perchè il mio sguardo è stato catturato da tre cose: una targa commemorativa a cura del Rotary, che ricorda che Via Castellammare prende il nome da una fortezza abbattuta nel sedicesimo secolo. E già il Rotary mi ha fatto un pò storcere la bocca. Ma questo è nulla: un manifestino colorato di una associazione il cui nome non ricordo, ma avrebbe potuto essere "Gli allegri guerrieri peloritani", invitava a partecipare a una di quelle sessioni di guerra simulata, dove ci si mette in tuta mimetica e ci si rincorre nei prati sparandosi allegramente. Infine, c'era un manifesto che annunciava una grande festa nel salone del Partito, diventato per un periodo anche un locale di una certa fortuna: "Erasmus welcome". E qui ho capito che la politica ha assunto mille forme, a me ormai estranee, e che il mio bisogno primario di sapere come erano organizzate le primarie era stato sopravanzato da altri bisogni, più primari ancora, se così posso dire. In effetti, di più politico e di più primario della globalizzazione delle conoscenze e, di conseguenza, delle malattie sessualmente trasmissibili tra giovani studenti e studentesse, non mi viene nulla.
Trovate l'intervento di Nicoletti qui e quello di Balibar qui (è purtroppo in francese e non ho il tempo di tradurlo). Commenti a seguire.
Invito, inoltre, chiunque voglia intervenire su questi temi a spedirmi mail, testi brevi o lunghi che saranno pubblicati nella sezione di discussione e materiali filosofici di 'millepiani'.
Una 'vecchia' intervista a Giorgio Agamben sulla teologia politica di San Paolo ed una a Jean-Luc Nancy sulla decostruzione del cristianesimo.
a Carmelo, Cecilia e, soprattutto, a Sophia
Non c'è nè luogo nè confine. O distanza, misura, memoria che possa 'fare quadrato', oggi, intorno ad un'idea, che è solo e semplicemente una 'pratica', di una 'sinistra' a lavoro 'dentro' l'università.
Non c'è, di questo, purtroppo, nè memoria nè politica.
Oggi, possiamo dirne tutto ed il suo contrario.
E, insieme, possiamo, e dovremmo, richiamarne la forza, la costanza, la parola ed anche il silenzio. Anche l'assenza.
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Se continua ad essere 'un luogo', l'università è l'irruzione, la destabilizzazione, la messa in questione e la messa in gioco dei nostri saperi. Cioè: la politica nuova che irrompe.
So, lo sappiamo tutti, che non solo non gioca più questo ruolo nè questa forza, che non sa dire della politica e subisce, e patisce, sempre, la violenza della politica.
Ma, insieme e nello stesso tempo, essa è sempre, come sempre sarà, quel luogo dove, prima che altrove, la forza della 'politica che viene' si mostra, il luogo dove è possibile misurarla e pensarla.
Esiste, dagli anni sessanta, una certa 'paura' dell'università.
E della sua forza. Che forse, oggi più che mai, si rinchiude, si isola, si legge come un 'transito', un 'passaggio', una 'condizione flebile ed esposta' ad un futuro che porta, certo, anche fuori da essa.
Lo 'statuto universitario mondiale' della ricerca, nella sua forza e nella sua debolezza, mina non solo i passaggi più semplici, ma lo stesso statuto della ricerca e la condizione studentesca.
Anche questo 'statuto', quello studentesco, si è esposto a questa 'sfida' e l'ha persa. Lo ha fatto proprio all'inizio degli anni novanta. E poi non ha saputo più farlo. Non lo ha saputo più farlo 'radicalmente'.
Quello che però sarebbe importante dire è che lo 'statuto studentesco' non coincide con quello 'universitario mondiale'.
Mentre il secondo dispone la ricerca secondo le necessità 'interne' all'ambito accademico, il primo 'forza e apre' lo statuto universitario alla politica avvenire che gli attiene.
Mentre il secondo dispone, ancora, di soldi, potere, forza e decisione, il primo manifesta, anche nel suo silenzio, la forza della 'trasformazione', la 'certezza' del rifiuto, l'impossibile della contestazione e la 'chance' del futuro.
Esiste, dunque, una differenza radicale tra lo 'statuto universitario mondiale della ricerca' e lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università'.
Mentre il primo, è un 'codice', una 'regola', o va alla ricerca di una regola la più possibile omogenea, lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università' esprime, in ogni luogo e in ogni dove, la sua manifestazione, la forza della differenza e la necessità della distinzione come transito per il riconoscimento.
Come la forza e il potere dello 'statuto universitario mondiale della ricerca' è quello del 'riconoscimento reciproco' nel luogo universitario, la forza e il potere costituente dello 'statuto studentesco cosmopolita dell'università' è quello del 'riconoscimento' fuori dal luogo univeristario, grazie al luogo universitario.
Se è vero che 'ci si incontra all'università', è vero, ancor di più, che le linee d'amicizia, d'amore e d'incontro si sviluppano 'a cavallo' dell'esperienza universitaria.
Ossia, e per essere più chiari: l'imbattibile forza dello 'studente universitario' sta nel suo 'trascinare sistematicamente' fuori dall'università la sua 'ricerca', le sue 'amicizie', i suoi 'amori'.
In questo senso, lo spazio che apre lo 'statuto cosmopolita' dello studente universitario oggi incarna, radicalmente, quello della mondializzazione e confuta, altrattanto radicalmente, quello della 'mondializzazione della ricerca'.
Mentre essa si sfinisce nella ricerca di 'un' luogo, lo 'statuto cosmopolita' dello studente universitario apre molteplici luoghi, in ogni luogo, fisiologicamente.
Non serve qui portare ad esempio nè l'Erasmus, nè i tentativi di cotutela di tesi, nè prima nè dopo la riforma.
Quando parlo di uno 'statuto studentesco cosmopolita dell'università', mi riferisco precisamente alla condizione, senza scarto e senza resto, di chi ha attraversato l'esperienza di 'studiare altrove'.
Questa condizione, lo ripeto: senza scarto e senza resto, non nomina 'semplicemente' un altro 'luogo fisico': essa nomina una 'condizione'.
Ed una forza vissuta anche da chi 'ha studiato sempre nello stesso luogo'.
Essa nomina il rifiuto del 'riconoscimento come filiazione'; essa nomina il rifiuto della 'ricerca come appendice'; essa nomina 'l'intaglio sovversivo nella discendenza e nel riconoscimento'; essa nomina, anche e soprattutto, la ribellione e il rigetto, il tradimento, lo sputo, la fuga e la memoria.
Questa condizione, lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università', nomina, in fondo, la libertà come mai era giunta alla sua evidenza. In ambito universitario.
Di questa 'libertà', questo 'statuto' è responsabile. Oggi più che mai.
Ma, ancor di più, di questa 'ribellione'.
A questo 'vostro' essere 'cosmopoliti', noi tutti siamo 'accanto'.
Di questa 'responsabilità', come del 'silenzio', noi 'chiederemo conto'.
Di questa forza, che è la nostra, quella che noi avevamo sognato, in questa 'libertà', in questa 'ribellione', noi siamo compagni.
Noi 'vi' siamo 'compagni'. Lo saremo.
Concordo con la scelta del ministro Starace (sì, Starace), che non sospende la caccia. Facciamo un ragionamento a mente fredda, supportato anche da qualche elementare principio di biologia evolutiva. Gli uccelli infetti sarebbero comunque spacciati, poverini. Il virus non si trasmette da umani ad umani. Dunque, se si trasmette da uccelli a cacciatori, in fondo la cosa non è poi così grave: le mogli dei suddetti si salverebbero. Se si ama la caccia più della propria vita, in fondo io non mi opporrò. E poi, biologicamente, la specie a risultare più rafforzata, sarà quella umana.
Per un mio vizio irrimediabile di formazione, non sono un amante della beat generation. Preferisco un tedesco pallosissimo qualunque. Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, si tenne in Italia un grande convegno di poeti di tale corrente, cui il giornale che allora leggevo, "Lotta Continua" diede gran risalto, facendoci vedere questi poeti come la parte migliore dell'America. E forse è vero. Lawrence Ferlinghetti, avendo desiderio di vedere i luoghi dove il padre aveva vissuto, si è recato a Brescia. Giunto all'indirizzo, ha suonato a casaccio per vedere questa casa. Una signora, evidentemente allarmata da questo ottantenne dai capelli e dalla barba candida, ha chiamato la polizia. I nostri figli del popolo, che non sono tenuti alla conoscenza della letteratura americana, ma a quella delle nostre leggi, hanno ammanettato il candido poeta ottantenne per non aver dichiarato la propria presenza in Italia. Certo, l'episodio, rispetto agli eventi insostenibili di Lampedusa, di Ceuta e Melilla, potrebbe anche fare sorridere. Ed è mio intento farlo, citando Woody Allen, che parlando della propria città così affermava: "venite a New York, è bellissima: vi arresteranno."
a Silja, e ai miei amici
Ho, in questo momento, una grande pena per il mio paese.
Non semplicemente una rabbia politica, una difficoltà di comprensione, una impossibilità di lettura.
Ho solo una grande pena per un 'paese'- ed ogni 'paese' è un popolo, nella forza che sa esprimere, liberamente, senza essere, solo, 'popolo' di quel paese - una grande pena per un'paese' che non sa, e che non vuole reagire perchè non sa reagire.
Alla 'violenza' a cui esso stesso ha deciso di sottostare, senza sapere reagire, senza che nessuno invochi la sua reazione. La sappia 'invocare' e 'costruire'. Politicamente.
Senza che 'nessuno' richiami, avendola 'costruita' prima, dove bisognava costruirla, la forza e la rabbia nascosta di questo paese che, senza vergogna, si dice il mio.
Questa 'pena politica', non è, in fondo, che la 'rabbia' di una sistematica 'mortificazione' a cui tutti noi siamo stati sottoposti.
A cui, tutti, ancora oggi, veniamo sottoposti.
Una pena per una generazione che aveva creduto di 'poter fare da sola', senza di noi, nella sua sistematica, indistruttibile impossibilità nel 'raccontare', e tradurre in politica comune, con me, con noi, quello che aveva creduto essere la sua 'forza', la sua differenza; e che ha pensato che questa infima forza, che oggi si mette in scena, nella più volgare delle rappresentazioni di impotenza, questa infima, inutile forza che, in fondo, non ci ha insegnato niente 'in politica', e che si mette in scena, ancora, nei loro giornali, nel 'loro' parlamento e nei loro ruoli, questa 'inutile' forza che, ogni giorno, attraversano, come generazione, così come la 'borghesia', su cui loro sputavano, gli ha 'inalato' sin dentro le ossa, questa loro infima forza, oggi, potesse dire quello che non sanno più dire, lo potesse dire in parlamento, offrire l'ultima scena, l'ultima rappresentazione.
Come se.
Oggi, senza che nessuno lo dica, muore ignominiosamente la Repubblica.
Quella Repubblica per cui, senza nemmeno 'dirlo', avevano combattutto i loro 'padri'. E le loro 'madri'.
Su cui, loro, avevano ancora sputato.
Certo, a questo punto, ignominiosamente muore la 'loro' repubblica.
Alla distanza, una grande pena. Una grande pena politica.
Oggi, senza che nessuno lo dica, senza che nessuno di loro lo dica gridando come hanno gridato, oggi muore ignominiosamente la Repubblica.
Nella maniera più ignominiosa e penosa.
Come meritano e meritiamo.
E se oggi muore la 'loro' Repubblica, che loro non hanno saputo difendere, nemmeno come parte della loro 'vita', nemmeno per evitarle questa 'pena',
comincia oggi, finalmente, la nostra.
Dovendolo ad uno dei miei amici più cari, posto il testo della 'Canzone dei ricordi', ed anche il pezzo musicale.
In fondo, discutiamo della stessa cosa.
"No... svaniti non sono i sogni, e cedo,
e m'abbandono a le carezze loro:
chiudo li occhi pensosi e ti rivedo
come in un nimbo di faville d'oro!
Tu mi sorridi amabilmente, e chiedo
de' lunghi affanni miei gentil ristoro!
A le dolci lusinghe ancora io credo
al ricantar de le speranze in coro.
Ecco... io tendo le mani!
ecco al rapito pensier
già tutto esulta, e un vivo foco
di sospir, di desío corre le vene!
Ma... tu passi ne l'aere, al par di
nuvola dileguante a poco a poco,
per lontano orizzonte...
indefinito!..."
Il testo è di Rocco Emanuele Pagliara, la musica di Giuseppe Martucci.
qui l'esecuzione. Purtroppo é 5 mega.
Non sono in grado, in questo momento, di dire nè chi sia l'interprete nè chi sia il direttore, nè chi sia l'orchestra. In ogni caso, l'esecuzione è 'assolutamente incontestabile'.
Pur essendo il testo completamente pieno di quella 'retorica italica' di fine XIX, l'orchestrazione è semplicemente 'splendida', almeno per me. Degna degli ultimi 'lieder' di Strauss, forse con uno strascico maggiore, ma - sia a livello cromatico, sia a livello melodico - assomiglia paurosamente a qualcosa che, certo, più bello è.
Anche questo lo è. Anche questo 'bello è'.
Riposto un'intervista a Giorgio Agamben, che ho già pubblicato nel maggio 2004 su questo sito, sul problema dei campi. Lo faccio 'dialogando' con lo scoop dell'Espresso, su cui tornerò (la fonte è Sottovoce).
"Un'intervista al filosofo Giorgio Agamben sui "centri di permanenza temporanea" nei campi dei senza nome
"Le zone di attesa per gli immigrati sono spazi d'eccezione dove sono sospesi i diritti legati alla cittadinanza"
di Beppe Caccia
Abbiamo incontrato Giorgio Agamben dopo aver visto, a Trieste, che cosa siano queste realta' che con un eufemismo vengono definite "Centri di permanenza temporanea".
Lo scenario del Centro di Trieste e paradigmatico: e' collocato all'interno del Porto Vecchio, in una zona franca, area extra-doganale, peraltro semi abbandonata.
Li' sono reclusi all'interno di un ulteriore recinto di filo spinato, barriere, cancelli, in condizioni inaccettabili anche dal punto di vista materiale, piu' di trenta immigrati sorpresi senza permesso di soggiorno.
Il numero di per se' e' piccolo, ci sono altri centri simili in quelle zone dove maggiore e' l'afflusso dei cosiddetti clandestini.
Dai miei scarni ricordi di saltuarie letture a carattere storico emerge il fatto che la cittadinanza e la tassazione hanno ad un certo punto costituito un nesso via via più forte. In un certo senso, la democrazia è quel terreno nel quale chi contribuisce economicamente sceglie anche come utilizzare le risorse messe in comune.
Ora, a parte il fatto che siamo stati orrendamente mutilati nel nostro sentire collettivo da un governo colluso con l'evasione fiscale, con i falsi in bilancio e con svariate altre attività criminose a sfondo affaristico, voglio soffermarmi un attimo sulla questione della esenzione dall'ICI per gli immobili ad uso COMMERCIALE della chiesa. In sostanza, i nostri simpatici rappresentanti di dio sulla terra, affermano di avere il pieno diritto di intervenire sulle questioni di pertinenza politica e sul contenuto morale dei temi dibattuti nella coscienza civile di un intero paese, affermando tra l'altro di essere cittadini come gli altri. Ma quando si tratta di versare il proprio contributo a quello stesso stato del quale cercano di mutare le leggi nel senso a loro gradito, si muovono per farsi esentare. E se li si critica per il contenuto politico delle esternazioni dei loro dirigenti si atteggiano a novelli martiri.
Insomma, a questo povero Cesare cosa spetta, al giorno d'oggi?
A qualcuno dei capoccia del cosiddetto centrosinistra, è venuta la malaugurata idea di candidare quel signore che prendeva soldi in nero dagli inserzionisti delle sue trasmissioni "per un sorriso in più" nel presentarne i prodotti. Io, Baudo non lo voto, nemmeno morto. E vergogna per una classe dirigente siciliana inesistente.
Le posizioni attuali della chiesa cattolica non sono semplicemente non condivisibili. Sono totalitarie. Oggi vogliono imporre ai propri fedeli di non votare, perchè è 'peccato', per i politici che sostengono l'aborto. In un paese che è teoricamente al 98 per cento cattolico, questo equivarrebbe ad un plebiscito. In teoria.
In pratica, potrebbe diventare il momento per un referendum abrogativo delle medievali imposizioni del papa e dei suoi vescovi.
Domanda: e invece intrattenere provati rapporti con mafiosi fino al 1980, quello non è peccato, vero? O dio prescrive anche lui? I cattolici dovrebbero votare Andreotti et similia, ma non una qualsiasi persona perbene che commette il peccato mortale di non imporre la propria morale a tutti. O di averne una diversa.
Tradotta in termini informatici, la nostalgia è un eseguibile, uno di quei "task" che si avviano assieme al pc e che stanno in sottofondo, sempre attivi ma senza avvertirci della loro presenza.
Tradotta dal termine greco, invece, è "dolore del ritorno".
Tradotta ancora nella mia sintassi personale, potrebbe essere il "ritorno del dolore".
Inauguro questa nuova categoria ripensando all'odore dei fumogeni del "Celeste" di Messina. La mia asma mi prescriveva di coprirmi con un fazzoletto. Era la metà degli anni ottanta e venti anni, come distanza sono quel limite che autorizza un lungo ritorno e un dolore ben presente, anche se adeguatamente diluito.
Una squadra di poveretti, di falliti e, come li avrebbe poi definiti il loro allenatore, di "bastardi", cominciò, contro qualsiasi logica, a fare faville. Le mitologie dei poveri, quelle che si possono vivere e per le quali i poveri (anche di spirito, lo so) vivono, sono quelle. Era il Messina di Franco Scoglio, al quale mi andava di rivolgere un pensiero, imbastardito anch'esso da questa piccola malattia del tempo della quale soffro.
"[...] Avevamo letto tutto. Ed avevamo cercato il suo nome. Che non aveva nulla a che fare con tutta la nostra esistenza.
Nè con la politica che avevamo attraversato quando eravamo più giovani, nè con lo 'zio', che continuava a angosciarci con la sua necessità di scrivere quella 'lettera' che volevamo scrivere.
Lo avevamo saputo, semplicemente, dai giornali, che si era ucciso, senza scrivere nulla, una mattina di agosto.
Si era chiuso, in quella cassa che continuavano a pensare come lo strumento di un 'omicidio'.
Era la 'cassa' che più ci inquietava: chiusersi dentro, volontariamente, senza avere scritto nulla di 'letterario', non rientrava nel 'modello di scrittura' che avevamo pensato di attraversare per morire.
In fondo, quello che più ci irritava, era la 'scena' della sua morte [...], la procedura [...].
Prima di tentare di recuperare la lettera che eravamo riusciti a scrivere, ma che, evidentemente, era arrivata in ritardo, ci avevano costretto a leggere tutti gli atti giudiziari.
Da Le Monde, seguendo la discussione che si è sviluppata su Nazione Indiana . Seguirà la traduzione in italiano.
Le départ de Solène, ce fut d'abord ce froid qui réveilla sa mère vers 6 heures du matin, le lundi 15 janvier 2001. La fenêtre de la cuisine était ouverte dans l'appartement de Massy-Palaiseau. En bas, sur le trottoir, les pompiers s'affairaient autour d'une personne étendue.
"Là, j'ai réalisé. J'ai couru jusqu'à sa chambre. Le lit était vide. Je suis revenue à la fenêtre et je l'ai reconnue, son front bombé, ses grands cheveux et cette tache autour de la tête. J'ai hurlé : "C'est ma fille ! " Les policiers sont montés quatre à quatre et m'ont empêchée de sortir. Ils ont demandé une escorte pour l'hôpital du Kremlin-Bicêtre et ont ensuite annulé leur demande. Le médecin est venu un peu plus tard et m'a dit : "Je n'ai pas réussi à la ranimer." Je ne comprenais pas, je lui posais des questions et il m'a finalement dit : "Elle est morte"."
Deux jours avant ses 21 ans, Solène a réglé son réveil sur 4 h 30 pour se suicider. "J'emmerde tout le monde", se reprochait-elle. Elle s'est éclipsée comme elle avait vécu, discrètement. Elle n'a pas convoqué ses amis, comme l'ont fait, le 23 septembre, les deux adolescentes de 14 ans liées l'une à l'autre pour se jeter d'un 17e étage à Ivry-sur-Seine. Au moins cette mise en scène macabre aura-t-elle attiré l'attention du grand public sur les drames silencieux qui se nouent dans le secret des familles.
Technorati Tags : suicidio
C'è un famoso detto secondo il quale non c'è nulla di peggio del fatto che i vostri sogni si realizzano. Dal contesto di frustrante marginalità della nostra città, alcuni fuggiaschi riescono a sfuggire. Un nostro comune amico, libertario e affabulatore, i cui interventi politici si inerpicavano nella più alta lirica suscitando in me una specie di imbarazzo per la loro vaga impudicizia, ha a suo modo coronato, io sospetto, lo slogan che riporto quale titolo di queste note. Questo nostro comune amico è ormai un altissimo "commis" (si scrive così?) di stato, ma non deve avere perso la "verve" o, forse, avrà qualche nostalgia di troppo. Difatti, sul mio tavolo, è comparso un questionario che, ai miei occhi di cinico ed incallito dipendente di una pubblica amministrazione, risulta insieme esilarante e inutile: - Questionario sul 'benessere organizzativo' -
Non avendo energie nè compentenza a sufficienza, non mi dilungo sulla filosofia dell'inchiesta. Però, al mio libertario e gaudente ex "compagno" e ormai solo conoscente, voglio dire di smettere di fare da vaselina del sistema. Il lavoro, o la sua parvenza, che siano ciò che sono. Senza belletti e senza ipocrisie.
a G., che mi ha scritto le 'sue' lettere
"[...] Non solo, dunque, non avevo immaginato come quello che era chiaro ed evidente non potesse essere. In più, avevo costruito tutta la mia 'identità', come diceva il mio maestro, su questa 'falsa' idea. Avevo costruito la mia 'forza' su questa 'fuga', la 'fuga' che io stesso avevo anticipato, la 'fuga' che, adesso, io rimproveravo, ogni attimo, a chi avevo creduto riuscisse a 'condividere' questa sfida e questa 'forza'.
La 'loro' fuga io l'avevo anticipata; ero riuscito, per uno scherzo del destino, o, meglio, per una di quelle 'intuizioni senza fondo', ad anticipare la loro 'fuga', la fuga dei miei 'amici', la loro assenza e la loro debolezza.
Quando, una sera, avevo ricevuto la 'loro' lettera, quella che mi parlava dell'Arno, quella che avevano scritto 'insieme', quella che mi diceva della loro 'paura', della 'paura' che avevano dell'irruzione del 'loro' fiume nelle 'loro' case, io mi ricordo, perfettamente, come, allora, io abbia 'riso' della loro paura, senza capire, già allora, che la 'paura' è, forse, uno dei pochi sentimenti che fa 'vivere' la 'politica' come se essa toccasse, come deve, le esistenze.
In quella 'lettera', che io rileggo tutte le volte che posso, 'loro' avevano scritto, ognuno con la 'propria grafia', una frase, per dirmi, in fondo, che io ero fuggito.
E se, ogni volta che posso, io rileggo quella lettera, lo faccio guardando solamente le 'loro grafie', la 'firma' che 'loro', senza sapere, avevano messo per controfirmare la mia lontananza.
Per attestare la mia 'lontananza' e la mia 'fuga'.
Questa 'lettera', che certo non parlava a me, ma anche a me, è la dimostrazione tangibile ed evidente della mia 'fuga'. O, se vogliamo dirlo meglio, dell'intuizione che io ho avuto, prima di loro, e, insieme, del mio fallimento.
In questo senso, il mio 'ritorno' non aveva alcun senso. Come infatti non ne ha avuto.
Quella 'lettera' che cercavamo di scrivere con il mio amico, che nulla sapeva di 'questa' lettera, era, esattamente, e nello stesso tempo, il contrario della lettera che io avevo ricevuto.
In una certa maniera, la lettera che io avevo ricevuto, senza averlo detto mai, era per me, insieme, la dimostrazione tangibile della mia fuga, come la dimostrazione 'reale' della mia 'intuizione'. Della 'verità' che la mia 'fuga' manifestava. Della 'lontananza' che la mia 'fuga' mostrava 'di per se stessa'.
Mentre la 'lettera' che cercavamo di 'scrivere' con il mio amico era inviata non a chi, dopo di me, aveva abbandonato una 'politica comune', ma a chi, chiuso nella sua cassa, aveva scelto, da vivo, la sua morte.
Non aveva nemmeno visto la distanza tra una 'politica in comune' e una 'solitudine in comune'. E aveva scelto, senza 'gridarlo', un'incomune. La sua 'fine'.
Quello che non avevo capito, pur avendo perfettamente capito la fine di una 'politica in comune', era l'idea e la pratica di una solitudine.
Per anni, ho cercato, senza 'misura', questa 'politica in comune'. Essendo stato io il primo che aveva 'intuito', forse costruito, la fuga, la fuoriuscita da questa 'visione'. E l'avevo fatto 'tradendo' la lettera che avevo ricevuto. L'avevo fatto tradendo la lettera che avevo ricevuto prima di riceverla.
Mentre cercavo questa 'lettera', nello stesso tempo ne stavo scrivendo, senza saperlo, un'altra.
Una lettera, scritta con il mio amico, dove, senza che lui lo sapesse nemmeno, una 'politica in-comune' uccidesse la paura. [...]"
"[...] Avevo, in ogni momento, cercato di misurare come 'inventare', materialmente, la vita di chi mi stava accanto. Tutto era fallito, me lo aveva ricordato il 'mio' amico, mentre continuava a vivere la sua vita come fosse stata davvero la sua. Tutto quello che avevo cercato di 'costruire', tutto quello che avevo cercato di 'fare', in qualche in modo 'insieme', era diventato il mio incubo. Tutte le facce, i personaggi, la loro esistenza, i loro ruoli, le loro frasi, le loro 'paure', le loro 'movenze', quello che riuscivano a fare 'oggi', era diventato il mio 'incubo', quell'incubo da cui non riuscivo a uscire. Ad ogni passo, ad ogni parola, mi ritrovavo accanto, intorno, quello che 'loro' avevano detto, fatto, quello che loro avevano pensato. Prima di 'far finta' di essere quello che erano oggi.
Il mio 'incubo', quello dove solo io mi ritrovavo, si incarnava, radicalmente, nell'esistenza; e questo era quello che mi 'impediva' di 'guardarlo con distanza', come mi avevano detto.
Non avevo 'via d'uscita'. Continuavo a ripetermelo in maniera assolutamente 'delirante'. Continuavo a ripetermelo come fosse un 'ritornello'. Non solo non avevo via d'uscita, ma più la cercavo, più ritornavo, non potevo che ritornare nel 'delirio' che io stesso avevo costruito. Come avessi creato, con una precisione 'allucinante', la mia 'fine'. Come l'avessi 'costruita', passo dopo passo. Ero riusciuto a 'costruire' la mia 'fine'.
Avevo pensato, in molti 'momenti', di voler cambiare 'bio-grafia'. Come se questo avesse potuto salvarmi, in fondo, dalla 'responsabilità' che toccava al mio nome. Come se, d'un colpo, si potesse 'sfuggire' al proprio 'nome'.
In molti momenti, mi ero detto che una cosa è la 'morte', una cosa la 'fine'. E mi ero detto che, in fondo, io ero 'chiamato', sempre, ad accompagnare una fine. E solo una volta ero quasi riuscito ad 'accompagnare' una morte, a tenere testa alla sua presenza, alla sua irruzione.
Così come mi ero chiesto, quando me l'avevano rimproverato, perchè avevano avuto paura di farmi 'vivere' la 'morte' che io conoscevo già, anche quando ero 'troppo' giovane. Anche quando si era trattato del 'mio amico', mi avevano nascosto, per una settimana intera, che lui stava per 'morire', senza capire che ripetevano, nascondendola, la sua 'morte'. Non solo l'avevano 'nascosta' già una volta, ma volevano nascondere un'altra volta quello di cui aveveno paura: un'irruzione.
Avevo, in ogni momento, cercato d'inventare una 'politica' in comune, o semplicemente 'un'amicizia'. Tutte le volte, avevo provato, prima che potesse farmi 'male', avevo provato, contro tutto, a 'dire insieme'. Avevo provato. Avevo, nello stesso tempo, 'ricordato' le loro parole e quello che sapevano essere nel 'massimo pericolo'.
Non avevo più via d'uscita. Non ne avevamo più.
Eravamo tutti, indistintamente inchiodati alle nostre 'frontiere'.
Solo per questo, una volta avevo chiamato mio 'fratello'. Solo per dirgli che era 'importante' ciò che accadeva di fronte i nostri occhi.
Solo per dirgli la 'fine' di 'alcune' frontiere.
Avevo, in ogni momento, cercato di misurare lo spazio di una 'politica in-comune'.
Avevo imparato, prima di 'spedire' la lettera che continuavamo a scrivere, la differenza tra una 'fine' e una 'morte'. [...]"
Qual è l'idea o la 'voce' che si può esprimere prima di morire? Quella di chiamare a raccolta chi ha accompagnato la propria vita. Ma, anche, quella di chiamare a 'testimoniare' la propria 'morte'. Si chiamano al proprio 'capezzale' le persone più lontane o più vicine, senza 'distinzione o misura', per dire/testimoniargli che sono state importanti per 'noi'.
'Morire', o, meglio: testimoniare della fine della propria esistenza, domanda pero' ulteriore testimonianza.
'Morire', o 'avere coscienza del proprio morire', domanda 'testimonianza'.
In questo senso, la 'filosofia' non è niente altro che una 'fenomenologia'.
In tutti i sensi in cui possa essere declinata questa parola.
'Morire' non è semplicemente accettare che il 'proprio cuore' termini di dovere assolvere al ruolo a cui è chiamato.
Nel 'corpo' di mio 'nonno', del mio ultimo 'nonno', che ha sessanta anni più di me senza essere 'davvero' mio nonno, nel 'corpo' di questo 'nonno', il suo 'cuore' non assolve più questa 'funzione', la funzione della 'testimonianza'.
'Morire', per lui, non è il mio 'morire'. O il 'morire' di un 'cuore'.
Ed è questo che io 'devo' testimoniare.
E' immensamente, radicalmente, più verticale. è smettere di 'testimoniare'.
'Chiamare', prima di ogni morire, o 'prima' di ogni percezione di questo 'morire', domanda un'altra idea' del 'morire'.
La rescissione, radicale, di un'esistenza non domanda, nella sua 'impossibile' irruzione, una 'presenza', ma, molto più evidentemente, un 'riconoscimento'.
La 'fine' di un'esistenza, nella sua 'precisione' e 'calma', domanda invece, e la chiede, questa 'presenza' e questa 'risposta'.
Se non si tratta dell'interruzione della 'vita', come è 'evidente', si tratta di una 'chiusura'.
Di una 'fine'.
La 'fine' non è la 'morte'.
Tenerlo 'a mente' è il passaggio necessario per ogni testimonianza.[Sebald]
Mi ritrovo, a differenza di chi ha già dato un giudizio, a rileggere.
Solo per informazione. Ma non è finita lì. Una prima 'critica' è qui.
"Scrittori e traditori
Critici, autori, giornalisti: tutti d’accordo sulla presunta morte della letteratura. Ma a chi serve questa tesi? Una risposta polemica.
DI CARLA BENEDETTI
"Qual è l’idea più memorabile espressa dalla critica letteraria italiana negli ultimi decenni?
Questa: che la letteratura italiana da decenni non esprime più nulla d memorabile. Che non solo non ci sono più scrittori dell’altezza di Calvino e di Pasolini, ma che nemmeno potrebbero più esserci, essendo venute meno le condizioni, essendo la letteratura entrata in una impasse storica . E questo è stato detto e ripetuto e teorizzato mentre libri vivi e importanti, che anch’io ho cercato di segnalare in questo giornale, continuavano a uscire in Italia.
dal 'Canzoniere di ...'
M.P. (1927)
non ho misurato
come mi hanno detto, subito,
tra me e te nè le distanze, non i luoghi
o poi segnato, in silenzio, gridando,
la terra mia o la tua
o la mia casa, una morte,
tua madre o la mia scrittura-
io che non parlo la lingua di mia madre dove vivo
tu che non parli la tua lingua
nel tuo amore
dove uno straccio
resta,
taci-
ho poco tempo
"[...] Migliaia di volte avevo traversato, in treno, quella distanza. Di cui so non solo le misure, ma i segreti. In tutti questi viaggi, mi avevano accompagnato i 'miei' amici. Anche nel loro silenzio.
Non ero in 'nessun' luogo.
Anche il 'mio amico' me l'aveva anticipato: rischiavo di 'morire' esattamente come quando lui era stato nella stanza della 'sua rianimazione'. Rischiavo di morire come aveva 'rischiato' di morire lui. E, a differenza sua, come mi aveva anticipato, non 'avrei avuto nessuno ad aspettarmi 'fuori''. Mentre noi avevamo 'festeggiato', un giovedì, la sua 'resurrezione', lui mi aveva anticipato la mia 'fine'. Descrivendola, con la precisione della sua scrittura e la sua 'violentissima' leggerezza, con una assoluta, precisa, indiscutibile 'lontananza' che mi faceva 'paura'.
Non ero in 'nessun luogo'.
In tutti questi viaggi, mi avevano accompagnato i 'miei' amici, che oggi, ed anche prima, erano assenti. Che non 'sapevano dire' ormai 'più nulla'. E le sue 'parole'.
In 'tutti i sensi', la sua 'leggerezza', ben nascosta, ma ai miei occhi 'totalmente evidente', non faceva che 'sfondare' una verità che sapevo già, e che 'lui' mi ricordava 'cercando di morire': 'migliaia di volte' ero riuscito a traversare quelle cinque ore che separano Pisa da Venezia, ma, in nessuna di queste cinque ore, che avevo attraversato 'migliaia di volte', mai avevo pensato che 'lui' avrebbe scritto quello di cui io non sapevo scrivere.
In 'tutti i sensi' continuavo a non capire perchè io, per lui, rappresentassi il suo 'occhio', mentre 'lui' continuava a scrivere quella 'lettera' che dovevamo 'indirizzare' insieme, che dovevamo, ad ogni costo, spedire. Di cui io continuavo a 'parlare', mentre lui continuava a 'scrivere', da quando lo avevo conosciuto.
In 'nessun senso' capivo il 'silenzio' che, ad ogni viaggio, mi accompagnava, sempre più intollerabile, sempre più 'nascosto'; in 'nessun senso' nemmeno le 'sue parole' mi dicevano nulla su questo silenzio e sulle 'fughe'. E più lui si 'allontanava' da questo 'silenzio', continuando a 'scrivere' quella lettera che 'altri' avrebbero dovuto scrivere per lui, più io vedevo, vedevo 'materialmente', quello che mi aveva già detto.
Mentre, nel frattempo, 'tutti i miei amici' avevano scelto di 'scrivere' altro, o di 'tacere', 'lui' continuava a scrivere quella 'lettera' che dovevamo inviare a qualcuno che si era chiuso dentro una 'scatola di legno', in un 'garage' qualsiasi, e che noi volevamo 'salvare', prima che ci dicesse 'troppe cose' che sapevamo già. [...]"


