October 31, 2005

Michel Foucault: illuminismo ed eterotopie

Due testi di Michel Foucault: il celebre Che cos'è l'Illuminismo? e una stupenda 'cartografia' delle eterotopie. Li trovate nella sezione materiali filosofici di millepiani.

Posted by millepiani at 11:00 AM

October 30, 2005

Mosca, la prima neve

a Silja

Come ogni giorno, ho provato a comprare le mie sigarette. Era difficile, più difficile che una settimana fa. A Mosca è caduta la prima neve. Quando a Mosca cade la prima neve, cambia tutto. Mentre sembra che tutto continui come prima, come il giorno prima, i moscoviti, dopo la prima neve, cominciano a guardare ciò che li circonda diversamente.

Tutto diventa, improvvisamente, lontano e stanco. Più duro e difficile.
Perchè, a Mosca, la prima neve non è solo una neve che arriva. Ma è come un 'tempo' che si apre.
Ormai, ogni fine ottobre è, per me, un tempo che si apre, come mi ha insegnato 'Mosca'. O i 'moscoviti'. Un 'taglio', un taglio radicale che s'incunea nella mia esistenza, senza che davvero io lo possa misurare.

Quando a Mosca comincia a cadere la prima neve, la politica diventa, com'è giusto, una parte 'seconda'. Perchè prima della politica, come solo i russi sanno, e lo sanno radicalmente, prima della politica, o come una 'vera' politica, quello che importa, a partire dalla prima neve, è la 'salvezza'.

Le parole, la forza o lo 'sforzo' che ogni giorno, in occidente, facciamo per costruire, per 'dire' o 'condividere', diventa, dopo aver vissuto la prima neve a Mosca, diventa 'vuoto', diventa 'inutile', diventa assolutamente 'inconsistente'. Non tocca più, in alcuna maniera, la nostra 'vera vita'.

E tutto, in tutte le maniere, si ridicolizza, tutto è - di fronte la prima neve - come una sfida, una sfida 'vera', solo perchè è la 'neve', la 'consistenza', la verità dell'inverno che ci si prepara ad attraversare, che rende 'vera' la falsità di tutto quello che ci sta intorno.

A Mosca, le 'falsità' dell'esistenza, quelle che quotidianamente attraversiamo o dimentichiamo, si scontrano, sempre, con la prima neve.
Che richiama, in fondo, quello che si è.

Solo chi ha attraversato, tutt'intero, l'inverno russo, può misurare la distanza che trapassa, silenziosa, il gesto umano e la forza della persistenza e del ritorno che la 'natura' impone all'uomo.
L'occidente non ha, in nessuna maniera, la coscienza di questa 'potenza' della natura.
La 'potenza' di questa natura non è l' imponenza di una montagna, nè la forza di un deserto, nè l'imprevedibile di un mare.
Questa forza, che la prima neve moscovita ricorda, 'tace' tutto quello che intorno sta.
E il tutto intorno, in fondo, non fa che battersi contro questa 'potenza'.
Il tutto intorno, che oggi è così ricco o così povero, così infimo, non fa che battersi contro questa 'potenza'.
E chi sfida, a viso aperto, a mani nude, questa forza, viene 'riconosciuto' non solo per la sfida, ma per la sua forza e la sua 'vittoria'.
Perchè contro l'inverno russo non c'è sfida senza vittoria. Perchè così è.
Perchè chi sfida, o vince o muore, muore davvero.
E proprio per questo, non c'è sfida, ma solo vittoria o morte.
Solo vita o morte. Difesa e resistenza. Difesa o morte.

E dunque, tutte le forme di forza, di resistenza, di persistenza, di passione, di intensità sono proprie del 'popolo russo', che è il più grande e forte popolo che io abbia mai conosciuto. Più forte di quello siciliano, con cui, ovviamente, non può che avere le più grandi 'intensità' in-comune. L'uno per la violenza del sole, l'altro per la violenza della neve.
Entrambi per la violenza della 'schiavitù'. Entrambi per la coscienza di questa 'violenza' che appartiene all'umano, che è la violenza della morte.
Entrambi per la tenerezza che, contro questa violenza, hanno saputo 'costruire', per salvare della vita il loro amore.
Ma la violenza dell'inverno russo è immensamente più intensa della 'passione', nel senso religioso, del 'sole' siciliano.

Chi conosce la violenza, inenarrabile, dell'inverno russo, sa che la 'natura' è un'infamia, come lo sanno i siciliani, e che tutto quello che si fa nell'umano, lo si fa contro questa 'infamia', questa 'natura'.
Lo si fa per 'conservare' questa tenerezza, lo si fa per dire, dell'umano, quello che questa natura non sa dire, quello che tace, quello che nasconde.
Quello che la 'natura' uccide e che, invece, contro tutto, l'umano si batte per ricordare e per amare.

Come nessuno questo sanno fare i 'russi'.

Posted by millepiani at 9:55 PM

La 'quarta' ondata: in forza del movimento universitario [1]

Come ogni volta, bisogna ricominciare, di nuovo, dall'inizio. E con memoria.
Questa volta, come le altre volte, la forza che 'viene' dal rifiuto della definizione dello statuto dell'università si traduce, e diventa, la forza ed il rifiuto di un sistema di valutazione della 'nostra' vita, del nostro 'stile di vita', della nostra forza e irrudicibilità.

Ancora, e di nuovo, la posta in gioco è enormemente più grande e più amplia di quella che un ministro - come un altro - mette in pubblico e 'in politica'.
E questa volta, come ancor di più che le 'altre' volte, la forza e la violenza dell'irruzione di questa 'messa in questione' tocca, nella maniera più incerta e nascosta, lo stesso statuto degli 'studi' e del futuro che attende chi, oggi, attraversa l'università.

Non solo bisogna dire, chiaramente, che il 68 è finito - ed è morto solo guardando la parabola esistenziale di chi l'ha sostenuto e condiviso-, ed il 77 è esaurito. Non solo bisogna ricordare che il 90 appartiene alle memorie dei propri amici, ma, di più, bisognerebbe rivendicare lo statuto 'cosmopolita' della condizione studentesca. Quella che era mancata al '68, al '77 e al '90.
Quella che oggi è propria di 'ogni università'.

Seppellire e costruire: in qualche maniera queste, per me, sarebbero le parole d'ordine, quelle politiche, quelle forti, con cui riutilizzare, di nuovo, la leva universitaria per imporre le proprie priorità.

La condizione universitaria costituisce, oggi, uno dei luoghi di leva per trasformare e stravolgere la 'precarietà' che, ci si dice, sia il nostro destino. Al contrario: la nostra precarietà, questa frantumazione sistematica, regolare, politicamente indistinta e condivisa, che accompagna me, ma anche chi, oggi, inizia il suo 'percorso' universitario, questo termine e questo orizzonte, costituisce, oggi più che prima e come mai, la nostra forza.

Precari noi siamo perchè grande, più grande che mai, è il nostro multi-versum e la nostra pluri-versitas. Perchè noi, già oggi, sperimentiamo la differenza delle strutture e dei luoghi come passione e amore per la nostra formazione. Precari siamo - e in questo senso vogliamo rimanere - dell'esistenza 'nello stesso luogo' che vuole imporci questa riforma universitaria.

Questa 'quarta ondata' che comincia a travolgere e mettere in questione lo 'statuto universitario mondiale della ricerca' non richiama nessuna memoria. Di questa memoria, in qualche maniera, se ne fa forte. E, per questo, sarà incompresa.

Almeno subito. Per come tutti cominceranno a capirla.

Ma, come in forza del movimento universitario che viene e per quello che ne so, non solo questa 'messa in questione' non si interessa della memoria - e non se ne deve interessare più di tanto, ma, ancor di più, esso costituisce la prima svolta sostanziale, forse ancora inespressa, ma che verrà, del nostro statuto, dello 'statuto univerisitario mondiale' della ricerca.
Proprio perchè, in tutti i sensi, è il primo movimento universitario mondiale di messa in discussione dello statuto mondiale della ricerca, che tutti, senza eccezione alcuna, continuiamo a vivere senza coscienza, o mettendola da parte, tra parentesi.

La sua dimensione 'mondiale' verrà, si 'dirà' anche criticamente. E, certo, sarà molto più forte, almeno a livello universitario, di quello che è stata la 'prima ondata'. E farà 'rivolta'.
Dove si riuscisse a focalizzare, da subito, che non la precarietà, ma la dimensione mondiale della ricerca - e dunque la sua 'libertà - è la cifra del processo che traversa, silenziosamente, l'università, ove si riconoscesse questo, fuori dalla 'politica', lì si troverebbe la chiave di fuoriuscita dalla dimensione universitaria contemporanea.
E si riuscirebbe a pensare, fino in fondo, la posta in gioco di oggi.

Dove la politica domanda la sua 'pena', la sua 'forza', esiste sempre un'altra forza, che non si oppone, ma che va di 'passo'. Va di 'passo' con la politica.

Diventando 'vecchi', quello che si perde non è la forza della 'rivolta' di quando si era giovani. Questo è sbagliato, è errato. E' 'semplice'.
Diventando 'vecchi', quello che si perde è 'l'altra logica', quella che si affianca alla logica che, sin da giovani, abbiamo imparato a conoscere bene.
La 'logica' della 'politica', quella che si costruisce.
Perchè questa è la politica.
Diventando 'vecchi', è la forza di 'vedere' quello che c'è oltre 'noi' che si perde. Oltre quello che noi sappiamo decifrare.

Se la politica, sempre, è l'arte e la capacità di pensare dove il futuro comincia a presentarsi, l'università è il luogo dove 'tutti' misurano questa irruzione.
L'irruzione del 'futuro'.

In forza del movimento universitario. Di oggi, di ora.
Di nuovo, in rivolta.

Posted by millepiani at 6:21 PM

Bio-potere (bio-pouvoir) in Foucault e Agamben: un testo di Katia Genel

Un testo critico di Katia Genel su una nozione più che abusata. Trovate il link nella sezione di materiali filosofici di millepiani.

Posted by millepiani at 1:26 PM

October 28, 2005

Millepiani deleuziani (8)

"[...] le devenir n’est pas de l’histoire; L’histoire désigne seulement l’ensemble des conditions si récentes soient-elles, dont on se détourne pour « devenir », c’est à dire pour créer quelque chose de nouveau. C’est exactement ce que Nietzsche appelle l’Intempestif. Mai 68 a été la manifestation, l’irruption d’un devenir à l’état pur. Aujourd’hui, la mode est de dénoncer les horreurs de la révolution. Ce n’est même pas nouveau, tout le romantisme anglais est plein d’une réflexion sur Cromwell très analogue à celle sur Staline aujourd’hui. On dit que les révolutions ont un mauvais avenir. Mais on ne cesse de mélanger deux choses, l’avenir des révolutions dans l’histoire et le devenir révolutionnaire des gens. Ce ne sont même pas les mêmes gens dans les deux cas. La seule chance des hommes est dans le devenir révolutionnaire, qui peut seul conjurer la honte, ou répondre à l’intolérable.[...]"

da 'Pourparler', Les Editions de Minuit, 1990.

Per chi parla il francese, o anche solo per chi vuole ascoltare il 'tono' di Deleuze, qui ci sono degli estratti audio, presenti nel sito 'agitkom', presi da l' 'Abecedaire', che DeriveApprodi pubblicherà a Novembre anche in Italia, traducendo i 3 Dvd curati da Claire Parnet e con la regia di Pierre-André Boutang.

Posted by millepiani at 4:24 PM

Filosofiche persistenze 'consulenti'

Parafrasendo Karl Kraus - che scriveva di cose ben più serie - sulla consulenza filosofica non mi viene in mente nulla da dire. Se non, appunto, il nulla che c'è dentro - di cui ho scritto qualche tempo fa.
Aggiungo che, come ogni prodotto bello di fuori e vuoto di dentro, ha bisogno di pubblicità.
Lo 'spottone' è cominciato. Ed anche un po' sgrammaticato.
Buona 'visione'.

ps dimenticavo il lancio della 'campagna acquisti', già datato qualche mese.

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Posted by millepiani at 2:52 PM

Una cortese domanda

Colgo lo spunto da questo commento di Michele Serra:

"Da osservatori faziosi quali siamo, diciamo questo: che il medio in erezione della destra non ci sorprende e non ci interessa. Si limita a rivendicare una gloriosa tradizione culturale che definisce splendidamente i suoi artefici. Mentre ci fa impressione, e tanta, l'idea di un trivio di sinistra dal quale si grida zoccola a una donna perché è una donna. Siano stati dieci o cento, gli oltraggiatori della signora Santanché, erano sempre troppi. E, come dicevano una volta gli anziani passanti ai ragazzacci, si dovrebbero vergognare. Si vede che sto diventando un anziano passante."

In effetti, gli amici e compagni che non hanno trovato di meglio che dare della 'zoccola' alla Moratti e alla Vaffanchè, non hanno avuto una grande idea. Un autogol. Naturalmente, la reazione della Vaffanchè è stata, se possibile, ancora peggiore, dato che in teoria dovrebbe rappresentare gli italiani e il decoro delle istituzioni.
Ai giovani amici e compagni, per parte mia, non posso che ripetere e trasmettere la perla di saggezza di un vecchio avvocato meridionale, il quale ove ne sussistesse il dubbio suggeriva, credo con limpido intento garantista, di porre la questione con il seguente distico:

"Chi domanda, non fa errore:
son puttane, lor Signore?"

Posted by renzo at 10:11 AM

"Per Nicola Badaloni" di Remo Bodei

L'introduzione di Remo Bodei a "Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano", volume che raccoglie saggi di filosofia moderna scritti da Nicola Badaloni in più anni, dal 1958 al 2000, pubblicato per ETS di Pisa. La trovate nella sezione di materiali filosofici di millepiani.

Posted by millepiani at 2:44 AM

October 27, 2005

Mario Tronti: un testo e un intervento sulla democrazia

Un estratto del contributo di Mario Tronti al libro sulla crisi della democrazia pubblicato dalla Manifestolibri e un contributo audio (9 mega!!) sulla critica alla democrazia. Li trovate nella sezione dei materiali filosofici di millepiani.

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Posted by millepiani at 12:46 PM

October 26, 2005

Una forza che comincia


"Il nostro tempo è qui e comincia adesso".
Su sfondo nero, scritto in giallo, questo è lo striscione che ha aperto la manifestazione romana che si è svolta ieri contro la riforma dell'università.
Certo: una 'piccola stella rossa', e per ricordare. Ma, e soprattutto:

"Il nostro tempo è qui".
Mi si dica, oggi, una frase più radicalmente 'filosofica'.
"E comincia adesso".
Mi si dica, oggi, una frase più radicalmente 'politica'.

Sì: il nostro tempo è qui e comincia adesso. Qui, adesso.

Posted by millepiani at 9:38 PM

Un appello alla democrazia.

Stamattina mi alzo e, uscendo, prelevo il giornale dalla cassetta delle lettere: in prima pagina, una foto di miliziani esultanti con il fucile levato al cielo. Così mi pare, eppure hanno una bandiera, dunque, sebbene ci siano eccezioni, specie da quelle parti, uno Stato: sono, infatti, i poliziotti iracheni, che giubilano per l`approvazione della costituzione.


Già solo il fatto che si possa scegliere, e con ragionevolezza, un corpo di polizia come simbolo dell`approvazione della legge fondamentale di uno Stato mi pare sintomatico dello stato di eccezione in cui versa quel disgraziato paese: non ci troviamo evidentemente in una delle "grandi democrazie liberali occidentali". Potremmo, però, benissimo essere in Cile o da qualunque altra parte di quell`altra sventurata parte di mondo, cui è toccata una vicinanza geografica e, dunque, di interessi (degli altri, ovviamente) con gli apostoli della democrazia e della libertà nel mondo. In fondo, di plebisciti è piena la storia dei "paesi amici".

Qualcuno, disgustato, mi rinfaccerà che sono annebbiato da fumi ideologici nel non capire che proprio i soldati irakeni sono le principali vittime e i principali protagonisti di questa straordinaria battaglia per la libertà e la democrazia, e che dunque è giusto, anzi onorevole, metterli in prima pagina a simboleggiare la rinascita del loro paese, cui anche le nostre forze di polizia hanno contribuito, con il loro addestramento ecc. ecc. ecc. Ma che i poliziotti irakeni possano avere questo significato lo riconosco anch`io. Per l`appunto, un paese dove muoiono migliaia di poliziotti e comuni cittadini per attentati, in cui gli elettori possono andare ai seggi solo a piedi, perché il traffico è stato chiuso in tutto il paese, per evitare attentati con camion e auto bombe, in cui zone del paese sono difficilmente accessibili alle forze che rappresentano il governo che ha indetto le elezioni, dove si aspettano quattro giorni per avere i risultati, dove risultati già annunciati vengono in seguito corretti senza spiegazioni ulteriori, e mi fermo qua, ecco, un paese del genere, non mi pare in condizioni di indire alcunché.

Comincio comunque a leggere, mentre mi incammino su un manto giallo-bruno di centinaia e centinaia di foglie morte lungo la silenziosa discesa che porta da casa verso il centro della città, e leggo: "secondo dati della commissione elettorale indipendente", indipendente da che? - hanno votato a favore della costituzione il 78,59 per cento, contro il 21, 41 contro". Sono per strada, non ho più a che fare con l`aritmetica da quando ho finito le superiori, ma, per dio! il totale fa cento, è il cento per cento, è incredibile, straordinario. In trecento e più anni di cultura maggioritaria, non era riuscito neanche agli inglesi: yes or no! O di qua o di là, non ce ne è uno che si è astenuto, uno che l`ha buttata bianca, uno che si è sbagliato. No! E` il bipolarismo perfetto, il bipolarismo del pensiero. Ma è un miracolo. Mi vengono le lacrime. Incontro per strada un amico, gli faccio leggere la notizia: mi risponde che neanche nel suo paese succedeva, l´ex DDR, lì era sempre il 99,99 per cento. Mi vengono in mente le leggendarie "maggioranze bulgare", ma no, anche in quei casi, qualcuno sfuggiva o doveva sfuggire, così da giustificare che, in fondo, ancora qualche nemico interno esisteva, qualcuno di cui diffidare c`era, qualcuno da controllare c`era, che lo stato di polizia aveva un suo perché. Meglio dei comunisti, dunque: è un trionfo su tutti i fronti.

Folgorato da questo evento colossale, guardo al tramonto dell`Occidente da questo nuovo ombelico del mondo democratico. E penso: ma noi, c`era proprio bisogno di cambiare la legge elettorale, di accapigliarsi sul proporzionale o sul maggioritario, indicazione o meno del leader, di perplimere Follini, imbarazzare Casini, far astenere Tabacci (eh, l`astensione...né con Bush né con Saddam...tra i figli della chiesa, ci sono, dunque, giovini che si sono fatti sedurre da quelli che i parroci e i teologi chiamano proprio i "maestri del dubbio"?): non si poteva fare leva sull`amicizia che ci lega agli Stati Uniti? Bastava un`invasione, con o senza il consenso dell`ONU, quarantacinque giorni di bombardamenti, due anni di morti ammazzati per le strade, infine il governo della speranza, le elezioni della vita, la costituzione del futuro, il pronunciamento del popolo e avremmo ricevuto, con il consenso della stampa libera e liberale occidentale e democratica di tutto il mondo libero, occidentale, democratico, ciò che a lungo dispotismi illuminati, bizantinismi parlamentaristici, obiezioni di coscienza, libertà di pensiero, di espressione, di parola e, ovviamente, di voto, non ci avevano potuto dare, ciò che secoli di guelfi e ghibellini avevano patentemente sempre mancato, il sogno a lungo sognato di milioni di uomini, la democrazia totale perfetta, senza se e senza ma (imparate, pacifisti!), la democrazia non so neanche io come definirla. Non ho parole...

Posted by mario at 7:57 PM

Biografia ed interrogazione. Elfride Heidegger e la filosofia [1]

a mia nonna Margherita, l'ultima 'testimone'

La pubblicazione del carteggio tra Elfride e Martin Heidegger rende giustizia innazitutto di una 'biografia': quella della moglie del 'grande filosofo'. A cui tutti noi avevamo attribuito ben altro 'ruolo' nell'esistenza di Martin Heidegger. A cui noi tutti, Thomas Bernhard per primo, avevamo assegnato il 'ruolo' di 'sentinella' dell' Heimat heideggeriana, del luogo 'chiuso' in cui 'il' filosofo si sarebbe dovuto 'rinchiudere', il luogo della 'famiglia', questa galera, quando 'accanto' 'altre' gli avrebbero 'offerto' quella 'vertigine e quella passione' della filosofia 'in comune' che Elfride non gli avrebbe mai potuto dare e che, forse, non gli ha mai dato.

[silenzio]

La pubblicazione dell'epistolario tra Elfride e Martin Heidegger è innanzitutto un atto di grande 'coraggio e giustizia' che solo la nipote di Elfride, Gertrude, una donna, poteva fare e pretendere. Nipote alla quale sua nonna ha 'consegnato' la sua 'biografia', la sua 'storia'. Non a caso (io credo).
Da donna a donna.
Per 'dire di uomini', di un uomo, finalmente, la 'propria' verità, la verità.

[silenzio]

La pubblicazione di questo epistolario, su cui tornerò nei prossimi giorni, ammesso che apra uno spaccato ulteriore sull'acclarata 'mediocrità' dell'uomo 'Heidegger', dice molto di più di quanto possa sembrare proprio sullo 'statuto' stesso della filosofia, sul 'suo luogo' dopo Heidegger.
Leggevo, ancora qualche giorno fa, questo libro, in cui non si fa niente altro che un'analisi del 'concetto' di 'amore' a partire dal carteggio tra il 'grande filosofo' e Arendt.
Se ne fa 'filosofia'.
Ecco: come si è fatta 'filosofia' dal carteggio tra Arendt e il 'grande filosofo', io credo ancor più indispensabile, proprio a partire da Heidegger, 'pensare' questo carteggio - quello che potremmo nominare il 'carteggio di Elfride con la filosofia'. E che, però, rimane, ciò che davvero NON ci può riguardare, il 'dialogo' con l'uomo che ha avuto accanto per tutta la sua vita.

Non si tratta di una messa in 'pubblico' delle 'parole' scambiate tra una donna e un uomo, ma, proprio a partire da queste 'parole', si tratta di capire la relazione che si istituisce tra la scrittura e la biografia, tra la filosofia e il suo luogo.

Tutte le volte che chiedo alla madre di mia madre della sua 'biografia', tutte le volte, se siamo io e lei, la risposta è sempre: "Ma cosa vuoi sapere?".

[silenzio]

Non esiste 'luogo' della filosofia senza pensare 'amore'.
__________________________
Fonti:

1) Le lettere tra Elfride e Martin Heidegger, ed anche qui
2) azioneparallela
3) Repubblica di mercoledì 19 ottobre;
4) Le Lettere tra Heidegger e Arendt;


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Posted by millepiani at 1:34 PM

Nuove esperienze

Come molti, ho potuto osservare il gesto immortalato dalle foto dell'Onorevole Santanchè, quel dito medio mostrato agli studenti restando dietro un robusto cordone di figli del popolo.
Come scriveva Roland Barthes, l'insulto non significa, ma segnala.
Pertanto, segnalo all'Onorevole Santanchè che a sinistra, dove si è più curiosi e avanti, più al passo coi tempi, si è superato il "give the finger", come dicono gli americani.
Siamo già al "fist fucking", che a noi 'comunisti' si adatta pure meglio.
Si spera, da Aprile in poi.

Posted by renzo at 12:46 PM

Millepiani deleuziani (10)

Posted by millepiani at 11:22 AM

October 25, 2005

Millepiani deleuziani (11)

Deleuze

Posted by millepiani at 6:09 PM

Ad usum balenae

Un giornalista di "Panorama" (O del "Foglio": in ogni caso un potenziale ossimoro) ha scritto un romanzo per Mondadori (reale sinergia). Una storia che si svolge in Sicilia e che, traggo ciò non dalla lettura ma da una recensione e dalla trasmissione di Ferrara di ieri sera, rispolvera l'idea di un fascismo romantico e spirituale. Che originalità. Naturalmente a me, che di spirituale ho scelto di non aver nulla, risulta ancora piuttosto ostico comprendere la natura spirituale e romantica dei manganelli, dell'olio di ricino e delle leggi razziali, giusto per accennare a qualcuna delle non poche aporie spirituali e degli ostacoli di fatto che si pongono davanti alla costante riabilitazione che del fascismo si tenta di fare.
Sarò, appunto, un povero di spirito.
Pietrangelo Buttafuoco, o meglio, ButtaFiamma (tricolore), è l'autore di questo romanzo che, senza averlo letto e per sgombrare il campo da ogni equivoco definirò un capolavoro assoluto. Non è il valore del libro, il problema. Uno sciagurato come Celine ha scritto libri meravigliosi. Senza dover per questo concordare con le sue idee sugli ebrei.

Dicevo di questo giovanotto volitivo e forse anche intelligente. Continuava, non proprio incalzato, quanto agevolato dal cetaceo di LA7 (in fondo si svolgeva tutto in famiglia), a dire che il fatto che in Sicilia si fosse combattuto duramente dimostrava che gli italiani non erano delle marionette (bastasse questo a dimostrare o ad invalidare una tesi qualsiasi sul cosiddetto "carattere nazionale"...). Continuava ad argomentare concludendo immancabilmente la frase con "e questo prova che..." e così via con questo bel fascismo romantico e spirituale della Sicilia.
La tesi più generale e di fondo, pienamente agevolata dal cetaceo e per nulla contrastata dal pesce pilota Armeni che sembra veramente una cascata lì per caso che deve sbarcare il lunario (è inquietante la capacità dei rifondaroli di stare bene nei salotti televisivi, aggiungo), era che in Italia un gruppo di eroici cercatori della verità aveva resistito alla vulgata resistenziale e, in un certo senso, finalmente se ne vedevano i frutti.
Tipicamente ferrariano e indicativo dei nostri tempi, fare del revisionismo a buon mercato usando un romanzo (che non risponde a nessun criterio scientifico, ma solo alla piena libertà di invenzione dell'autore) come una verità assoluta e senza contraddittorio alcuno. E nel fratttempo, certo solo incidentalmente ma non per questo meno significativamente, fare anche una marchetta a Mondadori.
Alla fine, il pesce pilota si è preso di coraggio ed ha posto una domanda di atroce peso, ponderata, quasi tragica nel suo scavare giornalisticamente nella questione posta. Ha coraggiosamente chiesto a ButtaFiamma, in quanto siciliano, cosa sia l'Onore.
Ora, credo di essere siciliano almeno quanto ButtaFiamma. Ma evidentemente il bello di questa isola è che si estende tanto in grandezza da ricadere in universi differenti, paralleli e privi di reale comunicazione.
L'autore del capolavoro si è allora esibito in un aneddoto: il vento, l'acqua e l'onore si salutano dopo non so quale convegno. Come fare a ritrovarsi. Il vento dice di essere in ogni alito dell'aria, l'acqua di essere rintracciabile ovunque. L'Onore afferma, duro e masculo come nulla al mondo: "No, a me, se mi perdete, mai più mi ritrovate..."
Più che scuotere il capo, in certi casi, non si dovrebbe. I siciliani che si riempiono la bocca di parole, che se ne compiacciono, sono davvero una cosa penosa, come penosi sono stati i gridolini di ammirazione della balena e del pesce pilota in studio, abbagliati dalla inutile sapidità in salsa sicula. I siciliani, quelli scaltri senza altra qualità, millantano una saggezza che non sanno nemmeno dove stia di casa contrabbandando, e in sostanza rivendicando, la loro acquisita bestialità. Se in buona fede, si fanno infinocchiare da parole che non hanno nessun senso, che servono solo a dare un fondamento alla terribile ingiustizia di cui sono essi stessi i fautori e le vittime.
La miserabile vetrina-marchetta per promuovere un libro è motivo sufficiente per sentire qualsiasi stronzata e bisognerebbe essere sordi, ciechi ed infinitamente pazienti, per evitare di incazzarsi ogni momento.
Ma una cosa sull'Onore la vorrei dire. Ci sono tre categorie che ricorrono a questa parola quasi ossessivamente. I fascisti, i mafiosi, gli sceneggiatori di legal-thriller americani ambientati in ambito militare. In sostanza, nel primo caso si tratta di tromboni che, incapaci di dire alcunchè di ragionevole sul fatto di aver sostenuto chi attuava la Shoah, pensano di poter con un pò di fumo e con la scusa della giovane età confondere le idee ed i fatti. Nel secondo, si tratta di brutali assassini, dei peggiori delinquenti e sfruttatori del popolo onesto siciliano (che esiste). nell'ultimo caso, si tratta di inventori di finte antinomie morali il cui unico fine è dimostrare, in ultima istanza, la sostanziale presenza di anticorpi democratici in una istituzione militare.
Ecco, solo se si è fascisti e culturalmente non incompatibili con l'idea mafiosa dell'onore si può rispondere attribuendo a questa parola un significato che non sia una risata di scherno e una espressione di disgusto.

Posted by renzo at 9:03 AM

October 24, 2005

Lapsus

La scena pubblica è un miserabile scenario catodico. Pur non riproducendo la realtà, ne coglie alcuni aspetti. Per esempio, ora che impazza il problema "Celentano", possiamo cogliere lo stato deprimente della nostra democrazia nella seguente frase del presidente della camera, Pierferdinando Casini: "è stato un momento di libertà", ha affermato riferendosi allo show del cosiddetto "molleggiato".
Appunto, freudianamente, un momento, un momento solo e poi di nuovo la sopraffazione e la vomitevole finzione di ogni giorno, di ogni momento.

Posted by renzo at 9:41 AM | Comments (1)

Panico tra i socialisti

Il titolo è una famosa battuta del giornale "Cuore". E mi è tornato prepotente in mente sentendo al telegiornale De Michelis, in un momento di altissima tensione al congresso di uno dei tanti partiti "socialisti", che minacciava di chiamare la polizia.

Posted by renzo at 7:52 AM

October 22, 2005

Gilles Deleuze e Antonio Negri: due testi

Uno dei testi brevi più lucidi di Deleuze e l'introduzione alla nuova edizione di 'Fine secolo' di Negri, pubblicati nella sezione dei materiali filosofici di millepiani.

Posted by millepiani at 8:00 AM

Gilles Deleuze e «La grandeur de Marx»

" In uno scritto che Gilles Deleuze aveva elaborato e che la morte prematura gli ha impedito di pubblicare, «La grandeur de Marx», è appunto questo farsi reale della teoria marxiana che è studiato e identificato come dispositivo ontologico. Il comunismo, dice Deleuze, è un concetto che la forza delle masse fa divenire «nome comune»....".

da Antonio Negri, "Marx oltre Marx", Introduzione alla nuova edizione 1998.

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Posted by millepiani at 5:48 AM

October 21, 2005

La goccia che fa traboccare il vaso

La scena forse più divertente e grottesca di "Il senso della vita" dei Monthy Python è quella del signore che si mangia praticamente un intero ristorante e poi, quando il cameriere gli offre alla fine una mentina, esplode spaventosamente.
Se avessi la minima certezza che un gesto analogo da parte mia portasse all'esplosione del Sig. B, prenderei quella insignificante mentina che per la di lui voracità rappresenta il mio TFR e lo affiderei immediatamente alla prima agenzia di Mediolanum che trovo.
E poi, messomi al riparo, mi godrei l'esplosione.

Posted by renzo at 7:59 AM

October 20, 2005

Millepiani deleuziani

Posted by millepiani at 1:17 PM

Oceano di sabbia

Della "totalità dei fatti", alla cui sottrazione e fraintendimento la "televisione" è delegata, ogni tanto rimbalza a noi qualche frammento lancinante. Lo strumento si è fatto totalità, solo che essa è connotata in senso negativo. Dà valore e significato a ciò che contiene cancellando ciò che esclude. La prospettiva che ci consegna è di infima apertura.
Proprio per questo i radi attimi di realtà e di verità che ne filtrano vanno accolti per quello che sono, immediatamente e covati per il tempo che verrà.
Ieri sera ho visto come la morte semini negli oceani di sabbia che uomini e donne in fuga percorrono per poi arrivare da un mare di acqua per poi, forse, salvarsi.
I corpi galleggiavano nella sabbia del deserto libico, anticamera del mediterraneo, dove non di rado affonderanno, a sua volta anticamera dell'Italia dei cessi sporchi, delle botte da dove verranno catapultati "indietro" (ma dove?) al volo.
Dall'inquadratura si poteva comprendere a sufficienza come e quanto fosse sterminato quel deserto, come non avesse direzione e quanto azzardata ed appesa ad un filo sia la vita di chi è costretto ad attraversarlo.

Davvero, di questo non si può parlare.

Posted by renzo at 9:36 AM

M.B. e la rivolta della parola anonima

Che la rivolta abbia bisogno del 'nome' e della 'firma', lo contesta, nella maniera più imprevedibile, M.B.
Così come Bataille aveva apposto la sua firma e la sua presenza agli atti più incomprensibili e assurdi di insubordinazione al potere e alla società, M.B., durante la rivolta del movimento studentesco parigino, scelse l'anonimato della scrittura.
Scrisse, cioè, in-comune.
In nessun caso, oggi, a nessuno sarebbe 'data' questa forza.
Di questo, in fondo, si tratta. Forza che travalica il silenzio e la presenza.
Ma, come ha 'detto senza dire', la rivolta non ha nome: o è in-comune o non è.
E, certo, più la rivolta diventa 'anonima' e senza 'firma', più diventa 'radicale' e senza 'confine'.
Perchè più la parola si 'cancella' più, in una certa maniera difficile da spiegare ma chiara nella sua irruzione, diventa 'parola in-comune'.
Perchè, in una certa maniera, il 'preludio assembleare' non è, in fondo, nient'altro che l'irruzione dell'anonimato nella politica.

O meglio: l'irruzione della politica nel nostro 'nome'.

Non 'in nome del popolo sovrano'.
Ma come se il nostro nome fosse l'unico nome possibile nominare.
Noi, il popolo.
L'assemblea sovrana e senza nome.

Posted by millepiani at 3:27 AM

L'immediato che scrivo

(un testo di Julien)

Je retiens ce que j'ai à dire,
ce qui fait que quand je le dis, d'autres éléments se superposent à ce que je aurais voulu dire initialement.

Et alors, cela devient impossible que ce que j'ai à dire s'adresse à toi. Ce serait un désastre.

C'est pourquoi l'espace littéraire est mon seul lieu possible car il est l'unique espace qui accepte le mélange de la vérité et du mensonge.

En redoublant la fiction de la parole dans l'écriture, l'impossible seulement alors devient possible, du moins soutenable.

Ainsi, par cette ruse, la vérité peut éclore à celui qui la cherche, et à celui qui persiste dans le mensonge, le voilà bien servi.

Le seul ressort pour transformer l'hypo-crisie de l'écrivain, c'est qu'il écrive.

Il n'a rien d'autre à dire qu'écrire.

Et les textes montrent bien que toute écriture est une parole.
C'est pour (trouver) l'immédiat de la parole que j'écris.

Posted by millepiani at 2:25 AM

Differenze - come un preludio 'assembleare' [2]

a Gianfranco, che sa che non dimentico quello che 'devo'.

Qui la prima parte

j.e p.

C'è un luogo in cui, volente o nolente, tutto il preludio 'assembleare' si è liquefatto. Questo luogo porta il nome di 'comunismo'.
Rintracciare, ancora, questo 'preludio', significa, filosoficamente, assumersi politicamente la 'responsabilità' di quest'idea di comunismo.
Se la 'politica' ha rappresentato, ed ancora rappresenta, questa messa tra parentesi dei gangli cruciali per la filolosofia politica, la questione della forza 'assembleare' ha, nella stesso tempo, il merito di rimettere in circolo il problema, cruciale, della testimonianza.
La presenza, o partecipazione, assembleare oscilla, come sappiamo, tra il silenzio e la rivolta.
Nessuno di noi può dichiarare di non aver partecipato, ormai negli ultimi quaranta anni, ad un'assemblea.
Alcuni potrebbero dichiarare di 'essere riusciti' a capire le regole di gestione di un'assemblea.
Alcuno/a potrebbe dirne il suo futuro. O la forza che ha continuato a conservare dopo la sua 'fine' politica, cioè: dopo la fine della sua incidenza, precisa e documentabile, che aveva sulla politica.

In questo senso, il 'preludio assembleare', come mi permetto di chiamarlo, conserva quella forza di cui parlano, insieme, p. e Canetti.
p., come sai, ha sempre parlato dell' 'assemblea' come del luogo, l'unico, della politica. E ne ha sempre parlato, come sai ancora, come del luogo in cui la 'filosofia', in fondo, possa misurare fino in fondo la sua forza. O - come l'abbiamo chiamata - la forza di 'ni-ente'.

E, insieme, Canetti ha detto, una volta e per sempre, come non sia possibile dire nulla senza questa 'lotta' precisa contro il ni-ente. (lo so, vado veloce, ma, come sai, mi manca il tempo, davvero, o forse non ne ho più).

In qualche maniera, quello che mi dici rinvia a questa lotta.

Se dunque, quello che tu pensi sul 'preludio assembleare' mi reinvia a tutto questo, quello che mi sembra più importante è, come ti scrivevo, dire che 'esiste un luogo che sfugge a questa presa' - filosofica e politica - a questo sfondamento dell'assemblea.
Questo luogo è certamente, almeno dal mio punto politico di vita, quello della 'sovranità orizzontale'.
Come sai, e forse 'a contrario', mi sto battendo per quest'idea.

Essa non coincide nè con il rifiuto della 'verticalità' del potere, nè con il rifiuto della sua forza, della sua capacità perfomativa.
E non coincide nemmeno con un'idea 'ingenua' della forza 'costituente' dell'assemblea.

In fondo, io credo che, di fronte la 'potenza' del potere, il preludio debba 'dire' davvero la sua forza.
In fondo, io credo che questo che chiamiamo 'preludio assembleare' sia, oggi, l'unica pratica di messa in questione della politica del potere nei suoi fondamenti.
E non perchè io pensi che il potere sia una 'forza nemica'. Ma, al contrario, poichè, come tu sai - e forse solo tu - io sono profondamente convinto che la forza del 'potere' - o di ciò che noi continuiamo a chiamare con questo nome - non si giochi solo nelle relazioni 'politiche', in quello che continuiamo a chiamare 'politica' e che, come tutti sappiamo, non ha più lo statuto che conoscevamo prima.
Non perchè io pensi, continui a pensare al potere come una forza estranea alle mie pratiche di relazione, ma, al contrario, perchè ho imparato, e continuo ad imparare e misurare quanto le relazioni di potere, cioè le relazioni che viviamo quotidianamente, siano, nello stesso tempo, l'espressione di questa forza - cioè: lo sporgersi sul dominio che ogni relazione di potere contiene in sè - e la possibilità della trasformazione - il riequilibrio, sistematico, costante, personale e politico, di ogni relazione di potere.

In questo senso, esiste una verticale differenza tra relazioni di potere e relazioni di dominio. Chi la dimentica o non la scorge, parla di una politica che non esiste più.

In questo senso, questo 'preludio assembleare' che tu indichi io lo leggo come una messa in questione aporetica ed impossibile dello statuto attuale della politica.
Nel senso che la dimensione 'orizzontale' richiamata dal 'preludio assembleare' che tu rilanci colpisce al cuore la 'farsa' in cui noi tutti ci siamo lasciati avvolgere.

Rileggevo, ancora stasera, per cose che tu sai, i 'Manoscritti del '44'.
Quello che colpisce non è, come di solito si dice, l'analisi dell'alienazione, l'umanismo, o non saprei dire cosa, di quelle pagine. Non ho più nemmeno 'parole' di descrizione.
Non è nemmeno, al mio sguardo, la libertà dell'analisi e la sofferenza che ad ogni rigo attraversa quelle pagine, nè la gioia per la forza 'condivisa' che si respira in quelle pagine.
Ma, al contrario, l'impotenza cosciente dello sguardo, la consapevolezza di lavorare per 'altro' o forse 'dopo', o forse già. O forse 'tardi', certo 'tardi'.

E, nello stesso tempo, qualche minuto dopo, non ho potuto fare a meno di rileggere gli 'Indirizzi' sulla 'Comune di Parigi' scritti dallo stesso autore dei 'Manoscritti'.
Ecco, io credo che proprio lì, in quel luogo, che parla di questo 'preludio assembleare' a cui noi continuiamo a lavorare, in quel luogo si mostri quello strappo, quella decisione e quella forza che fa di ogni politica, di una certa politica, nello stesso tempo, una sconfitta e un 'preludio'.

Se serve tacere, so come fare.
Ma, nello stesso tempo, questa 'forza' che, di nuovo, so vedere e vedo, questa forza c'è, perchè c'è un luogo in cui la sovranità viene messa in questione, radicalmente, come se non fosse mai esistita, come riletta e reinterpretata.
Come fossimo, di nuovo - e lo siamo - ad una certa origine, ad un certo inizio.

C'è un luogo in cui l'assemblea 'sovrana' decide.

(segue e ritorna)

Posted by millepiani at 1:52 AM

October 19, 2005

Fenomenologia di 'Capitan Harlock' [2-fine]

In nessun senso Harlock costituisce un'icona della rivolta. Al contrario, Harlock è l'esempio di una lettura radicale e senza 'resto' della destinazione. Harlock, se 'pensa' per la 'giustizia', combatte per la 'sua' giustizia. La differenza che per degli ottenni costituisce questa frase è la stessa differenza che si è installata tra il progetto di 'una' politica' e la politica come 'progetto'.
Harlock, anche e soprattutto nel testo della sua canzone, è un 'pirata' che ha 'cambiato' il suo 'luogo'.

E tutto il testo è una sorta di contraddizione permanente, come quando si dice, o si canta:

"[...]Come un lampo è il suo pugnale che lui lancia contro il mal,
ma è un uomo generoso come il mar[...]"

Harlock è una sorta di 'ma' continuato, di autocontraddizione vivente.

Così come si dice, e si canta che:

"[...] il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà,
vola all'arrembaggio però un cuore grande ha[...]."

Appunto, però.

Dunque, in una qualche maniera, Harlock è volto anarchico di una rivolta senza nome che, senza nemmeno saperlo, si contagia, fuori dal tepore di ogni famiglia, di ogni 'galera'.
In questo senso, Harlock, e il testo della sua canzone, mette in scena una 'rivolta silenziosa an-archica' che rifiuta, con il suo 'ma' o il suo 'però', ad ogni passaggio, rifiuta la messa in scena della cosmicità dell'imperialismo e della pacificazione degli affetti.
Harlock parte. Non fugge, ma costruisce la 'sua' rivolta ed il suo 'viaggio'.
A partire dal fatto che Harlock ha "[...] cambiato in astronave il suo velier[...]", cioè: ha affrontato il 'presente' e la sua trasformazione, lo sputo e il rifiuto, la fuga come 'sconfinamento' diventano una 'pratica' sistematica di rigetto e di rivolta. E di scoperta.

Solo in questo maniera, la benda nera che copre l'occhio destro di Harlock ha un senso.
Se la 'cicatrice' che segna il suo volto, nel cartone animato, è appena sotto il suo occhio sinistro, come a segnare quello che si vede grazie a un ricordo, la benda nera, nascosta dal ciuffo di capelli che cade 'esattamente' sull'occhio destro, nasconde ciò che 'non è possibile vedere'.
Ciò che, nel transito, si perde e si sacrifica. Ciò che 'lui' non può vedere e noi non dobbiamo.

Ed ancora: "[...] nero è il suo mantello, mentre il cuore bianco è [...]". Mentre.
Sempre una bi-logica.

Mentre Harlock è 'nero', e il suo mantello non può che essere 'sprofondato' nel 'nero' che mostra, quello che non mostra Harlock è, 'esattamente', quello che dobbiamo tenere presente: il suo 'cuore bianco'.
Ancora, di nuovo, una bi-logica.
Ignacio Matte-Blanco.

Harlock non è solo, senza saperlo, la 'figura' dell'analisi, '[...] senza una meta [...]", cioè: senza un arrivo, una 'fine'.
Harlock è il gesto, silenzioso, della rivolta, e la sua 'forza' è, come dicevo all'inizio - e come sa chi si occupa di 'cartoni' -, l'attacco della 'sua' canzone.

Non serve "[...] rubare a chi ha di più [...]". La rivolta si misura su altri confini, con altre guide e con un'altra forza.

In questo senso Harlock è '[...] rubare un'avventura [...]" con accanto 'lui', cioè: la presenza del nero, la forza del bianco. Insieme.

Dove la mia generazione pende da un lato, bisognerebbe ricordarle l'altro.
E dove li si tenga insieme, bisognerebbe far diventare tutto questo una 'politica'.

Posted by millepiani at 11:49 PM | Comments (4)

October 18, 2005

Addii: sulle 'grandi orchestre' e i 'grandi interpreti', cioè: sulla filosofia

Nel più grande dialogo con Mario.

Come sanno i miei amici più cari e la persona che mi ama, non mi è più possibile ascoltare 'alcuna' esecuzione dal vivo se non con una quasi certezza matematica - ormai dove? - di una dignità d'ascolto. Nè la 'stasi' mi attiene durante un qualsiasi ascolto.
Impossibile nemmeno trascinarmi - o essere trascinato - in un qualsiasi teatro.

Ciò che mi sono 'permesso' di poter fare, è stato ascoltare, a Lucerna, tra i concerti più belli che si possano oggi ascoltare al mondo.
In nessuna maniera questa 'distanza' deve essere 'interpretata' come la distanza dello 'snob'.

Sono nato e cresciuto in Sicilia, a Messina. Per me è stato semplicemente 'impossibile' ascoltare, durante quel tempo in cui si 'forma' l'ascolto, qualcosa di bello, anche solo di dignitoso; e se alcune volte e in alcune occasioni è accaduto, non faccio nessuna fatica a dimenticarle, per tutto quello che c'era intorno, accanto, dentro.
Direi semplicemente così: quello che mi sono conquistato - nell'educazone dell'ascolto, nella capacità di distinguere, di capire, di 'ascoltare', nella forza di dire 'non mi piace', anche quando a suonare erano 'maestri', l'ho maturato attraverso una sorta di 'impossibile' disciplina maturata attraverso migliaia di ore di ascolto in solitudine.
E, però, nello stesso tempo, attraverso questa disciplina, ho anche misurato, millimetro dopo millimetro, la distanza, sempre più incolmabile che si allargava.
Questa distanza non è, semplicemente, come molti mi attribuiscono, la distanza, indiscutibile, che si è vertiginosamente ed esponenzialmente aperta tra la 'scrittura' e l' 'ascolto' di quella che chiamiamo, con una volgarità, musica classica.
La distanza e la vertigine che si è aperta è anche - direi: soprattutto - quella tra 'una certa idea di esecuzione' e 'queste esecuzioni' che oggi si possono ascoltare.
Non è certo un problema di 'idea direttrice', di 'guida', di 'senso' di una esecuzione.
È qualcosa di molto più radicale e profondo, che non tocca solamente lo statuto della scrittura 'musicale', di quella che, lo ripeto: volgarmente, chiamiamo 'musica classica'.

Quello che vado ripetendo, ormai da dieci anni, da 'melomane', è il definitivo naufragio dell'idea stessa di 'intepretazione'.
Per i patiti, e a titolo d'esempio, vorrei citare la vertiginosa progressione dell'intepretazione di un gigante della scrittura pianistica come Chopin.
Se, per grazia di dio, possiedo la 'mia' interpretazione di Chopin, che - alle mie orecchie - è quella di Alfred Cortot, non posso fare a meno di poter tracciare una linea divisoria nell'interpretazione delle sue partiture che, certemente - almeno ai miei occhi - non varca il 1975. E, per dirla chiaramente, si ottunde con la lettura di Aschenazy.

Non è un problema di intepretazione o di gusto - potrei citare grandi interpretazioni che io detesto profondamente: tutti i grandi pianisti, ovviamente, si sono confrontati con Chopin.
Potrei citare, altrettanto, grandi interpretazioni che, sino a qualche anno fa, non esitavo a dichiare 'Chopin al piano'.

Il punto radicale è che l'interpretazione musicale, di qualsiasi 'brano', mettiamola così, non esula da un'idea più ampia sia di verità come di interpretazione.
Salvo rari casi, rarissimi, che sfondano l'idea stessa di 'interpretazione', l'esecuzione di una partitura evidente e leggibile, e, soprattutto, fissa, stabile, l'esecuzione, oggi, si trova davanti ad una tale montagna di elementi 'tecnici' che 'muore' - ripeto: salvi rarissimi casi - della morte che si cerca.
Questa 'montagna' mostra l'aporia fondamentale dell'idea di 'interpretazione'.
La musica 'classica' è così. Due dei pochi che si sono voluti 'ribellare' a questa 'tirannia' (Gould e Anda) sono passati entrambi attraverso queste forche caudine che, certo, sono forze immensamente più forti di quelle che si muovono nella filosofia.
Se possiamo citare Kremer come esempio di fuoriuscita realizzata, esso ci mostra, altrettanto, il corridoio buio, di tutti o quasi, all'interno del quale l'idea stessa di 'interpretazione' si è completamente 'suicidata'.
Questa 'crisi' dell'idea stessa di interpretazione - che, in apparenza, potrebbe portare sia a posizioni di 'nostalgia' come a posizioni di 'rifiuto' - mette in gioco qualcosa che non riguarda la musica 'classica' e la sua esecuzione. O non solamente.

Essa tocca, molto più profondamente di quanto riusciamo a dire, lo statuto stesso della filosofia, che con 'questa' musica ha creduto di poter e ha creato un rapporto privilegiato e fondamentale nella storia culturale del moderno, e, in particolare, in quella che ci ostiniamo a chiamare 'storia della filosofia'.

Non è certo qui il caso di affondare il coltello nel 'burro' della musica, nè certamente è il caso di affrontare di petto una 'questione' che, inevitabilmente, ammorba, dopo Nietzsche e Wagner, ma anche prima o dopo - pensiamo a Bloch e Adorno - tutte le riflessioni possibili sul rapporto tra filosofia e musica 'classica'.

Quello che mi importa di più, in questo oceano di 'infinita e non misurabile tristezza e pena' di cui ha scritto Mario parlando di una delle più grandi orchestre del mondo, quello che mi importa è che, come per la filosofia, il punto focale riguarda esattamente non l'esecuzione, nè l'interpretazione, ma, più in fondo, lo statuto dell'interpretazione, della lettura e della distanza.

La vergogna condivisa tra filosofia e musica 'classica', a partire da questo annientamento di una idea di 'interpretazione' può paradossalmente essere misurata, in entrambi i casi, in un 'luogo pubblico': un'aula universitaria o una sala di concerto.

Io non ho mai condiviso, nè prima nè ora, nessuna nostalgia.
In questo senso, io lavoro per questo 'sfinimento'. Doppio, visto che ci troviamo a parlare di questo, o visto che sono io a parlarne.
Ma, nello stesso tempo, conoscendo per 'ascolto' una delle due voragini, mi sentirei di pensare, anche da solo, che l'una senza l'altra non hanno salvezza.

E che, esattamente come aveva provato a fare Nietzsche, non solo l'una senza l'altra risultano assolutamente impensabili.
Ma, anche, che il loro futuro, se mi posso permettere di mettere anche solo un piede in un suolo 'sacro', il loro 'futuro', se esse ancora ne hanno - filosofia e musica per come l'Occidente le aveva pensate sino a qualche anno fa - il loro futuro è 'comune'.

Quello che Nietzsche, in fondo, non aveva condiviso di Wagner era precisamente questa forza, questa distanza e questa vicinanza.
Si tratterebbe, forse, di pensare, seguendo Nietzsche, un altro rapporto, senza attardarsi in nostalgie inutili, quelle che mi legano al 'mio' Cortot e al 'mio' Chopin.

Posted by millepiani at 2:05 PM

Addii in Germania: la Filarmonica di Berlino tra Francoforte e la capitale. Su Rattle, Strauss, Abbado e su diverse altre memorie

Ho avuto la fortuna, nell'ultimo anno, di vivere in una grande città della Germania: ci andavo spesso, per amore, e dal giorno di Natale in poi, vi frequentai i teatri cittadini. Francoforte ha offerto negli ultimi anni, secondo alcune riviste specializzate tedesche, le migliori stagioni concertistiche di tutta la Germania. Uno dei passaggi obbligati è la visita della Filarmonica di Berlino alla fine di Settembre: un incontro tra capitali.
Se Francoforte, lo sappiamo tutti, lo è della finanza europea, non solo tedesca, Berlino lo è della politica, ma queste due città, così fiera la prima della sua storia di "libera città" sin dai tempi dell'Impero, così tormentata e complessa la seconda, specchio drammatico della storia del proprio paese come legno di croci lacerato da chiodi ed effervescente di sangue, ebbene queste due città, sono anche due modi speculari di concepire la cultura in Germania.

Il mio addio a Francoforte è consistito in questo incredibile regalo del caso: il concerto della Filarmonica di Berlino, il ventisei Settembre, seduto nei palchi del primo settore, al costo - quasi simbolico - di 8 euro.

Naturalmente, attorno a me sedevano persone che avevano, invece, pagato il prezzo intero, ovvero 125 Euro, ma in Germania, quando ci si iscrive all'Università, l'Università e la città fanno dono di un carnet di buoni, con cui si può andare gratis o a prezzo scontato in tutti i musei, teatri ecc.
Il mio amore era formalmente iscritta all'Università, benché fosse già alla fine dei suoi studi post-dottorato, e nel caso del buono della Alte Oper, sia lei, sia una persona che l'accompagnasse, avrebbero pagato 8 Euro ciascuno per un concerto organizzato dalla Alte Oper. Come, appunto, quello della Filarmonica di Berlino.

Si è trattata di una delle esperienze più dolorose della mia vita di ascoltatore di musica.

Dieci anni dopo la prima volta che avevo ascoltato quest'orchestra, non riuscivo più a riconoscerla. E' stata una terribile, indescrivibile pena. Il mio amore, che a Berlino, anche lei dieci anni fa, aveva avuto modo di ascoltarla almeno una trentina di volte, si sentiva anche peggio di meno, era, senza che questa parola voglia suonare ironica, sconcertata. Un massacro.

Le Variazioni per orchestra di Schoenberg, con cui si apriva la serata, sono scorse senza infamia e senza lode, ma soprattutto, senza dissonanze. Il pubblico ha risposto tiepidamente. Io non l'ho applaudita mai.
A seguire, la Sherazade di Ravel, dove una brava cantante ha fatto la sua parte nel risollevare le sorti della serata: il flauto solista continuava a sbagliare le entrate, senza pietà, senza ritegno.
Di James Galway, uno dei maggiori flautisti del mondo, per anni al suo posto ai tempi di Karajan, manco l'ombra. Certo che una serata storta può capitare a chiunque...quando ascoltati per la seconda volta a Berlino la Nona di Mahler per i cinquant'anni della fine della seconda guerra mondiale, anche allora Abbado stesso - ero in nona fila e mi stava più vicino del mio vicino, avevo occhi solo per lui - guardò raggelato lo strumentista sulla sua destra, che aveva sbrecciato il primo assolo...ma fu l'unico momento no, per quel musicista, non era andato benissimo, il suono gli era uscito sporco, goffo, affannato, e fu una sbavatura nel meraviglioso concerto.
Stavolta, invece, attorno a me, diverse teste sconsolate si scuotevano stupefatte all'ardire del flautista.
Ma erano soprattutto le sezioni dei fiati e dei legni, che parevano semplicemente staccate rispetto agli archi: sì, proprio uno stacco, anche nella foga dell'esecuzione, che tra gli archi era ancora mirabilmente controllata. E' forse in questa sezione che il signore inglese da tre anni alla testa di questa sventurata orchestra lavora nella maniera più superba: dirige, infatti, una orchestra d'archi, con un drappello di suonatori di corno e di tromboni pronti a sconquassare tutto dall'alto, come se si fosse alla caccia della volpe.
Ciò che ho ammirato maggiormente nel suo lavoro sulle sezioni degli archi è la minuziosità estrema con cui vengono fatti affiorare e tessuti serratamente micro-dialoghi tra gli strumenti degli archi: ciò è davvero notevolissimo, ma è in queste pozzanghere che erano state immerse le dissonanze di Schoenberg, sino a scomparire.

Dopo la pausa, in cui mi aggiravo incredulo e muto nelle sale bassissime della Alte Oper, un luogo che merita un racconto a parte, si è ascoltato 'Una vita da eroe' di Richard Strauss, l'esecuzione che ha riscosso l'applauso più vivace e intenso, con anche tre o quattro posti alla mia sinistra un signore che si è sbracciato in un "bravo" ripetuto, quasi di auto-convincimento. Del resto, se si pagano 125 Euro, una giustificazione bisogna pur trovarla. Io non ne avevo.
Strauss aveva squillanti dissonanze, al cui confronto Schoenberg era un musicista di cappella timorato di Dio: c'è qualcosa di moderno, mi si dirà, nel mostrare Strauss più "moderno" di Schoenberg, e certo Strauss non è un musicista retrò. Diverse sue opere presentano audacie a volte impensabili, una delle più significative è il modo in cui rende la Notte al principio della 'Sinfonia delle Alpi', l'opera che egli considerava il proprio capolavoro sinfonico.
Il punto, però, è che Schoenberg non era così mortifero come l'ho sentito io a Francoforte il ventisei sera di settembre.

Do atto a Rattle di aver reso con particolare fedeltà la voluta, programmatica grossolanità di certi, memorabili passaggi straussiani: mi sento male al pensiero di come lo humour di Strauss veniva congiunto al suo senso del bello appena vent'anni fa, dalla stessa orchestra sotto Herbert von Karajan. Oggi questa orchestra suona Strauss come lo si suonerebbe in una Baviera da cartolina postale che sponsorizza il latte del posto.

Nel disperato tentativo di consolarsi e consolarmi, il mio amore diceva che già Abbado aveva ammesso che il tempo dei grandi direttori era definitivamente concluso, e ciò, aggiungerei, apre a una lettura non più monolitica della tradizione, che ora si può riconvertire in storia; ma ciò comporta anche che le grandi orchestre sono destinate a morire. Oggi la Filarmonica di Berlino cambia le sue parti con troppa frequenza, gli avvicendamenti sono troppo rapidi, grandi musicisti ci lavorano quattro, dieci anni, nel frattempo fanno anche altro, poi scelgono altre strade.
Forse, direttori grandi come Claudio Abbado o Pierre Boulez riescono a farle risuscitare due o tre volte all'anno, a Salisburgo, a Lucerna, alle Berliner Festwochen. Ma si tratta oramai di spiritismo. E non è un caso che costoro abbiano scelto, da un lato, di fare gli ospiti delle orchestre grandi e, dall'altro, di dedicarsi anima e core a piccole, grandi orchestre, che apprendono il mestiere su grandi classici, hanno un repertorio limitato ed eseguono con intensità e trasporto eccellenti.

Tra Abbado e Rattle c'è, del resto, una evidente continuità: Abbado denudò la Filarmonica di Berlino del flautato velo incantatore in cui prendeva forma la sua compattezza ai tempi di Karajan, ma non sperse per strada quella compattezza, gliene diede una nuova: le ferite erano finalmente a cielo aperto. Il mio timore è che con Rattle queste ferite si aprano ulteriormente, e, a quanto mi pare di aver udito a Francoforte il ventisei di Settembre, non cicatrizzino e imputridiscano.

Il futuro è nero, il futuro è nuovo. Dopo aver pianto in silenzio la fine dei miei ricordi, l'impossibilità di legare più il nome della Filarmonica di Berlino al mio passato e a questo presente, posso serenamente affrontare e capire anche il nuovo.
Sperando sempre che mi riappaia di tanto in tanto qualche spettro da amare in silenzio e in "voluttà suprema".

Posted by mario at 8:43 AM

Fenomenologia di 'Capitan Harlock' [1]

So di scrivere cose conosciute. Ma, come Capitan Harlock [da ora in poi Harlock], so altrettanto della necessità di ripetere, ribadire e, soprattutto, testimoniare.
Harlock è, in una certa maniera, la figura del testimone d'infanzia.
Anche senza saperlo, Harlock è un cartone animato, che la mia generazione (quella maledetta, quella dei trentenni) si è semplicemente sucata e assorbita senza batter ciglio. Come molti altri cartoni animati (allora si chiamavano così, oggi non so).
Harlock, in qualche maniera, la sua epifania, che vorrei spiegare qui, ha costituito per molto tempo, per la mia generazione, una fuoriuscita dagli incubi sistematici e finali di ogni galera familiare, come anche le più dolci e comprensive famiglie possono essere di fronte a dei settenni, ottenni, che non capiscono una benemerita sega di tutto quello che accade intorno a loro.

Come molti hanno scritto, indiscutibilmente, la sigla iniziale di Harlock ha giocato una funzione chiave in questa memoria scolpita dalla figura di Harlock (la sigla la potete scricare qui).
Harlock, in più, come si avvertiva già allora dalle reazione delle compagnucce di classe, ha costitutito, e costituirebbe ancora oggi, sia tra le ottenni che tra le diciottenni come tra le ventotteni, un volto assolutamente irripetibile, unico nel suo corpo, assolutamente affilato e sporgente verso l'alto, sempre essendo oltre, tanto da essere, oggi, spettrale.
L'unicità di Harlock non era nè la sua altezza nè la sua trasparenza fisica, nel senso di un corpo senza muscoli ma presente (cosa, oggi, sempre più rara).
La forza di Harlock era la tensione che in tutto il suo corpo, così come nel suo mantello, tendeva verso il suo volto.

Devo fare un passo indietro: Harlock è un pirata. Che sopravvive alla trasformazione dei velieri in navicelle spaziali.
Harlock diventa un pirata dello spazio.
In questo senso, è un uomo che sopravvive, che supera la transizione, innanzitutto la scomparsa del suo ruolo, e rilancia la sua presenza in altri luoghi.
Questa difficoltà del passaggio, che nel cartone animato, a mia conoscenza, non è messa in scena, è rappresentata dal suo volto segnato da una lunga cicatrice, che potremmo chiamare 'citazione', che ricorda, ad ogni passaggio, quello che sta dietro il suo mantello, la sua 'presenza'.
Cioè: dietro la sua presenza che si 'vede'.
Cioè: è una 'memoria' sempre presente.

Tutta l'articolazione degli episodi, che ho letto in francese e dunque, per difetto di memoria specifica, non riesco esattamente a riportare alla mia memoria diretta, non ha altro obiettivo che una sorta di guerra permanente contro le istituzioni mondiali date; una volta si sarebbe detto così: contro l'imperialismo cosmico.
Harlock è, in questo senso, un personaggio di altri tempi. Ma, anche, in un certo senso, un personaggio totalmente deleuziano.
Anche perchè bisognerebbe smetterla di credere che 'altri tempi' sia solo un'affermazione relativa al passato.
Tecnicamente, 'altri tempi' non rinvia ad altro se non alla sua alterità - anche, e sopratutto direi, pensando a Deleuze, all'alterità dei tempi, plurale.
E, dunque, anche ad un futuro possibile. O impossibile. Certamente altro. Anche dal passato.

Ne fa fede assoluta il testo di 'Capitan Harlock', la cui storia non riporto qui, essendo già conosciuta abbondantamente.

Cercherò di farne un'analisi, come merita, perchè, come ho già scritto, è uno dei più grandi testi anarchici degli ultimi trent'anni.
Il testo, ed è da leggere, è questo.

[segue]

Capitan Harlock!
Capitan Harlock!
Capitan Harlock!

Un pirata tutto nero che per casa ha solo il ciel
ha cambiato in astronave il suo velier [ urrà! ]
il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà,
vola all'arrembaggio però un cuore grande ha [ uau! ]

Il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà,
vola all'arrembaggio però un cuore grande ha [ urrà! ]

Capitan Harlock!
Capitan Harlock!

Fammi rubare Capitano un'avventura
dove io son l'eroe che combatte accanto a te,
fammi volare Capitan senza una meta
tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più


Capitan Harlock!

Come un lampo è il suo pugnale che lui lancia contro il mal,
ma è un uomo generoso come il mar [ uau! ]
nel suo occhio c'è l'azzurro, nel suo braccio acciaio c'è,
nero è il suo mantello, mentre il cuore bianco è [ urrà! ]

Capitan Harlock!
Capitan Harlock!

Fammi rubare Capitano un'avventura
dove io son l'eroe che combatte accanto a te,
fammi volare Capitan senza una meta
tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più

[ urrà! ]

Nel suo occhio c'è l'azzurro, nel suo braccio acciaio c'è,
nero è il suo mantello, mentre il cuore bianco è [ urrà! ]

Capitan Harlock!
Capitan Harlock!

Fammi rubare Capitano un'avventura
dove io son l'eroe che combatte accanto a te,
fammi volare Capitan senza una meta
tra i pianeti sconosciuti per rubare a chi ha di più.

Posted by millepiani at 7:31 AM | Comments (3)

October 17, 2005

Bisogni primari

Trovandomi per caso a passare davanti al portone della sede del già PCI-PDS-DS e in futuro, forse, AIDS, ed essendo il giorno prima delle "primarie", ho cercato un manifesto accanto al portone. Se ci fosse, non l'ho notato, perchè il mio sguardo è stato catturato da tre cose: una targa commemorativa a cura del Rotary, che ricorda che Via Castellammare prende il nome da una fortezza abbattuta nel sedicesimo secolo. E già il Rotary mi ha fatto un pò storcere la bocca. Ma questo è nulla: un manifestino colorato di una associazione il cui nome non ricordo, ma avrebbe potuto essere "Gli allegri guerrieri peloritani", invitava a partecipare a una di quelle sessioni di guerra simulata, dove ci si mette in tuta mimetica e ci si rincorre nei prati sparandosi allegramente. Infine, c'era un manifesto che annunciava una grande festa nel salone del Partito, diventato per un periodo anche un locale di una certa fortuna: "Erasmus welcome". E qui ho capito che la politica ha assunto mille forme, a me ormai estranee, e che il mio bisogno primario di sapere come erano organizzate le primarie era stato sopravanzato da altri bisogni, più primari ancora, se così posso dire. In effetti, di più politico e di più primario della globalizzazione delle conoscenze e, di conseguenza, delle malattie sessualmente trasmissibili tra giovani studenti e studentesse, non mi viene nulla.

Posted by renzo at 8:15 AM

October 16, 2005

Nicoletti e Balibar su teologia politica e sovranità: altri materiali filosofici

Trovate l'intervento di Nicoletti qui e quello di Balibar qui (è purtroppo in francese e non ho il tempo di tradurlo). Commenti a seguire.
Invito, inoltre, chiunque voglia intervenire su questi temi a spedirmi mail, testi brevi o lunghi che saranno pubblicati nella sezione di discussione e materiali filosofici di 'millepiani'.

Posted by millepiani at 1:31 PM

October 15, 2005

Giorgio Agamben e Nancy: due interviste.

Una 'vecchia' intervista a Giorgio Agamben sulla teologia politica di San Paolo ed una a Jean-Luc Nancy sulla decostruzione del cristianesimo.

Posted by millepiani at 10:39 PM

Di una flebile forza 'nascosta': sul futuro dell'università e sul suo 'statuto studentesco cosmopolita'

a Carmelo, Cecilia e, soprattutto, a Sophia

Non c'è nè luogo nè confine. O distanza, misura, memoria che possa 'fare quadrato', oggi, intorno ad un'idea, che è solo e semplicemente una 'pratica', di una 'sinistra' a lavoro 'dentro' l'università.
Non c'è, di questo, purtroppo, nè memoria nè politica.
Oggi, possiamo dirne tutto ed il suo contrario.
E, insieme, possiamo, e dovremmo, richiamarne la forza, la costanza, la parola ed anche il silenzio. Anche l'assenza.
______________________________________

Se continua ad essere 'un luogo', l'università è l'irruzione, la destabilizzazione, la messa in questione e la messa in gioco dei nostri saperi. Cioè: la politica nuova che irrompe.
So, lo sappiamo tutti, che non solo non gioca più questo ruolo nè questa forza, che non sa dire della politica e subisce, e patisce, sempre, la violenza della politica.
Ma, insieme e nello stesso tempo, essa è sempre, come sempre sarà, quel luogo dove, prima che altrove, la forza della 'politica che viene' si mostra, il luogo dove è possibile misurarla e pensarla.

Esiste, dagli anni sessanta, una certa 'paura' dell'università.
E della sua forza. Che forse, oggi più che mai, si rinchiude, si isola, si legge come un 'transito', un 'passaggio', una 'condizione flebile ed esposta' ad un futuro che porta, certo, anche fuori da essa.
Lo 'statuto universitario mondiale' della ricerca, nella sua forza e nella sua debolezza, mina non solo i passaggi più semplici, ma lo stesso statuto della ricerca e la condizione studentesca.
Anche questo 'statuto', quello studentesco, si è esposto a questa 'sfida' e l'ha persa. Lo ha fatto proprio all'inizio degli anni novanta. E poi non ha saputo più farlo. Non lo ha saputo più farlo 'radicalmente'.

Quello che però sarebbe importante dire è che lo 'statuto studentesco' non coincide con quello 'universitario mondiale'.
Mentre il secondo dispone la ricerca secondo le necessità 'interne' all'ambito accademico, il primo 'forza e apre' lo statuto universitario alla politica avvenire che gli attiene.
Mentre il secondo dispone, ancora, di soldi, potere, forza e decisione, il primo manifesta, anche nel suo silenzio, la forza della 'trasformazione', la 'certezza' del rifiuto, l'impossibile della contestazione e la 'chance' del futuro.

Esiste, dunque, una differenza radicale tra lo 'statuto universitario mondiale della ricerca' e lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università'.

Mentre il primo, è un 'codice', una 'regola', o va alla ricerca di una regola la più possibile omogenea, lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università' esprime, in ogni luogo e in ogni dove, la sua manifestazione, la forza della differenza e la necessità della distinzione come transito per il riconoscimento.
Come la forza e il potere dello 'statuto universitario mondiale della ricerca' è quello del 'riconoscimento reciproco' nel luogo universitario, la forza e il potere costituente dello 'statuto studentesco cosmopolita dell'università' è quello del 'riconoscimento' fuori dal luogo univeristario, grazie al luogo universitario.
Se è vero che 'ci si incontra all'università', è vero, ancor di più, che le linee d'amicizia, d'amore e d'incontro si sviluppano 'a cavallo' dell'esperienza universitaria.
Ossia, e per essere più chiari: l'imbattibile forza dello 'studente universitario' sta nel suo 'trascinare sistematicamente' fuori dall'università la sua 'ricerca', le sue 'amicizie', i suoi 'amori'.

In questo senso, lo spazio che apre lo 'statuto cosmopolita' dello studente universitario oggi incarna, radicalmente, quello della mondializzazione e confuta, altrattanto radicalmente, quello della 'mondializzazione della ricerca'.
Mentre essa si sfinisce nella ricerca di 'un' luogo, lo 'statuto cosmopolita' dello studente universitario apre molteplici luoghi, in ogni luogo, fisiologicamente.
Non serve qui portare ad esempio nè l'Erasmus, nè i tentativi di cotutela di tesi, nè prima nè dopo la riforma.

Quando parlo di uno 'statuto studentesco cosmopolita dell'università', mi riferisco precisamente alla condizione, senza scarto e senza resto, di chi ha attraversato l'esperienza di 'studiare altrove'.
Questa condizione, lo ripeto: senza scarto e senza resto, non nomina 'semplicemente' un altro 'luogo fisico': essa nomina una 'condizione'.
Ed una forza vissuta anche da chi 'ha studiato sempre nello stesso luogo'.

Essa nomina il rifiuto del 'riconoscimento come filiazione'; essa nomina il rifiuto della 'ricerca come appendice'; essa nomina 'l'intaglio sovversivo nella discendenza e nel riconoscimento'; essa nomina, anche e soprattutto, la ribellione e il rigetto, il tradimento, lo sputo, la fuga e la memoria.
Questa condizione, lo 'statuto studentesco cosmopolita dell'università', nomina, in fondo, la libertà come mai era giunta alla sua evidenza. In ambito universitario.

Di questa 'libertà', questo 'statuto' è responsabile. Oggi più che mai.
Ma, ancor di più, di questa 'ribellione'.

A questo 'vostro' essere 'cosmopoliti', noi tutti siamo 'accanto'.
Di questa 'responsabilità', come del 'silenzio', noi 'chiederemo conto'.
Di questa forza, che è la nostra, quella che noi avevamo sognato, in questa 'libertà', in questa 'ribellione', noi siamo compagni.

Noi 'vi' siamo 'compagni'. Lo saremo.

Posted by millepiani at 4:33 AM

October 14, 2005

Igiene

Concordo con la scelta del ministro Starace (sì, Starace), che non sospende la caccia. Facciamo un ragionamento a mente fredda, supportato anche da qualche elementare principio di biologia evolutiva. Gli uccelli infetti sarebbero comunque spacciati, poverini. Il virus non si trasmette da umani ad umani. Dunque, se si trasmette da uccelli a cacciatori, in fondo la cosa non è poi così grave: le mogli dei suddetti si salverebbero. Se si ama la caccia più della propria vita, in fondo io non mi opporrò. E poi, biologicamente, la specie a risultare più rafforzata, sarà quella umana.

Posted by renzo at 9:31 AM

October 13, 2005

Venite a Brescia

Per un mio vizio irrimediabile di formazione, non sono un amante della beat generation. Preferisco un tedesco pallosissimo qualunque. Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, si tenne in Italia un grande convegno di poeti di tale corrente, cui il giornale che allora leggevo, "Lotta Continua" diede gran risalto, facendoci vedere questi poeti come la parte migliore dell'America. E forse è vero. Lawrence Ferlinghetti, avendo desiderio di vedere i luoghi dove il padre aveva vissuto, si è recato a Brescia. Giunto all'indirizzo, ha suonato a casaccio per vedere questa casa. Una signora, evidentemente allarmata da questo ottantenne dai capelli e dalla barba candida, ha chiamato la polizia. I nostri figli del popolo, che non sono tenuti alla conoscenza della letteratura americana, ma a quella delle nostre leggi, hanno ammanettato il candido poeta ottantenne per non aver dichiarato la propria presenza in Italia. Certo, l'episodio, rispetto agli eventi insostenibili di Lampedusa, di Ceuta e Melilla, potrebbe anche fare sorridere. Ed è mio intento farlo, citando Woody Allen, che parlando della propria città così affermava: "venite a New York, è bellissima: vi arresteranno."

Posted by renzo at 7:56 AM

October 12, 2005

Muore ignominiosamente la 'vostra' Repubblica

a Silja, e ai miei amici

Ho, in questo momento, una grande pena per il mio paese.
Non semplicemente una rabbia politica, una difficoltà di comprensione, una impossibilità di lettura.

Ho solo una grande pena per un 'paese'- ed ogni 'paese' è un popolo, nella forza che sa esprimere, liberamente, senza essere, solo, 'popolo' di quel paese - una grande pena per un'paese' che non sa, e che non vuole reagire perchè non sa reagire.

Alla 'violenza' a cui esso stesso ha deciso di sottostare, senza sapere reagire, senza che nessuno invochi la sua reazione. La sappia 'invocare' e 'costruire'. Politicamente.
Senza che 'nessuno' richiami, avendola 'costruita' prima, dove bisognava costruirla, la forza e la rabbia nascosta di questo paese che, senza vergogna, si dice il mio.

Questa 'pena politica', non è, in fondo, che la 'rabbia' di una sistematica 'mortificazione' a cui tutti noi siamo stati sottoposti.
A cui, tutti, ancora oggi, veniamo sottoposti.

Una pena per una generazione che aveva creduto di 'poter fare da sola', senza di noi, nella sua sistematica, indistruttibile impossibilità nel 'raccontare', e tradurre in politica comune, con me, con noi, quello che aveva creduto essere la sua 'forza', la sua differenza; e che ha pensato che questa infima forza, che oggi si mette in scena, nella più volgare delle rappresentazioni di impotenza, questa infima, inutile forza che, in fondo, non ci ha insegnato niente 'in politica', e che si mette in scena, ancora, nei loro giornali, nel 'loro' parlamento e nei loro ruoli, questa 'inutile' forza che, ogni giorno, attraversano, come generazione, così come la 'borghesia', su cui loro sputavano, gli ha 'inalato' sin dentro le ossa, questa loro infima forza, oggi, potesse dire quello che non sanno più dire, lo potesse dire in parlamento, offrire l'ultima scena, l'ultima rappresentazione.
Come se.

Oggi, senza che nessuno lo dica, muore ignominiosamente la Repubblica.

Quella Repubblica per cui, senza nemmeno 'dirlo', avevano combattutto i loro 'padri'. E le loro 'madri'.
Su cui, loro, avevano ancora sputato.
Certo, a questo punto, ignominiosamente muore la 'loro' repubblica.

Alla distanza, una grande pena. Una grande pena politica.

Oggi, senza che nessuno lo dica, senza che nessuno di loro lo dica gridando come hanno gridato, oggi muore ignominiosamente la Repubblica.

Nella maniera più ignominiosa e penosa.
Come meritano e meritiamo.

E se oggi muore la 'loro' Repubblica, che loro non hanno saputo difendere, nemmeno come parte della loro 'vita', nemmeno per evitarle questa 'pena',
comincia oggi, finalmente, la nostra.

Posted by millepiani at 10:26 PM

'La canzone dei ricordi': una omaggio a 'chi scrive in silenzio'

Dovendolo ad uno dei miei amici più cari, posto il testo della 'Canzone dei ricordi', ed anche il pezzo musicale.
In fondo, discutiamo della stessa cosa.

"No... svaniti non sono i sogni, e cedo,
e m'abbandono a le carezze loro:
chiudo li occhi pensosi e ti rivedo
come in un nimbo di faville d'oro!
Tu mi sorridi amabilmente, e chiedo
de' lunghi affanni miei gentil ristoro!
A le dolci lusinghe ancora io credo
al ricantar de le speranze in coro.
Ecco... io tendo le mani!
ecco al rapito pensier
già tutto esulta, e un vivo foco
di sospir, di desío corre le vene!
Ma... tu passi ne l'aere, al par di
nuvola dileguante a poco a poco,
per lontano orizzonte...
indefinito!..."

Il testo è di Rocco Emanuele Pagliara, la musica di Giuseppe Martucci.
qui l'esecuzione. Purtroppo é 5 mega.
Non sono in grado, in questo momento, di dire nè chi sia l'interprete nè chi sia il direttore, nè chi sia l'orchestra. In ogni caso, l'esecuzione è 'assolutamente incontestabile'.

Pur essendo il testo completamente pieno di quella 'retorica italica' di fine XIX, l'orchestrazione è semplicemente 'splendida', almeno per me. Degna degli ultimi 'lieder' di Strauss, forse con uno strascico maggiore, ma - sia a livello cromatico, sia a livello melodico - assomiglia paurosamente a qualcosa che, certo, più bello è.
Anche questo lo è. Anche questo 'bello è'.

Posted by millepiani at 3:22 PM

October 8, 2005

"Non più cittadini, ma solo nuda vita": su CPT e lo 'scoop' dell'Espresso su Lampedusa - un'intervista a Giorgio Agamben

Riposto un'intervista a Giorgio Agamben, che ho già pubblicato nel maggio 2004 su questo sito, sul problema dei campi. Lo faccio 'dialogando' con lo scoop dell'Espresso, su cui tornerò (la fonte è Sottovoce).


"Un'intervista al filosofo Giorgio Agamben sui "centri di permanenza temporanea" nei campi dei senza nome
"Le zone di attesa per gli immigrati sono spazi d'eccezione dove sono sospesi i diritti legati alla cittadinanza"

di Beppe Caccia

Abbiamo incontrato Giorgio Agamben dopo aver visto, a Trieste, che cosa siano queste realta' che con un eufemismo vengono definite "Centri di permanenza temporanea".
Lo scenario del Centro di Trieste e paradigmatico: e' collocato all'interno del Porto Vecchio, in una zona franca, area extra-doganale, peraltro semi abbandonata.
Li' sono reclusi all'interno di un ulteriore recinto di filo spinato, barriere, cancelli, in condizioni inaccettabili anche dal punto di vista materiale, piu' di trenta immigrati sorpresi senza permesso di soggiorno.
Il numero di per se' e' piccolo, ci sono altri centri simili in quelle zone dove maggiore e' l'afflusso dei cosiddetti clandestini.

Posted by millepiani at 1:13 PM

October 7, 2005

Povero Cesare

Dai miei scarni ricordi di saltuarie letture a carattere storico emerge il fatto che la cittadinanza e la tassazione hanno ad un certo punto costituito un nesso via via più forte. In un certo senso, la democrazia è quel terreno nel quale chi contribuisce economicamente sceglie anche come utilizzare le risorse messe in comune.
Ora, a parte il fatto che siamo stati orrendamente mutilati nel nostro sentire collettivo da un governo colluso con l'evasione fiscale, con i falsi in bilancio e con svariate altre attività criminose a sfondo affaristico, voglio soffermarmi un attimo sulla questione della esenzione dall'ICI per gli immobili ad uso COMMERCIALE della chiesa. In sostanza, i nostri simpatici rappresentanti di dio sulla terra, affermano di avere il pieno diritto di intervenire sulle questioni di pertinenza politica e sul contenuto morale dei temi dibattuti nella coscienza civile di un intero paese, affermando tra l'altro di essere cittadini come gli altri. Ma quando si tratta di versare il proprio contributo a quello stesso stato del quale cercano di mutare le leggi nel senso a loro gradito, si muovono per farsi esentare. E se li si critica per il contenuto politico delle esternazioni dei loro dirigenti si atteggiano a novelli martiri.
Insomma, a questo povero Cesare cosa spetta, al giorno d'oggi?

Posted by renzo at 9:03 AM

October 6, 2005

Un sorriso in più

A qualcuno dei capoccia del cosiddetto centrosinistra, è venuta la malaugurata idea di candidare quel signore che prendeva soldi in nero dagli inserzionisti delle sue trasmissioni "per un sorriso in più" nel presentarne i prodotti. Io, Baudo non lo voto, nemmeno morto. E vergogna per una classe dirigente siciliana inesistente.

Posted by renzo at 4:51 PM

October 5, 2005

La conta

Le posizioni attuali della chiesa cattolica non sono semplicemente non condivisibili. Sono totalitarie. Oggi vogliono imporre ai propri fedeli di non votare, perchè è 'peccato', per i politici che sostengono l'aborto. In un paese che è teoricamente al 98 per cento cattolico, questo equivarrebbe ad un plebiscito. In teoria.
In pratica, potrebbe diventare il momento per un referendum abrogativo delle medievali imposizioni del papa e dei suoi vescovi.
Domanda: e invece intrattenere provati rapporti con mafiosi fino al 1980, quello non è peccato, vero? O dio prescrive anche lui? I cattolici dovrebbero votare Andreotti et similia, ma non una qualsiasi persona perbene che commette il peccato mortale di non imporre la propria morale a tutti. O di averne una diversa.

Posted by renzo at 8:15 AM

October 4, 2005

I bastardi

Tradotta in termini informatici, la nostalgia è un eseguibile, uno di quei "task" che si avviano assieme al pc e che stanno in sottofondo, sempre attivi ma senza avvertirci della loro presenza.
Tradotta dal termine greco, invece, è "dolore del ritorno".
Tradotta ancora nella mia sintassi personale, potrebbe essere il "ritorno del dolore".
Inauguro questa nuova categoria ripensando all'odore dei fumogeni del "Celeste" di Messina. La mia asma mi prescriveva di coprirmi con un fazzoletto. Era la metà degli anni ottanta e venti anni, come distanza sono quel limite che autorizza un lungo ritorno e un dolore ben presente, anche se adeguatamente diluito.
Una squadra di poveretti, di falliti e, come li avrebbe poi definiti il loro allenatore, di "bastardi", cominciò, contro qualsiasi logica, a fare faville. Le mitologie dei poveri, quelle che si possono vivere e per le quali i poveri (anche di spirito, lo so) vivono, sono quelle. Era il Messina di Franco Scoglio, al quale mi andava di rivolgere un pensiero, imbastardito anch'esso da questa piccola malattia del tempo della quale soffro.

Posted by millepiani at 4:02 PM

Apici [14] - Come un omaggio a Thomas Bernhard - 'Thomas Bernhard, un finale'

"[...] Avevamo letto tutto. Ed avevamo cercato il suo nome. Che non aveva nulla a che fare con tutta la nostra esistenza.
Nè con la politica che avevamo attraversato quando eravamo più giovani, nè con lo 'zio', che continuava a angosciarci con la sua necessità di scrivere quella 'lettera' che volevamo scrivere.
Lo avevamo saputo, semplicemente, dai giornali, che si era ucciso, senza scrivere nulla, una mattina di agosto.
Si era chiuso, in quella cassa che continuavano a pensare come lo strumento di un 'omicidio'.
Era la 'cassa' che più ci inquietava: chiusersi dentro, volontariamente, senza avere scritto nulla di 'letterario', non rientrava nel 'modello di scrittura' che avevamo pensato di attraversare per morire.
In fondo, quello che più ci irritava, era la 'scena' della sua morte [...], la procedura [...].
Prima di tentare di recuperare la lettera che eravamo riusciti a scrivere, ma che, evidentemente, era arrivata in ritardo, ci avevano costretto a leggere tutti gli atti giudiziari.

E, mentre il mio amico, che lavorava, aveva già detto che non avrebbe in alcun modo speso più alcun attimo del suo tempo dietro questa 'follia', così l'aveva cominciata a chiamare, io continuavo a prendere appunti e a raccogliere informazioni su quello che, tutti, i miei colleghi giornalisti soprattutto, avevano cominciato a chiamare, anche loro una [...].
Mentre il mio amico, che lavorava, grazie a qualcosa che non esisteva più, aveva cominciato a chiamare tutto questo, una 'benemerita' follia, senza che io riuscissi a pensare diversamente da quello che lui mi aveva detto dopo aver scritto la lettera che avevamo spedito. E mi ero incaponito a leggere tutti gli atti giudiziari di quella 'fine', che infatti non era una 'morte', e che, in fondo, per quello che mi riguardava, non mi metteva in nessuna maniera in questione.
Non solo, dunque, come avevamo scoperto, come avevo scoperto, grazie alla follia che mi abita ogni volta che comincio a 'vedere', aveva deciso di morire in [...]. Era riuscito anche a morire altrove, forse solo per evitare di ricevere quella lettera che, in tutte le maniere, e con grande sforzo, eravamo riusciti a [...].
Non solo, dunque, avevamo scritto inutilmente, come avevamo capito da subito, e come anche il mio amico, superando la sua pazienza infinita, aveva cominciato a dirmi. Avevamo cominciato - e questo era certamente più grave, e l'avevo capito - a scrivere qualcosa che, certamente, non sarebbe stata ricevibile.
E che, anche se fosse stato vivo, lui avrebbe certamente rimandato al mittente, senza nemmeno risponderci. [...]
Certo, si sarebbe potuto dire che avevamo sbagliato 'indirizzo'. D'altronde, tutto aveva fatto per evitare quella lettera che continuavamo a scrivergli.
Quando poi, prima la polizia e poi la magistratura, avevano delineato il 'quadro', come sono abituati a dire, senza venire a capo della sua morte, anche i miei colleghi giornalisti si erano buttati sul suo cadavere, senza riuscire a dire, come fanno quasi sempre e quasi tutti, assolutamente nulla se non le loro fobie.
Si erano 'buttati' sul suo cadavere come fosse, in quelle giornate di agosto, l'unico 'morto con un nome ma senza luogo'.
E, forse, in prima battuta, tutti i miei colleghi e le mie colleghe, che nel frattempo, ogni giorno, pietivano la loro [...], tutti, senza distinzione alcuna, si erano buttati su quel cadavere senza riuscire assolutamente a 'cavarne un ragno dal buco'. O, per essere più precisi, senza riuscire a riempire le righe che i loro 'padroni' gli avevano imposto di riempire, non importa come.Tutte le mie colleghe e i miei colleghi, in quelle mattine di agosto, come cani senza più padrone, si agitavano e guaivano, senza sapere il perchè, di fronte questo morto. O la sua 'bara'.
Solo perchè nessuno, innanzitutto, si spiegava come avesse deciso di...[...].
E, come cani, quali sono, cercavano, da cani, anche solo una notizia per 'spiegare', per 'raccontare', anche solo 'un appiglio', per costruire, per riempire quei 'righi', quegli spazi che i loro 'padroni', trattandoli da cani quali sono, gli avevano 'imposto' di riempire.
Mentre avevamo saputo di aver sbagliato indirizzo, seguivamo da lontano, io e il mio amico, questa 'fine'.
Tacendo. Ma imputando a Thomas Bernhard, alla sua cecità, alla sua 'follia', forse per la prima volta, la responsabilità di questo fallimento che avevamo vissuto, e la fine che continuavamo a vivere, leggendo una lunga lista di suicidi, pubblicata su una rivista che conoscevamo già prima della sua fine, una lunga lista di suicidi e delle 'tecniche' con cui gli 'scrittori' e le 'scrittrici' avevano deciso di 'morire'. Di suicidarsi, così questa rivista scriveva. 'Tecniche del suicidio' aveva scritto l'autore di quell'articolo a cui, io stesso, senza capire nulla di quello che stavo facendo, avevo avuto l'imbecillità pura di ricordare, tenendo a mente la 'fine' della persona a cui avevamo provato a scrivere quella lettera che eravamo riusciti a scrivere, che ogni morte è assolutamente 'unica'.
L'avevo fatto pensando che tutte le morti, tutte quelle morti che, senza distinzione alcuna, lui aveva messo una dopo l'altra, tutte quelle morti 'letterarie', in fondo, in nessuna maniera, riuscivano a parlare di 'quella' morte che io e il mio amico tenevamo davanti come lo sgarbo, lo sfregio, il taglio che la morte aveva 'deciso', per caso o fortuna, di lasciare sul volto della 'scrittura'. Aiutato, come era stata, non solo dall'imbecillità e dal servaggio che ormai abitava i miei colleghi e le mie colleghe di fronte ogni 'notizia', ma soprattutto dall'incapacità di quelli che le case editrici continuavano a chiamare 'scrittori/scrittrici'.
Mentre, dunque, prima che lui si uccidesse, io e il mio amico avevamo provato a spedire quella lettera, quella lettera che ci eravamo accorti essere stata indirizzata ad un indirizzo sbagliato, noi non avevamo potuto evitare di assistere al funerale anticipato di un 'morto' che aveva deciso di [...].
E quando avevo ricordato al mio amico, senza che ci fossimo mai detti nulla, che lui si era spostato [...], anche lui non aveva potuto resistere alla tentazione di dirmi che 'anche' lui conosceva la 'storia', che l'aveva colpito, che lo ricordava.
Mentre io continuavo a riprendere, come un 'imbecille', gli 'atti giudiziari'. E, come mi avevano detto a [...], "[...] non c'era nulla da capire, nè niente da scoprire[...]".
E, quando avevo richiesto l'autorizzazione, mi ricordo perfettamente il 'sorriso imbecille' di uno di quelli che l'università chiama 'culturi della materia', e che era incaricato della sorveglianza degli archivi - perchè questo e solo questo è ormai il 'culto della materia' - mi ricordo perfettamente del suo sorriso imbecille nel [...].

[...] Avevo portato con me un piccolo libro di Sciascia. Mentre avevo lasciato volontariamente tutti i libri di mio 'zio' dove meritavano di stare.
Mi ricordo, perfettamente, che uscendo dal Tribunale di [...], dove ero andato per la prima volta, e certamente ormai l'unica, per capire di 'cosa si trattasse', mi ricordo di aver pensato che, in fondo, tutto questo era successo per nulla. E che sapevo già tutto, perchè i miei 'colleghi' avevano fatto già un buon lavoro.
Avevo preso con me anche la lettera che avevamo scritto, e poi spedito, con il mio amico che aveva rischiato di morire in una qualsiasi 'rianimazione' di un qualsiasi ospedale italiano.
Solo perchè il 'primario' della rianimazione dove aveva rischiato di morire, non era riuscito a capire che i bronchi, come la vita, assorbono ed espellono. Nello stesso momento.
E, nello stesso momento, non era riuscito a capire, questo primario che parlava della madonna, che i bronchi del mio amico, nello stesso tempo, assorbivano ed espellevano il veleno che lui gli stava inalando. Credendo che i bronchi, secondo il suo dio, assorbono solo, o espellono solo, e che se non svolgono più la funzione a cui sono chiamati, è solo perchè proprio quei bronchi [...].

Avevo portato con me solo quel libro di Sciascia che parlava di una controversia tra la Chiesa e lo Stato. Che era iniziata in una piccola isola siciliana.
E che era diventata la 'forza' dell'ultima' forza' che ha attraversto la terra dove sono nato.
E proprio mentre uscivo da quel tribunale di [...] mi ero ricordato come, in fondo, di nuovo mi fossi sbagliato d'indirizzo.
Come avevamo fatto, scrivendo quella lettera, con il mio amico.
Semplicemente perchè il 'tribunale di competenza' dei suicidi, come si sa, e come si dice, non attiene alla nostra magistratura.
E, come si sa e come si dice, per come mi hanno detto: per ogni suicidio, non c'è 'notizia criminis'.
Come sapevamo già per lui. Come sapevamo già per noi."

Posted by millepiani at 4:14 AM

October 3, 2005

Un'analisi dello 'statuto' della filosofia [a partire da Carla Benedetti]

 
C'è un punto fondamentale che Benedetti chiarisce e manifesta ad uso di chi non pratica 'semplicemente' la scrittura o attraversa la sua 'critica'. Ed è quando scrive che "[...] in questo combattimento non sono in gioco solo schermaglie estetico-letterarie basate sul gusto, ma cose di vitale importanza, decisive anche da un punto di vista antropologico."
 
C'è una posta in gioco molto alta nell'idea che la 'fine' sia una 'morte'.
Ma c'è una fine e c'è una morte. E sono cose molto diverse.
C'è stata, in ambito filosofico, una 'fine' dei modelli critici, della critica dei dispositivi ideologici e onnicomprensivi, come delle 'forze reattive', delle 'teorie' di incisione dei modelli di 'produzione culturale'. C'è stata 'la' fine di una 'teoria critica' che possiamo, molto semplicemente, nominare citando i nomi dei francofortesi.
In nessun caso, per questo, mi sentirei 'orfano'. Al contrario. Sono certo, anzi: lo so, nemmeno Benedetti se ne sente orfana.
Come non mi sento orfano per un oblio dello statuto che la filosofia ha permesso fosse eroso.
La statuto della 'scrittura' filosofica ha, certamente, un'altra 'collocazione' rispetto quello della letteratura. Della scrittura.
Negli ultimi cinquant'anni questo 'statuto', quello della filosofia, è stato riportato ad 'una sola dimensione'. Quella 'universitaria'.
Mentre la 'scrittura' si dibatte tra la sua 'morte' e la sua 'fine', sempre però rivendicando una 'certa forza', assolutamente non riportabile a nessuna 'condizione preliminare', a nessuna 'regola', a nessun 'canone' stabilito, la 'filosofia', se è possibile continuarla a chiamare così, ha istituito, con una violenza senza resto, le sue regole ed il suo canone.
Con i miei 'amici' e le mie 'amiche', dopo pranzo o dopo cena, chiamo questo statuto e questo canone il 'morso della nota a piè di pagina'.
Dove tutta la scrittura 'muore', in fondo, ad ogni rigo, dove ogni frase, per essere 'letta', non può che 'riferirsi', appena detta, a qualcuno o a qualcuna che ha già 'pubblicato'. Sarebbe, per la letteratura, non la sua 'fine', nè la sua 'morte'. Sarebbe il suo 'niente'.
 
C'è stato tutto questo in 'filosofia'. ma 'tutto questo non è la sua 'morte'.
I nomi e i cognomi che fa Benedetti, nella prima parte del suo articolo - giornalistico, ricordiamolo - fanno parte della 'canea' critica che, nelle sue orde, pretende, oggi, di definire lo 'statuto' della scrittura.
No, non c'è bisogno di rivendicare la forza della 'scrittura'.
Essa si mostra nella sua 'an-archia'. Quello che non fa la 'filosofia'.
In questo senso, paradossalmente ma non troppo per un 'critico letterario', proprio l'ultima frase di Benedetti rinvia alle 'cose'. Non so se per 'chiusa' d'articolo o per 'coscienza'.
Le 'cose' sono importanti. Anche - direi: soprattutto - per la filosofia.
 
Nè la 'morte' della filosofia, nè la sua 'fine' ha toccato lo 'statuto universitario mondiale' della riflessione filosofica.
Ci sono delle 'cose' di vitale importanza in questo passaggio.
La 'scrittura' può 'contribuire' a ripensarle, più di quanto immagini, con la sua forza.
Solo se si riesca a pensare 'in-comune'. Anche con la 'filosofia'. Certo, è una battaglia. Ma perchè, c'erano dubbi?
 
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Posted by millepiani at 8:30 PM | Comments (2)

"Survivre au suicide d'un enfant"

Da Le Monde, seguendo la discussione che si è sviluppata su Nazione Indiana . Seguirà la traduzione in italiano.

Le départ de Solène, ce fut d'abord ce froid qui réveilla sa mère vers 6 heures du matin, le lundi 15 janvier 2001. La fenêtre de la cuisine était ouverte dans l'appartement de Massy-Palaiseau. En bas, sur le trottoir, les pompiers s'affairaient autour d'une personne étendue.

"Là, j'ai réalisé. J'ai couru jusqu'à sa chambre. Le lit était vide. Je suis revenue à la fenêtre et je l'ai reconnue, son front bombé, ses grands cheveux et cette tache autour de la tête. J'ai hurlé : "C'est ma fille ! " Les policiers sont montés quatre à quatre et m'ont empêchée de sortir. Ils ont demandé une escorte pour l'hôpital du Kremlin-Bicêtre et ont ensuite annulé leur demande. Le médecin est venu un peu plus tard et m'a dit : "Je n'ai pas réussi à la ranimer." Je ne comprenais pas, je lui posais des questions et il m'a finalement dit : "Elle est morte"."

Deux jours avant ses 21 ans, Solène a réglé son réveil sur 4 h 30 pour se suicider. "J'emmerde tout le monde", se reprochait-elle. Elle s'est éclipsée comme elle avait vécu, discrètement. Elle n'a pas convoqué ses amis, comme l'ont fait, le 23 septembre, les deux adolescentes de 14 ans liées l'une à l'autre pour se jeter d'un 17e étage à Ivry-sur-Seine. Au moins cette mise en scène macabre aura-t-elle attiré l'attention du grand public sur les drames silencieux qui se nouent dans le secret des familles.

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Chaque année, plus de 10 000 personnes mettent fin à leurs jours en France ; 2 000 ont moins de 34 ans, 600 moins de 24. Dans cette catégorie d'âge, le suicide est la deuxième cause de mortalité, après les accidents de voiture. Le nombre de décès diminue légèrement depuis 1986. L'amélioration des techniques d'urgence explique en partie cette baisse. "Nous intervenons plus vite et mieux" , affirme Jean-Yves Bassetti, médecin colonel des pompiers. Selon lui, les médicaments ont aussi une toxicité moindre, même utilisés à haute dose. Dans l'Aude, où il travaille, M. Bassetti assure qu'il ne se passe pas une journée sans qu'une équipe soit appelée pour de tels cas. Les tentatives de suicide grimpent en flèche, surtout chez les jeunes. Le chiffre officiel, 50 000 chez les moins de 24 ans, semble au-dessous de la réalité. Selon une étude épidémiologique conduite en Gironde en 2001, 7 % des élèves affirment avoir effectué une tentative qui, dans 9 cas sur 10, n'a fait l'objet d'aucun suivi. Le passage à l'acte est, en outre, de plus en plus précoce. En 2000, un enfant de moins de 10 ans s'est donné la mort. La mère de Solène sort la photo d'une jeune fille superbe, posant à la manière des studios Harcourt. Elle brosse le portrait d'un être romantique qui aimait le piano et la littérature. Au cliché à l'eau de rose, s'oppose la noirceur d'une "inexorable régression ". Une première tentative de suicide à 15 ans, suivie de trois autres, toujours avec des médicaments ; une cinquième, au cutter. Et puis la dernière. Elle raconte les services d'urgence, les instituts spécialisés, l'hôpital psychiatrique de jour, les excuses, après les tentatives : "J'aurais voulu t'éviter ça ." L'appréhension chaque matin quand la fille partait pour prendre le RER. La pantomime du bonheur familial : "Maman, ne fais pas semblant d'être gaie." "Ma fille n'a pas choisi de mourir, insiste la mère. Elle a choisi de ne pas vivre." Elle dépeint "des parents abandonnés à eux-mêmes" , plongés dans une immense solitude. Les amis qui s'éloignent, "parce qu'on ne peut passer son temps à remonter le moral" , ou qu'on éloigne, parce qu'on n'a plus rien en commun. Et puis les réflexions, absurdes "c'est mieux comme ça" ou abjectes "on devrait euthanasier les dépressifs." La mère de Solène exprime sa colère contre une société qui n'a pas totalement levé le tabou sur le suicide. On n'en est plus à refuser les obsèques religieuses aux morts outrageants. Mais les mentalités sont encore dans le déni. Ainsi ce professeur de Solène, prenant à témoin une autre élève, atteinte d'un cancer : "Elle, au moins, elle se bat." "Preuve qu'il y a toujours les maladies nobles et les maladies honteuses" , constate la mère. Egalement professeur, celle-ci s'est vu refuser un transfert loin des salles de classe. "Ils n'ont pas voulu comprendre ce que c'est pour moi que de me retrouver face à des jeunes qui ont des projets, un avenir." Et de poursuivre : "S'il est une phrase que je ne peux plus entendre, c'est : "La vie continue"." Marie-Claude Dacquin a également cette idée en horreur. "Ce n'est plus la vie, c'est la survie. La perte d'un enfant, quelle qu'en soit la cause, fait basculer les parents dans un autre monde. Si c'est un suicide, on est dans le domaine de l'inacceptable. Pour moi, le temps s'est figé en 2000, et tout est brouillé depuis." C'était le 15 novembre. Après avoir fait le ménage, détruit tout ce qu'elle avait écrit sur ordinateur, laissé en évidence sur la table la montre que sa mère lui avait offerte et un "petit mot d'amour" , Olivia s'est jetée par le Velux de son studio parisien. Depuis, la mère est habitée par une double souffrance, "la mienne et celle d'Olivia, que j'ai absorbée" . Chaque nuit, elle enfile le tee-shirt que portait sa fille le jour de sa mort. Elle oscille en permanence entre "des moments d'hyperactivité et un désespoir profond . Quand la douleur atteint des pics intolérables, je me calfeutre chez moi, dans mon terrier, je me mets sous la couette et j'attends". Comme dans beaucoup de cas, son couple a été balayé. La cellule familiale a explosé, les réunions étant devenues impossibles en raison de l'absence. Mme Dacquin se "passe en boucle " le film des cinq années qui ont suivi la première tentative de sa "Minette" . "Je décortique tout, je me dis que, tel jour, elle a voulu me dire ça et que je suis passée à côté, que, telle fois, je l'ai interrompue alors qu'elle voulait peut-être me confier quelque chose." "Tu ne peux pas comprendre ", lança un jour Olivia à sa mère, qui quémandait une explication. Plus tard, elle apprendra que sa fille parlait à son cheval... La majorité des suicides surviennent au domicile familial, renforçant la culpabilité qui torture les parents, et que la société les laisse assumer seuls. Les "histoires de famille" ne sont pourtant pas toujours à l'origine du geste fatal. Ainsi, cette mère qui découvrit trop tard que sa fille avait été victime d'une agression sexuelle à 12 ans. "A partir de là, ce fut la mort lente" , confie-t-elle. Le cas n'est pas isolé. D'autres enfants, trop sensibles, préfèrent fuir un monde violent où ils estiment ne pas avoir de place. "Je suis parti voir si le paradis existe. Si c'est bien, je te ferai signe", a écrit Nicolas à sa mère, Véronique Ferrand, avant de se jeter sous un train, le 25 mars 2004, près de Bar-le-Duc (Meuse). Il avait 19 ans. Avant l'ultime voyage, Nicolas avait écouté un disque de Genesis, le groupe favori de son père. Véronique raconte comment le fils a "doucement glissé", après la mort de ce dernier quatre ans plus tôt. Atteint d'une leucémie, le père avait agonisé plusieurs mois sur le canapé blanc du salon. Le matin de sa mort, Nicolas avait oublié d'embrasser le malade avant de partir à l'école. Il ne l'a plus revu vivant. Pendant deux ans, Nicolas a refusé de "parler de ça" et a renoncé à la pêche, qu'il pratiquait jusque-là avec son père. En 2003, il fugue 48 heures à Paris pour aller "attendre son père". Puis il se met à fumer, "pour avoir comme lui un cancer". Peu après, il introduit des tessons de verre dans ses chaussures, pour reproduire les mêmes escarres. S'ensuivent deux périodes d'internement, dans un centre fermé, au milieu de malades atteints de pathologies lourdes. A l'entrée, on fouille les visiteurs. "On dirait "Vol au-dessus d'un nid de coucou", m'man", se plaint Nicolas. Les médicaments le font grossir. Il se persuade à la longue qu'il est "fou". Après sa première tentative, en 2003, les filles se détournent de lui. "Tu es un tocard", lui lance l'une d'elles. "Vaut mieux que je sois mort, conclut Nicolas. Je serai avec papa." Sa mère l'écrira ainsi dans l'avis de décès paru dans L'Est républicain : "Nicolas a décidé de rejoindre son père." On le lui reprochera. "Il paraît que ça ne se fait pas" de révéler publiquement le suicide d'un fils. Mme Ferrand dénonce à présent un système psychiatrique qui n'a pas su comprendre la douleur de son enfant. Dossier médical en main, elle assure qu'"à aucun moment n'a été pris en compte le deuil pathologique du père". Elle décrit la "lobotomie médicamenteuse" subie par son fils à grand renfort d'hypnotiques et de neuroleptiques, jusqu'à le rendre incapable d'une érection. "Les médicaments éteignaient la flamme au lieu de la rallumer." Elle dénonce l'isolement, l'"absence d'écoute", "le manque d'humilité des psys", leur volonté de la tenir à l'écart. Elle raconte ses tentatives infructueuses pour décrocher des rendez-vous avec les médecins, pour trouver une structure mieux adaptée. D'autres parents partagent le même sentiment de révolte face à une institution débordée qui n'a pas pu, pas su sauver leurs enfants. Certains ont même porté l'affaire en justice, parfois avec succès. "La réponse des médecins est pharmaceutique, mais c'est un pansement de l'âme", estime Marie-Claude Dacquin. Christian Beaubernard, docteur d'Etat et ne