Master in consulenza filosofica a Pisa e a Venezia -2-: una decostruzione - Primi elementi di riflessione (a)

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E' indubbio, ai miei occhi, che questo sia un passaggio cruciale. Bisogna distinguere due livelli perchè la riflessione sia libera e colga il livello della 'superfice' come quello del 'futuro'. Il primo livello della riflessione affronta direttamente i 'nomi', le 'strutture', le 'dinamiche', i 'rapporti', le 'mosse'. In una parola: il primo livello di analisi è quello della 'politica'. Lo chiamerei il 'livello della presentazione'. O 'la presentazione' [metto fra 'apici' una volta e per tutte - almeno questa volta non ne abuserò]. Il secondo livello è quello delle 'conseguenze' della presentazione, delle conseguenze del 'dispositivo' che la 'presentazione' scatena. Lo chiamerei 'il livello dell'ignoto'. O 'l'imprevisto'. Il primo livello non implica il secondo, cioè: la 'presentazione' non è 'gravida' delle conseguenze che scatena. Anzi. Tanto più la presentazione' non implica l'imprevisto, quanto più è necessario, da subito, pensare la presentazione. Perchè si possa cogliere l'imprevisto nella sua assoluta imprevedibilità. Pensarlo, combatterlo o sposarlo. O abbandonare. Dunque, seguendo la dichiarazione di intenti - primi elementi di riflessione - mi concentrerò in queste righe, volutamente, solo sulla presentazione. In nessun caso questo implica una visione unilaterale. Diciamo che queste riflessioni sono scritte con l'occhio sinistro, quello da cui vedo peggio. Almeno da lontano. Da vicino, invece, ci vedo bene, proprio bene, anche con quest'occhio. In questo senso, quello che scrivo non ¿nilaterale perch¿'altro 'occhio' vede un angolo che il primo occhio non vede. E' l'angolo buio. E' questo il mio luogo. Vorrei specificare, ad usum 'malevoli', che quello che scrivo non ha MAI un intento pregiudizialmente critico. Ma, almeno in questa fase, è un gesto di chiarimento - anche se pubblico - totalmente personale. Scrivo, per dirla banalmente, per capire. Non so fare, d'altronde, altro che questo. "LA PRESENTAZIONE" - Parte prima

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"LA PRESENTAZIONE" - Parte prima Mentre la struttura del master pisano è ancora avvolta in una nebulosa (ma ci tornerò), quella del master veneziano offre elementi chiarissimi. Come da bando, riporto, innanzitutto, gli obiettivi del master:
"Al termine del percorso, i partecipanti dovranno padroneggiare i principali quadri teorici, il setting e l'intervento operativo di consulenza filosofica al fine di perfezionare le competenze relative:  alle conoscenze teoriche ed epistemologiche di modelli filosofici finalizzati all'intervento;  alla selezione e all'uso di metodologie e di tecniche di intervento congruenti con le finalità specialistiche;  alla padronanza di modelli di azione, di comunicazione, di relazione e di setting;  alla padronanza di modelli di etica e di responsabilità personale e sociale dell'intervento;  alla conoscenza relativa alle logiche e alle dinamiche culturali e sociali dei processi individuali e organizzativi oggetto dell'intervento. Tali competenze intendono garantire l'intervento del consulente filosofico sia nella consulenza individuale che nella consulenza delle organizzazioni."
Le prime tre parole chiave sono 'teorico, setting, intervento'. In questa triade si gioca già tutto. Nel senso che il modello chiaro e cristallino a cui ci si rifà è, senza timore di smentita, quello junghiano nella sua declinazione terapeutica. Il quadro teorico non esiste 'di per sè' in questo modello formativo; esiste solo nella sua 'rigiocabilità' diretta, effettiva. L'effettività, la sua 'realtà' esiste solo e solamente nel momento in cui trova nella 'relazione' il suo 'sfogo', la via per mostrarsi effettivamente operativo. Il 'finalizzati all'intervento' della terza riga è una dichiarazione d'intenti più che evidente. Le conoscenze teoriche, e dunque le metodoloogie e le tecniche che verranno tratte dai quadri teorici ed epistemologici generali, dovranno, dunque, essere 'congruenti' con le finalità 'specialistiche'. Che, almeno in questo passaggio, come in questa fase primordiale del master, sono assolutamente incerte oltre che arbitrarie. Ci tornerò su questa coppia terminologica che ho usato [incerte-arbitrarie]. Non solo dunque il partecipante al master dovrà flettere ogni modello teorico propostogli alla finalizzazione dell'intervento; ma dovrà, in più, ritenere di possedere, senza relazione alcuna con il soggetto che ha di fronte modelli di etica e di responsabilità che, filosoficamente scrivendo, possono essere definiti 'interscambiabili'. Cosa significa altrimenti la frase: "padronanza di modelli di etica e di responsabilità personale e sociale dell'intervento" se non che, seguendo il rapporto e la necessità che si sviluppa all'interno della relazione - del setting -, l'operatore deve potersi 'adeguare' alla 'costellazione di senso' che gli si 'presenta' davanti? Quello che non si comprende - ma invece lo si comprende bene all'interno di un chiaro modello di setting - è in che termini la 'costellazione di senso' del 'dialogante' interagisce con il 'consulente filosofico', in che termini questa 'presenza' rimette in questione, dinamizzandoli, i quadri teorici e le tecniche di intervento del 'consulente'. Ma andiamo avanti. La responsabilità del 'consulente' però non si ferma semplicemente alla relazione 'personale', ma, in forza di questa 'generalizzazione' - o 'interscambiabilità' - dei modelli teorici finalizzati all'intervento, si allarga ad una responsabilità più larga, più amplia, collettiva. Il bando la chiama 'sociale', senza, ovviamente, specificare, in nessun modo, cosa significhi questo termine. Una responsabilità sociale dell'intervento che si radicherebbe in una padronanza di modelli di etica. Tutto al plurale, ben inteso. La responsabilità personale e sociale si lega, indissolubilmente, con la padronanza di diversi, distinti, diversi modelli di etica. Direi meglio: di etiche, mi sembra più preciso, oltre che più corretto. Ma questo non basta, non è sufficiente. Il 'frequentante' acquisirà una conoscenza delle 'dinamiche culturali e sociali dei processi individuali e organizzativi oggetto dell'intervento'. Chiamarlo tautologismo mi sembra poco: avendo già avuto contezza dei quadri teorici generali, delle metodologie e delle finalità, dei modelli di azione, comunicazione e relazione, oltre che di modelli di etiche personali e sociali, il 'frequentante', certamente, non potrà che rendersi padrone di dinamiche collettive in cui l'io e la collettività sono immersi. Semplicemente perchè queste dinamiche, individuali e collettive, sono di per se stesse, anch'esse, 'oggetto dell'intervento'. Ed è per questo che tutte le competenze maturate all'interno dle 'master in consulenza filosofica' serviranno sia ad un livello 'individuale' che ad un livello 'organizzativo'. Non sociale, ma 'dell'organizzazione': un buon slittamento già anticipato nella riga precedente. I modelli di etiche e di responsabilità sociale diventano la base per una conoscenza delle logiche e delle dinamiche culturali e sociali tipiche dei processi individuali e organizzativi in vista di una consulenza filosofica che funga sia dal lato dell'organizzazione dell'individualità che da quello dell'organizzazione sociale. Mi fermo per il momento qui. Ma non è finita. Il bello deve ancora venire. (Qui la parte seconda)

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