A Dino, il mio amico dal primo giorno di 'Venezia'
Caro Dino,
non c'è nessuna regola che implichi che non ci si sposti dal 'luogo dove si è'. Per molti versi il 'luogo dove si è' può diventare la propria prigione. Nello stesso tempo, il 'luogo dove si è', se lo si abita radicalmente, è il luogo della 'visione', tecnicamente parlando.
Abbandonare questo 'luogo', nel momento del massimo pericolo, è il gesto di chi ha paura.
E io so che tu non hai mai avuto paura. Mai.
La paura è uno dei sentimenti meno 'razionalizzabili'. Come l'invidia e l'ambizione.
La 'filosofia' parla poco di questi 'sentimenti', perchè ne è abitata. Ne parla poco in maniera 'inequivoca'.
Paura, invidia ed ambizione, come, forse, non solo per la filosofia ma per l'umano intero, costituiscono movimenti 'saputi', conosciuti, e, dunque, di per se stessi riconoscibili.
Lo spettro della loro manifestazione è talmente ampio e descritto da risultare, quasi sempre, una 'semplice' ripetizione.
Quello che invece sembra non essere una 'ripetizione' è il sentimento di chi li prova. La pretesa, da parte di chi li prova, di non essere 'riconosciuto' nel sentimento che prova.
Paura, invidia ed ambizione traversano, come una freccia, le migliori amicizie e i più 'fermi' amori.
Alla loro apparizione, all'apparizione di uno o più di questi 'sentimenti', sembra squarciarsi un velo. Sembra che il 'luogo' che si era abitato non mantenga più la sua 'verità'.
Non è così. In questo senso, la filosofia è l'unica disciplina, tra tutte le discipline dell'occidente, che ha saputo confrontarsi, 'faccia a faccia', con questi sentimenti.
La paura, l'invidia e l'ambizione che, infatti, 'abitano' la filosofia, pretendono, aspirano alla gratuità. E, dunque, si manifestano nella forma più virulenta e dissimulata proprio nella filosofia, nella sua pratica, nella sua espressione.
La filosofia, se ha ancora un senso questa parola, è, in primo luogo, questo 'faccia a faccia'.
In nessun senso è vero che la filosofia sia 'amore'. Tutti i testi che la storia della filosofia annovera tra i suoi 'classici', inequivocabilmente relegano l' 'amore' in un ruolo che, per lo meno, è 'altro' dallo statuto stesso della filosofia.
Mentre un'infinità di testi della 'tradizione', o del 'canone', affrontano, nominandoli o meno, questi tre sentimenti. E ne fanno 'filosofia', dissimulandoli.
La stessa 'cura dell'anima' è fondamentalmente sottoposta a questo gioco di dissimulazione, a questa 'violenza' propria della cura stessa, a questa funzione terapeutica che la filosofia pretenderebbe avere, almeno in alcune interpretazioni, rispetto le 'dismisure' proprie dell'anima. Girard chiama questo dispositivo 'mimetismo'. E con molte ragioni, oltre qualche torto.
Non è Socrate che 'cura' l'anima della filosofia nè dei suoi concittadini, ma l'ultimo Foucault.
Dove Foucault indica e nomina come ogni 'luogo che si abiti' stia sempre dentro una 'relazione di potere'. Dove Foucault indica e nomina come le 'relazioni di potere' - e dunque i sentimenti di paura, invidia e ambizione - costituiscono il tessuto delle relazioni 'umane'.
Dove Foucault sa distinguere, sin da subito, la differenza che c'è tra la cura della 'propria' anima e la 'cura dell'anima' come re-interpretazione del ruolo che ognuno di noi, volontariamente o involontariamente, svolge in queste relazioni di potere. In-comune.
In questo senso, il proprio 'corpo', la sua trasformazione, la paura che si prova nel 'sentire' la trasformazione del proprio corpo, la sua tenuta o il suo disfacimento, come la proiezione che, attraverso il corpo, rifulge verso 'altri', è uno dei luoghi 'principe' delle 'relazioni come relazioni di potere'. Luoghi di invidia e di ambizione. Anche a partire, e soprattutto, dalla propria nullità.
La 'morte' parla di questo. La morte parla e sfida l'ambizione più radicale dell'umano.
'Tenere il luogo che si abita' è, in questo senso, la 'giustezza dell'anima' - e non la sua 'misura' - ma la sua cura e la sua forza. Anche la sua 'violenza', e il nostro 'amore'.
Ed il suo 'futuro'. Il 'nostro'.
Non posso, per scelta, citare i poeti che dicono che dove più grande è il pericolo, più grande è la speranza.
Posso dirti che, come sai, dove più grande è la solitudine, lì è l'amore per la nostra amicizia.
Per la tua amicizia.
Quello che ci hanno 'insegnato' a riconoscere come 'filosofia'.
Essendo, come sempre, 'nemici' della 'filosofia'.
ti abbraccio
Emilio