Settembre 2005 Archives

A chi, come me, assista ai fatti del presente da una distanza emotiva che definisce 'esilio', la natura del processo davanti cui è posto si qualifica come una 'metabolè'. Uno o più mostri stanno intaccando il terreno pubblico e civile. Quello che in me riscopro come la dotazione del cittadino, è ciò che più rapidamente e inesorabilmente viene ingoiato.
Non essendo un politico nè un ottimista, non so e non riesco a cogliere il processo che si sostituisce a questo. In una parola, ho deposto il piffero magico dell'analisi politica o di struttura e mi presento totalmente solo. Soltanto, mi premeva dire che la nostalgia della politica, l'impotenza e il disgusto attuale mi rendono, da un lato, incapace di qualsiasi gesto e, paradossalmente, disposto a tutto.

So che potrà sembrare anche banale, ma la mia impressione è che dove si distrugge la politica, essa diventerà, ancora una volta, politica della distruzione.

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Riduzione di orario

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Il rosso di Fausto Bertinotti si confonde con quello cardinalizio. Nuovo profeta ed esegeta messianico (e ieri anche "messinico", nel senso che era a Messina), partecipa a convegni teologali, mostrando di gradire il confronto, quella pappetta mediatica dove ci si fanno i complimenti a vicenda facendo finta di avere qualcosa in comune o, peggio, avendola davvero. Ha dichiarato di essere alla continua ricerca di Dio. Potrà quindi sbizzarrirsi nell'arrotare le sue ispirate profezie, nell'evocare rivoluzioni pacifiche, nel montare quella panna acida e indigeribile delle sue salottiere vaghezze, che lo rendono del tutto incompatibile con il significato autentico della parola "comunista".
Gli si chiede solo, per minima coerenza, di limitare tale indefessa ricerca, all'interno dell'orario settimanale di 35 ore, senza turni, notti ed a parità di salario.
Pensate a Dio, se esiste, poveraccio, oltre a questi signori che per suo nome e conto dicono tutto e il contrario di tutto, anche la immane rottura di palle di sentirsi il fiato sul collo di mezzo centrosinistra che deve vincere le elezioni e si butta sotto le tonache.
Roba da anticipare il giudizio universale.

P.S. Invece di sapere cosa pensa Bertinotti riguardo al fatto se Gesù troverà la fede al suo ritorno sulla terra all'incirca mai, mi piacerebbe sapere cosa pensa, oggi, della esenzione dall'ICI dei beni immobili della Chiesa.

La 'firma' di Canetti

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a R. Il 'quadrato' che 'ferma' la tomba di Canetti è un blocco insulso di cemento. Dieci, quindici centimetri di cemento di color 'sporco grigio'. diciamo un 120per120cm. si trova nella parte alta di questo piccolo cimitero, accanto alla tomba di Joyce, qualche metro più in alto, però. è una tomba che 'chiude' la parte alta del cimitero, come fosse un 'apice'. Non mi sarei mai aspettato di trovare la sua firma in luogo del suo nome. è una firma quasi 'intagliata' nel cemento. non si ferma solamente alla grafia, ma incide materialmente questo blocco di cemento, come un bisturi che ha inciso il 'blocco' della morte. traversa da alto a basso questi quindici centimetri di 'morte' che soffocano la tomba di Canetti. La sua firma, incisa sulla 'morte', è l'unica cosa che ti fa respirare: rimani attaccato alla sua grafia come rimarresti attaccato a l'ultimo angolo di ossigeno a disposizione. Tu sai bene di che parlo. Tutto intorno è verde e vita. Ma la sua 'firma' è semplicemente indimenticabile. E' una bio-grafia, proprio nel senso di un'incisione sull'esistenza. Che include, ovviamente, anche la morte. Che 'graffia' la morte. C'erano tante pietre sulla sua tomba. L'unica cosa che ho pensato è stata di 'mettere' la mia firma.

Banalità

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La Chiesa non si farà intimidire. L'elefante non teme la formica, insomma, e ci tiene a farlo sapere. Che coraggio.
C'è una battuta piuttosto nota che è anche un serissimo suggerimento: "non parlare mai con un cretino. Da fuori non si vedrebbe la differenza". Capisco che si possa eccepire su chi sia, in origine, il cretino. Ammetto che potrei anche essere io. La Chiesa cattolica tutto è, ma non di certo "cretina", anche se molti dei suoi fervidi sostenitori sono davvero dei poveri imbecilli. Ma altrettanto certamente è in malafede. Perchè ostinarsi a voler chiudere le orecchie davanti a banalissime considerazioni, che anche il più cretino dei "laicisti" ripete come un disco rotto, ovvero che la morale di una comunità non può diventare il diritto di uno stato, è segno che c'è qualcosa di più antico, di più preoccupante: un riflesso totalitario. E ad esso, con strumenti adeguati, occorrerà reagire, come del resto occorrerebbe fare contro uno stato che diventa, ed è il nostro orrendo oggi, lo strumento di una aggregazione di malfattori, di distruttori anche di quelle che si sarebbero un tempo definite "le garanzie formali dello stato borghese".

L'accademia filosofica italiana, mezza o tre quarti, quella che sia, si è appropriata, ha deciso, vuole decidere lo 'statuto' della 'consulenza filosofica'. Per la prima volta, lo statuto degli studi filosofici indica e rivendica una riconoscibilità esterna all'università.Questa 'riconoscibilità' è, paradossalmente, guidata dalle stesse figure, dagli stessi nomi, da chi, volontariamente o involontariamente, guida la deriva, la fine e la fisiologica sparizione delle facoltà di filosofia.

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Intermezzo - per ricordare (Qui la parte prima) e poi a seguire.Non serve ricordare, richiamare, come qualcuno ha fatto, l'ozio e l'inutilità della filosofia. Queste si chiamano, dalle mie parti, 'stronzate'. Puttanate. Serve, di più, pensare e riflettere, cercare di capire.Partirei da un dato inoppugnabile:leggiamo i nomi dei partecipanti al convegno di Cagliari che si terrà il 5, il 6, il 7 e l'8 ottobre. Vado in libertà: chi partecipa, tra altri e altre, a questo convegno? Enrico Berti (Padova), Eugenio Mazzarella (Napoli Federico II), Remo Bodei (Pisa), Adriano Fabris (Pisa), Mario Ruggenini (Venezia), Giuseppe Cantillo (Napoli Federico II), Carlo Natali (Venezia), Giuseppe Cacciatore (Napoli), Giacomo Marramao (Roma Tre), Elio Matassi (Roma Tre), Gianmario Cazzaniga (Pisa), Maurizio Iacono (Pisa), Gianni Vattimo (Torino), Luigi Perissinotto (Venezia), Gerd Achenbach (Consulente filosofico - Germania), Eugenie Vegleris (Consulente filosofico - Francia), Neri Pollastri (Consulente filosofico - Italia). In ordine di presenza al convegno. Mezza accademia filosofica italiana. Forse tre quarti. Tranne Umberto Galimberti. Che, comunque, verrà ben rappresentato dai suoi colleghi di direttivo .

Ora, però, qualcuno mi deve spiegare per quale motivo mezza accademia italiana si presenta a Cagliari per SOSTENERE i masters in 'consulenza filosofica'. Possiamo darne un'interpretazione materialistica. Moltiplicazione: 6.000 euro per 40 partecipanti fanno 240.000 euro, mezzo miliardo delle vecchie lire. Per facoltà che rivendicano 30 iscritti (60.000 euro, in media) si chiama 'flebo' economica. Ma non è 'semplicemente' così. La presenza di mezza accademia filosofica italiana costituisce un caso 'eccezionale'. Percependo, perfettamente, il tanfo di morte e di fine che aleggia in ogni 'dipartimento' di filosofia, tre quarti d'accademia filosofica italiana si getta in un'avventura senza registro e senza tratti definiti. Mai lasciare 'spazi', mai lasciare nulla a nessuno. Tre quarti d'accademia filosofica italiana, con il codazzo di ricercatori, assistenti, portaborse, e chi altro, mette la firma, con nome e cognome, sul 'nulla'. Faremmo bene, facciamo bene, a serbare memoria dei presenti a questo convegno. Servirà serbare memoria e nomi. Scriverli, nome dopo nome. [segue]

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Qui l'ultima parte.
 
 
A Dino, il mio amico dal primo giorno di 'Venezia'
 
Caro Dino,
 
non c'è nessuna regola che implichi che non ci si sposti dal 'luogo dove si è'. Per molti versi il 'luogo dove si è' può diventare la propria prigione. Nello stesso tempo, il 'luogo dove si è', se lo si abita radicalmente, è il luogo della 'visione', tecnicamente parlando.
Abbandonare questo 'luogo', nel momento del massimo pericolo, è il gesto di chi ha paura.
E io so che tu non hai mai avuto paura. Mai.
 
La paura è uno dei sentimenti meno 'razionalizzabili'. Come l'invidia e l'ambizione.
La 'filosofia' parla poco di questi 'sentimenti', perchè ne è abitata. Ne parla poco in maniera 'inequivoca'.
Paura, invidia ed ambizione, come, forse, non solo per la filosofia ma per l'umano intero, costituiscono movimenti 'saputi', conosciuti, e, dunque, di per se stessi riconoscibili.
Lo spettro della loro manifestazione è talmente ampio e descritto da risultare, quasi sempre, una 'semplice' ripetizione.
 
Quello che invece sembra non essere una 'ripetizione' è il sentimento di chi li prova. La pretesa, da parte di chi li prova, di non essere 'riconosciuto' nel sentimento che prova.
Paura, invidia ed ambizione traversano, come una freccia, le migliori amicizie e i più 'fermi' amori.
Alla loro apparizione, all'apparizione di uno o più di questi 'sentimenti', sembra squarciarsi un velo. Sembra che il 'luogo' che si era abitato non mantenga più la sua 'verità'.
Non è così. In questo senso, la filosofia è l'unica disciplina, tra tutte le discipline dell'occidente, che ha saputo confrontarsi, 'faccia a faccia', con questi sentimenti.
La paura, l'invidia e l'ambizione che, infatti, 'abitano' la filosofia, pretendono, aspirano alla gratuità. E, dunque, si manifestano nella forma più virulenta e dissimulata proprio nella filosofia, nella sua pratica, nella sua espressione.
 
La filosofia, se ha ancora un senso questa parola, è, in primo luogo, questo 'faccia a faccia'.
In nessun senso è vero che la filosofia sia 'amore'. Tutti i testi che la storia della filosofia annovera tra i suoi 'classici', inequivocabilmente relegano l' 'amore' in un ruolo che, per lo meno, è 'altro' dallo statuto stesso della filosofia.
Mentre un'infinità di testi della 'tradizione', o del 'canone', affrontano, nominandoli o meno, questi tre sentimenti. E ne fanno 'filosofia', dissimulandoli.
La stessa 'cura dell'anima' è fondamentalmente sottoposta a questo gioco di dissimulazione, a questa 'violenza' propria della cura stessa, a questa funzione terapeutica che la filosofia pretenderebbe avere, almeno in alcune interpretazioni, rispetto le 'dismisure' proprie dell'anima. Girard chiama questo dispositivo 'mimetismo'. E con molte ragioni, oltre qualche torto.
 
Non è Socrate che 'cura' l'anima della filosofia nè dei suoi concittadini, ma l'ultimo Foucault.
 
Dove Foucault indica e nomina come ogni 'luogo che si abiti' stia sempre dentro una 'relazione di potere'. Dove Foucault indica e nomina come le 'relazioni di potere' - e dunque i sentimenti di paura, invidia e ambizione - costituiscono il tessuto delle relazioni 'umane'.
Dove Foucault sa distinguere, sin da subito, la differenza che c'è tra la cura della 'propria' anima e la 'cura dell'anima' come re-interpretazione del ruolo che ognuno di noi, volontariamente o involontariamente, svolge in queste relazioni di potere. In-comune.
 
In questo senso, il proprio 'corpo', la sua trasformazione, la paura che si prova nel 'sentire' la trasformazione del proprio corpo, la sua tenuta o il suo disfacimento, come la proiezione che, attraverso il corpo, rifulge verso 'altri', è uno dei luoghi 'principe' delle 'relazioni come relazioni di potere'. Luoghi di invidia e di ambizione. Anche a partire, e soprattutto, dalla propria nullità.
La 'morte' parla di questo. La morte parla e sfida l'ambizione più radicale dell'umano.
 
'Tenere il luogo che si abita' è, in questo senso, la 'giustezza dell'anima' - e non la sua 'misura' - ma la sua cura e la sua forza. Anche la sua 'violenza', e il nostro 'amore'.
Ed il suo 'futuro'. Il 'nostro'.
 
Non posso, per scelta, citare i poeti che dicono che dove più grande è il pericolo, più grande è la speranza.
Posso dirti che, come sai, dove più grande è la solitudine, lì è l'amore per la nostra amicizia.
Per la tua amicizia.
Quello che ci hanno 'insegnato' a riconoscere come 'filosofia'.
Essendo, come sempre, 'nemici' della 'filosofia'.
 
 
ti abbraccio
Emilio

Riccardo Bonavita

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Qui e anche qui ed anche qui, e qui. E poi, per chi vuol continuare, i 'suoi': qui, qui, qui, e qui e qui.

E poi 'silenzio'.

Necessità degli eteronimi

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Se si assume che la struttura fondamentale della filosofia contemporanea continentale risieda nel dispositivo ermeneutico inaugurato da Heidegger, la conseguenza estrema che bisognerebbe tirare in punta di ‘diritto’è quella di dare voce agli eteronimi anche in ambito filosofico.

Come sanno ormai anche le pietre, l'unico ad aver 'osato' qualcosa del genere è un poeta 'rinchiuso in un baule', di cui ormai si sa anche la lunghezza delle unghie.

Non è un caso che l'abbia fatto un poeta.

Non è un caso che l'ermeneutica, tra tutte le discipline filosofiche, sia tra le più 'rigorose', o, per dirla meglio, tra le più violente a definire 'i suoi statuti'.

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Uno ad uno

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Il cardinale Ruini ha vinto il premio "Liberal". Ed io il premio "Clerical".

Al vertice del Fondo Monetario Internazionale di Washington, dopo avere preso l'aereo all'ultimo minuto, ci sarà il neoministro, il querulo Tremonti. O forse Guzzanti, come pareva l'altra sera a Ballarò. Pare sia uso comune in questi vertici che quando si alza il ministro dell'economia dalla sedia, il governatore della rispettiva banca centrale possa occupare quel posto. Nei posti normali deve essere una cosa, appunto, normale. Da noi non è possibile. Difatti il querulo Tremonti e il tomista Fazio sono acerrimi nemici. Quindi, per le leggi basilari della prossemica, quella sedia non dovrà essere abbandonata nemmeno per un momento, come il neoministro ha infatti dichiarato. E quindi, il nostro nuovo ministro dell'economia non potrà nemmeno fare come Bush all'Onu, ovvero chiedere se si può alzare per un bisognino. Perchè non potrà farlo assolutamente. Ma essendo, al pari di Bush, un mammifero urinante, dovrà trovare una soluzione. Un cataterino potrebbe essere la migliore, anche se un pò disagevole. Oppure, tra i suoi bagagli e le cose dalle quali non si separa, il ministro potrebbe avere anche con sè il famoso barattolo di conserva Cirio, quello che gli doveva ricordare di vendicare i risparmiatori fregati nell'indifferenza della banca d'Italia. Lo può svuotare ed usare.

"LA PRESENTAZIONE" - Parte seconda (Qui la parte prima) Le dichiarazioni d'intenti di ogni 'bando di concorso' non possono che sfiorare il nocciolo della questione. Ma, nello stesso tempo, solo nella sintesi si mostra il 'morto', o, per meglio dire, l'oggetto del discutere o del tacere. Non solo gli 'obiettivi del master' sono stati dichiarati, ma meglio sono articolati nel 'piano di studi'. Dove ai 'fondamenti storici e filosofici della consulenza filosofica' - come da bando, ma più incerto nella storia della filosofia - si affiancano la 'cura dell'anima' -?- e la 'gestione delle risorse umane nelle organizzazioni' -!-. Dove molto si potrebbe scrivere, ma un'altra volta. E comunque, proviamo a fare politica. Politica accademica. Almeno a dirla, a nominarla.

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E' indubbio, ai miei occhi, che questo sia un passaggio cruciale. Bisogna distinguere due livelli perchè la riflessione sia libera e colga il livello della 'superfice' come quello del 'futuro'. Il primo livello della riflessione affronta direttamente i 'nomi', le 'strutture', le 'dinamiche', i 'rapporti', le 'mosse'. In una parola: il primo livello di analisi è quello della 'politica'. Lo chiamerei il 'livello della presentazione'. O 'la presentazione' [metto fra 'apici' una volta e per tutte - almeno questa volta non ne abuserò]. Il secondo livello è quello delle 'conseguenze' della presentazione, delle conseguenze del 'dispositivo' che la 'presentazione' scatena. Lo chiamerei 'il livello dell'ignoto'. O 'l'imprevisto'. Il primo livello non implica il secondo, cioè: la 'presentazione' non è 'gravida' delle conseguenze che scatena. Anzi. Tanto più la presentazione' non implica l'imprevisto, quanto più è necessario, da subito, pensare la presentazione. Perchè si possa cogliere l'imprevisto nella sua assoluta imprevedibilità. Pensarlo, combatterlo o sposarlo. O abbandonare. Dunque, seguendo la dichiarazione di intenti - primi elementi di riflessione - mi concentrerò in queste righe, volutamente, solo sulla presentazione. In nessun caso questo implica una visione unilaterale. Diciamo che queste riflessioni sono scritte con l'occhio sinistro, quello da cui vedo peggio. Almeno da lontano. Da vicino, invece, ci vedo bene, proprio bene, anche con quest'occhio. In questo senso, quello che scrivo non ¿nilaterale perch¿'altro 'occhio' vede un angolo che il primo occhio non vede. E' l'angolo buio. E' questo il mio luogo. Vorrei specificare, ad usum 'malevoli', che quello che scrivo non ha MAI un intento pregiudizialmente critico. Ma, almeno in questa fase, è un gesto di chiarimento - anche se pubblico - totalmente personale. Scrivo, per dirla banalmente, per capire. Non so fare, d'altronde, altro che questo. "LA PRESENTAZIONE" - Parte prima

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Come molti sanno, a Venezia (notizie pi¿qui, con tanto di 'Collegio dei docenti' e Direttore) e a Pisa (con la collaborazione dell'Universit¿i Cagliari e della Federico II di Napoli - qui l'atto costitutivo firmato dal Preside di facolt¿professore di filosofia) cominceranno da quest'anno i 'nuovi' master biennali in 'consulenza filosofica'. Trovate maggiori informazioni sul sito della Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, e sul sito del dipartimento di filosofia dell'Universit¿i Cagliari (consiglio di leggere le pagine sul 'Progetto' e sul 'Convegno' che si terr¿n ottobre). Entrambi i masters sono per gi¿aureati. Entrambi a pagamento: quello veneziano 6.000 euro, quello pisano 4.000. Entrambi a numero chiuso.

Venezia e Pisa sono le due Universit¿taliane in cui io ho studiato. Ed in cui ho incontrato i miei amici che studiavano filosofia. In cui ho conosciuto i professori con cui ho studiato filosofia. Il passaggio ¿ruciale. E merita, prima di ogni anatema, l'interrogazione filosofica che merita anche solo il nome 'filosofia'. Ho proposto ad una serie di amiche e di amici di aprire un confronto. In molti siamo della stessa generazione, e conosciamo - chi a Venezia chi a Pisa, io ho il 'peso' di conoscerle entrambe - chi gestisce questi master. Ed anche il senso e la pratica di questa interrogazione. E' una discussione, anche solo una confessione, su un passaggio decisivo. Non so chi risponder¿ non so se vorr¿he sia pubblicato. Metto a disposizione questo spazio per qualsiasi intervento.

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Per chi vuole, segue qui.

Ircocervi

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Quella della "Chiesa" è, come scrive Karlheinz Deschner, una "storia criminale". Me ne convinco sempre di più.
Comunque, sul significato dell'uscita vescovile di ieri rimando alla lettera che compare su questo blog. Mi ci riconosco pienamente. Voglio solo evidenziare sommariamente il "combinato disposto" delle affermazioni vescovili. I PACS sono bocciati, mentre Fazio viene difeso. Gli accoppiamenti innaturali, davvero innaturali intendo dire, per fortuna giungono ad un vicolo cieco genetico. L'unione, quella sì empia ed oscena, tra Banca e Chiesa non produrrà altro che il reciproco discredito.

Sua Eminenza Card. Ruini,

ho appena letto la sua ultima dichiarazione sulle coppie di fatto e la famiglia: "La nostra Costituzione nell'articolo 29 intende con univoca precisione la famiglia come 'società' naturale fondata sul matrimonio e ne riconosce i diritti. Per conseguenza la Corte Costituzionale ha ripetutamente affermato che la convivenza more uxorio non può essere assimilata alla famiglia, così da desumerne l'esigenza di una parificazione di trattamento".

Mi viene in mente che io e la mia generazione, come un gran numero di giovani, viviamo 'more uxorio', sia uomini con donne, sia uomini con uomini, sia donne con donne. More uxorio, prendiamo la comunione, noi credenti, non la prendiamo, noi non credenti, more uxorio ci confessiamo, ci ricordiamo di essere stati battezzati, comunicati e cresimati, chi lo è stato, e, more uxorio, se lo ricorda anche chi non lo è stato e non lo vuole. More uxorio, ogni mese, ogni settimana, ogni giorno l'ascoltiamo parlare, Lei che invece sembra non viva 'more uxorio', perchè non ne ha la possibilità - nè positiva nè negativa - l'ascoltiamo dire, consigliare, decidere, pretendere di decidere per noi che, more uxorio, dovremmo seguire la Sua 'pastorale' e i Suoi 'consigli'. Per meglio dire: le Sue Leggi, quelle che Lei chiama 'naturali'.

Tra i campi

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a Mario M., a Mario V., a Renzo C.

nei campi -
tra le paglie umide di nero e ferme
come 'fortini' inespugnabili alla vita -
zolla dopo zolla
avevamo cominciato a ribattere il cammino
che ci avevano indicato

non servivano strumenti o falci, martelli o zappe
nè le carte che avevamo conservato e letto
per riprendere la traccia che credevano sapere

ma le mani
e affogare nella melma e l'acqua -
le mani come vanghe
per spostare, uno ad uno, quei corpi morti
cresciuti in nostra assenza

non era cominciata la stagione nuova,
erano i campi che avevamo perso
che avevano cambiato padrone un'altra volta

restavano le vecchie a dire
il limite e il suo oltre -
le ascoltavamo urlare dalla riva
già con le mani altrove

[in treno, oggi, tra G. e B.]

La frase del secolo

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Da una inchiesta sul mondo universitario pubblicata su Repubblica estraggo questo fulminante sunto della nostra epoca (una frase intercettata ad un profesore universitario su una prova di concorso) , nel quale se vogliamo possiamo rispecchiarci un pò tutti, a torto o a ragione che sia: "era il migliore. Lo abbiamo fregato."

Le cronache raccontano che all'assemblea dell'ONU Bush abbia scritto un biglietto per chiedere a Condy Rice se poteva alzarsi per andare in bagno. Permesso che tutto il mondo gli accorderebbe più che di buon grado. A patto che tiri la catena dopo essersi buttato nel cesso.

Riposto le '15 tesi sullo statuto della filosofia e il suo futuro'.
Le ho rilette a distanza di mesi. Le ho scritte a Mosca.
Ecco: sono scritte, nella loro forza e nel loro 'amore', grazie alla mia 'patria'.
Grazie alla 'Russia', a cui penso ogni giorno.

15 Tesi sullo statuto della filosofia e il suo futuro

a B., a I., al mio amore

1- Lo statuto universitario mondiale della filosofia è una condizione senza scampo. Non esistono uscite, transiti, alternative, rivoluzioni. Lo statuto universitario mondiale è, oggi, l'unica condizione possibile del pensare in maniera condivisa. Tutto ciò che si colloca fuori da questo statuto non è filosofia. O meglio: non lo è nel senso che non è riconosciuto. Non esiste scrittura possibile che possa, oggi, trovare alcun riconoscimento fuori dalle regole condivise, a livello mondiale definite, strutturate, riconoscibili, evidenti, verificabili. Su queste regole è possibile scrivere guide, in ogni paese diverse, scrivere o trasmettere il segreto o l'evidenza, narrare o suggerire tattiche, soluzioni alternative, cunicoli, cripte o circoli. Tutte le cripte, i cunicoli, le tattiche, i segreti per sfuggire alla presa di questo statuto sono oggi inconsistenti, svuotate dal lavorio interno che rode lo statuto primo dell'interrogazione filosofica. Lo statuto contemporaneo dell'interrogazione filosofica mostra, oggi, in maniera evidente il suo cortocircuito, la sua autoreferenzialità. La tarma che rode lo statuto filosofico contemporaneo è la tarma dell'impotenza. Lo statuto universitario mondiale nel quale ogni filosofia aspira ad entrare è una società di tarme che lavora allo svuotamento del luogo stesso della propria esistenza. Lo statuto universitario mondiale della filosofia è senza scampo poiché lavora esclusivamente per la propria fine.

a F. O.

"[...] Tutte le volte che avevamo 'ascoltato' il 'ripetitore' di 'nostro zio', non ci aveva fatto effetto. Non ci aveva fatto effetto nemmeno quando ci aveva 'invitato' a cambiare ateneo: lo avevamo già deciso. Era arrivato, anche quella volta, troppo tardi. Era 'sempre', in fondo, arrivato 'troppo tardi'. Non solo, negli anni 'futuri', lo avevamo trovato a 'pietire' una 'parola', quella che lui aveva, 'magistralmente', esercitata prima della sua 'pazzia', così la chiamavano a Pisa.

E' troppo lungo raccontare in quale delirio giudiziale-amministrativo è ridotta la città nella quale vivo. Ad un vuoto si vuole corrisponda un pieno, qualcosa da opporre. Ed ecco che sorge Rinascita di Messina. Dal suo manifesto politico (?) si capisce che si desidera "un progetto di sviluppo organico"; che non sono "interessati alle odierne dispute sulle candidature, né a sostenere alcuno degli attuali soggetti politici. Siamo invece determinati a promuovere la rinascita della città."
Lo slogan, ripetuto fino alla nausea, è "noi abbiamo bisogno di noi", dove si nota la tipica imbecillità da "copy" che impronta tutte queste iniziative come una orrenda flatulenza.
Mi sembra insomma un programma preciso e puntuale. Almeno in attesa di fare una lista, di scannarsi per un posto di assessore o più e di saltare sul carro del possibile vincitore.

Il vuoto, intanto, inghiotte tutto.

Casi pietosi

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"Su questo elemento essenziale - conclude la Sir - bisogna uscire una volta per tutte dalla melassa indistinta del politicamente corretto, dei casi pietosi, dei diritti dei singoli. E' tempo di scelte: ognuno le faccia e se ne assuma la responsabilità storica"

Traggo da Repubblica online questa interessante affermazione ispirata dai vescovi italiani e concernente la polemica sui cosiddetti PACS: chi sia il vero caso pietoso, mi sembra abbastanza chiaro, in questo delirio inarrivabile dal quale è peraltro del tutto assente tutta quell'altra "melassa", ma comunque traboccante buone intenzioni, che i preti usano come la vaselina per spiegarci le loro imposizioni, cioè un testo di più che dubbia attendibilità ed attribuzione come i cosiddetti "vangeli".

Emiliano Zapatero

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Uno spettro si aggira per l'Europa. Un mostro tentacolare che cumula in sè tutto il male possibile e dal quale tutti tentano di tenersi discosti, in Italia. Chi? Ma Zapatero, naturalmente. Prodi ne prende le distanze.
Il premier spagnolo è colpevole di voler riconoscere dei diritti a chi non ne ha mai avuto e di aver ritirato il sostegno ad una guerra basata sulla menzogna. E questo è intollerabile, per molti. Meglio negare i diritti e mentire, insomma.

Amore mio,

sei partito e non so dove sei. Qui tutto diventa difficile, sempre più difficile. Ho letto proprio oggi che, secondo molti 'dotti' politici, io non avrei nessun 'diritto' su tutto quello che sta 'intorno' a me, intorno a me di quello che è tuo e mio. Di quello che è nostro. Dimmi: se tu noi ci sei, cosa mi resta di te? Cosa mi resta se non posso decidere, come ti avevo promesso, come mi avevi chiesto, come 'accompagnarti'? Lo sapevamo, lo sapevamo già. Non sarebbe stato facile. Ma, lo sai, non avevamo immaginato che la 'nostra' vita potesse essere 'invasa' da questa inutile e sciocca vanvera verbale che accompagna sempre gli amori tra uomini.

Infiltrazioni

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Ridere o piangere, ormai non fa quasi differenza. Scorrendo l'infinito stupidario politico mi imbatto in una frase che l'uso comune ha infiltrato, facendola diventare sostanzialmente 'idiomatica', solo che, dimenticandone l'origine ed utilizzandola in automatico, dà luogo ad effetti tragicomici. Dunque, in un comunicato del partico cattolico udc sulla polemica sui PACS, si legge che "si tratta di indicare priorità: con chiarezza e senza caccia alle streghe." E' come se un nazista si appellasse all'uguaglianza delle razze umane contro le discriminazioni, come se i russi accusassero gli americani di fare dei gulag (beh, Guantanamo un pò ci somiglia), come se i musulmani accusassero gli occidentali di opprimere le donne, e così via in sempre più fantastici paradossi.
Ai cattolici in politica di certo non manca la furbizia. Ma la decenza, anche quella lessicale, per non parlare di quella delle facce alla bottiglione e alla Totò Vasa-Vasa Cuffaro, quella non sanno neppure lontanamente dove abita.

a G.

"[...] Non era vero, come ci avevano detto, che ci nascondavamo dentro la nostra 'stanza'. Era vero, invece, che 'noi' la nostra 'stanza' l'avevamo costruita 'a colpi d'ascia'. 'A colpi d'ascia' avevamo massacrato 'nostro zio', 'a colpi d'ascia' avevamo cercato di devastare il nostro passato, 'a colpi d'ascia' avevamo cercato di far 'tacere' i testimoni, 'a colpi d'ascia' avevamo cercato di 'riscrivire' quello che del nostro passato non ci piaceva, 'a colpi d'ascia' avevamo cercato di riscrivere il nostro 'perturbamento', 'a colpi d'ascia' avevamo cercato di segnare per sempre il 'tradimento', 'a colpi d'ascia' avevamo cercato di riscrivere la 'nostra storia', 'a colpi d'ascia' la difendavamo in ogni momento.
'A colpi d'ascia' avevamo 'massacrato', senza nessua pietà, 'nostro zio'.
'A colpi d'ascia', senza perdono alcuno, avevamo provato a 'massacrare' la scrittura di 'nostro zio'.
Un 'uomo' che non meritava 'alcuna pietà'. Un 'uomo' che, per paura della sua 'parola', si era nascosto nella più becera campagna austriaca, dove il 'nazismo' viveva indisturbato, dove il 'nazismo' viveva intoccato dalle sue parole. Dove 'nessuno' lo conosceva, salvo 'la persona più importante della sua vita', dove tutto di lui era 'austriaco', dove tutto di lui poteva continuare a rimanere 'austriaco', senza essere 'viennese' e senza che questo gli togliesse nulla, senza che questo potesse minimamente scalfire il 'vomito' che la sua scrittura continuava a gettare sull'Austria.
Un 'uomo' che, oltre al fatto di aver 'studiato musica', continuava a gettare 'merda' sul teatro austriaco e sulle sue istituzioni.
Noi, 'a colpi d'ascia', fottendocene dell' "Austria" e della sua memoria, continuavamo ad infierire sul corpo della sua scrittura e su quello della 'sua amica'.
Solo che la 'sua amica' era andata a 'vivere' a Roma. Ed era morta 'bruciata'.
Mentre 'lui' si era nascosto in quelle campagne dell'Austria, così perfette da ricordarci, in fondo, un'altra 'perfezione'.
'A colpi d'ascia' lo aspettavamo, come lo aspettava Sebald. Con la sua 'pazienza'. E la sua 'testimonianza'.
Lo aspettavamo da quando, nelle campagne toscane, in silenzio, avevamo incontrato chi lo imitava.

una fine (L'èclat du cercle)

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[una 'libera' traduzione da un testo di julien - a Silja]

dedicare, con forza, dove tutto ti svuota

nel cuore della vita
tenersi per mano, senza soffocare

per lontananza

stare: una scrittura, un luogo

solo per ricordarmi che scrivo per te - accarezzandoti
per ricordarmi che siamo più forti
di ogni morte

Dialoganti di serie B

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Sempre a proposito di intercettazioni, segnalo che un deputato di AN ha reso pubbliche le intercettazioni di un collega dei DS. Si aspetta l'indignazione del presidente della camera, Bordelli. Non solo: si segnala come la volgarità e la faccia tosta dei nostri governanti sia ormai insopportabile. Un ingiusto privilegio, come quello che tutela i nostri deputati lo si riconosce ai propri amici. Per i nemici ci si passa tranquillamente sopra.
Ma non è tutto qua. Dato che l'esponente DS discuteva disinvoltamente di pubblici incarichi in campo sanitario ne approfitto per aggiungere che non è in questo modo che si potrà governare decentemente l'Italia, se, cioè, e non dico cosa nè nuova nè originale, ci si limiterà a mettere i "nostri" al posto dei "loro". Che sia chiaro anche a quel signore che ci vorrebbe rappresentare tutti e che va in giro con un TIR.

Leggo con la ilarità che si deve essere impadronita di tutte le "civiltà" un attimo prima della loro caduta irreversibile, che la nuova legge sulle intercettazioni prevede l'avviso preventivo a quello tra i conversanti che non è indagato.
Cioè, se io parlo al telefono con un delinquente intercettato qualcuno mi avverte, per tutelare i miei sacrosanti diritti di persona perbene. Benissimo, siccome su certe cose io sono ligio e di certo non sono un delinquente, anche se come Dell'Utri, essendo siculo un paio di migliaia di mafiosi nella rubrica li ho, a questo indagato con cui converso per ore ed ore del nulla da dire, non gli dico un bel niente. Anzi, da siculo civico e vendicativo, faccio in modo che mi racconti come ha messo le bombe alla Banca dell'Agricoltura di Milano ed alla stazione di Bologna, dove e come ha commissionato i reperti anatomici a Pacciani, come ha fatto a entrare ed a scivolare via dalla villetta di Cogne in tre minuti mettendosi il pigiama della Franzoni, come e con chi ha organizzato le stragi di mafia e così via. Basta avvertirmi, insomma, e la trappola è bella e pronta.
Ah, certo, in effetti c'è anche un'altra possibilità: che qualcuno con un pò meno di senso civico avverta innanzitutto l'intercettato vanificando l'indagine. Ma il nostro governo, che è saggio e conosce la natura umana, sa benissimo che nella Italia dei ferrei imperativi morali, dell'etica rigorosa e protestante, totalmente aliena da qualsiasi familismo o da consorterie di qualsiasi genere, questa è una possibilità così remota da poterla escludere in partenza.

Islam sardo

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Il ministro Pisanu, per ammissione unanime, viene considerato il miglior ministro di questo governo. Gli diamo zero, quindi. Tutti gli altri vanno in quota negativa. L'ultima è questa ipocrita, piccola e odiosa ondata di provvedimenti che si caratterizzano unicamente per il fatto di essere contro gli islamici. Il nostro governo, incapace di perseguire con strumenti giuridici eventuali delitti, si sbizzarrisce nell'espellere per via amministrativa delle persone dalle idee indubbiamente discutibili, che pur non risultando accusati di nulla, vengono considerati comunque colpevoli. Sulla scia dei noti spargitori di piscio di maiale su terreni destinati a moschea, inoltre, il comune di Milano stabilisce che non ci sono le condizioni igieniche per una scuola islamica e decide che va chiusa. Bene, se il problema è questo, allora lo stesso comune offrirà tempestivamente una sede per continuare queste attività. Se il problema non è soltanto questo, allora diciamoci chiaramente che l'affermazione di questo ministro al grado zero, che desidera un "islam italiano" e non vuole "ghetti", non è altro che una forma di razzismo assimilazionista.

"[...] Anche se avevamo ascoltato e letto tante volte le pagini terribili che nostro 'zio' aveva dedicato alla 'morte', o, come amavamo dire, alla 'fine' del 'nipote di Wittgenstein', ogni volta, ogni fine era una volta ancora. E come se fosse stato un gesto 'studiato', 'calcolato', non riuscivamo a 'finire' la lettura di quel testo. Ogni volta era, 'sempre', una fine ancora, una 'quasi' fine', un ritardare, con tutti gli strumenti possibili, la 'fine' di quella lettura.
Non è che non ne fossimo coscienti; anzi, più alta e perfetta era la nostra 'arte' di ritardare la 'fine' di quella 'lettura', più la nostra violenza e la nostra precisione toccava 'apici' vertiginosi di 'memoria'.

"Rigore morale"

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Fini, chiedendo a Fazio di dimettersi ne richiama il "rigore morale e intellettuale". Il punto è che Fini si sbaglia; solo che, reputando che il governatore dei sacramenti sia "effettivamente" un integerrimo servitore delle istituzioni, ne vuole la testa PROPRIO per questo.

Il governatore della banca del paradiso e dei santi, Antonio Fazio, pare abbia ricevuto in sogno la visita di S. Agostino. Questi gli ha opprtunamente rammentato che chi ha ben agito non deve temere la maldicenza. Ora, a parte il fatto per nulla secondario che potrebbe arrivare una terrenissima autorità giudiziaria ad eccepire (che fa, allora? Solleva un conflitto di competenza tra ordine divino e Costituzione?) sulle medesime azioni, ci resta da capire quale altro santo verrà svilito al ruolo di difensore del banchiere più baciapile dell'universo.
Ma arrivo al punto che mi preme, che ovviamente è del tutto marginale rispetto alla sostanza dei fatti: chi potrebbe raccontare tutto questo? Non si potrebbe clonare Karl Kraus dai suoi resti? Magari scriverebbe un monumentale "Gli ultimi giorni della Banca d'Italia".

Nei giorni scorsi qualche demente aderente alla religione musulmana si è rallegrato per quanto avvenuto a New Orleans. In stretto ossequio alla richiamata universalità della idiozia e ad una stringente simmetria della più rivoltante empietà rivestita da culto religioso, un altrettanto demente rabbino ha affermato che quanto successo vuole punire il sostegno a Sharon da parte degli U.S.A.
Manca solo qualche cardinale che ci spieghi il tutto come effetto della libertà dei costumi in quei luoghi, così facciamo il pieno dei monoteismi.

L'abito E' il monaco

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A Nanchino verranno revocate le licenze ai tassisti calvi, per una questione di stile. A Pesaro, una maestra elementare di religione è stata licenziata dalla diocesi. Dicono portasse la minigonna. Mirabile, universale uniformità dell'idiozia.

Ancora, più forte

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Dove tutto sembra perduto, dove tutto resta in silenzio, dove non ci sono le sillabe per dire, dove non sai più dire, Emilio, scrivi, e scrivi. Emilio, scrivi.
Scrivi di fronte la morte. Come hai fatto sempre.

Il 'cuore' della filosofia

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mi hanno detto: allora, il bollettino di guerra di oggi?
va bene, se la mia vita è una guerra, quando io parlo io faccio, dico, dei bollettini di guerra. ma la mia vita è una guerra. E dunque: volete dei 'bollettini di pace'?

sì, volete questo.

e da me non li avrete. rivolgetevi altrove.

dobbiamo parlare della morte? allora diciamo le cose come stanno, senza nessuna dimenticanza. Dell'Università? le cose come stanno.
Quello che volete 'voi', 'parliamo' di quello che volete.

E che pensate? che non mi tocchi il 'cuore'? Che il mio 'cuore' continui a battere come non sapesse ciò di cui parlo, ciò di cui scrivo, ciò che mi dite o mi tacete?

E che pensate? che il mio 'cuore' faccia finta di non 'sentirvi'?

Ecco: la filosofia è questa interrogazione e questo 'cuore'. La 'filosofia' ha il suo 'cuore'. Parlare del 'cuore della filosofia' è parlare di questa 'guerra' o di
questo 'oblio' che io vi ricordo.

Meglio 'morire senza saperlo' che ricordarsi come 'accompagnare' la morte. Ricordarlo senza 'ricordare tutto'.

Il 'cuore' della filosofia di questo parla. Certo che questo 'cuore' vive nelle sue 'schegge'. Lo devo ripetere io? O credete, meglio, di doverlo ricordare a me?

Questo 'cuore' che batte nelle sue schegge, parla, nello stesso tempo, della morte e dell'amore. E va bene: i 'vostri' bollettini sono tutti concentrati sulla 'vita'. Lo capisco.

Il 'cuore' della filosofia, però, non siete voi, ma la 'guerra' contro la vostra vita. Di cui, per piacere, ogni tanto, riporto 'schegge'.
Questa 'guerra', nel 'cuore' della filosofia, si fa finta di non vedere. Anche se, 'per finta', tutti 'blaterano' di Socrate e della cicuta.

Il 'cuore' della filosofia sta in questa 'guerra'. Non pagate 'dazio'? non importa. Non è necessario essere 'in filosofia', non è necessario leggere i miei 'bollettini di guerra'. State 'in pace'. Ma state 'fra voi'.
Di voi, certo, io non ho bisogno. E però, certo, nemmeno la 'filosofia'.

Morire prima di morire

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Lo vedi, lo vedi che tutto dice della 'morte'.
Tu lo vedi.
Che la morte fa il suo 'mestiere'.
E tu fai il tuo: 'per Dio', scrivi per te.

Io lo so che mi si dice di aver 'mancato' le morti che mi erano accanto.
Io lo sapevo che, prima o poi, me l'avrebbero rimproverato.
E, finalmente, me lo hanno detto.
Ma io mi sono 'fidato' di loro e della loro parola. Ero troppo giovane.
Da quel momento, già da allora, io non mi sono mai più fidato di loro.
Di te.

E quando, di nuovo, la morte è venuta, quando, di nuovo, la morte era lì, non mi hanno detto nulla.

Io lo so, lo so da tanto, che ogni morte ha il suo 'profilo'.
Come ogni vita.
E so anche che non bisogna 'morire prima di morire'.

Ma io l'ho fatto così tante volte che, adesso, di fronte le 'loro' paure' e le loro 'parole', di fronte i loro 'rimproveri', io rido.

Io scrivo. E scrivo, quando so e posso, da questo luogo.
Ditemi, come mi dite, che io non 'conosco' la morte.
Io scrivo dall'unico luogo che conosco e dall'unica battaglia che, ogni giorno, faccio, come mi ha insegnato il mio 'maestro'.

Abbiate solo certezza della mia scrittura e della mia memoria.

"Mi ricorda come eravamo"

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Una frase infame.

Ciascuno vive dominato dalle proprie deviazioni e perversioni. Ci sono le coppie che fanno il filmino dei propri rapporti sessuali e che se li rivedono, magari con nostalgia, oppure li fanno circolare. Poi c'è il banchiere Fazio, che ha fatto registrare l'udienza con il papa durante la quale veniva illustrata la informatizzazione, ovviamente, dell'opera omnia dell'aquinate, nume tutelare del banchiere promotore della iniziativa. Un prezioso, nonchè esilarante commento ci informa del fatto che la famiglia Fazio ogni tanto si riunisce attorno al fuoco, nelle serate d'inverno, e rivede l'udienza. Con la stessa struggente e vana nostalgia di quelle coppie di anime perdute, arrivo a credere.
E se si facesse un utile e fecondo scambio di cassette?