Si amano poche cose nella vita, perlopiù male. Il 'direttore' di questo "blog" mi ha invitato a continuare e completare in qualche modo un suo post dedicato a Franco Caccia, icona semisconosciuta ed eminentemente localistica del calcio di serie C, e in special modo di quello della città di Messina. Da quel momento, pensieri sparsi e indefiniti, domande senza risposta e dubbi di ogni genere si agitano in me. Innanzitutto, quando mi ha detto che qualcuno gli aveva a sua volta detto di avere omesso altri giocatori, come Catalano o l'impronunciabile Diodicibus (esiste, esiste, non è una geniale invenzione, anche se il tifoso medio lo storpiava volutamente in "Autobus"), mi sono chiesto se e come sia possibile rendere il significato di una mitologia minore, come quella di una squadra di provincia della metà degli anni 80. E sono passati venti anni.
Poco per sviluppare una compiuta mitologia grazie alla distanza che esalta la bellezza e nasconde le miserie. Troppo per potere stendere una cronaca "reale". Anche per questi motivi vi racconto fin da subito l'epilogo, come se fosse un peso sulla mia coscienza: Franco Caccia, l'uomo, l'unico mai esistito secondo me, che io vidi dribblare sulla fascia del Celeste un difensore del Cosenza palleggiandosi il pallone da una coscia all'altra, ha finito la sua carriera squalificato per una combine. In città tutti dicono che abbia pagato per tutta la squadra. Alcuni nostalgici sembra si siano decisi a fare ingresso nel suo tabacchino in una cittadina del centro Italia, per dirgli soltanto grazie, ma non sono sicuro che l'abbiano davvero mai fatto. Quando penso a lui, non mi sento tradito: faccio paragoni. A Celine, leggendone i libri, si riescono a perdonare le orride espressioni antisemite, la scelta fascista e quant'altro. A Franco Caccia, autore nel suo campo di altre, misconosciute mirabilie, vogliamo non perdonare nulla?
Non è un caso se proprio negli anni nei quali il gruppo di quelli che Franco Scoglio, prima di diventare un bolso commentatore da salotti televisivi, definiva "i miei bastardi", io scoprivo talune sottigliezze in generale dell'amore, solo che non potevo ancora usarle perchè tale raffinato corredo lo si apprende in un momento diverso rispetto a quanto lo si utilizza: quando l'amore finisce.
E così, mentre tento di dire qualcosa su una squadra che ho amato molto, occorre far conto che dentro di me dialogo sotterraneamente e in parallelo con un'altra incapacità a rendere eterni i sentimenti o i ricordi e che, se si vuole, il mio approccio (l'unica cosa forse comprensibile in tutto questo) è quello di chi ha perso un amore.
In quella squadra giocava Beppe Catalano, che poi giocò pure nell'Udinese. Aveva una faccetta da ragioniere, secondo me. Sua specialità, ma non l'unica, era piazzarsi sulla bandierina del calcio d'angolo avversaria quando si era in vantaggio e starsene lì per interi minuti con la palla sotto la suola, come una statua attaccata da eserciti di bambini, incurante e spietata.
Poi c'era Bellopede, libero elegante dalla faccia patibolare come diversi altri. Poi c'erano giocatori generosi e sconosciuti, oltre a un giovanissimo e ancora non miracolato dal mondiale Totò Schillaci. Ma uno dei casi più disperati e strani era costituito da Diodicibus, centravanti scarso quanto pochi, letteralmente incapace di controllare un misero pallone e che infatti segnava poco (tranne una quaterna contro il Monopoli, beh, non proprio una squadra impenetrabile, capisco), ma che qualche volta lasciava capire che dentro il suo corpo privo di classe e di coordinazione c'era qualcosa che pensava calcio, dato che più di una volta gli vidi fare, con l'istinto, delle aperture al volo degne di Platini o di Beckenbauer.
Niente, come tutte le mitologie di provincia, sono solo piccole nuvole mentali, che non portano a nulla, che non hanno un vero inizio ed una vera fine. Eravamo ancora abbastanza giovani da amare il calcio ingenuamente (adesso lo amo come una matura e bella, abile ma non innocente, amante) e quello che ci suscitavano quei giocatori e il gioco che ne era espressione non potrà essere replicato. Ma per ovviare a questo c'è il ricordo ed il rimpianto. Cosa che vale anche per quegli altri amori "paralleli", quelli dei quali ho taciuto.

Catalano, oltre la capacità di stare sulla bandierina del calcio d'angolo, aveva anche quella di partire dal limite della sua area, mettere a sedere sette giocatori - portiere compreso - e tornare trotterellando nella sua metà campo come se nulla fosse successo. E di Caccia io piùdi tutto il resto ricordo gli assurdi assist (su corner e su punizione) battuti d'esterno destro. Quello sì mai visto fare a nessuno...
Ma era il Franco Caccia che gioco' nella Ternana, poi nella Samp...