Il punto di equilibrio che Mosca mostra e costituisce, con la forza di cui è capace, è crollato. Mosca costituisce, ancora oggi, l'unico possibile 'transito' europeo verso l'Asia. Essa rimane, tra bordo e bordo, nella sua forza. E, nella sua forza, manifesta indiscutibilmente la crisi dell'idea stessa di 'Asia' che l'Europa continua ad avere.
Il crollo di questo 'ponte' costituisce, per dirla come la si dice oggi: 'geopoliticamente', la più grande tragedia per l'Europa di oggi.
Questa tragedia, che non è solo 'geopolitica', ma tangibile a livello sociale, la frantumazione di questo ponte, dell'unico ponte attaversabile per gli europei, non può essere misurabile oggi. Le sue conseguenze saranno misurabili solo nell'arco di diversi decenni.
Lo spappolamento sociale di 'Mosca' è lo spappolamento dell'identità europea e la manifestazione della sua assoluta 'nullità', della sua assoluta marginalità.
Se Mosca è più 'europea' di molte città europee, Mosca costituisce e manifesta la schizofrenia di ogni modello europeo, la sua non esportabilità. La sua inanità. Mosca è il nostro specchio, quello più nascosto.
Lo specchio che ci vergognamo far vedere agli 'ospiti'.
Mosca è l'ospite scomodo della nostra 'Europa'.
Nello stesso tempo, la forza di Mosca, di fronte ogni 'Europa' ed ogni 'Asia', si impone senza misura.
In ogni angolo di strada, in ogni ristorante per nuovi ricchi, in ogni infimo postribolo, come in ogni 'bordello a cielo aperto' che ha occupato gli angoli più belli di Mosca, in ogni infame 'secondo piano' di una qualsiasi discoteca, in ogni tenero parco coperto di neve, come in ogni terrificante stazione dove, devastati, stanno gli 'ultimi', davvero, di questo mondo, in ogni luogo, a Mosca, l'umano è lì.
Sempre.
Ogni angolo nascosto, ogni bagno, tutti i parchi, tutte le vie senza nome, ogni incrocio di metropolitana, ogni libro della biblioteca di stato, ogni uomo con il volto nel fango, ma davvero, ogni donna gettata nel centro della strada principale, nel fango della neve che si scioglie, ogni chiesa ortodossa, ogni coro, ogni candela, tutte le candele accese in ogni chiesa, ogni bordello conosciuto e ogni bordello nascosto, ogni università privata e tutta la immensa cultura che ogni russo e ogni russa porta con sè, tutto, ogni volta, assolutamente singolarmente, parla, sempre, della forza del popolo russo.
E della sua resistenza silenziosa. Della sua forza immensa. Della musica che ascolta.
Parla di un ponte distrutto.
E parla dell'immensa tristezza di tutti i russi. Assolutamente metafisica.
Di questo sentimento radicalmente 'tragico' che, forse, solo i siciliani possono capire fino in fondo.
Ma parla, anche, della fierezza.
Mosca parla di questa 'tragedia'. E di questa fierezza.
Dove si 'sperano' luoghi in comune, il deserto s'installa.
Nell'imminenza della sconfitta, nell'urgenza dell'esistenza, ogni scarto, ogni piega nasconde una forza che ritorna.
La memoria dei russi è senza misura.
La loro forza e la loro sconfitta non ha, ancora, una misura storica.
Non ha una scrittura.
Il cuore della Russia è Mosca. E Mosca è l' 'altro' cuore dell'Europa.
Mosca è l'unico 'luogo in-comune' che abbia mai conosciuto.

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