Agosto 2005 Archives

Je mendie un peu tes yeux

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a partire da una scrittura di J.

LO SO, TU SCRIVI
a Julien

Lo so: mi vedi ad imparare ciò che sai,
come potessi dire o scrivere, davvero;

io lo so, lo so da me

ma non mi dire, ti prego, ciò che voglio
non dire che l’hai desiderato tu o tutti gli altri –
dimmi, se vuoi, che ricomincio

che scrivo per farmi amiche le parole,
dimmi che scrivo da sconfitto, come ultimo,
che mi ripeto e che non mi aspetti
ma dimmi, o guarda, quello che non sai e che non t'aspetti

Cardini

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Posto una riscrittura di una famosa poesia di Mario Luzi. L'ho scritta tanto tempo fa. Ma mi sono sorpreso a rileggerla.

A Luzi con umiltà profonda.

i cardini da cui la vita pende
incerta e santa
o rabberciata muore
per la sua fredda bile
e gli altri
da cui pace strappata-ferma
tracima Male e urla
e quelli ancora
che verso non ne sanno
tali a barche
e gusci
e gondole
o neanche
tutti i cardini
tutti volontariamente
in un'antica
ed impotente
ingiusta verità
si tengono
nei loro vortici
si spingono
nei loro abissi portano
i loro mostruosi tarli
tutti verso il nulla
o il vagare sillabato
tutti
in rapide parole
o altrove nel vago silenzio
o nei mercati
si aprono al certo
della loro frase
che tra terra e cielo spira
e sorgerà...
oh prendimi dalle labbra tese
non lasciarmi
alla mia stanca sazietà

patito questo salmo
da lei all'origine del tempo?
incerto, nullo il ritenere,
senza storia. Sofferente
lo strappo. Patito il vuoto suo cadere.

Conversione

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Oriana Fallaci è stata ricevuta da Ratzinger. Sento già maturare un fatto spirituale di grande portata. Il papa con l'elmetto.

Ah, sempre a proposito di conversione. Se siete un grosso dirigente di una azienda nei guai o un assessore corrotto o un qualunque pezzo grosso che l'ha fatta grossa e vuole tutelarsi dai guai, allora cominciate a frequentare chiese ed a baciare pile ed anelli. Così, quando indagheranno su di voi potrete fare come i fazi, i buttiglioni e gli andreotti: buttarla sulla persecuzione anticristiana e prendersi pure l'aura di santità

Aggiornamento

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Nella stragrande maggioranza dei casi, tutti i posts sono ora visibili e consultabili, con un quasi perfetto ordine cronologico, una perfetta attribuizione all'autore.
Mancano ancora le attribuzioni definitive delle categorie, una corretta divisione fra 'corpo primario' del post e 'sezione estesa', una serie di dettagli grafici (di piccolo conto e facilmente risolvibili) della homepage e i links delle immagini da ripristinare.
Il più è però fatto. E non è stato per nulla facile. Ho fatto, per sicurezza, tutto a mano, come un artigiano.
Non avendo fatto un serio backup, oltre ad una minchiata colossale, mi meritavo questo e altro.
30 ore di lavoro quasi consecutive hanno dato il loro frutto.
E io, davvero, il mio regalo di compleanno me lo sono fatto, oltre a doverlo a chi scrive con me in questo blog.

A domani. E scusate ancora.

Ancora non perfettamente funzionante il sito

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Mi scuso ancora per l'impossibilità di lettura dei posts. Sono riuscito a ricostruire, a manina, l'impostazione grafica, le intestazioni di tutti i posts dalla nascita di millepiani, con corretta datazione e a farli riconoscere dal database. Ciò che è andato perso è qualche commento; per il resto tutti i testi degli interventi sono ben memorizzati. Le alternative sono due: o trovo il modo di farglieli 'ingollare' al database, o li copio a manina anche questi.
Non c'è 'poblema': la cazzata l'ho fatta io e rimedio migliorando: gli archivi sono ormai totali e correttamente indicizzati. Lavoro però, in questo momento, da modem, e credo che solo domani il tutto si risolverà.

Addenda: è il regalo di compleanno che mi sono fatto..oggi sono 34....

"[...] Avevamo cercato di 'parlare', prima di scrivere la lettera che volevamo spedire, della morte di sua madre e di mia madre.
Nessuno dei due era riuscito, in fondo, a parlare di quello a cui pensavamo.
Nessuno di noi due aveva ancora vissuto questa 'morte'.
Entrambi sapevamo come questo evento, che ancora non ci era accaduto, non avrebbe rappresentato nient'altro che la separazione definiva dall'esistenza che avevamo cercato di costruirci. Ma sapevamo, entrambi, che questa separazione, che era radicalmenta legata alla morte di nostra madre, avrebbe cambiato completamente la visione di quell'irruzione della morte sin dentro la vita che cercavamo di descrivere. Sapevamo, altrettanto bene, come tra noi avessimo, lui più di me, parlato con le parole dei nostri padri.
E come intorno a quelle parole avessimo costruito la nostra 'flebile' forza pubblica.
Quando poi, in fondo, entrambi, da lati opposti, ci eravamo trovati esposti alla 'testimonianza', non avevamo potuto fare a meno, quando si era trattato di parlare di noi, di 'parlare' con la 'voce di nostra madre'. E questa voce, noi,uomini, l'avevamo trovata subito più adeguata alla nostra sfida rispetto la voce dei nostri padri.
Che, per tutta la loro vita, avevano continuato a raccontare la loro storia e la storia della loro memoria, senza riuscire a cogliere, fino in fondo, la storia di un'altra memoria, che, in fondo, era la memoria che più ci interessava.
Nè io nè lui avevamo ancora vissuto la morte di nostra madre.
E, forse, in tutti questi anni, non avevamo fatto altro che nascondere la memoria che sapevamo di 'nostra' madre.
Questa memoria, lo sapevamo bene, non era compatibile con nessuna delle nostre memorie e nessuna delle nostre forze. Questa presenza, e la morte di una delle nostre madri, o solo il pensiero di questa morte, era riuscito a trasferire tutta la nostra discussione sulla 'morte' su un piano che cominciavamo a capire lentamente.
La 'morte di una madre', o anche solo il pensiero della 'morte di una madre', aveva avuto la forza di cambiare il livello della nostra 'discussione' sulla morte.
Questo 'semplice' pensiero aveva avuto la forza, senza che lo sapessimo chiaramente, di trasformare la nostra 'discussione' in un combattimento.
E dove sapevamo che il nostro combattimento era perduto, ancor più la nostra violenza e la nostra forza diventava insostenibile per chiunque.
Perchè tutti, senza eccezione alcuna, avevano 'paura' anche solo della parola 'morte', mentre 'noi', 'noi due', avevamo paura della morte che vivevano gli altri. Ma avevamo trovato la chiave per spiegare l'eperienza di questa morte che gli altri vivevano come sonnambuli.
Avevamo paura che dimenticassero la differenza, vista da una madre, tra la morte di una madre e la morte di un figlio.
E, insieme, avevamo paura di non riuscire a dire nè i silenzi nè le violenze dell'esperienza della morte di una madre. Di chi, in fondo, anche non volendolo, ci aveva permesso e ci permetteva di insultare la nostra vita ed ogni potere. [...]"

"[...] Avevamo spesso 'parlato' della morte, dopo che lui non era morto. Anche se mi aveva detto spesso di non ricordarlo, ricordavo perfettamente anche quando ne avevamo 'parlato' insieme, senza che lui potesse rispondere. Ricordavo perfettamente, mentre tutti quanti continuavano a parlare della 'sua' morte, come riuscissi a 'parlare' della morte senza che nessuno mi rispondesse, senza che, in nessun momento, avessi un solo segno di assenso mentre lui era disteso sul suo letto della 'rianimazione' di quell'ospedale che ho promesso di non nominare e non nominerò mai più.
Non avevamo mai 'parlato' della morte prima che lui stesse per morire. Il fatto che poi, solo dopo, ne potessimo parlare 'senza angoscia', non significava in nessuna maniera che nè io nè lui non avvertissimo l'asimmetria che ci sarebbe toccato raccontare. E la più grande angoscia che proprio da quella 'visione' ci era nata. Nè io nè lui avevamo assistito alla morte di nostra madre. Nè io nè lui avevamo assistito alla morte di un nostro figlio, di nostra figlia.
Noi continuavamo a 'parlare' della morte, come molti ci dicevano, senza che questa morte, in fondo, all'apparenza, avesse davvero toccato la radice dei nostri più vitali nervi. Ammesso che continuassimo ad averne. Forse solo lui poteva 'rivendicare' una certa 'primazia' dell'esperienza' della morte. Senza che però essa potesse estendersi all'esperienza di 'assistere' ad una 'quasi' morte. Se lui poteva rivendicare la primazia di avere vissuto l'esperienza di una 'quasi' morte, io potevo rivendicare quella di aver assistito ad una 'quasi' morte, la sua.
In questo, il nostro 'gioco', dopo, era assoluto ed ineguagliabile.
Ed in fondo, questo non era per noi un 'gioco', nè una 'discussione' su cosa fosse la morte. Non avevamo mai 'giocato' con la morte, nè avevamo mai 'parlato' della morte se non a partire dall'amicizia. E poichè, come sapevamo sia lui che io, l' 'amicizia' e la 'morte' sono le uniche due 'forze' che si incrociano - in finale di 'partita' - a partire dalla sfida reciproca che si lanciano, ne parlavamo, sempre, con il pudore, l'amore e lo scherno che si riservano agli 'amici' che ci accompagnano. Sin dentro la 'morte'.
Ne avevamo sempre 'parlato', dopo che lui 'non' era morto, con l'assoluta consapevolezza di chi non aveva vissuto nè la morte della propria madre nè la morte di un figlio.
La sua 'esposizione alla morte', così certa e inequivocabile, così come la mia 'visione' della sua 'quasi' morte, che dava certezza della sua 'quasi' morte e della sua vita, erano diventati il luogo da cui continuavamo a guardare l'opera inarrestabile del disfacimento dell'umano sin dentro la vita.
Tanto avevamo aguzzato la vista, da poter vedere sin dentro la più grande affermazione di onnipotenza il germe del suo declino, della sua morte.
Tanto il nostro sguardo si era affinato, l'uno dall' 'interno' della morte, l'altro nello sguardo sulla morte, tanto potevamo percepire il farsi di ogni morte nel luogo della vita, la morte sin dentro la vita.
In questa sfida che avevamo lanciato, sapevamo cosa ci sfuggiva. E solo in quella 'stanza' sapevamo, con certezza assoluta, di trovare il nostro luogo. [...]"

(segue)

Poi, semplicemente...

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"Diventare qualcosa in mancanza di tutto."

Inversioni

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Andreotti si è "scagliato" contro le unioni omosessuali. Ha usato il termine "invertiti", che fa il paio con il "meticciato" di qualche giorno fa.
Sono proprio modi antitetici di vedere le cose: per quanto mi riguarda posso stimare chiunque sodomizzi o si faccia sodomizzare da chiunque (oppure non stimarlo, ma in ogni caso non a cagione delle modalità di penetrazione adottate), ma anche un bacetto solo, quello, non lo posso tollerare o sopportare. Quale bacetto? Non quello Perugina. Quello a Totò Riina.

Sulla più profonda fedeltà

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Poi, dopo, tutti diranno che era chiaro. Nel mentre, con tutti dovrei, mi si dice, dimostrare questa 'fedeltà'. In fondo, nè a voi nè a me dimostrerò proprio nulla. Poi, dopo, per tutti sarà evidente. Per il momento,, mi prenderei una vita di assenza. Non mi si ricordi la morte. La conosco, prima che mia accada. Per il resto, mi ricordo quando ho cominciato a studiare filosofia. E il 'vecchio' mi hai chiesto che volevo fare. Se allora non ho saputo rispondere, in fondo so già cosa fare.


Se l'articolo del 'Corriere della Sera' ha fatto giustizia della rielaborazione italiana della favola della 'pietra di Unspunnen' e del suo furto, altrettanto non si può dire della presentazione mediatica che la 'federazione' ha fatto di questo evento.
Ho ricevuto, anonimamente, una 'grande' interpretazione della 'favola' della pietra e della sua sparizione. La posto qui, sottolineando che rara è la forza di riflettere sui simboli della 'federazione', e ancora più rara è la capicità di 'pensare' le 'favole.
Dove io non vedo, c'è chi vede.

"Davvero, una delle più grandi e attuali favole della storia di questo paese, o meglio, della con-federazione. Favola non concessa, favola rimossa con successo. Rimossa soprattutto oggi perchè si sa benissimo che senza gli attori di questo spettacolo, - che dura, nei tempi moderni, dal 1984, - non esisterebbe il cantone di Jura oggi.
I 'Béliers, organizzazione radicale dei giovani separatisti, sono riapparsi.

Per la prima volta, di nuovo qualche settimana fa, nella loro festa dei 'cavalli', a Saignelegier, [sono riapparsi] per disturbare il discorso di Blocher sulla nuova politica dell'asilo [per gli stranieri].
Di nuovo, ora, sono riapparsi per rubare la seconda volta questa pietra del 1805, simbolo di unità della con-federazione che, per i Beliers, non era, e non è, una 'con', ma una 'de'-federazione.

Nel 2001, grande miracolo, l'Unspunnenstein riappare.
Come [un regalo].

Oggi, di nuovo, manca la pietra di Unspunnen.

Dove sono, oggi, i rappresentanti della Svizzera, interessati agli interessi comuni, che ci riportano la pietra di Unspunnen?

Hanno tempo fino al 4 settembre.
Ma hanno altro da fare, si capisce: lavorano [tante ore] la settimana per questo paese.

E' ovvio che non possono pensare alle pietre. Sostanza, di cui è fatta la con-federazione. Le pietre coprono il 70 per cento del territorio di questo paese."

A E.

All'indomani del - si può dire? - "delirante discorso di Rimini", Gianantonio Stella ha firmato un articolo molto interessante sul Corriere della sera, in cui, con gustosissimo humour e una certa capacità di sintesi e di informazione, ricostruiva la rete di dissensi che si è costituita attorno al proclama del Professor Marcello Pera. In fondo, sostiene Stella, il Professor Marcello Pera sarebbe stato più realista del re, ovvero, scrive Stella, più papista dei papisti, più ciellino dei ciellini, dopo essere stato in passato, anche recente, più laicista dei laicisti, più garantista dei agarantisti, più giustizialista dei giustizialisti, più accanito dei più accaniti etc. etc. etc. Insomma, un fanatico.

Io vorrei fare solo due osservazioni, ovvero una integrazione e una correzione.

Stella costruisce tutto il suo articolo sull'abitudine del Professor Pera di cambiare a ogni più sospinto opinione:"il figlio del vecchio ferroviere insofferente alla rigidità coerente dei binari", "dibattuto tra Karl Popper e Heriberto Herrera", avrebbe appreso "dal secondo l'arte del «movimiento », che lo spinge a ubriacanti piroette impedendogli di stare un po' fermo sulle stesse idee".

Dichiarandosi il Professor Pera un seguace di Popper, si potrebbe presumere che egli operi "congetture e confutazioni", ma le congetture sono ipotesi e le confutazioni dimostrazioni: volendo limitarsi al "Proclama di Rimini", mi pare manchi, delle prime, proprio l'ipotesi, con l'umiltà e con l'invito a verificare, mentre della seconda, mi pare manchi, per così dire, l'impalcatura. C'era solo il palco. Certo, tra la spietatezza e l'audacia del grande pensatore e quelle dei fanatici c'è una differenza, a volte, così impalpabile, eppure, alla prova dei fatti, enorme, come pare sia emerso perfino a Rimini.

Ora, e qui ci metto l'integrazione, partendo da lontano, sui millepiani di questo blog, transitano alcune persone che hanno staccato, in tempi diversi, biglietti di sola andata da Pisa, alla volta dell'ignoto: come disse Condillac, a cui non ci è permesso paragonarci, il quale viaggiò sul tragitto opposto, da Grenoble fino a Parma, la conoscenza procede dal noto all'ignoto. Ora, quando, agli inizi degli anni Novanta, nessuno di quei biglietti era stato ancora comprato, ma già si dormiva in stazione, tornò a insegnare a Pisa uno dei più grandi filosofi della scienza italiani, un uomo che esprimeva quella parte della tradizione liberale italiana, che è scomparsa definitivamente quando tutti noi abbiamo ricominciato a sentirne parlare, ovvero quando è stata martoriata e prostituita dai vari Panebianco,Della Loggia, Urbani, Adornato, Ferrara, D'Arcais, dal Professor Marcello Pera, etc. etc. etc.

Fra le tante cose e, grazie al cielo, di certo una delle meno significative, Francesco Barone era stato il maestro del Professor Marcello Pera, il quale era divenuto il Professor Marcello Pera proprio grazie a Francesco Barone. Da allora, ma solo da allora, il Professor Marcello Pera votava in commissione di laurea contro tutti i laureandi del proprio professore. Questi errori capitano. E' successo in circostanze più gravi anche a autentici geni del pensiero occidentale, come Husserl, il quale mise in cattedra nella seconda metà degli anni venti un genio filosofico di ineguagliabile meschinità umana quale Martin Heidegger, il quale, a metà degli anni trenta, senza che glielo chiedesse nessuno, tolse dalla ristampa del suo capolavoro - che è il libro che scrisse per vincere la cattedra - la dedica che aveva messo al maestro, ebreo. Che miseria.

A lezione, commentando una volta un'opinione del Professor Marcello Pera, il vecchio Barone riassunse rigorosamente l'opinione specifica del Professor Marcello Pera, giudicandola sensata, e poi sorridendo, aggiunse qualcosa del tipo: "notoriamente, però, il Professor Pera, ogni cinque anni scrive un libro in cui troverete il contrario di quello che aveva scritto nel precedente".

Mi ha lasciato incredulo, lo confesso, nel Professor Marcello Pera, cogliere a distanza di così tanti anni una così ferrea coerenza tra la vocazione filosofica e quella politica: non credo, per altro, possa vantarne molte altre.

Su una cosa, però, mi dispiace, dissento indignato da Stella e dal suo tono canzonatorio: "il fatto è che Pera, quando sposa (volta per volta) una tesi, ci mette tanta enfasi (...).È il suo guaio: le piroette si notano di più". Ecco, a me pare che il guaio non sia che il Professor Marcello Pera ci mette l'enfasi: il guaio è che il Professor Marcello Pera non spiega più nel chiuso delle aule dell'Università di Pisa i sillogismi con "il comunista è illiberale" al posto del vetusto "Socrate è mortale", ma ricopre, per volontà di questo governo (che, del resto, aveva già schierato tra le sue fila fior di moderati, prudenti consiglieri e accorti statisti come Giuliano Ferrara, Sgarbi e Umberto Bossi), la seconda carica dello Stato. E' per questo, oltre che per ciò che dice, che si dovrebbe notare di più, se ognuno facesse, come dovrebbe, il suo mestiere. In caso di morte improvvisa o di impossibilità a svolgere ulteriormente i suoi compiti istituzionali da parte dell'attuale Presidente della Repubblica, il Professor Marcello Pera sarebbe chiamato dalla sua carica a sostituirlo fino a nuove elezioni, che tutti, ovviamente, ci augureremmo, in quel caso, fulminee.

Non si dimentichi, per altro, oltre alla chiamata allo scontro di civiltà dopo gli attentati londinesi ricordata da Stella, che il Professor Marcello Pera, poco dopo l'11 Settembre, in occasione del suicidio di quel pilota di aeroplani da turismo che si era schiantato sul Pirellone a Milano, diramò agli organi di stampa, senza chiedere informazioni o interpellare ministero degli interni, servizi segreti, esercito, a tacere ovviamente del governo e del parlamento, una dichiarazione che si era trattato di un attentato terroristico. Notizia che fece, ovviamente, subito spavento in tutto il mondo.

Ciò che mi indigna dell'articolo di Gianantonio Stella è il fatto che non solo non si sia menzionata la tragica eventualità che il Professor Marcello Pera potrebbe doversi trovare a fare da Presidente della Repubblica, ma anche che non si sia colta l'occasione di rilevare, per così dire, l'inopportunità che il Professor Marcello Pera prosegua nel ricoprire il suo incarico istituzionale perché incompatibile con il suo profilo intellettuale.

lancio del missile

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Un Meeting, nella accezione più diffusa ai miei tempi, era un fatto sportivo. L'atletica leggera è la ricerca della prestazione migliore. Nel nostro mondo incanaglito, purtroppo è anche il momento della più che probabile assunzione di doping.
Grazie a questa coincidenza lessicale posso, ogni anno, interpretare e sopportare il tradizionale sconcio riminese di CL, nel corso del quale, con atroce puntualità, migliaia di individui che parlano a vanvera fanno una orrenda violenza alla ipotetica figura di un certo Cristo.
Per ora, e siamo solo all'inizio, l'ineffabile presidente del senato Pera, ha raggiunto il record di scempiaggini. Ne sono quasi ammirato. Ma è solo l'inizio. Posso immaginare gli altri relatori rovistare nella peggiore spazzatura spiritual-nazionale-integralista per superare questa orrenda confutazione di se stesso. Riusciranno i nostri eroi di questa "atletica pesante", che sa di guerra e, novità di ieri, di autentico razzismo a superare il presidente dopato di cattolicesimo andato a male?

Dove l'ateo infierisce - ed insiste 'giustamente' - contro la professione di fede, oggi più di prima, io vedo e leggo una forza per chi crede.
Anche una debolezza che l'ateo nutre e nasconde. E di cui si nutre.
E una forza che il 'credente' non cerca più. Riceve 'troppo' semplicemente.

Quando invece, la forza di chi crede, di fronte chi non crede o non sa, non è l'affermazione obbligata, contrita e ripetuta, ma uno dei luoghi del 'pensiero', e non è nemmeno la 'giusta' reazione al 'giusto' sarcasmo dell'ateo, questa forza e questa 'dichiarazione', come la forza e la 'dichiarazione' dell'ateo, la sua umana violenza e la sua 'politica', il loro sarcasmo e la loro verità, la loro 'vertigine', tutto questo trova un luogo terzo. Senza nemmeno volerlo.

Questo 'luogo terzo', dopo il ventesimo secolo, porta tutti i nomi dei
'campi di concentramento'.

Dopo Nietzsche, e la sua vittoria, e la sua sconfitta, questo luogo 'terzo' è il 'luogo del pensiero'.
Insieme, luogo radicale dell'esperienza di 'fede' e dell' 'ateismo'.
Della 'teologia' e della 'filosofia'.

Filosoficamente, queste frasi sono assolutamente inattaccabili.
Lo sono anche 'teologicamente'.
Per chi la 'teologia' non la studia 'in seminario'. O non si ferma lì.

In questo senso, sarebbe arrivato il momento di 'lavorarci insieme'.
Senza che questo lavoro 'ci renda liberi'.
Appunto.

Il 'lavoro non rende liberi', nemmeno quello della scrittura e del pensiero.
Tutta la teologia e tutta la filosofia, nel loro dialogo necessario, sono 'prigioniere' del loro sarcasmo e della loro 'falsa' libertà.
Sarebbe tutto talmente diverso ed evidente se 'guardassero', insieme, la loro 'nuova' origine.

Disinformazione

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I giovani cattolici in terra di Cermania hanno aggredito e messo in fuga quattro persone che distribuivano preservativi. Tutto falso. Si riprendevano solo i loro cappelli.

Aumentare le dosi

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Francesco Totti, non è colpa sua, è stato richiesto di una opinione sulla questione del crocifisso nei luoghi pubblici. Inutile attendersi concetti originali. Ha dichiarato di portarlo sempre, che la sua squadra li ha nelle stanze a Trigoria e così via. Il culmine (del ridicolo) lo raggiunge quando afferma che è proprio il crocifisso a dargli tanta calma e serenità. Beh, sarà che l'amuleto dopo duemila e rotti anni di storia perde qualche colpo, ma a Totti, noto per le innumerevoli intemperanze durante il gioco e massimamente per la sua celebre interpretazione di un detto evangelico da lui tradotto con un "porgi l'altro sputo", consiglio di indossarne uno più grande, magari di grandezza naturale.

"L'ultimo" di Primo Levi

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"[...] L'uomo che morrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo alla rivolta. Si dice che avesse relazioni cogli insorti di Birkenau, che stesse tramando un ammutinamento simultaneo anche tra noi. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tedeschi non comprenderanno che la morte solitaria, la morte di uomo che gli è stata riservata, gli frutterà gloria e non infamia.
Quando finì il discorso in tedesco, che nessuno poté intendere, di nuovo si levò la prima voce rauca:
- "Habt ihr verstanden? - (Avete capito?)
Chi rispose "Jawohl"?
Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell'uomo in ciascuno di noi:
"-Kamaraden, ich bin der Letzte! - (Compagni, io sono l'ultimo!)

Vorrei poter raccontare che di fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l'ha ordinato. La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti agli ultimi fremiti del morente. Ai piedi della forca, le SS ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta, e ben compiuta. I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l'ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono stati. Possono venire i russi: non troveranno che noi domati, noi spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende.[...]

Alberto ed io siamo siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso. Quell'uomo doveve essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo. [...]"

Primo Levi, "Se questo è un uomo", dal capitolo intitolato 'L'ultimo'

Vivre à gauche, tenir

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Non c'è nessun luogo politico che dica, in fondo, quello che significhi 'vivre à gauche'. Oggi.
Né niente, né nessuno può sapere cosa abbia significato praticare questo 'nome' e questa 'frase'.
Di fronte i naufragi e di fronte i tradimenti, di fronte le lontananze e di fronte le assenze.

'Vivre à gauche' è quello che, oggi, non sappiamo fare, con tutta la sapienza e la memoria che abbiamo.

Eppure questa frase e questo nome continuano, ancora oggi, a dire qualcosa. Quello che non siamo.
Perchè questo nome e questa frase non significano e non vogliono dire 'essere di sinistra'.
Vogliono dire molto meno. E immensamente di più.

Vuol dire, in fondo, fare, sempre e in ogni luogo, la giustizia.
Esserlo.

E significa esserlo anche, e soprattutto, quando, prima, non ci siamo riusciti.
E quando tutto lo domanda.
Sempre.

'Vivre à gauche, tenir' non è una comunità.
La sinistra non la vuole.
La sinistra non esiste. E noi non la vogliamo come comunità.

'Vivre à gauche' è vivere nella passione della trasformazione, nel rifiuto, sempre, di ciò che sembra vero e non lo è, nella contestazione di ogni potere, nello sputo verso l'amico, nel silenzio, nella solitudine.
E' sapere dove la sconfitta ha ragione e dove la violenza ha più forza delle nostre ragioni.
E' tacere dove si può, dove si impara, e gridare dove si deve. E' gridare dove si deve. Sempre. Senza paura.
Ed anche sapere tacere, preparando la prossima rivolta.

E', anche, fare la rivolta dentro i nostri mondi e la nostra forza. E dentro la nostra debolezza.
Ed anche dire che abbiamo perso. Perchè non siamo stati giusti. O non siamo stati all'altezza.
Di come ci crediamo.

Dove non c'è niente di 'politico', dove nella forza della parole non sembra ci sia nulla di 'politico', lì, anche lì, risiede la forza di 'vivre à gauche'.
Dove sembra, oggi, non ci sia più nulla di politico, vivere in questo luogo significa, senza urlare e gridarlo, cercare, cercare sempre, cercare questa forza, dove essa non si mostra, dove è più nascosta, dove essa sembra non vivere di forza sua.

'Vivre à gauche' non basta. Bisogna 'tenir'. Bisogna attraversare, con la lucidità più radicale, tutto quello che sembra deserto, che sembra solitudine, che sembra crollo, separazione.

Ogni volta, dove c'è separazione tentare di riunire, dove c'è silenzio cercare di dialogare, dove c'è ingiustizia tentare di dire altro. Dove tutto sembra 'non tenere più' essere ciò che tiene, che rimette insieme, che vede, dove la 'città' scompare, essere la città che viene e che nessuno pensa.

Tenere, a sinistra, oggi, significa vivere e pensare le città. E quelle che verranno.
Quelle che non ci sono.

Vivere e tenere, 'a sinistra'.
Vivere è 'tenere'. A sinistra. E' la 'festa civile', in ogni luogo ed in ogni città.
Sì, dove tutto sembra dire il contrario, 'vivre à gauche, tenir' è una festa.
Di quello che verrà.

[...] L'avevamo poi raccolto, dopo che tutto era passato, nella sua piccola urna. Come ci aveva chiesto in quella lettera. Eravamo, ancora, completamente tramortiti dopo quello che era successo, e non riuscivamo, in nessuna maniera, a ricordare da quando tutto questo era cominciato. Avevamo anche provato a raccontarci tutta la storia, dall'inizio. Ma tutto sembrava, ci sembrava assolutamente incomprensibile. Il 'nostro' libro era stato sequestrato, senza che noi avessimo mosso un dito. 'Lui' era morto. Anche senza aver fatto nulla, sapevamo misurare perfettamente come fossimo responsabili di quella morte. 'Lui' aveva deciso di morire come ci avevano detto. E come avevamo letto sui giornali. Dopo, dopo la 'sua' morte, non riuscimmo a vederci più. Non era la prima volta.
Quando ci incotravamo per stada, una volta io, una volta lui, cambiavamo direzione.

[...] Quando poi, dopo aver bussato di porta in porta, avevamo deciso di ritornare a leggere il nostro libro, quando avevamo capito che tra tutte le scritture che 'loro' cercavano, tra tutti i pensieri che continuavano a scartare, senza pietà e senza alcuna valida ragione, solo per ripetere, senza orrore e senza angoscia, la loro vecchia abitudine di 'ferire', noi eravamo i loro 'scrittori' preferiti, quando avevamo capito che tra tutti i loro 'scarti' noi continuavamo ad occupare il centro di quella scena a cui noi non credevamo più, solo allora, proprio quando avevamo deciso di tornare a leggere il 'nostro' libro, senza che nessuno potesse 'giudicare' la nostra lettura, senza che nessuno potesse decidere, almeno nella lettura, cosa noi potessimo leggere e cosa no, cosa fosse giusto leggere e cosa no, cosa fosse corretto leggere e cosa no, cosa fosse intelligente leggere e cosa no, proprio allora qualcuno ci disse che qualcuno ci cercava. Noi sapevamo come e perchè fosse ormai tardi, e sapevamo anche, senza mai essercelo detto, come e perchè noi non attendevamo più nulla. Sapevamo, con la lucidità che attiene a chi ha vissuto, per un tempo senza misura, in quel luogo dove non serve misurare 'temporalmente' la propria solitudine, sapevamo che, in fondo, anche questo sarebbe dovuto accadere. E adesso, senza preavviso ma aspettandola da molto tempo, ci trovavamo di fronte una lettera. E questa lettera, che qualcuno ci aveva detto fosse indirizzata proprio a noi, era qualcosa che ci aspettavamo ma che non avevamo previsto. Qualcosa che sapevamo sarebbe arrivata, ma di cui, in quel momento, non riuscivamo a misurare le conseguenze.
Sapevamo perfettamente che 'quella lettera' veniva da 'lui'. Che era 'lui' che l'aveva spedita. Che lui l'avesse spedita, lo sapevamo con una coscienza che rasentava la perfezione e la certezza. Sapevamo che 'solo' lui l'avrebbe potuta spedire, prima di chiudersi in quella 'cassa' che, da vivo, aveva deciso fosse il suo definitivo, indifendibile, intollerabile, eppure perfettamente conseguente, 'luogo di giudizio'. Che qualcuno potesse dirci, proprio nel momento in cui avevamo deciso di tornare a leggere il 'nostro' libro, che qualcuno avesse anche 'solamente pensato' di poterci 'scrivere', tutto questo, più che la certezza che 'lui', e solo 'lui'', avesse potuto spedire quella lettera, era tutto questo che più ci disturbava. [...]

Quanto tira?

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Il dittatore, assassino e ladro Augusto Pinochet ha avuto un movente, per tutto quello che ha commesso. Premetto che si tratta di una aggravante e non di una attenuante. Insomma, pare che, come racconta oggi il giornale scalfariano dal quale attingo orrori su orrori senza stancarmene e senza capire quanto mi avvelenino, nel lontano "inverno australe" del 1973, la consorte di questo assassino e ladro si rifiutasse di compiere i doveri coniugali, ammonendo questo generale "senza attributi" a decidersi finalmente a ripulire il Cile dal comunismo. Quanto tira un pelo, dunque? Il carro, questa volta, non è di buoi. E' armato.

Emile Cioran

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dedicato ai miei maestri A. di anni 3 e E. di anni 2

"L'ironia deriva da un desiderio di ingenuità deluso, insaziato, che a furia
di fallimenti, s'inasprisce e s'invelenisce. Essa assume inevitabilmente
un'estensione universale; e se critica di preferenza la religione e la mina,
è perchè prova in segreto l'amarezza di non poter credere"

da "Squartamento" Adelphi

Perchè no?

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La Chiesa Cattolica dà il via ai saldi: alla Giornata Mondiale della Gioventù in Germania si offre, attenzione, "una indulgenza plenaria", ovvero "la totale remissione dei peccati". Il mio primo pensiero è stato quello di far finta di essere giovane, di mettere lo zaino in spalla e "lucrare" la mia indulgenza. Non si sa mai, può sempre servire. Poi ho pensato che, tanto, ci metto mezza giornata a commettere un numero sufficiente di peccati per finire nel più disagevole buco di culo dell'inferno. Sarebbe un viaggio faticoso ed inutile per un beneficio men che effimero. Però, se posso permettermi, un consiglio ai giovani cattolici lo darei: è una occasione unica. Allora, voi arrivate tutti belli e sorridenti, con quelle facce tra l'estatico e il beonzodiazepinico. Arriva la notte prima della grande celebrazione. Se magari vi annoiate o avete da tempo immemore la voglia matta di fare qualcosa di, ehm, non proprio conforme alla religione, allora quello, e solo quello, è il momento giusto, l'occasione da non perdere. Quindi, tutti i giovani, sorridenti ed estatici giovani cattolici che desiderino sodomizzare con il preservativo il proprio amico o la propria donna, o anche quello o quella altrui, potranno farlo. Tanto, la mattina dopo, basta contrirsi un pò, agitare le braccia cantando in coro inni al Signore, indossare il cappellino d'ordinanza con i colori vaticani e, magia, si è liberi dal peccato.
Ah, però, un avvertenza: non fate come a Roma. I preservativi, a migliaia, ve li prendete e li raccogliete, non senza farci un nodino, attenzione. Almeno fate i bravi cittadini, che con i crucchi non si scherza.

Già che ci siamo

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Enorme scandalo: hanno pubblicato un SMS si Anna Falchi, nel quale manifesta il suo amore per quel barilotto di denaro di Ricucci. Come usano dire le cronache politiche sono "insorti" i cosiddetti partiti del centrodestra. Ora, a parte il fatto che indubbiamente sarebbe stato meglio non pubblicare un SMS privato, non si può fare a meno di osservare che in esso ricorre uno di quei concetti che l'attricetta ha più volte espresso nelle riviste specializzate in cronache rosa. Si vuole limitare la ridondanza del messaggio, immagino. Fatto sta che a causa della intollerabile pubblicazione di questo inquietante messaggio nel quale la attricetta dichiara eterno amore al barilotto di soldi, ora il Presidente del Rinforzo dei Tacchi e dell'Innesto di Bulbi Piliferi intende limitare le intercettazioni ai reati di terrorismo e di mafia. Forse non ha letto le interessantissime intercettazioni del suo braccio destro, Marcello Dell'Utri: dovrebbe escludere anche i reati di mafia. Infine, dopo le intercettazioni che vanno vietate, la sega nord (partito etilico e delirante in maniera ormai abnorme) dichiara per bocca del suo ineffabile dentista che "il CSM non deve esistere". E allora, suvvia, facciamola finita: deleghiamo le camice verdi all'esecuzione delle indagini e dei processi. Siamo sicuri che con della semplice corda e del sapone sapranno bene come amministrare la giustizia.

Qualcuno ricorderà la meritoria rubrica di "Cuore" intitolata "Braccia rubate all'agricoltura". Ecco, sappiate che un certo Angelo De Mattia, indicato come il braccio destro del Pio e Telefonico Banchiere Fazio, ricopre nella Banca d'Italia il ruolo di "Direttore Centrale della Segreteria Particolare del Direttorio". Intanto, constato che dentro la Banca dura ancora la Rivoluzione Francese, visto che c'è un Direttorio. Poi mi chiedo se ci sia anche un Direttore Periferico di una Segreteria Generale del Direttorio medesimo e poi, già che ci sono, se ci sia pure un Direttore Particolare della Segreteria Generale e, sarebbe una scossa per i dati sulla disoccupazione, un Direttore Particolare della Segreteria Centrale. Oppure, per arrivare alla crescita del 10 per cento dell'economia, si potrebbe istituire un Segretario Generale della Direzione Periferica. Tutto, è ovvio, rigidamente nel Direttorio.
Allora, quando assaliremo e devasteremo, come orde inferocite di vandeani, questo covo di rivoluzionari di Via Nazionale? Più che altro per estirparne il ridicolo.

Amori in generale

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Si amano poche cose nella vita, perlopiù male. Il 'direttore' di questo "blog" mi ha invitato a continuare e completare in qualche modo un suo post dedicato a Franco Caccia, icona semisconosciuta ed eminentemente localistica del calcio di serie C, e in special modo di quello della città di Messina. Da quel momento, pensieri sparsi e indefiniti, domande senza risposta e dubbi di ogni genere si agitano in me. Innanzitutto, quando mi ha detto che qualcuno gli aveva a sua volta detto di avere omesso altri giocatori, come Catalano o l'impronunciabile Diodicibus (esiste, esiste, non è una geniale invenzione, anche se il tifoso medio lo storpiava volutamente in "Autobus"), mi sono chiesto se e come sia possibile rendere il significato di una mitologia minore, come quella di una squadra di provincia della metà degli anni 80. E sono passati venti anni.

Poco per sviluppare una compiuta mitologia grazie alla distanza che esalta la bellezza e nasconde le miserie. Troppo per potere stendere una cronaca "reale". Anche per questi motivi vi racconto fin da subito l'epilogo, come se fosse un peso sulla mia coscienza: Franco Caccia, l'uomo, l'unico mai esistito secondo me, che io vidi dribblare sulla fascia del Celeste un difensore del Cosenza palleggiandosi il pallone da una coscia all'altra, ha finito la sua carriera squalificato per una combine. In città tutti dicono che abbia pagato per tutta la squadra. Alcuni nostalgici sembra si siano decisi a fare ingresso nel suo tabacchino in una cittadina del centro Italia, per dirgli soltanto grazie, ma non sono sicuro che l'abbiano davvero mai fatto. Quando penso a lui, non mi sento tradito: faccio paragoni. A Celine, leggendone i libri, si riescono a perdonare le orride espressioni antisemite, la scelta fascista e quant'altro. A Franco Caccia, autore nel suo campo di altre, misconosciute mirabilie, vogliamo non perdonare nulla?
Non è un caso se proprio negli anni nei quali il gruppo di quelli che Franco Scoglio, prima di diventare un bolso commentatore da salotti televisivi, definiva "i miei bastardi", io scoprivo talune sottigliezze in generale dell'amore, solo che non potevo ancora usarle perchè tale raffinato corredo lo si apprende in un momento diverso rispetto a quanto lo si utilizza: quando l'amore finisce.
E così, mentre tento di dire qualcosa su una squadra che ho amato molto, occorre far conto che dentro di me dialogo sotterraneamente e in parallelo con un'altra incapacità a rendere eterni i sentimenti o i ricordi e che, se si vuole, il mio approccio (l'unica cosa forse comprensibile in tutto questo) è quello di chi ha perso un amore.
In quella squadra giocava Beppe Catalano, che poi giocò pure nell'Udinese. Aveva una faccetta da ragioniere, secondo me. Sua specialità, ma non l'unica, era piazzarsi sulla bandierina del calcio d'angolo avversaria quando si era in vantaggio e starsene lì per interi minuti con la palla sotto la suola, come una statua attaccata da eserciti di bambini, incurante e spietata.
Poi c'era Bellopede, libero elegante dalla faccia patibolare come diversi altri. Poi c'erano giocatori generosi e sconosciuti, oltre a un giovanissimo e ancora non miracolato dal mondiale Totò Schillaci. Ma uno dei casi più disperati e strani era costituito da Diodicibus, centravanti scarso quanto pochi, letteralmente incapace di controllare un misero pallone e che infatti segnava poco (tranne una quaterna contro il Monopoli, beh, non proprio una squadra impenetrabile, capisco), ma che qualche volta lasciava capire che dentro il suo corpo privo di classe e di coordinazione c'era qualcosa che pensava calcio, dato che più di una volta gli vidi fare, con l'istinto, delle aperture al volo degne di Platini o di Beckenbauer.
Niente, come tutte le mitologie di provincia, sono solo piccole nuvole mentali, che non portano a nulla, che non hanno un vero inizio ed una vera fine. Eravamo ancora abbastanza giovani da amare il calcio ingenuamente (adesso lo amo come una matura e bella, abile ma non innocente, amante) e quello che ci suscitavano quei giocatori e il gioco che ne era espressione non potrà essere replicato. Ma per ovviare a questo c'è il ricordo ed il rimpianto. Cosa che vale anche per quegli altri amori "paralleli", quelli dei quali ho taciuto.

Per la precisione

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Avete presente quando vi vengono a dire che avete manifestato a favore di Tizio e non di Caio, che siete strabici e sempre e soltanto antiamericani o cose del genere? Mi precostituisco un alibi: quando vedo il nuovo presidente dell'Iran o Al Zawahri, provo lo stesso medesimo disgusto che mi prende vedendo Marcello Pera o Bush.

Esiste la Svizzera? Che esista, è un'opinione molto diffusa, senza alcuna giustificazione. Chiedersi se la Svizzera possa rivendicare la sua esistenza, non è domanda cattiva. O senza giustificazione. Al contrario, chiedersi se la Svizzera esista, davvero, è una domanda svizzera, profondamente ironica, ma vera. Se, davvero, questo paese esiste, come si sforzano di confermarmi molte delle sue istituzioni, come vive? Come esiste?
Soprattutto: come oggi può esistere una certa idea della Svizzera?

Che la Svizzera esista, sempre uguale a se stessa e alla sua immagine, è la grande sconfitta di questo paese che mi ha accolto e riconosciuto per quello che sono.
Che la Svizzera sia immensamente più complessa e più difficile della sua immagine, sarebbe l'ora che i suoi pubblicitari riuscissero a vendere.
E, forse, sarebbe anche l'ora che i suoi politici riconoscessero.

Esiste la Svizzera? Esiste una politica in Svizzera?
Esiste una falsa idea della Svizzera?
Certo: esiste questa falsa idea, così come esiste una politica e una Svizzera, fuori dall'immagine che i politici della Svizzera, in maniera abracadabrante, continuano a spacciare come l'immagine del loro paese.
Per essere chiari: non esiste più una Svizzera neutrale, non esiste più un suo ruolo fuori dalle
dinamiche globali, non esiste più l'eccezione svizzera.
Esiste la Svizzera, esistono le svizzere e gli svizzeri.
L'eccezione svizzera, invece, è morta.
Tutta l'Europa festeggia.

Ed allora: quale Svizzera esiste? Esiste una Svizzera fuori da questa sua volontaria eccezione? Esistono le Svizzere? E, se esistono, come con-vivono? In che modo l'eccezione svizzera è stata condizionata dalla presenza degli stranieri come me?
Esiste unidentità svizzera senza la presenza degli italiani, dei turchi, degli slavi, degli arabi, degli stranieri?

La falsa idea della Svizzera che vogliamo mettere in questione, affonda le sue radici nei luoghi di una Svizzera che non ha esperienza dei confini, se non quelli interni.
E, dunque, non ne ha.
Per questo, per contestare l'idea falsa che si ha della Svizzera, racconteremo le esperienze dei limiti della Svizzera, dei suoi confini.
In qualche modo, ogni confine, in fondo, parla dei confini che segnano il territorio della Svizzera, al suo interno. La differenza che separa cantone da cantone è, davvero, un confine.
Nell'accezione più radicalmente filologica, confine significa: dove finisce qualcosa, qualcosa comincia, e comincia grazie alla fine di qualcosa: di un territorio, un potere politico, un luogo dove si parla una lingua.
Ma questo confine non è altro se non il luogo del patto con-federale, il luogo simbolico che lo mette in scena, la sua forza. Una comunità.

In questo senso, non ci sono cantoni dove il patto originario possa essere stato siglato. Come in un gesto primigenio. Se non storicamente.

Il patto confederale è in ogni confine, in ogni luogo.
L'originarietà della firma rinvia, necessariamente, al patto.
E il patto non è un patto di esclusione, ma, al contrario, la forza dell'inclusione.
La forza della con-federazione.

Proprio per questo, ogni gesto di rivendicazione di una originarietà del patto manca, radicalmente, la forza della con-federazione svizzera, la tradisce.

La Svizzera, di per sè, non esiste. Ma bisognerà dimostrarlo.
La Svizzera è un patto. E un gesto in-comune.
La Svizzera è, in fondo, la forma dell'Europa che verrà.

Ogni 'falsa idea' della Svizzera è una falsa idea dell'Europa che la Svizzera porta con sè.

Diario moscovita: l'eccezione - (3) finale.

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Il punto di equilibrio che Mosca mostra e costituisce, con la forza di cui è capace, è crollato. Mosca costituisce, ancora oggi, l'unico possibile 'transito' europeo verso l'Asia. Essa rimane, tra bordo e bordo, nella sua forza. E, nella sua forza, manifesta indiscutibilmente la crisi dell'idea stessa di 'Asia' che l'Europa continua ad avere.
Il crollo di questo 'ponte' costituisce, per dirla come la si dice oggi: 'geopoliticamente', la più grande tragedia per l'Europa di oggi.
Questa tragedia, che non è solo 'geopolitica', ma tangibile a livello sociale, la frantumazione di questo ponte, dell'unico ponte attaversabile per gli europei, non può essere misurabile oggi. Le sue conseguenze saranno misurabili solo nell'arco di diversi decenni.
Lo spappolamento sociale di 'Mosca' è lo spappolamento dell'identità europea e la manifestazione della sua assoluta 'nullità', della sua assoluta marginalità.
Se Mosca è più 'europea' di molte città europee, Mosca costituisce e manifesta la schizofrenia di ogni modello europeo, la sua non esportabilità. La sua inanità. Mosca è il nostro specchio, quello più nascosto.
Lo specchio che ci vergognamo far vedere agli 'ospiti'.
Mosca è l'ospite scomodo della nostra 'Europa'.

Nello stesso tempo, la forza di Mosca, di fronte ogni 'Europa' ed ogni 'Asia', si impone senza misura.
In ogni angolo di strada, in ogni ristorante per nuovi ricchi, in ogni infimo postribolo, come in ogni 'bordello a cielo aperto' che ha occupato gli angoli più belli di Mosca, in ogni infame 'secondo piano' di una qualsiasi discoteca, in ogni tenero parco coperto di neve, come in ogni terrificante stazione dove, devastati, stanno gli 'ultimi', davvero, di questo mondo, in ogni luogo, a Mosca, l'umano è lì.
Sempre.

Ogni angolo nascosto, ogni bagno, tutti i parchi, tutte le vie senza nome, ogni incrocio di metropolitana, ogni libro della biblioteca di stato, ogni uomo con il volto nel fango, ma davvero, ogni donna gettata nel centro della strada principale, nel fango della neve che si scioglie, ogni chiesa ortodossa, ogni coro, ogni candela, tutte le candele accese in ogni chiesa, ogni bordello conosciuto e ogni bordello nascosto, ogni università privata e tutta la immensa cultura che ogni russo e ogni russa porta con sè, tutto, ogni volta, assolutamente singolarmente, parla, sempre, della forza del popolo russo.

E della sua resistenza silenziosa. Della sua forza immensa. Della musica che ascolta.
Parla di un ponte distrutto.

E parla dell'immensa tristezza di tutti i russi. Assolutamente metafisica.
Di questo sentimento radicalmente 'tragico' che, forse, solo i siciliani possono capire fino in fondo.
Ma parla, anche, della fierezza.

Mosca parla di questa 'tragedia'. E di questa fierezza.
Dove si 'sperano' luoghi in comune, il deserto s'installa.
Nell'imminenza della sconfitta, nell'urgenza dell'esistenza, ogni scarto, ogni piega nasconde una forza che ritorna.

La memoria dei russi è senza misura.
La loro forza e la loro sconfitta non ha, ancora, una misura storica.
Non ha una scrittura.

Il cuore della Russia è Mosca. E Mosca è l' 'altro' cuore dell'Europa.
Mosca è l'unico 'luogo in-comune' che abbia mai conosciuto.

Messi(n)a

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Me ne sono accorto tardi.
A trentatre anni.
Nel nome della città dove sono nato, c'è il nome del 'messia'.
Ancora qualche post fa scrivevo: "Su 'Messina': squadra di calcio, tra il 1985 e il 1987, e luogo messianico, sempre."
Ma non avevo pensato a questa 'presenza/assenza nominata'.
A questo 'nomen-numen'.

Non significa niente, lo so. Ho troppa frequentazione della cattiva letteratura gnostica e, poi, falso-esoterico-etilica, per dare un valore qualsiasi a questa 'scoperta'.

L'assurdo che mi ha colpito è non averlo 'visto' prima, 'nel nome'.
Per il resto, come si sa, il 'messia' tarda ad arrivare, o a ritornare.
Chi 'conosce' Messina lo sa.

Fellatio reciproche

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Il neo presidente della RAI, l'ineffabile esponente della sinistra ministeriale romana Claudio Petruccioli, si è doverosamente dimesso dalla carica di senatore della repubblica. A differenza di altri colleghi del CdA della Rai medesima. Si viene però a sapere che ha scritto al presidente del senato, Pera, per rammaricarsi in modo particolare per il fatto di dover fare a meno della "rassicurante presenza" del Pera stesso. Ed a questo punto, con un ulteriore brivido lungo la schiena, a non sentirmi rassicurato sono io. Ma da quale guazzabuglio di osceni figuri siamo rappresentati? Meglio Mr Hyde, Frankenstein, il Diavolo in persona, di questi individui che, per citare Quentin Tarantino, si fanno i pompini a vicenda.

Elogio breve della politica a venire

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La vendetta è una delle fonti forti e prime della politica.
La politica che verrà, saprà dire, o forse nascondere, le infamie che il '900 ci ha portato in dono.

La politica che verrà, e a cui non parteciperò, pur amandola immensamente già da ora, saprà dire,
nel silenzio, della memoria e dell'indignazione, della verità e della menzogna.
Tutte chiamandole per nome.

La politica che ci sarà, sarà una pratica, come lo è sempre stata, ma lo dichiarerà,
con la forza che le attiene, già da subito.
Essa si distinguerà dalla politica del 'mio' novecento proprio per questo rifiuto e
per questa lontananza dalla 'rabbia' che ci occupa.

Toccherà, con mano, i nostri nomi. Come si toccano i nomi,
con pietà.

La politica che tra noi è già, sarà ancor più tra noi, e dentro di noi.
E farà del nostro corpo la sua frontiera.
Essa porrà, finalmente, la questione dell' 'assemblea sovrana'. E della libertà.

Anche se io non conosco questa politica che ci sarà, so già che essa sarà migliore di quella che vivo io.
Perchè, tra me e il mondo, non c'è politica che tenga.
Non c'è potere che tenga.
C'è solo 'dominio'.

Noi lavoriamo perchè questo dominio termini prima dell'arrivo di questa politica.

Bologna, 25 anni dopo

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Su 'Messina': squadra di calcio, tra il 1985 e il 1987, e luogo messianico, sempre.

Quando il dio Caccia sfiorava la 'palla', accarezzandola con il suo esterno destro, tagliando in due tutta la metafisica, nella tre quarti filosofica, ad attendere questa imponderabile frattura della 'previsione scientifica', stava il 'puer' con i suoi riccioli bagnati dal vento.
Totò, così lo chiamavano gli apocrifi, non era ancora quel 'profeta' che 'vedeva', attraverso i suoi occhi, il futuro dopo aver messo la palla in rete. Era il 'puer' che, finito di svuotare lo stretto con il cucchiaio, si lanciava a rincorrere, come Icaro, l'impossibile.
E tutto era sospeso, per un attimo, nel volo che il dio Caccia aveva impresso a quella 'sfera' che, in alcuni manoscritti ritrovati nel torrente Oreto, veniva chiamata 'pallone'.
Era la sospensione del tempo come 'chronos', l'istante prima dell'irruzione del 'messia'. Il tempo era sospeso, come se quella sfera rimanesse immobile, in volo, per sempre. Come se, finalmente, lo statuto del tempo potesse misurarsi non in ore, minuti o secondi, ma in metri, quelli che separavano i dieci metri prima del centro campo dalla tre-quarti avversaria.
Achille e la tartaruga.

Il 'puer' si risvegliava dal suo gioco e correva, come a sfondare i limiti del possibile.
E, come per miracolo, la 'sfera' cadeva esattamente tra i suoi piedi, lì
dove doveva cadere, come se la ferrea necessità della legge della causalità ontologica volesse ribadire la sua forza.
'Destino della necessità'.
Come se tutto fosse già inscritto, da sempre, nello 'statuto' della 'sfera'.
E tutto essa potesse contenere, tutte le forze del possibile e il loro esaurimento.

Invece il 'puer', sporgendosi oltre i limiti del 'possibile', ne mostrava la falsificabilità': convergendo al 'centro', in un gesto di rilettura di tutta una tradizione consolidata, stoccava da sinistra a destra, come se non ci fosse stata nessuna filosofia politica a obbligarlo. Non contavano più nè gius-naturalismo nè gius-positivismo.
Era l'irruzione dell'e-vento. Era 'gol'.

Fermo, come sempre, dieci metri prima della linea mediana, il dio Caccia guardava compiersi 'l'e-vento'.
E sorrideva, da lontano.
Anche questa volta 'legge e caso' coincidevano, il caos diventava legge, l'e-vento una teologia-calcistica. La crisi della 'memoria culturale'.
O, semplicemente, come ci ha insegnato Ernesto De Martino, l'inizio dell'apocalisse.

Il dito

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Pierferdi Bordelli ci ammonisce contro l'odio. Definisce "un macabro rituale" i fischi in piazza a Bologna. Questi cittadini, che non capiscono nulla, che sanno soltanto odiare. E tutto perchè un piccolo petardo, quello di certo non altrettanto macabro, ha fatto strage di ottantacinque persone e di centinaia di feriti. Un giorno la rabbia sarà vietata per legge. il "bon ton" innanzitutto, ci diranno. ci imporranno di guardare il dito, come il suddetto Bordelli, furbescamente ha fatto oggi. E la luna, ce la dimenticheremo.

Darwin

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Teocon ed affini come Rocco Buttiglione dovrebbero essere grati al grande teorico dell'evoluzione: è il loro residuo, seppur labile rapporto con l'umanità. Ci ripensavo sentendo il Bottiglione medesimo intervenire in difesa del banchiere telefonista Fazio, affermando che con le intercettazioni, tagliando e cucendo ad arte, si può far dire qualsiasi cosa a chiunque. Con una significativa eccezione: difatti, pur prendendo tutte le dichiarazioni del nostro progenitore-ministro, non riusciremmo in nessun modo a comporre una idea sensata e condivisibile. Insomma, lo scimmione bottiglione, detto con il rispetto e l'affetto che nutro per i primati proprio in quanto nostri progenitori comuni, è la plastica eccezione di quel famoso paradosso secondo il quale un esercito di scimmie che batta a caso sulla macchina da scrivere comporrà, prima o poi, una commedia di Shakespeare.

Il presidente a vita della Banca d'Italia è uno di quelli che vanno a commemorare, con la nobiltà romana e con i cardinali, la presa di Porta Pia, solo che lo fa dal punto di vista del papato. Si potrebbe fare un trasferimento, tipo calciomercato: dalla Banca d'Italia a quella Vaticana. Non sarebbe un modo per valorizzarne al meglio le qualità? Pensate ad un attacco composto da Marcinkus e Fazio.
Sono tutti pii e religiosi. Come nei migliori teoremi, si dimostra ancora una volta che non c'è migliore copertura per il malaffare che la contiguità con il mondo ecclesiale, ed infatti spunta anche un prete dei banchieri. Ah, quanto aveva ragione Bertolt Brecht, quando spiegava che il vero atto criminale non è rapinare una banca, ma fondarla.