
Vorrei anzitutto confessare che, per molti giorni, non mi è riuscito di postare niente sui primi attentati di Londra, nonostante avessi preso appunti e scaricato molti materiali. In seguito, altri eventi, vissuti con una malcelata urgenza che mi è ancora dentro quando ci ritorno con la mente, si sono a essi aggiunti, raggrumandosi su un fondo di pena e di malessere, che negli ultimi due giorni si è fatta ossessivamente oppressiva.
All'inizio di Luglio, avevo postato qualcosa sulle elezioni iraniane e, cogliendo un nesso con quelle inglesi di un mese e mezzo prima, avevo concluso così: «del resto, Corea docet: se si vuole continuare a esistere lungo l'asse del Male, nella giungla degli Stati canaglia, le armi di distruzione di massa bisogna sbrigarsi a farsele, non come Saddam, che, appunto, non ce le aveva, come oramai sanno anche gli elettori inglesi, i quali disgraziatamente preferiscono continuare a votare sulla base di altre considerazioni, in questo magari più simili a quelli iraniani di quanto riescano a immaginare».
Di certo, non mi auguravo che qualche giorno dopo qualcuno intervenisse a spezzare questo cortocircuito, ammazzando più di cinquanta persone a Londra. Ho riannodato queste fila insieme, ma non sono riuscito a vedere nel loro nesso una profezia: la voce della profezia rischia di fare la stessa fine di quella di Padre Pio in uno degli ultimi post del nipote dello zio. Ho visto, però, in quel nesso un'obbligazione a continuare a scrivere, ovvero a tessere fila e verificare di continuo la capacità di cattura della modesta tela, che filiamo con le energie del nostro impegno.
Quello che penso lo voglio dire subito, perché non l'ho incontrato nei commenti che ho cercato, e tuttavia lo vedo amaramente confermato da questi ultimi due giorni: non mi vergogno di apparire un utile idiota di Bin Laden, perché credo che di idioti, utili e inutili, a guardare bene tra le prime parti e i comprimari, ce ne sono di più insigni.
Ho aspettato alcuni giorni nella speranza di trovare scritto da qualche parte ciò che mi pareva ovvio, ma mi sono dovuto rassegnare: non è tempo per le affermazioni sincere e aderenti ai fatti. Qualche audace, ma forse sarebbe più giusto dire qualcuno che può permetterselo, come Eugenio Scalfari, ha detto almeno che si è trattato di una sconfitta della intelligence e della prevenzione. E' qualcosa di più: è una sconfitta politica. E' una sconfitta culturale. E' una sconfitta dell'informazione. E' una sconfitta della democrazia, che certi signori non si vergognano di pretendere di incarnare, solo perché lo fanno mettendosi a confronto con dei fuorilegge.
1. Il governo del solo paese che, insieme agli Stati Uniti, è militarmente impegnato in Irak ininterrottamente da quattordici anni e mezzo: guerra del Golfo, embargo e no-fly zone, con periodici bombardamenti oltre la zona suddetta a caccia di armi di distruzione di massa, infine guerra in Irak, falsificazione di documenti e di comunicazioni al Parlamento per imporre la guerra, morti propri, diversi per fuoco amico, poi parecchi per attentati. Questo governo ha abbassato all'intorno delle elezioni il grado di allarme sul proprio territorio, e all'indomani dell'attentato ha fatto dichiarare che non c'erano state segnalazioni che potessero fare pensare a ciò che poi è accaduto. Che cosa avesse Tony Blair più di Aznar è un mistero che neanche Tony Blair può spiegare: c'è infatti dell'incoscienza.
2. L'Inghilterra è stata colpita il giorno della sua massima esposizione mediale mondiale: presidenza di turno dell'Unione Europea da neanche un mese, Paese ospitante del G8 e dichiarato paese ospitante delle Olimpiadi del 2012 subito prima dell'attentato, a pochi giorni dai festeggiamenti per la fine della seconda guerra mondiale (che, tra parentesi, non ho capito perché la festeggiano due mesi dopo la capitolazione della Germania e due mesi prima di quella giapponese: ma chi erano i nemici del Regno Unito durante la seconda guerra mondiale? Di sicuro, c'è una spiegazione, c'è sempre una spiegazione in questi riti politici, fa parte del rito). La capitale del Regno Unito è stata sguarnita di polizia per proteggere i G del mondo, eppure Bush è rimasto ugualmente, ma leggermente ferito. Appena arrivato, come egli stesso ha raccontato in seguito in conferenza stampa, ha preteso una bici, si è lanciato a folle velocità per i pendii del castello, lì, dove stavano, ha investito uno dei poliziotti spediti lì a tutela dei G., il quale è finito in ospedale. Questa gente va protetta anche da se stessa.
3. Nella sua prima intervista dopo gli attentati, il capo del governo britannico ha, fra le altre cose, osservato: «probabilmente, la soluzione a questo tipo di terrorismo non può venire unicamente dalle misure di sicurezza. Di questo non ho mai dubitato». Intanto, mi domando, che cosa ci stia allora a fare il «probabilmente». Sui dubbi, penso che purtroppo ne abbia soppesato pochi. Che cosa abbia ordinato in più, questo mi interessa davvero.
4. All'indomani dell'attentato del 7 Luglio e il giorno stesso di quello del 21 Tony Blair ha fatto due volte il verso alle Brigate: 'rivendichiamo l'attentato', 'Io non c'entro'. Mi dispiace, ma io non so come altro interpretare l'affermazione, di cui Blair si è reso responsabile, secondo cui non esiste un nesso tra gli attentati di Londra e la guerra in Irak. Salvo, poi, aggiungere che rimane con i suoi alleati in Irak: quale è allora il nesso tra gli attentati a Londra la dichiarazione di volontà di rimanere in Irak? Questo è un'altra vittoria del terrorismo: instillare nei nostri governi il terrore che gli errori commessi possano essere usati contro di loro. Provo pena per il popolo inglese, che non ha una alternativa a questo Chamberlain.
5. Nella guerra al terrore, il numero delle vittime è stato centellinato per giorni e giorni con una disgustosa ipocrisia, lungo un arco di tempo che si è prolungato oltre ogni ragionevole sopportazione umana. Dieci ore dopo le esplosioni, le autorità parlavano ancora di due morti e settecento feriti: almeno quattro violente esplosioni che avevano sventrato treni metropolitani e un autobus a due piani in una metropoli in pieno mattino: immagini a ripetizione del martoriato autobus. Sangue e schegge sulla parete della casa di Dickens. Gli ospedali delle zone accettavano solo persone coinvolte negli attentati. Due morti. Ma chi è l'anima pia o il deficiente, che, ascoltando una notizia del genere, ci crede? Quanto deve essere grande la nostra disperazione per credere una menzogna di queste sproporzioni? Se queste sono le armi di cui disponiamo per non farci terrorizzare, sono armi che rivolgiamo contro noi stessi.
6. Per giorni, è stata riportata come notizia l'immagine del popolo che non si lascia intimidire e continua la propria vita di sempre, che non cambia le sue abitudini, che si ferma a prodigare soccorso, aiuto e conforto alle vittime degli attentati. Regina e altri hanno ricordato che già con i bombardamenti aerei nazisti e con l'Ira sono usciti vincitori senza cambiare le loro abitudini. Un idillio. Qualche tentativo di raccontare paure è stato presto relegato nell'idilliaca costruzione mediatica. Eppure, il giorno dopo, una segnalazione ritenuta attendibile, ma falsa, aveva portato all'evacuazione di trentamila persone a Birmingham: siccome il terrorismo islamico non ha prodotto effetti, devo pensare che si temeva di aver avvistato al largo di Dover uno stormo di caccia della Luftwaffe. Che cosa rimane di questa farsa mediatico-politica quindici giorni dopo?
7. Due giorni dopo, a Baghdad un attentato ha ammazzato novanta persone. Quasi il doppio che a Londra, ma era una notizia di spalla. Eppure, il governo irakeno ha reso noto subito, come sempre, che cosa era successo, e quanti morti aveva patito questa gente martoriata. Da questo punto di vista, ha vinto Blair: in Irak, c'è finalmente una democrazia. Il prezzo da pagare è l'aggiramento e oscuramento di quella britannica.
8. Oggi in Egitto sono morte altre novanta persone. Ma non era una notizia di spalla. In Egitto, in quella località, ci andiamo noi europei in vacanza: era noi che volevano colpire. La notizia campeggia sulle prime pagine a edizione straordinaria da tutto un giorno. Non ho nulla da obiettare al fatto che ci si occupi con attenzione particolare di ciò che può più «direttamente» interessare il proprio pubblico. Ma allora, nelle sigle dei telegiornali, non facciamo più roteare il globo terrestre, quasi che ci interessasse il mondo a tutto tondo, altrimenti si veicola l'illusione che ciò che ascoltiamo ai tg o leggiamo sui giornali sia ciò che accade nel mondo. No, è solo quello che ci interessa. E nei modi che Leibniz diceva propri della monade: la monade è uno specchio dell'universo, ma solo ciò che le sta più vicino o che è più grande lo percepisce e rappresenta distintamente, il resto confusamente. La monade televisiva è un po' più miope: ciò che ci è più vicino lo crediamo anche più grande, anche quando la matematica ci dice il contrario.
9. I morti di Londra, quelli di Baghdad, quelli in Egitto sono vittime di politiche fallimentari e disgraziate: quella del terrorismo e quella della «guerra al terrore». La politica a corto raggio è sempre indietro rispetto ai danni che procura. Perché ha la vista corta.
10. Ancora una settimana dopo, uno diceva che erano attentatori suicidi, l'altro diceva che forse no, s'erano sbagliati ed erano saltati insieme all'esplosivo.
11. Questa mancanza di chiarezza reca sfiducia e diffidenza nei confronti delle autorità che le democrazie liberali deputano alla sicurezza e al governo di un paese. Perdiamo fiducia nei confronti delle istituzioni per i loro errori, ma se li denunciamo, ecco che passiamo dalla parte del nemico. Uno slogan sovietico: glasnost.
12. Dopo gli attentati, qualcuno si è affrettato a sospendere il trattato di Schengen.
13. L'Inghilterra ha approvato tecniche israeliane di prevenzione del terrorismo suicida: non più per immobilizzare, ma per impedire la benché minima possibilità di azionare dispositivi di detonazione, si spara alla testa sulla base del sospetto. Tecniche sopraffine, bisogna andare proprio così lontano per impararle? Dotte discussioni di professori del College di qua e del College di là sugli aspetti tecnici di questa normativa e della tecnologia interessata hanno raggiunto anche le colonne dei giornali italiani. Avessi trovato qualcuno che osservasse: ma se ci dotiamo di tecniche israeliane, vuol forse dire che andiamo, per questo rispetto, nella stessa situazione di Israele? Non c'è da angosciarsene? In Israele, forse qualcuno penserà che così finalmente potremo capire di più, potremo finalmente anche noi, che in fondo passiamo per essere dei simpatizzanti dei palestinesi, immedesimarci nella tragedia del popolo di Israele. Ma c'è differenza tra mettersi nei panni dell'altro, e farseli cucire addosso. A me, mi si perdoni, questi abiti stanno stretti. Ed è perché non li indosso che posso immedesimarmi: perché se sono nella stessa situazione non devo fare nessuno sforzo di intelligenza o di immaginazione.
14. Il sospetto terrorista suicida neutralizzato con colpi alla testa era innocente. Il sospetto terrorista suicida neutralizzato con colpi alla testa era innocente. Come le vittime degli attentati.
15. Come Nicola Calipari.
16. Ma non lavorava per i servizi segreti di uno stato alleato, non era un «eroe». Stasera sul sito di Repubblica la notizia stava un po' in basso. Dopodomani, forse, sarà stata cestinata.
17. Abbiamo assassinato un innocente, uno che non c'entrava niente. Uno che è morto, perché il suo abbigliamento è stato ritenuto «sospetto». A meno che non si tratti di accompagnare la mia ragazza a Dublino prima che lasci definitivamente l'Europa, io non ho nei miei programmi di andare nel Regno Unito. Ho tante altre cose da vedere, prima. Ma se devo, per amore, vorrei sapere come mi debbo vestire, naturalmente se con ciò le autorità non ritengono di dare un vantaggio ai terroristi. Nel qual caso, possono controllare la mia posta e mettere sotto controllo i miei telefoni.
18. In un paese arabo non distante dagli scenari di terrore quotidiano dell'Irak, scosso da tensioni politiche e religiose che raggiungono anche la nostra mediocre informazione quando si tratta di riferire delle annunciatrici con il velo, un paese il cui ambasciatore a Bagdad è stato rapito e subito assassinato da terroristi: noi ci continuiamo ad andare in vacanza. E ci moriamo, senza meritarlo, o, ci salviamo, grazie al cielo, come una coppia intervistata dalla televisione tedesca. Una coppia: inglese. E' possibile che questa povera coppia abbia confermato il primo ministro alle ultime elezioni.
19. Infine, casa nostra, sulla faccenda delle restrizioni alla libertà. Trovo ragionevole l'invito di Panebianco sul Corriere di oggi a discutere «punto per punto, provvedimento per provvedimento», ma ipocrita la connessa polemica con chi continuerebbe, invece, a fare «affermazioni perentorie sulla necessità di non sacrificare le libertà alla sicurezza». Penso, infatti, che anche il pragmatismo, che egli invoca, presuppone l'accettazione di un'affermazione perentoria e di principio, nel suo caso, la seguente: «superata una certa soglia di insicurezza, attentati, morti, la libertà viene immolata al bisogno di sicurezza». Proprio l'allusione al sacrificio, per altro, dà l'idea di un rito che è comune e condiviso, attorno a cui tutti si trovano uniti e si riconoscono: si tratta di un linguaggio e di mitologie molto usate in politica, ma di cui è sempre bene anche che qualcuno dubiti. Ma in una democrazia è bene che non la pensino tutti alla stessa maniera o non, Professor Panebianco? Quando poi fra i sacerdoti del culto c'è Calderoni, che propone di dichiarare lo stato di guerra per poter approvare leggi altrimenti impopolari, si può proseguire a ragionare sull'argomento solo operando una rimozione: parlo proprio di una rimozione psicologica, quella ministeriale sarebbe inutile chiederla.
20. Quello che questa gente mi insegna mi pare che lo stato di eccezione è la ragion d'essere della democrazia liberale. Essa poggia sulla finzione di un originario stato di eccezione, da cui essa scaturirebbe per necessità, e ha sempre in vista l'effettività di uno stato di eccezione come forma
21. Parlare di un problema di restrizione o «compressione», come scrive altrove Panebianco, delle libertà individuali, a me pare falso: a me, tutte queste leggi non mi restringerebbero un bel niente. Io non ho problemi a farmi controllare la posta elettronica. Fate pure: quello che penso lo dico, e qua pure lo posto. Il problema è se il mio governo, compresi gli ex affiliati a logge massoniche, i suoi rappresentanti, compresi i predicatori di odio del varesotto, le forze dell'ordine, comprese quelle di Bolzaneto, quelle parallele, su cui ha già detto il nipote dello zio, i rappresentanti dei servizi segreti, compresi quelli di piazza Fontana, di Bologna, dell'Italicus, di Peteano, di Ustica, e quelli che hanno confezionato prove false e commesso false testimonianze nei processi relativi e non ci voglio mettere l'eccetera, perché i morti non sono eccetera, sono in grado di garantire a ogni singolo cittadino che i suoi dati non subiranno trattamenti al di fuori dei limiti stabiliti.
22. Pare che sulla faccenda, quale onore, si sia speso sul Corriere anche un campione delle libertà e dei diritti dei popoli di nome Henry Kissinger - quale garanzia - il quale avrebbe posto la seguente domanda: «che ne sarebbe della libertà se ad esplodere a Londra, Roma o Parigi fosse una bomba nucleare?». Trovo significativo che non si parli più di attacchi chimici o di armi biologiche. La risposta la attendo dal signor Kissinger, dai suoi predecessori (se qualcuno ancora è vivo), e dai suoi successori: essi appartengono all'unico paese al mondo che con una bomba atomica ha cancellato dalla faccia della terra duecentomila civili, cioè duecentomila innocenti. Appartengono anche in questa cosiddetta «guerra» al terrore alla sola potenza del mondo occidentale e alla sola forza tra quelle in gioco, che ha osato minacciare l'uso della bomba atomica. Non mi stupisco che continuino ad avercela in bocca. Ciò che mi stupisce è che credano ancora che possa esserci un distinguo tra Occidente e suoi nemici sul suo uso. Non c'è, mi dispiace.
Postato da mario alle 17:42