Luglio 2005 Archives

Pacchetti sicurezza

| No Comments

Sembra, se non ho letto male, che il cosiddetto "pacchetto sicurezza", varato con l'unico intento di dire un giorno che qualcosa si era fatto esclusa l'unica cosa utile (ritirarsi dall'Iraq), preveda il raddoppio delle pene per chi indossa veli, chador e altri deliziosi strumenti per la copertura della donna islamica (personalmente di ciò mi duolgo, ma se è una scelta LIBERA la accetto a malincuore). Chissà ancora quanto dovremo concedere alla idiozia isterica di chi ci vuole spiegare che in questo modo si possa arrestare alcunchè.
Ah, pare che si possano anche perseguire i portatori di caschi integrali. A prescindere dalla religione?

Differenze - come un preludio 'assembleare'

| No Comments

a Gianfranco
come un dialogo

j.e p.

In linea generale, non esiste 'salvezza' in nessuna 'assemblea'.
L'assemblea non discute, se non raramente, della propria salvezza. Nè della salvezza di alcuno o di alcunchè.
L'assemblea sovrana, nella sua assoluta sovranità, sembra un tautologismo ma non lo è, discute, sempre, del 'futuro'.
Il suo.
Mai della 'salvezza'.
L'assemblea, o 'pone le basi del suo futuro', o non è.

Questo termine - assemblea -, in ogni senso, richiama sempre, e rinvia ad un'esperienza 'politica'.

Non c'è nessuno che non abbia 'assistito' ad un'assemblea.
Anche questo può sembrare banale, ma non lo è.
Perchè assistere ad un' 'assemblea' è 'partecipare' a quell'assemblea.
E questo è un altro punto aporetico.
Un punto che attiene, esattamente, alla statuto 'assembleare'.
O meglio: questo è il punto che mette in questione i due termini.
'Assemblea' e 'sovrana'.
L'assemblea è SEMPRE sovrana, di se stessa.
Lo è SEMPRE.

Ma in nessuna maniera questo le garantisce una 'sovranità' che vada 'oltre' il suo 'presentarsi'.
Al contrario, il più grande nemico dell' 'assemblea', e la sua più grande forza, risiede nel 'non pretendere nulla' se non se stessa, per sempre.

L'idea stessa di 'sovranità'' classica è totalmente 'estranea' all'assemblea.
Nel senso che essa non punta a nessuna 'continuità'. Se non quella della messa in questione di ogni continuità.

Direi così: mentre la sovranità è il canone, l'assemblea è 'ciò che si vorrebbe canone'.
Sapendo che ciò sarebbe la sua fine.

Essa dunque, per essere 'sovrana', dovrebbe, appunto, 'decidere' sullo 'stato di eccezione', essendo, al contempo, lo stato di eccezione stesso.
Ma essendo, di per sè, la contestazione stessa di ogni 'decisione', dovendo essere chi determina dove finisce lo 'stato di eccezione' e dove comincia la 'dittatura', la nuova 'sovranità', la 'scelta', essa NON PUò DECIDERE SU NIENTE se non su ciò che può 'determinare', senza costituire sovranità.

Tutto il novecento 'assembleare' è questa lotta e questa sconfitta. Ed è la mia, quella che io con-divido di più.

Nello stesso tempo, c'è un luogo in cui l'assemblea sovrana 'decide'. Non solo di se stessa. Ma 'decide' di 'tagliare' con la sovranità stessa.


segue e ritorna

"[...] Quando poi anche lei si era 'ritrovata' di fronte la morte, senza che la 'morte' avesse avvertito chi colpire - e meno che mai chi l'attendeva -, quando poi anche lei, lentamente, si era ritrovata di fronte ad un morto e a [xxx] qualcuno che guardava 'quotidianamente' la morte - e che, dunque, 'sputava' sulle 'carcasse' vuote che vedeva intorno a lei, me compreso - anche lei, la mia amica, mi aveva detto, anche lei esposta alla morte, che non l'avrebbe mai creduto. E che nessuno l'avrebbe creduto.
Ed in effetti, nessuno l'avrebbe creduto.
Salvo io e il mio amico. Con cui, invece, continuavamo a ripeterci che la follia assedia ogni fibra intima del 'mondo' - come lo chiamano -, dell'umano, come si dice.
Nessuno l'avrebbe creduto, salvo io e il mio amico. Che eravamo 'sistematicamente' assediati dalla 'morte', dalla 'follia' e dalla 'forza' che viene da questa 'visione'.
Nessuno l'avrebbe creduto, salvo io e il mio amico, con cui non avevamo 'mai' toccato l'argomento, 'per così dire'. 'Argomento' che tutti, comprese le persone che amo, avevano archiviato come una cosa 'assurda', 'incomprensibile', 'inspiegabile'.
E tale era infatti.
E, come ha continuato a spiegarmi il mio amico, mentre rimaneva nella sua 'rianimazione senza fine', è proprio questo 'assurdo', questo 'incomprensibile' e questo 'inspiegabile' che costituisce la trama profonda di quello che continuiamo a nasconderci. Come mi diceva il mio amico, proprio questa trama 'assurda ed inspiegabile' costituisce l'unica possibile via della scrittura.
Tutte le volte che io facevo valere la 'mia forza', il 'mio in-comune', era lui che mi spingeva a vedere più chiaramente, senza mai dirmi che 'non era vero' quello che io dicevo.
Era sempre, sistematicamente, ritornare in quel luogo dove ero rimasto per anni, senza muovermi di un millimetro. Sporgendomi, quanto più potevo, dentro questo 'assurdo', questo 'inspiegabile', questo 'incomprensibile'.
Tutte le volte che 'lo' incontravo, in fondo, non facevo che mimare il gesto di liberazione che lui aveva compiuto: quello di attraversarlo 'sino in fondo', senza chiedere nulla e niente.
Anche quando, poi, ci siamo 'dovuti spiegare', ho sempre raccontato, come lui mi ha chiesto, di ciò che accadeva 'intorno'.
Che, poi, in fondo, è quello che 'tutti' chiedono, proprio per dire che quello che accade, ciò di cui non si parla, è 'assurdo', 'inspiegabile', 'incomprensibile'.
Non c'è, in fondo, una sola morte che sia 'comprensibile'.

Anche il mio amico non era riuscito a fare diversamente. Solo che lui, diversamente da altri, era riuscito a 'sfuggire' alla morte. L'aveva 'imbrogliata'.
E 'vedere' raccontata la 'propria morte' è qualcosa a cui non si sfugge.
Mentre per anni abbiamo festeggiato il suo 'compleanno', io sapevo come lui fosse attanagliato dalla curiosità di sapere come lui 'morisse' per chi era 'intorno alla sua salma'.
Mentre io ero l'unico che continuava a pensare che lui 'non sarebbe morto', proprio perchè l'avevo visto morire troppe volte, tutto intorno tutti 'parlavano' della sua morte.
E, per anni, non hanno fatto altro.
Non hanno fatto che parlare, per anni, di come tutto questo fosse 'assurdo', 'incomprensibile', 'inspiegabile'.
Quando, invece, è quanto di più 'normale' ci possa essere.
Proprio di fronte a ciò che più sembra 'incomprensibile', 'inspiegabile', 'assurdo', la nostra 'morte' diventa l'unica cosa 'degna' con cui 'scrivere', l'unico senso della scrittura, l'unica 'follia' che renda 'sana' questa miseria dove siamo. [...]."

segue

"[...] Tutte le volte che ci chiedavamo, dietro le lunghe righe che ci leggevamo, quale dei nostri interlocutori e dei nostri 'amici' fossero rimasti in 'quel' luogo che avevamo cominciato a frequentare 'da giovani', tutte le volte che, pagina dopo pagina, riga dopo riga, rimettevamo insieme i frammenti di quel libro che avevamo provato a scrivere insieme decine di volte - tutte le volte miserabilmente fallendo e ancora più miseramente promettendoci di scriverlo la volta successiva -, tutte le volte che facevamo un nome o, ancora più miserabilmente, lo tacevamo, era sempre in quel bianco di spiaggia che andavamo a cercarli, uno dopo l'altro, tutti quei fantasmi che ci circondavano.
Tutte le volte che li chiamavamo, in quel bianco di spiaggia che cambia sempre, immancabilmente, cambia spietatamente forma, ogni anno, ogni estate diverso, e che soffoca, stretto da due mani di mari, tutte le volte che volevamo stanarli, tutte le volte, senza pietà alcuna nei nostri confronti, loro cambiavano luogo e nomi, diventando altro, come se, in maniera intollerabile, non riuscissero a 'tenere' almeno uno, uno solo dei 'loro' luoghi.
Non era una 'fuga', almeno questo lo avevamo capito.
Era la paura della 'morte' che avevano visto in noi.
Tutte le volte che 'loro' cambiavano 'nome', noi li riportavamo in quella spiaggia, e li sgozzavamo come capretti sul banco della loro macelleria 'quotidiana', a cui nè io nè lui ci eravamo voluti piegare. E mentre tutto sembrava indicare che non era così, mentre tutto dimostrava il 'contrario', noi sapevamo, su quella spiaggia, che tutto era 'morto' tranne 'noi', e che quelle pagine che nostro 'zio' continuava a scrivere anche 'dopo' morto non erano, in nessuna maniera, un' 'estinzione', ma erano la 'loro' estinzione. E sapevamo che quelle pagine, di cui avevamo riso spesso, non erano per nulla uno 'scherzo', ma erano un 'riso sovrano' di fronte quella 'morte' che 'loro' avevano scelto, perchè non avrebbero saputo fare diversamente.
Tutte le volte che la violenza e il sarcasmo avevano tagliato a metà la loro gola, in quella striscia di sabbia che cambia sempre forma, tutte le volte che, braccati, uscivano dalle loro topaie per chiedere pietà del 'non aver detto', era la 'nostra morte' che noi vedevamo davanti. E contro di essa ci accanivamo.
Così come avevamo fatto l'uno contro l'altro, quando era servito, quando l'uno riconosceva nell'altro la 'sua' estinzione, la sua fuga, la sua infamia e la sua 'origine'."

Schegge londinesi

| No Comments

Vorrei anzitutto confessare che, per molti giorni, non mi è riuscito di postare niente sui primi attentati di Londra, nonostante avessi preso appunti e scaricato molti materiali. In seguito, altri eventi, vissuti con una malcelata urgenza che mi è ancora dentro quando ci ritorno con la mente, si sono a essi aggiunti, raggrumandosi su un fondo di pena e di malessere, che negli ultimi due giorni si è fatta ossessivamente oppressiva.

All'inizio di Luglio, avevo postato qualcosa sulle elezioni iraniane e, cogliendo un nesso con quelle inglesi di un mese e mezzo prima, avevo concluso così: «del resto, Corea docet: se si vuole continuare a esistere lungo l'asse del Male, nella giungla degli Stati canaglia, le armi di distruzione di massa bisogna sbrigarsi a farsele, non come Saddam, che, appunto, non ce le aveva, come oramai sanno anche gli elettori inglesi, i quali disgraziatamente preferiscono continuare a votare sulla base di altre considerazioni, in questo magari più simili a quelli iraniani di quanto riescano a immaginare».
Di certo, non mi auguravo che qualche giorno dopo qualcuno intervenisse a spezzare questo cortocircuito, ammazzando più di cinquanta persone a Londra. Ho riannodato queste fila insieme, ma non sono riuscito a vedere nel loro nesso una profezia: la voce della profezia rischia di fare la stessa fine di quella di Padre Pio in uno degli ultimi post del nipote dello zio. Ho visto, però, in quel nesso un'obbligazione a continuare a scrivere, ovvero a tessere fila e verificare di continuo la capacità di cattura della modesta tela, che filiamo con le energie del nostro impegno.
Quello che penso lo voglio dire subito, perché non l'ho incontrato nei commenti che ho cercato, e tuttavia lo vedo amaramente confermato da questi ultimi due giorni: non mi vergogno di apparire un utile idiota di Bin Laden, perché credo che di idioti, utili e inutili, a guardare bene tra le prime parti e i comprimari, ce ne sono di più insigni.
Ho aspettato alcuni giorni nella speranza di trovare scritto da qualche parte ciò che mi pareva ovvio, ma mi sono dovuto rassegnare: non è tempo per le affermazioni sincere e aderenti ai fatti. Qualche audace, ma forse sarebbe più giusto dire qualcuno che può permetterselo, come Eugenio Scalfari, ha detto almeno che si è trattato di una sconfitta della intelligence e della prevenzione. E' qualcosa di più: è una sconfitta politica. E' una sconfitta culturale. E' una sconfitta dell'informazione. E' una sconfitta della democrazia, che certi signori non si vergognano di pretendere di incarnare, solo perché lo fanno mettendosi a confronto con dei fuorilegge.

1. Il governo del solo paese che, insieme agli Stati Uniti, è militarmente impegnato in Irak ininterrottamente da quattordici anni e mezzo: guerra del Golfo, embargo e no-fly zone, con periodici bombardamenti oltre la zona suddetta a caccia di armi di distruzione di massa, infine guerra in Irak, falsificazione di documenti e di comunicazioni al Parlamento per imporre la guerra, morti propri, diversi per fuoco amico, poi parecchi per attentati. Questo governo ha abbassato all'intorno delle elezioni il grado di allarme sul proprio territorio, e all'indomani dell'attentato ha fatto dichiarare che non c'erano state segnalazioni che potessero fare pensare a ciò che poi è accaduto. Che cosa avesse Tony Blair più di Aznar è un mistero che neanche Tony Blair può spiegare: c'è infatti dell'incoscienza.

2. L'Inghilterra è stata colpita il giorno della sua massima esposizione mediale mondiale: presidenza di turno dell'Unione Europea da neanche un mese, Paese ospitante del G8 e dichiarato paese ospitante delle Olimpiadi del 2012 subito prima dell'attentato, a pochi giorni dai festeggiamenti per la fine della seconda guerra mondiale (che, tra parentesi, non ho capito perché la festeggiano due mesi dopo la capitolazione della Germania e due mesi prima di quella giapponese: ma chi erano i nemici del Regno Unito durante la seconda guerra mondiale? Di sicuro, c'è una spiegazione, c'è sempre una spiegazione in questi riti politici, fa parte del rito). La capitale del Regno Unito è stata sguarnita di polizia per proteggere i G del mondo, eppure Bush è rimasto ugualmente, ma leggermente ferito. Appena arrivato, come egli stesso ha raccontato in seguito in conferenza stampa, ha preteso una bici, si è lanciato a folle velocità per i pendii del castello, lì, dove stavano, ha investito uno dei poliziotti spediti lì a tutela dei G., il quale è finito in ospedale. Questa gente va protetta anche da se stessa.

3. Nella sua prima intervista dopo gli attentati, il capo del governo britannico ha, fra le altre cose, osservato: «probabilmente, la soluzione a questo tipo di terrorismo non può venire unicamente dalle misure di sicurezza. Di questo non ho mai dubitato». Intanto, mi domando, che cosa ci stia allora a fare il «probabilmente». Sui dubbi, penso che purtroppo ne abbia soppesato pochi. Che cosa abbia ordinato in più, questo mi interessa davvero.

4. All'indomani dell'attentato del 7 Luglio e il giorno stesso di quello del 21 Tony Blair ha fatto due volte il verso alle Brigate: 'rivendichiamo l'attentato', 'Io non c'entro'. Mi dispiace, ma io non so come altro interpretare l'affermazione, di cui Blair si è reso responsabile, secondo cui non esiste un nesso tra gli attentati di Londra e la guerra in Irak. Salvo, poi, aggiungere che rimane con i suoi alleati in Irak: quale è allora il nesso tra gli attentati a Londra la dichiarazione di volontà di rimanere in Irak? Questo è un'altra vittoria del terrorismo: instillare nei nostri governi il terrore che gli errori commessi possano essere usati contro di loro. Provo pena per il popolo inglese, che non ha una alternativa a questo Chamberlain.

5. Nella guerra al terrore, il numero delle vittime è stato centellinato per giorni e giorni con una disgustosa ipocrisia, lungo un arco di tempo che si è prolungato oltre ogni ragionevole sopportazione umana. Dieci ore dopo le esplosioni, le autorità parlavano ancora di due morti e settecento feriti: almeno quattro violente esplosioni che avevano sventrato treni metropolitani e un autobus a due piani in una metropoli in pieno mattino: immagini a ripetizione del martoriato autobus. Sangue e schegge sulla parete della casa di Dickens. Gli ospedali delle zone accettavano solo persone coinvolte negli attentati. Due morti. Ma chi è l'anima pia o il deficiente, che, ascoltando una notizia del genere, ci crede? Quanto deve essere grande la nostra disperazione per credere una menzogna di queste sproporzioni? Se queste sono le armi di cui disponiamo per non farci terrorizzare, sono armi che rivolgiamo contro noi stessi.

6. Per giorni, è stata riportata come notizia l'immagine del popolo che non si lascia intimidire e continua la propria vita di sempre, che non cambia le sue abitudini, che si ferma a prodigare soccorso, aiuto e conforto alle vittime degli attentati. Regina e altri hanno ricordato che già con i bombardamenti aerei nazisti e con l'Ira sono usciti vincitori senza cambiare le loro abitudini. Un idillio. Qualche tentativo di raccontare paure è stato presto relegato nell'idilliaca costruzione mediatica. Eppure, il giorno dopo, una segnalazione ritenuta attendibile, ma falsa, aveva portato all'evacuazione di trentamila persone a Birmingham: siccome il terrorismo islamico non ha prodotto effetti, devo pensare che si temeva di aver avvistato al largo di Dover uno stormo di caccia della Luftwaffe. Che cosa rimane di questa farsa mediatico-politica quindici giorni dopo?

7. Due giorni dopo, a Baghdad un attentato ha ammazzato novanta persone. Quasi il doppio che a Londra, ma era una notizia di spalla. Eppure, il governo irakeno ha reso noto subito, come sempre, che cosa era successo, e quanti morti aveva patito questa gente martoriata. Da questo punto di vista, ha vinto Blair: in Irak, c'è finalmente una democrazia. Il prezzo da pagare è l'aggiramento e oscuramento di quella britannica.

8. Oggi in Egitto sono morte altre novanta persone. Ma non era una notizia di spalla. In Egitto, in quella località, ci andiamo noi europei in vacanza: era noi che volevano colpire. La notizia campeggia sulle prime pagine a edizione straordinaria da tutto un giorno. Non ho nulla da obiettare al fatto che ci si occupi con attenzione particolare di ciò che può più «direttamente» interessare il proprio pubblico. Ma allora, nelle sigle dei telegiornali, non facciamo più roteare il globo terrestre, quasi che ci interessasse il mondo a tutto tondo, altrimenti si veicola l'illusione che ciò che ascoltiamo ai tg o leggiamo sui giornali sia ciò che accade nel mondo. No, è solo quello che ci interessa. E nei modi che Leibniz diceva propri della monade: la monade è uno specchio dell'universo, ma solo ciò che le sta più vicino o che è più grande lo percepisce e rappresenta distintamente, il resto confusamente. La monade televisiva è un po' più miope: ciò che ci è più vicino lo crediamo anche più grande, anche quando la matematica ci dice il contrario.

9. I morti di Londra, quelli di Baghdad, quelli in Egitto sono vittime di politiche fallimentari e disgraziate: quella del terrorismo e quella della «guerra al terrore». La politica a corto raggio è sempre indietro rispetto ai danni che procura. Perché ha la vista corta.

10. Ancora una settimana dopo, uno diceva che erano attentatori suicidi, l'altro diceva che forse no, s'erano sbagliati ed erano saltati insieme all'esplosivo.

11. Questa mancanza di chiarezza reca sfiducia e diffidenza nei confronti delle autorità che le democrazie liberali deputano alla sicurezza e al governo di un paese. Perdiamo fiducia nei confronti delle istituzioni per i loro errori, ma se li denunciamo, ecco che passiamo dalla parte del nemico. Uno slogan sovietico: glasnost.

12. Dopo gli attentati, qualcuno si è affrettato a sospendere il trattato di Schengen.

13. L'Inghilterra ha approvato tecniche israeliane di prevenzione del terrorismo suicida: non più per immobilizzare, ma per impedire la benché minima possibilità di azionare dispositivi di detonazione, si spara alla testa sulla base del sospetto. Tecniche sopraffine, bisogna andare proprio così lontano per impararle? Dotte discussioni di professori del College di qua e del College di là sugli aspetti tecnici di questa normativa e della tecnologia interessata hanno raggiunto anche le colonne dei giornali italiani. Avessi trovato qualcuno che osservasse: ma se ci dotiamo di tecniche israeliane, vuol forse dire che andiamo, per questo rispetto, nella stessa situazione di Israele? Non c'è da angosciarsene? In Israele, forse qualcuno penserà che così finalmente potremo capire di più, potremo finalmente anche noi, che in fondo passiamo per essere dei simpatizzanti dei palestinesi, immedesimarci nella tragedia del popolo di Israele. Ma c'è differenza tra mettersi nei panni dell'altro, e farseli cucire addosso. A me, mi si perdoni, questi abiti stanno stretti. Ed è perché non li indosso che posso immedesimarmi: perché se sono nella stessa situazione non devo fare nessuno sforzo di intelligenza o di immaginazione.

14. Il sospetto terrorista suicida neutralizzato con colpi alla testa era innocente. Il sospetto terrorista suicida neutralizzato con colpi alla testa era innocente. Come le vittime degli attentati.

15. Come Nicola Calipari.

16. Ma non lavorava per i servizi segreti di uno stato alleato, non era un «eroe». Stasera sul sito di Repubblica la notizia stava un po' in basso. Dopodomani, forse, sarà stata cestinata.

17. Abbiamo assassinato un innocente, uno che non c'entrava niente. Uno che è morto, perché il suo abbigliamento è stato ritenuto «sospetto». A meno che non si tratti di accompagnare la mia ragazza a Dublino prima che lasci definitivamente l'Europa, io non ho nei miei programmi di andare nel Regno Unito. Ho tante altre cose da vedere, prima. Ma se devo, per amore, vorrei sapere come mi debbo vestire, naturalmente se con ciò le autorità non ritengono di dare un vantaggio ai terroristi. Nel qual caso, possono controllare la mia posta e mettere sotto controllo i miei telefoni.

18. In un paese arabo non distante dagli scenari di terrore quotidiano dell'Irak, scosso da tensioni politiche e religiose che raggiungono anche la nostra mediocre informazione quando si tratta di riferire delle annunciatrici con il velo, un paese il cui ambasciatore a Bagdad è stato rapito e subito assassinato da terroristi: noi ci continuiamo ad andare in vacanza. E ci moriamo, senza meritarlo, o, ci salviamo, grazie al cielo, come una coppia intervistata dalla televisione tedesca. Una coppia: inglese. E' possibile che questa povera coppia abbia confermato il primo ministro alle ultime elezioni.

19. Infine, casa nostra, sulla faccenda delle restrizioni alla libertà. Trovo ragionevole l'invito di Panebianco sul Corriere di oggi a discutere «punto per punto, provvedimento per provvedimento», ma ipocrita la connessa polemica con chi continuerebbe, invece, a fare «affermazioni perentorie sulla necessità di non sacrificare le libertà alla sicurezza». Penso, infatti, che anche il pragmatismo, che egli invoca, presuppone l'accettazione di un'affermazione perentoria e di principio, nel suo caso, la seguente: «superata una certa soglia di insicurezza, attentati, morti, la libertà viene immolata al bisogno di sicurezza». Proprio l'allusione al sacrificio, per altro, dà l'idea di un rito che è comune e condiviso, attorno a cui tutti si trovano uniti e si riconoscono: si tratta di un linguaggio e di mitologie molto usate in politica, ma di cui è sempre bene anche che qualcuno dubiti. Ma in una democrazia è bene che non la pensino tutti alla stessa maniera o non, Professor Panebianco? Quando poi fra i sacerdoti del culto c'è Calderoni, che propone di dichiarare lo stato di guerra per poter approvare leggi altrimenti impopolari, si può proseguire a ragionare sull'argomento solo operando una rimozione: parlo proprio di una rimozione psicologica, quella ministeriale sarebbe inutile chiederla.

20. Quello che questa gente mi insegna mi pare che lo stato di eccezione è la ragion d'essere della democrazia liberale. Essa poggia sulla finzione di un originario stato di eccezione, da cui essa scaturirebbe per necessità, e ha sempre in vista l'effettività di uno stato di eccezione come forma

21. Parlare di un problema di restrizione o «compressione», come scrive altrove Panebianco, delle libertà individuali, a me pare falso: a me, tutte queste leggi non mi restringerebbero un bel niente. Io non ho problemi a farmi controllare la posta elettronica. Fate pure: quello che penso lo dico, e qua pure lo posto. Il problema è se il mio governo, compresi gli ex affiliati a logge massoniche, i suoi rappresentanti, compresi i predicatori di odio del varesotto, le forze dell'ordine, comprese quelle di Bolzaneto, quelle parallele, su cui ha già detto il nipote dello zio, i rappresentanti dei servizi segreti, compresi quelli di piazza Fontana, di Bologna, dell'Italicus, di Peteano, di Ustica, e quelli che hanno confezionato prove false e commesso false testimonianze nei processi relativi e non ci voglio mettere l'eccetera, perché i morti non sono eccetera, sono in grado di garantire a ogni singolo cittadino che i suoi dati non subiranno trattamenti al di fuori dei limiti stabiliti.

22. Pare che sulla faccenda, quale onore, si sia speso sul Corriere anche un campione delle libertà e dei diritti dei popoli di nome Henry Kissinger - quale garanzia - il quale avrebbe posto la seguente domanda: «che ne sarebbe della libertà se ad esplodere a Londra, Roma o Parigi fosse una bomba nucleare?». Trovo significativo che non si parli più di attacchi chimici o di armi biologiche. La risposta la attendo dal signor Kissinger, dai suoi predecessori (se qualcuno ancora è vivo), e dai suoi successori: essi appartengono all'unico paese al mondo che con una bomba atomica ha cancellato dalla faccia della terra duecentomila civili, cioè duecentomila innocenti. Appartengono anche in questa cosiddetta «guerra» al terrore alla sola potenza del mondo occidentale e alla sola forza tra quelle in gioco, che ha osato minacciare l'uso della bomba atomica. Non mi stupisco che continuino ad avercela in bocca. Ciò che mi stupisce è che credano ancora che possa esserci un distinguo tra Occidente e suoi nemici sul suo uso. Non c'è, mi dispiace.

Mahler: un ri-ascolto, dopo anni

| No Comments

Non mi capacito, a distanza di anni, del mio amore sfrenato per Mahler. Credo che fosse legato, in una certa maniera, ad una qualche 'sovrapposizione'. Non saprei, altrimenti, come chiamarlo.
Lo trovo, dopo il secondo ascolto consecutivo dell'integrale abbadiana del '95 per DG, di una maledetta prevedibilità.
Mi risuonano, a distanza di anni, le parole del mio amico Mario M. che fu l'unico a prevenirmi, consegnandomi tra le mani l'eredità musicale di quel Richard Strauss che sdegnavo clamorosamente.
Faccio pubblica ammenda.
L'integrale abbadiana del 95 è, in questo senso, assolutamente sintomatica. Non si concentra su un'unica interpretazione con un'unica orchestra.
Al contrario, spazia tra i Chicago e i Wiener, passando per i Berliner.
Le interpretazioni, pur diseguali, mostrano un amore e una fedeltà profondi al compositore e, nello stesso tempo, consentono di seguire anche la parabola interpretativa di un grande direttore come Abbado.
Ma, nello stesso tempo, ed è questo per me, insieme, fulminante e lacerante, c'è come una sorta di 'appiattimento' musicale che non è imputabile al direttore ma, precisamente, alle partiture. Alla composizione.
Salvo tutto il degno finale della Terza, la Quarta nel suo complesso.
Casso, ma tremo a scrivere queste cose, la 'falsa' apocalissi della forma della Quinta e la 'magniloquenza campagnola' della Nona. Per specificazioni ulteriori, rivolgersi, prego, ad 'Antichi Maestri' di Bernhard.
Rimane magnifico l'inizio della Prima.
Rimangono rilevantissime le capacità di gioco tra la forza timbrica e le dinamiche sonore.
Soprattutto quando ben eseguite (il caso di Abbado, praticamente sempre).

Ma, ed è questo il punto: non vedo 'sbocco'.
Forse sono io che sono cambiato.
Riprenderò in mano l'interpretazione di Bernstein.
Che possa attraversarmi ancora qualche brivido dopo questa algido, sconsolato e 'già saputo' ascolto prolungato?

I morti corrono. Ma non c'è una sola morte come non si dà una sola vita. Ogni morte, cioè, deve intraprendere un suo percorso, dove essa accade e si radica, oppure si impone una volta per tutte senza bussare. Non tutte le morti sono uguali, proprio perchè il ritrovarsi ad un appuntamento presuppone che ognuno ha fatto la sua strada, le sue incombenze, gli eventuali impedimenti.
Il vantaggio dei già morti ha a che vedere con la lungimiranza, con una a dire il vero poco tollerabile asciuttezza e presunzione dello sguardo, cioè.
Ai fantasmi si rimprovera la maggiore conoscenza, la frequentazione con quello che abbiamo smesso di dire e di cercare. Non è il biancore del lenzuolo, ma una oscurità piena, ciò che più temiamo.

Cerca di capirmi. Mi sono ritrovato in uno stallo infinitamente più forte di me. Mi accorsi, fu un momento, che tutte le 'nostre' parole, si erano in me rinsecchite come gli olivi di una spiaggia a me cara, che ogni anno perde un paio di metri, mentre di sotto, la mano rude e salata del mare aggredisce alberi centenari.

Giochiamo a nascondino, facciamo gare. Io sono soltanto un passo avanti e mille indietro al tempo stesso. In realtà, sono solo senza bussola e il percorso, e questo è il mio privilegio, lo faccio ad occhi chiusi, inventando e imbrogliando, dandomi alla macchia, scomparendo e riapparendo.

Il vantaggio, un giorno, si ridurrà. Ed all'improvviso. Ricordati, è un momento importante. Come fece Fernando Pessoa, e come farò anche io, ricordati di chiedere i tuoi occhiali. Per vedere la morte in faccia.

"[...] Ho sempre pensato, con una precisione assoluta, a quando sarò vecchio. So, perfettamente, le devastazioni che colpiranno il mio corpo, le deformazioni, le impossibilità che mi renderanno intollerabile agli occhi e alla vita altrui. Con una precisione assoluta, sto costruendo questa mia vecchiaia. Mai, in nessun caso, penso la mia vecchiaia come un momento di riposo. Al contrario, sto costruendo la mia vecchiaia come un inferno per chi mi starà accanto.
Li vedo già, questi poveri infermi della mente, mentre si pongono il problema di come uccidermi. Li vedo, questi pochi che arriveranno a dovermi rendere più infame di quanto sia ora, complottorare insieme alla mia vecchiaia e la mia infermità. Ma io non li lascerò vivere nella loro infamia. Non li lascerò 'vivere felici'.

[...]

Quando non sapranno più cosa dire nè pensare, io andrò a ricordare al mio amico che era stato lui a sapermi dire cosa fare.
Andrò, dovunque lui sia, a ricordargli come eravamo riusciti a costruirci la nostra 'morte'.
Lui che, insistendo, era riuscito a rimanere nella sua 'rianimazione' perpetua; io che, da oltre il vetro, non ero riuscito più a fare un passo oltre, nemmeno un millimetro, da quel luogo.
Dove sono rimasto, in fondo, in tutti questi anni.
Con in più tutti i suoi amici che venivano a 'chiedermi-quello-non-so', mentre costruivo la mia vecchiaia già da giovane. Di fronte un 'morto' che non era 'morto'.

[...]

Ho sempre pensato, da giovane, che avrei scritto un libro sulla 'morte'.
Il mio amico continuava a rimproverarmi proprio per quegli apici che mettevo all'inizio e alla fine della parola.
Anche lui era diventato vecchio aspettando la sua 'morte'.
Gli apici, invece, a me, mi avevano salvato.
Era come mettere tra parentesi la vita che lui aveva vissuto e che, in fondo, era quella che io avrei voluto vivere.

Tutte le volte che avevamo parlato della nostra 'morte', non eravamo riusciti a evitare la 'discussione' sulla nostra vecchiaia.
Continuava a rimproverarmi, da giovane, per quegli 'apici' che mettevo prima e dopo la 'morte'.
In nessun caso mi aveva convinto.

[...]

In fondo, sin da giovani, da quando facevamo politica, ci eravamo 'allenati' a morire.
Poi lui si spinse 'un po' più in là'. Ma gliel'ho perdonato. Dopo anni.
Continuava a dirsi 'malato'. Era una cosa che non tolleravo.

Tutte le volte che avevamo parlato della 'morte', e della politica, lo avevamo fatto 'veramente' dopo che lui 'aveva fatto finta di morire'.

[...]

Avrei voluto scrivere un libro sul circo intorno alla sua 'morte'. Mi sono ritrovato a pensare al circo intorno alla mia vecchiaia.
Troppe volte gli avevo proposto di 'scrivere' un libro insieme.
E tutte le volte, lui mi rispondeva che lui stava scrivendo il 'suo' libro.
Tutte le volte che gli avevo proposto di scrivere qualcosa insieme, continuava a ripetermi che 'non poteva scrivere', non sapeva scrivere 'insieme', 'non sapeva scrivere'.
E mi rimproverava per gli apici che continuavo a usare senza misura, come se volessi mettere la mia 'morte' tra apici."

[...]

Poi , dopo, si era addormentato.
Mentre io continuavo a guardare la sua 'vita', lui dormiva.
Al contrario di tutti gli altri, io non avevo mai creduto che sarebbe 'morto'.
Nemmeno quando stava per 'morire'.

In fondo, tra tutti, ero l'unico che lo aveva già visto 'morto'.

Avevamo giocato, sia io che lui, una 'falsa' partita.
Avevamo creduto, entrambi, che la politica potesse almeno 'dire il mondo'.
Che lo cambiasse.
Per entrambi era diventato un gesto di 'morte'.
Il mondo era un gesto di 'morte'. Non certo 'la' politica.
Entrambi ascoltavamo 'musica'.

[...]

segue

Sacramenti

| No Comments

Leggevo con persistente compiacimento due articoli su Pinochet in veste di ladro oltre che di fascista assassino. La vita di questi signori è un insieme di una coerenza granitica: non si salvano da nessuna parte. Ma questo lo sanno praticamente tutti. Tranne quel signore da poco scomparso che con il suddetto si affacciò dal balcone per fargli vedere quanto gli era amico e che si spese per lui quando qualcuno lo mise sotto processo per l'uccisione di migliaia di oppositori. "Santo subito", hanno urlato in coro gli utili, ignoranti idioti o, al limite, solo complici.
Ma nello schemino che illustrava brevemente compiti e traversie della numerosa discendenza di questo volgare assassino (uno è un incallito truffatore), mi ha colpito che due delle sue tre figlie sommavano tutte insieme ben cinque divorzi santificati dalla "sacra rota". E il pensiero si è fatto insistente oggi, quando leggendo nel giornale, in questa sentina senza fondo di dispiaceri e di progressivo, inarrestabile disgusto, la notizia che ad una signora, colpevole di vivere con un divorziato, era stata negato il funerale religioso.
Se il poveretto avesse ucciso qualche migliaio di comunisti, c'è da giurarci, si sarebbe passati sopra questo particolare. Più che altro, il tribunale dei preti gli avrebbe mandato annullamento ed encomio per posta prioritaria.

Fascisti

| No Comments

Osservo, lo ammetto, con compiacimento, la gazzarra dentro alleanza nazionale. Si può far finta di tutto, ma prima o poi le origini, la grana, si stagliano con innegabile evidenza. Considero l'esercizio dell'intelligenza incompatibile con fascismi e post-fascismi di qualsiasi genere. E' quasi imbarazzante vederne una conferma così completa.

Diario moscovita: l'eccezione (2)

| No Comments

La doppia eccezione e la doppia tragedia moscovita abita la forza della città.
Mosca non è nè europea, nè asiatica.
Mosca abita e sta in quel crinale, radicale e fondamentale, che espone l'Europa ai suoi nuovi confini.
In questo senso, tutto quello che accade quotidianamente a Mosca è più importante di quello che possa accadere a Parigi o a Londra.
È più importante poichè ciò che accade quoditianamente 'decide' per un'area d'influenza a cui l'Europa non accede.
La doppia tragedia di Mosca si tocca con mano nella sua nuova collocazione, nel suo nuovo ruolo.
Mosca sembra essere collocata al margine dei gangli di decisione internazionali.
I moscoviti hanno una coscienza lucidamente lancinante di questa nuova collocazione della loro città.
Ma, in nessun momento, i moscoviti rimettono in questione il loro sguardo.
Essi hanno cominciato a spostare il loro sguardo.
Essi guardano al ruolo che può giocare Mosca, in quanto capitale di un paese immenso, come rappresentante di questo immenso 'altro' che occupa Mosca quotidianamente e le sue stazioni: l'Asia.$

Tutto il meglio dell'occidente si può trovare a Mosca.
Come a San Pietroburgo.

Ma Mosca 'mette in scena' la doppia identità russa.
San Pietroburgo non la mette in scena.

Ed oggi, Mosca la mette in scena come qualcosa in cui è dentro, in cui continua a vivere, e cerca di liberarsi senza riuscire.

La doppia eccezione e la doppia tragedia di Mosca è questo 'stare in bilico', in una continua trasformazione, tra queste due tensioni.

Mosca eccede l'Occidente ed il suo 'impero'.
Mosca cade in ginocchio, oggi, di fronte la forza di chi arriva, in una delle tante stazioni che la 'espongono' al 'suo' est.

Mosca cade, letteralmente, in ginocchio di fronte questa forza.
Perchè sa essere la sua.
Sa non poterla espellere.
Ne sa, intuitivamente, la forza che le trasmette.

La forza che mi manca, la forza della trasformazione, e, insieme, la forza di questa irruzione silenziosa che Mosca è, la forza che mi manca, la forza di Mosca che so non poter mai più trovare in nessun altra città, è la forza, insieme, di ciò che conosco e di ciò che porto con me come un luogo 'altro'.

Mosca è, insieme, questi due luoghi e questi due mondi.
Questi due mondi, i miei.
La nostra 'scena'.

L'evento supera, sempre, ogni 'pre-visione'.
Ed espone, senza resto.
Faccia all'evento, non esiste nessuna filosofia che tenga banco.
Nessuna scrittura.

L'evento, per eccellenza, è la morte.
L'evento, per eccellenza, è la nascita.

La stritolante necrofilia della filosofia l'ha legata, da Socrate in poi, alla morte.

Ma l'evento è, innanzitutto, l'evento di una nascita.
La filosofia 'nasce' con la morte di Socrate.

E' banale, ma serve ricordarlo: non ci sarebbe nessuna morte senza l'evento della nascita.

La filosofia nasce con una morte. Ci diciamo così da due millenni e mezzo.
Si potrebbe dire: nasce 'grazie' ad una morte.
Tutti noi pensiamo a partire dal luogo di questa morte.
Lo dico 'tecnicamente' parlando.

La filosofia sa pensare, filosoficamente, questo evento. Quello della morte.
Ma non sa pensare, filosoficamente, l'evento della nascita.

Ogni bio- etica/filosofia/pensiero/scrittura/giornalismo parla di questa 'nascita' senza pensarla come evento.

In duemilacinquecento anni di filosofia non c'è un solo rigo che pensi la filosofia a partire dall'evento della nascita. (salvo Schelling).
E lo faccia diventare un'origine senza inizio.

O meglio: in duemilacinquecento anni di storia della filosofia, la morte di Socrate è SEMPRE indicata come il luogo in cui nasce la filosofia.
Semplicemente: Socrate ha sempre detto, secondo le parole platoniche, di essere la 'balia', diciamo così, della filosofia.

Io credo che Socrate vivesse la filosofia come l'evento di una nascita.
Ed io sono suo allievo.

Di fronte l'evento della morte, io penso l'evento della nascita.

Una forza, ancora

| No Comments

Non c'è nulla, oggi, che possa compararsi alla forza della filosofia, alla sua interrogazione, alla violenza che esprime e alla salvezza che mostra, quando sa essere, insieme, accanto al suo tempo e la sua frusta.

Non c'è nulla che, in silenzio, così, in questo silenzio senza fine, sappia gridare come questa interrogazione.
Sappia riportare, dove regna l'oblio, la memoria; sappia ricordare, dove regna l'indifferenza, la forza della comunità; riesca, ancora, a stravolgere il regno dell'interesse perchè si dia, di nuovo, la forza della e la possibilità di una fuga. Di una nascita.

Non c'è, salvo nella filosofia, la forza che sempre, in ogni memoria, si conserva.

La forza del possibile che, con gli anni e con il tempo, diventa l' 'impossibile'.

La filosofia conserva la violenza e la possibilità.

Dove tutto sembra altro, sembra tornare 'alla memoria', tutto, in filosofia, torna al 'presente', supera la fatica, e ricomincia a dire.

Una politica.

Redentore

| No Comments

A Venezia è una festa grande.
Tutti i canali, le fondamenta che sporgono sul Canal detto 'grande', sono occupate dai veneziani. Ci si dà appuntamento sullo sbocco del canale.

Con loro, le barche e i tavoli.
Sulle fondamenta, in bacino, in laguna.
Si prepara, prima, da mangiare; prima si occupano gli spazi in Giudecca.
Se si ha la barca, si è in bacino.
Si è in barca o nelle fondamenta che sporgono sul bacino.

Il 'Redentore'' è Venezia felice.
Una sera.

A Venezia è l'unico momento in cui si prova a dirsi la verità di come si è.
(quale carnevale, quale buffonate....).

E nemmeno questa volta ci si riesce.

Diario moscovita: l'eccezione (1)

| No Comments

La forza di Mosca non risiede nè nella sua autarchia, nè nella sua trasformazione senza freni.

Entrambe queste caratteristiche, negli ultimi quindici anni come nell'arco degli ultimi dieci secoli, appartengono all'identità russa.
Di cui Mosca è, volente o nolente, specchio.

In questo senso, Mosca non costituisce, in nessun caso, eccezione rispetto la Russia.
In particolare, di fronte ogni trasformazione, Mosca sta indietro, da sempre, rispetto San Pietroburgo.
(che, ricordiamolo, è una città inventata a tavolino nel diciottesimo secolo).
E rispetto la 'forza frenante' che la Russia tutta esprime da secoli, Mosca è semplicemente troppo avanzata.
È una città.
E la Russia è tutto tranne che un paese di 'città'. Come l'Italia; per fare solo un esempio, l'illustre.

Mosca costituisce e rappresenta un 'doppio' luogo 'vuoto'.
Essa è 'sempre indietro' rispetto San Pietroburgo e 'sempro troppo avanti' rispetto la Russia intera.

Quando Lenin in persona scelse di 'ritrasferire' la capitale da Pietrogrado a Mosca, aveva perfettamente in mente questo strabismo storico costitutivo.

Sino a quando non ho abitato a Mosca non mi rendevo conto nè di questo strabismo, nè della 'forza' di questo trasferimento.

Si legge, spesso, tutta la storia della rivoluzione bolscevica senza avere in mente alcuna nozione reale di ciò di cui si parla. O semplicemente si legge.
E punto.

L'eccezione moscovita, se la possiamo chiamare così, è 'identitaria'.
Mosca 'desidera' l'Europa, sapendo di non poterne mai fare parte (San Pietroburgo ne fa parte).
E 'desidera' la Russia, sapendo di essere l' 'oltre' della Russia, la sua sporgenza.

Mosca vive, in questo senso, una doppia nostalgia. Ed una doppia tragedia.
Questa doppia nostalgia e doppia tragedia è la sua 'eccezione', rispetto la Russia intera e l'Europa.

(segue)

Come Totò

| No Comments

Alleanza Nazionale rilancia: fermo di polizia di settantadue ore.
"Un punto? Due Punti? Crepi l'avarizia!"

Lo zio, domenica, mi ha

| No Comments

Lo zio, domenica, mi ha detto che la devo smettere di leggere articoli su di lui morto.

Mi ha anche detto di non aver mai parlato dell'Austria.
"Come si parla del nulla?" mi ha chiesto.
"Io parlo di ciò che sta attorno a questo nulla".

Io non ho capito subito.
Perchè l'articolo di oggi su 'Repubblica' non lo avevo letto.
Fortunatamente.

E poi, dopo, ha continuato: "Io non parlo di 'niente'. Non parlo di 'luoghi'."

Al che, gli ho fatto 'forte-presente' che lui parla sempre di luoghi.
E di nomi. E di cose.
E di opere. E di musica, di compositori, di architetti e di pittori.
Della NZZ - che la mia 'ragazza' non può non leggere - e di giornali.
Gli ho fatto 'forte-presente' che lui parla, sempre, di Salisburgo, di Vienna e dell'Austria. E gli ho fatto 'forte-presente' che tutte le volte che lui parla di 'musica', come nessuno dei grandi scrittori di questo secolo, salvo Mann, lui fa i nomi e cognomi e i luoghi in cui, mettiamo, Mozart, Mahler, o che ne so io, lo sa il mio amico Mario, tutti questi giganti, e insieme nullità, vengono eseguiti.
Gli ho fatto 'forte-presente' che la sua scrittura è salisburghese-viennese, che la sua scrittura, tutto il suo paese l'ha letta come un commento 'a caldo' sull'ipocrisia con cui l'Austria tutta ha archiviato il suo nazismo profondo.
Gli ho fatto 'forte-presente' che lui parlava del nazismo che nelle campagne dove lui si era 'nascosto', dopo avere studiato musica, rimaneva il senso profondo del luogo della sua scrittura.
Gli ho detto che lui parlava del nazismo e del suo rapporto con la cultura europea. Gli ho anche rimproverato che lui si poteva nascondere 'in ogni luogo', ma che questo fantasma, sempre, avrebbe abitato la sua vita. E la sua scrittura.

Mi ha risposto che questa 'coglianata' di dividere la sua scrittura tra le opere 'autobiografiche' e quelle 'altre' lui non la capiva.
Mi ha rimproverato, ricordandomi che il 'nome' di una città, di una regione, di un paese, non significa, quasi mai, parlare di 'quella' città, di quella regione o di quel paese.
Ma che si scrive, si parla 'a partire da un luogo' - anche fisicamente - che noi chiamiamo con un nome, il nome che meglio conosciamo, per parlare di quello che 'non conosciamo', dei luoghi che immaginiamo.
Mi ha rimproverato, ricordandomi che la scrittura, da qualsiasi luogo parli, non parla di 'luoghi', ma di una forza che forse non sappiamo nominare.

Gli ho detto di Sebald. E lui mi ha risposto che aveva letto e che, anche lui, forse più chiaramente, parlava 'da luoghi'.

Domenica, dopo il caffè e prima che andasse via, 'la' domanda l'ho fatta.
Gli ho chiesto: " Cosa pensi dell'Austria? "

Mi ha guardato, e poi mi ha detto: "Puoi chiamare il ministero della cultura o quello del turismo".

Mi ha regalato 'Una questione privata' di Beppe Fenoglio.
Non me lo sarei mai aspettato.

Lo 'zio'

| No Comments

Per chi non conoscesse nostro zio, posto qui un articolo - di Repubblica non so di quando (aggiornamento: Repubblica di oggi)-, atroce e micidiale, che descrive le fogne che lo zio ha avuto la forza di frequentare.
E mostra anche le fogne che i giornalisti attraversano per parlare di lui.
Pensatelo a casa vostra, domenica a pranzo.
Mentre legge questo articolo su di lui. Mentre lo prende 'A colpi d'ascia'....

(ad ogni stronzata dell'articolista - SONO AD OGNI RIGO, mi limito alle gigantesche - corrisponderà l'invettiva: "cazzate", "coglione" o affini)

"LA CITTÀ SOCCOMBENTE" (cazzate)

Bernhard e il mito di Salisburgo
da La Repubblica

L´aggressione è costante, le invettive continue ma l´ammirazione, nelle poesie, non era mancata. Il prepotente nichilismo (cazzate) dello scrittore corrode anche l´immagine della regina dei festival.
Nel ´43 frequentò il terribile Convitto nazionalsocialista descritto ne "L´origine"
Oggi c´è una strada che ricorda il nome del narratore e un catalogo che lo celebra (cazzate)

SALISBURGO - Se ogni autentica ispirazione letteraria può nutrirsi di un paesaggio, uno scenario che guida, sollecita, determina e consente al narratore di non smarrire il baricentro (CAZZATE), per l´austriaco (CAZZATE) Thomas Bernhard, autore di libri martellanti e indelebili sul dolore e l´insensatezza della vita (CAZZATE), il cardine della geografia espressiva è Salisburgo. Luogo nobile, splendente, musicale (CAZZATE). Ma capace di celare, nell´ottica del suo flagellatore (CAZZATE), un inesauribile bagaglio di protervia ariana, ottusità borghese e bieco conformismo (DUE VOLTE CAZZATE, ANCHE TRE).

Difficile supporre tante nefandezze davanti a una città che appare come un inno alla coerenza delle forme e alla luminosa leggerezza dei colori. Cinta da montagne superbe (poco più in là, oltre il confine bavarese, svetta il rifugio di Hitler) (CAZZONE, SEI UN CAZZONE), Salisburgo è un paradiso di armonia scelto non a caso come sede del festival musicale più famoso al mondo (CAZZATE). Due rilievi s´ergono (CAZZATE PER IL TERMINE)ai lati del fiume Salzach: il Kapuzinerberg, col Convento dei Cappuccini e la casa di Stefan Zweig, l´autore de Il mondo di ieri, morto suicida negli anni del nazismo, e il Mönchsberg, incoronato dalla fiabesca fortezza di Hohensalzburg. Al centro l´Altstadt, nucleo della città, sfoggia una magnificenza architettonica (CAZZATE QUATTRO VOLTE: "MAGNIFICENZA ARCHITETTONICA NON SIGNIFICA NULLA)cinque-seicentesca d´impronta italiana. Qui non c´è crisi che tenga, e folle di vacanzieri, ora che è estate, si riversano sulla Getreidegasse, stretta tra antichi e leggiadri edifici, tra cui quello della casa natale di Mozart, figlio osteggiato di Salisburgo, poi consacrato come massimo emblema cittadino. (CAZZATE, DI NUOVO). Respira attorno la campagna del Salzburger Land, che specchia la natura arrendevolmente romantica ritratta da paesaggisti come Friedrich Philipp Reinhold, Ferdinand Georg Waldmüller e Johann Fischbach, esposti alla Residenzgalerie. (BALLE: SCRIVI QUESTO PER RIEMPIRE LE RIGHE CHE TI HANNO DATO DA RIEMPIRE DALLA REDAZIONE ROMANA).

C´è anche altro, a Salisburgo: fiori smaglianti alle finestre, pasticcerie sublimi (CAZZATE MORETTIANE), fanciulle dai décolleté pannosi in costumi tirolesi (CAZZATE TURISTICHE), gentiluomini rubizzi con pantaloni alla zuava, ragazzi biondi e ridenti in bici sui lungofiume. Solo un repertorio di illusioni, maschere e tranelli, grida dalle sue pagine al vetriolo (CAZZATISSIME) Thomas Bernhard. Che nella sua vita concitata e breve (morì nell´89, a 58 anni), percorsa da un´attività frenetica (romanzi, memorie, drammi, poesie) e concepita all´opposto di ogni Heimatliteratur, la letteratura della terra natia, non si stancò mai di scagliarsi contro la città di Mozart, sentita come pars pro toto della sua Austria maledetta, registrata, variata e trascritta con accanimento febbrile, infangata al punto da fargli meritare dai molti nemici, tra cui il feroce nazionalista Haider, l´appellativo di Nestbeschmutzer, insozzatore del nido (NON SI SAREBBERO POTUTE SCRIVERE PIÙ IMBECILLITÀ IN QUATTRO RIGHE).

Sovrana dell´eterno compromesso su cui si fonda l´identità dell´homo austriacus, la Salisburgo di Bernhard è ipocrita, spietata, lurida (ah, la sporcizia delle sue cucine!) (COGLIONE)e persino di bruttezza inguardabile. Per di più detiene il record dei suicidi in Austria, paese con le più alte percentuali di suicidio insieme all´Ungheria e alla Svezia, avverte Bernhard nel volume autobiografico L´origine (Adelphi, 1982). È insomma «un freddo museo di morte» popolato da un «groviglio umano di volgarità e bassezza».

L´attacco al mito di Salisburgo affonda le radici nell´infanzia dello scrittore, partorito di nascosto a Herleen, in Olanda, da una madre che vedrà sempre nel figlio illegittimo il volto dell´amante «farabutto» che l´ha abbandonata. Thomas è educato dal nonno, scrittore mancato e parassita stravagante, che lo inizia ai privilegi del sapere e agli orrori della realtà (CAZZATE). È lui a fargli conoscere Montaigne, Pascal e Schopenhauer, e anche a istigarlo a un iperbolico nichilismo (DIECI MILIONI DI CAZZATE). Nel ‘43 il bambino entra nel Convitto nazionalsocialista di Salisburgo, lo Johanneum, descritto con furia e sarcasmo ne L´origine. Coercitivo e rivoltante, il collegio mortifica i suoi studenti, condannandoli a nutrire pensieri suicidi: gettarsi dalle finestre, impiccarsi alle docce, lanciarsi dai monti, «in preferenza dal Mönchsberg, direttamente sulla via principale, l´asfaltata Müllner Hauptstrasse, la strada dei suicidi, come ho sempre definito questa strada terrificante poiché molto spesso vi ho visto giacere corpi umani sfracellati». Non è facile, oggi, immaginare tanta macelleria percorrendo la Hauptstrasse nel sobborgo di Mülln, dove nei pressi di una chiesa tardogotica si può godere il lieto andirivieni che anima l´Augustiner Bräu, la birreria più popolare di Salisburgo. (LEGGENDOTI È FACILE IMMAGINARE)

Pensiero cattolico e nazista sono così congiunti nello Johanneum (COGLIONE), dove Thomas consuma (COGLIONE) il suo internato, che la continuità è garantita anche dopo la fine della guerra, «e la stanza cosiddetta di soggiorno nella quale eravamo stati educati al nazionalsocialismo era adesso diventata una cappella, e alla parete dove prima c´era il ritratto di Hitler pendeva adesso una grande croce». E pensare che il punto in cui sorgeva la scuola, al numero 4 della Schrannegasse, di fianco alla chiesa di St. Andrä, è uno dei più magici (CLOGLIONE) di Salisburgo, a pochi metri dai giardini dello Schloss Mirabell, un tempo residenza estiva degli arcivescovi principi.

Per esorcizzare i veleni del collegio, prologo di un mondo infestato di macerie (CAZZATE), il giovane Bernhard fugge al capo opposto della città, lontano dall´Altstadt, nella zona malfamata della Scherzhauserfeldsiedlung. Qui lavora come ragazzo di bottega nello spaccio che dà il titolo a La Cantina (Adelphi, 1984), altro tassello del suo esaltante (COGLIONE) viaggio autobiografico in cinque volumi, che fa convivere «verità e finzione, autenticità e simulazione, realtà e esagerazione, creando per accumulo l´identità dell´autore», spiega Eugenio Bernardi, grande esperto di Bernhard. Rivendita di alimentari gremita di avventori, la cantina è un approdo attraente per gli emarginati che la scelgono per incontrarsi, bere rum, fare piccoli traffici, confidarsi terrificanti sventure. Da quel ritrovo sordido(COGLIONE), vivida macchia sporca nel candore cimiteriale di Salisburgo(COGLIONE), esce un mare di voci genuine (COGLIONE) che lo scrittore accoglie e intensifica nella sua prosa apodittica (COGLIONE) e costruita su ripetizioni soffocanti.

La Salisburgo della Città Vecchia, capitale della musica per eccellenza, torna nel romanzo Il soccombente (Adelphi, 1985), che narra la storia di tre giovani pianisti incontratisi in un corso di Horowitz al Mozarteum, conservatorio salisburghese di massimo prestigio, ma luogo d´ignoranza miserabile secondo Bernhard. Uno di loro è niente meno che Glenn Gould, il cui genio spingerà al suicidio "il soccombente" Wertheimer, schiacciato da un confronto impossibile. Il terzo pianista è l´io narrante, che conduce la cronaca dell´annientamento attaccando Salisburgo con tonanti invettive: abitata da gente atroce e nefasta (COME TE), pregna (COGLIONE) di un clima umido che distrugge corpi umani e strumenti musicali, la città è perniciosa (COGLIONE) e irrespirabile. Ma anche potente come la memoria irrinunciabile di un´amante adorata in gioventù (MINCHIATA). Basta leggere le poesie del diciassettenne Bernhard (le più belle, In hora mortis, le ha pubblicate l´editore salisburghese Otto Müller), che cantano «la regina delle città», per capire la forza di un cordone ombelicale mai reciso.

Lo stesso ambivalente rapporto legherà Bernhard a Vienna, sondata (COGLIONE) in romanzi intrecciati con le strade, le piazze e i parchi cittadini, e visceralmente partecipata nella sua tradizione culturale. Negata con perfidia(COGLIONE) e umor nero; ma anche svelata da una scrittura che mostra di conoscere l´analisi linguistica del mondo e la dimensione metafisica delle cose (NON SAI CHE CAZZO SCRIVI). Resterà comunque e sempre Salisburgo l´origine di quel "Morbus Austriacus" (così lo ha chiamato Jean Améry) che fonda il pessimismo cosmico (COGLIONE) di Bernhard. Negli anni ‘60 Thomas lascia Vienna: qui, dice, tutti i miei amici sono morti. L´ultimo, lo scrittore Gerard Fritsch, si assenta durante una cena a casa sua. Gli ospiti lo trovano impiccato in una stanza, truccato da donna, con indosso un abito della moglie, il tipico costume austriaco col corpetto scollato e il grembiulino. Perfetta icona bernhardiana. (COGLIONE)

Thomas si trasferisce a Ohlsdorf, dove vivrà in mugugnoso isolamento (COGLIONE) in una casa di campagna immensa e cupa (COGLIONE) , oggi trasformata in museo (COGLIONI) . Il culto cresce, la fama si dilata (COGLIONE) : l´Austria incorona il suo castigatore più violento(COGLIONE) . Nel 2001, per i 70 anni dalla sua nascita, il Museum Carolino Augusteum di Salisburgo organizza una mostra sul rapporto tra lo scrittore e la città, accompagnata dal bel catalogo Thomas Bernhard und Salzburg, a cura di Manfred Mittermayer e Sabine Veits-Falk. E oggi, nella mappa della città, figura anche una Thomas-Bernhard-Strasse: è la strada che ospitava il negozio de La Cantina, in una periferia di linde case popolari.(COGLIONE)

Numeri e cose

| No Comments

Mi unisco alla invettiva del padrone di casa: in caso contrario minaccia atroci ritorsioni.
Dalle mie parti, quando si vuole invitare alla concretezza ed alla correttezza di un comportamento o di un ragionamento si dice "tanti acchitti, tanti buttuni", cioè tante asole, tanti bottoni.
Invece, da che la cosiddetta "economia" si è totalmente allontanata dalla concreta valorizzazione delle cose attraverso il lavoro è diventata sempre più una specie di arte, ma astratta in sommo grado. Costruisce grafici nei quali essa per prima non crede, forse anche frutto di procedure randomizzate o su diretta richiesta del potere politico. Si dice che la nostra società e la nostra economia diventano sempre più "immateriali". Ed è vero, ma è perchè il modello della truffa e del belletto finanziario si è messo al posto di tutta la concretezza del resto.
Il pensiero corre a Federico Caffè. Se non fosse scomparso. O aveva capito tutto?

Contro gli economisti

| No Comments

Senza riempire le terz'ultime pagine dei settimanali, ci riempite di previsioni, di certezze senza basi, di astronomie senza pianeti.
Come prima si diceva 'Hai letto l'oroscopo?', si dice oggi 'Hai letto l'ultimo DPEF?'.
Non è la filosofia il regno dell'indefinito. Noi ci occupiamo d'ontologia.
Dunque d'economia geometricamente definita. Noi ci occupiamo della perfezione e dei suoi traditori.
Siete voi gli agenti dell' "oroscopo che si crede scienza', siete voi i nuovi teologi, ogni volta che rilasciate una dichiarazione, che ruttate una previsione, prima della nuova congiuntura, della nuova 'fase' economica.
Marx vi trattava come i 'buffoni di corte'.
Tali eravate, tali siete rimasti.

Applausi

| No Comments

Ieri, Srebrenica

| No Comments

Posto un testo straordinario sulla Comune di Parigi del 1871, scritto nel 1962 dall'Internazionale Situazionista (IS).
I becchini della filosofia direbbero che è apodittico, i nani della politica che è estremismo.
Ad entrambe le categorie, diffuse nei più intimi recessi delle relazioni che quotidianamente viviamo, l'unica cosa da dire è: "Siete voi che avete paura della Comune".

"La Comune non è morta (chi ha paura della Comune?)"

1.

«Bisogna riprendere lo studio del movimento operaio classico in un modo disingannato ed innanzitutto disingannato riguardo alle sue diverse specie di eredi politici o pseudoteorici, perché non possiedono altro che l'eredità del suo fallimento. Gli apparenti successi di questo movimento sono i suoi fallimenti fondamentali (il riformismo o il collocamento al potere di una burocrazia statale) ed i suoi fallimenti (la Comune o la rivolta delle Asturie) sono finora i suoi aperti successi, per noi e per l'avvenire.» (Note editoriali dell'Internazionale Situazionista #7)

2.

La Comune è stata la più grande festa del XIX secolo. Vi si trova, alla base, l'impressione degli insorti di essere diventati padroni della propria storia, non tanto a livello di decisione politica «governativa» quanto a livello di vita quotidiana in questa primavera del 1871 (vedi il gioco di tutti con le armi, che vuol dire: giocare con il potere). E' anche in questo senso che occorre comprendere Marx: «La più grande misura sociale della Comune era la sua stessa esistenza in atto.»

3.

La frase di Engels: «Guardare la Comune di Parigi. Era la dittatura del proletariato» deve essere presa sul serio, come base per dimostrare ciò che non è la dittatura del proletariato in quanto regime politico (le varie modalità di dittature sul proletariato, in suo nome).

4.

Tutti hanno saputo avanzare giuste critiche delle incongruenze della Comune, della evidente apparenza di un apparato. Ma poiché oggi pensiamo che il problema degli apparati politici sia molto più complesso di quanto lo pretendono gli eredi abusivi dell'apparato di tipo bolscevico, è ora di considerare la Comune non solo come un primitivismo rivoluzionario superato di cui si sormontano tutti gli errori, ma come un'esperienza positiva di cui non si è ancora ritrovata e compiuta tutta la verità.

5.

La Comune non ha avuto capi. Questo in un periodo storico in cui l'idea che se ne dovessero avere dominava in modo assoluto il movimento operaio. Si spiegano così in un primo momento le sue sconfitte ed i suoi successi paradossali. Le guide ufficiali della Comune sono incompetenti (se prendiamo come riferimento il livello di Marx o Lenin, e perfino Blanqui). Ma in compenso gli atti «irresponsabili» di quel momento sono precisamente da rivendicare per la continuazione del movimento rivoluzionario del nostro tempo (anche se le circostanze li hanno limitati quasi tutti allo stadio distruttivo: l'esempio più noto è quello dell'insorto che dice al borghese sospetto che afferma di non aver mai fatto politica: «è proprio per questo che ti uccido»)

6.

L'importanza vitale dell'armamento generale del popolo si manifesta, nella pratica e nei segni, da una parte all'altra del movimento. Nell'insieme non si è abdicato a favore di reparti specializzati del diritto di imporre con la forza una volontà comune. Il valore esemplare di questa autonomia dei gruppi armati ha il suo lato negativo nella mancanza di coordinamento: il fatto di non aver portato la forza popolare al livello dell'efficacia militare in nessun momento, offensivo e difensivo, della lotta contro Versailles; ma non bisogna scordare che la rivoluzione spagnola, e infine la guerra stessa è stata persa, in nome di una simile trasformazione in «esercito repubblicano». Si può pensare che la contraddizione fra autonomia e coordinamento dipendesse in buona parte dal livello tecnologico dell'epoca.

7.

La Comune rappresenta fino ai nostri giorni l'unica realizzazione di un'urbanistica rivoluzionaria, che attacca sul campo i segni pietrificati dell'organizzazione dominante della vita, riconosce lo spazio sociale in termini politici, non crede che un monumento possa essere innocente. Chi riconduce tutto ciò ad un nichilismo da lumpenproletario, all'irresponsabilità delle incendiarie, deve ammettere in contropartita tutto ciò che ritiene positivo, da salvare, nella società dominante (si vedrà che è quasi tutto).

«Tutto lo spazio è già occupato dal nemico... Il momento di apparizione dell'urbanismo autentico consisterà nel creare, in certe zone, il vuoto da questa occupazione. Quello che noi chiamiamo costruzione comincia lì. Può comprendersi con l'aiuto del concetto di buco positivo forgiato dalla fisica moderna.» (Programma elementare di urbanismo unitario, Internazionale Situazionista #6)

8.

La Comune di Parigi è stata sconfitta meno dalla forza delle armi che dalla forza dell'abitudine. L'esempio pratico più scandaloso è il rifiuto di far ricorso al cannone per impadronirsi della Banca di Francia mentre il denaro scarseggiava tanto. Per tutta la durata del potere della Comune, la Banca è rimasta un'enclave versagliese dentro Parigi, difesa da alcuni fucili e dal mito della proprietà e del furto. Le altre abitudini ideologiche sono state in tutti i campi disastrose (il risorgere del giacobinismo, la strategia disfattista delle barricate in ricordo del '48, eccetera).

9.

La Comune dimostra come, su un punto o sull'altro, i difensori del vecchio mondo traggano sempre beneficio dalla complicità dei rivoluzionari; e soprattutto di quelli che pensano la rivoluzione. E' sul punto in cui i rivoluzionari pensano come loro. Il vecchio mondo mantiene così delle basi (l'ideologia, il linguaggio, i costumi, i gusti) nello sviluppo dei suoi nemici, e le usa per riconquistare il terreno perduto. (Solo, sfugge per sempre il pensiero in atti naturale del proletariato rivoluzionario: la Corte dei Conti è bruciata). La vera «quinta colonna» è nella mente stessa dei rivoluzionari.

10.

L'aneddoto degli incendiari, negli ultimi giorni, venuti per distruggere Notre-Dame, e che vi si urtano al battaglione armato degli artisti della Comune, è ricco di significato: è un buon esempio di democrazia diretta. Mostra anche, più a fondo, i problemi ancora da risolvere nella prospettiva del potere dei consigli. Questi artisti unanimi avevano ragione a difendere una cattedrale in nome di valori estetici permanenti, e di fatto dello spirito dei musei, mentre altri uomini volevano giustamente accedere quel giorno all'espressione traducendo con questa demolizione la loro sfida totale ad una società che, nella sconfitta presente, gettava nuovamente tutta la loro vita nel silenzio e nel nulla? Gli artisti della Comune, agendo da specialisti, si trovavano già in conflitto con una manifestazione estremista della lotta contro l'alienazione. Bisogna rimproverare agli uomini della Comune di non aver osato rispondere al terrore totalitario del potere con la totalità dell'uso delle loro armi. Tutto porta a credere che si siano fatti sparire i poeti che hanno tradotto in quel momento la poesia in sospeso nella Comune. La massa degli atti incompiuti della Comune consente che gli atti abbozzati diventino «atrocità», e che i ricordi siano censurati. La frase «coloro che fanno delle rivoluzioni a metà non fanno che scavarsi la fossa» spiega anche il silenzio di Saint-Just.

11.

I teorici che restituiscono la storia di questo movimento ponendosi dal punto di vista onnisciente di Dio, che caratterizzava il romanziere classico, dimostrano facilmente che la Comune era oggettivamente condannata, che non aveva superamento possibile. Non bisogna dimenticare che, per coloro che hanno vissuto l'avvenimento, il superamento era lì.

12.

L'audacia e l'invenzione della Comune non si misurano ovviamente rispetto alla nostra epoca ma rispetto alle banalità di allora nella vita politica, intellettuale, morale. Rispetto alla solidarietà di tutte le banalità fra le quali la Comune ha portato il fuoco. Così, considerando la solidarietà delle banalità attuali (di destra e di sinistra) si concepisce la misura dell'invenzione che ci possiamo aspettare da un'eguale esplosione.

13.

La guerra sociale di cui la Comune è un momento continua sempre (benchè le sue condizioni superficiali siano molto mutate). Per il lavoro di «rendere conscie le tendenze inconscie della Comune» (Engels), non è detta l'ultima parola.

14.

Da quasi vent'anni, in Francia, i cristiani di sinistra e gli stalinisti si accordano, in ricordo del loro fronte nazionale anti-tedesco, per mettere l'accento su quanto nella Comune vi fu di turbamento nazionale, patriottismo ferito, e insomma di «popolo francese che chiedeva per petizione di essere ben governato» (secondo la «politica» stalinista attuale), e spinto infine alla disperazione dalla carenza della destra borghese apolide. Per risputare quest'acqua santa, basterebbe studiare il ruolo degli stranieri venuti a combattere per la Comune: si trattava, prima di tutto, dell'inevitabile prova di forza in cui si doveva condurre tutta l'azione in Europa dal 1848 del «nostro partito», come diceva Marx.

18 Marzo 1962

Debord, Kotànyi e Vaneigem

Il tenutario di questa casa dove si danno appuntamento varie opinioni, rispettabili almeno quanto le abitanti di altre case per altri appuntamenti, mi chiede di fare una specie di "coming out". Dovrei spiegare il mio anticlericalismo. Voglio rassicurare i cattolici: detesto tutti gli dei, di ogni forma e colore. Faccio qualche eccezione per eventuali politeismi di acclarata mitezza e tolleranza. Considero comunque ogni fede un infantile, stupida superstizione.
Tanta intolleranza la devo ad un "abito mentale" acquisito in quanto ex fedele cattolico e proprio per "fedele" introiezione di taluni principi che a mio avviso sono l'essenza del cattolicesimo. L'intolleranza innanzitutto. La verità è mia e basta. E' questo, quello che ci insegnano in ogni modo. Bene. Ora che sono fuori dalla chiesa, la verità è rimasta mia. E non è più vostra, anche se siete un miliardo contro uno. In questo senso mi sento perfettamente cattolico. Arrogante, cioè.
Personalmente, la mia "militanza" cattolica si è protratta sino ai sedici anni. La domenica mattina mi alzavo prima per andare a servire la messa delle nove. Leggevo le letture. Conoscevo ogni atto e ogni minimo movimento del rito, scampanellate, preparazione di guazzetti con acqua e vino. Se ci ripenso, una cosa affascinante. Ma, alla lunga, tediosa. La nostra associazione, quella dei cosiddetti "Paggetti Antoniani", aveva tutta una sua storia, degli organismi dirigenti. Ero assiduo come si può esserlo solo da ragazzi. Ricordo che un anno si rinnovarono le cariche. Il mio caro amico, meno assiduo e più scettico di me, venne nominato presidente. Io, abbastanza stupido e fondamentalmente non interessato alle questioni secolari, fui invece destinato ad una carica che sicuramente andrebbe istituita oggi in tanti partiti e sindacati: l'addetto alle pulizie. E così, con regolare assiduità ed in base alle misteriose leggi che regolano l'universale posarsi della polvere e le umane sporcizie, il giovane fedele si armava di secchio e ramazza. Ma non si pensi che sia stato per una sordida questione di carriera che ho rinnegato ogni fede. Anzi, dato che anche da false premesse possono derivare veritiere conseguenze, semmai il nostro assistente spirituale, proprio con la individuazione di quel ruolo che poteva essere mio e soltanto mio, mi ha solo resa chiara per tempo una cosa che la vita si è poi soltanto incaricata di confermare. Per parte mia, ho provveduto a continuare secondo gli insegnamenti ricevuti: ho fatto pulizia di una putrida superstizione.

Frana

| No Comments

La malattia cronica della scrittura mi affligge. Per codardia, per mancanza di volontà o, peggio, per incapacità di coltivare l'unica libertà possibile, e cioè la rinuncia unilaterale ad ogni "strumento". Per fortuna, sono solo relativamente afflitto dal compiacimento: ogni frase, giorno per giorno, resta in discussione. L'opera, se le sue parti minime sono perennemente in bilico, vacilla, non cresce. La scrittura, a queste condizioni, è una progressiva messa a fuoco di un punto sempre più circoscritto e sfocato.
Viene alla mente l'immagine levigata dalle continue frane del lato invisibile di Stromboli. L'unico risultato possibile della scrittura è ricondurre allo stato di precario equilibrio il cumularsi dei materiali. L'atto dello scrivere si chiude in sè. Il resto, si perde in un fondale ingordo ed invisibile, il contenitore di ogni eccedenza, di ogni passione e desiderio.

Nietzsche: pudore, nudità, ribellione

| No Comments

Pronunziare il nome 'Nietzsche' impone, più di prima, di sempre, un pudore.
Leggere Nietzsche è manifestare e praticare un 'pudore'.

Questo pudore: quello della filosofia.
Nietzsche è la 'nudità' della filosofia.

Parlare di Nietzsche è sapere della nudità e della debolezza della filosofia.

Nietzsche è lo scandalo che la 'filosofia', nel luogo infame che ha scelto di abitare oggi, non sa domare.

La nudità di Nietzsche, cioé: la nudità della filosofia, non sarà mai nè tema di convegno, nè tema di discussione.

Dire il nome: 'Nietzsche' è dire della ribellione.
È dire il nome della ribellione senza nemico se non se stessi.

Nudità, pudore e ribellione si danno, con il nome 'Nietzsche', insieme.

Parlare 'di' Nietzsche è mostrare e praticare una forza falsa.
La forza falsa di questa falsa filosofia sa parlare 'di' lui.

Non si parla di Nietzsche.
Si parla con lui. Con pudore. E nudi.
Sempre per ribellarsi.

Sul comunismo, ancora

| No Comments

Riprendo una riflessione già sviluppata qui, qui, qui, qui e qui.
Mi rendo conto della difficoltà non solo di seguire questa riflessione, ma anche della sua 'impossibilità'.

Tanto per dirlo una volta per tutte: è il punto focale di ogni transito oltre il moderno.
Il punto focale, politico e filosofico, per avere la forza di 'chiudere' alcuni conti che ci portiamo dentro, molti di noi.
E che facciamo finta di non avere in sospeso.

Sono convinto, filosoficamente e politicamente, che nulla può essere concesso ad una riflessione sulla 'moltitudine' o sulla 'sconfitta' di un ipotetico 'assalto al cielo' senza chiudere questi conti.

Prima di proseguire questa riflessione, con insistenza, forza, cocciuta insistenza e coscienza della solitudine che questo implica, riposto interamente i cinque interventi che ho linkato, a dimostrazione di una urgenza non episodica e di una necessità non rinviabile.

Aggiungendo un solo paragrafo, che reinvia già ai successivi.
Anche questi 'successivi' paragrafi o capitoli - chiamateli come volete -, sono già nel 'cassetto', come si dice nel gergo dei buffoni delle corti letterarie e nelle fogne delle accademie filosofiche di ogni università.

***

Tutto quello che scrivo su questo tema è dedicato a chi ha fatto della sua vita un sacrificio 'per altri', a chi ha vissuto e vive, ancora, in quella 'fedeltà' senza imbecillità, in quella coerenza dell'esistenza senza riconoscimento e senza nome; quello che scrivo e la mia insistenza e 'urgenza' è dedicato a chi, pare, oggi, 'anonimo', a chi vive nel tentativo, impossibile, di curare 'ferite' senza possibile decubito, a chi cerca di dare senso a quello che non ne aveva, o forse sì; è dedicato a chi, se oggi non ha nome, e non l'avrà nemmeno dopo perchè non l'ha mai cercato, troverà, lo prometto, nella mia scrittura, un senso, senza nome e senza domanda, che la storia, senza che si sappia, ridà, improvvisamente, senza che lo si aspetti, a chi non l'ha mai cercato e che porta con sè.

*

*

Il comunismo è una promessa di tradimento. Nel suo stesso dirsi, quello che si preannuncia è già tradito.
Il senso che il termine 'comunismo' richiama, la vita stessa di questo termine, porta con sè un'impossibilità.
Il 'comunismo', di per sè, non esiste. La vocazione profonda di questa promessa, della promessa della comunità, questa promessa, nella sua impossibilità, è, però, il senso profondo dell'umano per come non si è mai rivelato se non attraverso questo 'nome'.

Come i due secoli passati hanno 'presentato' il comunismo, non rende giustizia della promessa che il comunismo porta con sè.
Senza il 'comunismo', i due secoli passati non sarebbero stati quelli che sono stati. Non avrebbero messo in gioco le forze che si sono scontrate, la tensione di una politica 'grande', uno scontro che si è mostrato sino alle sue estreme conseguenze e che ha guadagnato, conquistato, occupato, reso 'esistenza' l'esistenza di milioni di uomini e donne.
I due secoli passati non sarebbero stati come sono stati, e tutto sarebbe come se l'umano non avesse voce nel 'decidere' la sua fine o la sua comunità.

Se non ci fosse stato Stalingrado, la storia dell'Europa non sarebe stata quella che viviamo. Basta andare in Russia oggi, ancora oggi, per capire.

La promessa che il comunismo portava con sè, soprattutto nell'ultimo secolo, ha subito un colpo mortale. La storia non ha pietà.
Ma, essendo il comunismo una promessa di tradimento, non era possibile pensare che la sua promessa rimanesse intatta. Il 'comunismo', o quello che significa questo nome, si espone, radicalmente, allo scacco della storia.
Il comunismo, già da subito, era questa precisa 'promessa di tradimento', poichè quello che il comunismo portava e continua a portare attraverso il suo nome, è la dichiarazione della possibilità dell'assoluta liberazione dell'umano. Da ogni vincolo, luogo, padre o madre, da ogni dio.
Questa promessa sarà il luogo attraverso cui pensare il tempo e la libertà.
Gli sciocchi che si agitano, oggi, nel dichiarare il loro nemico morto e sepolto, non vogliono sapere, non sanno capire come l'esigenza del 'comunismo', qualsiasi nome possa prendere, l'esigenza della liberazione radicale dell'umano, anche quando prenderà altri nomi, non potrà rinviare se non a questo nome, che richiama la condivisione e il tradimento, la forza e la libertà.

*

Il termine 'comunismo', in se stesso, non reinvia a nulla. Questo termine, che per decenni è stato lo spettro di ¾ del mondo, questo termine, oggi, non ha corpo. Esattamente come attiene ad ogni spettro. Dire, pronunziare questo termine, oggi, significa nominare un'assenza e un'impossibilità. Solo grazie a questa impossibilità e a questa assenza, questo 'nome' può riuscire, può continuare a dire dell'ingiustizia dal lato dell'umano.
Questo nome dice e nomina l'indigenza e la forza degli indigenti. In questo senso, dire che il comunismo è una 'promessa di tradimento' è un gesto di verità. Ma, anche, un gesto di forza.
Perchè il 'comunismo', o quello che questa parola ha costituito, non nomina solo l'indigenza più assoluta. Ma la forza, tutta umana, di liberarsi da questa indigenza e la forza di 'istituire' un altro 'ordine'. Solo, tutto, semplicemente, assolutamente umano.
Dire che 'il comunismo è una 'promessa di tradimento' significa assumersi, fino in fondo, il basso commercio che il comunismo, come esperienza storica, ha praticato con il 'potere'. Per rafforzarsi come 'un potere'. Ancora, in questo senso, tutte le sillabe scritte da Trotskij in esilio costituiscono la maggiore testimonianza, la requisitoria necessaria di questo meretricio che il comunismo ha patteggiato con il potere, per diventare potere.
D'altro lato, questo termine, ancora oggi, reinvia ad un'indigenza, e, soprattutto, alla consapevolezza di questa indigenza - che mai, in nessuna esperienza umana, ha raggiunto questo grado di consapevolezza.
Parlare di 'comunismo', oggi, significa, innanzitutto, parlare di questo meretricio.E, insieme, dire l'ingiustizia, darle nome, e nominare, con tutta la forza di cui solo il comunismo è capace, i responsabili dell'ingiustizia e dello sfruttamento.
Parafrasando Derrida, si tratta di 'esser giusti' con il comunismo.
Così come si tratta di chiedere, domandare e attraversare lo scandalo a cui il comunismo non ha saputo sottrarsi.
E che, insieme, sa nominare.

*

Non esiste un 'futuro' del comunismo. Parlare di 'comunismo' al futuro è una contraddizione in termini rispetto la forza stessa che il comunismo stesso nomina. Il 'comunismo' è il suo presente, la sfida, lo scacco della realtà. Se si potesse nominare, chiaramente, la sfida che il termine 'comunismo' nomina, questa sfida nominerebbe la messa in questione del presente per come si dà e per come il comunismo sa metterlo in questione. In nessuno dei testi che si continua a far rientrare nella tradizione 'comunista', in nessuno di questi testi, se non nei testi dei mirabili e vertiginosi ripetitori, si parla di una società comunista, di ciò che essa sia, possa essere.
In questo senso, ogni futura declinazione di questo termine, 'comunismo', implica la coscienza del presente, di ogni presente, nel quale il comunismo si sacrifica, si è sacrificato.
Nel quale il 'comunismo' parla' e 'dice', 'nomina' il suo essere, senza riuscire a dire, con forza, il suo fututro.
Il comunismo che io ho conosciuto ha nascosto a se stesso il suo futuro.
Il rapporto, intimo, che si è instaurato tra il presente della politica che il comunismo ha richiesto e il suo meretricio con il potere, questo luogo manifesta, in maniera ineccepibile, l'impossibilità del comunismo di pensare il suo futuro.
In questo senso, e solo in questo senso, è possibile pensare il 'comunismo' senza alcun futuro 'in-comune'.
Il comunismo, che ha prodotto, anche oltre la sua morte, questa 'forza-di-comunità', nel suo meretricio con il potere, non ha, in alcun modo, seppellito questa 'forza-di-comunità' che, per anni, ha rivendicato come 'il' suo luogo.
Questa 'forza-di-comunità", che non è il comunismo, che del comunismo porta radicalmente con sè la memoria, e che il comunismo ha voluto rivendicare a sè, oggi impone, per chi ne ha la forza, un altro pensiero, un altro pensiero della comunità.
Oggi, il comunismo non ha presente.
Il futuro, come il presente, attiene alla 'forza-di-comunita', tutta, dall'inizio, da ripensare.

*

Dire che il comunismo, questa promessa, sarà il luogo attraverso cui pensare il tempo e la libertà, è dire dell'indigenza, della sua flebile voce, del suo silenzio: è, oggi, dire l'impossibile. E', insieme, dire che il meretricio tra il comunismo e il 'potere', in tutte le forme in cui Elias Canetti ha declinato questo termine, è un meretricio che ha fatto, nella storia, del comunismo un'icona della repressione. Il nome'comunismo', oggi, costituisce una delle icone della 'repressione' di ogni liberazione dall'indigenza e dal potere (Budapest, Praga, Danzica).
La 'forza-di-comunità' che il comunismo ha avocato a sè, che ha fatto 'solo' sua, questa forza è, oggi, impigliata in questa mancata liberazione che dentro il 'comunismo' stesso cominciava a crescere negli anni trenta, ed è esplosa negli anni settanta.
Questa forza, che voleva liberare il comunismo da se stesso, dal suo meretricio, è stata battuta. Prima dal comunismo stesso (gli anni trenta-settanta), poi dalla storia (Gorbaciov).
Mentre le forze che esplodevano dentro il comunismo erano piegate dall'interno, la storia cominciava la sua Vandea inversa.
Questa ribellione della storia contro la 'promessa del comunismo' si misura, però, solamente con il presente a cui il comunismo ha sacrificato se stesso. Questa Vandea inversa senza fine a cui, oggi, assistiamo, questa promessa piegata, senza voce e senza luogo, mostra il luogo dell'indigenza stessa del comunismo. Questo luogo porta un solo nome: Russia.

*

La riflessione sul comunismo, oggi, è un tradimento di ogni amicizia, la frattura, violenta, di ogni condivisione, la forza, oggi tutta 'singolare', che abbatte ogni luogo comune. Il silenzio che, oggi, attiene a chi, prima, si era dichiarato comunista, questo silenzio della riflessione, questa impossibilità e questa improvvisa riservatezza che fa parte della vita di chi prima si era dichiarato 'comunista', questo immondo silenzio, tutto questo attiene al filisteismo della filosofia e alla forza del quotidiano.
A differenza di ogni altra dottrina o scienza, filosofia, visione del mondo, il comunismo ha 'imposto' quel legame tra la forza dell'interrogazione e la forza della trasformazione sociale.
Se, in questo bordello del pensiero che ci accompagna, c'è qualcosa che non si vende al mercato dellla filosofia, è la lezione, tutta comunista, per cui ad ogni pensiero corrisponde lo sforzo di pensare un'altra realtà e un'altra politica.
In nessuna maniera, mai, noi pensiamo che questa lezione del comunismo, lezione alla filosofia, possa essere dimenticata.
In nessun senso, questo bordello del pensiero, rispetto la lezione, storica, del comunismo, avrà, mai, lo spazio che crede di avere.
Se il bordello del pensiero, che lo statuto mondiale della filosofia accademica occupa oggi, costituisce l'unica scena dove si crede di potere fare 'filosofia' o, semplicemente, vivere dignitosamente, da uomini, la lezione che il comunismo continua a rivendicare è la dura verità dell'interrogazione filosofica. E della scena reale dello sfruttamento mondiale generalizzato.
Di fronte il quale tutte le giovani intelligenze tacciono, impegnate come sono nelle loro pubblicazioni 'marxiane', negli impegni nei giornali 'comunisti', nell'ipocrita rivendicazione del meretricio comunista 'contro' il potere.
Sempre che ancora sia 'meretricio comunista'...

Questa verità, che è quella dell'interrogazione storica in-comune, può essere rimossa, come lo è stata da molti dei miei amici o da molte delle giovani intelligenze che fanno del loro 'comunismo' una dichiarazione. Ma questa verità - quella per cui il 'comunismo' è una pratica di trasformazione del luogo dove si vive - fa piazza pulita delle dichiarazioni di principio e interroga il legame, indossolubile, tra la rivendicazione di appartenenza, la pratica altra, e quella che si vive, realmente, all'ombra, nascosta, delle esistenze.

Questa verità, e la sua forza, oggi, ancora più che prima, ritorna. La lezione del comunismo supera se stessa. Va davvero oltre il suo contenuto specifico e il suo nome. E inchioda, nel silenzio, chi tace, sfugge, ha paura.
Come ha scritto Blanchot, l'appello, l'ingiunzione del comunismo è la forza dell'esposizione, la forza della rimessa in questione.
La forza dello 'scrivere-in-comune'.

Assalto al cielo

| No Comments

Al nipote dello zio vorrei dire che nella moltitudine di momenti, riusciti, non riusciti o solo tentati, sta una dimensione dell'umano, credo più concreta di quella perseguita da coloro che tentavano l'assalto al cielo.
Col pensiero rivolto ad U., che persegue il suo momento con tenacia e in solitudine.

in treno (citando un amico)

| No Comments

Moltitudini

| No Comments

"Ed eravamo davvero tanti
ed eravamo davvero forti
una sola contraddizione
quella fila, quei dieci morti".

C. Lolli

La moltitudine è una classe disossata, purtroppo. La presa del potere, la istituzione di una nuova economia e di uno stato del popolo, fino a quando l'osso sembrava reggere tutto, era "all'ordine del giorno". Al giorno ed al suo ordine, è subentrata moltitudine di momenti, di singulti disperati e talvolta spettacolari. Ma noi, il cane, l'osso non riusciamo più a stringerlo tra le fauci. E ringhiamo contro il nulla.

"[...] Il movimento globale ha suscitato un'enorme energia, ma non ha saputo investirla nella vita quotidiana, nei rapporti di lavoro, negli spazi urbani. Quell'energia è rimasta in una sfera puramente dimostrativa. Ma quell'energia non è dispersa. Essa rimarrà in uno stato di sospensione dolorosa, negli anni a venire. Ma non potrà disperdersi, perché la resistenza etica e la creazione sono nella natura stessa del lavoro cognitivo. Nessun trionfalismo moltitudinario ci viene in aiuto, a questo punto. E' inutile ripetere il mantra della moltitudine per consolarsi della disfatta di ogni solidarietà sociale.Occorre coltivare la cura di sé come risorsa intima ed inattaccabile, come impeccabilità dell'ironia che non si piega all'inevitabile. E al tempo stesso coltivare l'autonomia dell'intelligenza, la sua creatività progettuale che l'assolutismo del capitale punta a cancellare.

Nel corso del ventesimo secolo la politica, arte della volontà libera e consapevole, arte della ragione che persegue scopi universalmente umani, ha tentato di rendersi indipendente dal dominio cieco di interessi economici particolari, ma questi hanno finito per incarnarsi in forma di automatismi psichici finanziari e tecnologici.
La politica ha inoltre tentato di renderci indipendenti dall'appartenenza etnica, religiosa, tribale, familiare. La ragione ha tentato di rendersi indipendente dall'interesse e dal sangue. Non ce l'ha fatta, è bene riconoscerlo. Per questo l'esperimento moderno è concluso, o forse sospeso. Comunque fallito, al momento. Più tardi si vedrà.
A nulla servono più le affermazioni di intenti o le dimostrazioni di protesta.

Abbiamo protestato molto, tra il 30 novembre 1999 a Seattle e il 15 febbraio del 2003 in tutte le città del mondo. Ma la protesta è efficace quando di fronte ai dimostranti c'è un potere democratico, che ha bisogno del consenso ed è aperto alla discussione, allo scambio. Oggi il potere non è basato sul consenso ma sulla violenza militare e la colonizzazione mediatica. Dunque é inutile a questo punto protestare, dimostrare, partecipare.
E' opportuno scomparire, lasciare del tutto deserto il territorio metropolitano spazio spettrale di una rappresentazione mortuaria. E' opportuno avviare un processo di autorganizzazione dei processi di produzione del sapere, e lavorare meticolosamente a costruire la prossima insurrezione del lavoro contro il capitale che sarà l'insurrezione dell'intelligenza sensibile in allontanamento dalla fabbrica globale dell'infelicità."

Agenzie di spedizione imam si davano da fare per il Belpaese. Prendo qua e torturo di là: a ciascuno il suo mestiere. Ma non è tutto. C'è anche la DSSA, una sorta di loggia di poliziotti e fannulloni votati alla difesa del papa ed alla lotta al terrorismo islamico. Le pagliacciate italiane, quando si sono diffuse oltre i ristretti circoli degli imbecilli fondatori, sono diventate sempre tragiche. Prendete quei gitanti del '22, quelli con la camicia nera: bastavano duecento poliziotti per prenderli a calci in culo. E invece... Ciò che mi preme, però, è fare sapere che nella smania di creare organizzazioni da parte di questi difensori del papa e dell'occidente, si è arrivati a creare anche queste due, delle quali sentiremo di certo parlare: le "Giacche Verdi Lombardia, Volontari a Cavallo per la protezione civile e ambientale" e poi la "Accademia per gli studi balistici".

Virgolettature

| No Comments

Questo post è dedicato al nipote dello zio

A parte la scelta dell'aggettivo "meritorio" per descrivere l'impegno degli Stati Uniti a "diffondere la democrazia nel mondo come strumento privilegiato della lotta contro il terrorismo" - di buone intenzioni, sono lastricate le vie che portano all'inferno - l'articolo di Venturini sull'esito delle elezioni iraniane mi ha fatto molto riflettere. Esso descrive sinteticamente lo scenario interno all'Iran e quello internazionale: in particolare, sul piano interno, progressisti moderati e
istituzionali hanno perso a vantaggio di religiosi, classi meno abbienti e laici conservatori. Si noti che l'alleanza tra fondamentalismo religioso e classi meno abbienti in chiave anti-istituzionale è una delle caratteristiche salienti del neofondamentalismo islamico. Non si tratta dunque di una novità, ma di una dinamica già nota che in Iran non si è riusciti a evitare che si imponesse: "Rafsanjani - scrive Venturini - non è riuscito a trasferire in Iran il «fattore Le Pen» che conservò a Chirac la poltrona dell'Eliseo [non c'è che dire, mi verrebbe da aggiungere: davvero una sfida di cui andare orgogliosi]: nessuna coalizione di elettori riformisti si è stavolta tappata il naso [salvo poi sputare fuori tutto il
mocco qualche anno dopo addosso alla Costituzione europea, con la stessa linearità di comportamento politico già esibita qualche anno prima] per sbarrare la strada all'ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad, nessuna spinta alla democrazia è risultata più forte dell'alleanza tra religiosi e classi sociali meno abbienti sulla quale contava l'ex sindaco di Teheran". Leggere in tal modo questo risultato, solo alla luce delle dinamiche politiche interne, mi sembra però miope: le crociate militari di messianismo liberal-democratico del governo statunitense, e l'aggravamento della situazione - mi piace chiamarla - "dell'ordine pubblico in Irak", così appare forse più chiaro la distanza drammatica tra la realtà e la propaganda sui vari passaggi di poteri, costituzioni, libere elezioni - hanno avuto una parte nella sconfitta di moderati e progressisti vari in Iran.

Quale sarebbe, del resto, l'Occidente che costoro, di certo meglio disposti di Bush, Blair, Chirac, Putin, Ahmadinejad ecc., possono additare ai loro elettori come punto di riferimento o come modello da avvicinare?

Leggo sempre da Venturini che avrebbe perso l'Occidente, non solo Bush, un modo di esprimersi che giudico maleodorante: poco sotto, leggo infatti che ad aver accusato la sconfitta più di altri, sarebbe stato sempre Bush. O si tratta del fratello, ma non credo, o ci dobbiamo mettere d'accordo: "non solo" o "più di altri"? L'impressione è che non si possa nascondere che gli Stati Uniti hanno voluto questa guerra contro una "parte del mondo" cui dichiarano di appartenere", ma che questa parte del mondo continua ad avere ancora bisogno degli Stati Uniti: di qui, queste comiche formule auto-contraddittorie che chiedono in fondo di non lasciare gli Stati Uniti da soli coi propri errori, perchè quegli errori, così si teme, si ripercueterebbero anche su di noi, e in quel caso meglio un nemico e un "amico" che due nemici (o peggio un nemico dichiarato e un amico di cui non potersi più fidare al cento per cento). Come la vogliamo chiamare: la paura dei "due fronti"?

Se almeno certi errori si riconoscessero, si potrebbe ragionare pubblicamente della realtà e non dei suoi veli.In tutta questa faccenda, il presidente degli Stati Uniti ha dimostrato la stessa indiscutibile pericolosità del suo famulo italico: come quest`ultimo voleva che i propri destini personali coincidessero con quelli di una intera nazione, così quell'altro pretende che siano occidentali solo quelli che la pensano come lui, ovvero che l'Occidente coincida con lui. Questo gioco funziona con parole come "Dio", "Occidente", "nazione"...

Non trovo dichiarato esplicitamente in questo articolo che le elezioni in Irak sono una sconfessione palese e drammatica di una delle "promesse" e "previsioni" degli Stati Uniti d'America riguardo agli effetti della guerra in Irak. Esse sono una negazione gravissima di una delle disgraziate favole di questa guerra "infinita" (possiamo chiamarla anche "duratura", così almeno l'aggettivo può tornare a servire la realtà invece dei proclami?).

Ovvero, quel presunto effetto a catena che doveva scatenare la caduta di
Saddam Hussein, portando una marea di democrazie in Medioriente. Come lo
chiamarono anche: "l'effetto domino"? Di gioco in gioco, si parlerà - lo si fa già invero - altrettanto impunemente di un "effetto Risiko", anche se la prospettiva da cui comprendere questa vicenda non dovrebbe essere, a mio parere, quella che fa riferimento ai dottor Stranamore.

Non sono tanti i paesi al mondo che, avendo alle porte un paese in fuoco e
fiamme, per giunta con una minacciosa ultrapotenza militare ed economica che
ci ha ficcato naso e piedi (sorvolo per pietà sulle mani) senza più sapere come uscirne, preferiscono le spinte modernizzatrici, la liberalizzazione dei pilastri dell'economia interna, cioè delle industrie petrolifere, l'abbandono di progetti di deterrenti nucleari e magari, anche, che so, le rivoluzioni antropologiche non violente tramite Internet. Nel caso, poi, dell'atomica, abbiamo l'esempio in zona, e cioè lo Stato di Israele, anche se nel suo caso, la situazione ai " confini ", altra parola singolare nel contesto, era tutto sommato meno drammatica di quella irachena, tanto che per giustificare la cosa, si dovette strumentalizzare l'incubo
dell'Olocausto.

Ragionando a vista corta, del resto, Corea docet: se si vuole continuare a esistere lungo l'asse del Male, nella giungla degli Stati canaglia, le armi di distruzione di massa bisogna sbrigarsi a farsele, non come Saddam, che, appunto, non ce le aveva, come oramai sanno anche gli elettori inglesi, i quali disgraziatamente preferiscono continuare a votare sulla base di altre considerazioni, inquesto magari più simili a quelli iraniani di quanto riescano a immaginare.

Polvere

| No Comments

Essere ospitato qui per qualche giorno, come in una casa che non è la propria e della quale si cominciano a riconoscere scricchiolii, angolazioni di luce e odori, ha qualcosa di straniante. L'assenza del mio amico mi ha come sbilanciato. Sì, ho levato la polvere, ho fatto finta di rassettare. Ho forse solo infarcito i tappeti di materiale buono solo come habitat per gli acari. Ora comincio ad aggirarmi inquieto. Il luogo comune comincia a pesarmi ed a diventare tetro. Tale mi sembra la prospettiva della scrittura, al giorno d'oggi. O forse solo la mia. Se intendiamo infatti la lingua in senso polifonico, dobbiamo accettare l'idea di detenere un singolo strumento, tamburo, violino o triangolo che sia.

Senza voler indugiare in triti sociologismi, quello che mi sembra di vedere (ed innanzitutto nella mia perchè di essa rispondo mentre le altre al massimo le interrogo) nel meccanismo consunto attraverso il quale rappresento me ed il mondo, è il venir meno di una forza vitale, di una energia. Oscuramento che non è, paradossalmente, povertà di mezzi. Al contrario, abbiamo tutto a disposizione. Non c'è trasgressione e strumento che non sia ai nostri piedi. Poi, bastano poche pagine di Tolstoj per capire che la forza e la libertà mie (per la parte che sono in grado di accoglierne) sono svuotate e prive di oggetto.
Ci vuole una casa vuota, per sentire gli echi della fine. Ogni attesa non può essere che silenzio. Altra polvere verrà cumulata. A chi verrà dopo, se avrà ancora o nuova forza e luce, il compito di ripulire tutto.