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Scrivere, in-comune »

08.06.05

Sugli scrittori, la responsabilità, i nomi

Scrivere, mi si dice, comporta uno 'sbrego'. Direi, nella mia lingua, che scrivere comporta una responsabilità. Anche ridere implica una responsabilità.
Ridere è un verbo non troppo diffuso tra chi, oggi, viene riconosciuto 'scrittore'. E scrive.
Scrivere, oggi, comporta un duplice, impegnativo, doppio movimento.
Ridere è un verbo non diffuso più di tanto nemmeno tra chi scrive credendo, costruendo il suo luogo come un luogo 'vero'.
Questa 'illusione' dello scrivere, questa incapacità del ridere della propria scrittura, non è meno incerta fra le sacerdotesse e i sacerdoti di una scrittura senza riconoscimento che tra i professionisti i cui nomi già conosciamo.

Come sempre, ridere della propria scrittura. Come mai, ridere dell'inconsistenza delle proprie pose.
Ridere di sé, è una pratica non troppo diffusa, né piacevole, per chi, scrittore, si riempie della propria scrittura, per chi fa della propria scrittura l'unico luogo di verità.
Insieme, chi scrive dal centro o chi scrive dal lato, abita, oggi, lo stesso luogo.

Mi sbaglierò, ma non c'è 'una politica', la forza politica di una scrittura, la limpida forza, una scrittura senza recriminazione.

Se leggo, dove leggo, mi manca, mi sbaglierò, la 'persuasione'.
Non capisco, non condivido queste 'medie' battaglie, la loro capacità di disperdersi, la vostra confusione sui nomi, gli amici, i nemici.
Non ne capisco, anche, l'impressionante capacità di mutare d'aspetto, opinione, giudizio.
Secondo, sempre, l'altrui scrittura e dedica, l'altrui dialogo o riconoscimento.

Certo, io non scrivo. Né dal lato, né dal centro.

Vi guardo e vi leggo.
E rido, di me per primo, di fronte queste pose, un po' ridicole, a volte più serie, che la vostra scrittura vi impone.

Mi chiedo spesso, in fondo, se, di fronte una scelta, una vera, la vostra scrittura, la mia, saprebbe resistere.

Rido di me, meno di voi.
Se, ancora oggi, non saprei dire che fare, saprei dire di che ridere, e, certo, so distinguere tra una politica della scrittura e una scrittura politica, la sua forza anonima, il suo 'sbrego', la sua forza 'che pone'.

So distinguere tra i nomi che ogni scrittura, ridendo di sé, sa nominare, e quelli che ogni forza che pone, in fondo, dimentica per farsene forza.
Annulla.

Semplicemente, una politica, in-comune, urge più di quanto riusciamo a dire da soli e con la nostra scrittura.

Postato da millepiani alle 02:33
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