
"Blob" ha proposto ieri un interessantissimo dialogo, se così si può chiamarlo: una signora con un microfono in mano chiedeva all'ex ministro della salute Girolamo Sirchia cosa avesse da dire su tre assegni da undicimila marchi a quest'ultimo intestati da parte di una multinazionale del settore medico di competenza professionale dell'ex ministro. La risposta è stata dapprima un surreale silenzio, poi, ma sarebbe stato meglio continuare a tacere, si è rivelata come la esemplificazione di quello che è stato l'unico punto del programma che questo terrificante governo ha realizzato. L'ex ministro ha risposto: "non sono fatti di vostra competenza". Ora, dato che la signora con il microfono era una giornalista, resta da chiedersi quale sia la competenza di questi signori: infilarsi il suddetto microfono su per il c..o? Farsi assumere negli uffici stampa delle multinazionali per fare marchette giornalistiche? Intervistare in ginocchio i potenti? Ce lo spieghi lei, signor ex ministro, cos'è competenza di un giornalista.
La ribollente furia estiva, complice canicola e mancanza di altri argomenti, torna protagonista. Stupisce che non esistano studi (il fatto che tra gli articoli non si trovi una intervista al ricercatore di turno tende a farlo escludere) sul nesso tra temperatura e istinti omicidi. Se la grande, sanguinosa saga della bibbia si fosse svolta, che so, nella ormai di moda Finlandia della renna affumicata invece che nel cosiddetto "medio oriente", il massimo cui avremmo assistito sarebbe stata una scazzottata tra Caino e Abele dopo una colossale sbronza a venti sotto zero. Non resta che augurarsi una nuova, possibilmente repentina, piccola glaciazione. Per calmare i bollenti spiriti, per fare riserva di acqua, per prepararsi metri cubi di granita e per prendersi, al massimo, a palle di neve.
Trovo citata la seguente frase di Tertulliano: "si smette di odiare allorchè si smette di ignorare". Con una significativa eccezione: più conosco la chiesa cattolica più la detesto. Infatti, per la reciproca, chi meno ne sa più la rispetta. Gli altri, per convenienza, abbozzano.
Non sono impazzito. Non più del solito. Il mio disinteresse per la cosiddetta finanza è, naturalmente, massimo. Più che per incompetenza, per una vera e propria mancanza di intelligenza del fenomeno. Il limite è tutto mio, insomma. Quello che colpisce in questa misteriosa vicenda della scalata alla RCS, e quindi al Corriere della Sera, è che da una parte c'è il cosiddetto "salotto buono" e dall'altra (così viene descritto) questa specie di ex dentista burino che non si sa come ha fatto i soldi, che specula sulle intermediazioni e così via. Il nostro ineffabile presidente del consiglio, oltre che con il culatello, si è schierato con questo signore che sposerà l'attricetta Falchi e che la faccia ce l'ha più o meno come l'insaccato.
Ma non voglio tergiversare oltre: la cosa che davvero mi stupisce di tutta questa vicenda è che, malgrado tutto quello che si può pensare, tra questi gran ricconi vigono le medesime impalpabili e crudeli leggi che hanno regolato l'universo proustiano, quell'insieme di interdetti e di crudeli esclusioni che facevano di un salotto "la creme" e di un altro poco più che un ritrovo di lenoni. E' quasi consolante, vedere che non cambia nulla. Viceversa, è inquietante che, ancora oggi, per scrivere qualcosa di interessante, si dovrebbe andare a rovistare in questi doratissimi letamai.
Il nostro mondo vorace e senza memoria pretende sangue per forgiare nuovi eroi. Inutile dire, forse anche impopolare, che è meglio un uomo comune vivo di uno straordinario eroe cadavere. Ci sono momenti e cose il cui significato va mantenuto perchè è necessario per l'etica pubblica e per il senso dell'appartenenza ad una comunità, che è in qualche modo apparentato con il sacro. Ma il nostro tempo ha forme spettacolarizzate e si basa su linguaggi che spesso con ciò cozzano: da ciò la oscenità di forme non controllate di sacralizzazione. Tento di affrontare la questione con rispetto e comprensione, ma non so se ci riuscirò: in breve, Giuliana Sgrena e Pier Scolari si accingono a scrivere una sceneggiatura sulla storia della Sgrena medesima. Un interessante libro di una studiosa, Annette Wieviorka, si intitola "L'era del testimone". Ci viviamo dentro. I capi di governo si precipitano a prenderli all'aeroporto con tutta la stampa, i parenti, i colleghi gli amici. Tutto giusto e sacrosanto. L'ostaggio, questo testimone di una indicibile privazione e di una minaccia senza nome, è una figura importante che non va banalizzata. Ma resta il fatto che impostare la propria vita seguente su quella figura che comunque (e per fortuna) è transitoria, se da un punto di vista interiore è perfettamente comprensibile (può diventare anche una ossessione e non ci sarebbe nulla da eccepire), dal punto di vista pubblico è una operazione che si presta a qualche dubbio. Secondo notizie di stampa si sente dire che già gli americani avevano contattato la coppia di neo-sceneggiatori, ma che sono presto emersi dissensi di carattere artistico-politico, per così dire. Ecco, la cosa non mi fa scandalo, ma mi fa pensare che Pier Scolari, durante il rapimento, si era già presentato con il suo bel libretto fresco di stampa sulla sua sofferenza e angoscia (naturalmente vere e sacrosante) in assenza della compagna Giuliana in quel momento ostaggio. E da chi si era presentato? In tanti salotti televisivi, compreso Costanzoshow mattutino e così via. Ora, per mantenere il significato ed il livello di una testimonianza, io credo sia anche necessario evitare una evidente a fatale compromissione con gli strumenti che rendono possibile la testimonianza stessa. Improvvisarsi cineasti, davanti alla reale tragedia avvenuta, mi sembra una cosa discutibile, insomma, un ammiccamento poco riflessivo e molto da ceto medio in cerca di suggestivi sbocchi, magari anche legittimamente ammantati da compito civile, politico e di denuncia. Ma forse sarebbe meglio delegare ad altri. Il testimone ha la sua verità, che nessuno può contestare oltre un certo punto. Se vuole diventare anche il "creatore" di una opera d'arte che parte dalla testimonianza, allora invade un terreno che non credo gli spetti, e che rischia di metterne in discussione la autenticità.
a S.
Amore mio,
scriverti che ti amo sarebbe scriverti, come non l'ho mai fatto, scriverti qualcosa che già sai. Scriverti che ti amo, per me, per noi, come sai, è scriverti dal luogo che conosci, è scriverti dal luogo della scrittura che abbiamo costruito 'insieme'. Come sai, nulla della mia scrittura, mai, è inventato, costruito, senza di te. E, nello stesso tempo, ho sempre cercato di difendere la tua scrittura, la tua presenza, la tua voce. Oggi, più che mai, nulla di ciò che noi abbiamo condiviso è 'vero', 'riconosciuto'. E la mia scrittura, come la tua, è esposta a una espropriazione senza misura. Scrivere, domandare, domandare senza paura, come abbiamo sempre fatto insieme, domandare, come abbiamo fatto insieme, non segue più, oggi, la radicalità e l'esperienza che noi volevamo, la nostra forza, il futuro che noi volevamo condividere con 'altri'. Come sai, senza domandarmi, è per me una grande sconfitta, ciò che mi rende triste e a volte senza forza. Ma, nello stesso tempo, è ciò che mi rende diverso dagli altri. La forza di questa sconfitta, oggi più che mai, continua a dirmi che la forza della nostra interrogazione, il rifiuto di ogni potere, l'importanza di questa testimonianza, dice, oggi, un 'altro luogo'. Tu sai come ho provato, sempre, a rispettare questo luogo. A 'condividerlo' con i miei amici.
Scriverti una lettera è parlarti di questo luogo che abito, disperatamente.
Scriverti una lettera è scriverti, sorridendo, con te, di questa lontananza.
Ma anche riconoscere, oggi, una sconfitta.
Appartengo ad una generazione senza voce. Sconfitta.
E, nello stesso tempo, come sai, non riesco, mai, a tacere. A lasciar dire.
A dirmi sconfitto senza aver 'combattuto'.
Se, nello stesso tempo, non riconosco nessun luogo, nessun nascondiglio ai miei amici, so, come sai tu, la nostra difficoltà a dire, a capire.
Lavorare in silenzio. Interrogare.
Scrivere una lettera alla persona che amo è, oggi, scrivere della forza e del silenzio, della separatezza, della lontananza.
Scrivere una lettera a Silja è scrivere, in fondo, della 'politica'.
Non so dirti come ti amo.
So che, sempre, come sai, ho condiviso questo silenzio e questa impossibilità. So che mai nulla mi hai chiesto.
So che la politica è, oggi, la risposta a questo silenzio.
E so, anche, che è arrivato il momento di distinguere, separare, attendere ognuno nei luoghi che sa. Che sai, che sappiamo, che conosciamo insieme.
Così come so che scrivere, o pensare, è pensare sempre 'in-comune'.
Oggi, come mai, questo pensiero 'in-comune', questa politica che tarda ad arrivare, e per la quale noi 'viviamo', è il nostro 'amore'.
La mia, come la tua, è una generazione che non sa dire nemmeno del suo amore.
La mia, come la tua, è una generazione che, forse, non sa più scrivere una lettera d'amore.
Ma noi sappiamo scriverla, sappiamo dire, sappiamo scriverlo e sappiamo metterlo-in-comune quello che siamo.
Il nostro amore non vive per noi soli. E' quella forza di cui mi dicevi qualche sera fa al telefono.
Dove la debolezza diventa padrona, dove la separazione e la lontananza sembra insuperabile, dove tutto sembra impossibile, distante, frantumato, dove nulla sembra più possibile riportare ad una forza, ma solo ad una distanza, ad una separazione, ad una fredda lucidità, solo ad un possibile, noi due, insieme, facciamo di questo possibile il suo contrario, viviamo dell'impossibile la sua forza, la sua intensità. E lo sappiamo trasformare nel possibile inaspettato.
Come sai, e come abbiamo vissuto, noi abitiamo questo luogo.
Come sai, per me, questo, tutto questo, è una 'politica'. Che so di condividere con te.
E' la mia solitudine, è la mia fatica. La tua. Che hai imparato a condividere con me. Che sapevi da prima.
Questa fatica, questa solitudine, insieme, è il nostro amore e la nostra politica, la nostra forza e la nostra 'scrittura'. Quella scrittura che ho imparato da te, e che troverà il suo luogo. E la sua forza.
Aspetta, aspetta solo un attimo. Il tempo di leggere una lettera d'amore, una lettera per la mia ragazza. Una lettera per te.
ti bacio
e-
Ho scoperto stamane, con stupore assoluto, che una delle ricerche che ha portato, da San Google, uno sperduto navigatore (uno dei pochissimi...) a 'visionare' il blog che leggete, era così formulata: "vorrei scrivere una lettera per la mia ragazza".
Con mia grande sorpresa, ho scoperto che cercando su San Google.it (solo pagine in italiano) con questa chiave, millepiani appare al 16imo 'piazzamento'. Qui la pagina cache.
Ora, appena ieri, mi è stato detto: "Mi piacerebbe ricevere una lettera da te". Potete immaginare chi mi ha rivolto questo 'appello'.
Ma lo stupore non finisce qui: il solitario navigatore ha lasciato anche questa 'traccia' ulteriore:
"Information related to 'ORG-AFNC1-RIPE' -
route: 81.XXX.X.X./X
descr: Morocco-MAROC TELECOM- 6713
descr:MAROC TELECOM Noeud Internet".
In breve: viene dal Marocco, utilizza Explorer 6.1 in francese, sa l'italiano o lo è.
Che sia uomo si potrebbe dedurre, ma non si può escludere sia una donna.
A questo solitario navigatore - o navigatrice - e a chi mi ha rivolto il suo 'appello', vorrei dire che io, nelle prossime ore, questa 'lettera per la mia ragazza' la scriverò.
La spedirò, per posta, come ho sempre fatto per le lettere importanti.
E vorrei dire anche che, immensamente, mi piacerebbe spedirla in Marocco.
E forse la spedirò, ad un qualsiasi indirizzo di una qualsiasi sconosciuta o sconosciuto.
Presentano il libro del papa che viene così sintetizzato: "non ti chiedo di credere in Dio ma di comportarti come se lui esistesse." Questo vale all'indirizzo dei "cosiddetti laici". Cioè anche per me, atomo sperduto e solitario in questo mondo dove tutti affermano di credere. Voglio dire chiaramente una cosa: il problema della esistenza o meno di Dio o chi per lui, è SUPERATO. Intendo dire che anche se dio esistesse, non solo reputerei comunque abusivo il parere di chi pretende di parlare a suo nome, ma se anche coloro che a suo nome parlano esprimessero esattamente gli intendimenti del dio suddetto, io continuerei a non essere d'accordo. Se anche dio esistesse, con tutto quanto e cioè trombe, angeli, santi, demoni ed inferni e così via con tutto il ciarpame scenografico, preparerei le mie poche cose per transitare in silenzio all'inferno, senza alcun rimpianto o ripensamento.
Ancora più chiaramente, non solo l'idea di dio mi fa soltanto schifo, ma ancora più ripugnante sarebbe un dio che davvero creda nelle cazzate che da millenni ci vengono contrabbandate con la violenza e con la menzogna. E' abbastanza chiaro?
Tutto questo senza entrare nel merito di questa allucinante castroneria, in base alla quale si dovrebbe rinunciare a qualsiasi idea laica perchè ci dovremmo comportare come se dio esistesse. Questo si chiama totalitarismo, dalle mie parti.
Repubblica oggi è una miniera....
Tennis ed estrema unzione
Apprendo con una certa sorpresa che alle vittime della repressione militare in Argentina negli anni tra il 76 e l'83 veniva amministrato il sacramento della estrema unzione. Devo supporre che questi giovani sventurati fossero in buona salute, torture escluse. Si deve perciò anche supporre che si sarebbero anche ripresi, se non fossero intervenute delle altre sfortunate contingenze, tipo essere lanciati nell'Atlantico, ma senza paracadute. Insomma, la chiesa sapeva. Non solo, ma interveniva per la salvezza delle anime di questi con-dannati, interessandosi quindi soprattutto alla salute della loro anima piuttosto che a quella degli individui medesimi. Ciò forse perchè in quel momento, un certo Pio Laghi (che in quegli anni era il "cosiddetto nunzio apostolico") era troppo impegnato a giocare a tennis con i generali golpisti (forse con Videla in persona, ma non ne sono certo), cioè con i massacratori di gente colpevole soltanto di pensarla in un certo modo. Concludo annunciando, è su Repubblica proprio la pagina prima dell'articolo sull'Argentina, che in Florida il re della pizza, il cui motto è "dio, pizza e famiglia", ha deciso di costruire una città per soli cattolici, dove non si vende la pillola, non si convive, le statue della madonna campeggiano ovunque e così via, come in un incubo confessionale che produrrà, ci possiamo mettere la mano sul fuoco, una generazione di squilibrati e di dementi fanatici. I terreni paludosi, dice l'articolo, sono già passati da 40 ad 800 dollari al metro quadro. Quando si dice i valori.
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Attivi e passivi
Repubblica oggi è una miniera: si apprende che durante il franchismo l'omosessualità era perseguita con il carcere. La cosa sublime è che "i cosiddetti attivi" venivano reclusi a Huelva, in Andalusia e "i cosiddetti passivi" a Bajadoz, in Estremadura. Segue anche descrizione di esperimenti atti ad indurre in riflesso condizionato del genere scossa elettrica connessa ad una immagine maschile e nessuna scossa a quella femminile. L'unico risultato di questo grande esperimento di idiozia fascista-confessionale che continua a circondarci al quale la mia pazienza è sottoposta mettendola gravemente in crisi è che quando vedo il papa in televisione
comincio a sbavare. Per il desiderio di sbranarlo.
La Rivoluzione ha sempre avuto fretta. Tutto il tempo eterno della Storia sta lì ad aspettare e uno non se la può prendere comoda. Per non so quale motivo avevo scelto di prendere una stradina poco frequentata tra le tante che mi portano in ufficio. Meditavo sulla sterilità del momento, tale addirittura da impedirmi di stendere queste povere note sul sito del mio amico in nome del nostro comune Zio dal quale discendiamo. Accanto all'ingresso della sezione manutenzione dell'Istituto Autonomo Case Popolari si stagliava la seguente, apparentemente incomprensibile, scritta: "NO AGLI SGOMBRI DEL TIRONE". Il Tirone, va chiarito subito, non è l'equivalente dei Banchi di Terranova e gli "sgombri" cui si allude non sono dei pesci da non mangiare per alta concentrazione di mercurio. In realtà (ma mi domando se la realtà esista) il Tirone è un piccolo quartiere di case in qualche modo sopravvissute al Terremoto ed occupato nel tempo da varie generazioni di disgraziati. Il rischio di una frana ha portato questi disgraziati in delle case popolari (a seguito di uno "SGOMB[E]RO"), ma non ha placato i furori dei rivoluzionari da quattro soldi. Tutto questo mi ha portato indietro di mille secoli, ai tempi degli anni di piombo, quando eguale fretta, alla anonima mano rivoluzionaria fece apporre su un altro muro la scritta "TERRROSTA E' LO STATO", che da un punto di vista onomatopeico rende molto. Comunque, l'importante è che si capisca il concetto. Il problema è quando anche il concetto latita.
Anche se domani sono cento anni che Sartre è nato, la forza della sua parola, la giustizia della sua scrittura e l'intensità della sua presenza non è venuta e non viene meno. Ciò che resta di Sartre è la sua scrittura, fuori dai suoi ruoli. Sartre è uno dei più grandi scrittori del secolo passato. Tutta la sua opera dovrebbe essere letta a partire dalle 'voci' delle sue opere teatrali e dei suoi romanzi. Ma Sartre non è un autore che sia possibile mutilare. Sartre non solo 'rappresenta', ma costituisce la forza della scrittura. In ogni senso.
Del secolo passato. Cioè: una delle forze della nostra eredità.
In questa scrittura, più che in ogni altra, si mostra, ancora oggi, la forza, la forza della 'filosofia' - cioè: la forza dell'interrogazione del proprio luogo come luogo della 'rivolta in-comune'- come mai, dopo Marx, questa forza è riuscita ad essere evidente.
Essere giusti con Sartre è essere giusti con la filosofia come domanda, come forza. Essere giusti con Sartre è essere giusti con la filosofia come contestazione, rifiuto, rigetto del potere. E della sua logica. È riconoscere ciò che della scrittura non può essere piegato alla logica del potere. Ciò che ad esso sempre si ribella.
Sartre nomina, ancora oggi, questo luogo. La sua scrittura - in tutte le sue forme - espone, senza pudore e senza paura, la necessità di testimoniare questo luogo di rifiuto. La necessità di persistenza, di resistenza. L'urgenza di questa forza, di questa solitudine, di questa testimonianza. Di questa verità. Ancora una volta: in-comune.
Non ho mai scritto una sola sillaba su Sartre. Pur avendo letto tutto.
E, nello stesso tempo, non potrei scrivere nulla senza la sua scrittura, come senza la scrittura di Georges Bataille.
Chi fugge da questa forza, dalla scrittura di Sartre, sfugge una parte dell'eredità del suo secolo, il secolo da cui, salvo Deleuze, tutti continuiamo a scrivere. Chi fugge dalla scrittura, da ogni scrittura di Sartre, sfugge al suo luogo, o lo dimentica. Lo vuole.
Essere giusti con Sartre è essere giusti con la filosofia, con la scrittura.
Essere giusti con Sartre è essere giusti con il secolo che abbiamo abitato.
"Infine. Se lo volete, se vi fa piacere e vi fa godere, mettete i vostri nastrini e scrivete i vostri posts sul referendum. E poi i contro-posts. E parliamo, insieme, degli intellettuali: di rete, di fogna, d'accademia o di cortile. Scrivete sui giornali 'riformisti' o sui 'manifesti'. Sui varii 'Vanity', sui 'Punti-informatici-informativi' che ci ritroviamo tutti sotto casa. Scriviamo sui nicks, le riformulazioni, le riseghe mentali, le restaurazioni, i referendum, la letteratura in rete, le lordure, i tradimenti, le invidie e le cosucce, le radio on-line e il file-sharing.
Ma se qualcuno parla di Vibo Valenzia o di Messina, per quanto riguarda il referendum, venga, venghino lor signori: la vacanza è assicurata.
Venghino lor signori a fare campagna elettorale per l'embrione. Al Sud.
Venghino lor signori: ci sarò anch'io, che abito fuori, a strafogare la vostra faccia nella merda. La differenza tra i luoghi mediati della rete, tra i nostri blogs, e la carne viva della societàitaliana la si vede al sud, la si tocca, faccia a faccia, nello s-profondo sud.
Venghino lor signori, e pontifichino da lì. Si connettino con le loro schede wireless.
Noi vi aspettiamo. Come sempre ospitali.
Come diceva Girolamo Li Causi, una vangata di merda non la si nega a nessuno."
Per spiegare, aggiungo qualche riga.
Non ho firmato, volontariamente, per i 5 referendum. Ho fatto un viaggio di 2000 kilometri per votare i 4 quesiti. Non ho, per scelta, messo nessun nastrino sul mio blog e scritto nessun post per incitare, invogliare, convincere al voto chi già lo era e che, con parola disgustosa, la si chiama blogsfera. Semplicemente, mi è sembrato che chi avrebbe deciso le sorti di questa consultazione stava fuori da questa porzione di mondo. E non mi sembrava il caso di attaccarmi al petto la spilletta del compagno Majakovskij parlando ai futuristi d'ogni risma. Sfondando una porta aperta.
Era evidente, visti dall'esterno -il luogo dove vivo-, come fossimo minoritari.
Vorrei, in 4 punti, sintetizzare un solo concetto.
1) 15 anni di spappolamento della politica spappolamento che è passato attraverso anche il referendum sul maggioritario, avrebbero dovuto consigliare saggezza. Quando, per una lunga fase storica, si svuota l'incidenza della democrazia diretta, la si riduce a vezzo inutile, la si derubrica a 'spezie di condimento' delle logiche politiche; quando la logica stessa del discorso politico diventa astratta e tattica, di fase, Bertinotti compreso, quando si pratica radicalmente l'esperienza dei movimenti come elemento ESTERNO alle logiche di partecipazione istituzionale, come si può pretendere un risultato diverso?
2) Il referendum è un istituto di partecipazione democratica diretta che si muove su due piani. Il primo è quello di una società che esprime pratiche politiche forti, certe, che produce aggregati di valore che possono vidimare, abrogare o riformulare le scelte della politica istituzionale (è il caso dei referendum sullaborto e sul divorzio che, ricordo, respinsero un tentativo di ABROGAZIONE di due leggi approvate in parlamento). Questo primo piano, in questi ultimi quindici anni, non solo è stato svuotato, ma non ha più radici. Questo modello si radicava sull'idea che la politica potesse accogliere le istanze sociali, e che la società potesse conoscere le incertezze della politica, scioglierle, deciderle. Si radicava sull'idea che dove la politica incedeva incerta, la società decideva. Èil modello degli anni 70. Il secondo modello è quello dei referendum degli anni 90. In particolare, quello sulla modifica del proporzionale. Lì la piramide si rovescia: la politica decide di governare la società civile, come la si comincia a chiamare da tempo, e le impone il tornante decisivo. A dispetto di quanto allora potesse sembrare, è il frutto maturo del craxismo degli anni ottanta. È da lì che l'istituto referendario è totalmente nudo nella sua nullità.
3) Bisogna scegliere. I referendum sono uno strumento che non è possibile pompare, appoggiare, se, nello stesso tempo, si pratica una politica altra, esterna alla rappresentanza istituzionale. I movimenti che si sono sviluppati dalla fine degli anni 90 non riconoscono più alla politica nessuna capacità nè di rappresentanza, nè di riforma, nè di autoriforma. Essi costruiscono, provano a costruire istituti ALTRI di rappresentanza che si collocano 'a lato-a margine-oltre' quelli che la politica gli riconosce, quelli che i referendum gli offrono. Per questo, volontariamente, non ho firmato per i 5 referendum. Non riconosco più nessuna possilità di riforma e/o di incidenza sulla politica di rappresentanza (il perchè ad unaltra volta). L'ho fatto forzando la mia vocazione, ma con la lucidità: quella della disperazione.
4) Si tratta, in fondo, di spostare il baricentro oltre ogni politica di fase. Domenica pomeriggio, con un amico, camminando in macchina, ci siamo fermati ad ogni passante. Chiedevo, sporgendomi dal finestrino, chiedevo semplicemente: "Lei ha votato per il referendum?". Nessuno mi ha sputato in faccia il suo no. Erano semplicemente sconvolti dal fatto che qualcuno glielo potesse chiedere. Ho votato a Messina, nella mia città, dove ha votato, se dico bene, il 15% degli elettori e dove Rifondazione prende tra lo 0, 9 e l' 1,2. Eppure, su quaranta volte che ho fatto questa domanda, mai una volta mi è stato risposto : No. Ho visto solo facce stranite, incredule. Qualcuno gli domandava qualcosa. Faccia a faccia.
"Infine. Se lo volete, se vi fa piacere e vi fa godere, mettete i vostri nastrini e scrivete i vostri posts sul referendum. E poi i contro-posts. E parliamo, insieme, degli intellettuali: di rete, di fogna, d'accademia o di cortile. Scrivete sui giornali 'riformisti' o sui 'manifesti'. Sui varii 'Vanity', sui 'Punti-informatici-informativi' che ci ritroviamo tutti sotto casa. Scriviamo sui nicks, le riformulazioni, le riseghe mentali, le restaurazioni, i referendum, la letteratura in rete, le lipperature, le lordure, i tradimenti, le invidie e le cosucce, le radio on-line e il file-sharing.
Ma se qualcuno parla di Vibo Valenzia o di Messina, per quanto riguarda il referendum, venga, venghino lor signori: la vacanza è assicurata.
Venghino lor signori a fare campagna elettorale per l'embrione. Al Sud.
Venghino lor signori: ci sarò anch'io, che abito fuori, a strafogare la vostra faccia nella merda. La differenza tra i luoghi mediati della rete, tra i nostri blogs, e la carne viva della societàitaliana la si vede al sud, la si tocca, faccia a faccia, nello s-profondo sud.
Venghino lor signori, e pontifichino da lì. Si connettino con le loro schede wireless.
Noi vi aspettiamo. Come sempre ospitali.
Come diceva Girolamo Li Causi, una vangata di merda non la si nega a nessuno."
Piccoli sintomi di nazismo: intervista al dentista padano per eccellenza su Repubblica (un ministro dello stato, per capirci): - albanesi e altre razze hanno dimostrato di essere più portati alle aggressioni e alla violenza. - E poi, commentando l'arresto per incitamento all'odio razziale di due giovanotti varesini: - ... se riguarda le offese agli albanesi, mi sembra la cosa più naturale che potessero fare davanti a un ragazzo accoltellato. -
Forse Varese è stata per l'Italia ciò che le birrerie di Monaco sono state per la Germani degli anni venti. Secondo Baget Bozzo il fascismo non è stato un male assoluto, secondo Alemanno il referendum sulla fecondazione ha avuto un valore politico e spirituale all'insegna dei valori. Quali valori? Eccoli: bande di "tifosi" che vanno a caccia di un albanese qualsiasi per farsi vendetta. Oppure le modalità di segregazione amministrativa dei Centri di accoglienza temporanea, che ricalcano in maniera inquietante i presupposti giuridici che hanno permesso la realizzazione della Shoah. La vita non è in pericolo dentro le provette di quelli che qualche interessato moralista dell'ultima ora vuole descrivere come uno scienziato pazzo o come un cowboy. La vita è in pericolo giorno per giorno, dovunque, per le strade, nelle menti svuotate dei mentecatti riuniti in branco che urlano per non aver paura, nella idiozia di una classe politica disposta a tutto, in una crisi economica che, se peggiorerà, ci darà quello che ai tempi delle birrerie di Monaco non era ancora pronto, ovvero il '29. Se arriva la crisi vera, i morti non si conteranno più, rulleranno i tamburi e, come sempre, la mistica del sangue e del suolo diventerà sangue autentico versato e noi tutti con il culo per terra.
Spero di sbagliarmi.
All'uscita da un aperitivo forte ma non tale da indurre effetti allucinatori, mentre osservo la mia amica che malferma procede verso casa dubbioso se aiutarla o meno, un prete in "clergyman" e un signore che dalla faccia non poteva che essere un prete, ma non nel vestiario, mi si presentano davanti sorridenti. I due parlano, un pò ad alta voce. Mi sono messo in cammino e mi parlano dietro: - ah, gli ho detto, quando c'era l'Inquisizione... - Risatine. E l'altro: - eh, sì, quando c'era Torquemada... - Altre risatine. Nel frattempo mi giravo verso di loro compulsivamente, la faccia sempre più tetra. Ho aspettato che mi guardassero come a dire "che ca... vuoi" e ho proferito una sola parola, con l'espressione di uno sdegno devastato: - Vergogna! - E ho allungato il passo, lasciandoli o al medioevo delle loro nostalgie o alla idiozia del loro scherzo.
Tra chi scrive e chi ri-scrive, la vera differenza che si misura è la forza della scrittura nel tempo. Noi non chiediamo né pubblicazioni, né riconoscimenti. Non chiediamo parole a vuoto nel tempo che viviamo. Non chiediamo nulla. La scrittura si dà con la forza che il tempo, solo il tempo, le dà. Tutto il resto attiene alle polemiche. E comunque, QUESTA è LA SENSAZIONE DI SENTIRSI A CASA. E, cioè, sempre esposti.
Dove tutte le scritture si ritraggono, dove tutte le scritture non portano a nulla se non a se stesse, lì, tutto quello che noi deturpiamo, combattiamo, contestiamo, di tutto quello che scriviamo e che leggiamo, sappiamo misurare la vanità e lo schiacciamento di ogni scrittura sulla sua parvenza.
Se la scrittura conserva il suo segreto, questo segreto lo conserva nel 'ritegno'. L'intimità non è solo qualcosa che sa guardarsi allo specchio. O sa dirsi nel silenzio. Intimità è verità riferibile soltanto a chi è capace di enunciarla con la consapevolezza che verità significa dissoluzione di una interezza immaginata ed immaginaria. Un uso della parola che sappia mantenere una distanza saggia ed equa tra il dire e il significare, è un uso denudante e scarnificante.
La parola non è sempre e soltanto l'arma che rivolgiamo contro altri che sembrano armati di altro verbo. La parola che "procede" è quella che si diffonde di un millimetro attorno a noi, ma che nello stesso tempo scava dentro di noi una voragine che non ha misura. La parola è il nostro fuoco amico.
Non c'è un momento nel quale siamo tanto sordidi, crudeli, evasivi, scostanti, improvvidi, sterili, accecati e infine ininfluenti come quando ci decidiamo a brandire l'arma fievole, eppure devastante, del "pro-ferire".
Scrivere è una responsabilità.
Dunque: il manifesto che stiamo scrivendo, nel segreto pubblico della responsabilità pubblica, non ci accorda nessun bene e nessuna possibilità. Al contrario, esso restringe la nostra forza e la nostra libertà in direzione di un compito ancora non individuato, anche se accuratamente delimitato.
La sfida dello scrivere in-comune è una dolorosa scoperta della differenza, cioè la scoperta della impossibilità di essere uno e del desiderio di essere l'altro.
È, in fondo, l'esperienza di scrivere 'in-comune.
Scrivere, mi si dice, comporta uno 'sbrego'. Direi, nella mia lingua, che scrivere comporta una responsabilità. Anche ridere implica una responsabilità.
Ridere è un verbo non troppo diffuso tra chi, oggi, viene riconosciuto 'scrittore'. E scrive.
Scrivere, oggi, comporta un duplice, impegnativo, doppio movimento.
Ridere è un verbo non diffuso più di tanto nemmeno tra chi scrive credendo, costruendo il suo luogo come un luogo 'vero'.
Questa 'illusione' dello scrivere, questa incapacità del ridere della propria scrittura, non è meno incerta fra le sacerdotesse e i sacerdoti di una scrittura senza riconoscimento che tra i professionisti i cui nomi già conosciamo.
Come sempre, ridere della propria scrittura. Come mai, ridere dell'inconsistenza delle proprie pose.
Ridere di sé, è una pratica non troppo diffusa, né piacevole, per chi, scrittore, si riempie della propria scrittura, per chi fa della propria scrittura l'unico luogo di verità.
Insieme, chi scrive dal centro o chi scrive dal lato, abita, oggi, lo stesso luogo.
Mi sbaglierò, ma non c'è 'una politica', la forza politica di una scrittura, la limpida forza, una scrittura senza recriminazione.
Se leggo, dove leggo, mi manca, mi sbaglierò, la 'persuasione'.
Non capisco, non condivido queste 'medie' battaglie, la loro capacità di disperdersi, la vostra confusione sui nomi, gli amici, i nemici.
Non ne capisco, anche, l'impressionante capacità di mutare d'aspetto, opinione, giudizio.
Secondo, sempre, l'altrui scrittura e dedica, l'altrui dialogo o riconoscimento.
Certo, io non scrivo. Né dal lato, né dal centro.
Vi guardo e vi leggo.
E rido, di me per primo, di fronte queste pose, un po' ridicole, a volte più serie, che la vostra scrittura vi impone.
Mi chiedo spesso, in fondo, se, di fronte una scelta, una vera, la vostra scrittura, la mia, saprebbe resistere.
Rido di me, meno di voi.
Se, ancora oggi, non saprei dire che fare, saprei dire di che ridere, e, certo, so distinguere tra una politica della scrittura e una scrittura politica, la sua forza anonima, il suo 'sbrego', la sua forza 'che pone'.
So distinguere tra i nomi che ogni scrittura, ridendo di sé, sa nominare, e quelli che ogni forza che pone, in fondo, dimentica per farsene forza.
Annulla.
Semplicemente, una politica, in-comune, urge più di quanto riusciamo a dire da soli e con la nostra scrittura.
Una logica conseguenza. Così avrebbe con ogni probabilità iniziato lo zio una sommaria analisi del gesto, ripetuto nel tempo, della donna austriaca che, sembra per timore di perdere il proprio uomo, ha ucciso quattro neonati. Due di essi sono stati ritrovati dentro il freezer condominiale, o qualcosa del genere. Non dobbiamo farci distrarre, ma nemmeno dobbiamo ignorare, una tale conquista di civiltà: un freezer dove tutti i buoni cittadini austriaci possono, a seconda del bisogno, mettere quarti di bue, eventuali anelli di calamaro e, se proprio serve, due bambini avanzati per improvvise cadute nel comunismo. Chissà se nella cattolica Austria una meno improvvida politica di educazione
sessuale avrebbe portato la incauta signora (che riesce a doppiare quella già molto distratta della canzone di De Andrè) a evitare di dover sopprimere ciò che evidentemente non desiderava. Ma almeno non ha peccato contro dio.
è un caso davvero sfortunato, quello che vuole i tre monoteismi
unanimemente abbarbicati allo stesso centro urbano. Personalmente non ho
un buon carattere. Se vedo tre scalmanati per strada che se le danno di
santa ragione, a meno di non individuare con chiarezza un aggredito e un
aggressore, ho la tentazione di passare via con una smorfia di disgusto.
Tale sensazione in me si amplifica e si fa vero e proprio pregiudizio
pensando a questo posto che chiamano Gerusalemme. I mandanti e gli
esecutori dei tre monoteismi hanno spinto in ogni modo i propri sodali
ad appropriarsene. Certamente esiste una storia lunga e complessa, che
non mi interessa nemmeno conoscere, perchè mi basta ed avanza la
disgustosa, secolare rissa. Quello che mi preme rilevare è che, pur
avendo abbastanza fantasia per scomodare una idea complicata ed impervia
come dio, gli uomini in fondo sono solo degli animali territoriali:
pisciano sul terreno per delimitarlo. Ora il puzzo di orina è diventato
insopportabile. Propongo una grande opera a fin di bene: Gerusalemme 2 e
anche 3. Sarà relativismo, ma secondo me un vespasiano non si nega a
nessuno.