Maggio 2005 Archives

Nessun compromesso: chiamateci per nome, con qualsiasi nome

Abbiamo scritto chiaramente in questo blog, senza essere gruppo ed ognuno come sa, quello che pensiamo sulla responsabilità, sulla scrittura e la parola pubblica.
Lo abbiamo fatto, davvero, con la più grande urgenza rispetto la responsabilità pubblica di ogni scrittura, compresa quella in rete.
Sempre come ognuno di noi, individualmente, ha saputo farlo.
Lo si è fatto ognuno come sa fare, e separatamente. Cioè: sentendo ognuno, individualmente, questa urgenza di un'assunzione di responsabilità di fronte un'accusa: il nick è una fuga, lo strumento per scrivere senza 'firmare', il giardino degli infanti che si divertono a rompere i giocattolini senza mettere granelli di sabbia nella 'machina editorial-macchinica' dove saremmo stritolati.

Vorrei dirlo sussurrando. Ma vorrei dirlo, davvero, chiaramente, ma sussurrando: i congiurati non hanno nome, ma solo nomi di battaglia e sussurrano.

Vorrei dire, sussurrando, che è uno scandalo che non si comprenda la forza della scrittura che si è espressa e si esprime con il suo nome di battaglia, vorrei dire che questa scrittura non ha, oggi, una misura possibile, nè in ambito giornalistico nè in ambito accademico.
Al contrario, la sua timidezza permette a molti di ironizzare su questa forza.

Vorrei anche dire che questa forza non ha nessun equivalente nel mondo - infame - dell'editoria: filosofica, letteraria, gironalistica, radio-televisiva, di rete.

Questo nome di battaglia non è la fuga dalla responsabilità di rifiuto del potere, ma l'assunzione radicale di una responsailità.

In qualsiasi momento, ove si voglia, lo si può verificare.
Lo si può verificare chiamandoci per 'nome', per 'nick'.

Per me: in qualsiasi momento, quando uno qualsiasi/una qualsiasi mi chiami a dire TUTTI I NOMI, nome e cognome, dei BARONI che hanno devastato le facoltà di filosofia in Italia negli ultimi 25 anni, io sono pronto a prendere un treno qualsiasi, senza alcun 'rimborso spese', per spiegare, raccontare ed imputare le responsabilità.
Io sono pronto a rivendicare i miei tre mesi di occupazione dell'Università di Pisa, nel 1990.
Sono pronto a spiegare, a dimostrare come avevamo ragione. Come avevamo ragione noi. Come quell'occupazione, allora, aveva capito quello che i vostri 'nomi', dichiarati, scritti sulle copertine dei vostri libri, erano la vostra ipocrisia.
Di fronte questi nomi, fisicamente di fronte loro, chiamatemi per nome: 'millepiani'.

Io scrivo con il mio 'nick' di battaglia.
Io l'ho scelto.

E, insieme, io mi firmo con il mio nome.

Qual è il problema?

Non c'è nessuna restaurazione.

C'è la forza di chi si firma e si espone, con qualsiasi nome, ED È PRONTO A PRENDERE PAROLA, di fronte chiunque.

Chiamateci per nome. Chiamateci con qualsiasi nome.
Scegliete 'voi'.

Noi saremo lì.
A ricordarvi che i 'bambini' siete voi.

Proseguo la mia modesta ricognizione dell'arte, della storia e dell'indimenticabile con la ricostruzione della storia del Buchenwaldlied, di cui dò anche una traduzione dall'originale tedesco.

Mario M.
(con un'addenda finale di millepiani)


Alla fine del 1938, il direttore del campo di concentramento di Buchenwald, edificato in mezzo a una foresta di faggi a qualche chilometro da Weimar, lamentò che tutti i campi avessero un loro inno, tranne Buchenwald: fu così dato mandato ai prigionieri di comporne uno. Ma nessuna delle proposte incontrava il favore della direzione, finché, d'intesa con i prigionieri, il Kapò della stazione di posta, in buoni rapporti con le SS del campo, si spacciò per autore di testo e di una musica che sarebbero divenute «La canzone di Buchenwald».

La storia delle prove di questo pezzo nel gelido inverno tedesco, alla fine di Dicembre, è stata raccontata, fra gli altri, da un sopravvissuto di nome Stefan Heymann, originario di Mannheim, la città della prima dei 'I Masnadieri', la grande tragedia anti-tirannica di Friedrich Schiller.
Ogni blocco aveva avuto in consegna di provare nelle ore libere, finché una sera in cui faceva «un freddo cane ed era tutto pesantemente innevato», il direttore del campo, «ubriaco fino a puzzare» diede ordine che i settemila prigionieri eseguissero il canto dopo l'appello serale. Siccome non tutto funzionò subito, egli pretese che ricantassero tutti insieme seduta stante fino a quando non avesse funzionato: «l'infernale concerto», che ne seguì, lo convinse nei fumi dell'alcool, che era meglio far provare strofa per strofa.
E così dovette avvenire, per quattro lunghe ore. Dopodiché il signor Arthur Rödl, questo il nome dell'allora direttore, comandò che i prigionieri facessero ritorno alle baracche, cantando in marcia in file di dieci davanti alla torre di comando, dove egli stazionava con altre SS «ubriache». Le file che non cantavano correttamente o che non marciavano a spalle ben dritte, dovevano «impietosamente» ripetere tutto il tragitto: solo intorno alle dieci, «morti di fame e irrigiditi dal gelo», fecero tutti ritorno alle baracche.
«Questa scena nell'inverno più profondo, in cui uomini affamati e al gelo nella luce abbagliante dei riflettori e nella neve alta di un bianco abbagliante stanno sulla piazzola dell'appello a cantare, si è scavata indelebilmente nella memoria di ciascuno che vi partecipò».
Chi erano, però, i due prigionieri autori dei versi e delle note?
Le musiche le aveva composte Hermann Leopoldi, un cabarettista di Vienna, e le parole, le parole erano di un bravo artista, morto sempre di Dicembre, il 4 Dicembre del 1942, ad Auschwitz-Monowitz, dopo essere stato furiosamente picchiato da una sentinella. Il suo nome era Fritz Löhner-Beda, ed era stato il librettista di Franz Lehar, il principe dell'operetta.

Ogni volta che rileggo questo 'inno' e che lo condivido con qualcuno, mi viene da piangere, perché io, a Buchenwald, ci sono stato solo da visitatore e nel pieno di un'assolatissima estate, la prima e per molti mesi l'unica uscita che ho voluto fare in tutta la Turingia: la seconda, molti mesi dopo, fu per rendere omaggio a Schiller e al mio Herder a Weimar. E perché penso sempre che due uomini esperti nell'arte di divertire e dilettare il pubblico con storie frizzanti e ritmi trasognati, abbiano avuto il destino di scrivere un canto, il cui ritornello, ricorda un altro sopravvissuto, Erich Fein, quegli uomini cantavano con entusiasmo e ad alta voce.
Perché è vero ciò che scrive Chlebnikov e che Luigi Nono fa cantare a uomini liberi:
«Quando stanno morendo, i cavalli respirano
quando stanno morendo, le erbe intristiscono,
quando stanno morendo, i soli si spengono,
quando stanno morendo,
gli uomini cantano».


La canzone di Buchenwald

Quando il giorno si desta,
prima che il sole rida,
le colonne si dirigono
alla fatica del giorno
nel mattino che spunta.
E la foresta è nera e il cielo rosso
E noi portiamo nel tascapane un pezzetto di pane
E nel cuore, nel cuore le pene.

O Buchenwald non ti posso dimenticare
perché Tu sei il mio destino.
Chi ti abbandona, lui solo può aver la misura
di quanto è meravigliosa la libertà!
O Buchenwald non ci dogliamo e lamentiamo,
E quale che sia il nostro destino,
ciononostante vogliamo dire sì alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno, allora saremo liberi!
Vogliamo dire sì! alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno: allora saremo liberi!

E la notte è bollente e la bimba lontana,
e il vento canta piano, e io le voglio così bene
se solo restasse fedele, sì fedele!
E le pietre son dure, ma il nostro passo è deciso
E portiamo vanghe e picconi
e nel cuore, nel cuore l'amore.

O Buchenwald non ti posso dimenticare
perché Tu sei il mio destino.
Chi ti abbandona, lui solo può aver la misura
di quanto è meravigliosa la libertà!
O Buchenwald non ci dogliamo e lamentiamo,
E quale che sia il nostro destino,
ciononostante vogliamo dire sì alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno, allora saremo liberi!
Vogliamo dire sì! alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno: allora saremo liberi!

E il giorno è breve e la notte sì lunga,
tuttavia un canto risuona, ché la patria cantò:
il coraggio non ce lo facciamo rubare!
Tieni il passo, compagno e non perdere il coraggio,
perché la volontà di vivere portiamo nel sangue
e nel cuore, nel cuore la fede.

O Buchenwald non ti posso dimenticare
perché Tu sei il mio destino.
Chi ti abbandona, lui solo può aver la misura
di quanto è meravigliosa la libertà!
O Buchenwald non ci angosciamo e lamentiamo,
E quale che sia il nostro destino,
ciononostante vogliamo dire sì alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno, allora saremo liberi!
Vogliamo dire sì! alla vita,
perché prima o poi verrà il giorno: allora saremo liberi!


*Addenda: Sono riuscito a trovare una versione strumentale del Buchenwaldlied. Chi volesse può ascoltarlo qui. Davvero chi volesse.
millepiani

Fotografie

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A pagina 11 di Repubblica di oggi 27 maggio possiamo osservare un documento a suo modo notevole della nostra situazione. La situazione di chiunque, intendo dire, è "anche" la nostra. Chiamata di correo? No, estrema comunanza indotta innanzitutto attraverso la presenza della immagine. Oltre agli articoli, ci sono due fotografie della giovane donna che sembra abbia ucciso il figlio di cinque mesi. Il movente è il modello. Esattamente come per l'eroe di Cervantes, "il cavaliere dalla trista figura". La ragazza appare in una foto da "book", carina e sorridente, una camicetta maculata, minigonna, stivali di pelle. Sorriso e faccetta reclinata in un ammiccamento che oggi, forza del senno di poi, appare agghiacciante. La foto sopra, avrebbe potuto recare come didascalia il titolo "Nemesi". La ragazza, dobbiamo credere sia lei, è in piedi tra un carabiniere e un uomo che le tiene il polso sollevato. Non può camminare da sola, perchè sul viso porta un asciugamano, per nascondere lo stesso viso che avrebbe desiderato tutti vedessero. Lo Zio, il nostro caro Zio, che ci aiuti almeno lui.

Casualità

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Mi aggiravo come sempre come un diseredato dallo Zio dalle parti della Casa dello Studente. Da dentro una busta di plastica, sporgeva lunghissimo il manico di plastica rosso fuoco di un "mocio" forse cinese, che mi era appena costato quattro volte di meno di quello coperto da copyright. La vertigine dell'uomo comune mi aveva insomma avvolto come un velo impenetrabile, fino al momento in cui ho scoperto che in Via Ghibellina è spuntata come un fungo una filiale rateale della Einaudi, malattia della quale io e molti miei amici siamo stati presi per anni ed anni della nostra vita di accumulatori di libri. Sono entrato in preda ad un pensiero inquieto: volevo sapere quali libri di Blanchot si trovano in commercio. Il signore, gentilissimo, mi ha fatto sapere che esiste solo "Spazi", o qualcosa del genere. Il suo modo di pronunciare una fortissima "t" finale dopo "cho" mi squassava come un colpo allo stomaco, riportandomi di colpo ad uno stato di nevrastenia paragonabile a quello dello Zio. E questo è tutto, ovvero una cronaca di quotidano smarrimento. Oggi provo il "mocio". Anonimo.

a Silja

Uno scrittore - non lo sono e di questi tempi in troppi, penso, si autotitillano con la definizione - uno scrittore 'tradisce' il proprio nome. In un senso forse alto, incomprensibile o dimenticato di questi tempi.

Vorrei ricordare qui quello che Maurice Blanchot scriveva sull'anonimato della scrittura e sulla necessità, per chi scrive, della sua/propria cancellazione. Vorrei ricordarmi, più che ricordare, le pagine de La scrittura del disastro, dove, davvero e sino in fondo, non tanto il termine 'scrittore', quanto la 'pratica' della scrittura viene sottoposta, direi 'esposta', ad uno svuotamento radicale di quella 'pienezza', di quella 'autorialità' a tutto tondo che funziona più per la NZZ o 'La Repubblica' che per un testo che si dice di 'letteratura'.
Ciò che però Blanchot aveva sempre di fronte gli occhi era che questa necessaria 'cancellazione', l'urgenza che l'autore tradisca il proprio nome, la necessità 'tutta politica' che non possa mai essere identificato a tutto tondo con la scrittura, e soprattutto la scrittura con l'autore, ciò che aveva davanti agli occhi era, appunto, il primato della scrittura, la sua forza, l'urgenza sovversiva che risuona in ogni scrittura che possa essere degna di questo nome.
Mai, in nessun modo, Blanchot confonde questo 'spossessarsi' dell'autore, questo 'tradire' il proprio nome - nel senso che ho appena accennato - con la mancanza di responsabilità, con il silenzio, con la fuga. In nessun momento questa scrittura che Maurice Blanchot indica e pratica, in nessun momento essa scende a patti con il potere, con qualsiasi potere - editoriale, dell'industria culturale, della forza del nome, del nick, di quella autoriale, giornalistica, accademica, di quartiere, di cortile, di clan, di link, di famiglia allargata, di sangue, di razza, d'origine, destinazione, d'elezione, di potere della scrittura stessa.
Scrivere nell'anonimato - cioè: 'tradire il proprio nome', perchè questa è l'unica possibile definizione dell'anonimato della scrittura, è sempre, per lui, la più radicale contestazione del potere.

Lo testimoniano i testi del 'Comitato d'azione studenti-scrittori', che si riuniva nella biblioteca di filosofia alla Sorbonne nel maggio '68 e a cui Blanchot partecipa sin dalla sua fondazione.


La notte tra il 10 e l'11 maggio del '68, la 'notte delle barricate' al Quartiere Latino, come nei giorni precedenti e nei giorni successivi, Maurice Blanchot vive nelle strade, come tutti. Il 14 maggio cominciano gli scioperi spontanei e le occupazioni delle fabbriche. 10 milioni di francesi scioperano contro De Gaulle e la repressione. I primi giorni di giugno Blanchot è, insieme a Marguerite Duras, alla Renault di Flins, dove gli studenti fiancheggiano gli operai contro l'intervento della polizia.
Il 20 maggio si era costituito il 'Comitato', a cui partecipavano Antelme, Duras, Bellefroid, Leiris, Mascolo, Nadeau, Roschefort, Roy, Sarraute, Schuster, per dire i 'nomi' conosciuti, le 'firme', i 'responsabili del loro nome', (salvo errori - cioè salvo una coincidenza di più riunioni tra scrittori e studenti - una ricostruzione la si può ritrovare in 'A conti i fatti' di Simone de Beauvoir, pag 412-13. De Beauvoir non cita mai Maurice Blanchot, ma solo Duras e Georges Lapassade, con cui ho avuto il piacere di ubriacarmi a Venezia...senza sapere, davvero, chi fosse...Il testo è comunque da leggere per il 'caga-sotto' della de Beauvoir di fronte una contestazione quasi 'annunziata'....).
Nelle riunioni successive, nè Sartre nè de Beauvoir sono mai stati più presenti. Alla loro vista, cito de Beauvoir, la Duras sbotta dicendo: "Ne abbiamo piene le scatole dei divi".

Il punto focale è che oggi, anche in italiano, possiamo leggere i testi del 'Comitato'.
Vorrei citarne solo uno, cruciale per la questione dei 'nomi' e delle scritture, della responsabilità e dell'anonimato. Lo si può leggere a pagina 108 de Nostra compagna clandestina, (edito da Cronopio, e da cui prendo molte delle informazioni che qui riunisco), un testo senza titolo, ma che inizia con 'Oggi...':

Oggi, come durante la guerra dal 1940 al 1944, il rifiuto di collaborare con tutte le istituzioni culturali del potere gollista deve imporsi come una decisione assoluta a ogni scrittore, a ogni artista di opposizione.
La cultura è il luogo in cui il potere trova sempre dei complici.
Con la cultura recupera e sottomette ogni libera parola.
Lottare contro questa complicità della cultura; mostrare che nella cultura c'è un rapporto di possesso tramite il senso e un uso delle forze repressive che funziona indipendentemente dal gioco sociale.

In una lettera inviata a Christian Limousin, Blanchot aggiunge riguardo i testi pubblicati in "'Comité. Numero 1. Bollettino pubblicato dal Comitato d'azione studenti-scrittori al servizio del movimento (ottobre 1968)":

"Anche se li ho scritti, non posso riconoscere me stesso come autore dei testi che Lei mi segnala, testi che mi sono molto prossimi, di cui mi considero responsabile [...]. Tutto ciò che posso affermare è che ho partecipato alla redazione di Comité, tra gli oscuri e come
senza nome. Spetta a voi lettori decidere e dire, ad esempio, in rottura con il principio dell'anonimato: "questi testi avrebbero potuto essere scritti da M.B., ma siamo noi che li attribuiamo a lui per decisione della nostra lettura".(p. 99-100)

Questo testo che non ha titolo e che comincia con la parola 'Oggi', a differenza dei volantini e delle dichiarazioni precedentemente redatti dal 'Comitato', come la nota aggiunge, non è stato scritto in comune.

Era anonimo.

Nostra compagna in-comune, nostra compagna ribellione...

È vero. Come mi scrivono, c'è il rischio di una sclerotizzazione, di uno schiacciamento. Il rischio di prendere un concetto e farlo diventare un 'manifesto'. Questo rischio è insito in ogni 'parola d'ordine'. In fondo, chi la pronunzia si espone a questo pericolo, a questa univoca interpretazione. Non solo della parola d'oridine, ma di tutto il resto.
Ci sarebbe dunque solo da aggiungere che ogni parola d'ordine, oggi più di prima, anche quando essa è pronunziata per indicare il rischio e il massimo pericolo, si espone alla sua sconfitta, al suo svuotamento, alla sua generalizzazione.

In fondo, sta diventando sempre più difficile sfuggire alle relazioni di potere che le parole innervano, senza che chi le pronunzi possa immaginare, nemmeno chi le domina meglio di me, le conseguenze che esse implicano.

Tutto il resto ha il tanfo, inutile, di una filologia della dimostrazione.
E questo termine, 'restaurazione', non è, in nessuna maniera, un termine dalla radice filologica dispersa. È un appello che, prima e oltre qualsiasi cosa, chiama alla rivolta.

Lo splendido testo di Agamben, che Mario M. ci ha regalato nella sua traduzione, pone un oceano di problemi filosofici. Che ovviamente non è il caso qui di affrontare.
Vorrei però sottolineare solo una cosa e porre un interrogativo.
In nessun caso il testo di Agamben può essere letto senza la 'necessità' del movimento, del transito, del passaggio, del cammino che si accompagna alla sua lettura. Mi sembra, anzi, che il 'monumento' venga 'distrutto' nella sua staticità grazie alla possibilità di 'ricordare camminando'.
È un tema molto caro a Luigi Nono, ad uno dei maggiori compositori di 'musica classica' - chiamiamola così - contemporanei.
Non sto qui a ricordare i riferimenti.
Sì, è vero, indimenticabile e memorabile non sono la stessa cosa. Essi 'affrontano' diversamente il 'monumento'. Diversamente essi ne declinano la 'presenza'.
È un tema delicatissimo. Parliamo, in fondo, della 'storia'.
Ma questa 'lotta', la lotta che ogni monumento 'impone', a cui si deve far fronte, si radica nel 'modo' di vedere.
Nel 'come si cammina guardando'.

Ho abitato per anni a Venezia.


Ho imparato come sia una città senza monumenti. Venezia non ha monumenti.
È una memoria.
Dove, tra l'indimenticabile e il memorabile, si colloca questa città?
Dove la memoria si colloca tra il monumento e l'indimenticabile?

Per chi l'ha abitata, Venezia in sè non esiste.
Essa esiste solo attraverso la mappa, la memoria che se ne riesce a costruire.
Potremmo chiamare questa pratica di sopravvivenza una esperienza 'memorabile'.
Non è possibile 'vivere Venezia' senza questa 'memoria'.

Molti di coloro che 'vengono' a Venezia, che la attraversano per un breve, folgorante istante, ma anche molti che la abitano, compresi quasi tutti i veneziani, si fermano all'esperienza 'memorabile' della città. In questa esperienza, essa non rinvia ad altro se non a se stessa: essa diventa monumento di se stessa. Questa esperienza è, per Venezia, la sua 'agonia'.
Non c'è dubbio che l'esperienza 'memorabile' di Venezia diventi l'esposizione di una morte che attanaglia, sin nelle radici geo-fisiche di questa città, il suo futuro, che fa attraversare l'esperienza di vivere in una città l'esperienza della morte, dello svuotamento della memoria, il rischio di perderne il senso, di perdere tutti i sensi, l'esposizione alla bellezza, il suo richiamo, la vertigine dello sguardo, la forza di un oblio certo, ma anche la certezza di una memoria, di un segno.
Dire:"Sono stato a Venezia" è dire la forza del monumento e della testimonianza, prima che esso scompaia, prima che la testimonianza sparisca.
Ecco, questo è il 'memorabile', ciò che Venezia offre, il suo, la memoria che espone e che vuole mantenere, che tutti noi difendiamo, che i veneziani difendono con fredda certezza e decisione.
Questa esperienza porta un nome, un nome solo: Marcel Proust.

Ma tra il 'memorabile' e 'l'indimenticabile' si apre la vertigine di Venezia.

Per me, ciò che scrive Giorgio Agamben è comprensibile solo ed esclusivamente a partire da questa vertigine di Venezia.
Il ghetto di Venezia, le grida e i nomi degli ebrei strappati all'esperienza del 'memorabile', alla loro città, risuonano, ancora, nel luogo che si chiama 'Venezia'. Questo nome è il nome del primo 'ghetto' d'Europa. Venezia, prima e oltre il suo 'essere memorabile', è l'indimenticabile.
Proprio perchè essa è un 'monumento' per chi l'attraversa in maniera folgorante, per qualche giorno, essa conserva questo senso dell'indimenticabile, lo porta con sè, lo grida ad ogni calle, ad ogni campo, ad ogni sotoportego.
Questo 'grido', che in nessuna maniera dice un'agonia, ma, al contrario, la forza della testimonianza, questo 'grido', che sentono i poeti, è il 'grido' dell'indimenticabile, riappacifica la testimonianza e l'indimenticabile, ma solo camminando.

Luigi Nono aveva perfettamente 'ascoltato' questo grido.

Se Venezia, stranamente, non ha monumenti, essa è il luogo dell'indimenticabile, poichè, sempre, ad ogni pietra, il grido di quegli ebrei che l'hanno lasciata, e di cui, splendidamente ha scritto Primo Levi, degli ebrei di Venezia, quel grido, oggi più di prima, la rende luogo della testimonianza, luogo in cui la storia traversa il memorabile per renderlo indimenticabile.
Non è vero che c'è una cesura radicale fra i due termini.

Venezia è, semplicemente, il terzo escluso. Essa testimonia, ancora oggi, questa verità.

Atemkristall interviene di nuovo sulla questione dell'amnistia.
Prego d'ora in poi di guardare chi scrive. Non sono più solo sul blog, e ne sono contento.

"Su Sofri devo essere molto duro, e non per prevenzione verso la persona.
Sofri ha avuto ben otto giudizi quando molti, troppi detenuti spesso ne hanno uno.
Sofri è un condannato e per questo non può lamentare un difetto di garanzie nei suoi confronti.
La questione 'Sofri' è da intendere solo così: Sofri deve subire la punizione
carceraria?
Se devo leggere i codici rispondo: indubbiamente sì. Se invece devo considerare
la presunta funzione rieducativa del carcere rispondo allora no, e chiedo con te che deve essere liberato. Perchè la 'rieducazione' , nozione sicuramente più avanzata della nozione di 'retribuzione' , ma tuttavia nozione inquietante, non compete Sofri.
Ma lo puoi dire, lo possiamo dire, perchè a Sofri è garantita un'esposizione
mediatica dai suoi amici (compreso te) che non è garantita a decine di migliaia
di uomini e donne?
Che ne è del detenuto ignoto di cui nessuno parla? la cui unica colpa è di non aver ammazzato per motivi ideali, ma per motivi biechi, e tuttavia ha maturato nel suo foro interiore una reale autocritica del suo gesto?
Chi chiede la liberazione per lui?
Apprezzo Sofri quando racconta le storie di vita carceraria. Apprezzo il suo rifiuto di chiedere la grazia.
Ma l'apprezzerei di più se legasse la sua grazia a un'amnistia generale."

a Gianfranco

Carla Benedetti, con la forza che sempre le attiene, e Moresco, con la forza della scrittura ormai senza necessità di riconoscimento, e grazie al 'suo essere radicalmente flebile', sviluppano un'analisi del contesto editoriale e culturale a partire dal concetto di 'restaurazione'.
Io non sono uno scrittore. Se scrivo, scrivo diversamente da come scrivono le scrittrici, gli scrittori. Da come scrivono i loro critici.
Ho studiato filosofia.
Ho imparato, grazie all'ultimo Foucault, che non esistono 'restaurazioni' nei dispositivi di potere. Ho imparato che tutte le relazioni sono relazioni di potere. Ho capito che il riequilibrio delle relazioni di potere non passa nè per la rivendicazione di una restaurazione di un 'non-so-quale-statuto', e nemmeno per il rifiuto della marginalità che il mercato editoriale impone.
Anche per la filosofia.

Ho imparato, dalla lezione dell'ultimo Foucault, che, al contrario, nei dispositivi di potere non c'è mai nessuna restaurazione, ma una cogenza della ripetizione a cui la scrittura, in fondo, si ribella per suo proprio statuto.
Quando, sino in fondo, diventa un'esposizione.
In nessuna maniera, mai, sfido a dimostrare il contrario, Foucault ha mai parlato di un luogo 'originario', macchinale, a cui il potere, editorial-industriale o quale che sia, riesce a riportare la scrittura.
Al contrario.

Tutto l'ultimo Foucault - parlo del Foucault che scrive tra il '79 e l'84- ha una paurosa tensione di ricerca, d'interrogazione dei luoghi che, per disattenzione o statuto, sfuggono allo statuto della macchina editorial-industriale, per quanto ci riguarda -, alla macchina di presa del soggetto -in linea generale.
La radicale differenza tra il dispositivo macchinale del potere e il pensiero di Foucault si gioca interamente sulla possibilità di riformulazione dei rapporti di potere che non sono rapporti di dominio.
La differenza, fondamentale, di statuto tra i rapporti di potere e quelli di dominio consente a Foucault di pensare quella che lui chiama 'pratica della cura di sè'.
[Non è il caso, qui, di dire o chiarire in che senso].

Il concetto di 'restaurazione' è una grave concessione ad uno schema di analisi del rapporto tra potere e soggetto.
Esso si colloca, fondamentalmente, in quella linea d'analisi dello statuto del potere come 'machina', quella linea che produce resti di scrittura, scarti volontari e rivendicati, grida di gioia per la marginalità vissuta, ma, in nessun caso, una rimessa in questione reale dei dispositivi di pratica del potere, delle relazioni di potere.
Li chiamerei: scarti volontari di testimonianza di verità. Contro Sartre stesso, che si rivendica come riferimento.
Ma non è questo il punto, essendo un punto marginale.

Il punto è che il concetto di 'restaurazione' costituisce un forte arretramento rispetto l'ultimo Foucault.
C'è in questo concetto, più che un riflesso moralistico d'analisi, una cessione di sovranità al dispositivo di potere. Come se si leggesse il 'potere' all'interno di una 'microfisica'. Perchè si crede, ancora, che la dinamica della 'machina-potere' possa colonizzare la scrittura.
L'ultimo Foucault mostra come questa 'colonizzazione' faccia parte di una lunga tendenza della storia occidentale - la chiama la 'pastoralità'-, ne determini, sino in fondo, lo statuto pi?u profondo, e in nessuna maniera la giudica come elemento tipico della 'macchina-mercato' capitalista.
Anzi: in fondo rivendica come, all'interno di questa dinamica, si creino sacche di resistenza e di fuga che, sistematicamente sfuggono, nel buio o alla luce del sole, a questo dispositivo. La differenza tra potere e dominio si gioca tutta su questi spazi di scrittura, di testimonianza, esterni, interni-esterni, come vogliamo pensarli, come dobbiamo cominciare a pensarli.

'Restaurazione' è, per suo statuto, un termine auto-contraddittorio; esso non coglie, in nessuna maniera, il nuovo statuto del potere, almeno seguendo l'analisi di Foucault, dell'ultimo Foucault.
Rivendica, anche senza dirla, una capacità 'produttiva' del potere, quando invece, tutto l'ultimo Foucault rivendica la capacità produttiva della 'auto-produzione', della 'cura-di sè'.
Lo spazio, il margine che si apre, sempre secondo l'ultimo Foucault, tra scrittura e potere.

Le banalità, i rutti e le lentezze che si dicono di fronte il concetto di 'resturazione' non sono mai, in nessun momento, all'altezza del pensiero che questo concetto ci offre.

Nello stesso tempo, noi, io, sto dalla parte di Foucault. Continuo a pensare che sia possibile praticare nella scrittura un luogo forte in cui, tra poteri, si sappia dire la forza del potere della scrittura.
Si sappia distinguere tra potere e dominio.

Si sappia, in fondo poi, sovvertire ogni potere per impedire, sempre, qualsiasi dominio.
Per praticare la libertà.

p.s. Scrivo queste righe dopo avere letto questi interventi:


- Carla Benedetti: 'La restaurazione'

- Alderano: la restaurazione continua

- Lipperini

- Roquentin

Amnistia: Adriano Sofri

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Vorrei ricordare che Adriano Sofri continua a rimanere in carcere. A Pisa.
E che, in nessuna maniera, lo scandalo della sua carcerazione è venuto meno.
Il paese in cui sono nato, solo per caso, è un paese di codardi, di code di paglia e di vigliacchi.
È un paese che non ha memoria, e quando ce l'ha, la mette da parte, a lato, molto presto.
Per quieto vivere.
Mi indigna, mi fa vomitare essere nato in questo paese.
Mi risulta intollerabile condividere l'oblio.

La solitudine della memoria non porta a nulla se non a se stessa.
Ma è la radice di ogni 'giustizia'.

Escreati

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Osadia di Venezia

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a C.

dopo ogni calle
si tornava a casa senza essere mai soli

o, nel buio, si cercava
la calle giusta -
a volte piangendo, ballando

poi, senza ricordare nulla
e senza confessarlo,
sapevamo già tutti gli indirizzi senza numero

sapevamo dove piangere.

Venezia è piena di tempeste
in primavera
e di pioggia sempre-

la sua audacia dona alla memoria
storia, parla del perfetto
con la flessione certa
di chi torna, ad ogni ponte,

e ha già scordato

È stato così

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In nome e per conto dello zio, comunico che la trincea siciliana resiste. Il "vento rosso" non ha varcato lo stretto. E il caso, infatti, ha voluto che un nebbione proprio stamattina avvolgesse, causa brusca escursione termica, il piccolo varco di mare rendendo inaccessibile allo sguardo l'isola a chi volesse scrutarla.
La Sicilia sa di essere più bella nel mistero, e infatti se ne circonda.
Da queste parti si preparano movimenti autonomisti, e tu, io e sicuramente lo zio Bernhard sappiamo bene cosa significhi: piagnisteo e mafia.

A parire da questo intervento Mario comincerà la collaborazione con questo 'blog'.

Le poche righe intitolate Le due memorie sono un pensiero affidato da Giorgio Agamben alle colonne di uno dei più prestigiosi e importanti settimanali di politica e cultura tedeschi, Die Zeit, nella settimana appena trascorsa, quando in concomitanza con il sessantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in Europa, veniva inaugurato a Berlino il lungamente dibattuto monumento di Peter Eisenmann allo sterminio degli Ebrei d'Europa. Si tratta di un evento di portata enorme, sia per l'uso e l'esposizione cui sarà sottoposto questo memoriale, sia per le ripercussioni di ordine estetico e politico che la sua gestazione, realizzazione e fruizione hanno già comportato e continueranno a comportare. Il «famosissimo filosofo» Giorgio Agamben, così Die Zeit, effettivamente noto a molti giovani tedeschi, puntualmente tradotto, discusso e presente anche nella vita pubblica di Germania, ha scritto questo testo in italiano, e i lettori di Die Zeit l'hanno letto in traduzione tedesca. Ho cercato nei giorni scorsi di accertare, nei limiti delle possibilità di chi vive all'estero, se l'originale fosse, nel frattempo, uscito in Italia, ma non ho trovato riscontro e mi è comunque parso che da noi la discussione non fosse ancora cominciata. Ho fatto, pertanto, come certi personaggi di alcuni secoli fa, i quali traducevano a loro volta da traduzioni, pur di restituire ciò che loro pareva prezioso. Anche se attraverso la patina di un'altra lingua, ho respirato una prosa molto bella, di un pensiero che, quasi con discrezione, ha assunto nel breve volgere di pochi passi, un respiro d'ampia estensione: la mia speranza è che questa traduzione possa in qualche modo essere stata fedele all'originale cui non ha potuto attingere.
Fatta questa doverosa premessa, vorrei invitare a una riflessione, portando l'attenzione almeno su di un punto: il cuore della proposta di Agamben è la frase, secondo cui il luogo proprio del monumento è la soglia immateriale non, dunque, un nuovo «muro di Berlino», ma neanche un «paravento», tra indimenticabile e memorabile. Questa coppia mi pare contenga quella tra storia e arte, tra archivio e monumento, vorrei dire anche tra significato e senso, e ponga la questione di quale ruolo svolga la filosofia rispetto a entrambi. Che si tratti di una dialettica più simile a Benjamin che non a Hegel, mi pare pacifico. La domanda non è astratta, ma riguarda la posizione che la filosofia assume rispetto all'umanità e alle forme con le quali essa vive e costruisce il proprio passato. Quale sia, rispetto a questa dialettica, la sorgente dell'indimenticabile, mi pare il punto più delicato, fecondo e problematico, come tale in prospettiva il più importante per chi voglia filosofare ulteriormente. Che in questo contesto, infine, Agamben abbia mostrato il sereno e vigile coraggio di includere nella sua e, dunque anche nella nostra, riflessione l'avvertimento sulla compromissione della storia e anche di quella nozione di «memoria collettiva» con l'ideologia e la manipolazione politica mi pare, pensando anche agli ultimi quindici anni nel nostro paese, dove questo motivo si è tenuto ampiamente all'interno di una curiosa e condivisa falsa coscienza fattasi nazione, particolarmente meritorio.

Mario M.

Le due memorie
di Giorgio Agamben

«Al primo sguardo, il monumento ricorda le stele arcaiche cinesi, che da sole o a piccoli gruppi si ergono su un ampio paesaggio. Mentre, però, ogni stele cinese reca una iscrizione, le stele del memoriale sono assolutamente illeggibili, gigantesche pagine che non possono essere né scritte né lette.
Nel medioevo, il ricordo fu spesso paragonato a un libro. Dante fa cominciare la Vita nuova con le seguenti parole: «in quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere...». Nel pietrificato libro del ricordo di Peter Eisenman, non cè niente da leggere. E tuttavia colui il quale percorre le vie, quando in salita, quando digradanti, tra le stele differentemente inclinate, avverte che è acceduto a un'altra dimensione della memoria; che sfoglia tra le pagine di un altro libro. Mentre esita a mettere il proprio piede sul suolo fatto di stele spianate e il suo sguardo si perde lungo il filo delle stele verticali, lascia dietro di sé, passo dopo passo, il ricordo che può essere annotato e archiviato, per entrare nell'indimenticabile.
Indimenticabile e memorabile non sono lo stesso. Uno dei grandi meriti del monumento di Eisenmann è di ricordarci che il veramente indimenticabile non può essere affidato ad alcun archivio; che nella memoria individuale come in quella collettiva la percentuale di indimenticabile oltrepassa di gran lunga quella del consapevole esser memori.
Nel monumento, entrambe queste dimensioni eterogenee del ricordo sono topograficamente distinte: in superficie, le stele assolutamente illeggibili, sotto un centro di informazione, che rimane riservato al leggere. La soglia immateriale, che separa entrambe queste memorie, è il luogo proprio del monumento. Tenerle distinte è pertanto così importante, poiché altrimenti la falsa coscienza, che non vorrebbe altro che dimenticare, coprirebbe con ammassi di ricordi ciò che deve rimanere indimenticabile. Discontinuo e illeggibile come le stele, l'indimenticabile interrompe di continuo le finzioni della memoria collettiva. E sono sane solo la vita, solo la società, nelle quali la tensione tra ciò che è degno di pensiero e l'indimenticabile rimane viva».

Sulla libertà di J. P. Sartre

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La difficoltà, l'incalzare del tempo, il silenzio o la forza dell'arroganza fa male alla scrittura.
Come sempre, essa si nasconde dietro le scuse o le giustificazioni.

La forza di chi scrive, al contrario, sfugge a questi ricatti.
Dovrebbe.

Una volta, Georges Bataille ha raccontato una storia: l'incontro, in una festa, con il filosofo, con Sartre.
La si può leggere ancora nel suo 'Nietzsche'.
Eravamo a casa dei Leiris.
In fondo, lo siamo ancora.

Rispetto quello che Bataille chiamava 'esperienza interiore', dopo la sua imbecille recensione dell' 'Esperienza interiore',
il filosofo non ha avuto il coraggio o la forza di scrivere più nulla.
Ha glissato, politicamente, filosoficamente.
Mi si dimostri il contrario.

Il 'filosofo' ha continuato la sua marcia senza paura.
Se la sua forza continua ad essere la nostra, insieme, la sua idea di libertà manca, come la sua fuga dimostra,
una vertigine, un'esposizione.
Sartre non sa pensare, e non ha mai saputo pensare, il non sapere di questa libertà, la sua esposizione all'insensato,
la ritorsione, evidente, contro se stessa.

La libertà non è nè un gioco nè un manifesto. Nemmeno un appello da firmare o sottoscrivere.
Dove tutta la cultura francese ha imparato da Sartre, lì, la cultura francese, cioè la cultura filosofica,
[e non la filosofia], ha risputato in faccia al nostro filosofo il senso delle sue dichiarazioni.
Dopo morto. Come sempre i filosofi sanno distinguere il tempo del presente da quello del futuro.
E questa, in fondo, è la loro infamia.

Sartre, oggi, non ha futuro. Basterebbe leggere, con onestà, la sua ultima opera filosofica.
Se J. P. Sartre non ha alcun futuro filosofico, la sua forza e la sua onestà dice più di quanto
egli credeva di dire.

In quella danza, una danza vera, tra lui e Bataille, ciò che si metteva in scena era la forza della politica.
Da un lato la sconfitta di una società segreta; dall'altro la possibilità di una politica a venire.

Dove Sartre vince e dice, oggi ancora, bisogna ascoltare, in silenzio, l'altra sconfitta.
Come Maurice Blanchot ci ha insegnato.

"Una questione privata"di Beppe Fenoglio

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Scriveva Calvino: "Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c'è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita".

Il punto focale è che la verità e la giustizia di questo libro, soprattutto nella sua lingua, compie non solo la stagione di Calvino, ma di una lingua.
Indica, in fondo, oltre le puttanate personali, il senso della scrittura.

Ho letto tre anni fa questo libro.
Non sono nè uno scrittore nè un intellettuale. Per questo sono troppo debole.

Direi, semplicemente: mentre tutti i buffoni del caso si affaticano a distinguersi, a dirsi-farsi altro, separati, il senso di essere 'in-comune' è il senso degli scrittori, delle scrittrici, senza dichiararlo.
Nemmeno senza dichiarare il contrario.

Scrivere il libro 'della generazione' è scrivere in-comune.
Da soli. Ma in-comune.

Le bestemmie e le isterie non attengono alla scrittura.
Attengono alle proprie fobie.

Noi lavoriamo, con la nostra nullità, per sfondare questo circo.

Ai nani lasciamo il segnale del cambio della scena.

Da questa settimana, e settimanalmente, sono riuscito a convincere anche il 'nipote dello zio' a scrivere su questo blog. Lo zio, per chi non lo sapesse, è Thomas Bernhard. I suoi nipoti, pochissimi, per mancanza di filiazione diretta, si autodefiniscono suoi eredi. Di nulla, ovviamente. Salvo che della sua scrittura.
Il 'nipote dello zio' riposta, oggi, una cosa sulla morte e su un certo discorso tenuto da Bernhard. Proprio quando, allo zio, gli veniva conferito un premio.

"Ti ricordi quando quel vecchio sfacciato ed esibizionista dello Zio andò a spiegare alla platea impellicciata del premio letterario di stato austriaco che tutto era risibile davanti alla morte (fuorchè essa)?

Il pensiero mi è tornato stamattina ripensando alla tua scimmia. In fondo, per un paradosso poi non tanto brillante da individuare, solo noi, che abbiamo il garbo e la gentilezza di non ignorare la morte, possiamo, proprio perchè tutto al suo confronto diventa, come diceva lo Zio, "risibile", possiamo farci sempre e comunque una grande risata su tutto.
E' questo, io credo, il senso del potere e del sapere volare. Tu ieri ti sentivi un volatile. Ed oggi anche io, un poco."

Comincia, da questa settimana, la collaborazione a questo blog di 'atemkristall'. Dal fondo buio, dai cunicoli, dalle porte delle carceri che si aprono e si richiudono, dai codici e fuori dai codici, atemkristall ci offrirà uno sguardo all'interno dell'universo della sorveglianza e della punizione, ma anche da quello del diritto e della sua finzione. I commenti saranno aperti. Innanzitutto per me.

"Se parli di amnistia, tuttavia parli di qualcosa a cui io penso ogni giorno, quando apro un fascicolo, il codice ed entro in aula.

La mia amnistia è la conclusione necessaria e imprescindibile alla critica delle tecniche della sorveglianza e della punizione, secondo la lezione imprescindibile, per entrambi, di Foucault.

Io chiedo amnistia per tutte e per tutti. Per chi partecipo' alla guerra
civile degli anni 70, per i tangentari, per gli spacciatori, per gli stupratori.

Io conosco il carcere e so, perchè lo conosco, che non serve.

Occorre ripensare il crimine fuori dal paradigma della sorveglianza."

Scrivere in-comune -3-

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La distanza che si misura, sempre, quando si chiede se si vuole 'scrivere insieme', è un abisso impossibile sul quale, per passione e amore, per urgenza politica, bisogna costruire possibilità, con forza bisogna insistere per 'costruire insieme'. Non ho paura a dire che me ne faccio carico da anni.
Non ho paura a dirlo perchè lavoro 'per questo'. Da anni.

'Scrivere insieme' significa 'pensare un orizzonte comune', che non c'è. Pensare questo 'orizzonte comune' che non c'è, non significa, mai, che non si possa scrivere 'in-comune'.
Al contrario.
Non solo so le distanze tra le scritture di chi mi sta accanto, ma so la differenze che mi separano da loro. Dalle loro, dalle vostre scritture.
Questa misura non ha, e non avrà mai, nessuna possibile conciliazione.
Scriviamo, tutti, tutte, in una maniera, oggi, senza ricomposizione possibile.

E, nello stesso tempo, questa forza dello sguardo della scrittura, questo scarto, in fondo, rispetto il potere del tempo che ci è toccato di vivivere, questo scarto, forse infelice, forse senza salvezza, questa 'differenza', per quanto mi riguarda, è un'affermazione di alterità e di forza, di scrittura av-venire, di scrittura 'impastata' insieme, tra la memoria e la differenza.

Scrivere insieme è mostrare, attraverso le nostre scritture, tutta la differenza che attraversa l'esperienza del tempo che viviamo.
E, nello stempo, tutta l'intensità, e la voglia, di scrivere 'insieme', con calma, ciò che abbiamo davanti.

Dove il singhiozzo del pensiero sembra rapire la possibilità di 'fare diventare una politica la nostra scrittura', l'impossibile, lì la scrittura apre altri luoghi.

Diario moscovita: di ritorno (2-3-4)

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(su un testo di Battiato)

Sono stato sulla Prospettiva Nievskij.

Andando e tornando, l'ho attraversata per cinque ore consecutive.
Tutto era comune, conosciuto. Sono entrato in ogni palazzo, in ogni luogo che 'poteva dire'.
Avrei voluto non attraversare questa strada.
Non c'è niente, oggi, nella Prospettiva Nievskij che mi farebbe ritornare in Russia.
Solo ristoranti, negozi, boutiques, hotels.

Non c'era Igor Stravinskij, almeno io non l'ho incontrato. (mentre, ad ogni angolo, a Venezia, era lì).
Non c'era vento, c'erano solo i campanili, nessun fuoco e nessuna guardia rossa. Nessun lupo.
Nessuna donna dopo la messa.

C'erano dei balletti russi per turisti.
Nijinsky non lo conoscevano, e i culi di neve non c'erano più. Era primavera.

Né, all'hotel, c'erano orinali sotto i letti.
C'erano i bagni in camera. E nessuna vecchia coi rosari.

Dentro l'imbrunire, ho desiderato tornare a Mosca.

Non c'era nemmeno la rivoluzione, sulla Prospettiva Nievskij.
Ma questa, francamente, non la cercavo.
Anche se, su questa strada, l'ho pensata, come il mio maestro mi ha insegnato.

Una volta questa città si chiamava Leningrado.
Non c'erano messe, nessuna lampada a petrolio, ma una grazia innaturale.
Non come oggi.

Dove tutto è miserabilmente umano.
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La casa di Bulgakov non 'esiste più'.
Il 'museo', che fa finta di essere la sua casa, è un numero civico precedente quello del suo appartamento collettivo.
Dentro una corte.
Basta entrare nella corte, scansare il museo, aprire il portone del numero civico successivo, fare quattro piani per le scale 'graffiate' dai disegni dei visitatori, arrivare all'ultimo dei piani.
Fermarsi alla porta, chiusa con catenaccio. Lo si sa già: dentro non c'era nulla.

Il nulla.

Il diavolo non ha bisogno di nulla, gli uomini di difese e catenacci. Di musei.

Il gatto, come sempre ben pasciuto, è nel museo.
Aspetta non si sa cosa. Ormai.
Un numero civico prima.
Anche il diavolo, a Mosca, si prende le sue vacanze.
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A Mosca è morto Vladimir Vladimorovic Majakoskij.
Si è ucciso, si è sparato. Qualche anno fa.

Gli hanno fatto un museo. Bello.
Abitava accanto alla sede del KGB.
Sul muro, sopra la sua scrivania, aveva una foto di Lenin.

La mossa del cavallo

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Dove la scrittura non sa dire e dove non sa testimoniare, dove la parola sembra spenta o impotente, e dove la politica già manca, è necessario aprire un altro campo, una visione altra, un punto diverso da cui guardare diversamente la scacchiera.
Il cavallo sembra saltare solo gli altri pezzi. Ma chi gioca a scacchi sa che, più di ogni altro pezzo, il cavallo apre un altro sguardo.
La mappa non è il territorio; il cavallo fuoriesce sempre dalla mappa dei possibili.
Dove tutto sembra già previsto, dove tutto segue i suo binari, lì il cavallo sposta l'asse, dice altro, apre alle cartografie dell'impossibile.

Ciò che accadrà o non accadrà, ciò che di nuovo si dirà o si dice, che la magistratura vorrà dire, far dire, ascoltare, in fondo non è altro che un'ulteriore dilazione del riconoscimento della parola di Pasolini. A partire dal corpo sfigurato e martoriato di Pasolini, tutta la società italiana, per gradi e livelli differenti, in particolare tutti i 'circoli' intellettuali di tutte le società letterarie, anonime o conosciute, hanno sempre operato una rimozione sostanziale ed una incomprensione sottaciuta della sua testimonianza, del corpo della sua parola.

Da molti anni ormai, Pasolini è "Io so, ma non ho le prove": come in un manifesto di molti anni fa di 'Comunione e liberazione', come nella copertina, di molti anni fa, di un numero de 'Il Manifesto'. Come se la sua parola potesse racchiudersi nell'impotenza della testimonianza o nella testimonianza dell'esclusione, della marginalità, come se la sua parola potesse limitarsi, nel silenzio in cui la sua morte l'ha costretto, a dire ciò che si sa senza poterlo fare storia, senza farne una politica, senza fare diventare il corpo della scrittura, la parola di uno scrittore, una politica, la fine di una storia, della storia. Dell'incubo della storia italiana degli anni settanta.

In un'intervista, che può ancora essere vista nelle 'teche.rai', Pasolini si dichiara un apocalittico.

E' un termine strano, che la cultura italiana non accetta e non comprende. E' una dichiarazione, insieme, di presenza e di distanza.
Pier Paolo Pasolini è, per sua dichiarazione, colui che vive il tempo della fine e, insieme, se ne trae fuori.
Questo 'doppio corpo' della scrittura pasoliniana è la radice fondamentale della sua doppia esclusione.
La prima esclusione che subisce la scrittura pasoliniana è legata alla sua inveterata frequentazione dei margini. Più di qualsiasi altro scrittore, egli ha fatto vivere, nei gangli del dispositivo tecnico di formazione di una 'scrittura', la lingua che non si rappresenta, non ha la forza di dirsi, non aveva la forza di rappresentarsi, tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta.
A differenza dell'unico, altro grande scrittore che ha giocato questo 'sporco' gioco, Carlo Emilio Gadda, Pasolini si radica nell'impossibilità dell'invenzione, nella necessità della rappresentazione, nella giustizia della testimonianza.

Questo 'abitare i margini' non è, però, in nessuna maniera, fare il gioco dell'escluso, giocare il gioco degli esclusi. Al contrario, è portare al centro della scrittura l'esclusione della lingua, di una certa lingua, che già, leggendo un'altra lingua che il dialetto delle borgate romane, Contini aveva compreso perfettamente nel ruolo che svolgeva, recensendo i pasoliniani testi in dialetto friulano.

La sinfonia in minore, che i ripetitori di un'etica della marginalità pasoliniana continuano a suonare, manca questa fedeltà, questa costanza, questo sacrificio della lingua che si espone allo scherno, al rifiuto, rivendicando un radicamento altro, ma forte. Sotto questo aspetto, Pasolini è un testimone della scomparsa, un apocalittico reazionario che si batte contro la modernità, comprendendone, sino in fondo, le regole, accettandole, senza piegarsi, almeno sino ad un certo punto, ad un certo momento.
Dove Pasolini diventa del tutto incomprensibile per la cultura italiana, per i flebili ed urlanti epigoni di una minorità di risulta, è quando la forza di Pasolini mette i piedi nel piatto della borghesia italiana, della sua lingua, della sua forza, della sua infamia, della sua ipocrisia.
Dove Pasolini diventa indigeribile, ancora oggi, è nella forza dell'apocalittico di sinistra, come, ad esempio, è stato Jakob Taubes.
Dove Pasolini diventa non decifrabile è quando scrive nel 'Corriere', quando accetta lo scontro, faccia a faccia, con il potere. Ma fatto 'dal lato del potere' e non della sconfitta.
Il doppio fondo della cultura letteraria italiana, quella del potere e quella della minorità rivendicata, non può e non riconosce il senso dell'apocalisse della scrittura pasoliniana: essa sfugge, con un doppio movimento, alla presa del potere come a quella della marginalità.
Lo scontro, epocale, che si apre con 'Petrolio', e la cui posta in gioco ancora non si misura, è esattamente quello della forza e della destinazione della scrittura. Non solo della posta in gioco che si consuma nel passaggio dalla lingua delle borgate a quella della borghesia vincente. Non solo la posta in gioco che si misura in un cambio di registro radicale che è passato attraverso le esperienze di 'visione' del cinema. Ma, ancor più radicalmente, la posta in gioco che ci si rilancia nella testimonianza dal centro, dal cuore del potere.
L'apocalisse della scrittura pasoliniana, in questo senso, costituisce, ancora oggi, un fantasma incomprensibile e muto per molte scritture che ripetono, in maniera funambolica, l' "Io so ma non ho le prove".

Noi, dopo Pasolini, sappiamo e sappiamo dimostrare. Noi abbiamo le prove.
Io so tutti i colpevoli delle stragi italiane, dei misteri e delle congiure che hanno accompagnato quarant'anni di storia italiana. Io so tutti i colpevoli, so chiamarli per nome, ne so dimostrare le responsabilità storiche e politiche.
Io non so dimostrare giuridicamente la loro responsabilità. E questo, in fondo, oggi, non m'importa.
Ma io ho le prove, come le abbiamo tutti noi, della responsabilità dei servizi segreti americani nel condizionamento della vita politica italiana degli anni settanta, e di vent'anni prima. Del ruolo che i fascisti hanno giocato, insieme ai servizi segreti deviati, nel determinare la vita del paese dove sono nato.Delle responsabilità dei loro giornali, dei nani che servivano il potere. Lo so, come lo sappiamo tutti, com'è morto Giangiacomo Feltrinelli, Pino Pinelli, chi sono i responsabili di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, dell'Italicus. Conosco i nomi delle infamie che sono state scritte su Pier Paolo Pasolini, i colpevoli della sua solitudine, i processi prima e dopo la sua morte. Conosco tutti i nomi di chi ha scritto, quello che hanno scritto, quello che hanno ritrattato.
Non solo oggi noi abbiamo le prove storiche (leggere le 5 puntate pubblicate dal 'Corriere' un anno fa sulla politica americana in Italia), ma, di più, pretenderei, mi sembrerebbe necessario pretendere più nessun'altra prova giudiziaria. Pretenderei, mi sembrerebbe necessaria non la testimonianza dell' "Io so, ma non ho le prove", ma la memoria, la forza del ricordo, della 'prova', oggi ancor più che ieri, di fronte il ritorno del corpo martoriato della scrittura di Pier Paolo Pasolini.
Come tutti noi, io ho le prove dell'ipocrisia di una smidollata borghesia italiana, che si scandalizzava e giuridicamente perseguiva i films di Pasolini, salvo poi, singolarmente presi, diventare alti responsabili della Polizia di Stato, con l'appoggio della sinistra. Ed esserlo ancora oggi.
Non solo, io so di più di quanto poteva sapere Pasolini, grazie a lui, e lo so dimostrare, carte alla mano, so chiamare a giudizio chi credeva di sfuggire, nella cronaca, a volte nella 'cronaca nera', per ciò di cui è responsabile, lo so chiamare in giudizio, che non è quello penale; so dire, grazie a Pasolini, la differenza che c'è tra la verità giudiziaria, quella storica, quella della scrittura.
Di fronte questa verità, differentemente che di fronte la verità giudiziaria, non c'è pietà e non c'è perdono. Di fronte la verità della scrittura, il corpo della scrittura, il corpo della scrittura di Pier Paolo Pasolini, non c'è nè marginalità nè inconscienza. Non c'è salvezza possibile. Non si può dire: "Ho capito dopo, ho capito tardi". Non si può dire: "Io so, ma non ho le prove".

Io so, ho le prove, ho capito prima, ho le prove come le abbiamo tutti noi, e voglio che non si dimentichino. E, se volete, ve le mostro.

L'apocalisse della scrittura letteraria di Pier Paolo Pasolini si misura attraverso questa messa in questione della scrittura stessa. Della verità stessa.
Tutto il resto o è giornalismo di risulta o falsa coscienza. Quella della borghesia italiana, del suo servo giornalismo, della marginalità dei suoi scrittori.

ADDENDA
Se, in fondo, devo dire quello che penso, mi si para davanti la mancanza e l'assenza della parola dei miei amici, di cui, ormai, ho già misurato la distanza. In fondo, tutto si è giocato, esattamente, su questo "Io so, ma non ho le prove".
Mentre io continuavo a cercare le prove, d'altro lato era evidente la mancanza e l'impossibilità di dimostrare o di cercare una responsabilità. In fondo, l'impossibilità di cercare e trovare una responsabilità: l'impossibilità di dire i 'Nomi'.
O meglio: era evidente la difficoltà di affontare questa responsabilità direttamente. Corpo a corpo.
Di questa storia, che poi è la storia di chi diventa 'saggio'- di fronte l'interrogazione filosofica - ho tentato di scriverne.
Senza, ancora, essere riuscito a descriverne la forza della fuga.
E nemmeno la forza della persistenza.

Il ritorno di questo nome - quello di Pasolini - fa giustizia, nello stesso tempo, sia della persistenza che della fuoriuscita.

Sulla filosofia come pratica d'esistenza

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Non ho studiato filosofia per fare 'formazione', nè per poi cambiare mestiere.
Nè per vincere i dottorati con i temi suggeriti la sera prima.
Non ho studiato filosofia per far dire di fare filosofia a chi l'ha studiata per diventare 'professore universitario'.
Nè per dichiararla morta.

Io non ho studiato filosofia per questo.

Ho studiato filosofia, per la prima volta nella mia vita, con un 'vecchio' che mi ha sempre, ad ogni lezione, fatto capire che era l'ora che io la smettessi, che era l'ora che cambiassi mestiere, che era l'ora di mettermi da parte. Sempre, ogni volta che ci incontravamo, mi voleva espellere, mi diceva che non era il caso, che non si capiva per quale motivo dovessi continuare a far qualcosa che mi avrebbe respinto, messo ai margini, espulso da se stessa. Non si capiva cosa volessi facendo filosofia. Per dieci volte, quindici volte consecutive, continuava a ripetermi all'inizio e alla fine di ogni lezione queste domande. Uscivo completamente frantumato. Senza riuscire a rispondere. E continuavo a domandarmi, uscito da lezione, perchè continuavo a fare filosofia, perchè continuavo ad andare da lui.

Poi, una volta, l'ennesima, ho risposto - avevo 17 anni - domandandogli: "Quando Lei mi spiegherà perchè Lei ha fatto filosofia, venendo da Giurisprudenza, io le spiegherò perchè ho deciso di fare filosofia". Lui, che aveva rifiutato la tesi con Galvano Della Volpe - che per anni non gli parlò - per scrivere una tesi su Nietzsche, agli inizi degli anni '50, non mi ha mai più chiesto nulla.
Facevamo filosofia.

Non pratico 'filosofia' per dire, per dirmi a lato o volermi al centro.

Continuo a praticarla nel più grande amore della scrittura e della riflessione possibile.
E nella più grande distanza. Nel più grande coinvolgimento.

Continuerò a praticarla, contro tutto e contro tutti.
Anche quando tutto sembra dirmi altro.
Come mi ha insegnato Giacomo Macrì.

Sulla violenza

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a Carmelo P.

"Ogni violenza è, come mezzo, potere che pone o che conserva il diritto. Se non pretende a nessuno di questi due attributi, rinuncia da sé ad ogni validità. Ma ne consegue che ogni violenza come mezzo partecipa, anche nel caso più favorevole, alla problematicità del diritto in generale. E anche se il significato di questa problematicità non si lascia ancora individuare con certezza, il diritto appare tuttavia, dopo quanto si è detto, in una luce morale così equivoca, che si affaccia spontaneamente la domanda se per comporre interessi umani in contrasto non vi siano altri mezzi che violenti. Essa ci obbliga anzitutto a constatare che un regolamento di conflitti privo affatto di violenza non può mai sfociare in un contratto giuridico. Poichè questo, per quanto sia stato concluso pacificamente dai contraenti, con duce sempre, in ultima istanza, a una possibile violenza".
Walter Benjamin, "Per la critica della violenza"

In tutti i casi, sia in quello in cui si volesse 'levare' il contratto, sia in quello in cui lo si volesse far rispettare, il ricorso alla violenza è inscindibile dalla 'firma' del contratto.
La stessa origine del contratto è, inevitabilmente, condizionata dalla violenza che istituisce il potere che lo deve far rispettare.
Ove la violenza, il potere che garantisce il rispetto del contratto non 'portasse con sé' questa violenza, la 'signature' del contratto stesso non avrebbe "forza-di-legge".
Ove la 'forza costituente', che vuole inaugurare un nuovo contratto, non portasse con sé la violenza della nuova istutuzione, dell'istituire il nuovo contratto, essa non potrebbe, in fondo, che abdicare, lasciare il passo alla violenza che difende il potere, alla legge che difende se stessa.
Eppure...eppure....

Amnistia (2)

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"Quelli che di volta in volta dominano
sono però gli eredi di tutti coloro che
hanno vinto sempre."
W. Benjamin, VII tesi

Lo dico molto semplicemente, sussurrando: domandare oggi l'amnistia per i reati politici degli anni '70 non è un gesto legato al presente. E', molto di più, un gesto che vuole 'salvare' il passato. C'è un frase, nelle tanto citate Tesi benjaminiane che dice più di qualsiasi 'appello': "La tradizione degli oppressi ci insegna che lo 'stato d'eccezione' in cui viviamo è la regola. Allora ci starà davanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d'eccezione." (è l'inizio dell'VIII Tesi).
In fondo, per quanto possa sembrare assurdo, lo stato d'eccezione pensa e salva 'solo' il passato.

"Chiunque abbia riportato sinora vittoria
partecipa al corteo trionfale dei dominatori di turno."
W. Benjamin, VII tesi

Amnistia

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Ciò che è accaduto negli anni settanta, a fronte di nomi che ritornano come gl'incubi, merita una nuova riflessione, legata all'aministia. Il fatto che un ingegnere che fa come mestiere il ministro della giustizia si permetta di parlare d'amnistia citando Izzo è semplicemente vomitevole.


Se scrivo di Izzo lo faccio con una forza, una convinzione: dobbiamo chiudere questa stagione,
la dobbiamo chiudere con un'amnistia che sappia distinguere tra la politica
e la ferocia criminale, tra la violenza dell'epoca e la violenza senza limite.

Noi, tutti, senza parte alcuna, anche senza parlare dalla nostra 'parte politica',
dobbiamo avere la forza di regolare, oggi, i conti con il nostro passato.

Vorrei dire che tutti quanti dovremmo lanciare un appello per chiedere,
con più forza, con grande forza, l'amnistia per i reati politici degli anni '70.

Oggi, ancor più che prima, proprio quando sappiamo che la violenza si può
confondere con la certezza della trasformazione, con la violenza della ripetizione,
proprio quando tutto si mostra in-umano, nel suo senso estremo, impossibile da accettare,
noi dobbiamo pensare altro.

Dobbiamo, nello stesso tempo, riconoscere l'inumano, i suo nomi, come la forza del rifiuto.

E fare, davvero, altro.
Dobbiamo pensare e fare risuonare la differenza. La nostra capacità di distinguere.
Lì, esattamente dove il male si ripete, è la nostra 'ragione' a dover dare spiegazioni.
A dover 'dire'. A 'saper' dire.
Proprio nel cuore del male assoluto, senza giustificazione, dove anche la ragione tace,
lì è lo scandalo della forza dell'esistenza.

Lo scacco ed il rilancio.

Dove, nel più grande buio, la ragione umana, singolarmente, non sa dire, non sa dare,
noi dobbiamo sapere dire in-comune, dobbiamo saper fare della politica 'una politica'.
Dunque: una forza. Una forza in-comune.

Vorrei dire, con grande forza, che tutti coloro i quali sanno scrivere e scrivono
i loro appelli, quelle stesse e quegli stessi che io ho criticato, per quanto mi riguarda,
su questo fronte, sono chiamati a sapersi dire, giocare, a sapere forzare dove la politica pare cieca,
dove la politica sembra muta, dove la parola può 'fare'.

Vorrei dire che, per quanto mi riguarda, da adesso, poichè il male si è ripetuto,
dire di un'amnistia risponde, oggi più che prima, ad un gesto di giustizia.
E di distinzione.

Proprio adesso, proprio ora, senza paura noi 'pretendiamo' l'amnistia.