Ciò che accadrà o non accadrà, ciò che di nuovo si dirà o si dice, che la magistratura vorrà dire, far dire, ascoltare, in fondo non è altro che un'ulteriore dilazione del riconoscimento della parola di Pasolini. A partire dal corpo sfigurato e martoriato di Pasolini, tutta la società italiana, per gradi e livelli differenti, in particolare tutti i 'circoli' intellettuali di tutte le società letterarie, anonime o conosciute, hanno sempre operato una rimozione sostanziale ed una incomprensione sottaciuta della sua testimonianza, del corpo della sua parola.
Da molti anni ormai, Pasolini è "Io so, ma non ho le prove": come in un manifesto di molti anni fa di 'Comunione e liberazione', come nella copertina, di molti anni fa, di un numero de 'Il Manifesto'. Come se la sua parola potesse racchiudersi nell'impotenza della testimonianza o nella testimonianza dell'esclusione, della marginalità, come se la sua parola potesse limitarsi, nel silenzio in cui la sua morte l'ha costretto, a dire ciò che si sa senza poterlo fare storia, senza farne una politica, senza fare diventare il corpo della scrittura, la parola di uno scrittore, una politica, la fine di una storia, della storia. Dell'incubo della storia italiana degli anni settanta.
In un'intervista, che può ancora essere vista nelle 'teche.rai', Pasolini si dichiara un apocalittico.
E' un termine strano, che la cultura italiana non accetta e non comprende. E' una dichiarazione, insieme, di presenza e di distanza.
Pier Paolo Pasolini è, per sua dichiarazione, colui che vive il tempo della fine e, insieme, se ne trae fuori.
Questo 'doppio corpo' della scrittura pasoliniana è la radice fondamentale della sua doppia esclusione.
La prima esclusione che subisce la scrittura pasoliniana è legata alla sua inveterata frequentazione dei margini. Più di qualsiasi altro scrittore, egli ha fatto vivere, nei gangli del dispositivo tecnico di formazione di una 'scrittura', la lingua che non si rappresenta, non ha la forza di dirsi, non aveva la forza di rappresentarsi, tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta.
A differenza dell'unico, altro grande scrittore che ha giocato questo 'sporco' gioco, Carlo Emilio Gadda, Pasolini si radica nell'impossibilità dell'invenzione, nella necessità della rappresentazione, nella giustizia della testimonianza.
Questo 'abitare i margini' non è, però, in nessuna maniera, fare il gioco dell'escluso, giocare il gioco degli esclusi. Al contrario, è portare al centro della scrittura l'esclusione della lingua, di una certa lingua, che già, leggendo un'altra lingua che il dialetto delle borgate romane, Contini aveva compreso perfettamente nel ruolo che svolgeva, recensendo i pasoliniani testi in dialetto friulano.
La sinfonia in minore, che i ripetitori di un'etica della marginalità pasoliniana continuano a suonare, manca questa fedeltà, questa costanza, questo sacrificio della lingua che si espone allo scherno, al rifiuto, rivendicando un radicamento altro, ma forte. Sotto questo aspetto, Pasolini è un testimone della scomparsa, un apocalittico reazionario che si batte contro la modernità, comprendendone, sino in fondo, le regole, accettandole, senza piegarsi, almeno sino ad un certo punto, ad un certo momento.
Dove Pasolini diventa del tutto incomprensibile per la cultura italiana, per i flebili ed urlanti epigoni di una minorità di risulta, è quando la forza di Pasolini mette i piedi nel piatto della borghesia italiana, della sua lingua, della sua forza, della sua infamia, della sua ipocrisia.
Dove Pasolini diventa indigeribile, ancora oggi, è nella forza dell'apocalittico di sinistra, come, ad esempio, è stato Jakob Taubes.
Dove Pasolini diventa non decifrabile è quando scrive nel 'Corriere', quando accetta lo scontro, faccia a faccia, con il potere. Ma fatto 'dal lato del potere' e non della sconfitta.
Il doppio fondo della cultura letteraria italiana, quella del potere e quella della minorità rivendicata, non può e non riconosce il senso dell'apocalisse della scrittura pasoliniana: essa sfugge, con un doppio movimento, alla presa del potere come a quella della marginalità.
Lo scontro, epocale, che si apre con 'Petrolio', e la cui posta in gioco ancora non si misura, è esattamente quello della forza e della destinazione della scrittura. Non solo della posta in gioco che si consuma nel passaggio dalla lingua delle borgate a quella della borghesia vincente. Non solo la posta in gioco che si misura in un cambio di registro radicale che è passato attraverso le esperienze di 'visione' del cinema. Ma, ancor più radicalmente, la posta in gioco che ci si rilancia nella testimonianza dal centro, dal cuore del potere.
L'apocalisse della scrittura pasoliniana, in questo senso, costituisce, ancora oggi, un fantasma incomprensibile e muto per molte scritture che ripetono, in maniera funambolica, l' "Io so ma non ho le prove".
Noi, dopo Pasolini, sappiamo e sappiamo dimostrare. Noi abbiamo le prove.
Io so tutti i colpevoli delle stragi italiane, dei misteri e delle congiure che hanno accompagnato quarant'anni di storia italiana. Io so tutti i colpevoli, so chiamarli per nome, ne so dimostrare le responsabilità storiche e politiche.
Io non so dimostrare giuridicamente la loro responsabilità. E questo, in fondo, oggi, non m'importa.
Ma io ho le prove, come le abbiamo tutti noi, della responsabilità dei servizi segreti americani nel condizionamento della vita politica italiana degli anni settanta, e di vent'anni prima. Del ruolo che i fascisti hanno giocato, insieme ai servizi segreti deviati, nel determinare la vita del paese dove sono nato.Delle responsabilità dei loro giornali, dei nani che servivano il potere. Lo so, come lo sappiamo tutti, com'è morto Giangiacomo Feltrinelli, Pino Pinelli, chi sono i responsabili di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, dell'Italicus. Conosco i nomi delle infamie che sono state scritte su Pier Paolo Pasolini, i colpevoli della sua solitudine, i processi prima e dopo la sua morte. Conosco tutti i nomi di chi ha scritto, quello che hanno scritto, quello che hanno ritrattato.
Non solo oggi noi abbiamo le prove storiche (leggere le 5 puntate pubblicate dal 'Corriere' un anno fa sulla politica americana in Italia), ma, di più, pretenderei, mi sembrerebbe necessario pretendere più nessun'altra prova giudiziaria. Pretenderei, mi sembrerebbe necessaria non la testimonianza dell' "Io so, ma non ho le prove", ma la memoria, la forza del ricordo, della 'prova', oggi ancor più che ieri, di fronte il ritorno del corpo martoriato della scrittura di Pier Paolo Pasolini.
Come tutti noi, io ho le prove dell'ipocrisia di una smidollata borghesia italiana, che si scandalizzava e giuridicamente perseguiva i films di Pasolini, salvo poi, singolarmente presi, diventare alti responsabili della Polizia di Stato, con l'appoggio della sinistra. Ed esserlo ancora oggi.
Non solo, io so di più di quanto poteva sapere Pasolini, grazie a lui, e lo so dimostrare, carte alla mano, so chiamare a giudizio chi credeva di sfuggire, nella cronaca, a volte nella 'cronaca nera', per ciò di cui è responsabile, lo so chiamare in giudizio, che non è quello penale; so dire, grazie a Pasolini, la differenza che c'è tra la verità giudiziaria, quella storica, quella della scrittura.
Di fronte questa verità, differentemente che di fronte la verità giudiziaria, non c'è pietà e non c'è perdono. Di fronte la verità della scrittura, il corpo della scrittura, il corpo della scrittura di Pier Paolo Pasolini, non c'è nè marginalità nè inconscienza. Non c'è salvezza possibile. Non si può dire: "Ho capito dopo, ho capito tardi". Non si può dire: "Io so, ma non ho le prove".
Io so, ho le prove, ho capito prima, ho le prove come le abbiamo tutti noi, e voglio che non si dimentichino. E, se volete, ve le mostro.
L'apocalisse della scrittura letteraria di Pier Paolo Pasolini si misura attraverso questa messa in questione della scrittura stessa. Della verità stessa.
Tutto il resto o è giornalismo di risulta o falsa coscienza. Quella della borghesia italiana, del suo servo giornalismo, della marginalità dei suoi scrittori.
ADDENDA
Se, in fondo, devo dire quello che penso, mi si para davanti la mancanza e l'assenza della parola dei miei amici, di cui, ormai, ho già misurato la distanza. In fondo, tutto si è giocato, esattamente, su questo "Io so, ma non ho le prove".
Mentre io continuavo a cercare le prove, d'altro lato era evidente la mancanza e l'impossibilità di dimostrare o di cercare una responsabilità. In fondo, l'impossibilità di cercare e trovare una responsabilità: l'impossibilità di dire i 'Nomi'.
O meglio: era evidente la difficoltà di affontare questa responsabilità direttamente. Corpo a corpo.
Di questa storia, che poi è la storia di chi diventa 'saggio'- di fronte l'interrogazione filosofica - ho tentato di scriverne.
Senza, ancora, essere riuscito a descriverne la forza della fuga.
E nemmeno la forza della persistenza.
Il ritorno di questo nome - quello di Pasolini - fa giustizia, nello stesso tempo, sia della persistenza che della fuoriuscita.