Il termine 'comunismo', in se stesso, non reinvia a nulla. Questo termine, che per decenni è stato lo spettro di ¾ del mondo, questo termine, oggi, non ha corpo. Esattamente come attiene ad ogni spettro. Dire, pronunziare questo termine, oggi, significa nominare un'assenza e un'impossibilità. Solo grazie a questa impossibilità e a questa assenza, questo 'nome' può riuscire, può continuare a dire dell'ingiustizia dal lato dell'umano.
Questo nome dice e nomina l'indigenza e la forza degli indigenti. In questo senso, dire che il comunismo è una 'promessa di tradimento' è un gesto di verità. Ma, anche, un gesto di forza.
Perchè il 'comunismo', o quello che questa parola ha costituito, non nomina solo l'indigenza più assoluta. Ma la forza, tutta umana, di liberarsi da questa indigenza e la forza di 'istituire' un altro 'ordine'. Solo, tutto, semplicemente, assolutamente umano.
Dire che 'il comunismo è una 'promessa di tradimento' significa assumersi, fino in fondo, il basso commercio che il comunismo, come esperienza storica, ha praticato con il 'potere'. Per rafforzarsi come 'un potere'. Ancora, in questo senso, tutte le sillabe scritte da Trotskij in esilio costituiscono la maggiore testimonianza, la requisitoria necessaria di questo meretricio che il comunismo ha patteggiato con il potere, per diventare potere.
D'altro lato, questo termine, ancora oggi, reinvia ad un'indigenza, e, soprattutto, alla consapevolezza di questa indigenza - che mai, in nessuna esperienza umana, ha raggiunto questo grado di consapevolezza.
Parlare di 'comunismo', oggi, significa, innanzitutto, parlare di questo meretricio.E, insieme, dire l'ingiustizia, darle nome, e nominare, con tutta la forza di cui solo il comunismo è capace, i responsabili dell'ingiustizia e dello sfruttamento.
Parafrasando Derrida, si tratta di 'esser giusti' con il comunismo.
Così come si tratta di chiedere, domandare e attraversare lo scandalo a cui il comunismo non ha saputo sottrarsi.
E che, insieme, sa nominare.
(segue)
Il comunismo è una promessa di tradimento. Nel suo stesso dirsi, quello che si preannuncia è già tradito.
Il senso che il termine 'comunismo' richiama, la vita stessa di questo termine, porta con sè un'impossibilità.
Il 'comunismo', di per sè, non esiste. La vocazione profonda di questa promessa, della promessa della comunità, questa promessa, nella sua impossibilità, è, però, il senso profondo dell'umano per come non si è mai rivelato se non attraverso questo 'nome'.
Come i due secoli passati hanno 'presentato' il comunismo, non rende giustizia della promessa che il comunismo porta con sè.
Senza il 'comunismo', i due secoli passati non sarebbero stati quelli che sono stati.
La promessa che il comunismo portava con sè, soprattutto nell'ultimo secolo, ha subito un colpo mortale. La storia non ha pietà.
Ma, essendo il comunismo una promessa di tradimento, non era possibile pensare che la sua promessa rimanesse intatta. Il 'comunismo', o quello che significa questo nome, si espone, radicalmente, allo scacco della storia.
Il comunismo, già da subito, era questa precisa 'promessa di tradimento', poichè quello che il comunismo portava e continua a portare attraverso il suo nome, è la dichiarazione della possibilità dell'assoluta liberazione dell'umano. Da ogni vincolo, luogo, padre o madre, da ogni dio.
Questa promessa sarà il luogo attraverso cui pensare il tempo e la libertà.
Gli sciocchi che si agitano, oggi, nel dichiarare il loro nemico morto e sepolto, non vogliono sapere, non sanno capire come l'esigenza del 'comunismo', qualsiasi nome possa prendere, l'esigenza della liberazione radicale dell'umano, anche quando prenderà altri nomi, non potrà rinviare se non a questo nome, che richiama la condivisione e il tradimento, la forza e la libertà.
Né le differenze, sempre più marcate, tra teologie che si rifanno allo stesso 'dio', né la piccineria di una teologia da cortile, né le vanità, come nemmeno l'accondiscendenza, toccano i gangli di una 'fine-pontificato' epocale. La 'messa in scena' della morte di un pontefice, come mai sino ad ora era avvenuto, la fine del pontificato Wojtyla, fa riemergere, con l'asprezza necessaria, i fantasmi di una 'chiesa' senza 'ecclesia', di una chiesa con i suoi fedeli ma senza popolo, di una teologia con i suoi libri, i suoi riti, i suoi ruoli, ma senza più 'parola di Dio' che si faccia storia. Il punto focale su cui, dentro e fuori la Chiesa cattolica, maturano le più grandi incomprensioni, gli anatemi, i tradimenti e le vendette, è come il Cristo incontra 'la' storia. 'Quale' storia.
La polarizzazione rappresentata da Küng-Messori è falsa e insieme vera. È vera, poiché la violenza dello scontro rinvia ad un'idea di 'storia' che molti delle attuali 'teste d'uovo' della gerarchia teologica vaticana hanno condiviso con Küng. A partire dal 'Grande Inquisitore'. È vera poiché la distanza da 'questo' concetto di storia costituisce, oggi, la distanza tra la 'chiesa' e il Vaticano II. Quella distanza che, come bene scrive Küng, è il rifiuto dell'apertura della 'chiesa' al mondo. Ma, come altrettanto bene scrive Messori, non è l'assunzione indiscriminata della 'modernità' propria di una 'riforma' senza più riformati. Entrambi, senza accorgersene, parlano dello stesso problema: quello di una 'teologia-politica' che si incunea ben oltre le gerarchie ecclesiastiche romane, toccando lo stesso statuto contemporaneo delle chiese riformate. E' falsa poichè lo statuto della 'teologia-politica' tocca, oggi, il concetto di 'storia' che entrambe le parti condividono incoscentemente (pur essendo Küng un teologo cattolico, ma, ovviamente non a caso, accusato di esposizione alla 'riforma').
Il dispositivo 'teologico-politico' è quel dispositivo che fa della 'storia' lo spazio di lotta per l'affermazione di una primazia 'divina' tale che questa primazia possa, in virtù del suo richiamo a una dimensione 'ultra-mondana', rideterminare lo spazio di interpretazione della storia come storia della salvezza. Se la storia è una 'storia della salvezza', è a partire dall'interpretazione di 'questa storia qui' che si ridetermina lo spazio della storia come storia della salvezza. 'Questa storia qui' è lo statuto della 'Chiesa di Cristo' nel mondano. Secondo come questo statuto si dà, questa 'storia della salvezza' può essere interpretata. Entrambe le letture, quella di Messori come quella di Küng, si scontrano sulla definizione del rapporto della 'ecclesia' con il mondano. Si occupano, in fondo, del rapporto tra' storia e salvezza'. Tra la 'storia della salvezza' e le 'forme' che questa storia deve darsi. In nessun caso c'è una rimessa in questione dello 'statuto della storia' per come il moderno l'ha pensato. Certo, è facile per Küng collocare questo pontificato nello spazio storico 'dell'antimoderno'. Ma è, certamente, un'operazione ideologica, e solo per crearsi quello spazio necessario per reclamare a sé 'la storia della salvezza' come storia inscritta nel moderno. Altrettanto ideologica è l'operazione di Messori, che inscrive Küng nello spazio storico di una 'riforma' fallita sostanzialmente, come se le chiese evangeliche - ripeto: le chiese che si inspirano a Lutero e Calvino, le Chiese che rivendicano il ritorno alla lettura dell'Evangelo, e non solo questo - potessero essere misurate storicamente solamente per le chiese vuote e qualche battuta di qualche prelato frustrato, anche dentro la comunità riformata.
Come scriveva Karl Barth, il centro rimane Cristo.
E Cristo, nella forza della sua figura e della sua parola, parla della e dalla 'sua' storia.
E, che questa parola la si voglia abbattere o la si voglia accogliere nell'esperienza della fede, questa parola, ancora oggi, pone il problema dello 'scandalo della salvezza che non viene', così come scrive Sergio Quinzio.
Il 'problema della salvezza' è il problema dell'incontro della parola cristiana con la storia. È il problema della remissione dei peccati, tutti e sempre storici (almeno nel cristianesimo, non nello gnosticismo). È il problema della morte e della resurrezione di Cristo. Cioè, e per essere semplici e banali: è il problema della 'croce' nella storia.
Questa 'crux' teologica, oggi, è gettata nella polvere della storia, del mondano, poiché, in ogni senso, ad ogni 'storia della salvezza', ad ogni interrogativo che viene da questa 'storia', viene sostituito, da un lato come dall'altro, quello di una 'teologia-politica' del mondano. Della 'storia' come architrave della 'realizzazione' di questa 'storia della salvezza'.
Tutto il moderno, nel suo fallimento, dimostra il contrario.
Tutta la 'teologia' degna di questo nome, compresa la teologia anti-moderna, mostra il contrario.
Gli gnostici dimostrano il contrario. Ed è per questo che ogni 'chiesa' ne ha paura.
Il termine 'storia', oggi, se si offre alla presa di ogni 'teologia-politica', dall'altro conserva uno scarto fulminante, un resto non riassumibile.
In questo senso, tutti i pontificati, tutte le politiche, così come le teologie-politiche, indistintamente, passano, mentre lo 'scandalo' della croce resta.
Così come lo scandalo della predestinazione, di pari a quello della confessione, entrambi, di fronte la forza di ogni teologia-politica, diventano la 'mimesis' della storia.
Sia i credenti che i non credenti dovrebbero fissare il loro sguardo sulla 'storia che non c'è': 'Salvezza che manca'.
Pubblico, qui di seguito, la risposta di Vittorio Messori alle '11 contraddizioni più una conclusione' di Hans Küng. Lo faccio con la consapevolezza che le 'questioni di chiesa', oltre il loro lato maniacal-autoreferenziale', da parrocchia, quando invece si parla della Chiesa universale, dicono 'di noi'.
Mi riservo, per questo, di aggiunge qualche riga, dopo, sempre dopo.
IL PADRE CHE HA SALVATO LA CHIESA
di Vittorio Messori
La versione integrale del documento di Hans Küng pubblicato qui di fianco è, in effetti, ancor più torrenziale. In origine si trattava, mi dicono, di un necrologio, un bilancio dell'intero pontificato, da pubblicare dopo la morte di Giovanni Paolo II e giacente da tempo negli archivi dei giornali.
Probabilmente, il teologo svizzero-tedesco si è stancato di aspettare: in effetti, anni or sono, il Corriere della sera mi chiese già un'altra replica a un altro intervento di Küng, dove questi si augurava (naturalmente per il bene della Chiesa...) una pronta scomparsa del papa. E non nel senso di dimissioni, ma proprio nel senso di morte, perché altrimenti, pur dal luogo del suo ritiro, avrebbe potuto influire sul Conclave e determinare l'elezione di un cardinale nella sua stessa linea. Cosa che, per questo nostro teologo, sarebbe il massimo delle sventure.
Poiché, dunque, da un decennio attendeva invano, alla fine Küng ha deciso di anticipare i tempi e di autorizzare l'agenzia che cura i suoi scritti alla pubblicazione del «coccodrillo » (come, cinicamente, si dice in gergo) sulla catena consueta di media. In realtà, l'entusiasmo degli editori sembra sempre minore, visto che si assottigliano, per ragioni anagrafiche, i lettori di quest'uomo che, nato nel 1928, è ormai più vicino agli ottanta che ai settanta. Ma sì, questo che sembrava, tanto tempo fa, il simbolo stesso della «modernità» ecclesiale, il profeta di una Nuova Chiesa , giunto a 77 anni sembra interessare ormai quasi soltanto ai suoi coetanei, a coloro che erano giovani quarant'anni fa, alla fine del Concilio. È impressionante, in effetti, come continui a riproporre sempre lo stesso articolo, tanto che il necrologio del papa da lui preparato già al principio dei Novanta è quello pubblicato adesso, praticamente senza variazioni rispetto ad allora. Impressionante, soprattutto, la totale impermeabilità di questo professore ai fatti, la preminenza assoluta dello schema ideologico previo: è lui stesso a ricordare, qui, che il suo giudizio sul papato wojtyliano era già definitivo dopo un anno, nel 1979, e non è mutato di una virgola.
Impressionante, davvero, e anche un po' inquietante: in un quarto di secolo la storia ha accelerato, imperi che sembravano di roccia e marmo sono caduti in polvere, la cultura stessa ha cambiato prospettive. Ma Hans Küng, ormai docente in pensione, da molto tempo privato del titolo di «teologo cattolico», continua a ripetere, come venticinque anni fa. Come replicare a questa fissità un po' maniacale? Che cosa dire, di nuovo, se di nuovo non c'è nulla nell'interlocutore? Ma, poi, non dimentico quanto di lui mi disse un prestigioso vescovo, un suo collega di cattedra teologica: «Come spesso capita, proprio coloro che esigono dagli altri atteggiamento dialogico sono coloro che meno lo praticano». Io stesso, per quanto conta, sono stato sepolto sotto insulti sanguinosi, sui principali media del mondo, innanzitutto per avere scritto un libro-colloquio con il cardinal Joseph Ratzinger: la mia colpa era quella di averlo lasciato parlare, anzi di avere condiviso molte delle cose che mi diceva. Il teologo di Tübingen avrebbe tollerato che dessi voce al Prefetto dell'ex-Sant'Uffizio soltanto se l'avessi contraddetto, trascinandolo in un pubblico processo, mettendolo alla berlina, inveendo contro di lui come un «traditore». Tale, infatti, lo considera perché, negli anni del Vaticano II, il professor Ratzinger faceva parte del gruppo di enfants terribles, esperti di fiducia di vescovi tedeschi, olandesi, francesi che crearono Concilium, la rivista internazionale del dissenso teologico. Un contestatore, dunque, diventato Grande Inquisitore: il massimo dell'empietà! Come farla passar liscia al povero sottoscritto, suo intervistatore?
Küng, poi, non mi ha mai perdonato che proprio la sua «Bestia Nera», questo papa che, per lui, è «sventuratamente regnante», mi abbia chiesto di fargli delle domande che divennero il libro. L'aggettivo «cortigiano» è il più benevolo che mi abbia riservato per questo lavoro che, in realtà, non solo non cercai ma di fronte al quale ebbi qualche reticenza e resistenza. Perché, dunque, ostinarsi al dibattito davanti all'ennesimo articolo, se è sempre e solo lo stesso? E se è manifesta e provata l'impossibilità di cavare qualche frutto da un dialogo che l'ex-docente da sempre rifiuta, chiuso nel suo schema? Schema che è poi quello della metà degli anni Sessanta, quando il professore, lo si diceva, faceva parte dello staff di consulenti dei Padri Conciliari del Centro e del Nord Europa che determinarono l'orientamento del Concilio. Era l'ideologia della «modernità», erano gli anni in cui i sociologi scrivevano libri dal titolo L'eclissi del Sacro nella società industriale (Sabino Acquaviva) o teologi come Harvey Cox pubblicavano, tra gran clamore, testi come The Secular City. Giovani clericali rampanti come il nostro Küng, chiusi sino ad allora in una cultura da seminario post-tridentino, scoprivano -abbagliati- sociologia, politologia, etnologia, psicologia, psicoanalisi e tutti gli «ismi» , dal femminismo al secolarismo , che allora sembravano trionfare.
Scoprivano la democrazia parlamentare e volevano applicarla - tale e quale - anche alla Chiesa; scoprivano la sessualità e, se non se ne andavano sbattendo la porta (come fece un terzo dei sacerdoti e delle suore), pretendevano che fosse praticabile anche nello stato clericale; scoprivano la laicità e volevano viverla essi stessi, cominciando col gettare via tonache, sai, clergyman stessi, pur non rinunciando al confortevole status religioso. Scoprivano anche, con un ritardo di cinque secoli, la Riforma protestante e se ne invaghivano come fosse, appunto, nuova, «moderna ».
Molti, si sa, scoprirono con pericolosa eccitazione, anche e soprattutto il marxismo e cercarono di trasformare il vangelo nel manuale del perfetto guerrigliero. Non fu il caso di Küng che, come pubblico di riferimento, prese la borghesia dell'Europa nordica, secolarizzata, opulenta, liberal e organizzò il suo lavoro teologico con stile manageriale, con staff di collaboratori, informatica , agenti letterari. È chiaro che un prete così non poteva avere niente a che fare con un altro sacerdote, l'arcivescovo di Cracovia, che veniva da una Polonia dove la fede era cosa eroica, dove la devozione popolare permeava la vita.
Pubblico un testo scritto da Hans Küng, uno dei massimi teologi cattolici, consigliere al Vaticano II nominato da papa Roncalli, primo a contestare il dogma dell'infallibilità papale, e, per questo, sollevato dalla 'missio canonica' nel 1979. Küng si è dedicato negli ultimi anni all'elaborazione di un'etica mondiale (Weltethos) che possiamo, citando le sue parole, così riassumere: "Questa e` la nostra fondamentale indicazione per questo passaggio epocale: c'e` bisogno di un'etica elementare, comune a tutti gli uomini, un'etica dell'umanita` che pervada la cultura, un'etica mondiale (Weltethos). Ciò vale sia nel piccolo che nel grande: se vogliamo che abbia successo la convivenza delle nazioni, abbiamo bisogno di una nuova politica della responsabilità: al di là sia dell'immorale Realpolitik che della moraleggiante Idealpolitik. Una politica della responsabilità presuppone una disposizione etica, ma s'interroga sulle possibilità e sulle conseguenze dell'agire politico. Ma con questo è anche già manifesto che l'espressione "etica mondiale" non denota, in realtà, una nuova ideologia mondiale, una nuova cultura dell'unità mondiale, tanto meno il tentativo di una uniforme religione dell'umanità. L'etica mondiale è piuttosto un elementare consenso di fondo su alcuni valori vincolanti, criteri irrevocabili e atteggiamenti di fondo personali, che vengono affermati da tutte le tradizioni religiose ed etiche dell'umanità e devono essere condivisi di comune accordo da credenti e non-credenti, da persone religiose e non-religiose.". Indipendentemente dalla valutazione di questa proposta, le 11 contraddizioni che Küng indica, dovrebbero far rifletter più la comunità dei credenti che quella dei non-credenti, oltre al fatto di costituire la base a partire dalla quale i 'non-credenti' interrogano la comunità vivente della Chiesa cattolica. Se questo, ancora oggi, può avere un senso. (il testo è stato pubblicato sul 'Corriere della Sera' qualche giorno fa.)
La situazione della Chiesa Cattolica è seria. Il Papa è gravemente malato e merita ogni compassione. Ma la Chiesa deve vivere. Per questo, nella prospettiva di un'elezione papale, ha bisogno di una diagnosi, di una sincera analisi svolta dal suo interno. Delle terapie si potrà discutere dopo.
Gli oltre venticinque anni di Pontificato di Karol Wojtyla sono stati una conferma delle critiche che già avevo espresso dopo un anno del suo Pontificato. Secondo la mia opinione, egli non è il Papa più grande ma il più contraddittorio del XX secolo. Un Papa dalle molte, grandi doti, e dalle molte decisioni sbagliate! La sua «politica estera» ha preteso da tutto il mondo conversione, riforma, dialogo. Però, in tutta contraddizione, la sua «politica interna» ha puntato alla restaurazione dello status quo ante Concilium, a impedire le riforme, al rifiuto del dialogo intra- ecclesiastico e al dominio assoluto di Roma. Questa contraddizione si evidenzia in undici ambiti problematici. Riconoscendo gli aspetti positivi di questo Pontificato, mi concentrerò quindi sui suoi aspetti critici e contraddittori.
Prima contraddizione.
Giovanni Paolo II predica i diritti degli uomini all'esterno ma li ha negati all'interno, cioè ai vescovi, ai teologi e soprattutto alle donne.
Il Vaticano, un tempo nemico convinto dei diritti dell'uomo ma ben disposto oggi a immischiarsi nella politica europea, continua a non poter sottoscrivere la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo del Consiglio d'Europa: troppi canoni del diritto ecclesiastico romano, assolutistico e medioevale, dovrebbero prima essere modificati. La separazione dei poteri, principio fondamentale del diritto moderno, è sconosciuta alla Chiesa Cattolica romana, nel cui comportamento non vi è nessuna lealtà: nei casi di disputa l'autorità vaticana funge nel contempo da legislatore, accusa e giudice.
Seconda contraddizione.
Grande ammiratore di Maria, il Wojtyla predica gli ideali femminili, vietando però alle donne la pillola e negando loro l'ordinazione.
Per molte donne cattoliche tradizionali (soprattutto le donne appartenenti a ordini religiosi), l'aspetto più apprezzato di questo Papa è il suo respingere le donne moderne, in quanto le ha escluse da tutte le consacrazioni più importanti e considera la contraccezione appartenente alla «cultura della morte ». Tuttavia, molte delle donne che partecipano alle manifestazioni di massa del Papa, rifiutano la dottrina papale che si oppone ai metodi contraccettivi.
Terza contraddizione.
Questo Pontefice predica contro la povertà di massa e l'indigenza nel mondo ma, al tempo stesso, con la sua posizione in merito al controllo delle nascite e all'esplosione demografica, si è reso colpevole di questa indigenza.
In occasione dei suoi numerosi viaggi e anche di fronte alla Conferenza delle Nazioni Unite su Popolazione e Sviluppo tenutasi al Cairo nel 1994, questo Papa ha preso posizione contro l'uso della pillola e del profilattico e, pertanto, potrebbe essere ritenuto responsabile più di qualsiasi uomo di Stato della crescita demografica incontrollata in alcuni Paesi e del dilagare dell'Aids in Africa.
Quarta contraddizione.
Karol Wojtyla propaganda una figura sacerdotale maschile caratterizzata dal celibato ed è, quindi, il principale responsabile della catastrofica carenza di sacerdoti, del collasso dell'assistenza spirituale in molti Paesi e dello scandalo della pedofilia nel clero, ormai venuto alla luce.
Agli uomini che si sono dichiarati pronti al servizio sacerdotale nelle comunità viene proibito il matrimonio. Questo è solo un esempio di come anche questo Papa abbia ignorato la dottrina della Bibbia e la grande tradizione cattolica del primo Millennio in cui non vi era alcuna legge sul celibato per i sacerdoti. I quadri si sono ridotti, il reclutamento è fermo e fra poco, non solo nell'area di lingua tedesca, quasi due terzi delle parrocchie rimarranno senza sacerdote e la stessa celebrazione domenicale dell'eucarestia non potrà più essere assicurata, nemmeno con l'importazione di parroci e il raggruppamento delle parrocchie in «unità spirituali». Il clero fedele al celibato è dunque in crescente pericolo di estinzione. Gli scandali della pedofilia verificatisi dagli Stati Uniti all'Austria hanno inoltre gravemente danneggiato la sua credibilità, portando sull'orlo della bancarotta grandi diocesi negli Stati Uniti.
Quinta contraddizione.
Il Papa polacco ha praticato un numero elavatissimo di canonizzazioni, ma al tempo stesso ha ignorato l'inquisizione attuata nei confronti di teologi, sacerdoti e membri di ordini malvisti dalla Chiesa.
I devoti, strumentalizzati politicamente e commercialmente con spese ingenti e conseguenti profitti per la Curia, sono soprattutto pie suore, fondatori di ordini religiosi o Papi come l'antidemocratico, antisemita, autoritario Papa Pio IX (controbilanciati dalla canonizzazione di Giovanni XXIII). Devoti sono divenuti anche l'imperatore asburgico Carlo I e il ben poco pio fondatore dell'Opus Dei Josémaria Escrivá.
Uomini e donne (anche donne appartenenti a ordini religiosi) che si sono distinti, per il loro pensiero critico e per la loro energica volontà di riforme, sono stati invece trattati con metodi da Inquisizione. Come Pio XII fece perseguitare i più importanti teologi del suo tempo, allo stesso modo si comportano Giovanni Paolo II e il suo Grande Inquisitore Ratzinger con Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, Fox, Drewermann e anche il Vescovo di Evreux Gaillot e l'Arcivescono di Seattle Huntington. Nella vita pubblica mancano oggi intellettuali e teologi cattolici della levatura della generazione del Concilio. Questo è il risultato di un clima di sospetto, che circonda i pensatori critici di questo Pontificato. I vescovi si sentono governatori romani invece che servitori del popolo della Chiesa. E troppi teologi scrivono in modo conformista oppure tacciono.
Sesta contraddizione.
Il Papa elogia spesso e volentieri gli ecumenici, ma al tempo stesso ha pesantemente compromesso i rapporti con le Chiese ortodosse e con quelle riformiste ed evita il riconoscimento dei suoi funzionari e dell'eucarestia.
Il Papa avrebbe dovuto consentire - come suggerito in molti modi dalle commissioni di studio ecumeniche e come praticato direttamente da tanti parroci - le messe e l'eucarestia nelle Chiese non cattoliche e l'ospitalità eucaristica.Avrebbe anche dovuto ridurre l'eccessivo potere esercitato dalla Chiesa nei confronti delle Chiese dell'Est e delle Chiese riformiste e avrebbe dovuto rinunciare all'insediamento dei Vescovi romano- cattolici nelle zone delle Chiese russe- ortodosse. Avrebbe potuto, ma non ha mai voluto. Ha voluto invece mantenere e ampliare il sistema di potere romano. La politica di potere e di prestigio del Vaticano è stata mascherata da discorsi ecumenici pronunciati dalla finestra di Piazza San Pietro, da gesti vuoti e da una giovialità del Papa e dei suoi cardinali che cela in realtà il desiderio di «sottomissione» della Chiesa dell'Est sotto il primato romano e il «ritorno» dei protestanti alla casa paterna romano-cattolica.
Settima contraddizione.
Come Vescovo suffraganeo e poi Arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla ha preso parte al Concilio Vaticano II. Una volta diventato Papa, ha però disprezzato la collegialità del Pontefice con i Vescovi decretata proprio al Concilio.
Questo Pontefice ha più volte dichiarato la sua fedeltà al Concilio, per poi tradirlo nei fatti attraverso la sua «politica interna». I termini conciliari come «aggiornamento, dialogo, collegialità e apertura ecumenica» sono stati sostituiti da parole quali «restaurazione, magistero, obbedienza, ri-romanizzazione ». Il criterio per la nomina dei Vescovi non è affatto lo spirito del Vangelo e l'apertura mentale pastorale, bensì la fedeltà assoluta verso la condotta romana. I sostenitori del Papa tra i vescovi di lingua tedesca come Meisner, Dyba, Haas, Groer e Krenn sono solo gli sbagli più eclatanti di questa politica pastorale devastante, la quale fa pericolosamente scivolare in basso il livello morale e intellettuale dell'episcopato. Un episcopato reso ancor più mediocre, rigido, conservatore e servile, è forse l'ipoteca più pesante di questo lunghissimo Pontificato.
Ottava contraddizione.
Questo Papa ha cercato il dialogo con le religioni del mondo, ma contemporaneamente ha disprezzato le religioni non cristiane definendole «forme deficitarie di fede».
In occasione dei suoi viaggi o «preghiere di pace», il Papa ha radunato con piacere attorno a sé dignitari di altre chiese e religioni. Non vi erano tuttavia molte tracce reali della sua preghiera teologica. Anzi, il Papa si è presentato in sostanza come un «missionario » di vecchio stampo.
Nona contraddizione.
Il Papa polacco ha assunto la funzione di rappresentante della fede in un'Europa cristiana, ma il suo ingresso trionfale e la sua politica reazionaria hanno involontariamente favorito l'inimicizia nei confronti della Chiesa, se non addirittura l'avversione contro il Cristianesimo stesso.
La campagna di evangelizzazione del Papa, il cui punto centrale è rappresentato da una morale sessuale ben poco adeguata ai tempi, ha discriminato soprattutto le donne: quelle che in questioni controverse, quali la contraccezione, l'aborto, il divorzio, l'inseminazione artificiale hanno dimostrato di avere opinioni diverse da quelle della Chiesa, sono state definite portatrici di una «cultura della morte». Attraverso interventi politici- come è accaduto in Germania contro il Parlamento e l'episcopato nel caso del conflitto sul tema della gravidanza -, la Curia romana ha dato l'impressione di rispettare poco la separazione giuridica tra Stato e Chiesa. Il Vaticano cerca (attraverso il gruppo parlamentare del Partito Popolare europeo) di esercitare delle pressioni anche sul Parlamento Europeo, incentivando l'ingaggio di osservatori particolarmente vicini alle idee di Roma per questioni relative alla legislazione sull'aborto. Invece di farsi ovunque fautrice di soluzioni ragionevoli che consentano la mediazione, la Curia romana con i suoi proclami acutizza di fatto a livello mondiale la polarizzazione tra oppositori e sostenitori dell'aborto, moralisti e libertini.
Decima contraddizione.
Come carismatico comunicatore e «star» mediatica, questo Papa fino alla sua veneranda età ha fatto presa in particolare sui giovani, ma si è appoggiato soprattutto ai «nuovi movimenti» di origine italiana, all'Opus Dei di casa in Spagna e a un pubblico acritico e fedele del Pontefice. Tutto ciò è sintomatico del rapporto del Papa con la laicità e della sua incapacità di dialogare con un pubblico critico.
I grandi raduni mondiali dei giovani sostenuti a livello regionale e internazionale, sotto la sorveglianza della gerarchia dei nuovi movimenti laici (Focolare, Comunione e Liberazione, St. Egidio, Legionari di Cristo, Regnum Christi, etc.), hanno attirato e attirano centinaia di migliaia di giovani. Molti di essi volonterosi, troppi del tutto acritici. Il carisma personale di Wojtyla è quasi più importante dei contenuti da lui trasmessi. Le domande che i giovani avevano posto al Papa e che, in occasione del suo primo viaggio in Germania, lo avevano messo in serio imbarazzo, in seguito non sono state più consentite. Le associazioni cattoliche di giovani, che non si trovano sulla linea del Vaticano, vengono disciplinate e messe alla fame dall'ordine romano attraverso il ritiro di finanziamenti da parte dei vescovi locali. Inoltre viene messa in discussione la fiducia un tempo accordata all'ordine dei gesuiti: prediletti dai Papi precedenti, ora vengono percepiti come sabbia negli ingranaggi della politica di restaurazione del Papa a causa delle loro qualità intellettuali, dei loro teologi critici e delle opzioni teologiche di liberazione. Invece Karol Wojtyla, già ai tempi in cui era ancora arcivescovo di Cracovia, concesse la piena fiducia all'associazione segreta Opus Dei, potente sia dal punto di vista finanziario che in termini di influenze, ma antidemocratica e in passato compromessa con regimi fascisti.
Undicesima contraddizione.
Giovanni Paolo II ha offerto nel 2000 una pubblica confessione dei peccati per gli errori della Chiesa nel passato, senza però trarne alcuna conseguenza pratica.
La confessione dei peccati ampollosa e barocca inscenata a San Pietro per gli errori della Chiesa è rimasta vaga e ambigua. Il Papa ha chiesto perdono solo per gli errori dei «figli e delle figlie della Chiesa» ma non per quelle del «Santo Padre», per quelle della Chiesa stessa e dei gerarchi presenti. Il Papa non ha mai preso posizione in merito agli intrighi delle varie sedi della Curia in affari mafiosi e ha contribuito più all'occultamento che alla rivelazione di scandali e crimini (Banca Vaticana, il «suicidio» di Guido Calvi, l'omicidio avvenuto nell'ambiente del corpo delle guardie svizzere...). Anche con la rivelazione degli scandali della pedofilia dei clericali, il Vaticano è stato straordinariamente titubante. Nonostante alcune richieste, il Papa non ha mai dato udienza ad alcuna vittima. Anzi, ha riempito di elogi un insigne criminale nel corso di una fastosa cerimonia al Vaticano: il messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (500 sacerdoti e 2.000 seminaristi) e del movimento laico Regnum Christi, diventato ormai concorrente ancora più conservatore dell'Opus Dei.
Conclusioni.
Per la Chiesa cattolica questo Pontificato si rivela, nonostante i suoi aspetti positivi, una grande speranza delusa, in fin dei conti un disastro, perché Karol Wojtyla, con le sue contraddizioni, ha profondamente polarizzato la Chiesa, allontanando i suoi innumerevoli uomini e gettandoli in una crisi epocale.
Contro tutte le intenzioni del Concilio Vaticano II, il sistema romano medioevale - un apparato di potere caratterizzato da tratti totalitari - è stato restaurato grazie a una politica personale e dottrinale tanto astuta quanto spietata: i vescovi sono stati uniformati, i padri spirituali sovraccaricati, i teologi dotati di museruola, i laici privati dei diritti, le donne discriminate, le iniziative popolari dei sinodi nazionali e delle chiese ignorati. E poi ancora scandali sessuali, divieti di discussione, dominio liturgico, divieto di predica per i teologi laici, esortazione alla denuncia, impedimento dell'eucarestia. Di tutto questo è forse colpevole «il mondo»?
La grande credibilità della Chiesa Cattolica, cioè quella ottenuta da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, ha lasciato il posto a una vera e propria crisi della speranza. Questo è il risultato della profonda tragicità personale di questo Papa: la sua idea cattolica di stampo polacco (medioevale, controriformista e antimoderna), in qualità di Pontefice Karol Wojtyla l'ha voluta portare anche nel resto del mondo cattolico. Si è però verificato il contrario di ciò che egli sperava: la Polonia stessa è stata travolta dal moderno sviluppo secolare e, dopo la sostituzione dell'alleanza elettorale in carica fino al 2001, Solidarnosch, si appoggia sempre meno alle idee di fede e di morale promosse dal Pontefice.
Quando verrà il momento, il nuovo Papa dovrà decidere di affrontare un cambio di rotta e dare alla Chiesa il coraggio di nuove spaccature, recuperando lo spirito di Giovanni XXIII e l'impulso riformistico del Concilio Vaticano II. «Videant consules», i consoli vogliano fare in modo che la Repubblica non subisca danni, si diceva nell'antica Roma. «Videant cardinales», i cardinali vogliano fare in modo-si dovrebbe dire nella Roma di oggi-che la Chiesa non subisca danni. (Traduzione del Gruppo Logos)
Hans Küng
teologo cattolico dissidente
26 marzo 2005
La scimmia si è assentata.
Era due anni che stava lì.
La sua compagnia era grande. A volte, quando volevo scappare, mi carezzava anche.
Per tenermi con lei.
Io, però, sono stato più intelligente.
Ma senza dirglielo.
Non sono scappato.
E senza farmelo dire. Da nessuno.
Senza farmi dire da nessuno come 'eliminarla'.
Anche se in molti/e c'hanno provato.
In bene e in male.
Anche se tutti la vedevano.
La cosa vera che ho indovinato, per imparare a stare con la scimmia, è stata la scrittura.
La scimmia si è stancata perchè io ho continuato a scrivere.
Con forza, con-dividendo, fino allo sfinimento, le cose che penso.
Adesso può venire quando vuole.
Adesso sono io che sto sulle sue spalle.
E io non la lascerò più.
Con la forza della mia scrittura. E della mia con-divisione.
"La differenza tra una pratica 'accademica' della filosofia e un'altra
pratica, che non ha nome, che è la pratica più radicale
d'interrogazione della filosofia, questa differenza è, oggi, il cuore
segreto di chi contesta la pratica accademica della filosofica universitaria.
Se non si fosse capito, è questo segreto che penso.
Ed insieme, ed è questo il problema, tutti i suoi nomi".
L'unica pratica politica forte, dal basso, oggi può essere definita con la formula: 'gettare lo scompiglio nel campo dei vincitori". In questo senso, nè i leninisti del terzo millennio, nè i lori nemici storici, i quartinternazionalisti, comprendono, fino in fondo, le regole della società dello spettacolo. In questo senso, nessuna lettura di Guy Debord, che è, ormai, una classico della filosofia politica del ventunesimo secolo, nessuna lettura è servita. Le estreme propagini del movimento comunista si muovono come ciechi senza guida nello scenario del terzo millennio. 'Gettare lo scompiglio nel campo dei vincitori' significa, oggi, per gli scarti, per i resti del movimento comunista internazionale, sapere leggere, e tutte in serie, le parole d'ordine di 'rottura delle frontiere', di 'rifiuto delle separazioni', di pratica della difesa dei cunei d'intervento e di condizionamento delle pratiche di costruzione reticolare che, in questi anni, sono crescitue all'interno i rapporti di rete, saper leggere tutto questo significa 'produrre una politica'. E', anche, sapere leggere la banalità di tutta questa discussione - che passa anche in Italia-, la sua arretratezza, il suo ritardo. 'Gettare lo scompiglio' è, finalmente, pensare la politica come 'luogo altro'. Ed è riuscire a pensare, anche e soprattutto a livello locale, le sue ricadute.
Poi, tra chi su questo progetto ci sta e chi non ci sta, sapremo distinguere la differenza d'investimento che fa rispetto la comunità av-venire.
al 'vecchio', a Giacomo Macrì-
che sempre mi accompagna, con la saggezza delle sue parole estreme
Scrivere è sporgersi sul luogo altrui.
Non esiste scrittura che, pure nel suo silenzio estremo, non si rivolga a qualcosa, qualcuno, a qualcuna. Anche nel momento stesso in cui essa si indirizza a se stessa.
Nella scrittura più estrema, lo sporgersi della scrittura non avviene dal 'dentro' al 'fuori'. Avviene, al contrario, se avviene, dal 'fuori' al 'dentro'. E' la scrittura di Bataille, Genet, di Sade. E' la scrittura di Foucault. E' Nietzsche. E' la scrittura che 'si scrive' sul corpo stesso di chi scrive. E, prorio per questo, d'improvviso, smette di prendere a bersaglio, a motivo, la scrittura altrui, e decide di essere se stessa e di indirizzarsi dal fuori che essa stessa è. E', in Italia, Pierpaolo Pasolini e Gadda.
La 'misura della scrittura' non è la sua moderazione.
La 'misura della scrittura' è il luogo che la scrittura, sempre più spesso, non riesce a trovare. E' la debolezza dell'invettiva senza pazienza, è il mascheramento in attesa dell'assalto finale, è il silenzio prima del fuoco finale, lo pseudonimo per colpire meglio, il silenzio prima di colpire. E, proprio quando i congiurati, che non hanno nome, sono lì per sgozzare il 're', o un 'dio' qualsiasi, si rivela per quello che è.
Forse, è anche, semplicemente, un silenzio.
L'anonimato.
La 'misura della scrittura' è, semplicemente, tutto quello che solo pochi e solo poche, tra tutte le scritture che conosco, sanno praticare.
Io, che non sono scrittore, ma che so della forza della scrittura.
La 'misura della scrittura' è, oggi, sempre più spesso, ciò che manca a chi scrive.
Me per primo.
Anche se scrittore non lo sono.
Ed è ciò che chi, se scrittore, scrittrice può essere, non vuole, non sa, non ha interesse a praticare.
Non ha la tenerezza per distruggere.
Perchè da questo 'fuori' si scrive con altri.
E, nel paese che non ho, noi, la si chiama, senza paura, 'comunità'.
E la 'comunità' ha bisogno di bestemmie e tenerezza.
Quando abitavo a Venezia, l'unica idiozia di cui ridevamo era quella di credere che, in tutta la città, quello che si scriveva, si diceva, si buffoneggiava prima di fare l'amore, potesse contare. Quello che contava, sempre, e conta ancora, è quello che si diceva e si dice 'due mosse prime'. E non per vincere. Soltanto perchè le due mosse prime sono il senso di quello che si è.
Venezia è, sempre, due mosse prime.
E io le chiamo con il nome del mio amore-.
L'assessore di Cesano Maderno...Cacciari.....indecenza della filosofia....politica...Botta...amici....poi mi ricordo quando...a differenza...tradizione....e tutta l'accademia che gridava...oppressi..la tradizione degli oppressi...ti ricordi quando alla provincia...e però, in qualche modle, le brig....ma se tu non sai..ma...pagheranno e poi...no ...non facile...un'indecenza....il concorso...pure a chiedere..... quello che dicevano....forse...una memoria...indecenza dello stauto che riv.....filosofia....sputo....uno sputo, uno sputo...ci hanno creduto e io non glielo perdono...vedi, mi ricordo i nomi e le frasi di quando erano giovani...
ogni volta
che leggo ciò che avete scritto
le vostre verità e la vostra misura
ogni volta che vi ricordo intatti
quando non facevate il caffè
se non per me, per noi
o ridevate di voi, di noi
ogni volta che capitate
per caso
tra i piedi di quello che scrivo
perchè, comunque, io mi ricordo
ogni volta, tutte le volte
siete, oggi, ogni volta, gli stessi spettri che eravate già-
Quando penso alla Russia, oggi, ora. io piango.
Per la forza che ho lasciato.
"Non ti consiglio di citare Beckett per avvalorare le tue tesi sul pubblico e il privato: guarderebbe come si guarda un ramarro spiaccicato sull'asfalto. Sei la negazione VIVENTE di Beckett...."
Diciamo che la cosa più importante è che qualcuno mi abbia dato del VIVENTE. senza che io l'abbia mai chiesto...
Scrivere è una responsabilità.
Quando si scrive, la responsabilità che ci si assume va, sempre, oltre le dichiarazioni di amicizia. Così come questa reponsabilità va, altrettanto, oltre qualsiasi inimicizia dichiarata. Ogni dichiarazione, ogni 'dichiarazione pubblica', evita, per statuto, la melma dell'amicizia nella scrittura. La merda dell'inimicizia.
Amicizia ed inimicizia sono, tra tutti, i maggiori nemici della scrittura. Stroncature o adulazioni, baci ed abbracci, sputi e schiaffi, calci o carezze, rientrano, tutti, senza eccezione alcuna, nei circhi, sempre nuovi, che la scrittura e suoi lettori producono. Non sto parlando della scrittura giornalistica, che non ha nè più statuto nè più dignità. Parlo di un'altra scrittura.
Scrivere è una responsabilità pubblica.
Scrivere significa, ancora, indirizzare la propria scrittura. Noi tutti possiamo chiedere a chiunque perchè 'vende' la sua scrittura, la dà come altre cose, a Mosca per esempio, si danno senza battere ciglio. Scrivere significa separare, ancora, amici e nemici, chi scrive 'con noi' o 'in un altro luogo rispetto noi'.
Scrivere è una responsabilità pubblica che richiede violenza, certezza e scelta.
Anche, e soprattutto, verso chi ti sta accanto.
Quando si scrive, la responsabilità che ci si assume va, sempre, oltre le parole che si scrivono.
Determina 'un'inscrizione'.
Scrivere, mi hanno insegnato, è scrivere la verità.
Dire la verità.
Sul proprio corpo. A qualsiasi prezzo.
Scrivere è una violenza.
La violenza della verità che irrompe, anche contro chi ti sta accanto.
E tanto più qualcuno ti sta accanto, tanto più la violenza della scrittura si abbatte cieca, cieca dell'amicizia. O dell'amore.
Scrivere oggi è una violenza che sembra cieca e separa, divide, rende nemici.
La violenza che la scrittura, oggi, implica, le scelte che richiede, il riso che impone di fronte gli incerti, tutto questo, oggi, anche in rete, tutto questo lo si può chiamare un'attesa.
Scrivere in-comune è con-dividere questa attesa.
Nessuno ha chiesto nulla. Nessuno chiede più nulla.
Da domani ti chiederò io.
Russia, amore mio.
In fondo, stiamo passando dalla morte dell'autore a quella del lettore.
Solo qui si apre lo spazio per 'un'altra' scrittura.
Scritto il 10 maggio 2004.
Se io potessi, ogni giorno, scrivere con la violenza con cui Pasolini ha scritto; se io potessi, con la forza della mia scrittura e della mia parola, chiedere un giudizio, un processo; se io potessi chiamare sul banco degli imputati i colpevoli che ci hanno trascinato con loro, che ci hanno fatto diventare aguzzini come loro; se io potessi imputare loro, come lui ha fatto, la verità che loro nascondono, la verità del loro silenzio; se io potessi imputare questo silenzio e questa menzogna a loro, uomini e donne di potere; se io potessi svelare ogni mistero, ogni inganno, spendere la mia scrittura, pagando di persona, perchè tacere e nascondere diventino silenzio, perchè il vedere diventi osservare, perchè silenzio e menzogna diventino umani, diventino semplicemente ciò che ci fa vivere, se io potessi tutto questo, io sarei Pier Paolo Pasolini. E lo farei. Senza nessuna paura come l'ha fatto lui. Ma io non sono Pier Paolo Pasolini. Che, proprio per tutto questo che voleva e che aveva la forza di evocare, è morto solo. Ed ancora, ancora oggi, è lasciato solo nel 'luogo' in cui è morto. Io non sono lui. Io so, grazie a lui. Io so tutto quello che mi serve, come molti altri ed altre come me, per dire, reclamare, pretedere la verità sulla vita pubblica, per spendere tutta la mia e la nostra intelligenza perchè il potere si mostri nudo come i corpi che sa martoriare; io so, grazie a lui, e la verità nascosta del potere, e gli strumenti che il potere utilizza, sempre ed in ogni luogo, per estorcere all'uomo o alla donna la verità che gli serve, e so, grazie a lui, come questo potere si nasconda dietro la maschera del bene e dell'ipocrisia. Ma io so, noi sappiamo, ormai, come inchiodare questo potere che non ha più volto, alle sue responsabilità, alle sue infamie, alla sua verità. Io so, noi sappiamo, ormai, più di Pasolini stesso. Perchè noi viviamo nel tempo del silenzio e della menzogna politica mondiale, e sappiamo distinguere, con cura, la verità dal silenzio e dall'interesse. Se io potessi, per un attimo, essere Pier Paolo Pasolini, io so, grazie a lui, che non desidererei altro che essere quello che siamo, quello che sono. Per inchiodare alle loro responsabilità, con tutta la forza che ho, il potere che mi soffoca, la menzogna che mi circonda, la pazienza e l'indifferenza che mi uccide.
Le scritture sono più importanti dei nomi. I nomi, rispetto le scritture, arrivano in ritardo. Non sputo sui nomi. Ne rido.
Scritto il 15 febbraio.
La scheggia d'amicizia che attraversa l'interrogazione filosofica, che fa scrivere, è cieca, non sa distinguere. Essa colpisce il cuore delle relazioni, dei rapporti, delle amicizie reali. A volte, essa si flette e tace, anche solo per un attimo. Ma colpisce - con dismisura e violenza - il cuore delle relazioni maschili, dei rapporti di potere. Frantuma il dispositivo fondamentale che della parola-potere, e lo espone, lo rende nudo. Lo sveste. Sveste, con violenza, le pratiche accademiche, denuda il potere della parola, scritta o pronunziata. Ne scardina i riti, le regole, le cerimonie. Sbeffeggia i pavidi, deride gli ipocriti. Diventa, certo, dismisura. Non accetta l'invito: rientra nella tua misura, lo rimanda al mittente. Lo rimanda, con freddezza e a distanza di tempo, a chi abita la misura del proprio potere. Che, chiedendo misura e pazienza, chiede il tempo necessario per passare da potere a dominio (Foucault).
Il frammento come scrittura è aritmia e interrogazione che rimette in gioco le regole del gioco della scrittura e l'amicizia come dispositivo tutto maschile, dispositivo di potere, di mutuo riconoscimento, di clan, cordata, famiglia, filiazione reale o presunta, naturale o culturale.
Scrivere, o dell'amicizia, è una violenza, ed è tradimento senza possibile misura. Innanzitutto attraversato. Vissuto. La freccia che attraversa il cuore di questa falsa amicizia la frantuma in mille e infiniti altri frammenti: è l'esplosione di questo cuore dell'amicizia senza vita che riprende vita negli infiniti frammenti della scrittura del testimone di verità.
Il frammento come scrittura dell'interrogazione filosofica, di qualsiasi scrittura, è questo consegnare e sottoscrivere una verità; questo tradire l'amicizia maschile, in attesa di pensarne un'altra, in attesa di praticarla. Di questo colpo al cuore che è lo scrivere per frammenti, cerco di farne una pratica. Una politica dell'amicizia delle scritture.
Perché la scheggia dell'interrogazione filosofica, quando colpirà al cuore, non resti più silenziosa, ma semplicemente anonima. E si fletta, questa volta accogliendo le altre scritture, anche solo per un momento. Anche solo per un momento, dicendo le verità anonime delle altre scritture.
Scritto il 17 febbraio.
Una voce: "Chiedo a tutti, a tutti quelli che hanno lottato con me contro la guerra, contro l'occupazione, vi prego, aiutatemi."
Silenzi e strepitii si confondono di fronte la voce e il volto di una giornalista italiana ostaggio di non so chi in Iraq. Non mi interessa né il loro nome né la loro religione. Non mi interessa definirli resistenti o terroristi. Non mi interessa sapere se verranno pagati soldi per la sua liberazione o se questa avverrà con l'aiuto militare degli americani (cosa che, lo dico, penso avverrà). Non mi interessano gli appelli degli Ulema, non mi interessano le interviste ai familiari. Non mi interessa sentire pagliacci d'altri tempi - pagliacci sinistri - invocare unità del paese, ben inteso: il loro, di fronte al terrorismo. Non mi interessa tutto questo e anche il di più a cui stiamo assistendo, fiaccamente, in questi giorni, così come abbiamo assistito mesi fa per altri ostaggi, morti o vivi che siano oggi.
Radicalmente: non mi interessa nemmeno il nome degli ostaggi, il chiamarli per nome da parte di gente che, sino al giorno prima, li avrebbe additati alla pubblica gogna mediatica come amici dei terroristi che, poi, li hanno rapiti. Non mi interessano le loro posizioni di fronte l'occupazione occidentale dell'Iraq, se siano spie, pacifisti, giornalisti, volontarie o crocerossini. Anzi, nel silenzio ipocrita del circo mediatico-politico italiano, sento il sussurro, il mormorio taciuto di un bel: "Ecco i vostri amici resistenti, vedete che prendono anche voi? ...ben gli stia, ben gli stia...adesso capiranno...". Lo sento soffocato nelle loro gole. E, se e quando questa giornalista verrà liberata, ce lo sentiremo urlato in faccia questo mormorio. Come urleremo noi il nostro disprezzo contro di loro, se, e speriamo mai, questa giornalista dovesse essere uccisa. Ma nemmeno tutto questo mi interessa. Quello che so da quando tutto questo è cominciato è che lo spartiacque, così lo hanno chiamato, tocca qualcosa di radicalmente meno importante della vita di Giuliana Sgrena: e tocca il senso profondo della scrittura, della sua destinazione, del da dove, con chi e per chi si scrive.
Questo spartiacque, che, per quanto mi riguarda, si è alzato da due anni, ha travolto amicizie, distrutto scritture, rimesso in gioco pigrizie, luoghi e false verità. In questo senso, non c'è nessun appello da far risuonare, da ripetere, da riprendere. Dove ormai sono, le parole di Giuliana Sgrena sono il luogo da cui si scrive. Dove si è, per chi c'è e riesce a starci in questo luogo. Da questo luogo, non serve più far risuonare voci, ma serve riprendere parola.
Vivre à gauche, tenir.
Nella massima esposizione, la lotta per colpire il cuore dell'ipocrisia richiede la lucidità della ragione, la forza delle nostre ragioni: "Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. "
Vivre à gauche, tenir.
Se da adesso in poi nulla è come prima, e molte volte lo abbiamo detto, nulla deve più essere come prima. In nessuna maniera le nostre scritture devono pensarsi sole. Se la solitudine delle scritture, impotenti, all'apparenza, contro questo fragoroso silenzio mediatico ipocrita che ci soffoca, sembra invalicabile, lo spartiacque che dobbiamo costruire è tra noi e noi. Uno spartiacque che separi la solitudine della nostra scrittura dalla necessaria esposizione comune. Da adesso, la nostra voce è contro la loro. La nostra scrittura è contro le loro menzogne. Il nostro mormorio è contro il loro fragore. La nostra debolezza è contro la loro forza.
Vivre à gauche, ècrire contre. En commun.
In fondo, essere trattati da imbecilli ha un suo lato insospettabilmente importante: impari cosa sia il 'riso sovrano'.
Carissimo C.,
scusami per l'assenza, ma prima di scriverti avevo necessità di leggere e capire. Non mi è facile, dal luogo in cui sono, comprendere fino in fondo molte delle cose che in questi anni sono accadute all'interno del partito che voto dalla sua fondazione e che tu, con la pazienza che mi insegni, mi hai raccontato da sempre. Non avevo alcuna voglia di scriverti cose sciocche o superficiali e nemmeno far qualche battutaccia di rito. Il passaggio che Rifondazione ha superato è di una radicalità tale da meritare qualcosa di più anche da parte mia.
La vicenda di rifondazione è ad una svolta. La divisione del documento politico conclusivo del congresso la dice lunga sulla questione. Dividere in due parti - quella strategico-politica (la linea politica) e quella operativa (gli appuntamenti, gli impegni - uso i termini di 'liberazione') è, paradossalmente, la vittoria più netta della linea bertinotti. e non è un caso che questa proposta sia venuta da Malabarba-Cannavò, dell'ala trotskjista. Ti dirò poi il perchè.
La vicenda di Rifondazione è ad una svolta perchè l'esito di questo congresso manifesta, in maniera definitiva, l'approdo sostanziale del bertinottismo più vero: il radicamento nelle tendenze di movimento con la pretesa di 'saperli tradurre' politicamente all'interno di un tentativo di condizionamento delle politiche riformiste della sinistra moderata. Una volta, per i socialisti, la si chiamava la 'politica del doppio forno'. Non si tratta di sottolineare una mancanza di 'visione strategica' in questo approdo sostanziale del bertinottismo. A dicembre, quando il 'tuo' compagno Forgione, dopo il mio intervento, ha abbassato i toni, blandendomi, era esattamente su questo che non voleva scoprirsi. Ma non è questo, purtroppo, il punto cruciale. Il punto cruciale è QUALE RUOLO LE MINORANZE GIOCANO in questo approdo.
La forza del bertinottismo migliore è aver compreso perfettamente lo 'status' tattico delle minoranze all'interno del partito. E la LORO IMPOSSIBILITÀ STRUTTURALE di disegnare un loro status STRATEGICO ESTERNO a rifondazione. In questo senso, l'accusa di 'leaderismo' a Bertinotti è una sciocchezza nella misura in cui nessuno dei leader delle minoranze, in questi anni, ha avuto la forza di costruirsi una capacità di incidenza 'tota-politica' esterna a rifondazione nel quadro dello statuto mediatico-politico che vige e governa il dibattito italico. Certo, è possibile dire che altri hanno costruito, in altri luoghi che non sono 'mediatico-politici', 'referenze'. Ma proprio questo calza perfettamente nella 'visione-tota-tattica' di Bertinotti: una feroce capacità di utilizzazione delle 'specificità' di ciascuna area della minoranza, riassumendo poi nella sua, secondo le necessità contingenti, i 'risultati' delle 'attività', dell'incidenza e del radicamento - locale o globale - che queste aree hanno prodotto (parlo di bandiera rossa per i movimenti e di quella grassiana per alcune federazioni e aree specifiche. sui ferrandiani non mi viene in mente nulla da dire. dei bertinottidi di risulta - i ripetitori, a gradi differenti - per intenderci: i beati beoni della linea o i furbetti apparatchik di carriera- non me ne occupavo nel PCI, figuriamoci in Rifondazione).
Vista dall'esterno, la proposta di dividere il documento politico in due parti è, insieme, il tentativo, da parte di una certa minoranza, di accreditarsi come 'funzione agente', radicata, del partito e, dall'altro, il miglior regalo che si potesse fare a Bertinotti.
Mi rendo perfettamente conto delle necessità politiche maggiori. Ma non basta firmare un documento di critica alle modifiche statutarie insieme alle altre componenti di minoranza, minacciare dimissioni, impedire l'elezione della direzione, se non si coglie, fino in fondo, come la richiesta di seperazione e divisione tra linea politica e operativo programma politico è L'ESSENZA STESSA DEL BERTINOTTISMO. E' ciò che gli ha consentito di determinare, oggi, questa accelerazione interna, a suon di maggioranza e di funzionariato strizzato come un limone per recuperare quanto più consenso politico possibile nelle federazioni. è l'essenza profonda del bertinottismo migliore poichè in essa viene alla luce, senza più infingimenti alcuni, il senso profondo di anni di segreteria Bertinotti: la costruzione di una maggioranza-lego, da rideterminare secondo le necessità, che sapesse, da un lato, dialogare con i movimenti che, volutamente, sceglievano di stare fuori rifondazione, e, dall'altro, il rafforzamento di una struttura organizzativa territoriale che garantisse, dopo la scissione-Cossutta, una permanenza organizzativa del partito a livello locale. Da un lato come dall'altro, l'operazione di radicalismo e strutturazione compiuta dalla maggioranza bertinottiana ha funzionato. Ed ha funzionato proprio grazie alla perfetta consapevolezza di Bertinotti dell'impossibilità di un qualsivoglia sbocco alternativo delle minoranze che stanno in rifondazione. Con una sapiente 'tattico-strategia', la politica del gruppo dirigente bertinottiano ha saputo mixare queste necessità di sopravvivenza del partito a cui appartieni.
Lo sbocco fisiologico, in vista dell'ingresso di rifondazione nella maggioranza di governo possibile, non poteva che essere la riforma statutaria e, come un regalo inaspettato, la divisione di compiti interna al partito stesso.
Diciamo così: la capacità di sindacalizzazione della vita del partito che il miglior bertinottismo ha prodotto, esprime finalmente, in questo passaggio, la sua struttura interna più profonda. E arriva a colonizzare e condizionare, in maniera evidente, le stesse componenti di minoranza. Ed in più: con le modifiche statutarie, le contro-parti sono messe in posizione di dis-equilibrio. Della serie: se fino adesso abbiamo contrattato su tutto, adesso si contratta su quello che vogliamo noi. E se non ci state, decidiamo noi. In fondo, era l'essenza profonda del discorso di Forgione a Messina. Quello che, insieme e da posizioni opposte, ci ha scandalizzato.
Non sto qui a dirti e analizzare l'approdo finale di questa tattico-strategia. Lo conosci meglio di me.
Solo un'ultima cosa vorrei dirti. Tu sai, da molto tempo, come io sia convinto profondamente della inutilità di QUESTA forma-partito. Anche di quella che Rifondazione ha assunto negli anni della segreteria Bertinotti. Lo sai proprio perchè, su questo, ancora una volta, ed ancor più paradossalmente, da posizioni diametralmente opposte, noi due siamo stati d'accordo a rifiutare questo ibrido di leninismo post-moderno e post-moderna leggerezza organizzativa.
Anche in questo passaggio, quello del congresso, il mostro concresce su sè.
Non saprei dirti se, davvero, questo termine, 'comunismo', continui ad avere una 'forza propulsiva' politica, tanto per citare. Te lo dico dalla Russia, dove sto. Tanto per intenderci.
So che non era per questo che, all'interno del PCI, abbiamo fatto una battaglia durissima all'epoca dei due congressi - due millenni fa. Non era per avere, insieme, due ibridi. Il primo: un partito riformista che dei riformisti ha solo la mancanza di strutturale visione riformatrice. Il secondo: un partito comunista che ad ogni congresso rifonda il suo comunismo.
è passato molto tempo da questa battaglia. Ma una certa chiarezza, almeno a me, è rimasta su un punto. Ciò che definitivamente è saltato è la capacità di traduzione politica delle spinte di movimento - una volta le chiamavamo 'spinte delle lotte sociali' -.
Tu sei per la creazione ed organizzazione di queste 'spinte', io per il loro sprigionarsi 'autonomo'. Mettiamola così.
Entrambi, però, mostri non ne vogliamo. E, mentre siamo consapevoli della terra di nessuno che sta sotto i nostri piedi, lasciamo ad altri la pretesa di occupare questa terra che nessuno dei due riconosce come propria.
In questa terra, che come sai io chiamo il nostro 'in-comune', sulla scorta del mio unico 'maestro', si fa politica.
Tutto il resto è per me, come credo anche per te, vanità.
Vanità politica.
ti abbraccio
Emilio
La necessità di cancellare il 'proprio nome' dalla scrittura non tocca, in nessun modo, la responsabilità di ciò che si scrive. Essa affonda nella distanza che si deve costruire tra la propria scrittura e la risonanza, quale che sia, il ritorno o l'utilità che oggi ogni scrittura può avere anche solo per un attimo. In una parola: la distanza dalla propria scrittura. La cancellazione del 'proprio nome' da ogni scrittura, in questo senso, è una sottoscrizione di responsabilità molto più radicale dello 'scrivere senza nome'. Essa impone che la propria scrittura si esponga, nuda, agli eventi, alle scritture 'd'autrui'. In questo senso, le scritture che il '900 ci lascia in dono sono quelle di Bataille, di Beckett e di Blanchot. A differenza di quanto pensa anche la critica letteraria più avveduta (Carla Benedetti), la riscoperta di una qualsivoglia 'forza' dell'autore passa attraverso la cancellazione della sua riconoscibilità, della sua 'personale presa sulla realtà'. Solo in questo senso, oggi, ogni appello è condivisibile 'da tutti'. Anche se lo si vive 'come un grido'. Noi tutti possiamo 'sottoscrivere' un qualsiasi 'appello'. Ma, personalmente, sottoscrivo questa frase che una delle persone più intelligenti che conosco, mi ha spedito:
"Non voglio cambiare nessuno e desidero solo conservare "il vivente", e non a tutti i costi. Chiudo volutamente le mie riflessioni lasciandole sospese. Non so cosa pensare degli appelli, tranne che tante volte sono urla che il vento ci ricaccia in gola."
La responsabilità dell'anonimato della scrittura è una pratica di condivisione. L'anonimato non è, come si pensa, la cancellazione del proprio nome, ma la messa in comune della propria scrittura. Come scrive Blanchot, l'esperienza del '68, che 'chi scrive' ha vissuto alla Sorbonne e oggi 'continua' a vivere, non era quella di 'tacere'. Era quella di deporre la forza della 'propria' scrittura perchè 'l'appello' divenisse 'appello in-comune'.