Febbraio 2005 Archives

Una polemica sulle 'musiche classiche'

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Ad una cattiveria, sulla musica classica, mi si risponde per le rime. Poichè anche le rime sono importanti per le 'musiche classiche', e soprattutto le risposte 'sensate', posto questo commento come fosse una mia risposta, riservendomi di rispondere 'per le rime'...

"Ma quali sarebbero i teatri nostrani dove ancora si esige che si metta il vestito buono? Anni fa stava scritto sul programma della Scala di Milano: "è gradito l`abito scuro alle prime rappresentazioni. I signori spettatori sono comunque tenuti a presentarsi a tutte le rappresentazioni in giacca e cravatta". Sono stato una volta sola alla Scala, e ognuno entrava come gli pareva, forse perchè era Outis di Luciano Berio, e dunque non conveniva sottilizzare. Il giorno prima, alla prima rappresentazione, era tutto esaurito, il giorno dopo mezzo teatro era a disposizione. La prima e, di fatto, unica volta che ho assistito a un concerto della Filarmonica di Berlino nella sala della Filarmonica stessa chiesi se dovevo andare in giacca e cravatta e mi risposero di andarci come mi pareva: per paura che si trattasse di un bieco inganno o di una cattiveria ai miei danni, mi presentai comunque in giacca e cravatta, per paura che qualcuno mi privasse del coronamento di un sogno. Questo Natale sono rimasto all`estero per lavoro, e sono andato a teatro vestito con il mio abito bello: neanche nel tempio della finanza europea, Francoforte, lo si richiede. Io ero così felice di aver ugualmente indossato il mio vestito cosiddetto buono: tutti i meridionali non hanno bisogno di andare a Francoforte per capire che cosa sta dietro questo pensiero di farsi belli nel giorno di festa. Ciò che è bello è aver conquistato l`indipendenza di metterlo per la propria gioia e per la propria celebrazione del giorno di festa. I paesi dove Mozart accompagna la scelta della carta igienica o la vista dei grandi mosaici di una chiesa sono sia quelli dove la musica è sacralizzata, il teatro elevato a suo tempio, sia quelli dove la musica è popolarizzata, democratizzata, desacralizzata, e la gente, come si ha spesso piacere a dire, si riappropria della musica e dell`arte, come vita e così via. entrambi i fenomeni ne sono responsabili, per ragioni e dinamiche quasi opposte."...

...scritto da Mario, ovviamente, con cui, un giorno, ci chiudiamo e discutiamo, registrando le conversazioni, per giorni sul futuro della musica classica...

Benzodiazepine di scritture

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Non nego, a volte, di averne bisogno, delle une come delle altre. E fossi il primo...Ho sempre preferito le seconde; delle prime ne faccio sempre a meno, e forse sbaglio. A volte sbaglio nelle scritture indirizzate. Ma sono incapace di scrivere senza indirizzare o dedicare. Penso che scritture, intense certo, abbiano, a volte, la forza di rivolgersi solo a se stesse. Io indirizzo. L'incomprensione è tutta qui. O meglio: è la differenza tra la necessità di un buon calmante e quella, ridendo insieme, di condividere scritture e mangiarsi, insieme, qualche crostaceo che circola per caso...
E' la stessa differenza che esisteva tra J-P.S. e G.B. Detto così, senza arrabbiatura...

Ricevo da Gianfranco e pubblico. Senza autorizzazione...

"Interrogarsi politicamente, cioè interrogarsi, significa oggi guardare il volto dei singoli. Interrogarsi intorno ad un evento significa scandagliare la zona d'ombra posta dietro l'esempio, dietro il caso, scrutare questa zona d'ombra in cui la circostanza, in qualche modo, fuoriesce, spacca i propri margini. Cioè, il proprio presente. Il rischio, qui, il rischio proprio di questo tempo politico, è che questa necessità di frattura radicale del presente che l'evento consegna alla lettura, si costituisca come assunzione entro la nebulosa di un presente senz presente. Davanti alla frattura del presente, l'unico scampo, l'unica via di fuga sembra essere quella di una rappresentazione, di una ripetizione ad libitum del luogo di frattura. E, mi sembra, un'intensificazione, prodottasi in questi ultimi anni, della struttura propria dell'attesa nel tempo messianico. La ripetizione della frattura temporale. E' questo ciò con cui le scritture devono oggi lottare. E' quanto è in gioco. Ogni discorso di carattere politico, ogni discorso sul potere, non può, adesso, eludere questo punto cruciale. Una parola si usa a sproposito: salvare, ma non ne abbiamo altre, per dire questa cosa: Giuliana Sgrena deve essere trattenuta, riafferrata al di qua del tempo escatologico. Mandare al diavolo chi si proclama moderatamente ottimista non serve più, non è abbastanza. E' sul presente, sul presente che attraversiamo, che occorre rovesciare le nostre scritture, il nostro sguardo. Il rapimento di Giuliana deve essere guardato: assumerlo nella ripetizione significa accelerare i tempi della morte, includere, nascosta, la volontà di questa accelerazione. Ho visto la sua testa piegarsi. E' questa immagine quella più sconvolgente. Non ho sentito la sua voce. E' la testa piegata l'immagine più sconvolgente. E' davanti a questa immagine che occorre interrogarsi. Perché è qui che si insinua lo scarto, pericoloso, tra l'immagine del prigioniero, dei rapiti e delle rapite in questi mesi in Iraq, e l'immagine di quel prigioniero: qui è lo scarto della violenza, è qui che si inserisce il doppiopetto della ragion politica. Qui, dove la vita si fa figura di vita. Dove la vita viene rappresentata, viene messa in scena. Bisogna abbattere il caso: non ci sono casi. Il rapimento di Giuliana Sgrena sfugge, mette in crisi il sistema dei casi. La rapita Giuliana Sgrena può essere proprio il luogo in cui scardinare il vomitevole dispositivo, in azione da alcuni mesi, del rapito in Iraq da terroristi. E' il luogo in cui l'evento accade alla luce del nome, del biografico. E' quell'individuo, è Giuliana Sgrena, la giornalista resistente, ad essere prigioniera. Gli avvoltoi di bassa quota che sghignazzano tra i denti bisogna prenderli a colpi di carcasse, farli ammutolire, ingozzare con il loro stesso cibo. Davanti al riso, allo sputo sulla singolarità di Giuliana, occorre rovesciare proprio questa singolarità: esporla. Non vi è che singolarità. Non vi è che singolarità dell'immagine, singolarità del vivente, singolarità della voce, dell'appello. Del dolore. Della morte. L'appello, la voce di Giuliana, cade, sì, cade, con l'accento del presente. E' questo l'accento che occorre serbare. Della voce di Giuliana non bisogna guardare il suo precipitare 'nel presente', o il suo precipitare 'il presente', ma la sua attinenza 'con il presente'. La sua vita è legata a filo doppio 'al presente', 'all'essere presente'. Il suo appello spacca questo presente, ne è crisi, in quanto lo mostra, lo rivela nella sua nudità, nella sua precarietà. Lo strappa al suo 'farsi storia': lo presenta, appunto. In quanto vita. Non vi può essere scrittura, scrittura politica, che abbia accento diverso. Il presente di Giuliana è questo, il nostro, il 'presente che possiamo'. La sua voce fa, sta facendo, le nostre scritture. Le espone, disperatamente, il più lucidamente possibile, sull'orlo del suo presente."

Di una verità del luogo della filosofia

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Quando mi spoglio, da solo o con accanto la persona che sa tutto di me, rido di me. Di un riso sovrano. Quando mi spoglio, in silenzio, penso a chi conosce questa svestizione come pratica della filosofia. E non sa ridere nè di me nè del mio svestirmi. Nè del suo essere già nudo. Mentre mi svesto, e mi vedo nudo, penso a tante cose. A nulla. Quando provo a svestirmi in pubblico, ho paura di loro. Ma non della loro parola, nè del loro silenzio. Ho paura di loro perchè, in pochi, sanno svestirsi per dire il 'vero'. Ho paura per loro. Per il resto, francamente, potrei camminare nudo in Piazza San Marco. Nulla mi turberebbe. Se non l'assenza. Ricostruire il perchè di tutto questo è quello che mi angoscia. Il mio perchè. Di chi si spoglia in privato, per poi dimenticare, sinceramente, non me ne importa nulla.

Falluja

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Con forza e convinzione, ripubblico quello che avevo scritto per il rapimento dei tre italiani - spie o pacifisti non mi importa.

La volgare ed inumana retorica risposta della politica italiana, di quasi tutta la politica italiana, all'inumano gioco d'ostaggi da parte della resistenza iraquena, non ci sconvolge piu' di tanto. Rientra in quel cono d'ombra che la politica italiana, la cultura liberale e di sinistra in tutto il suo complesso, continua a conservare dai tempi del rapimento di Aldo Moro. Perché non l'ha mai pensato, mai fino in fondo. E' la stessa cecità, la stessa freddezza di morte che conosciamo. Innanzitutto dello Stato, innanzitutto lo Stato. Ma quale Stato? Quello dell'unità nazionale, del silenzio. Nessuna trattativa. La morale è questa. Ma questa morale è vecchia. Leggiamo, leggete le lettere di Moro. Lo Stato, per noi, i democratici, rappresenta molto di meno di ogni cittadino, di ogni cittadina, presi singolarmente. Lo Stato non è né l'addizione dei suoi cittadini/e, è è un'entità superiore da difendere. Lo Stato, qualsiasi Stato, non ha bisogno di difese è di memoriali, è di simboliche, tanto meno sacrificali. C'è. E' tutto. Quando lo Stato chiede il 'sacrificio' dei suoi cittadini, diventa Stato totalitario. Sacrificale. Noi siamo contro ogni sacrificio per qualsiasi Stato. Siamo per ogni trattativa. Che serva a salvare una vita, sia solo una, a dispetto dell'esistenza di qualsiasi Stato. E' questa la nostra non-violenza. E' la lotta, questa si', senza quartiere, senza luogo, contro il sacrificio, contro ogni violenza di Stato. La nostra non violenza è riconoscere il valore nazionale della lotta di tutti gli iraqueni contro l'occupazionale coloniale occidentale. E' riconoscere in questa lotta il riflesso delle grandi lotte di liberazione nazionali degli ultimi due secoli. E' sapere che queste lotte, cosi' come le occupazioni, trovano radice e forza nelle occupazioni coloniali e nelle lotte di liberazioni nazionali di ogni tempo. E' lavorare per scardinare l'infausto legame - che si sta progressivamente rafforzando - tra queste lotte e il terrorismo. E' costruire e dire che l'Occidente non ha una faccia, un volto, solo un tempo, una sola politica. La volgare ed inumana retorica risposta della politica italiana alla questione degli inumani rapimenti è la messa in scena, falsa, della forza dell'Occidente. E' la messa in scena di una forza che l'Occidente ha già ma che vuole dimostrare militarmente, retoricamente. Che vuole far diventare, vuol rappresentare come sacrificio. Non tratto, non trattiamo - ma poi trattano, se vogliono trattano sempre - . Ma noi non abbiamo bisogno di nessuna messa in scena, di nessun sacrificio. E la forza dell'Occidente non si mette in scena: fa vivere. Se c'è, e c'è, differenza tra la politica democratica occidentale e le altre culture politiche, questa differenza si gioca tutta nel giocare tutta la sua potenza nella salvezza 'di vite'. Che siano occidentali o di ogni altro luogo. Di ogni altro paese, luogo Stato. E' per questo che chiediamo, innanzitutto, che sempre, dai tempi di Aldo Moro, che quando ci sia in gioco una vita, qualsiasi Stato sia sempre disposto, senza false dichiarazioni retoriche, a trattare per la salvezza di quella vita. Lo diciamo da laici, senza nessun carico di fede. Lo diciamo perché questa sia, se mai ci sia, la forza dell'Occidente: fuoriuscire dal sacrificio. E' questa la nostra non-violenza, la nostra lotta contro ogni morte, contro la morte, contro ogni terrorismo. Di Stato. Di ogni Stato, di ogni nazione, di ogni fede. E' questa, anche, la nostra lotta contro ogni guerra.

Per Giuliana Sgrena

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Riposto tre righe di Pier Paolo Pasolini. In questo momento le sento molto mie. Dopo, quando quest'ondata di ipocrisia, pietismo e falsità terminerà, si riprenderà parola.

"Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi, alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento con il sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, violenze e di menzogne crollerà."

Servo vostro

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"...Perchè l'operazione non consiste nel sacrificare il proprio io di poeta, e in quel momento di alienato, a tutti, ma nel lasciarsi penetrare e stuprare dalla coscienza di tutti in modo da non essere più nel proprio corpo nient'altro che il servo delle idee e delle reazioni di tutti".
(A. Artaud, Centro-nodi, Succubi e supplizi)

Upgrade MovableType

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Se ci fossero problemi di lettura o altre disfunzioni, sono legate all'upgrade che sto facendo di MovableType. Come si dice dalle mie parti: "Stamu travagghiannu pi vui".

Impubblicabile

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La cosa più divertente che mi è capitata nella mia vita è stato sentirmi dire - per iscritto - che qualcosa che avevo scritto fosse dichiarata 'impubblicabile'. Non oso, per rispetto dei miei avi filosofici - oltre che personali-, ricostruire con citazioni storiche precise, la storia dei testi non pubblicabili. Non lo faccio per rispetto dei 'maggiori'. Di coloro che, più 'grandi' di me, hanno vissuto questa 'esclusione'. Io, francamente, sulle spalle di questi giganti, a partire dalla mia piccolezza, ne rido. Poi, dopo, a proposito della 'lotta', riderò di chi ha pronunziato giudizi avventati. Ovviamente, sempre fra nani. Oltre a ridere di chi prima ha lambiccato, accademicamente, sulle cose che scrivo, per poi dichiararle veggenti - nudo com'era-, e per poi dichiararle, terzo vestito, di seconda qualità. Ovviamente, sempre secondo come si svestiva. Secondo chi gli offriva di più. Senza nemmeno avere 'ossa' da svendere. Il cui nome è ben inscritto nella mia memoria.

ventotto gennaio: un debito. Della lotta

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Non sono nelle vesti di Infandum. Io non ho ossa da attaccare alle vesti. Ma, nemmeno, la mia amicizia con una donna passa per le sue vesti scucite. Non mi piacciono abiti che sono 'differenti' da quelli che, semplicemente, quando si scrive si indossano. La scrittura, nessuna scrittura è neutra, e gli abiti con cui si scrive non sono neutri. Scrivere è, per me, che sono uomo, spogliarmi del mio potere. Ma io non cambio abito. Cambiare abito è, ogni volta che si cambia luogo, cambiare 'parola'. Essere forti quando si deve, deboli qualdo si vuole, nudi se si vuole, farsi svestire se piace. Amici quando serve. Amici in una certa maniera quando si è soli, amici in un'altra se non si è più soli. Io mi separo. Da tutto questo mi separo. E vorrei che anche tu ti separassi. Separarsi è respirare, certo, a volte. 'Pensarsi separato', per me, che non sono una donna, è 'luogo'. Ho conosciuto e frequentato luoghi di 'donne separate'. Frequentato 'a lato'. E non le ho mai 'pensate' come 'referente dialettico'. Questa cosa mi ripugna. Come mi ripugna pensare, ancora in una maniera diversa, un 'uomo' come 'interlocutore'. Ho provato a viverle come 'forza'. Proprio dove, almeno per me, le barricate si alzano, non c'è più dialettica. C'è la forza della presenza, nudi/nude, con le mani nude, le parole nude, le proprie scritture. Della lotta. Senza dialettica. Scrivi: "Venti donne emancipate, liberate, o come dir si creda o voglia, sono politicamente e socialmente nulla se altre ottanta rimangono signore e signorine; se cento maschi, per quanto inetti, possono ancora fregarsene, mettendoci una fede al dito." Su quell'alleanza falsa, su quella filiazione promessa, filiazione verticale, su quella promessa solo di ruoli, su quella parola tolta, su quella libertà mancata, sputiamo insieme. Sputiamo. Con la nostra scrittura. Su quella fede.

Senza eccezione

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Quando ero 'piccolo' e leggevo 'giornali', mi hanno sempre colpito, in un piccolo riquadro, tra le pagine che macchiavano di nero le dita, e nella rubrica che oggi chiameremo 'appuntamenti-eventi', mi hanno sempre colpito due righi. Che dicevano - la memoria, so, mi tradirà sulle sfumature -: "Tutti i deputati, SENZA ECCEZIONE ALCUNA, sono tenuti ad essere presenti alla seduta del....". Il 'giornale' era l ' "Unità". I deputati erano i deputati del PCI.

Tutti noi, oggi, SENZA ECCEZIONE ALCUNA, saremmo tenuti ad essere, solamente, un pò più presenti.

musiche classiche

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Ho smesso da un pezzo di andare a seguire 'musiche classiche' nei teatri dell'occidente civilizzato. Mi bastano le 'migliori esecuzioni' che ascolto sistematicamente ogni volta che, necessitando ancora di soffice carta da culo, entro in un supermarket. Poichè ormai non mi risulta più la presenza di piccoli supermarkets autonomi fuori dalle grandi catene mafiose di distribuzione, sono portato a pensare che Conad, Auchan, SMA, Coop o che ne so io, abbiano ingaggiato diplomati nei conservatori, tale è la qualità d'esecuzione di una 40 di Mozart - Bruno Walter alla Coop di Pisa -, di un Requiem tedesco di Brahms - Klemperer, con certezza assoluta, allo SMA vicino casa mia a Messina - e, addirittura, un Debussy d'annata - Benedetti-Michelangeli all'Auchan di Mestre qualche anno fa. Non me ne dolgo. Tutt'altro. Il teatro-musicale settecentesco italiano lo si ascoltava mangiando porco arrosto e ruttando il vin novello direttamente a teatro. E direttamente in faccia alle dame incipriate. La questione è un'altra. Perchè mi rompono i maroni, ogni volta che devo andare a teatro, per farmi mettere il vestito buono? Perchè io stesso penso: 'Vado a teatro, mi cambio le calze..'? Mica mi odorano le scarpe se compro della carta-da-culo da Auchan....Oltretutto nei supermarkets le esecuzioni sono di una qualità notevolmente superiore rispetto quelle dei teatri nostrani.
L'inquietudine mi sorge se penso alla 'nostra' avanguardia, alla musica dodecafonica, al serialismo, ai Webern spersi per le brulle lande dei supermarkets di provincia, esclusi, cacciati fuori dai programmi ben pagati alla SIAE.... Tutti 'espulsi' dalle sale da concerto con tanto di spettatori erranti con carrelli al seguito...Aveva ragione Luigi Nono: Hay que caminar sonando..fuori dai teatri, nei nostri SMA di provincia, gridando, a voce alta, Benjamin o Eraclito. Leggendo a voce alta il testo del 'Prometeo' scritto da Massimo Cacciari, nel suo tedesco-greco macc-a-ronico, tra i macc-a-roni Barilla e quelli De Cecco...m'hai provocato...m'hai provocato...

Vorrei...

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"Vorrei fossimo capaci di amare quel che c'è, che abbiamo. Di vederlo. Di condividerlo, di trasmetterlo, fluido, facilmente. Ho sognato, per due notti di fila, un muro davanti a un altro muro: io e te. Le tue ragioni, le mie. Senza nessun crollo, nessun movimento. Mi sono svegliata soffocando un urlo. Non credo che ti importi. Non credo che a nessuno importi. La cosa più avvilente è sognare da soli, e tocca a tutti. Anche a noi due. Persino a noi due."

B. scrive. Non c'è bisogno di link.

Spam

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Tra ieri e oggi ho avuto 250 tra commenti e trackback di spazzatura pubblicitaria che oscilla tra il poker, i peni, le donnettine nude e i software cracckati. Sto pensando seriamente di sospendere i commenti e il tutto. A meno che qualcuno mi suggerisca una soluzione.

diario moscovita: la mummia

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Ho visto oggi la mummia. Non aveva le mani incrociate. Come ogni cristiano che si rispetti si aspetta. Per varie questioni che non voglio qui specificare, ho visto la mummia da solo, con le persone che erano con me. Dopo di me, nessuno ha visto la mummia. Nessuno ha visto con me la mummia. Nessuno ha visto la mummia prima di me. Ero solo: io, la mummia, le persone che guardavano ma non vedevano la mummia. Solo chi mi ha sempre accompagnato, nella mia esistenza, ha visto la mummia. Ha 'visto con me'. La mummia, come ogni mummia che si rispetti, è distesa. All'interno di uno spazio pensato come si poteva pensare la rivoluzione. E' uno spazio a più livelli. Innanzitutto lo spazio della mummia all'interno di una teca di cristallo. Collocato all'interno di una teca, il corpo della mummia determina lo spazio dalla teca illuminata. La luce che illumina la mummia è rossa e bianca. La mummia ha, come tutti i corpi dei morti, un punto di forza su cui ritornerò. In ogni caso, la mummia è distesa in un letto, contornata da uno spazio che, progressivamente si apre verso l'alto, come per una liberazione, ma, infine, impedita. Questo spazio è determinato da 3 gradi: innanzitutto lo spazio della mummia e della sua teca: illuminata di bianco e di rosso, con il vetro che fa e determina spazio. Poi lo spazio del marmo verde trafitto dalle bandiere rosse che, oltre lo spazio della teca dove la mummia sta immobile, taglia lo spazio, lo determina e rinchiude la teca in uno spazio più grande della teca dove la mummia si trova. Il terzo è verso l'alto, uno spazio-luce che il bianco della luce non risolve, a tre livelli, che questo bianco tenta di pensare ma non riesce a risolvere. Anche se c'è una certa progressione dalla mummia verso la luce del bianco, la luce pensata, si avverte un certo salto. Un salto d'immagine. Di livello. La mummia sembra vera. Ma è lo spazio il problema. Che la mummia sia vera o falsa, non cambia nulla. Il punto di forza della mummia è la sua testa e la sua mano destra. Stretta. Come un pugno? Non è così. Tiene qualcosa. Che rinvia alla testa. E' una tensione. Come tentare di torcere qualcosa? Forse. Il punto di tensione della mummia è, in ogni caso, la sua testa. Gli occhi stessi chiusi rinviano a questa tensione. Ogni mummia è la più grande volgarità. Sputa sulla libertà umana. In fondo, la mummia non dice nulla. Non mi dice nulla. La forza a cui rinvia ogni mummia, l'unica mummia del XX secolo, è la forza del popolo. Che si dà da sè. Solo quando il popolo penserà lo spazio fra la teca e il bianco della sua fuga, quando penserà la sua libertà, la libertà del popolo da chi invocava questa libertà, la mummia diventerà inutile. Come diventerà necessario ogni grido, ogni forza, ogni parola che richiama questa forza, autonomia, questa libertà. Finalmente, da tutti, da tutto.

Infandum: un debito

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Ho un debito. Devo rispondere a questa scrittura. Non lo dimentico.

Le vostre foibe

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Vorrei dirlo 'sine ira', vorrei dirlo. Questo strepitio di sciacalli sui morti delle foibe, questo vomitare della sinistra ex comunista sulla storia condivisa, sulla memoria condivisa, questo continuo, pressante, insistente delirio mediatico sugli infoibati, francamente, lo dico senza ira?, mi fa vomitare. Mi farebbe vomitare, se non fossi già in altri luoghi, sulle più alte cariche dello Stato, sui rappresentanti di partito della ex sinistra comunista che, stalinisticamente, hanno taciuto, mi farebbe vomitare, senza ritegno, sui picchiatori fascisti che, dall'alto della loro infame storia di topi di fogna, dopo una buona rilavata, sono diventati ministri, e si permettono di diventare 'giudici' di una storia di cui loro, per primi, sono colpevoli. Mi farebbe vomitare, se non fossi già in altri luoghi, l'ipocrisia di chi, urlando prima 'viva il duce', poi va a mettersi la kippà, senza ritegno, gridando poi: 'addosso ai titini, ai comunisti, ai bolscevichi'. Essendo figlio della X Mas. E del peggiore fascismo. Ma io la storia la vivo. Mi fa vomitare, questo mi fa invece davvero vomitare, anche se sono in un altro luogo, il commissario europeo ai diritti e alle libertà, ex collaboratore diciottenne del 'Manifesto', uno che porta il nome di 'Frattini'. Che dichiara che, al pari della svastica, l'Europa, per essere libera, deve mettere al bando falce-e-martello. Fatti salvi - e ben scordati - i milioni di morti SOVIETICO-BOLSCEVICHI che, ancora oggi, con pietà materna, tutti i russi, sempre, onorano, ancora oggi. Ancora oggi. Venga a dirlo in Russia, venga a dire in Russia che quei milioni di morti erano prigionieri di un'idiologia. E che quello per cui sono morti, per cui hanno difeso Mosca e Stalingrado e LIBERATO Berlino, non era qualcosa per cui bisognava combattere. La verità è che questi lillipuziani, di fronte la gigantesca storia che li schiaccia, balbettano volgarità, vomitano spot, producono 'fiction', creano giorni del ricordo, della memoria, della passione, morte e resurrezione dei padri che non hanno avuto. E che devono inventarsi. Le vostre foibe sono queste: quelle dove la storia diventa peto politico, stumento per riscattare la vostra storia, per inventarvi, riscattarvi, farvi, finalmente, sentire importanti. Finalmente riuscite a dire qualcosa. Le vostre foibe sono i cadaveri su cui ballate come sciacalli per speculare. A differenza vostra, i morti delle foibe, io che avevo 18 anni alla caduta del muro, li consco. Sono, da sempre, i miei fratelli. I fratelli, il fratello di Pier Paolo Pasolini: quello che avete infoibato (vi ricordate?). Mio fratello, i miei fratelli. L'identità di un paese, fuori da ogni ira, non è la memoria condivisa. L'Italia non è un paese da 'memoria condivisa'. L'Italia è un paese che ha, da sempre, memoria divisa. E' un paese dalle memorie diverse. E' per questo che non vomito. Proprio perchè abito quest'altro luogo. Le mie foibe non sono le vostre. Come voi le festeggiate, io le piango.

Milano

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E' una città che non conosco. Quando arrivo, e sporgo il naso fuori dalla Stazione centrale, ho paura. Non sono mai stato a Milano veramente. Ricordo ua volta, la prima volta: ho fatto una 'commissione', un agosto terribile di molti anni fa. La città era deserta. L'ho attraversata cercando un indirizzo per lasciare qualcosa da parte di qualcuno che non ero io. C'era una foschia tersa, quella dell'umidità estiva. Ho preso il tram, poi, a piedi, sono arrivato in un quartiere dove c'era un piccolo mercato quasi deserto. Era una città piena di spettri. Un'altra volta sono rimasto bloccato per uno sciopero. Ho dormito in una locanda, in un sottopiano. Ho mangiato solo e nessuno mi ha salutato. Ancora un'altra volta sono stato a trovare un'amica per un pomeriggio e abbiamo mangiato in un self-service. L'unica volta che sono stato davvero a Milano è stato il 25 aprile del 1994. Sotto il diluvio universale. Forse qualcuno si ricorderà cosa abbia significato quella manifestazione. Ma Milano non c'era. C'era la sinistra. Che aveva perso. E Milano, con la sinistra non ha proprio nulla a che fare da molti anni a questa parte. Salvo con la sinistra che perde.

Sull'umano - un frammento aporetico

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La morte è, tra tutti gli eventi di una 'vita', della 'vita', come la chiamano, l'evento più umano. L'umano, a differenza di ogni definizione che diamo al 'nostro tempo' - che sia persona, esistenza, vita, o qualsivoglia altra determinazione-, segna la nostra alterità a noi stessi. Non si può essere 'non-vita', 'non-persone', 'non esistenti'. Ma si può essere 'non-umani'. L'umano, come il non umano, attiene al 'nostro tempo', al tempo che trascorriamo 'insieme ad altri'. Di questo 'insieme ad altri', che è la cifra del 'nostro tempo', noi non sappiamo dire nulla, non ne facciamo 'definizione. Sia 'l'umano', sia il 'non umano', possono essere definiti solo in rapporto a questo essere 'insieme ad altri'. Nè il concetto di 'vita', nè quello di 'esistenza', nè nessun altro concetto portano con sè questo 'peso', questa necessaria esposizione. L'umano si definisci 'solo' grazie ad una condivisione. La 'vita' la condividi, se lo sai fare, anche con le masse geologiche che ti accompagnano in ogni luogo. L' esistenza del vegetale è, fisiologicamente, una parte, un frammento di quel complesso di 'esistenze' che, anche se non ne hanno consapevolezza, condividono con noi il 'tempo' dell'esistenza. Come sa ognuno di noi che ha visto morire un'esistenza non parlante. Un animale. Il tempo della morte che 'tocca' un'esistenza non parlante non è estraneo all'umano. Lo riporta al suo estremo. Ma la morte di un vegetale, come, ancor di più, la morte di un 'animale', quale che esso sia, rinvia l'umano alla sua specificità. Un infante che muore non parla della sua morte. Ma quell'infante porta con sè, proprio perchè vive nell'umano, quell'infante 'lancia', per così dire, la sua sfida 'solo' all'umano. Un infante che muore è il richiamo a questa 'scrivibilità' della morte. Nessuna massa geologica, nessuna esistenza non parlante può scrivere della morte. L'animale 'parla' della sua morte. La 'grida'. Ma nessuno, se non l'umano nella sua estrema esposizione, 'scrive' della morte. Se l'infante non scrive della morte, la 'inscrive' nel tempo di chi assiste alla sua morte. E l'infante che muore si 'inscrive' nell'umano, nel suo bordo estremo. A differenza della massa geologica in cui noi tutti siamo sempre. Che non si 'inscrive', ma determina, anche, la morte dell'umano.

La morte, è, tra tutti gli eventi, la condizione senza la quale l'umano non avrebbe 'scrittura'. Non avrebbe, cioè, la possibilità dell' 'inumano'. Poichè è la scrittura che determina il confine tra umano ed inumano.

È questo che la perseguita distruzione 'fisica' degli ebrei ci dice e voleva perseguire: una morte senza nessuna 'iscrizione'.

Solo la figura dell'infante che muore dice, finalmente, altro.

L'infante che muore, a differenza di ogni altra morte, 'inscrive' la sua morte nell'umano. Ogni altra morte vidima l'umano. Senza che diventi 'una scrittura' sul corpo delll'umano. Solo la morte dell'infante ci riporta alla necessità di scrivere su questo 'bordo'. Sul bordo, flebile, che separa l'umano dal 'non umano'. Da questo 'bordo'.

Ogni scrittura che non abita questo 'bordo' non abita nè l'umano nè il 'non umano'. Ogni scrittura che non fa irrompere, dentro se stessa, l'inscrizione della morte dell'infante, non vive la 'storia'.

Non accoglie, dentro di sè, l'ingiustizia. Non è, dunque, 'scrittura'.

Diario moscovita: un bouquet di fiori

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Abito accanto tre stazioni ferroviarie - di cui una, fondamentale, quella per San Pietroburgo -, una importante fermata di metro, 3 fermate di tram (chiamiamolo così). Abito a poca distanza da due supermarkets di catene russe con capitale multinazionale. Abito a poca distanza da uno dei 'nuovi' centri commerciali nuovo-moscoviti, quelli dove piccole botteghe si credono negozi. Abito dove se voglio comprare un sorbetto al limone, lo trovo della migliore marca europea. Bene, stasera, per questioni varie che non ho voglia di raccontare, volevo comprare dei fiori. Non amo comprare fiori morti. Amo coltivare qualsiasi vegetale. Ma, stasera, volevo comprare dei fiori. E, dunque, in mezzo alla bufera di neve moscovita, ho deciso di uscire (siamo a meno 15, per la precisione).

Dove vado? Al supermarket russo, quello serio, almeno per me. Un giro, due, carrello quasi pieno, niente fiori. Comincio a inquietarmi (cazzo: li avevo visti due giorni fa...). Pago, lentamente, come le cassiere russe, tutte donne, sempre, mi hanno insegnato. Due buste. E poi: in mezzo alla neve. Niente fiori. Ma io VOGLIO i fiori. Idea: le stazioni. Comincio con quella più vicina. Niente, nessun negozio. Vado al bar: "fiori, fleur". Cazzo: dei fiori. Fiori. È semplice: fiori. Faccio, con le mani il segno dei fiori. Niente, niente. Mi guardano come un imbecille. Quattro babusche che mi guardano e io che faccio ripetutamente il segno dei fiori. E loro: niente. Niente!!! Poi, colpo di genio: "Bouquet". E certo! Bouquet!! Bouquet!!!. Le babusche si mobilitano. Cominciano a sorridere fra loro. "I fiori...vuole i fiori per la sua donna....". Una di loro esce dal banco. E comincia a gridarmi. Ha non meno di 70 anni. Mi grida in faccia. Lo capisco: mi dice che sono un coglione. Che è tardi. E che adesso tutto è ancora più difficile. E va bene. Rido. E lei mi porta, e ride, e guarda, prima di partire, le sue amiche. Il negozio,che prima avevo visto aperto nel sottopasso della metro, adesso è chiuso. E lei mi ricomincia a gridare. In faccia. Ridendo. La bacio. Le sue guance sono morbide. Ci salutiamo. Io con due buste, lei sfottendomi. Mi restano due stazioni. Non è finita. La prima è vuota: entro e esco. E poi, ed è questa la mia forza, mi manca la stazione per St. Petersbourg. Adesso me ne resta una, una, una sola...Entro con i miei due pacchi. Niente: non ci sono negozi di fiori. Ma tutto è vivo. Tutto si muove. Sigarette, giornali, birra, vodka. Tutto meno che fiori. Bar...bar: c'è un bar. Due buste con il pane e la pasta, e, cazzo, lo chiedo, lo chiedo, un Martini bianco lo chiedo....al tavolo ci sono dei fiori...e poi si vedrà..."Martini"...e pure parla italiano il ragazzo al banco..."..certo...bianco, bianco...". Se me lo avesse offerto verde l'avrei preso....ecco: i fiori. Sono di fronte a me. Tavolino, Martini bianco, due buste del supermarket, il mio colbacco....dove l'infilo? Dove? Cazzo!! Cazzo, un siciliano che non sa rubare...dove li metto questi fiori?? Busta, le buste, li metto nelle buste, in una busta....il 'controllore' mi guarda. Mi chiedo: "ma ho già pagato!! Questo stronzo perchè mi guarda??". Infatti non guarda me, guarda. E punto. E lì è il punto: gesto svelto, fiori nella busta, e via...via....corri, corri...il martini bianco l'hai finito....corri.....ti segue...ti segue...esci dalla stazione..tanta gente....e dietro un cumulo di neve lo guardi....e lui non può vederti...ma ti cerca...e se ti trova?...è lì...ma tu già dietro un cumulo di neve.....e poi torni a casa...corri verso casa...ti segue?...no, non ti segue...e tu hai i tuoi fiori, i fiori del bar...e poi, e poi....il codice, il codice..ecco adesso anche se arriva non può entrare....e poi, e poi....sono arrivato a casa...i fiori erano belli, hai fatto la spesa, era un pò di tempo che non la facevi, e, in fondo, hai solo portato un mazzettino di fiori gialli e bianchi. È tutto.

Infandum: una svista

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Avevo perso, per assenza, il testo di Infandum del 28/01.

Un testo che mi pare importante. In un altro momento, che prometto non tarderà, cercherò di dialogare.
Volevo solo dire che cercherò di 'dire', dialogando.
Senza 'fede al dito'.

E, anche se l'avessi, o mai volessi mettere questa fede, scriverei le stesse cose che cercherò di scrivere.

Sacripante

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Quando ero piccolo, mi si diceva che ogni scrittura, ogni sforzo di 'comunità' di scrittura, ogni 'progetto' di rivista, ogni rivista che trovava la sua realizzazione, era una 'fontana d'oro', un po' scommessa, un po' frattura, tradimento, novità. Pisciata sul potere. 'Sacripante!' è la mia nuova fontana d'oro, ora che sono diventato grande. Una rivista che, davvero, sembra degli anni '70 e che, oggi, sa bene come 'citare', sa 'dividere' per sezioni, sa come separare per 'parti', che si prepara alla nuova pubblicazione cartacea di se stessa, sa come 'interpretare' la rete, i suoi lettori. Come non goderne, come non dirne 'bene'? Ora, che tutta la rete, ed anche il suo Sorrisi e Canzoni ne dice bene? Anche Roquentin ne scrive, anche solo per un 'vaffanculo' pubblico posticipato. In ritardo sulle necessità. La 'fontana d'oro sacripante', improvvisamente, ci risveglia dai nostri sonni, come una doccia necessaria.

Pisciare sul potere serve. Salvo evitando di bagnarsi. Per il vento.

Auguri alla 'sacripante' impresa. Quando volete, gli ombrelli per la redazione sono offerti. A volte, come si sa, il vento soffia contro.

Diario moscovita: Mummie leniniste

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Per molto tempo ho evitato di incontrarlo 'faccia-a-faccia". Ho deciso, anche per altre questioni, di andare a guardarlo negli occhi. Presto, questa settimana. Prima che finisca la settimana. O il suo sguardo. Che, già oggi, so non mi guarderà. La mummia di V.I.U., detto Lenin, mi aspetta. Lo sapevo bene da quando ho messo piede in questa città.

Ebbene, per i pochi che rideranno di questa cosa e che l'aspettavano, sappiate: domani vado a salutare la vostra mummia.

Per la rivoluzione, come sempre, aspetto il nuovo congresso di 'Rifondazione'.

Per i consigli per come guardarlo, aspetto le compagne, i 'compagni' dell'Ernesto. Tutti compresi/e.

Magari sulla 'rivoluzione', per lo meno per come l'intendo io, e sul partito, ci daremo un altro appuntamento.

Dove c'è meno freddo per voi.

Le morti che cominciano

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Nè la scrittura nè la riflessione danno spiegazione - non potrebbero darla - delle 'morti che cominciano ad accarezzarci'. Le morti cominciano senza chiedere permesso. Per chi sceglie di viverle prima che esse accadano, è il momento della conferma. Chi le conosce, senza viverle, le può raccontare, senza saperle. Solo l' "assenza", per un momento, rompe questa visione. La 'morte', la morte di chi sta accanto chi l'ha pensata, non dice nulla. Stare accanto alla morte, come si sa, è impossibile. E' "l'impossibile". Ma questo impossibile è l'unica ragione della scrittura, l'unica ragione del pensare. Ogni pensiero che sia degno di questo nome si è esposto su questo 'impossibile'. Ogni scrittura. Ogni scrittura è scrittura su questo bordo che, proprio quando si comincia a mostrare, mostra, o non la mostra se non ce l'ha, la scrittura, il pensiero. Il mio tempo e la mia generazione non sa pensare questo bordo. Non lo vive. Volentieri, come Socrate con i Sofisti, lasciamo il commento del lutto ai buffoni di corte. Il mio tempo e la mia generazione, però, sa anche dirlo. Negli anfratti, tra gli esclusi, i riottosi. La scrittura che resterà parla di questo margine. Da questo margine. La scrittura della mia generazione, che so riconoscere bene, di questa esposizione dice e da questo luogo parla. O, per lo meno, pochi ci provano, ma lo fanno.
Tutto il resto è, detto francamente, merda.