In nessun caso, nessuno tra gli uomini o le donne che vivono la tragedia del terremoto e del maremoto nell'Asia del Pacifico potrà imputare al nostro Dio una colpa. Il loro Dio è più lontano del nostro. O almeno così ci sembra. E a nessuno, tra loro, passerà in mente che Dio stesso, il Dio della tradizione giudaico-cristiana, nella sua assenza millenaria, è il responsabile primo di ogni tragedia, di ogni evento e di ogni felicità qui, tra noi, occidentali, proprio qui, come tutta la tradizione teologica ci ha insegnato. Di questo Dio, ormai, tutto l'Occidente, senza eccezione alcuna, ha perso la percezione della potenza, della vendetta e del perdono. Della sua morte e della sua Resurrezione. Tutto l'Occidente ha perso il senso della 'presenza' di Dio nella storia dell'uomo. Se mai questa presenza ci sia stata. Tutto l'Occidente, senza eccezione alcuna, vive il suo Dio come un piccolo camerino dove, ogni tanto, vomitare i peccatucci piccolo-borghesi, senza nemmeno lontanamente avvertire come ogni fede, ogni Cristo, ogni Abramo, Isacco e Giacobbe siano, insieme, le figure del perdono e della vendetta, della pace e della forza, della violenza, della pazienza, della guerra e dell'alleanza, del silenzio prima di ogni vendetta, della parola prima di ogni salvezza. Tutto l'Occidente brancola nel buio della sua fede personale, privata, privatistica. Una fede senza interrogazione, una fede che tace, senza parola, senza domanda sul proprio 'Dio', una fede, una flebile fede che costruisce, sul silenzio di 'Dio', sul silenzio 'su Dio', la sua buona creanza, la sua buona morte. Tutti i suoi bei funerali.
Ciò che, d'improvviso, ogni tsunami spazza via è, per tutta la buona occidentale borghesia mondiale dell'anima, la convinzione che, alla fine, si è al riparo, al sicuro.
Se questo 'Dio' in cui ancora l'Occidente vuole credere si manifesta, è così che si manifesta.
Anche così.
In nessun caso, nessuno tra gli uomini o le donne, nessuno degli infanti che vivono la tragedia del terremoto e del maremoto chiederà conto al nostro 'Dio'.
Siamo noi che, alla fine dei giorni, dei nostri, dovremmo sapere 'dire del male'.
Del male in 'Dio'. Della sua assenza.

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