Gennaio 2005 Archives

Musica

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Se non ci fosse la musica potrei anche smettere di vivere.

Diario moscovita: Russia

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La Russia è un paese che non esiste nell'esperienza di un 'occidentale'. Oggi. E', almeno per me, una 'grande nostalgia'. La Russia, con le sue campagne infinite e i suoi treni, le sue risa, i suoi laghi ghiacciati e la sua primavera che non conosco, i suoi fiori, le ragazze che ridono dei ragazzi e i suoi bimbi, gli abissi delle sue differenze e la forza così sempre uguale, la sua forza immensa e la sua musica, i suoi fiumi ghiacciati e i laghi di nuovo vivi e le sue foreste sempre abitate, con questa forza della vita non umana che, in ogni luogo, ti è accanto, la Russia, questo paese, oggi, non ha volto. La Russia è questo 'silenzio'. Non ha più la 'sua' parola. E' Mosca, vuole esserlo, e offre il suo volto, all'Occidente, fantomatico e fasciato, di una città come San Pietroburgo. La Russia, oggi, è un paese mutilato, triste per la sua forza venduta, un paese, una città, forse due, piene di denaro come la neve scende, che non parla. E il resto un silenzio immenso. La Russia, oggi, tace. O, meglio, parla attraverso 'luoghi' e 'gente' che non la rappresenta. La 'nostalgia' che si vive in Russia non è 'ideologica'. Non rinvia a nulla se non a se stessa. La Russia ha nostalgia di se stessa. Il fondo tragico dei russi, silenzioso, che forse solo i siciliani, da lontano, possono, fino in fondo intuire, questo fondo è, appena usciti da un caffè 'nuovo-occidentale', per me, la loro voce. E questo urlo è così forte da tranciare tutti i nostri racconti. La Russia, per i russi, nel mondo non conta più nulla. Basta guardare i loro occhi, a Mosca, chiedendo al tuo interlocutore se parla 'inglese'. I loro occhi che non ti guardano più. Ho 'imparato' a parlare italiano con i russi. Rispondo in italiano. E ho imparato a non chiedere più se parlano 'inglese'. Io frequento la strada. A San Pietroburgo, a Mosca. Poi, di notte, anche di giorno, chi deve parlare 'altro' lo sa fare. E mai 'solo' inglese. La Russia è questa 'grande nostalgia di se stessa' di cui i russi, come i siciliani, non parlano mai. Ed è la loro tragedia. Come sempre è stato. I russi mancano il loro paese per troppo amore e per la storia. Ed inventano il loro paese. Sempre di nuovo. Per raccontare, ancora una volta, quello che non hanno più e che hanno perso. Che sono sempre stati. Godendo, sorridendo di nascosto, di quello che sono diventati.

Come tu vuoi

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Mi piace postarla come uno scritto. Questa poesia di ML. Che poi è qualcosa che 'abbiamo' scritto con 'qualche' amico. Con 'mio' fratello. Nuovo. E' 'come ci vogliamo'.

"La tramontana screpola le argille, stringe, assoda le terre di lavoro, irrita l'acque nelle conche; lascia zappe confitte, aratri inerti nel campo. Se qualcuno esce per legna, o si sposta a fatica o si sofferma rattrappito in cappucci e pellegrine, serra i denti. Chi regna nella stanza è il silenzio del testimone muto della neve, della pioggia, del fumo, dell'immobilità del mutamento.

Son qui che metto pine sul fuoco, porgo orecchio al fremere dei vetri, non ho calma né ansia. Tu che per lunga promessa vieni ed occupi il posto lasciato dalla sofferenza, non disperare o di me o di te, fruga nelle adiacenze della casa, cerca i battenti grigi della porta. A poco a poco la misura è colma, a poco a poco, a poco a poco, come tu vuoi, la solitudine trabocca, vieni ed entra, attingi a mani basse. E' un giorno dell'inverno di quest'anno, un giorno, un giorno della nostra vita."

Altro

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Io sono in un altro 'luogo'.

Zurigo: con amore

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Zurigo è, per me che abito in Svizzera da tre anni, la città della borsa svizzera, dei suoi negozi, dei suoi corsi, da città di provincia, tirati a lucido, degli uomini ben vestiti in cravatta che attraversano le sue piccole strade per andare a nascondersi nei loro uffici. Zurigo è la città in cui mi piacerebbe abitare in Svizzera, solo se la gente di 'fuori' Zurigo non venisse ad occuparla. Ogni mattina, per tutto il giorno. E la rendesse invivibile determinandone, radicalmente, il ritmo. Zurigo è una città che si è fatta espropriare del 'suo' ritmo, del ritmo interno della città, che solo puoi vivere la notte tarda, quando tutti sono tornati a casa loro, gli zurighesi sono troppo stanchi per camminare, e la città comincia a respirare. Zurigo mi sembra una città 'espropriata' del suo tempo. Del suo ritmo. La sua stessa 'Opera', oggi, sbianca a confronto di Luzern, della 'cattolica' Luzern. L' 'opera' di Zurigo è la 'scena' della musica classica svizzera. Luzern è 'la' musica classica senza bisogno di 'opera', di 'scena' in Svizzera. Provate ad affacciravi da uno dei balconi dell' 'Opera' di Zurigo e, l'indomani, guardare il lago di Luzern, prima dell'inizio di un concerto.
Zurigo, tra tutte le città svizzere, è la città che più amo. Perchè è la città dove non andrei mai ad abitare.
E' la città che, più di tutte le altre città svizzere, mi soffoca con la sua velocità diurna, con la sua vita notturna.
Che è sempre in attesa del ritmo diurno.
Zurigo, tra tutte le città svizzere, è la più 'messianica'.
Aspetta ciò che già conosce.

Zurigo è il suo giornale: la Neue Zürcher Zeitung. La 'famosa' NZZ.
Bella di fuori, di dentro, di lato.

Sul cui conto sempre a Karl Kraus e Thomas Bernhard bisogna chiedere.
Sulla cui proprietà a noi, svizzeri anche di risulta, bisognerà chiedere conto.
Così come del suo potere politico-culturale 'noi' tutti ne rispondiamo.
Così come gli italiani ne rispondono per il 'Corriere della Sera'.

In fondo, come tutti noi rispondiamo di ogni potere, dichiarato o meno, ammantato di prestigio o meno, nascosto dietro la sua ombra di oggettività o militante dichiaratamente.

Zurigo è la città svizzera che più amo perchè so che, nel suo cimitero ebraico, c'è sepolto uno dei miei due maestri: Jakob Taubes.

Bachmann

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"S'avanzano giorni più duri
Il tempo dilazionato e revocabile
già appare all'orizzonte"

(Ingeborg Bachmann, Il tempo dilazionato)

da cadavrexquis

Nicola 'Marco' Badaloni

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a M. M.

tra i monti
ci ritroveremo
tra i libri, nelle nostre biblioteche

stavolta
tra noi

che conosciamo il mare

Una generazione 'porno-grafica'

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La mia. Senza scrittura e senza storia. Senza nemmeno il barlume di 'una' politica. Che attende il 'non-so-cosa'. Non ha il coraggio nemmeno più di attendere il 'Messia'. O chi per lui. Per lei. O la rivoluzione, come una volta si aveva almeno la forza di sostituire al primo 'dio'. Non ha il coraggio nemmeno più di non attendere, scegliendo, finalmente, il solo luogo che le resta: l'archiviazione di se stessa o la testimonianza della sua estinzione. Perchè questa generazione a cui appartengo non solo non sa testimoniare della sua inutilità, nel senso deleterio, nel senso, davvero, dell' 'oggetto desueto' già a se stesso, della sua necessaria archiviazione. Ma nemmeno si sa estinguere senza guaire di pietà per sè medesima. Senza ripetere, all'infinito, il 'gesto di morire' senza 'farla finita'.
Vomitando inutili, necrofile pagine e scritture, senza nessun pudore, che ne mostrano - sapendole o potendole tollerare o leggere - l'assoluta inutilità.

L' 'oscenità' della mia generazione è tutta in un'insuperabile impossibilità: essa non si sa 'mostrare'.

Tra la 'porno-grafia" e l' "erotismo" della scrittura, essa sceglie la prima, senza nemmeno averne coscienza.
E solo per ripetere, all'infinito, il gesto di farsi fottersi senza nemmeno godere della propria fine.

L'unica 'oscenità' che non sa pensare, l'unica pensabile, è la sua fine.
Per il resto, come le altre, anche la mia generazione si estinguerà. Senza accorgersene. Senza che altri se ne accorgano.
Di essa si dirà quello che Karl Kraus ha scritto di Adolf Hitler: "Non mi viene in mente nulla da dire".

Pesci

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(di qualche tempo fa...)

a G., perchè non sia mai triste

fermi
si danno già
i forti alberi piantati nella neve come
spade di pesci senza lingua, direzioni
senza meta verso la casa che non troviamo piu'

fermi, fuori dalle nostre città,
come spine di una lingua
che sanguina in bocca
e dice il vero
il vero contro noi,

stanno questi grandi pesci
feriti e forti per la morte
e vogliono tornare nel ghiaccio
che li faceva vivi

"Tu getti a me che affogo
oro: [...]"
tu getti a me che affogo
un luogo
un altro luogo

Niki Vendola

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E così ha vinto Vendola. Una vittoria anche "contro la nomenklatura dei partiti", come in molti l'hanno letta. È così?

"Senta, io ho grande simpatia per Nichi. Lo conosco da 30 anni, da quando guidavo la Fgci. Ma la sua vittoria è l'esatto contrario della sconfitta della nomenklatura. Perché Vendola, sia pure con tutta la sua forte carica di originalità e di passione, è un uomo della politica e dei partiti. Molto di più di Boccia [...]
Le primarie sono tutt'altra cosa rispetto alle politiche. Per vincere le primarie a Vendola sono bastati 41 mila voti. Per vincere le regionali ne deve prendere 1 milione 200. Non stiamo parlando di tanti voti in più. Stiamo parlando di un'altra dimensione politica. E lo dico io, che in Puglia ho preso 262 mila preferenze: è una regione complessa, dove vi è stata una maggioranza prima democristiana, poi di centrodestra. Sarebbe un errore esiziale credere che la fotografia politica della regione stia tutta in quei 41 mila voti che hanno fatto vincere Vendola".

Ed è la verità. Anche se a dirla è Massimo D'Alema.
(da Repubblica di oggi)

Una frase

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Una frase che mi fa andare in bestia, una frase che sento spesso, soprattutto alla telivisione, una frase che vorrei rificcare in bocca a calci a chi la pronunzia, una frase che non significa nulla, è la frase: "prendila con filosofia".

Se ognuno di noi 'la prendesse con filosofia,' tutti si starebbe sul limite.
Sporgendo. Sul nulla.
Vivendo nell'estremo.

...la cena da 50 n-euri...

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...l'ho vinta io. Ho trovato l'indirizzo smtp di beeline. Era nel sito del provider gprs. Ma il sito era tutto il russo...e mi era sfuggito..;-)

Lo Tsunami di Dio ed il suo male

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In nessun caso, nessuno tra gli uomini o le donne che vivono la tragedia del terremoto e del maremoto nell'Asia del Pacifico potrà imputare al nostro Dio una colpa. Il loro Dio è più lontano del nostro. O almeno così ci sembra. E a nessuno, tra loro, passerà in mente che Dio stesso, il Dio della tradizione giudaico-cristiana, nella sua assenza millenaria, è il responsabile primo di ogni tragedia, di ogni evento e di ogni felicità qui, tra noi, occidentali, proprio qui, come tutta la tradizione teologica ci ha insegnato. Di questo Dio, ormai, tutto l'Occidente, senza eccezione alcuna, ha perso la percezione della potenza, della vendetta e del perdono. Della sua morte e della sua Resurrezione. Tutto l'Occidente ha perso il senso della 'presenza' di Dio nella storia dell'uomo. Se mai questa presenza ci sia stata. Tutto l'Occidente, senza eccezione alcuna, vive il suo Dio come un piccolo camerino dove, ogni tanto, vomitare i peccatucci piccolo-borghesi, senza nemmeno lontanamente avvertire come ogni fede, ogni Cristo, ogni Abramo, Isacco e Giacobbe siano, insieme, le figure del perdono e della vendetta, della pace e della forza, della violenza, della pazienza, della guerra e dell'alleanza, del silenzio prima di ogni vendetta, della parola prima di ogni salvezza. Tutto l'Occidente brancola nel buio della sua fede personale, privata, privatistica. Una fede senza interrogazione, una fede che tace, senza parola, senza domanda sul proprio 'Dio', una fede, una flebile fede che costruisce, sul silenzio di 'Dio', sul silenzio 'su Dio', la sua buona creanza, la sua buona morte. Tutti i suoi bei funerali.

Ciò che, d'improvviso, ogni tsunami spazza via è, per tutta la buona occidentale borghesia mondiale dell'anima, la convinzione che, alla fine, si è al riparo, al sicuro.
Se questo 'Dio' in cui ancora l'Occidente vuole credere si manifesta, è così che si manifesta.
Anche così.

In nessun caso, nessuno tra gli uomini o le donne, nessuno degli infanti che vivono la tragedia del terremoto e del maremoto chiederà conto al nostro 'Dio'.
Siamo noi che, alla fine dei giorni, dei nostri, dovremmo sapere 'dire del male'.
Del male in 'Dio'. Della sua assenza.

Diario moscovita: alberi di natale

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Mosca è piena di alberi vestiti di natale. Il numero sfugge ma non la loro luce. Illuminano gli angoli più evidenti della capitale. Sono alberi finti. Plastificati di fuori, plastificati di dentro. Mi hanno detto che il sindaco di Mosca ha scelto questa soluzione perchè ama le foreste russe. E non vuole minimamente intaccare l'equilibrio ecologico del suo amatissimo paese. Salvo che, mi dicono così, la moglie e il figlio sono i proprietari delle più importanti industrie di fabbricazione di alberi di natale artificiali. Così mi dicono. Non so se sia vero. La verità, in questo paese, è seconda. Il calendario giuliano fa slittare di qualche giorno natale e capo-dell'-anno. Le piccole baracchine dove mangiavo a qualsiasi ora sono chiuse. Si ristruttura: deve essere un riflesso sovietico. Sto imparando a capire i movimenti riflessi collettivi di un popolo silenzioso, fortissimo e sbandato di un paese talmente vicino a noi da risultare uno specchio arabo del mio, del nostro mondo. Gli alberi di Natale, comunque, ci sono. Coperti di luci. Alti, a volte bassi ma pieni di luci, collocati in ogni angolo della città dove possano essere visibili. L'anno è finito e proprio il 31 di dicembre giuliano c'è stata una pausa: non c'era neve. Tutta la città era vuota di neve. Le strade senza ghiaccio. Una scena irreale per poche ore. I moscoviti danzavano sui marciapiedi. Un Bolshoi all'aperto. Le babusche ridevano, i negozi lasciavano aperte le porte, i tabaccai non chiudevano le loro piccole finestrelle, si spalava per far aria, mica per far spazio. In molti si beveva la vodka alla luce. Perchè già dalle 4 non c'è più luce. Salvo quella degli alberi di Natale. Salvo a casa del sindaco di Mosca e di sua moglie. E nelle chiese ortodosse. Salvo nei piccoli o grandi casinò elettronici o nei ristoranti da 7000 rubli a cena per due, o nelle bettole, nell'undergrund moscovita. Salvo nel palazzo di fronte casa mia. Dove stanno, li ho conosciuti all'inizio di novembre, 8 giovani ragazzi delle repubbliche ex-sovietiche. Tutti caucasici. Uno di loro, ieri, in inglese stentato come il mio, mi ha detto: "Che mangi stasera?".

L'unica mia difesa

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La posto come la ricevo da Carmelo.

"La sera del 12 maggio di quest'anno, dopo aver ascoltato dalla radio il
messaggio del Presidente Gronchi, un po' sconvolto dal fatto che tutti fossero
improvvisamente d'accordo, anche i monarchici, anche i democristiani che
qualche ora prima mostravano diversa faccia, lasciai il circolo. L'unica
mia difesa, qui, è il non essere d'accordo."

Leonardo Sciascia "Le parrocchie di Regalpetra"

Diario moscovita: una vita da gprs 2

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Per tutti/e: la posta in entrata mi funziona. Se avete consigli, insulti, saluti o auguri da farmi potete scrivermi direttamente sulla solita mail. Io vi posso rispondere solo dal web. Per questa volta con lentezza....

Diario moscovita: una vita da gprs

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Mi hanno staccato il telefono. E' 4 giorni che giro uffici, bar, guardiani, guardie e cani, ladri e puttane. Nessuno mi dice perchè non ho più il telefono. Con il miracolo di un San Gennaro moscovita sono riuscito ad avere una connessione gprs a Mosca. Vi assicuro: è miracoloso. Ho capito che le preghiere postmoderne sono le stringhe dei modem. La mistica ortodossa, legata all'iconostasi, è - mi sono convinto ormai - accompagnata dalla ripetizione funambolica delle stirnghe dei modem. Da ripetere, ogni giorno, prima di andare a dormire. Guardando la propria 'icona' preferita. O non si dice così anche per i 'calcolatori elettronici'? Icone, icone...Dunque...chi mi aiuta è bravo: sono in gprs con beeline.ru . Non riesco a trovare l'indirizzo smtp della connessione gprs. So che parlo tecnico, ma anche la mistica ha le sue regole, e chi mi capisce mi può aiutare. Gli altri aspettino la linea telefonica. Chi mi aiuta? Chi risolve il problema ü invitato ad una cena da 50 'n'euri dove si mangerä solo pesce. La gara è aperta.