Venezia oder/ou/o Europa

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In dialogo con Babsi e il suo post sull'Europa.

Chiedere, chiedersi cosa sia Venezia è come chiedersi cosa sia l'Europa. E' una domanda fuori luogo. E' una domanda sbagliata. Che non ha luogo. Ma, anche, una domanda scansata. Forse l'unica città dove l'Europa si 'mostra'.

Chi ha abitato Venezia ha abitato l'Europa. Perchè Venezia, come l'Europa, non risponde a queste domande. Non risponde. Parla da sè. A Venezia, oggi, si entra solo da un luogo. Si arriva a Venezia senza più 'mettere piede'. Non si arriva dal mare. Si arriva in macchina, in treno, pulmann. Raramente dal mare. Venezia ha perso il suo mare. Ti accoglie dal retrobottega di magazzino che sporge sul suo mercato. Ti accoglie. Ma ti disereda. Arrivare a Venezia è perdere, da un lato, memoria della tua origine, ma anche, insieme, non trovare futuro immediato, progetto. E' una città, oggi, senza più centro. Non serve pensare di trovare in San Marco 'il' centro della città. San Marco 'guarda' il mare, è l'occhio della città sul suo mare, è un largo, un aperto che la città ha deciso di darsi, ma sempre rivolgendosi al mare. Oggi, invece, le vie d'accesso, d'ingresso alla città passano da altrove. Sono come nascoste, celate alla città stessa. Se centro ed accesso, una volta, coincidevano, oggi il centro si sfalsa, si dà slegato, assoluto, solo. Se, da un lato, il monocentrismo d'accesso a Venezia ha svuotato San Marco, rendendolo 'pieno' di stasi, di statici, di uomini statici, rendendolo luogo d'arrivo e non più luogo d'incontro, questo stesso monocentrismo, quello per cui a Venezia si arriva 'solo' dal ponte della Libertà, ha moltiplicato all'infinito i suoi centri. Se Venezia ha perso il 'suo' mare, Venezia ha 'scoperto' i suoi centri. Nascosti, ovviamente. Solo grazie a questo sfalsamento dell'ingresso alla città, la città si moltiplica. Si declina ogni volta diversa. Venezia è forse l'unica città d'Europa dove si 'entra'. Non si arriva, ma si 'entra' in città. Si 'mette' piede. Se la porta è falsa, se se ne comprende la 'falsità', la città stessa si apre. Se giungi a Venezia dal mare oggi, le sue 'isole' non si comprendono. Venezia è una città fatta di isole. Di blocchi, più o meno omogenei, che si legano, attraverso ponti, attraverso le calli lunghe, attraverso i canali interrati. Se 'entri' in città dalla 'falsa' porta, dalla stazione di Santa Lucia o da Piazzale Roma, non risali la città, dal centro verso un altrove, ma attraversi le sue isole, da un altrove ad un altrove, da un'isola ad un'altra. Le isole, questi blocchi d'identità quasi omogenei che non coincidono con i sestieri - i quartieri di Venezia - si aprono, ogni volta come slarghi di libertà dove, dopo le fughe, i meandri, i bui e le pietre delle calli, ogni volta, ogni volta ad ogni campo, ogni volta trovi un taglio diverso degli angoli dei palazzi, una luce diversa che illumina l'acqua, un ponte, ogni volta un altro ponte che 'cade' sul campo, un altro campo. Ogni isola sembra un aggregato i cui confini non sono visibili. Ma l'isola stessa, questo cuore, uno dei cuori che pulsano e fanno vivere Venezia di vita propria, l'isola stessa, ogni volta che torni, che la rivedi, è sempre diversa, altra, un'altra ancora, tanto che a volte, pur conoscendola, non riconosci più nulla. Venezia ha più cuori di quante isole abbia. Ha un'infinità di cuori che pulsano e la rendono così viva da spazzare via, d'un colpo, tutte le sciocchezze sulla 'morte a Venezia'. Di Venezia. Sulla sua agonia. I cuori di Venezia, aritmici, sincopati, fuori luogo, sono i suoi campi. Innanzitutto. Che segnano le isole, le fanno altre dalle altre. Ogni campo, anche il più immobile, è uno dei cuori che pulsa. Alcuni con una frenesia angosciata, altri con la lentezza dell'animale a sangue freddo, altri ancora con la regolarità d'atleta. Solo se entri dalla 'falsa' porta attraversi la città. Altrimenti 'risali' la città. Dal suo centro ormai 'morto' a tutto il resto. Ma i cuori di Venezia sono anche le svolte, le calli tortuose, gli spazi improvvisi che si aprono dopo un angolo. Nel buio o alla luce del sole, fendendo la nebbia o strusciando con le braccia le pietre bianche o rosse, i mattoni o i marmi dei palazzi o delle case che 'decidono' le calli. Che le segnano e determinano le fughe. Da un luogo ad un altro, da un'isola ad un'altra, tra ponti, da un centro ad un altro. Non sono 'arterie', transiti, vie di fuga. Segnano e determinano le fughe da un cuore ad un altro, come passare, nel cuore, da parte a parte. Come se la potenza che la città esprime avesse bisogno, ogni volta, di un cuore unico, il suo, ma sempre altrove, che si dà sempre in un 'altrove', in un'altra calle, in un altro campo, in un altro ponte. Senza centro. E' per questo che al turista o al passante Venezia sembra una città 'senza cuore'. Una città che, non avendo un cuore, offre del sentimento. Ed invece, al contrario, quello che sembra la distanza della città è la sua più estrema vicinanza, il suo 'modo di dirsi'. Quello che sembra la sua 'mancanza di cuore' è la sua forza immensa ed imprendibile. Quello che sembra il suo 'non darsi' la sua più inquietante vicinanza. Tanto difficile da sostenere che a molti basta il suo 'truccarsi'. Il 'volto' di Venezia sono le sue isole, i confini più incerti; isole che fanno la città, che non si colgono, ma che si svelano nella forza della Giudecca, nella sua solitudine, nel suo essere sempre tutt'altro dalla città stessa. Venezia 'tiene' insieme gli opposti senza distruggerli, senza riassumerli, senza, a volte, inutilmente mostrarli. Li 'tiene' insieme e ne fa potenza. Nel doppio senso di forza e possibilità. E' l'acqua che ne declina i modi, e della potenza e delle possibilità. L'acqua che l'attraversa e, sempre, ad ogni ora, la rende 'straniera a se stessa', sei ore salendo, sei ore scendendo. Venezia 'tiene' insieme i suoi opposti. Solo quando, dopo il viaggio che l'ha attraversata, ti 'porta', infine, nel suo centro, quello che era il suo centro, solo quando, dopo questo viaggio tra tutti i suoi opposti, giungi a San Marco, solo allora scopri, d'un colpo, che non c'è, oggi non c'è più centro, che ogni porta d'accesso è quella falsa, che ogni viaggio è solo
uno dei tanti infiniti possibili, che ogni isola è, in fondo, la tua patria, prima di giungere, appena un ponte più in là, alla tua, quella nuova, la nuova patria che ti chiede, di nuovo, di ripartire. L'Europa. La nostra.

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