Dicembre 2004 Archives

Venezia oder/ou/o Europa

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In dialogo con Babsi e il suo post sull'Europa.

Chiedere, chiedersi cosa sia Venezia è come chiedersi cosa sia l'Europa. E' una domanda fuori luogo. E' una domanda sbagliata. Che non ha luogo. Ma, anche, una domanda scansata. Forse l'unica città dove l'Europa si 'mostra'.

Chi ha abitato Venezia ha abitato l'Europa. Perchè Venezia, come l'Europa, non risponde a queste domande. Non risponde. Parla da sè. A Venezia, oggi, si entra solo da un luogo. Si arriva a Venezia senza più 'mettere piede'. Non si arriva dal mare. Si arriva in macchina, in treno, pulmann. Raramente dal mare. Venezia ha perso il suo mare. Ti accoglie dal retrobottega di magazzino che sporge sul suo mercato. Ti accoglie. Ma ti disereda. Arrivare a Venezia è perdere, da un lato, memoria della tua origine, ma anche, insieme, non trovare futuro immediato, progetto. E' una città, oggi, senza più centro. Non serve pensare di trovare in San Marco 'il' centro della città. San Marco 'guarda' il mare, è l'occhio della città sul suo mare, è un largo, un aperto che la città ha deciso di darsi, ma sempre rivolgendosi al mare. Oggi, invece, le vie d'accesso, d'ingresso alla città passano da altrove. Sono come nascoste, celate alla città stessa. Se centro ed accesso, una volta, coincidevano, oggi il centro si sfalsa, si dà slegato, assoluto, solo. Se, da un lato, il monocentrismo d'accesso a Venezia ha svuotato San Marco, rendendolo 'pieno' di stasi, di statici, di uomini statici, rendendolo luogo d'arrivo e non più luogo d'incontro, questo stesso monocentrismo, quello per cui a Venezia si arriva 'solo' dal ponte della Libertà, ha moltiplicato all'infinito i suoi centri. Se Venezia ha perso il 'suo' mare, Venezia ha 'scoperto' i suoi centri. Nascosti, ovviamente. Solo grazie a questo sfalsamento dell'ingresso alla città, la città si moltiplica. Si declina ogni volta diversa. Venezia è forse l'unica città d'Europa dove si 'entra'. Non si arriva, ma si 'entra' in città. Si 'mette' piede. Se la porta è falsa, se se ne comprende la 'falsità', la città stessa si apre. Se giungi a Venezia dal mare oggi, le sue 'isole' non si comprendono. Venezia è una città fatta di isole. Di blocchi, più o meno omogenei, che si legano, attraverso ponti, attraverso le calli lunghe, attraverso i canali interrati. Se 'entri' in città dalla 'falsa' porta, dalla stazione di Santa Lucia o da Piazzale Roma, non risali la città, dal centro verso un altrove, ma attraversi le sue isole, da un altrove ad un altrove, da un'isola ad un'altra. Le isole, questi blocchi d'identità quasi omogenei che non coincidono con i sestieri - i quartieri di Venezia - si aprono, ogni volta come slarghi di libertà dove, dopo le fughe, i meandri, i bui e le pietre delle calli, ogni volta, ogni volta ad ogni campo, ogni volta trovi un taglio diverso degli angoli dei palazzi, una luce diversa che illumina l'acqua, un ponte, ogni volta un altro ponte che 'cade' sul campo, un altro campo. Ogni isola sembra un aggregato i cui confini non sono visibili. Ma l'isola stessa, questo cuore, uno dei cuori che pulsano e fanno vivere Venezia di vita propria, l'isola stessa, ogni volta che torni, che la rivedi, è sempre diversa, altra, un'altra ancora, tanto che a volte, pur conoscendola, non riconosci più nulla. Venezia ha più cuori di quante isole abbia. Ha un'infinità di cuori che pulsano e la rendono così viva da spazzare via, d'un colpo, tutte le sciocchezze sulla 'morte a Venezia'. Di Venezia. Sulla sua agonia. I cuori di Venezia, aritmici, sincopati, fuori luogo, sono i suoi campi. Innanzitutto. Che segnano le isole, le fanno altre dalle altre. Ogni campo, anche il più immobile, è uno dei cuori che pulsa. Alcuni con una frenesia angosciata, altri con la lentezza dell'animale a sangue freddo, altri ancora con la regolarità d'atleta. Solo se entri dalla 'falsa' porta attraversi la città. Altrimenti 'risali' la città. Dal suo centro ormai 'morto' a tutto il resto. Ma i cuori di Venezia sono anche le svolte, le calli tortuose, gli spazi improvvisi che si aprono dopo un angolo. Nel buio o alla luce del sole, fendendo la nebbia o strusciando con le braccia le pietre bianche o rosse, i mattoni o i marmi dei palazzi o delle case che 'decidono' le calli. Che le segnano e determinano le fughe. Da un luogo ad un altro, da un'isola ad un'altra, tra ponti, da un centro ad un altro. Non sono 'arterie', transiti, vie di fuga. Segnano e determinano le fughe da un cuore ad un altro, come passare, nel cuore, da parte a parte. Come se la potenza che la città esprime avesse bisogno, ogni volta, di un cuore unico, il suo, ma sempre altrove, che si dà sempre in un 'altrove', in un'altra calle, in un altro campo, in un altro ponte. Senza centro. E' per questo che al turista o al passante Venezia sembra una città 'senza cuore'. Una città che, non avendo un cuore, offre del sentimento. Ed invece, al contrario, quello che sembra la distanza della città è la sua più estrema vicinanza, il suo 'modo di dirsi'. Quello che sembra la sua 'mancanza di cuore' è la sua forza immensa ed imprendibile. Quello che sembra il suo 'non darsi' la sua più inquietante vicinanza. Tanto difficile da sostenere che a molti basta il suo 'truccarsi'. Il 'volto' di Venezia sono le sue isole, i confini più incerti; isole che fanno la città, che non si colgono, ma che si svelano nella forza della Giudecca, nella sua solitudine, nel suo essere sempre tutt'altro dalla città stessa. Venezia 'tiene' insieme gli opposti senza distruggerli, senza riassumerli, senza, a volte, inutilmente mostrarli. Li 'tiene' insieme e ne fa potenza. Nel doppio senso di forza e possibilità. E' l'acqua che ne declina i modi, e della potenza e delle possibilità. L'acqua che l'attraversa e, sempre, ad ogni ora, la rende 'straniera a se stessa', sei ore salendo, sei ore scendendo. Venezia 'tiene' insieme i suoi opposti. Solo quando, dopo il viaggio che l'ha attraversata, ti 'porta', infine, nel suo centro, quello che era il suo centro, solo quando, dopo questo viaggio tra tutti i suoi opposti, giungi a San Marco, solo allora scopri, d'un colpo, che non c'è, oggi non c'è più centro, che ogni porta d'accesso è quella falsa, che ogni viaggio è solo
uno dei tanti infiniti possibili, che ogni isola è, in fondo, la tua patria, prima di giungere, appena un ponte più in là, alla tua, quella nuova, la nuova patria che ti chiede, di nuovo, di ripartire. L'Europa. La nostra.

Ferocia

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Quando, con razionalità, si distingue, tutto sembra chiaro, evidente. Quando qualcuno ti ascolta mentre parli, tutto sembra, immancabilmente, certo, sicuro. Quando tutti, sino all'ultimo piccolo uditore, compreso nel tuo cerchio, non sa dirti, ti ascolta, ti guarda e tu parli, e poi parli e poi parli. Quando qualche donna non ti ascolta per quello che dici ma per come lo dici, quando tutti, senza eccezione alcuna, ti dicono che certo, a volte con differenze, a volte con ragione piena, a volte con ragione da vendere, tu, tutto quello che tu dici, è vero, indiscutibile, inattaccabile. Solo per la forza con cui tu lo dici, lo ripeti, lo affermi. Quando tutto questo accade, vuol dire che la tua forza non morde più, vuol dire che la tua scrittura non esiste, vuol dire che tu, con qualche eccezione per la violenza delle tue parole, puoi essere digerito, diluito, divorato, riaffermato e rigiocato, puoi dire o scirivere quello che vuoi, tanto, nessuno muta d'avviso. Della ferocia potresti scirvere un saggio; ma, invece, è il momento di scrivere per te. Dal luogo che abiti. Dal luogo dove sei.

Un testo, sventrato, di Morselli

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Da Cadavrexquis, sventro, con forza e richiesta di perdono, e senza nessuna autorizzazione, un testo di Morselli:

"Tutto è inutile. [ANCHE SE] Ho lavorato senza mai un risultato; [ANCHE SE] ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera [ALMENO COSì SEMBRA]. Ho pregato, non ho ottenuto nulla [ALTRO DA FARE AVEVA DIO]; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla [MI è SEMBRATO CHE NEMMENO MI ASCOLTASSE]. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell'esistenza degli altri [MA DI ME NEMMENO UN RICORDO, A VOLTE, MI è SEMBRATO CONSERVASSERO]; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho amato, sino a dimenticarmi di me stesso [ E NON è RIMASTO NULLA]; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. - Tutto è ugualmente inutile. [TRANNE QUESTO: CHE IO RICORDO TUTTO QUELLO CHE SCRIVO, CHE LO SCRIVO, CHE SCRIVO TUTTO QUESTO E LO CONSERVO, CHE SCRIVO E POSSO SCRIVERE TUTTO QUESTO SOLO PERCHE' NON SERVE A NULLA. E DI QUESTO 'NULLA' NE FACCIO, CON RABBIA, UNA SCRITTURA. LA MIA VITA.] "

Estratto da una lettera sulla filosofia

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"Serve molto coraggio, per restare ed attraversare un luogo, come per abbandonarlo.

Ma il coraggio, fortunatamente, non lo si può insegnare; di esso non si dà parola.

E' la discesa agli inferi per poi risalirne, portandone memoria.

Il coraggio non riguarda la paura, ma la lucidità.

E' più difficile essere lucidi che non aver paura.

La paura è quella che ti PORTA alla lucidità o alla disperazione. [e c'è anche la disperazione lucida di chi ha coraggio]

Tutte le generazioni devono avere la loro dose di coraggio, la loro lucidità. [così come la loro disperazione].

Cercate di essere lucidi, cerchi di essere lucida A MODO SUO.

La partita è questa.

Chi dice altro dice falsità.

E la lucidità è sputtanare le menzogne."

p.s. mi accorgo solo ora che questo estratto è in dialogo con il post di Cadavrexquis che non avevo ancora letto. Non mi sembra casuale, ma non saprei dire il perchè.

Tutta colpa di Severino

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Per anni, anni in cui la sprovvedutezza filosofica mi faceva da compagna, ho seguito Severino, le sue lezioni, la sua voce. Ho letto, anche per dovere accademico, tutti i suoi testi, di divulgazione compresa. Shangri-La in uno dei suoi ultimi post racconta la 'storiella edificante' di una studentessa, sè medesima, che tenta di decostruire, mattone dopo mattone, l'opera decisiva di Severino, 'La struttura originaria'. Dico 'storiella edificante' per un semplice motivo: chiunque abbia meditato, solo per un attimo, l'introduzione alla 'Struttura originaria' sa perfettamente come Severino inglobi in sè qualsiasi tipo di critica. E' come se si ricadesse nell'errore platonico di volere decostruire lo 'Straniero', cioè Parmenide. Cosa che infatti Platone non riesce a fare. L'errore è lì, nell'idea che si possa o debba smontare mattone dopo mattone una filosofia per criticarla. Da avveduto, Severino conosce bene questa strategia 'accademica' e la depotenzia sin dal nascere. Strategia 'accademica' che nelle punte di assoluta intelligenza (?) si esprime con la frase 'X è un cretino', in quelle di una giovane studentessa con una tesi di laurea 'su' qualcuno. Ora, da che mondo é mondo, chi pratica la filosofia sa perfettamente che non si scrive MAI 'su' qualcosa o qualcuno, ma si scrive CON/ATTRAVERSO qualcuno, qualcosa, un evento. Auschwitz, per nominare il luogo 'della' filosofia. E 'della' poesia. Da che mondo è mondo, e esclusi gli ultimi 50 anni, 'fare filosofia' era pensare e non attraverso le note a piè di pagina. Che un qualsiasi 'docente universitario' dica che "X é un cretino' la ritengo una nota a piè di pagina. Che uno studente scriva, come accade nel 99% dei casi, una tesi 'su' qualcuno per smontarlo o santificarlo, o mettersi nel luogo mediano tra i suoi critici, rientra in quello che potremmo ormai chiamare lo 'statuto universitario mondiale' della filosofia. E non é nemmeno colpa sua. Infine: da Severino non si esce se non attraverso l'ultima, altissima meditazione di Luigi Pareyson. Che, appunto, 'su' Severino non ha, a mia conoscenza, mai scritto una sola sillaba.

Diario moscovita: lontananza

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Mosca é una città strana, lontana ma che tutti, me per primo, continuano a pensare in Europa. Mosca, invece, vive di vita propria. Vive con una forza assoluta, sciolta. Straordinaria. Mosca vive con una forza dentro che niente e nessuno può e riesce a riportare alla normalità. La violenza della vita moscovita si nasconde, oggi, dietro i vetri ombrati delle macchine di grande cilindrata. Accanto agli autisti. Cammina insieme alle guardie del corpo che, a Mosca, appunto, sono diventati 'l'eccezione della ricchezza, la ricchezza'. Mosca non vive seguendo il ritmo dei moscoviti. Sceglie. Lascia. Abbandona e sfugge. Ma ogni volta che ce ne si allontana, una volta ancora, sappiamo, si sa, cosa raccontare. La si vede. Finalmente. Nella lontananza si sa come descriverla. La si pensa. In fondo, è una città che si pensa in lontanaza. Lontana dal'Europa, lontana dagli Urali, lontana da ogni luogo che tenta di afferrarla. Quando, per una caso quotidiano, come ogni giorno accade, tu esci dalla casa dove stai e, per un caso assurdo, solo per caso, per fortuna, tu l'abbracci. Mosca è lì, ti parla. Stai solo già partendo.

Qualcosa accade

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Un evento. Un fatto. Un incontro. 'Qualcosa accade'. Anche semplice, senza racconto, una finzione. Ma 'qualcosa accade'. Accade sempre qualcosa. Anzi: 'ci' accade sempre qualcosa. 'Ci' accade qualcosa. Non lo sappiamo, lo sfuggiamo. Non lo sappiamo riconoscere. Ma tutto il gioco, in fondo, il gioco della finzione, si consuma in questo 'ci'. 'Qualcosa accade'. Il resto lo sappiamo raccontare.

Si vive, ancora

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Ho citato: "Si vive come si può qui, con una mano sola. Ché l'altra sorregge il nuovo mondo". Trovo sia una frase folgorante. Nessun nuovo nato, nessuna nuova nata ne è coinvolto, coinvolta. Questa frase interroga i vecchi-nati. Se posso dir così. Se vivo come posso, qui, se penso a come sono, io ho una mano sola. Posso fare. Ma con una mano sola. Proprio perchè l'altra lavora per i nuovi nati. Che nulla sanno o dovranno mai sapere di questo 'lavoro'. Sorreggere il nuovo mondo non ha bisogno solo di 'una' mano. Ma questo serve. Anche solo, semplicemente di una mano. Il resto attiene, indiscutibilmente, al vecchio mondo. Questa frase, anche se chi l'ha scritta non lo sente o non lo dice, é, per eccellenza, una frase apocalittica. Dove per 'apocalisse' si intende la 'fine di un mondo', la 'fine del mondo'. Quello che conosciamo già. Che vogliamo abbattere.

Si vive

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Anch'io prendo in prestito le parole di Shangri-la, citate da Roquentin: "Si vive come si può qui, con una mano sola. Ché l'altra sorregge il nuovo mondo."

bio-grafie -- due

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L'unica cosa per cui continuo a detestare la 'rete' è, indiscutibilmente, la perdita della mia 'grafia'. Della 'nostra' grafia. La 'grafia' non é il 'come si scrive'. Una sera, mi ricordo, quando per tre mesi abbiamo occupato le università del 'regno', nel 1990, ed avevamo ragione, quella sera, una di quelle sere, mi hanno chiesto di scrivere. Mi hanno chiesto di vedere la mia grafia. Non mi sono sottratto. Ho, di quel ricordo, un pò di pena. Oggi, a distanza di qualche giorno dall'essere tornato sul 'luogo del delitto', ho un pò di pena. E certamente non ne ho nè per la mia grafia nè per la donna che mi ha chiesto di scrivere. Di graffiare un foglio. Quel foglio, io, ce l'ho. Lo conservo. Non solo nella memoria. Lo conservo fisicamente. Non solo come un numero, ma come una 'differenza', un numero immenso di cose che conservo, che continuo a vivere della mia bio-grafia. E, stasera, qui a Messina, ho deciso di scrivere avendolo davanti. La 'grafia', sento, non è il 'come si scrive'. Anche se solo davanti quella donna mi sono esposto. Per la mia grafia. La 'grafia' è, semplicemente, la rivoluzione. Io non so scrivere una mail, non so scrivere un messaggio, non so fare una rivoluzione. So solo che, quella volta, scrivendo quella frase sciocca, in quel piccolo pezzo di carta, in quel piccolo pezzo di carta senza che nessuno lo sapesse, so solo che, scrivendo in quel pezzo di carta che ho davanti, e che solo quella donna, quella ragazza ha visto, e che certamente lei non ricorderà, io ho scritto di me, forse per una volta, per sempre, quella volta, una 'grafia', che lei voleva 'leggere'.

Bio-grafie

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Non c'é, in fondo, nulla da aggiungere. La grafia che sono non riesce a darsi. Nè 'graficamente', né con 'senso' ricercato, accolto. Quello che, forse, chi me l'ha richiesta non sa, o forse dimentica, o forse sa, davvero, é che ogni grafia é, come scriveva Bataille, un graffio sulla propria vita. Sanguinante. Anche se in nulla si misura, in nulla la condividiamo, a breve, questa richiesta, in questo graffio c'è tutta la distanza, la misura che la scrittura può serenamante misurare. Con rabbia. Contro il mondo. Tutto é lì: un errore, una distanza, un'incomprensione. Salvo l'insubordinazione e la rivolta. Come sparare sugli orologi. Senza, mai, averli al polso. Nemmeno questa volta della mia grafia si dà una storia. La rabbia dopo il graffio. Riproverò.

Rivoluzione, ancora

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Quando, grazie al movimento delle forze che tendono alla rottura, la rivoluzione si manifesta come possibile, di una possibilità non astratta, bensì storicamente e concretamente determinata, allora in questi istanti la rivoluzione ha avuto luogo. La sola modalità di presenza della rivoluzione é la sua possibilità reale. Allora c'è sospensione, incertezza. In questa sospensione la società si disfa da parte a parte. La legge crolla. La trasgressione si compie: per un istante è l'innocenza; la storia interrotta" (Maurice Blanchot). Oggi, l'unica possibilità reale di rivoluzione è la scrittura, la sua forza, la sua rabbia, la sua purezza.

Diario moscovita: nostalgia

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Io non ho alcun motivo di essere in Russia. Se non il mio amore. Tutto, in Russia, si governa da sè. Si dà da sè. La Russia, Mosca, sotto questo aspetto, non rispondono a nessuna domanda. Mosca, da lontano, attraversandola, è la dimostrazione dell'inutilità stessa della storia. Tutto accade 'come se' noi esistessimo. Come se ci fosse una storia da raccontare. Ogni volta che cammino nel ventre di Mosca, tutto quello che accade non lo so raccontare. Tutto quello che accade nel ventre di Mosca è come se accadesse in un altro luogo. Almeno per me. Io posso, nel ventre di Mosca, inventare qualsiasi storia, scrivere qualsiasi parola, leggere qualsiasi libro. Tutto, improvvisamente, mi riporta al suo accadere. Accade tutto, e io non ne sono minimamente inquietato. Accade tutto. Di tutto. Tutto si governa da sè. Si da da sè. Accade. Tutto, invece, qui accade come saputo. Io non vengo da qui, ma nemmeno da lì. Sto, semplicemente, a guardare. Sto a guardare duecento persone che vanno ad ascoltare il finale di un colloquio su Heidegger. Ed hanno la forza di tornare a casa. Per poi, l'indomani, andare a lavoro. Come accadrebbe a Mosca. Ma non accade, perchè accadono altre cose. La differenza è tutta qui.

Anche se

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Anche se tutto sembra essere messo a posto, anche se tutto, per la vostra coscienza, sembra essere normale, anche se per voi, tutto sembra una vostra nota, anche se voi, ancora una volta, non c'eravate, anche se voi, che ci siete sempre, avete paura di me, di quello che dico, di quello che faccio prima che io lo faccia, e non ci siete comunque, anche se voi, che sparite in una lettera d'amore, fate finta di urlare, di dirmi che mi amate, anche se voi avete paura di dirla, di scriverla questa paura, anche se voi, davvero, dopo tutto quello condiviso, mi scrivete senza dire nulla, senza aggiungere nulla, anche se voi siete il mio Cristo, la mia salvezza, anche se su di voi io non posso dire più niente, non posso aggiungere nulla, non posso, davvero, rivoltarvi come vorrei, anche se non riesco, nemmeno ora, a dirvi chi siete, io vi giuro, senza dubbio, senza dubbio alcuno, che vi ucciderò incontrandovi per strada, solo incrociandovi per strada, senza sapere la vostra colpa, solo, per una attimo, guardandovi negli occhi. Vi ucciderò. Sono solo un pò in ritardo.

Una lettera d'amore

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a S.


amore mio

ancora, ancora oggi, con la più grande forza, e con tutta la libertà che sta dentro di me, io insisto, con la più grande forza, nella cosa che so fare meglio. filosofia. insisto nella mia scrittura, nella mia riflessione, nel mio luogo. tutto è contro di me. ma io non ho paura. Io ho paura per loro.

con la più grande forza dell'impossibile, quello che da anni, non so perchè, mi ritrovo accanto, non mollo. insisto. questo so fare. lo so fare bene, amore mio. Come mi hai insegnato tu.

con la più grande forza, con la disperazione abbracciata con me, la diperazione di vedere le mie parole perse, con la morte dove mi sporgo, con la disperazione del luogo da dove io parlo, dove mi sporgo da anni, ti volevo dire che io insisto. che sono qui, in questo luogo, il mio luogo.

io non ho paura. non l'ho mai avuta. Ho, davvero, sempre più paura per loro. tutto, davvero, sta diventando sempre più difficile per me. la paura è un sentimento che non ho mai provato. la disperazione sempre. la rabbia. la rabbia sempre. tale da poterli abbattere.

ogni volta che tentano di soffocarmi, sapendolo o no, ogni volta che non ho più luogo, ogni volta che tutte le tracce del mio cammino vengono cancellate, ogni volta che ci provano, ogni volta, ogni volta, tutte le volte, che mi tolgono la parola, io me la riprendo. me la riprenderò. sempre.

anche se tutto sta diventando sempre più difficile per me, questo, lo so, è il mio luogo. Lo frequento da anni. Ed inventerò, ancora una volta, luoghi per me e per altri, come sai, come hai visto. E parole, storie, e pensieri, per stare, con te, in questo luogo.

Mi hanno scritto: r-esistere.
Esisto solo così.

In fondo, poi, rideremo di tutto questo; in fondo ne ridiamo già. Perdonami se parlo solo di 'un luogo' fra i tanti che sono i nostri. Da un luogo. Perdonami. Per le assenze, i silenzi, le fughe. Perdonami per la violenza che metto in ogni parola. Perdonami per come continuo a vivere la mia vita. Ma è una guerra.

È quindici anni che mi batto per vincerla. Sapendone perfettamente l'inutilità. Se la perderò, come so già di perderla da quando l'ho cominciata, così come è sempre stato sempre chiaro nella storia che ci siamo detti, che ci siamo raccontati, vorrei che sapessi, d'improvviso, che ad ogni pausa, ad ogni fuga, ad ogni guerra, ho pensato, sempre, semplicemente a te. Riprendendo la parola che mi tolgono, la mia, la nostra.
Che ho pensato a te ad ogni guerra.
Che la faccio solo grazie a te. Il resto, in silenzio, ce lo raccontiamo di notte. Come sempre. Come sempre, questo resto lo facciamo diventare giorno.

Wolf

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da Babsi

"Invece, mi torna in mente, io ero famosa perché sopportavo il dolore. Perché tenevo più a lungo di tutti la mano sulla fiamma. E non facevo una smorfia. Non piangevo." [Christa Wolf, Cassandra].

Critici

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Gennaio 1914


Mio caro Proust,

da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè! perchè deve essermi così doloroso amarlo tanto?...

...Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della N.R.F. - e (poichè ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi cocenti della mia vita. Con ogni probabilità credo si debba vedere in ciò un destino implacabile, poichè è una spiegazione davvero insufficiente del mio errore dire che mi ero fatta un'immagine di voi dopo pochi incontri "in società" che risalgono a circa vent'anni fa. Per me, voi rimanevate colui che frequenta assiduamente le signore X... e Z... colui che scrive su "Le Figaro"... Vi credevo - devo confessarvelo? - "dalla parte dei Verdurin".

Uno snob, un mondano dilettante, quanto di più modesto potesse esserci per la nostra rivista. E il gesto, che comprendo così bene oggi, di aiutarci a pubblicare questo libro, che avrei trovato affascinante se me lo fossi chiarito bene, non ha fatto, ahimé! che radicarmi in quell'errore.

Non avevo a disposizione che uno solo dei quaderni del vostro libro, che aprii con mano distratta, e la sfortuna volle che la mia attenzione cadesse subito nella tazza di camomilla di pag.62, poi inciampasse a pag.64, nella frase (la sola del libro che non so proprio spiegarmi - fino ad ora, perchè non aspetto per scrivervi di averne ultimato la lettura) in cui si parla di una fronte da cui traspaiono le vertebre.

E ora non mi basta amare questo libro, sento di provare per il libro e per voi una sorta di affetto, di ammirazione, di predilezione singolari.

Non posso continuare...Ho troppi rimpianti, troppi dolori - e soprattutto se penso che il mio assurdo rifiuto ha avuto conseguenze per voi , che vi avrà fatto soffrire, e che oggi io merito di esser giudicato da voi, ingiustamente, come io vi avevo giudicato. Non me lo perdonerò mai, - ed è soltanto per alleviare un poco il mio dolore che mi confesso a voi questa mattina - supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto non lo sia io stesso.

André Gide

Sartre e il mistico nero senza dio

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L'unica 'vertigine' della scrittura di Sartre è un suo silenzio. 'Vertigine' è, in questo caso, il luogo dove la scrittura di Sartre non è arrivata. Tra il '42 e il '44 Georges Bataille pubblica tre testi fondamentali. Per la violenza, la rabbia, il silenzio, il riso sulla propria e l'altrui scrittura. Per l'esposizione. Tre testi da fare leggere nelle scuole elementari. 'L'esperienza interiore', 'Il colpevole', 'Su Nietzsche'. Per Gallimard. La 'Summa a-teologica'. Sartre, lo sfollato, come Bataille, li legge. E poi, come a volte gli è capitato, spara il suo giudizio. Roquentin aleggia ancora, ma, di più, nel '44, si presenta già il fantasma del Sartre filosofo. Il Sartre della 'Critica', il Sartre incerto, sfocato, che giudica e crede di poter decidere. Sartre spara il suo giudizio. E la palla del colpo di pistola gli ritorna indietro. Bisognerebbe rileggere, sillaba dopo sillaba, la risposta di Georges Bataille alla recensione del 'filosofo', alla recensione di Jean-Paul Sartre. Bisognerebbe rileggere, sillaba dopo sillaba, le pagine dedicate al 'filosofo', alla danza con il 'filosofo', che Bataille dedica a Sartre nel suo 'Su Nietzsche'. E la risposta al 'suo critico'. Si imparerebbe a sorridere di Sartre 'critico'. La 'critica', il 'giudizio', l'esclusione. Danza vera. Immaginiamo, solo per un attimo, Georges Bataille e Sartre che danzano, insieme. Ubriachi per la liberazione di Parigi. Come potremmo danzare noi in un giorno di festa. Ad una festa. Guardandoci negli occhi. Dopo il dibattito sul 'peccato', Sartre, a mia conoscenza, non ha mai più scritto una sillaba su Bataille. Bataille, salvo su questa danza, non ha mai scritto su Sartre. (mi potrei sbagliare davvero). Heidegger diceva, negli anni cinquanta, che Bataille fosse la migliore testa pensante in Francia. Lo diceva dopo il sartriano 'L'esistenzialismo è un umanismo'. Non lo ritengo un complimento. Ma quello sparo di pistola sartriana continua a risuonare. Era un tentato omicidio.

Vanità

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Li prendi, li apri, li spacchi, li sbudelli e li rivolti, li rigiri, li riguardi, da vicino, da lontano, li sbatacchi a destra e a manca, li spremi, li schiacci, ci parli pure, li guardi, cerchi di convincerli, invochi, bestemmi, li schiaffeggi, gli volti le spalle, li inquieti, li minacci, li abbandoni.

Loro sono sempre lì, come se nulla fosse successo, come se intorno non accadesse nulla, come se la loro vita fosse la misura delle cose, le cose dovessero adeguarsi alla loro voce monocorde, sempre uguale, i gesti sempre uguali, le scritture sempre uguali, le strette di mano sempre uguali, i pensieri sempre uguali, la faccia sempre uguale. Una faccia di merda. Da funzionario della cultura, da impiegato della scrittura.

Tutto

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Tutto, davvero, sta diventando molto difficile.

Cani

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La riposto, con piccole, decisive modifiche.
a C.R., P.A, S.G.


abbiamo lasciato
volendolo
ciò che ci attendeva

ai bordi di marciapiedi, negli angoli nascosti,
cesellato, vivi,
scritture e dediche e poi,
insieme, inseguito
della vita la sua 'puzza',
o l'odore della morte -
ovunque il suo respiro, con chiunque

tra strade con nomi sconosciuti o ruoli -

adesso,
tra cani senza madri o padri,
mordiamo ciò che resta
della vita che avevamo -

lenti, senza branco, camminiamo soli
cerchiamo altrove

non ci saranno dimissioni
nè pensioni
garantite dai canili della vita

Quando

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Quando una generazioni di scrittori diventa un circo di scribacchini, quando una generazione di 'scrivani' si dà prigioniera, senza la resa delle armi, agli eserciti dei critici, quando una generazione interamente 'politica' si vende al primo offerente per qualche apparizione televisiva, per qualche consulenza al ministero, per qualche posto d'alto dirigente, quando tutta una generazione intera abbassa gli occhi quando la 'bestia' ti guarda, quando il potere ti carezza, quando le si chiede di pensare con le note a piè di pagine, quando tutta un'intera generazione si sente nel luogo più estremo della sconfitta, del fallimento, dell'impossibilità, della più assoluta afasia, quando questa generazione, la mia, si trova nel luogo del massimo pericolo, nel luogo della sua estinzione, questa generazione ha trovato, è già nel luogo della scrittura, nel luogo della sovversione non sospetta, della congiura. Essa, oltre gli applausi per i buffoni di turno, così sembra, continua a tacere. I congiurati lo sanno. È il silenzio prima della rivolta.

Nell'atrio di un colloquio

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Oggi ho incontrato una persona conosciuta, stimata, che ha un nome a livello internazionale nella filosofia. Uno studioso, un professore. Una persona che mi ha fatto molto male. Da allora, da quel giorno, ci eravamo incontrati altre quattro volte. Una all'ultimo mio esame, due per strada, la quarta ad un altro colloquio. Il mio ultimo esame - a pochi giorni dalla discussione della mia tesi - non lo descrivo, per strada solo un 'buongiorno' come tra cani che si conoscono bene, la quarta non mi aveva visto. Sapevo che avrebbe parlato. Non ho ascoltato una sola parola del suo intervento. Ho dato appuntamento ai miei 'colleghi', tutti non italiani, in un bar. Ma poi, non ho resistito. Prima che finisse, sono ritornato, senza entrare in sala. Erano tutti fuori. Ad uno ad uno erano usciti. Commentavano di lui. Poi al bar si sono scatenati. Mi chiedevano se non mi vergognavo dello stato della filosofia italiana. Ho risposto che sono i filosofi che semmai dovrebbero vergognarsi, e per cose ben più serie, e questa non lo era. Poi, qualche ora dopo, l'ho incrociato nell'atrio del colloquio. Mi ha visto, mi ha riconosciuto. A distanza di 12 anni. Come sempre l'ho salutato per primo. Lui mi ha risposto e, mentre io ero con altri, mi ha chiesto come stessi. A voce alta. In italiano. Mi sono avvicinato e gli ho risposto che stavo bene. Poi mi chiede cosa ci facessi lì, e io rispondo che quella era la 'mia' università. Alla faccia stupita, ho aggiunto che stavo facendo il dottorato di ricerca a Strasburgo con Jean-Luc Nancy. "Veramente?! Complimenti...E quanti anni ti mancano?" "Sto terminando". Pausa di imbarazzo. Io taccio. Lo guardo negl'occhi. E lui '...in bocca al lupo..' 'Grazie'.

Non gli ho stretto la mano. Non lo farò mai.
Di me si ricorderà per tutta la sua vita.

Filosofia, ancora

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Oggi mi veniva in mente una banalità. Ma che nessuno dice mai. In duemilacinquecentoanni, è solo da 50 anni a questa parte che si fa filosofia con le note a piè di pagina.