Quello che non si vuole comprendere, non si vuole mettere in questione, non si mette al centro di ogni 'discussione' sullo statuto della filosofia, è il suo 'luogo'. O, meglio, il luogo che le assegnamo. Di per sè, la filosofia è una disciplina debole, fragile, esposta. Tanto la filosofia si incrocia con il suo statuto politico, tanto la debolezza della filosofia emerge. Il luogo che assegnamo alla filosofia è il luogo attraverso cui pensare la politica. Non è possibile, in nessun senso, 'fare' filosofia senza pensare il luogo della politica, il luogo che la politica le assegna, senza pensare questo destino comune. 'Assegnare' un luogo alla filosofia è determinare lo statuto della politica. Pensare questo statuto. Questa scelta, che a volte può sembrare 'solo filosofica', o 'solo amministrativa', è così gravida di conseguenze politiche che la stessa pratica politica non ha il coraggio di nominarla. La politica nomina, ogni volta, questa ridislocazione dello statuto della filosofia con altri nomi. Essa ne ha paura. Non ha la forza di chiamarla per nome. La 'filosofia' diventa, ogni volta, una scienza, una tecnica, una morale, un orpello inutile, lo strumento d'analisi, un'analisi, una rivoluzione, lo strumento di un'affermazione. La politica non nomina mai la filosofia con il suo nome. Ma la politica, sempre, ha la necessità di collocare la filosofia. Di strutturare il suo statuo, di segnare, marcare il suo luogo. Di per sè, la filosofia è incapace di delimitare il luogo che abita. La si potrebbe chiamare un'interrogazione infinita. Esattamente nominando il suo statuto. La sua debolezza e la sua fragilità diventano, per la politica, lo strumento primo di ogni tentativo di appropriazione di questa debolezza e di questa fragilità. Diventano, sono, ancora oggi, oggi più che mai, il luogo attraverso cui la politica tenta di appropriarsi della filosofia. La politica, nella figura dello Stato moderno, ha delineato, determinato e tracciato nell'Univeristà il luogo in cui la filosofia può esprimersi. In questo gesto, lo Stato moderno, meglio di prima, ha saputo blandire la sovversione propria di ogni interrogazione filosofica. Lo ha fatto con la complicità della filosofia stessa. L'istituzione universitaria, nata come 'luogo' di riconoscimento dell'autonomia dell'interrogazione, è divenuto il luogo in cui il dispositivo più proprio della filosofia, quello della sovversione, venisse, finalmente, governato proprio perchè riconosciuto. Il 'riconoscimento' che lo Stato moderno ha dato alla filosofia, esattamente dopo Rousseau e grazie ad Hegel, è la cetralina che, ancora oggi, fa muovere, elettricamente, la 'pratica' filosofica. La fa muovere mimando le necessità della politica. Lo 'tatuto universitario mondiale'che l'interrogazione filosofica ha assunto ne è l'incontrovertibile controprova. Per dirla meglio: il fatto che, in ogni luogo, l'interrogazione filosofica venga 'pagata' dallo Stato è la prova incontrovertibile non solo della tangenza, dell'interesse e della necessità della politica di determinare il luogo dell'interrogazione filosofica. Della necessità di governarlo. Il fatto che, in ogni luogo, uno Stato, con qualsiasi ideologia, abbia oggi la necessità di offrire strutture, possibilità, anche se minime, e riconoscimento a chi attraversa l'interrogazione filosofica, questa necessità è la dimostrazione di questa tangenza tra politica e filosofia, la dimostrazione della necessità di legittimazione che ogni politica domanda, che la filosofia può dare, che la filosofia ha imparato a vendere. Ovviamente, al miglior offerente. Nel momento in cui questa 'performatività', questa capacità di ri-strutturare, strutturare l'opinione pubblica, intesa come politica, comincia a sfuggire alla filosofia, lo Stato, inteso come direttore di coscienza, comincia a venire meno, a 'dedicarsi' ad altro. A dedicarsi meno alla filosofia. Alla sua cura, alla sua guida. Ogni differenza, oggi, tra storia della filosofia e e filosofia, dichiarata neutramente, non si assume questa consapevolezza. Ogni distinzione filosofica, che vive della vecchia proiezione che il direttore di coscienza ha proiettato e determinato, ne rimane prigioniera. Rimane, indiscutibilmenta, vecchia. Tutto ciò vale, ovviamente, per l'Occidente. Che è l'unico luogo, però, che ha visto questa fine. E che ha pensato l'incrocio cruciale tra politica e filosofia.
E dunque. Su questo luogo, l'Università, che la politica ha deciso far divenire il luogo della filosofia, ed oggi, senza discussione alcuna, ha deciso di svuotare, oggi il ritornello dovrebbe essere più radicale. Ed invertire i termini. Nè come essere 'altri', nè come essere gli 'stessi', veri, fedeli. Ma, in fondo, davvero, come uscirne senza mai esserne entrati. E, ancora, e più radicalmente, come uscire da questa politica senza averci mai messo piede. E cioè, e finalmente, come pensare una politica che, davvero, possa dirsi 'altra'. Una 'sovversione'. Finalmente.