November 29, 2004

"L'animale" di Franco Battiato

Vivere non è difficile potendo poi rinascere
cambierei molte cose
un po' di leggerezza e di stupidità.
Fingere
tu riesci a fingere
quando ti trovi accanto a me
mi dai sempre ragione e avrei voglia di dirti
ch' è meglio se sto solo...

Ma l' animale che mi porto dentro
non mi fa vivere felice mai
si prende tutto
anche il caffè
mi rende schiavo delle mie passioni
e non si arrende mai e non sa attendere
e l' animale che mi porto dentro vuole te.

Dentro me segni di fuoco
è l'acqua che li spegne
se vuoi farli bruciare tu lasciali nell' aria
oppure sulla terra.

Ma l' animale che mi porto dentro
non mi fa vivere felice mai
si prende tutto
anche il caffè
mi rende schiavo delle mie passioni
e non si arrende mai e non sa attendere
e l' animale che mi porto dentro vuole te.

Posted by millepiani at 3:50 PM

Scrittori, scrittrici e personaggi

"Ogni personaggio ha la sua verità. La verità che continua a dire, a ripetere, ogni volta contro il suo autore. Per un personaggio l'autore è semplicemente una bestemmia, uno squallido attacco alla sua esistenza. Alla sua sussistenza. Al suo pane. Il personaggio vive di ciò di cui non vive l'autore. L'autore vive di letture: il personaggio di lettori. L'autore è un vivente: aspira ad esserlo. Il personaggio è un vissuto: aspira a diventarlo. Il personaggio è "lettera": aspira a "vivere". L'autore è "vita": aspira a "scrivere". Ogni scrittura è la morte dell'autore. Inutile dire cos'è la stessa scrittura, per un personaggio. Il personaggio è sempre contro l'autore, contro ogni autore. Il ridicolo è quando l'autore pretende di ergersi a personaggio. Pensando così di non morire. Qualunque personaggio, anche il può infimo, inesorabilmente, allora, lo uccide. --Gianfranco"

Posted by millepiani at 9:59 AM

Filosofia

Posted by millepiani at 7:43 AM

come una dedica

'vivre à gauche, tenir".

Posted by millepiani at 6:59 AM

November 28, 2004

premi -2-; Luzi e Gasparri

ROMA - In Parlamento meglio un presentatore di quiz tv piuttosto che un poeta. Ne è convinto il ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri che a sostegno della sua tesi cita il giudizio dello showman Fiorello. "Mi vergogno che sia nominata senatore a vita una persona di questo tipo che offende il nostro mondo", ha detto l'esponente di An riferendosi al poeta Mario Luzi, recentemente insignito della carica dal Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi. "Una volta - ha aggiunto Gasparri - Fiorello disse che avrebbe voluto Mike Bongiorno senatore a vita. Ecco era meglio Mike Bongiorno". A scatenare il disprezzo del ministro per il grande letterato toscano (che ha appena compiuto 90 anni) un'intervista concessa al mensile Micromega nella quale, tra le altre cose Luzi sostiene che "i fascisti di An hanno le idee confuse''. L'attacco di Gasparri ha fatto scattare l'immediata solidarietà dell'opposizione. Per il comunista italiano Gianfranco Pagliarulo è "inaudito che un ministro se la prenda con una personalità limpida, indiscussa, come quella del neo senatore a vita Mario Luzi". "Credo - aggiunge Pagliarulo - che il massimo garante della democrazia, il presidente della Repubblica, non possa più esimersi dal chiedere un chiarimento immediato a Silvio Berlusconi". Luzi, dal canto suo, nel replicare a Gasparri non ne fa una questione di cultura, quanto di politica. "Meglio Mike Bongiorno di me senatore a vita? Forse - ha commentato - perché sarebbe più conciliante con le posizioni della destra". "Non mi meraviglio - ha detto Luzi - che, pur senza offendere per nulla Mike Bongiorno che ha svolto e svolge egregiamente il suo lavoro, il ministro Gasparri probabilmente lo trovi più conveniente nella carica di senatore a vita che mi è stata conferita".

Posted by millepiani at 4:27 PM | Comments (1)

November 27, 2004

Mario Luzi: 'Muore ignominiosamente la repubblica"


Senza dedica.


Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima - cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l'udienza è tolta.

Posted by millepiani at 9:51 PM

Premi

A capo. Non so che siano. Poi dopo ci ragiono. Nella maniera più violenta, direi: "Buongiorno, ben arrivato." C'è chi li accetta e chi li rifiuta. Nè Babsi nè Roquentin li accettano. E citano pure Sartre. Una frase, mi pare, serva. "Quando sei premiato - o vogliono-, il problema è tuo, della tua scrittura".

Posted by millepiani at 9:10 PM

Sul luogo della filosofia. La sua interrogazione. La sua fine. Sull'università.

Quello che non si vuole comprendere, non si vuole mettere in questione, non si mette al centro di ogni 'discussione' sullo statuto della filosofia, è il suo 'luogo'. O, meglio, il luogo che le assegnamo. Di per sè, la filosofia è una disciplina debole, fragile, esposta. Tanto la filosofia si incrocia con il suo statuto politico, tanto la debolezza della filosofia emerge. Il luogo che assegnamo alla filosofia è il luogo attraverso cui pensare la politica. Non è possibile, in nessun senso, 'fare' filosofia senza pensare il luogo della politica, il luogo che la politica le assegna, senza pensare questo destino comune. 'Assegnare' un luogo alla filosofia è determinare lo statuto della politica. Pensare questo statuto. Questa scelta, che a volte può sembrare 'solo filosofica', o 'solo amministrativa', è così gravida di conseguenze politiche che la stessa pratica politica non ha il coraggio di nominarla. La politica nomina, ogni volta, questa ridislocazione dello statuto della filosofia con altri nomi. Essa ne ha paura. Non ha la forza di chiamarla per nome. La 'filosofia' diventa, ogni volta, una scienza, una tecnica, una morale, un orpello inutile, lo strumento d'analisi, un'analisi, una rivoluzione, lo strumento di un'affermazione. La politica non nomina mai la filosofia con il suo nome. Ma la politica, sempre, ha la necessità di collocare la filosofia. Di strutturare il suo statuo, di segnare, marcare il suo luogo. Di per sè, la filosofia è incapace di delimitare il luogo che abita. La si potrebbe chiamare un'interrogazione infinita. Esattamente nominando il suo statuto. La sua debolezza e la sua fragilità diventano, per la politica, lo strumento primo di ogni tentativo di appropriazione di questa debolezza e di questa fragilità. Diventano, sono, ancora oggi, oggi più che mai, il luogo attraverso cui la politica tenta di appropriarsi della filosofia. La politica, nella figura dello Stato moderno, ha delineato, determinato e tracciato nell'Univeristà il luogo in cui la filosofia può esprimersi. In questo gesto, lo Stato moderno, meglio di prima, ha saputo blandire la sovversione propria di ogni interrogazione filosofica. Lo ha fatto con la complicità della filosofia stessa. L'istituzione universitaria, nata come 'luogo' di riconoscimento dell'autonomia dell'interrogazione, è divenuto il luogo in cui il dispositivo più proprio della filosofia, quello della sovversione, venisse, finalmente, governato proprio perchè riconosciuto. Il 'riconoscimento' che lo Stato moderno ha dato alla filosofia, esattamente dopo Rousseau e grazie ad Hegel, è la cetralina che, ancora oggi, fa muovere, elettricamente, la 'pratica' filosofica. La fa muovere mimando le necessità della politica. Lo 'tatuto universitario mondiale'che l'interrogazione filosofica ha assunto ne è l'incontrovertibile controprova. Per dirla meglio: il fatto che, in ogni luogo, l'interrogazione filosofica venga 'pagata' dallo Stato è la prova incontrovertibile non solo della tangenza, dell'interesse e della necessità della politica di determinare il luogo dell'interrogazione filosofica. Della necessità di governarlo. Il fatto che, in ogni luogo, uno Stato, con qualsiasi ideologia, abbia oggi la necessità di offrire strutture, possibilità, anche se minime, e riconoscimento a chi attraversa l'interrogazione filosofica, questa necessità è la dimostrazione di questa tangenza tra politica e filosofia, la dimostrazione della necessità di legittimazione che ogni politica domanda, che la filosofia può dare, che la filosofia ha imparato a vendere. Ovviamente, al miglior offerente. Nel momento in cui questa 'performatività', questa capacità di ri-strutturare, strutturare l'opinione pubblica, intesa come politica, comincia a sfuggire alla filosofia, lo Stato, inteso come direttore di coscienza, comincia a venire meno, a 'dedicarsi' ad altro. A dedicarsi meno alla filosofia. Alla sua cura, alla sua guida. Ogni differenza, oggi, tra storia della filosofia e e filosofia, dichiarata neutramente, non si assume questa consapevolezza. Ogni distinzione filosofica, che vive della vecchia proiezione che il direttore di coscienza ha proiettato e determinato, ne rimane prigioniera. Rimane, indiscutibilmenta, vecchia. Tutto ciò vale, ovviamente, per l'Occidente. Che è l'unico luogo, però, che ha visto questa fine. E che ha pensato l'incrocio cruciale tra politica e filosofia.
E dunque. Su questo luogo, l'Università, che la politica ha deciso far divenire il luogo della filosofia, ed oggi, senza discussione alcuna, ha deciso di svuotare, oggi il ritornello dovrebbe essere più radicale. Ed invertire i termini. Nè come essere 'altri', nè come essere gli 'stessi', veri, fedeli. Ma, in fondo, davvero, come uscirne senza mai esserne entrati. E, ancora, e più radicalmente, come uscire da questa politica senza averci mai messo piede. E cioè, e finalmente, come pensare una politica che, davvero, possa dirsi 'altra'. Una 'sovversione'. Finalmente.

Posted by millepiani at 4:49 AM

Giorgio Colli, davvero: ancora un nome

Nomi, ancora nomi. Luoghi. Descritto nella maniera più splendida, senza il suo permesso, come sempre (noi non abbiamo bisogno di nessun permesso, vero Gianfranco?, per condividere) mi permetto di postare questa scrittura, questo ricordo, questa distanza. E tutta la vicinanza del pensiero. E l'incandescenza. L'urgenza. Ed ancora, soprattutto, l'amicizia. E tutto questo non può che impormi di prendere parola. Anch'io.

"Oggi, davanti a Cacciari, Bodei, Volpi, Campioni, davanti al "pazzo" che ad un tratto si è alzato gridando "il Logos, il Logos, il signor Cacciari parla del Logos, cosa applaudite?", oggi, davanti a Colli, al suo nome serbato, avrei voluto dire qualcosa. Colli è stato uno dei primi "nomi" della mia vita pisana: nella mia prima settimana a Pisa, quando cercavo Peppino quasi ogni sera per uscire, mi preparavo a seguire l'ultimo, il primo corso di Zagari, stavo al telefono a parlare con Emilio (che allora mi chiamava da Roma e da Messina) e bastava un quarto d'ora per vedere Mario. Quando ascoltavo a più non posso la sinfonia 40 di Mozart. Quando uscivo di notte a piedi o in bicicletta e imparavo - lo imparo ancora - ad sentire il silenzio delle notti pisane, quando guardavo l'orrenda carta da parati della mia stanza e pensavo ancora che avrei potuto sommergere una parete di poster, di fotografie, di volti. In quella settimana leggevo due libri: "Che cosa ha detto Nietzsche" di Mazzino Montinari e "La nascita della filosofia" di Giorgio Colli. Capite? I miei primi nomi, dopo Roma. I miei primi nomi di Pisa. L'esordio, nel senso più bello del termine. Se mai un "esordio" sia veramente possibile. Ma non è di questo che avrei voluto parlare, dire, oggi. Giorgio Colli è stato "uomo di margine" per l'Accademia italiana, dice Cacciari, ai margini di quel "burocraticismo italiano del sapere" che oggi "è presente come allora". Ha parlato, Cacciari, l'anziano Cacciari, di un "dramma" consumatosi tra Colli e l'università, e il "sapere disciplinato dallo Stato". Di un dramma a due, a due "attori", l'uno contro l'altro, irriducibili, senza falsa moralità. L'uno dentro l'altro. Dramma "che si ripete, nella storia della filosofia". Dramma che si ripete nuovamente nel "nodo tra filosofia e storia della filosofia, tra filosofia e filologia". Poi il discorso è volato su altro. Poco prima Michel Valency aveva parlato di Colli come di uno che "spacca l'università". Insistentemente, per tutta la serata, mentre i relatori parlavano, si faceva sentire la stessa questione. Insistentemente, insomma, la questione del "luogo" della filosofia. Del luogo che questa ha assunto di volta in volta nella sua "storia". Non so in quanti l'abbiamo notato, forse in molti, forse solo qualcuno. C'è stato poco spazio per intervenire, ma per un'ora e mezza, mentre i relatori parlavano, oscillavo continuamente tra il dubbio e la conferma che questa in fondo, in quel momento, fosse la vera questione in gioco. Giorgio Colli. E Friedrich Nietzsche. E, ovviamente, Schopenhauer come educatore. I "luoghi" della filosofia". Avrei voluto chiedere a Cacciari, Bodei, a tutti, quale fosse il luogo che la filosofia si dà ora. Dopo, irrimediabilmente dopo, Humboldt. E Gentile. Non so cosa avrebbe risposto Cacciari, so cosa avrebbe risposto Bodei. So che nessuno dei due avrebbe risposto. A me, quantomeno. Poco, entrambi, mi avrebbero detto del nostro dramma. Forse, però, ho sbagliato, forse avrei dovuto insistere, chiedere la parola, vincermi. Nel filmato conclusivo, che abbiamo guardato in pochi, tra cui Bodei, Cavallo, una quindicina di altre persone, metà delle quali allievi di Colli, veniva tracciato l'itinerario biografico. Immagini di repertorio, interviste: Giulio Einaudi, Mazzino Montinari, il vecchio Boringhieri, i suoi studenti. Le stesse facce, un po' più lisce, che, se spostavo un po' la testa, potevo osservare intorno a me. Un lungo, lunghissimo filmato. Una vita. Anzi, più di una. Seduto, un po' incerto, goffo, su una sedia, in una stanza vuota davanti all'intervistatore, nell'ultima scena, l'unica in cui appare mentre parla, Colli fa in tempo a spiegare il suo "dopo Nietzsche": "Dopo Nietzsche, semplicemente... diventa possibile per ognuno fare filosofia". Non dice altro. Faccio in tempo a stringere la mano di Cavallo e ad uscire. Non ho detto nulla, in fondo, ma non ho pensato ad altro. Fino ad ora. Ora ho pensato a voi. "Vi" ho pensato. Un abbraccio Gianfranco"

Posted by millepiani at 3:21 AM

Pinokkio

C'è un progetto. Un progetto di rilettura, di dissacrazione. Pinokkio. Chi volesse, può 'riscrivere', pensare, ripensare, ri-raccontare. Non esitate.


FAVOLE

T'avrei,
se volessi, ancora -
dicendo che ti aspetto ogni notte,
o le storie che mi hai insegnato a raccontare

e se fuggissi
t'avrei lo stesso - so che mi cerchi;
se gridi o piangi, ricorda
di non dirti mai sola,
non lo perdonerei

Tornerò-
ho deciso così- si tratta d'attendere
il burattino saluta la sua fata
e la bacia

sbrigati però, preparati,
il tempo passa in fretta

Posted by millepiani at 1:05 AM

November 26, 2004

Nomi

A S.

Quando la morte si presenta noi non sappiamo dire. Sappiamo dire solo no, a volte sì, dei sì. Quando si presenta, con la forza che ha, noi non sappiamo dire più nulla. Non abbiamo più 'parola'. Ed invece, la nostra parola è più importante di qualsiasi silenzio. È stato difficile dirti di non partire. È stato difficile partire. Perchè volevo restare. Perchè volevo partire con te. Perchè avrei voluto dire con te. Perchè avrei voluto stare in silenzio abbracciato con te. È solo per questo, grazie a questo, che io non ho paura di niente, meno che mai della morte. Della vita, ognuno di noi, può dire l'infinita potenza ed impotenza. Anche senza l'altro, l'altra. Di questa infinita potenza, di questa infinita impotenza, grazie ad entrambe, noi diciamo tutto quello che sappiamo dire. Noi tessiamo, costruiamo, invochiamo, speriamo, preghiamo. Tutto quello che noi non sappiamo dire è quello che sta in mezzo. Tra la potenza e l'impotenza. Eppure, a volte, proviamo. Quello che sta in mezzo, tra la potenza e l'impotenza, è un nome. Quello che noi non sappiamo dire è un nome. Quello che sta in mezzo, tra la potenza e l'impotenza, è un nome. È difficile pensare, insieme, questo centro 'mediano', questo 'meridiano'. È difficile dire un nome. Dirlo, pronunciarlo quando questo nome si toglie, si nega, non si dà più. Ma la forza dei nomi, la forza di un nome, quando noi lo pronunciamo, la forza proprio di 'quel' nome, la forza di questo nome è più forte, diventa più forte proprio quando questo 'meridiano' diventa luogo, il nostro luogo. Abitare questo luogo dei nomi è difficile. Abitare questo 'meridiano' è difficile. Abbracciare questo luogo è difficile. Come è difficile abbracciare tutti i nomi che abitano questo luogo. I nomi cari. I nomi senza volto nè nome. Tutti i nomi che ci aspettano. Il nostro nome. Se c'è un gesto, e un gesto c'è, in cui ogni nome trova il suo abbraccio, ogni nome trova finalmente riposo, se c'è un luogo, se c'è un 'meridiano', noi questo luogo non possiamo 'saperlo'. Se c'è, e questo luogo, questo abbraccio, questa pronunzia c'è, se c'è questo luogo, questo luogo è, ogni volta, dire, ridire i nomi, ricordarli, pronunziarli, ancora una volta, ancora dirli, dirli ancora, senza che siano più prigionieri nè della potenza nè della nostra impotenza. Se c'è, e c'è, un meridiano, uno spazio di libertà, d'amicizia d'amore e di lontananza, finalmente, un centro, una memoria, questo luogo attende il nostro dire. Un nome. Ancora una volta. Da dire. Ridire. Pronunziare. Finalmente. Questa volta. Ancora una volta.

Posted by millepiani at 3:49 AM

Diario moscovita. una partenza - due-

Seconda bimba, secondo mostro. Ho un passaporto che ha tre anni. È quasi sfatto e non so perchè. Ogni volta che lo guardo penso: "Dal lato della fotografia sembra falso, sembra che il passaporto sia vero ma la fotografia falsa, messa lì dopo, aggiunta". Dopo il guardone-macchinico e la palpatrice, mi presento al controllo. Carta d'imbarco, passaporto. Non sono un terrorista e me ne vanto, almeno tra me e me. Poi, d'improviso, ed in italiano: " Ma la foto l'ha messa lei?". Non so che dire. Balbetto: "Decida lei...". Mi guarda, riguarda la foto, il passaporto, e mi dice: "Con questa faccia...". Non mi vanto più di non essere un terrorista. Vorrei avere trenta bombe nelle scarpe, quarantacinque nella cintura e dieci milioni di dollari per comprare tutto l'aereoporto. Solo per mandarla a spalare la neve. Ho voglia di fumare una sigaretta e di ripassare al primo controllo. E so anche il perchè. [segue].

Posted by millepiani at 2:32 AM

Via Fani

"Due anni fa, proprio dopo via Fani, ha cominciato a farsi strada dentro di me una strana ossessione. Due società di segno opposto, entrambe clandestine, unite da un mostruoso rapporto speculare, immagino che si combattano nel nostro paese senza incontrarsi mai. Le vedo, qualche volta, quando si incontrano, spargere inchiostro come due seppie che si dissolvano in una grande e unica macchia scura. Passata la cinquantina, si può anche vivere di incubi. Ho infatti abbandonato le mie amicizie e le mie abitudini, e mi sono ritirato in campagna. Vivo in un borgo della Versilia; un borgo di geografia lucchese, anzi apuana, incassato fra i monti, con un pertugio che si imbuca verso il mare. Vivo qui senza vedere più in là della soglia di casa e della scodella del gatto. Qualche giorno fa è venuto a trovarmi un amico, il capogruppo dei consiglieri comunisti locali, uno dal viso spianato e sorridente di vecchio togliattiano. E uno che appartiene a una terza società. Mi ha chiesto di candidarmi nelle liste comunali del Pci. Naturalmente mi sto chiedendo perché gli ho detto di no, no, e poi no, e poi sì. Se due società clandestine si combattono senza incontrarsi mai, con chi ce l'hanno? Ma un ruolo lo ha giocato certamente l'amore del paradosso. Si è mai visto un partito di massa così solitario come il Pci? E come si fa a non dargli una mano, a un partito così?"

Cesare Garboli, da 'La storia di via Fani' in "Ricordi tristi e civili" apparsa in L'Unità del 7/6/1980 col titolo 'Un racconto fantastico che comincia a via Fani'.

Non è così, ma Garboli non lo sapeva. Non lo poteva. Era un letterato.

Posted by millepiani at 1:54 AM

Berty

Non importa dove. Tra gente che si liscia il 'pelo', figlie e padri che si tengono per mano, Fendi che fetono e fetori che pullulano, il compagno Berty ride senza guardare le cravatte sue. Ridere non è peccato; ridere come un imbucato è da imbecilli; ridere fotografato come un imbucato è da cazzoni. Come diceva qualcuno quand'era giovine: "Dio è morto, Marx pure, e io non mi sento troppo bene...".

Posted by millepiani at 1:23 AM

November 25, 2004

Diario moscovita: una partenza

Domodiedovo non è, per eccellenza, l'aereoporto internazionale. 'Suisse' parte da lì e non si sa perchè. Mi hanno detto: prendi l'elettricka. Ti porta sino lì. Aereo alle 16. Parto alle 12- metro Pavelevskaja, poi cercare. Mi metto in fila. E non sono convinto per nulla. Poi domando. Altra coda. Mi sposto nella sala accanto. Cartelli per la prima volta in inglese. So dove andare, so cosa fare, non so cosa chiedere. Compro un biglietto per il treno che mi porterà all'aereoporto. Poi al bar. Due panini quanto un pranzo. I rubli volano. Mi aspetta il treno. Domodiedovo. Check-in. Due ore e mezza senza sapere cosa fare. Maledico il mio spirito anglosassone. Comincio a camminare. Su e giù. Poi le scale mobili. Domodiedovo è l'unico dei quattro aereoporti moscoviti ad esser stato ristrutturato. Mi sembra di stare a 'Paris-Charles-De-Gaulle'-. Mi aspetto che cadano i soffitti. Invece niente. Decido di bere. Prima una birra, poi la seconda, una vodka, anche due. Mi cominciano a guardare. Ma non perchè bevo. È un'ora che vago come un imbecille. Decido: vado al 'gate'. Mi presento. Prego, il cappotto, la giacca, la cintura. La bella bimba poi mi fa segno. E non capisco. Ah, putain, le scarpe, mi devo togliere le scarpe. Comincio a smadonnare. È la prima volta che mi devo togliere le scarpe per prendere un aereo. Incazzato come un animale, metto le scarpe nel guardone-macchinico, e poi, con un gesto, le faccio: i pantaloni, che faccio, me li tolgo? Nemmeno una piega. Mi dice di no e comincia a palparmi. Davanti e dietro. Non è convinta. Lo rifà. Non sono un'atleta e comincio a pentirmene. Poi smette, ride e mi manda in culo. Vado a riprendere le scarpe. E tutto il resto. Come diceva Gaber, '...quasi quasi mi faccio uno shampoo....' [segue].

Posted by millepiani at 8:06 PM

November 24, 2004

Fucked-generation (in onore di Dino) - sui trentenni: il professore democratico

A volte se ne va. Poi ritorna. Delle sue alunne, quando parla, la passerina grida. E lo difendono. Ha studiato, ma a modo suo. Ad ogni assemblea presente, ascolta. A volte parla. Consiglia sempre. C'ha dell'esperienza. Della scuola non gliene frega un cazzo. Dei colleghi non conosce nemmeno il nome. La graduatoria non la guarda. Poi, quando lo chiamano, si alza presto e prende il treno. Al 'Bottegon' di lui non si ricordano (post dedicato).

Posted by millepiani at 8:26 PM

November 19, 2004

Formiche

C'era una volta una formica che camminava nella neve. Era la prima volta che camminava nella neve. Si era persa. Era sola, nella neve. Poi, d'improvviso, questa formica incontra un'altra formica. Che camminava sola nella neve. Anche lei camminava sola nella neve. Si era persa anche lei. Anche per lei era la prima volta. Poi, tutte e due hanno continuato a camminare nella neve. Ma non erano più sole.

Posted by millepiani at 9:18 AM

Falluja-Sarajevo

a Gianfranco, che sa pensare sentendo

Ci sono luoghi in cui l'interrogazione radicale precipita, toccando, finalmente, il luogo del pensiero. Personalmente non ho paura di questi luoghi. Li attraverso, anch'io, ogni notte. Sono le mie notti. Luoghi delle macerie in cui l'esistenza, oggi, si specchia. So come questi luoghi siano frequentati da fantasmi. Che conosco. Per anni avrei voluto incontrare in questi luoghi uno spettro d'umanità. Anche solo uno spettro. Che mi rispondesse. Mi dicesse: "C'è del marcio...". I luoghi che portano questi nomi devono essere ricordati. I luoghi che portano questi nomi sono i 'centri del mondo'. Falluja, Sarajevo, Belgrado, la Somalia, il Ruwanda, ogni Berlino, ogni muro, il canale di Sicilia, l'Albania, il Tibet, ogni Palestina ed ogni Israele, Gerusalemme, l'amatissima America del Sud. Ogni centro del mondo grida. Ogni luogo grida e diventa questo 'centro del mondo'. Se abbiamo ancora una forza, questa è fare diventare 'politica' questo silenzio. Se, ancora, c'è una politica, e questa politica c'è, questa politica è vivere nel proprio luogo questo precipitare di ogni centro del mondo. Falluja-Sarajevo sono solo i nomi, i luoghi attraverso cui questa politica ridiventa 'luogo'. La nostra politica, il nostro luogo. Finalmente. "...un'etica".

Posted by millepiani at 3:13 AM

Fuck-generation - sui trentenni - : il blogger di sinistra

Normalmente autodidatta. E se ne vanta. Lo dice pure. Conosce l'html, sa cosa siano i tags, li usa, sa cosa sia il ranking nei motori di ricerca. Di norma scrive su Macchianera. O lo vuole. O lo legge. Ha letto Cuore. A volte si ritrova con gli amici di quando era giovane ed aveva meno pancia. A volte dice pure che su 'Tango' e 'Cuore' ha scritto davvero. Milanese di vocazione, quando lo è d'origine lo dice solo alla fine. Ogni tanto, quando scende in Sicilia, non ritrova la sua patria, non la sua lingua, nè la sua linea veloce. Una grande carriera. A finire.

Posted by millepiani at 12:58 AM

November 18, 2004

Il giornale del giorno prima

Quando ero piccolo, c'era una donna anziana che si affacciava sul mio giardino per chiedere ai miei genitori il giornale del giorno prima. Sapevamo che, in altri tempi, l'aveva già chiesto ad altri condomini. Si affacciava sul nostro giardino con l'assoluta consapevolezza che il giornale che lei chiedeva fosse già stato letto. Il giornale del giorno prima. Non ne sapevamo l'età. Con puntualità, dopo pranzo, gridava, diciamo così, il nome di mia sorella. In fondo, chiamava uno di noi. La domanda che mi sono posto per anni è stata sui morti. Il giornale della mia città pubblica necrologie. Sono riuscito a capire come si potessero leggere le necrologiche notizie politiche su Cirino Pomicino con 48 ore di differenza. Non riuscivo a capire, rispetto le necrologie vere, come si comportasse. L'ho capito solo adesso che sono a Mosca, dove leggo 'Le Monde' con molti giorni di ritardo. Lei, che per noi bimbi stava per morire, la morte la vedeva da vicino. Ritardava, leggendo il giornale del giorno prima, la morte 'sua'. E ne godeva. Senza che noi l'avessimo mai immaginato. Cercava sul giornale, in fondo, il suo necrologio, sapendo già che non l'avrebbe trovato.

Posted by millepiani at 11:49 PM

Due riflessioni sulla lingua: a mò di dialogo italiano

Mi piace ritornare su un post che ho letto nel blog di cadavrexquis e che ha preso di petto la questione della lingua italiana, del suo uso, del suo abuso, in rapporto alla scrittura, alla letteratura e, soprattutto, alla relazione tra lingua e patria. Lo faccio imitandone la struttura ternaria - sarà un caso? - ma senza il terzo movimento. E, soprattutto, almeno per me, usando per la prima volta un registro di scrittura altro da quello del blog. Un'altra lingua...

Primo: sul compito della letteratura e i tic linguistici
Personalmente, non riconosco più alcun compito alla letteratura. Lo riconosco, invece, al traduttore. Il traduttore ha un'esperienza 'assoluta' dello scarto che esiste tra scrittura, lingua ed alterazione. Ha, sostanzialmente, coscienza della differenza che esiste tra scrittura e lingua. E, spesso, ha l'esatta misura del legame fondante di lingua ed alterazione. Se noi scriviamo, come cadavrexquis ha scritto, che "compito della letteratura - e degli scrittori che vogliano chiamarsi tali - è anche quello di restituire dignità e peso alle parole", la questione fondamentale è quella di stabilire cosa sia 'dignità' e cosa sia 'peso' delle parole. Io credo che molte delle scritture fondamentali di questi anni passino attraverso una radicale alterazione della lingua che si abita. Il traduttore potrebbe e dovrebbe essere il primo a rendersi conto di questo 'spiazzamento' radicale che sta alla base della scrittura contemporanea. O, meglio, del senso che oggi può avere 'scrivere'. "Restituire dignità e peso alle parole" è sognarle ancora 'piene' quando invece la loro forza si dà solo attraverso la pratica verticale di svuotamento propria delle parole della letteratura. Ancora più precisamente: di una certa letteratura. I 'tic linguistici' bernhardiani sono l'esempio lampante di questa pratica di svuotamento. Così come lo sono state le invenzioni gergali celiniane. E' il traduttore che apre allo stesso autore l'accesso alla comprensione dei suoi tic linguistici, facendoli diventare esodo dalla propria - dell'autore - scrittura. In un parola: è tradimento del luogo della scrittura.

Secondo: lingua e patria, suono e silenzio
Cadavrexquis scrive ancora: "Constato semplicemente che la lingua madre di ognuno di noi è il fiume in cui noi tutti navighiamo a nostro agio, l'humus che ci nutre, l'elemento in cui ci riconosciamo immediatamente." La constatazione semplice è sempre gravida di conseguenze. E mostra più quello che non dice che quello che dichiara. La lingua madre è 'il' luogo. Humus che nutre, riconoscimento immediato (sarebbe importante rileggere, in questo senso, tutte le sillabe scritte dall'Heidegger 'nazionalsocialista' proprio su lingua e patria. Con un nome che, in questo caso, è precisamente un'appropriazione a partire dall'humus, dalla lingua madre, dalla patria come lingua, dai fiumi, paurosamente anche dai fiumi, dal Reno, il 'mio' fiume. Il nome violentato è quello di Hoelderlin, il NOSTRO AMICO DEMOCRATICO). Credo che la scrittura debba esattamente attraversare il luogo 'altro', opposto: quello dell'alterazione, dello spossessamento. Chi attraversa una lingua straniera, per quanto bene possa essere 'gestita', conosce perfettamente la sensazione di 'estraniamento' tipica dell'attraversare l' 'altro' della propria lingua. Ma sa, altrettanto bene, come questa estraneità sia ciò che permette di 'ritrovare' la propria lingua. Non è dunque il 'luogo' della propria lingua il luogo della 'coscienza' di questa lingua. Chi attraversa un'altra lingua sa come 'l'alterità attraversata', il 'saper parlare', il 'saper ascoltare' un'altra lingua sia la possibilità di re-incontrare la 'propria' lingua. Chi da sempre e per sempre rimane nella propria lingua non la conosce, sceglie una lingua che non conosce, sceglie una lingua che non lo riconosce. Dove alla parola 'lingua' può tranquillamente essere sostituita la parola 'patria'. Se un gesto, oggi, la letteratura può fare è quello di fuoriuscire dalla propria lingua per ritrovare un'altra patria. Cioè, dunque, quello di fuoriuscire dalla propria patria per ritrovare un'altra lingua. In questo gesto, che non ha nulla di 'immediato', in cui nessuno mai ti 'riconosce', in questo la scrittura, e non più la letteratura, trova il suo luogo di esodo, dove può stare sempre 'di transito', trova la sua frontiera senza dogana. Lo trova perchè lo impone, lo costruisce proprio attraverso il suo rendersi altra da sè. Chi scrive non si incontra mai nella propria patria, ma nella lingua altrui. Quella che sta fra il silenzio di chi non sa rispondere in una lingua straniera e il suono della lingua in cui si è nati.

Posted by millepiani at 9:57 PM

November 17, 2004

Diario moscovita: neve vera

Adesso è inverno davvero. Mosca oggi si è risvegliata dal torpore tardo autunnale. Nel pomeriggio avanzato, come dicono i metereologi, una fitta coltre di neve ha avvolto Mosca ed ha inoltre deciso di divenire stanziale. Anche se le mie scarpe erano inadeguate ed il mio colbacco ancora troppo largo, ho fatto un giro nelle vicinanze. Pale, trattori spalanti, vetture spazzate e ripulite dalla neve. Tutto in movimento. Nel buio illuminato da luci gialle. Gente che faceva cose, teneva testa. L'inverno ha mostrato il suo volto gentile. Qui, chi lo conosce si batte già con lui.

Posted by millepiani at 6:27 PM

November 16, 2004

Fuck-generation - sui trentenni -: il quasi arrivato

Tra Natale e Capodanno ne incontro molti. Ci parlo pure. Ogni volta è la solita frase: " La XX mi ha chiamato. Lavoro per loro. Perchè non vieni a trovarmi? Ho una stanzetta tutta per te...". Ogni volta mi chiedo se invita me o la sua memoria. Poi decido che invita me. Ma non mi decido. Ubriaco come me tra Natale e Capodanno, il quasi ubriaco mi parla di quando era giovane, di quando lo ero come lui, con lui, nella sua scuola, nella mia classe. Solitamente mi dice: "Adesso capisco le cose che dicevi". Il problema è che sono io che non le capisco più. Ci baciamo sempre in maniera affettuosissima. E, per sfregio, alla fine, domando sempre: "Quando ti licenziano?". La risposta è, per questi tempi, un classico: "Quando mi licenziano, so già dove farmi riassumere". Ho capito, da un pezzo, che la sinistra, dopo Marx, parla di se stessa.

Posted by millepiani at 2:07 PM

Fuck-generation - sui trentenni -: il 'culattone' (à la maniere de Tremaglia)

Sanno fare tutto ma non fanno niente. Guardano, scrivono, ma non fanno niente. Vedono tutto. A volte ti sono pure amici. Parlano con tutte e guardano tutti. Sottili come il veleno, appena sbagli ti trafiggono. Spesso sanno pure scrivere. Parlare di te lo sanno fare meglio. Soprattutto quando non ci sei o ti assenti. Te li ritrovi accanto, amici, per poi sentire un colpo alla schiena, certo fine, ma che sa dove affondare. Tu che avevi detto tutto. Poi, d'improvviso, qualcuno resuscita. Ed, insieme, partiamo, davvero, con la più grande forza, la forza più grande che si sia mai sentita, per altre battaglie. I miei migliori amici. Sempre. La parte di me che amo di più.

Posted by millepiani at 1:42 PM

Fuck-generation - sui trentenni - : il piagnone universitario

Non ha mai avuto quello che tutti gli altri hanno avuto. Nè le donne, nè i soldi, nè i libri. E continua a dirlo. La sua forza è: dire. Ripetere, ribattere, insistere. "Parli perchè..."; " Sai dire perchè..."; "Puoi dire perchè...". Non la pensa mai come nessuno. La pensa da sè. Frequenta clubs isolati. Si sporge, ogni tanto, per dire che lui non è come altri. E' altro. Tutto quello che ha l'ha conquistato. Per poi, al momento dato (traduzione), dare il culo al migliore che lo capisce. Che lo 'valorizza'. Il migliore che offre. Non scrive su "blogs", non ha adsl, scrive su carta e quaderni. A volte manda "mails". Ovviamente: 'il' mail. E' competente, ma nessuno lo sa. Sua mamma gli chiede di finire. Proprio perchè, almeno la mamma, non ha fatto il 68. E perchè i soldi stanno finendo. Lui, il 68, lo conosce. E si riconosce. E' lui il proletario. Sino al prossimo prete che gli offre due ore nel suo liceo.

Posted by millepiani at 1:25 PM

Fuck-generation - sui trentenni - : il mantenuto

Ha studiato. Lentamente. Lo conoscono. Dopo tanti anni....Legge pure, senza obbligo; i libri dell'esame non gli bastano. Non studia quello che gli dicono. Ha sempre un libro in mano. Nemmeno lo nasconde. Circola tra biblioteca ed istituto. Fa la spola. Non mangia a mensa. Preferisce offrire ai giovani studenti. Certamente, mentre parla, cita la Rossanda. E non gli basta. Da borghese, sa della sua 'classe' cosa dire. E come criticarla. C'ha sempre i soldi in tasca. Molti libri, geloso nel prestare. Ogni tanto si scontra con sua mamma. Che da sessantottina lo capisce. Ma fino a un certo punto. E' l'incompreso. Parla quattro lingue nel privato. Ma quando viaggia ama solo la cadenza delle lingue che già sa. Per scelta non risponde. Com'è bella tutta la sua estraneità...A fine mese mangia riso, non paga i libri che ha comprato, chiama qualche amica e ricomincia a frequentare. A volte scrive pure sul suo blog. Per poi ricominciare.

Posted by millepiani at 12:51 PM

Un solo, grande libro: 'Austerlitz' di Winfrid G. Sebald

C'è un solo, grande libro che in questi anni ha saputo pensare la storia. E la scrittura oltre nostro zio. E' questo. Solo il mio amico me lo poteva regalare.

Posted by millepiani at 12:41 PM

Diario moscovita: la prima neve

Non è rimasta. Ma la faccia la tagliava. Sono uscito da casa ed al cancello il vigilante mi ha guardato con sorriso un pò beffardo. Ma non nevicava ancora. Il colbacco non l'avevo preso. Correvano tutti. Per la prima volta ho visto i moscoviti agitati, quasi indaffarati. Nevrotici mai. Nemmeno questa volta. Poi ho imbucato 'Komsomolskaja'. All'uscita, colpi di rasoio. Piccoli e vitrei, mi tagliavano volto e mani. Non come in montagna, a duemila o tremila. O come quando la pioggia cade ispida e non ti vuole salutare. Vuole solo che te ne vai all'asciutto per scendere in libertà. Un avvertimento. Poi un bar, della birra - insieme a me una decina di naufraghi che mi guardavano come l'imbecille di turno, completamente zuppo -. E' in ritardo questa neve, ma non li coglie di sorpresa. Forse l'inverno finalmente si è mostrato.

Posted by millepiani at 11:16 AM

Fuck-generation - sui trentenni - : premessa necessaria

AVVERTENZA - Mi piacerebbe scriverlo una sola volta: quasi in ogni 'tipo' che tenterò di descrivere c'è una parte di me e nessuno in particolare che mi viene in mente. Se non ci si chiarisce su questo punto ognuno di noi potrebbe ritrovarsi in un solo 'tipo'. Poi offendersi. Ed io ritrovarmi a discutere di insulti invece di tentare, con le poche forze che ho, una fenomenologia. Avendo dovuto tutti ormai assumere, come scriveva uno dei grandi poeti dello scorso secolo, che ogni 'io' è una 'confederazione di anime', cercherò di scuoiarmi in pubblico, come Georges Bataille insegnava. Ovviamente, 'morceau après morceau"...

Posted by millepiani at 10:58 AM

November 15, 2004

Falluja

Personalmente, è da marzo scorso che ho ingaggiato una battaglia all'ultimo sillaba contro questa guerra. Ne misuro, finalmente, tutta l'impotenza. Tra il silenzio di tanti, la flebile risposta dei pochi, qualche accesso di partecipazione, subito sopito dalle necessità accademiche, il nascondersi mio e quello di chi mi stava accanto, abbiamo pianto di Bagdhad, fatto 'letteratura' su Nassiriya, scritto sullo scandalo di Guantanamo. In poche parole, ci siamo pianti addosso, fatti l'anima bella. Almeno noi siamo salvi. Nessuno di noi che, un giorno, anche solo per sfida, l'abbia smessa questa maschera e abbia cominciato a fare, rifare 'politica'. E non dal lato 'onnipotente'; semplicemente da quello della potenza costituente. Per quanto mi riguarda, Falluja è un punto di non ritorno. Ribadisco di contestare a tutta una generazione intera - la mia - una codardia di fondo incommensurabile. Degna dela fine che abbiamo fatto: il silenzio o il privato. La realizzazione - nemeno sfolgorante, direi meglio: mendicante - di noi stessi. Non sono molte le scelte che ci vengono offerte al punto in cui siamo. Cercherò, passo a passo, nei prossimi giorni, di tratteggiarne i 'tipi'.

Posted by millepiani at 2:23 PM

Il nome 'Arafat'

Posted by millepiani at 11:54 AM

Fenomeni

Due parole - che mi manda Gianfranco - di un uomo che ho visto, in mutandoni ottocenteschi, innaffiare le piante nella sua tenuta, e la cui solitudine comincio solo ora a capire.

"Piegato in due, il volto terreo, bianco più di un sudario, le labbra strette e finalmente dimentiche della pipa. Pertini si china nei miei ricordi a baciare ininterrottamente una bara dopo l'altra. Quel gesto rituale, ripetitivo, identico a se stesso nella compunzione e nell'indignazione, esprimeva senza volerlo una forte carica simbolica. Segnalava che la convivenza fra criminalità e quotidianità, tra illegalità e necessità della vita, tra mezzi illeciti e azione politica, era un fenomeno ormai irreversibile"

Cesare Garboli, Ricordi tristi e civili (cit. in L'assassionio di Roberto Calvi di Giuseppe Ferrara)

Posted by millepiani at 11:45 AM

November 11, 2004

Sartre - seconda (e Bernhard come compagno)

La prima volta che ho rubato un libro è stata "L'età della ragione". Dalla biblioteca della mia "squola". Era in un angolo. Roquentin, lo conoscevo già. Mio zio invece no. Poi, dopo, e solo grazie e con "l'amico della mia vita", ho imparato, abbiamo imparato ad ascoltarlo. Quando poi, finalmente, ho letto 'L'età della ragione', avevo in mano un altro libro. Ero in un altro paese, che invidia l'Europa da vicino. E mi ha insegnato ad amarla. Ed ho pensato: "Scrivono con la stessa cosa, ma non lo sanno". Scrivono con il nulla.

Posted by millepiani at 10:57 AM

La colpa

Una volta mi hanno scritto: "Ma la colpa, anzi la responsabilità maggiore, è proprio la sua! Perchè, vede, la colpa è sempre di chi infiamma gli animi." La sosteniamo insieme questa colpa?

Posted by millepiani at 12:52 AM

Europa

Venezia-Istanbul
di Franco Battiato

Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul, stessi palazzi addosso al mare, rossi tramonti che si perdono nel nulla. D' Annunzio montò a cavallo con fanatismo futurista, quanta passione per gli aeroplani e per le bande legionarie, che scherzi gioca all'uomo la Natura. Mi dia un pacchetto di Camel senza filtro e una minerva, e una cronaca alla radio dice che una punta attacca, verticalizzando l'area di rigore... ragazzi non giocate troppo spesso accanto agli ospedali. Socrate parlava spesso delle gioie dell'Amore e nel petto degli alunni si affacciava quasi il cuore, tanto che gli offrivano anche il corpo: fuochi di ferragosto. E gli anni dell'adolescenza pieni di battesimi e comunioni in sacrestia: Ave Maria. Un tempo si giocava con gli amici a carte e per le feste si indossavano cravatte per questioni estetiche e sociali; le donne si sceglievano un marito per corrispondenza... L'Etica è una vittima incosciente della Storia: ieri ho visto due uomini che si tenevano abbracciati in un cinemino di periferia... e penso a come cambia in fretta la Morale: un tempo si uccidevano i cristiani e poi questi ultimi con la scusa delle streghe ammazzavano i pagani. Ave Maria. E perché il sol dell'avvenire splenda ancora sulla terra facciamo un po' di largo con un'altra guerra.

Posted by millepiani at 12:26 AM

November 10, 2004

Diario moscovita: - Europa da est

Sto sentendo quasi tutti i miei amici e le mie amiche battersi contro la Costituzione europea. Con una resistenza che non mi aspettavo. Con una forza, una certezza ed una costanza che, mi sembra, meriti altro. Forse, a differenza loro, io vivo nell'Europa dei padri. Come sempre, nessuna madre. Li ascolto, li contesto, ne parlo, mi contestano, e poi basta. Sono e rimangono dei maledetti 'anti-europei'. Poi c'ho pensato. Alcuni vivono di notte, altre per sè, altri di sè. Vivono, più di me, l'Europa. Ma la vivono dall'interno. La Svizzera mi ha insegnato, mi insegna ancora cosa sia l'Europa da fuori. Adesso vivo in Russia. Loro non lo sanno, ma forse c'è qualcuno che li guarda con invidia.

Posted by millepiani at 11:28 PM

Sartre

Bisogna rompere, finalmente, il rapporto con la nostra formazione. Con lentezza. E certezza. Bisogna rompere, anche e soprattutto, la più forte dipendenza. Economica.
Si apre, così, da un giorno all'altro, la più forte battaglia, quella decisiva. Chi sa scrivere tutto questo è il nuovo Sartre.

Posted by millepiani at 10:43 PM

November 9, 2004

Una fuga DA Thomas Bernhard: Messina

...e intanto correvo lungo quelle strade che, dopo l'incubo della lettura di Thomas Bernhard, mi risultavano sempre più atroci ed impossibili, correvo sempre più velocemente verso il loro esterno, e non sapevo perchè, anche volendo il contrario, non sapevo perchè continuassi ad andare verso la periferia della città, verso il mare, mentre sarei dovuto e voluto andare nella direzione opposta, verso il centro, se davvero volevo ritrovare la mia città, e pensavo che tutto sarebbe stato diverso se fossi rimasto a Mosca un altro inverno, mi dicevo continuamente che dovevo rimanere a Mosca, e si era fatto tardi e continuavo a correre sul mio motorino, e intanto continuavo a ripetermi che sarei dovuto rimanere a Mosca, senza motorino, mentre correvo verso la periferia, dicendo che Mosca mi portava fortuna perchè mi faceva restare sempre al centro, mentre Messina mi portava una sfortuna impossibile perchè più andavo in periferia, verso il mare, più mi sentivo nel suo centro, e correvo, correvo, come se adesso, nei primi anni duemila, volessi sfuggire agli anni ottanta che conoscevo bene nella mia città, quando anche il mio migliore amico aveva creduto di poter abbattere o cambiare la politica, e pensavo che invece di andare a questa cena dove mi avevano invitato, l'avrei potuto incontrare, per scrivere qualcosa con lui, che era il mio Pascal, in un altro luogo, e mentre, con sempre maggiore energia sfuggivo dall'incubo di questa cena, sempre più mi ritrovavo nel centro di Messina, e pensavo che, mentre fuggivo da questa cena, cercavo in tutte le maniere di essere presente, perchè sapevo di poter salvare il mio amico, anche se avrei voluto distruggere tutto quello che mi stava intorno e gli stava intorno, capendo che solo in questa città, nella città dove ero nato, secondo quello che mi si diceva, potevo salvare il mio amico che, a differenza mia, aveva deciso, quando era giovane, di restare in questo inferno da cui io avevo cercato si fuggire per poi tornare proprio per salvarlo, il mio amico, e pensavo tutto questo esattamente mentre, volendo andare al centro della città, continuavo a seguire la strada verso il mare, verso quella villa dove lui era prigioniero, pensando che, odiando la città dove continuavo a vivere, quel viaggio continuava a dirmi che dovevo fuggire in un'altra città, per cercare di salvare chi non conoscevo, dovevo fuggire lontano dalle persone peggiori che potevano essere attorno a me, dovevo fuggire per non incontrare mai più quelle persone che credevano di essere le migliori possibili di quella città che continua a dirsi la città dove sono nato, che è la città più infame e terribile dove si possa vivere, dovevo fuggire per non sentirmi dire che nella città che continua a dirsi la città dove io sono nato ci siano persone migliori di altre, dovevo fuggire per mettermi in salvo da loro, non dalla città dove si dice io sia nato, ma da loro, dalle persone migliori della città che continua a rivendicare la mia nascita, non solo senza alcun diritto, ma, soprattutto, senza alcun mio riconoscimento...

Posted by millepiani at 2:45 AM

Salut

salut Gianfranco! «Salut! Comment ne pas te dire "salut!" au moment où tu t'en vas ? Comment ne pas répondre à ce "salut !" que tu nous adressais, un "salut sans salvation, un imprésentable salut" comme tu disais ? Comment ne pas le faire, et que ferions-nous d'autre ?" Come possiamo fare, tra noi, diversamente? "Come non farlo? Come potremmo far altro?" In tutta la mia vita, questa scrittura che tu conosci si è sempre 'rivolta'. Nel momento della tua massima mancanza, vorrei 'addressarti' questo saluto. Inviarti, finalmente, questo saluto. 'Salut!', amico mio. Come non dirti 'Salut!'? Come poterti dire 'Salut!'? Innanzitutto dicendoti questo: 'Salut!' con le parole che il mio maestro rivolge al suo amico. Poi, con le parole che noi ci diciamo sempre. E cioè: 'Salut!'. Senza salvezza. Se c'è un punto dove questo 'Salut!' è debole è nel luogo dell'amicizia. Quando esso si sottrae a qualsiasi 'salute con-divisa'. Alla politica. Molto, negli ultimi anni, Derrida ha lavorato per rendere questo 'Salut!' il nostro. Comune. Salut, Gianfranco! Adesso è tempo. Forse anche il momento di pensarlo insieme, di pensarla insieme questa 'salut' senza salvezza. Dice, ancora, il mio maestro: "un imprésentable salut". Diceva Derrida. Io credo che, Gianfranco, il luogo oggi si presenti senza scena, il luogo du 'salut', oggi, finalmente, si presenti libero, senza altra presentazione. C'est le salut. Enfin...le reste... ti abbraccio Salut! Gianfranco, Maren, salut! Come mi ha detto Philippe....:"Salut, Emiliò..." ...e rideva...

Posted by millepiani at 12:04 AM

November 8, 2004

Ha un nome molto bello, smemorato...

Una volta si diceva: "Chiamala per nome...". Ogni volta che ho chiamato per nome qualcuno/a, mi si è risposto: "..ma non tanto per davvero...". Anche dedicando. E' diversi mesi che ho scelto di lasciare quell'alone protettivo. Anche se c'è qualcosa che la dimenticanza mi ha ricordato. Per esempio, le parole che le ho dedicato. Ha un nome molto bello. Anche se penso che starà leggendo un libro nel pensiero e tutto questo che scrivo sembra esattamente l'obiettivo del suo cruciale sbarco. Starà guardando molto da vicino qualcosa che da qui non l'indovino. Che se me lo ricordo si apre un fico...

Posted by millepiani at 10:19 PM

Hitler e la controfigura del bene

Quando hanno deciso di trombare alle primarie l'unico candidato degno di questo nome nelle e.a. (ho detto che non mi viene in mente nulla...non le nomino nemmeno), ho pensato ad una frase che una volta mi hanno detto. Abitavo in un palazzo dove non viveva quasi nessun bambino; per uscire si dovevano mobilitare seriamente, lavoravano anche di pomeriggio (ho imparato proprio così a rimanere per giorni barricato in una stanza). Avevo capito che 'se facevo il buono' per due giorni, il terzo chiedevo e il quarto si mobilitavano. C'ho marciato per un pezzo con questa strategia. Poi, un giorno, senza che lei lo sappia ancora oggi - la amo così tanto, da non doverla nemmeno più interrogare -, mia nonna se ne 'esce' con una freddura incosciente delle sue - folgorandomi con una frase, come le accade quasi sempre: "Emiliuccio, basta che fai il buono quando serve. Tanto ti vogliamo bene". E' da allora che ho capito la flebile ma decisiva differenza tra il male, il bene e il farsi voler bene.

Posted by millepiani at 5:59 PM

Complimenti: sulle scritture e le dediche negate

Quando Musil scriveva, i complimenti glieli facevano solo i suoi amici. E lo facevano mangiare anche. Quando Bernhard scriveva, a leggerlo e dirgli di continuare era solo 'la persona più importante della [sua] vita'. Se scriveva invece Svevo era solo il suo professore di inglese a fargli i complimenti. A Campana riuscivano a perdergli i manoscritti, ma Sibilla tentò di accompagnarlo nel suo viaggio. A PPP profanarono il corpo con le parole. Ma sua madre lo amò, sempre. E lui la amò, sempre, scrivendo di lei, in fondo forse solo per lei. E tra Verlaine e Rimbaud non si sa chi sia il maestro. Sartre e Simone sono sepolti accanto. E Blanchot ha bruciato le lettere di Bataille. Erano a lui inviate, erano le sue, e sempre si chiamarono di 'Lei'. Derrida ha scritto 'Le toucher, Jean-Luc Nancy', unico fra tutti/e e in tutti i tempi a 'nominare' un 'suo' amico nel titolo di un libro.

La scrittura è una dedica che si perde. A volte silenziosa, gridata, forse nascosta. Riconoscere la dedica ogni volta che si scrive. Riconoscere la dedica ogni volta che si legge.

Posted by millepiani at 5:32 PM

November 6, 2004

Diario moscovita - settimo - : infine, e poi dopo, ancora

Quando sto a casa, costruisco il mio mondo. Penso di essere sempre altro. Vivo. Nel mio silenzio. Ho imparato a stare solo. Con una forza immensa. Quando, in qualsiasi luogo, grido senza essere ascoltato, penso a me, mi penso, penso di poter affrontare tutte le solitudini. A volte rido, rido di chi si sente forte. Rido anche di chi si sente debole. Di chi si sente solo. Rido di chi si sente, con nome e cognome, un nome,nella sua iso-litudine. Di chi non sa darsi una storia. Sto imparando, proprio qui a Mosca, il vero silenzio. Altre volte, invece, prendo il telefono. O scrivo qualche riga. Anche se non serve. Ci provo.
Tutta la filosofia mima la sua fine. Adesso, in termini accademici, dovremo misurare le opportunitità. Seguendo regole, consigli, dignità. Non solo non serve, ma compra chi mi sta accanto. Questa la forza filosofica. Questo un 'resto', il mio: quello che racconterò.

Posted by millepiani at 11:45 PM

Grandeur de Yasser Arafat

Scriveva così Gilles Deleuze. Noi, oggi, la misuriamo nella distanza. La misuriamo guardando l'ultima immagine. Grandezza di Yasser Arafat, grandezza che resta. Nel morire, tutti dovremmo tacere. O urlare: ogni volta che parliamo della libertà di un popolo, noi siamo accanto a chi si batte per questa libertà. Grandeur de Yasser Arafat, scriveva Deleuze. E' tempo di essere musulmani, cattolici ed ebrei, tutti noi, tradendo l'origine. Il luogo. La certezza. Gerusalemme. E' tempo di essere, fino in fondo, tre volte monoteisti, tre volte traditori. E' tempo di essere quello che Arafat non sapeva vivere.

Posted by millepiani at 9:23 PM

Diario moscovita-sesta: colbacchi

Ne ho comprato già due. Tutti neri. Avevo chiesto, prima di comprarli. Alla mia professoressa di russo. Che mi aveva detto, testualmente: "Bisogna vederti...". Ho già comprato due colbacchi, tutti neri, di coniglio. Continuo a non capire nè la misura nè la 'presentazione'. Sono partito dalla 60/61. Sono sceso, poi, alla 59. Mi continuano a calare sugli occhi. L'altra mattina sono stato al GUM. Il vecchio magazzino per i funzionari di partito che, oggi, è la peggiore galleria di prodotti occidentali di tutta Mosca. Mi sono detto: "C'ho i soldi, riuscirò a comprare un colbacco nero adatto alla mia testa". I colbacchi vivono di vita propria. Se ne sbattono dei soldi. I colbacchi russi sono duri. Li produce solo un'azienda su cui sto prendendo informazioni. E' un monopolio. Ma, anche dal GUM, sono uscito senza il terzo colbacco. Ho deciso che voglio un colbacco alter-mondialista. Quando dico ai russi che voglio un colbacco vero, mi guardano e sorridono. Della mia testa, certamente.

Posted by millepiani at 7:34 PM

Bush, Kerry e le elezioni americane

Come scriveva su Hitler uno dei miei pochi maestri, sulle elezioni americane non mi viene in mente nulla da dire.

Posted by millepiani at 5:21 PM

Diario moscovita - quinta: sigarette

Le trovi ovunque. Le Camel ma anche le francesi. Le russe costano da pochissimo a moltissimo. Ovviamente secondo misura locale. Le trovi nei piccoli 'tabak', ma anche appena fuori della metro. Se le chiedi, al ristorante te le portano già aperte su un piattino, ma le paghi dieci volte più. Le più care costano 50 rubli - meno di due dollari, quasi un euro e mezzo. A volte scompaiono, le tue sigarette, proprio le tue, e da un giorno all'altro non si trovano più in nessun 'tabak' della città. Allora impari a comprare 'box'. 20 pacchetti. Ci campi un pò, e poi di nuovo a caccia. Tanto lo sai: torneranno. Anche di contrabbando. Ma non le ho gustate. Delle mie il contrabbando se ne fotte. Nessuno fuma nella metro, tutti ovunque. Per le strade, nei ristoranti. Con la birra o la vodka (capitolo a parte per gli alcolici). Aspettando. I russi aspettano sempre. Credo, fondamentalmente, aspettino di morire. Ma sempre in fila.

Posted by millepiani at 4:56 PM

November 5, 2004

Rivoluzione

La rivoluzione è rendere pubblico ciò che è già pubblico. Ancora di più: la rivoluzione è rendere vero ciò che già è pubblico. Noi, in nessun senso, siamo rivoluzionari.

Posted by millepiani at 1:22 PM

November 3, 2004

Riesumato Giangastone dei Medici

... ultimo granduca della dinastia. Ma per gli esperti e' un mistero, manca la sua spada.Ci pare importante per i prossimi giorni di attesa del risultato elettorale americano

Posted by millepiani at 9:40 AM

Hamburger, patatine e macchine perforanti

Nell'orgia informativa una sola cosa è evidente: noi degli americani non ci capiamo un cazzo, ma nemmeno gli americani. Non è che una famiglia del profondo Middle legga il 'Manifesto' e voti Bush contro la campagna denigratoria internazionale. E' che c'è differenza tra i nostri e i loro hamburger. Le loro e nostre patatine. E soprattutto che, mentre negli USA le macchine perforano le schede elettorali, qui da noi ad essere perforati sono i cervelli degli elettori. Con i dentini di Fede, Liguori e Mauriziuccio Bellapietra.

Posted by millepiani at 9:18 AM
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