Nessuna firma serve a legittimare la forza del popolo. Chi cerca pappa, firma, bollo e autorizzazione dalla Costituizione vive nel postmoderno. Non sa un cazzo e non vuole ricordare. Sono molti i miei amici e amiche che, dopo la fame, cercano la pappa europea pronta. Fuori tempo. Nè soldi, nè aiuti, nè riconoscimento. Nemmeno transito facile. Mi si dice: a fatica sovietica fatica europea. Direi: non serve aggiungere fatica a fatica. Servirebbe pensare, insieme. Se poi uno, qualcuna è stanca, che dorma, ci rivediamo fra trent'anni. I russi mi dicono: voi europei siete fortunati, transitate. Tra il sonno e la veglia, per alcuni dei nostri amici, ci vorrano ancora trent'anni. Quelli tra la firma della nuova costituzione europea a quelli della costituzione sub-tedesca. Ci si aspettava ben altro da loro, ma anche da altri....continuiamo a leggere Altiero Spinelli...per chi sa chi sia....anche questa è memoria....
Sto osservando le immagini della firma della Costituzione europea con, in sottofondo, musiche tradizionali russe. Da qui, da lontano, da così lontano si avverte un sentimento, insieme, di desiderio e di distanza. Non serve citare San Pietroburgo per ricordare i legami tra la Russia e l'Europa. Parlando con molti russi, l'Europa è il desiderio di scoprire quello che toccano a Mosca ma non conoscono. Prodotti, pubblicità, macchine, telefonini, televisioni sono pane quotidiano. Ma ci si sente dire ancora, come mi è accaduto con la mia professoressa di russo: "Posso toccarti? Sei il primo italiano che conosco". La distanza è invece il non toccare il 'popolo' dell'Europa. La Russia è così grande ed immensa che il suo popolo è talmente presente da risultare invisibile. Ma talmente presente nelle strade da urlare, chiedere, pretendere che la politica europea presti di nuovo orecchio alla sua origine. Se parli con un russo della Russia e dei russi non ci parli come con un europeo dell'Europa e degli europei. E' il popolo che manca. E il popolo in Russia è la vera potenza costituente. Ecco, appunto, adesso sento l' "Inno alla gioia" della Nona di Beethoven. E mi manca il popolo. Come ad un russo in Europa.
Dimenticavo...il prezzo. In generale: un dollaro è intorno ai 29,50 rubli, un euro intorno ai 36,50. Una birra: locale 20 rubli, d'importazione 40. Un pacchetto di Gauloises o Camel: tra 20 e 30 rubli. Uno spizzico di pasta-frolla salata: tra 10 e 20 rubli, secondo tipologia (a secondo se ripieno di formaggio, carne, salsiccia, marmellata, etc, etc.). Un viaggio in metro: 10 rubli. Un abbonamento per tre mesi senza limiti di viaggio: 1000 rubli (ma per il costo della vita ancora un capitolo a parte).
Prendi la piccola cartina. Tascabile, plastificata, a colori. Un cerchio, in marrone. Delimita il centro moscovita. E' la 'sei'. Come un anello cinge la città. Decidi: è la prima che prendo. Scendi e risali ad ogni stazione. Ogni due minuti sferraglia un convoglio anni '60, verde scuro. Piattaforma centrale, colpo d'occhio, destra-sinistra, poi via, un'altra stazione. Dentro il vagone: sedili simil-pelle marroni sui lati esterni, corridoio centrale, piccole pubblicità sulle pareti di plastica color crema con sfumature sovietiche. Sporco ma non troppo: come gli angoli di un bar di riviera a fine stagione balneare. Gracchia una voce i nomi delle stazioni: 'Prospekt Mira', prospettiva della pace; 'Park Kulturi', questo si capisce; 'Kievskaya', dal lato di Kiev, è anche una stazione ferroviaria; 'Krasnopresnenskaya', qui si fa più difficile; 'Novoslobodskaya', vocabolario. Ma capisci già i nomi: quella in cui stai arrivando, poi arrivi, quella che seguirà. Come in tutte le metro del mondo. Solo che qui lo dicono in russo, e non sai se farti prendere dalla melodia cantilenata del russo o dall'ansia di non sapere dove sei se ti distrai a guardare i vicini di sedile. Che normalmente non parla, guarda nel vuoto e ti spinge se deve uscire. Ma ti spinge davvero, sgomita, ti sbatte in un angolo e non ti dice scusa. Manco per niente. Ma non inveisce. Questo all'ora di punta. Se no, bottiglie che vagano, qualcuno dorme, telefonini che funzionano in metro (sarà un capitolo a parte quello dei telefonini). Belle donne e brutti uomini. La 'marrone' è, con la 'rossa', il ganglo vitale della metro moscovita. Un giro un'oretta circa. Poi esci, come dopo dieci minuti in assenza di gravità, e c'hai una fame da lupo. Ti aspettano i chioschi con carne o spizzichini di pasta-frolla ripieni già nei corridoi di uscita. E la birra - onnipresente.
Non è come a Parigi, labirintica, contorta, fluida e snervante. Non è a ragnatela, anche se a volte 'art noveau'. Non ha la sua Pigalle, ma la sua Teatralnaya. Non è ordinata nelle uscite, simmetrica nei bivi, ma vertiginosa nelle sue discese, voragine che inghiotte senza trascinarti. E' un ragno che stende le sue lunghissime zampe piantate nella terra, nascondendo tesori di bellezza ad ogni piattaforma. E' solo nel sentirsi spersi le prime volte decriptando i geroglifici nascosti che indicano corrispondenze incerte, solo nello spaesamento di una folla convinta e anarchica che ti travolge, nel vedere, insieme, il suo fuori e il suo dentro, solo in questa incertezza che comincia a mostrarsi e trascinarti come la neve calma che ti aspetta.(segue)http://www.millepiani.net/immagini/kom.jpg
«Salut! Comment ne pas te dire "salut!" au moment où tu t'en vas ? Comment ne pas répondre à ce "salut !" que tu nous adressais, un "salut sans salvation, un imprésentable salut" comme tu disais ? Comment ne pas le faire, et que ferions-nous d'autre ? Comme toujours, le temps du deuil n'est pas celui de l'analyse ni de la discussion. Pour autant, il n'est pas inévitable qu'il soit celui des hommages gominés. Il peut et il doit être avec toi le temps du salut : salut, adieu ! Tu nous quittes, tu nous laisses devant l'obscurité dans laquelle tu disparais. Mais : salut à l'obscurité ! Salut à cet effacement des figures et des schémas. Salut aussi aux aveugles que nous devenons, et dont tu faisais un thème de prédilection : salut à la vision qui ne tient pas aux formes, aux idées, mais qui se laisse toucher par les forces. «Tu t'exerçais à être aveugle pour mieux saluer cette clarté que seule l'obscurité possède : celle qui est hors de vue et qui enveloppe le secret. Non pas un secret dissimulé, mais l'évident, le manifeste secret de l'être, de la vie/la mort. Salut donc au secret que tu gardes sauf. «Et salut à toi : salve, sois sauf ! Sois sauf dans cette impossibilité de santé ou de maladie où tu es entré. Sois sauf non de la mort mais en elle, ou bien si tu permets, s'il est permis, sois sauf comme la mort. Immortel comme elle, ayant en elle ta demeure depuis ta naissance. «Salut ! Que ce salut te soit bénédiction (cela aussi tu nous l'as dit). "Bien dire" et "dire le bien": bien dire le bien
le bien ou l'impossible, l'imprésentable qui se dérobe à toute présence et qui tient tout entier dans un geste, une bienveillance, la main levée ou posée sur l'épaule ou sur le front, un accueil, un adieu qui se dit "salut !". «Salut à toi, Jacques, et salut aussi, au plus près, à Marguerite, à Pierre et à Jean.» Jean-Luc Nancy
Comincerò da domani una serie di note sul mio soggiorno a Mosca.