Oltre a re, poeti e filosofi ecco i Greci comuni. Bongustai maschilisti e cittadini impegnati – Eva Cantarella

pubblicato da millepiani

Corriere 28.12.17

Un giorno ad Atene. Perché Atene, di tutta la Grecia? Per due ragioni: perché è la città sulla quale abbiamo più informazioni e perché è quella alla quale pensiamo quando torniamo con la mente a quel mondo che abbiamo per tanto tempo e troppo a lungo mitizzato, arrivando a parlarne come del «miracolo greco». E anche se oggi sappiamo che alle spalle del presunto miracolo stavano millenni di contatti e reciproci influssi con le più antiche civiltà orientali, verso le quali i Greci (e l’Europa) hanno non pochi debiti culturali, questo non impedisce che Atene continui a essere un punto di riferimento imprescindibile della nostra storia. Ed è per questo e in quest’ottica che cercheremo di individuarne le ragioni ripensando, soprattutto, alla vita quotidiana della massa eterogenea di persone che in età classica vi conviveva. Ma come, in quali condizioni?
Dal punto di vista urbanistico, la città era divisa in due parti: quella alta, sull’Acropoli, dove abitavano gli dèi, nei loro splendidi templi, oggetto di orgoglio degli Ateniesi e di ammirazione dei visitatori; e quella bassa, il centro cittadino dove si trovava l’Agorà, una larga piazza aperta circondata da edifici pubblici, e dove gli Ateniesi trascorrevano praticamente la giornata. Nelle loro abitazioni, infatti, essi passavano ben poco tempo. D’altronde le case non erano molto confortevoli: collocate, tranne che nei quartieri più eleganti, ai lati di strade prevalentemente strette, umide e tortuose, garantivano un benessere molto limitato. A causa della scarsità d’acqua molte non avevano servizi igienici: quel che andava eliminato veniva depositato in strada, o più spesso gettato dalle finestre. Inoltre stare in casa non era molto stimolante. Unica compagnia i bambini e le donne (la cui sola funzione era quella riproduttiva) che, non partecipando alla vita sociale, passavano gran parte della giornata in una zona a loro riservata, lontana dall’ingresso, così da non essere esposte a sguardi estranei: anche se non è vero che vivevano chiuse nei ginecei (in Grecia non esistevano), le donne elleniche erano pesantemente discriminate. Detta la qual cosa, peraltro, va anche detto che vi erano persone trattate molto peggio di loro: gli schiavi (per Aristotele «strumenti animati»), considerati oggetto di proprietà e non soggetto di diritto, a dare un’idea dei cui rapporti umani con il padrone (e quindi delle loro condizioni di vita) soccorre la regola per cui, se chiamati dal padrone a testimoniare in giudizio in suo favore, data la loro presunta natura menzognera prima di farlo dovevano essere sottoposti a tortura. Ma poiché la schiavitù, oggi inconcepibile, nell’antichità era considerata naturale, passiamo a un’altra crudelissima ingiustizia, più tipicamente greca: la sorte dei pharmakoi , veri e propri capri espiatori mantenuti a spese pubbliche al fine di essere bruciati vivi per placare l’ira degli dèi quando questi mandavano una pestilenza o altro segnale che comunicava la loro indignazione.E che dire dell’avarizia degli ateniesi di fronte alla concessione agli stranieri della cittadinanza? A darne un’idea basterà ricordare che non la riconobbero neppure ai meteci, gli stranieri residenti ad Atene la cui attività era fondamentale per l’economia cittadina (e che comunque pagavano alla città una apposita tassa). Per non parlare, sul piano della politica internazionale, del loro imperialismo e di quel che accadde agli abitanti dell’isola di Melo, spietatamente e freddamente sterminati per essere rimasti neutrali nella guerra contro Sparta.
Atene insomma aveva i suoi difetti, e la vita in città non pochi lati negativi. Ma questo non impedisce che, per altri aspetti, essa riserbi inaspettate e piacevoli sorprese. Se torniamo sull’Agorà, nella zona del mercato, scopriamo ad esempio che il commercio era sottoposto all’attento controllo di una serie di funzionari specializzati, ad alcuni dei quali spettava il compito di controllare che pesi e misure corrispondessero ai dettami di legge e a quanto dichiarato dalle parti; ad altri quello di fissare il prezzo del grano, e ad altri ancora di controllare che i prodotti venduti fossero genuini e non adulterati. E a proposito di alimenti è doveroso ricordare che la Grecia è il Paese dove è nata la gastronomia e gli chef erano personaggi così conosciuti e celebrati da indurre persino Platone nel Gorgia a citare un tal Mithaeus, definendolo come «il Fidia delle cucina».
E veniamo infine all’aspetto più interessante della vita dell’uomo greco, l’impegno quotidiano che occupava il suo tempo e i suoi pensieri: il mestiere di cittadino. Il sistema politico era una democrazia radicale e diretta, tutti i cittadini avevano il diritto di partecipare alle pubbliche assemblee in cui si decidevano a maggioranza le questioni di pubblico interesse, sia ordinarie sia straordinarie, e i voti dei partecipanti avevano tutti lo stesso valore. Come negare ai Greci il merito e la grandezza di aver inventato il concetto di democrazia? Troppo facile oggi mettere in evidenza i limiti dell’applicazione di quel concetto. Come dimenticare che le cariche pubbliche venivano assegnate per sorteggio, e che a evitare i possibili rischi il sorteggiato per accedere alla carica doveva superare un esame ( dokimasia ), durante il quale gli si chiedeva tra l’altro se aveva pagato le tasse e fatto il servizio militare? E ancora: a chi aveva dilapidato il patrimonio Solone aveva vietato di partecipare alle assemblee perché, scrive Eschine, «credeva impossibile che uno stesso uomo fosse cattivo nelle questioni private e buono in quelle pubbliche, e che non si dovesse concedere la parola a chi era capace nei discorsi, ma non nella vita». Come non essere colpiti dal fatto che millenni or sono i Greci pensavano che le cariche pubbliche dovessero essere esercitate da persone degne, e cercassero di assicurarsi che questo accadesse? Per continuare a esser loro grati dell’eredità che ci hanno lasciato non c’è bisogno di mitizzarli: basta pensare che neppure loro erano perfetti.